Svegliami a mezzanotte | Fuani Marino

All’esterno tutto procedeva senza battute d’arresto,
ma io non potevo prendervi parte.
Era come se la calamità naturale fossi io.

 

Inizio questo post (non voglio chiamarlo recensione perché non credo lo sarà) senza sapere bene cosa dire o come procedere. Il libro di cui sto per parlarvi è uno dei più forti che mi sia capitato di leggere negli ultimi giorni e, credo, anche negli ultimi anni, pensate che a un certo punto ho dovuto perfino metterlo da parte perché mi sentivo così frastornata e sofferente da non riuscire a continuare. E io coi libri non ho mai paura di farmi male, anzi cerco sempre testi che in qualche modo mi colpiscano il più forte possibile. Questa volta è successo con Svegliami a mezzanotte, un memoir di Fuani Marino uscito l’1 ottobre per Einaudi. Tra l’altro devo dire anche che il memoir è un genere che mi attrae moltissimo; anche se non ne leggo tanti, trovo che entrare nelle vite di determinati personaggi, conoscerli attraverso la testimonianza diretta di quello che hanno attraversato – e magari stanno ancora attraversando – sia utile a scoprire punti di vista nuovi, a calarci in situazioni possibilmente lontane da noi. Lo si può fare anche con un romanzo, certo, ma sai sempre che la maggior parte delle volte è una storia inventata, mentre il fatto stesso che qualcosa sia realmente accaduto a qualcuno rende il racconto (e la sua ricezione) più forte.

Allora ho preso coraggio e mi sono buttata.

(…)

E poi sono caduta, ma non sono morta.

Fuani Marino (sicuramente non ne può più di spiegarlo a chi glielo chiede, ma il suo nome è una crasi di quelli dei genitori, Furio e Anita) qualche anno fa, dopo aver partorito la figlia da nemmeno quattro mesi ha tentato il suicidio lanciandosi da un balcone e facendo un volo di dodici metri. Ma il tentativo fallisce e lei sopravvive. Da lì allora bisogna ricominciare o tentare di continuare da dove si era rimasti.
L’autrice quindi ci racconta parti della sua vita per cercare di capire da dove sia nato quel malessere che l’ha portata al tragico gesto, va a ritroso per rintracciare nel suo vissuto elementi particolari o segni di cedimento che possono essere in ambito lavorativo, negli studi, nei rapporti con la famiglia o anche semplicemente in un parente con disturbi mentali. Dopo aver rielaborato il momento della caduta, allora, passa a spiegarci il futuro, quello che è stato dopo il suo tentativo di mettere un punto. I vari interventi chirurgici, la fisioterapia, il supporto psicologico, le diagnosi e le cure sbagliate (uno psichiatra che nega antidepressivi perché possono interferire con l’allattamento), il sostegno del marito. In una bella pagina alla fine ribadisce alla figlia che lei non ha alcuna responsabilità, non dovrà mai pensare che non l’abbia amata o che potrà mai capitare anche a lei.

Non ho voluto fare della mia vita una farsa. E me ne assumo la responsabilità. Quando quest’ultima mi sembrava troppo pesante, dicevo a me stessa che in ogni caso la verità, prima o poi, sarebbe venuta a galla.
E allora, tanto valeva che a raccontarla fossi io.

L’autrice, che confessa di soffrire di disturbo bipolare, ha scritto questo libro per vari motivi, uno fra tutti: cercare un effetto catartico. Mettere nero su bianco qualcosa significa dargli una concretezza nel mondo, renderlo reale e quindi più facile da elaborare e in qualche maniera accettare. Poi è anche una sorta di atto politico. Se la malattia fisica, nel 2019, per molte persone è qualcosa di cui vergognarsi – gente che magari si sottopone a chemioterapia e non si fa vedere in giro o non dice a nessuno di essere malata – sappiamo tutti che per quanto riguarda la malattia mentale è ancora peggio. Perché è un tabù? Perché c’è questo stigma nei confronti di un disturbo mentale? Perché viene trattato spesso alla stregua di un capriccio? Allora Fuani Marino ne parla, racconta la sua storia drammatica (di certo più di altre perché è arrivata a tentare un gesto estremo) e lo fa senza addolcire la pillola, senza infiocchettarla. Uno degli scopi di questo libro, infatti, è chiamare le cose col proprio nome.

La malattia non è una prova di forza. Lei ha già vinto in partenza, tanto più se la si nega o si minimizza.

Chiamare le cose col proprio nome per non usare termini a sproposito, per non ironizzare né banalizzare: chi soffre di disturbo bipolare non è una persona che ogni tanto è allegra e gioiosa e ogni tanto è triste, come chi soffre d’ansia non è preoccupato per un esame universitario e un depresso non è solo malinconico. Nello specifico, una persona bipolare alterna periodi (più o meno lunghi) di depressione a periodi di eccitazione, dunque periodi di mancanza di senso, di forze, di volontà a periodi opposti, in cui si hanno molte più forze, più intraprendenza, autostima e spesso anche comportamenti ossessivi. Possiamo immaginare – ma non comprendere, se non lo patiamo – che convivere con questo sia parecchio difficile. Fuani Marino ce lo racconta un’onestà che, com’è successo a me, fa male e che fa ancora più male se pensiamo a quelle persone che resistono ai farmaci, che fanno sempre tentativi diversi con nuove cure o trovano medici che non le aiutano nel modo giusto.

Sono sicura che la lettura di questo libro possa essere d’aiuto a chi si trova a vivere un disturbo mentale simile, ma penso anche che arricchisca a prescindere da quello. Sono del parere che, per quanto possano far male (soprattutto a chi da un libro si lascia travolgere del tutto), certe storie vadano raccontate e conosciute.
Buona lettura.

Titolo: Svegliami a mezzanotte
Autore: Fuani Marino
Genere: Memoir
Anno di pubblicazione: 1 ottobre 2019
Pagine: 150
Prezzo: 17 €
Editore: Einaudi


Fuani Marino è nata a Napoli nel 1980. Dopo gli studi in psicologia, è diventata giornalista collaborando a lungo con il «Corriere del Mezzogiorno ». Nel 2017 ha pubblicato il romanzo Il panorama alle spalle (Scatole Parlanti). Suoi articoli e racconti sono usciti su «Rivista Studio», «il Tascabile» e altre riviste. Per Einaudi ha pubblicato Svegliami a mezzanotte (2019).

L’infinito senza farci caso | Franco Arminio

Ogni tanto, tra un romanzo e un po’ di saggistica, mi piace dedicarmi alla poesia. Per questo motivo m’interessava molto leggere L’infinito senza farci caso, una nuova raccolta di poesie di Franco Arminio che è uscita per Bompiani il 30 ottobre. L’infinito senza farci caso affronta l’amore nelle sue varie sfaccettature; nel manifesto delle intimità provvisorie alla fine del libro, l’autore spiega che non sa cosa sia l’amore, ne consegue che i suoi componimenti sono lì per spiegarcelo o per fornirci una direzione da seguire. Il principio base di queste poesie credo sia la negazione delle classificazioni, delle categorie; come dice Arminio: non siamo fatti per essere in coppia, nemmeno per essere fedeli, ma neanche per tradire. Il sentimento è qualcosa che forse dovrebbe trascendere questa sorta di incasellamento in cui ci autointrappoliamo.

Si tratta di poesie spesso dedicate a qualcuno, c’è un “tu” che appare più volte, ma non viene mai esplicitato. Si capisce che è una donna, che a volte viene vista nella sua sensualità, ma che a volte magari è lontana nello spazio e nel tempo e rimane solo un ricordo doloroso o un rimpianto. Ma un elemento importante in questi componimenti – alcuni dei quali più lunghi, altri straordinariamente brevi ma densi di significato – è anche la natura, con la sua bellezza, e il rispecchiarsi dell’uomo, della condizione umana in essa. Natura che non è mai semplicemente uno sfondo alle vicende amorose, ma parte integrante di esse.

Siccome non sono molto brava a parlare di poesia, a parte queste poche cose che sono riuscita a dirvi su questa raccolta che ho trovato molto bella (meglio se letta a poco a poco, va centellinata), voglio lasciarvi uno dei brani che mi sono piaciuti di più.

Buona lettura!

Guardami ancora.
Sorridi se mi pensi.
Pensami con le mani
anche se non mi tocchi.
Fino a quando siamo nel mondo
possiamo parlarci.
Diamoci parole,
io faccio parole per te
e tu le fai per me.
Io spavento
tu malinconia.
Le parole come piccoli inciampi
per frenare il tempo
che va via.

Titolo: L’infinito senza farci caso
Autore: Franco Arminio
Genere: Poesia
Anno di pubblicazione: 30 ottobre 2019
Pagine: 128
Prezzo: 14 €
Editore: Bompiani


Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, in Irpinia d’Oriente. Ha pubblicato molti libri, che hanno raggiunto decine di migliaia di lettori. Da anni viaggia e scrive, in cerca di meraviglia e in difesa dei piccoli paesi: è ispiratore e punto di riferimento di molte azioni contro lo spopolamento dell’Italia interna. Ha ideato e porta avanti la Casa della paesologia a Bisaccia e il festival “La luna e i calanchi” ad Aliano.

Cuorebomba | Dario Levantino

Un cuorebomba è un debole gentile,
è un fragile forte,
è uno che al posto del cuore c’ha una bomba.

 

Da oggi potete trovare in libreria Cuorebomba, il nuovo romanzo di Dario Levantino che dopo Di niente e di nessuno ci riporta a Palermo, nel quartiere Brancaccio. Rosario ha ormai sedici anni ed è per lui che il padre, che spacciava doping, è stato arrestato; ora vive da solo con la madre che non sembra nemmeno lottare contro l’anoressia. Si è ammalata per il dispiacere di aver scoperto che il marito aveva un’altra famiglia con un’altra donna e che aveva anche un figlio, Jonathan. Rosario cerca di farla mangiare, di badare a lei, di far sì che la casa abbia un aspetto dignitoso, e nel frattempo va a scuola, in un liceo classico in una zona buona di Palermo, dove però si assenta molto spesso perché cerca di racimolare qualche soldo in un supermercato aiutando le persone a portar via la spesa. Ma non è un problema per nessuno, lì, perché lui è il ragazzo di Brancaccio, è partito già svantaggiato in classe. Quando, però, si trova a scrivere un tema, la sua situazione familiare salta all’occhio di una professoressa che gli fa arrivare a casa servizi sociali e forze dell’ordine. Rosario viene così separato dalla madre Maria: lei viene mandata in una clinica per disturbi alimentari, lui in una casa famiglia. Da qui inizia la lotta del ragazzo per ritrovare sua madre e per avere una vita più normale.

Sembra che il protagonista abbia chiaro fin dall’inizio che l’elemento di salvezza nella sua vita può essere solo la famiglia e  si impegna con tutte le forze per cercare di salvaguardarla. Non solo cerca di recuperare la madre, che la famiglia affidataria non vuole fargli sentire né vedere, ma prova anche a mettersi in contatto col fratellastro che, nei fatti, è un estraneo per lui, lo ha visto forse una volta, ma col quale condivide lo stesso padre. Ma non solo. Rosario scopre che anche l’amore può dare una forma diversa alla propria vita, che può costituire un’oasi di pace e una fonte di speranza. Anna, la ragazza di cui è innamorato, è una luce in quell’esistenza piena di disgrazie e problemi.

Nelle sue giornate a far compagnia a Rosario ci sono i libri, uno fra tutti Oliver Twist, con un protagonista che assomiglia a lui, senza famiglia e senza una casa che possa chiamare sua. Grazie alla lettura e alla sua passione per l’epica – da cui vengono fuori riflessioni e parallelismi interessanti, soprattutto per un ragazzo che appare più maturo della sua età – Rosario si sente meno solo in questa vita difficile. Cerca di non arrendersi a un destino che sembra già scritto, quello di un ragazzo nato e cresciuto in un quartiere malfamato che deve necessariamente prendere la strada della delinquenza. Così legge, passa del tempo con Anna nel loro posto segreto (una barca rovesciata sulla spiaggia) o col suo cane Jonathan, a scuola prova a elaborare concetti più profondi che, però, vengono sempre respinti dagli insegnanti che vogliono che ripeta solo quello che hanno spiegato loro.
E le parti relative alla scuola sono quelle più dolorose, perché sembra che proprio lì Rosario cerchi di venir fuori quando invece sono tutti impegnati a tarpargli le ali: un’insegnante di lettere che lo tratta da inferiore perché è “quello di Brancaccio” e da questo non si può sfuggire, il professore di educazione fisica che inizialmente non lo considera per la squadra di calcio della scuola perché non ha pagato un assurdo “contributo volontario” che per una scuola pubblica è un controsenso, o un’altra professoressa che viene scelta come pseudopsicologa a cui interessa solo che lui confermi le diagnosi che lei ha già fatto.

Ma qualcosa ogni tanto gira per il verso giusto. Quando la situazione diventa quasi claustrofobica – la sofferenza di un ragazzino che si sente in trappola, sorvegliato, manipolato e ricattato da chi dovrebbe solo prendersene cura la sentiamo anche noi che leggiamo – due figure importanti lasciano intendere che in fondo una speranza possa esserci per tutti: Battaglia, il precario di filosofia che confessa che da ragazzo è stato come lui, e padre Giovanni, un sacerdote che comprende la situazione di Rosario e senza troppe cerimonie lo supporta e lo aiuta quando è in difficoltà. Padre Giovanni soprattutto gli mette la pulce nell’orecchio:

Ha ragionato sul concetto di “disobbedienza”, una parola che può trarre in inganno perché generalmente è associata ai criminali. Ma come bisognava comportarsi – tuonava padre Giovanni – di fronte a una legge iniqua: obbedire a essa disobbedendo a Dio, o disobbedire a essa obbedendo a Dio? Giuseppe il falegname, sposo di Maria e padre di Gesù, per esempio, aveva disobbedito alle leggi di Erode, che aveva ordinato un massacro di bambini, scappando in Egitto per salvare Gesù; allo stesso modo anche durante la seconda guerra mondiale, cristiani meno famosi di Giuseppe avevano disobbedito alla legge nascondendo ebrei innocenti.
Quello che voleva dire padre Giovanni era un concetto semplice: nel nome dell’amore si deve disobbedire.
Capii improvvisamente che cos’ero.
Ero un disobbediente.

Cuorebomba è una storia di riscatto, di ricerca della salvezza in un mondo che ti vuole abbattere. Con diversi intermezzi di dialetto siciliano, Rosario dimostra che non per forza il luogo in cui sei nato è una condanna e soprattutto che bisogna riuscire a togliersi di dosso le etichette che gli altri ti cuciono addosso.

Buona lettura!

Titolo: Cuorebomba
Autore: Dario Levantino
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 7 novembre 2019
Pagine: 265
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Dario Levantino è nato a Palermo nel 1986. Laureato in Lettere e filosofia nella sua città, oggi è un insegnante di italiano. Cuorebomba è il suo secondo romanzo. La sua opera d’esordio, Di niente e di nessuno (Fazi, 2018), ha vinto il Premio Biblioteche di Roma, il Premio Subiaco Città del Libro e il Premio Leggo Quindi Sono.

Tutto questo tempo | Nicola Ravera Rafele

La verità è una bugia che non è ancora stata scoperta.

 

Tutto questo tempo è l’ultimo romanzo di Nicola Ravera Rafele, una delle uscite più recenti di Fandango (è in libreria dal 17 ottobre). Conosco l’editore in maniera diretta da poco, questo è il secondo libro pubblicato da loro che affronto, e anche in questo caso si tratta di un’ottima lettura. Come il titolo lascia intuire, più che i personaggi, il vero protagonista di questa storia è il tempo che stravolge le vite ma che, quasi come in uno scherzo, si riavvolge dando vita a cicli simili e apparenti ritorni.

Elisa è una traduttrice poco più che trentenne, ha sposato Giovanni, molto più grande di lei, che ha scritto diversi anni prima un libro che avuto molto successo. Il loro è un amore fortissimo, folle, che sembra renderli molto felici. Nel 1986 nasce la loro prima figlia, Clara. Un anno dopo, si sta organizzando la festa per il primo compleanno della bambina, Giovanni è fuori per lavoro e deve rientrare, ma non rientra: non prende l’aereo, qualcosa lo blocca, come se volesse smettere di far parte di quella famiglia, quindi rimane fuori, scrive e tradisce Elisa. Ma è solo questione di tempo, perché dopo cinque giorni torna a casa a sorpresa, in maniera quasi teatrale, mentre ci sono ospiti a casa, ma non può essere tutto come prima. Infatti qualcosa comincia a cambiare, si aprono crepe tra i due che, alla fine si allontanano. In questo susseguirsi di bugie e tradimenti, hanno anche avuto un secondo figlio, Dario – che sarà voce narrante nella terza parte – e ruoteranno intorno a loro le vite di tanti altri personaggi in una cornice storica rappresentata dal passaggio dalla Prima alla Terza Repubblica.

Gli innamorati dicono: ho sprecato la mia vita fino a quando ti ho incontrata. Ma  sprecare la vita è una tale forma di incanto, chi vorrebbe smettere?

Quello che sembra restare saldo, anche se non coltivato in maniera convenzionale, è il legame tra Elisa e Giovanni, è qualcosa che c’è e non si può distruggere anche quando lei avrà un nuovo compagno o lui andrà ad autoesiliarsi in un casolare nelle campagne del centro Italia. Ma la bugia sembra un virus che non risparmia nessuno: i loro amici, i loro figli (dunque la generazione successiva, quasi fosse genetico), i loro conoscenti. Anche il matrimonio di Paolo e Valeria (i loro amici) sarà infelice, come quello di Clara o quello di Sergio Maria e Ludovica. Sembra quasi che l’infelicità sia contagiosa o che addirittura sia inevitabile, che il tempo abbia dei disegni ben precisi a cui non ci si può sottrarre. Il tempo, che si riavvolge nei flashback o che alla fine, nel 2019, Dario riassume parlando dei diari di Giovanni Luna, scrittore che negli anni è rimasto celebre e viene ancora elogiato.

Tutto questo tempo è una storia sui legami in generale, non solo quelli familiari, sugli affetti che a volte si distruggono e altre volte, invece, rimangono saldamente nascosti nonostante si prendano strade diverse. Il romanzo è diviso in tre parti: una che va dal 1986 al 1996, quando i bambini sono ancora piccoli e la storia è incentrata più sui genitori; una ambientata nel 2006, quando Clara è ormai grande, cosciente e capace di capire che cosa sia successo e cosa stia succedendo (sembra che questo racconto sia dedicato a lei); la terza il cui protagonista indiscusso è Dario, che nel 2019 è ormai adulto anche lui, si fa strada nel mondo ma restando sempre imbrigliato nelle logiche familiari di chi lo ha messo al mondo e di chi ha gravitato intorno ai suoi cari.

È un racconto intenso, quello di Nicola Ravera Rafele, che non può non appassionare; assistiamo a un crescendo di emozioni che travolgono anche noi che leggiamo e ci fanno andare avanti nella lettura con la speranza che il tempo, che tutto muove, sia clemente. Un romanzo davvero molto bello!

Titolo: Tutto questo tempo
Autore: Nicola Ravera Rafele
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 17 ottobre 2019
Pagine: 298
Prezzo: 18 €
Editore: Fandango


Nicola Ravera Rafele – ha esordito a solo quindici anni con Infatti purtroppo. Diario di un quindicenne perplesso. Nel 2014, insieme a Mimmo Rafele, ha presentato Ultimo requiem. La sua seconda opera ripercorre le vicende italiane a partire dalla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nel 2017 per Fandango Libri è uscito Il senso della lotta, selezionato nella dodicina del Premio Strega 2017.