I tonni non nuotano in scatola | Carla Fiorentino

«Quindi mi vuoi dire che per acchiappare i tonni,
mettete su tutto questo labirinto?»
«Eh, cosa pensavate voi in continente,
che i tonni nuotino in scatola?»

 

Violetta, chiamata da tutti Vetta, è una giornalista di viaggio che vive a Roma e ormai da tanti anni sta insieme a Federico. Un rapporto particolare, il loro: vivono ognuno a casa sua perché temono (più lei che lui) la noia della routine che spesso e volentieri uccide i legami. Un giorno lei trova nella tasca del fidanzato una scatolina che assomiglia moltissimo a quelle che contengono anelli, non sarà mai che Federico abbia deciso di violare il tacito accordo di non sposarsi? Senza nemmeno aprirla e accertarsi di cosa contenga davvero, Vetta chiede subito a Luca, suo amico e capo, di essere mandata a Carloforte per scrivere un articolo. E Luca acconsente, la spedisce nella piccola città situata nell’isola di San Pietro, in Sardegna, un territorio molto bello e particolare dove si parla un dialetto ligure, il tabarchino. Ma questo non è un mondo nuovo per Vetta, quelli sono i luoghi dove ha passato la sua infanzia, e infatti è parecchio emozionata di rivederli.

Quando si sceglie un posto, poi si tende a idealizzarlo e la paura di trovarlo cambiato porta molti (tra cui me) a non volerci tornare affatto. Anche se in realtà i luoghi sono come noi. Passano gli anni e quelli invecchiano, ingrassano, si riempiono di crepe o si rifanno come nuovi, ma dentro, in fondo, da qualche parte restano uguali.

Arrivata lì cerca un alloggio e le viene proposta una camera a casa di una signora anziana del luogo, Caterinetta, una donna severa e burbera che però, scopriamo piano piano, ha un gran cuore. Vetta inizia a esplorare l’isola, si reca alla tonnara, vuole scrivere del rais, dell’antico rito della mattanza, dei suoi significati e di tutta l’industria basata sulla pesca del tonno. Conosce quindi Pietro, un sommozzatore molto attraente ma che se ne va in giro sempre con un’aria triste. Lui è un uomo che non si lascia andare alle confidenze, almeno non subito, un uomo che sicuramente nasconde qualcosa, qualche circostanza terribile deve averlo colpito in passato. Ma un giorno, mentre Vetta sta osservando i tonni nelle reti, vede il cadavere di una donna e viene assalita dal panico. Anche se tutti le dicono che è solo un’allucinazione, che tante persone pensano di vedere una donna morta fra i tonni, lei s’incaponisce e comincia a fare domande, spesso anche molto scomode, a tante persone sull’isola.

Carloforte

I tonni non nuotano in scatola è il nuovo romanzo di Carla Fiorentino (che aveva esordito qualche anno fa con Cosa fanno i cucù nelle mezz’ore) uscito il 25 giugno per Fandango. Si tratta di una storia che tecnicamente parte come un giallo: che cosa ha visto Vetta in mezzo ai tonni? l’ha visto davvero o hanno ragione gli altri a dirle che è stato tutto un parto della sua immaginazione? Poi, però, nonostante rimanga questo alone di mistero il romanzo si trasforma in una specie di viaggio della protagonista dentro se stessa e dentro un mondo pieno di segreti mantenuti chissà da quanto tempo dagli abitanti di un piccolo paradiso terrestre. Come dice Caterinetta, il paese sa tutto, il paese vede tutto. È impossibile fare domande, andare in certi luoghi, cercare qualcuno senza che “il paese” lo venga a sapere o se ne accorga. Qualcuno tenta anche di dissuadere Vetta non con le parole, e per questo motivo il mistero s’infittisce: a chi dà fastidio che la ragazza faccia domande? Perché Caterinetta non vuole che lei entri in confidenza con Pietro ma che, anzi gli stia lontana? Che cosa cela nel cuore la stessa Caterinetta? 

Una delle cose che mi sono piaciute molto in questo libro è il racconto del territorio di Carloforte, un posto che non conosco per nulla se non per qualche fiction in tv. Carla Fiorentino, a parte la mattanza e la pesca (che essendo siciliana un po’ conosco anch’io), racconta molti particolari della vita sull’isola, le abitudini, i piatti tipici. Tra l’altro Caterinetta è un’ottima cuoca e prepara a vetta moltissime pietanze come il cascà, una specie di cous cous che però non è un semplice cous cous. Una cosa che devo sicuramente approfondire!

Buona lettura!

Titolo: I tonni non nuotano in scatola
Autore: Carla Fiorentino
Genere: Romanzo
Data di pubblicazione: 25 giugno 2020
Pagine: 205
Prezzo: 16 €
Editore: Fandango


Carla Fiorentino – nasce a Cagliari nel 1979. A 19 anni lascia la Sardegna per studiare a Roma, dove si laurea in Sociologia della Letteratura e inizia subito il suo viaggio nel mondo editoriale che dura da ormai quindici anni. Nel 2018 ha esordito con Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore (Fandango Libri) e nel 2020 ha realizzato Forty. Il podcast che ci rivela i super poteri dei quarantenni (Emons Record).

L’inconveniente di essere amati | Alcide Pierantozzi

“Solo quello che vedi con la coda dell’occhio
ti tocca nel profondo.”

E.M. Forster

 

Lo scorso 18 marzo, nel periodo peggiore di questi ultimi anni, è uscito L’inconveniente di essere amati, un romanzo di Alcide Pierantozzi (Bompiani) che nel titolo richiama un po’ l’opera di Cioran. Protagonista della storia è Paride Negri, un ragazzo poco più che trentenne, che lascia la sua vita a Milano per tornare a casa a Calanchi, un paesino situato sulla costa fra Marche e Abruzzo, un posto che «in realtà non esiste. Perciò non la troverete su nessuna cartina geografica, né su Google Maps. Esiste però, ed è reale, tutto quello che c’è attorno. Dai nomi dei paesi ai nomi delle vie, delle piazze, dei locali, dei fiumi, tutto quello che c’è attorno a Calanchi esiste davvero». Paride è un cantante non molto famoso, e si lascia alle spalle una storia con Sandro, personaggio, invece, molto noto. Al contrario di molti altri che per ritrovarsi fuggono da casa, lui ci torna, quasi come se dovesse fare i conti con qualcosa. Quel qualcosa è la morte della madre, un evento che lo ha segnato molto e da cui non si è mai ripreso. Immagina di trovare la propria casa libera, di potercisi riposare e riprendere la vita in un piccolo centro. Invece scopre che una parte è andata a lui, e in un’altra, invece, ci abita suo zio Beppe con la moglie Sonia e il piccolo Gianmaria.

Beppe è un uomo violento, irascibile, uno se ne va in giro convinto di essere chissà chi e poi a casa a malapena si interessa del figlio e maltratta la moglie. La tradisce anche. L’arrivo di Paride a casa, infatti, porta un po’ di scompiglio, ma in senso positivo. Gianmaria, bambino viziato che sembra suo padre in miniatura, si addolcisce, impara a interagire meglio col prossimo e “cresce”, e Sonia, attratta fin dall’inizio dal nipote, finisce per innamorarsene e voler stare con lui. In più, Paride incontra in palestra un uomo abbastanza volgarotto, Manolo, sempre sulla sua Harley col codino intriso di gel; un uomo che però dietro questo aspetto singolare nasconde un animo gentile e dei sentimenti da non trascurare. Anche Manolo si innamora di Paride. 
E poi c’è anche Sandro, che gli scrive delle email in cui gli confessa ancora tutto il suo amore, gli dice che lo ama immensamente e tante altre robe poetiche che forse sono solo controproducenti.

«La gente è convinta che l’amore riempia chissà quale vuoto ma secondo me lo spalanca. È un inconveniente spaventoso».

Paride è confuso, tutte le sue certezze sembrano crollare. Sa di essere gay, ma se non lo fosse? Se amasse anche le donne? In fondo Sonia… Ma lui che cosa vuole davvero? Chi vuole davvero? Forse bisogna fermarsi un momento a riflettere senza lasciarsi ancora trasportare dalle circostanze, ma soprattutto bisogna rendersi conto della direzione che vuole prendere, o ha già preso, il cuore, mentre il cervello era impegnato a vagliare tutte le possibilità. Ed è quello che fa Paride, esce fuori dalla sua vita e la guarda dall’esterno per cercare di capirla, di capire chi è e se ciò che lui vuole lo vuole davvero oppure si è incaponito a seguire quel sentiero.
È lì che si capisce l’importanza della citazione da Forster che Pierantozzi mette all’inizio del libro: spesso a sorprenderci è proprio ciò che avevamo visto solo con la coda dell’occhio, ma non ce n’eravamo accorti.

«Perché qualsiasi cosa ci accadrà nella vita non sarà mai come ce l’eravamo aspettata. Bisognerebbe riuscire a non chiedere nulla, secondo me quando piove uno è triste solo perché si aspettava il sole».

Quello di Pierantozzi è un romanzo d’amore, sì, ma non solo. Il protagonista sperimenta la ricerca di se stesso ma non per costruirsi, bensì per smontare l’identità che lui stesso aveva creato, per capirsi e fare anche i conti con tutti i pesi che si portava da tempo sul cuore. E troviamo una scrittura fresca e potente allo stesso tempo, uno stile agile, veloce e fluido che coinvolge il lettore ma lo fa stare al passo col protagonista, perché giungeremo solo alla fine, insieme a Paride, a capire chi e cosa vale la pena amare.

Buona lettura!

Titolo: L’inconveniente di essere amati
Autore: Alcide Pierantozzi
Genere: Romanzo
Data di pubblicazione: 18 marzo 2020
Pagine: 256
Prezzo: 16 €
Editore: Bompiani


Alcide Pierantozzi – Nato nel 1985 a San Benedetto del Tronto, comincia a pubblicare con Bompiani a partire da questo romanzo ma è sulla scena letteraria italiana dal 2006, anno d’uscita di Uno in diviso, che ha assunto anche la forma di graphic novel. Collabora con quotidiani e riviste ed è sceneggiatore.

Forme di lontananza | Edurne Portela

Non so se qui dentro sia rimasta un po’ di luce,
o se tutto è così morto e spento
che quel sorriso ormai non è altro che una smorfia.

 

L’anno scorso mi è capitato di leggere un romanzo di un’autrice spagnola che mi ha colpito moltissimo per il suo modo di raccontare: si trattava di Edurne Portela (e il romanzo era Meglio l’assenza). Da circa un mese e mezzo è uscito un altro suo romanzo, sempre per Lindau, che ho letto nei giorni passati e che mi è piaciuto tantissimo, nonostante tratti temi diversi. Forme di lontananza è la storia di Alicia, giovane spagnola che si trasferisce negli Stati Uniti per un dottorato e inizia lì una nuova vita. Conosce Matty, esce un po’ con lui fino a quando i due non si innamorano e non decidono di andare a vivere insieme. Poi si sposano anche, un po’ in fretta e furia e senza festeggiare, la madre di lei viene a saperlo a cose fatte, e Alicia stessa sembra non rendersene conto. Addirittura sembra che la vita intorno a lei inizi a scorrere in maniera diversa dal solito, come se lei si lasciasse trasportare dagli eventi senza averne il pieno controllo. Per poi ritrovarsi in una sorta di gabbia da cui lei stessa ha paura di uscire.

Si capisce chiaramente che Matty è una persona molto particolare, uno che vuole avere il controllo e fin dall’inizio lo esercita su Alicia. Il punto, però, è che molto spesso non ci si accorge all’inizio di ciò che non va, perché certi elementi a cui bisognerebbe far attenzione sono inezie, cose che reputiamo trascurabili perché non immaginiamo che possano diventare più grandi o sfociare in qualcosa di più grave. Alicia ha un amico, Alfredo, spagnolo come lei, un ragazzo che la fa sentire meno straniera e meno sola in un altro Paese. Matty, pur sapendo che Alfredo è gay, lo allontana da lei, geloso per quei momenti in cui i due amici parlano in spagnolo facendolo sentire escluso, ma, più in profondità, perché ruba un po’ di quell’attenzione che lei non dedica a lui. Alicia quando va in Spagna dalla sua famiglia ci resta un mese, e per Matty è una cosa irragionevole, anche sua madre gli chiede com’è possibile che le permetta di andare da sola e rimanere così tanto (lui aveva anche un padre violento).

Non saprei dire quando è cominciato tutto. Quando la mia vita ha iniziato ad andare a rotoli e quella che ero ha smesso si esistere e si è trasformata in una donna che si chiude a piangere in un armadio. E tutto ciò che è venuto dopo.

Ma com’è che una ragazza in gamba, che a soli trent’anni tiene delle lezioni universitarie negli USA, si riduce piano piano a vivere chiusa a chiave in una stanza a piangere terrorizzata dentro l’armadio? In fondo sembrava avere una vita perfetta: un lavoro appagante, un marito a posto, una bella casa, una bella macchina. Ma qualcosa non funziona, Alicia sperimenta una sensazione di lontananza che si estende su più livelli. All’inizio sembra solo tra americani e immigrati, una cosa che la riguarda personalmente perché lei è basca e viene spesso scambiata per messicana, o la lontananza da casa, dato che si trova in un altro continente. Poi quella di una sua studentessa che le racconta il modo in cui i ragazzi trattano le ragazze nelle confraternite. Però il cerchio inizia a stringersi attorno a lei e Alicia avverte uno scollamento dalla realtà: perde Alfredo, perde parti della propria quotidianità, perde sicurezza, si allontana dal mondo per finire dentro una stanza a piangere. Si addossa responsabilità non sue, viene rimproverata per cose che non ha fatto o che non riesce a fare (come, per esempio, generare un figlio), e viene punita col silenzio. 

Edurne Portela

Il silenzio è una terribile forma di aggressione che, non lasciando segni sul corpo, non può essere vista dagli altri. È un’aggressione a tutti gli effetti perché significa privare qualcuno di ciò che per lui è importante: affetto, comunicazione, risposte, confronto. Alicia non viene picchiata, ma viene sottoposta a violenza psicologica da suo marito e si chiude sempre di più in se stessa. Ma come si esce da una situazione del genere? Prima di tutto bisogna accorgersene, poi piano piano prendere la decisione più importante, quella di andarsene, cosa che a sua volta genera il timore di una nuova persecuzione.
Tutto questo viene raccontato da Edurne Portela con stralci del diario della protagonista e con brani relativi alla visione di Matty, da cui si vede chiaramente quanto la situazione, in quattordici anni di vista insieme, precipiti ogni giorno di più e quanto lui riesca a prender piede a piccoli passi nella vita di Alicia, togliendole ogni volta qualcosa.

E va bene, a volte ho puntato il dito contro alcune sue debolezze o difetti, ma uno non può criticare la propria compagna? Ora qualunque cosa è un maltrattamento psicologico? E sì, riconosco che sono diventato un po’ violento, ma non può dire che l’abbia picchiata, tantomeno come papà picchiava mamma, ma se l’avessi fatto ne avrei avuto tutte le ragioni.

Ma di aggressioni, in questo romanzo, ce ne sono diverse, e costellano la vita di Alicia. C’è quella dei manifestanti pro-vita fuori da una clinica dove le donne vanno ad abortire; c’è quella di un professore universitario che molesta una studentessa; c’è quella – come già detto – dei ragazzi sulle ragazze nelle confraternite; o ancora quella meno eclatante (perché più frequente) degli uomini che quasi cacciano le donne come prede.

Forme di lontananza è una storia che ricorda tante vicende che accadono tutti i giorni, quelle di donne che si ritrovano rinchiuse in trappole invisibili perché l’amore si trasforma in possesso. Gli scatti d’ira, le sfuriate, non sono mai un segno d’amore, questo Alicia lo capisce col tempo, e cerca di trovare la forza necessaria per tirarsene fuori, anche se dopo molto tempo. Edurne Portela parla con sensibilità di una questione molto importante al giorno d’oggi, qualcosa su cui bisognerebbe fare più attenzione e per cui questo romanzo si dimostra anche molto utile. Non ci sono grandi colpi di scena, vicende eclatanti; la libertà che vuole ritrovare Alicia è proprio la serenità di una vita priva di preoccupazioni e soprattutto di paura, quella che, invece, ha di continuo mentre vive con un uomo che, per conto suo, non fa altro che ripetere di non essere violento e di non essere come suo padre.

Buona lettura!

Titolo: Forme di lontananza
Autore: Edurne Portela
Traduttore: Thais Siciliano
Genere: Romanzo
Data di pubblicazione: 14 maggio 2020
Pagine: 292
Prezzo: 19,50 €
Editore: Lindau

 

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