“Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo” di Alleyne Ireland

«Non dimenticate mai che sono cieco,
e che per la maggior parte del tempo soffro.»

 

Goodbook.it con l’inizio del 2017 ha dato vita a un progetto parecchio interessante che consiste nel focalizzare l’attenzione ogni mese su un editore diverso. Il mese di marzo è dedicato ad Add Editore e io ho il piacere di parlarvi di una delle loro ultime pubblicazioni, una novità uscita proprio da pochi giorni, una biografia su un personaggio che molti di voi conosceranno anche solo per sentito dire: Joseph Pulitzer. Leggere questo libro mi ha fatto venire in mente che spesso dovremmo – o meglio, dovrei, perché è una riflessione che ho fatto pensando alle mie letture – concentrarci di più sul genere letterario delle biografie, per conoscere meglio determinate personalità che hanno lasciato il segno. Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo, scritto nel 1914 da Alleyne Ireland, uno dei segretari di Pulitzer, arriva in Italia quest’anno, con una traduzione di Alessandra Maestrini, proprio in occasione del centenario della prima assegnazione del premio Pulitzer (1917, appunto), un premio statunitense considerato la più grande onorificenza nazionale per giornalismo, successi letterari e composizioni musicali.

A narrare, ovviamente in prima persona, è Alleyne Ireland, giornalista e scrittore inglese, nonché formidabile viaggiatore, che ebbe l’onore e il privilegio di essere uno dei segretari di J. P., come veniva chiamato dai collaboratori più stretti. L’occasione gli fu data da un articolo sul giornale che diceva più o meno che si stava cercando, come segretario e accompagnatore per un gentiluomo, una persona intelligente, di mezza età, che avesse viaggiato e letto molto e che fosse disposto a vivere all’estero. Ireland rispose e si trovò a dover fare una serie di colloqui, alcuni anche parecchio complicati dato che i suoi esaminatori cercavano di trovare i suoi punti deboli, prima di scoprire chi fosse il gentiluomo da accompagnare e di essere assunto. Pulitzer era ormai cieco – Ireland poi racconta della rottura del vaso sanguigno nell’occhio che lo portò a non vedere più nulla – ma le sue facoltà intellettuali restarono intatte, se addirittura non si potenziarono. Era un uomo dalla cultura vastissima, dalla memoria immensa e dalla grande determinazione. Dopo la Guerra Civile non aveva i soldi nemmeno per pagarsi un letto al French’s Hotel; in breve tempo divenne reporter del Westliche Post, in meno di dieci anni arrivò ad essere direttore e co-proprietario, la sua ascesa fu rapidissima; si comprò il French’s Hotel, lo rase al suolo e vi fece erigere il Pulitzer Building, dove collocò la sede del World.

«Quello che dico è che i giornali che negli Stati Uniti alterano le notizie, che pubblicano ciò che sanno essere falso, non arrivano a una mezza dozzina. Ma se pensassi di non aver fatto di meglio, mi vergognerei di possederne uno. Non è sufficiente astenersi dal pubblicare notizie false, non è abbastanza fare attenzione a evitare gli errori che possano nascere dall’ignoranza, la trascuratezza, la stupidità di uno o più dei molti uomini che maneggiano le notizie prima che vengano pubblicate. Bisogna fare molto di più; bisogna fare in modo che tutti coloro che hanno un qualche rapporto con la testata – redattori, reporter, corrispondenti, revisori, correttori di bozze – credano che l’accuratezza sia per un giornale ciò che la virtù è per una donna.»

Ireland, nel racconto del suo rapporto con J. P., non fa altro che ribadire la sua ammirazione per questa figura così geniale e così dotata che ha cambiato la storia del giornalismo creando uno stile nuovo che tuttora è dominante almeno nella stampa oltreoceano. Se il libro è pieno di descrizioni anche degli ambienti frequentati da Pulitzer, e di conseguenza dal suo biografo, come l’interno della villa o del panfilo su cui J. P. amava passare gran parte della sua vita, molto spazio viene dato al carattere spesso un po’ brusco del protagonista. Essendo una persona molto colta e intelligente, c’era da aspettarsi che non gli piacesse trascorrere il suo tempo con persone che in qualche modo non fossero stimolanti; per questo motivo amava circondarsi di uomini che eccellessero in diversi campi. Quello che, però, faceva sempre era, come dice Ireland stesso, divertirsi a trovare crepe nell’armatura intellettuale degli altri. Pulitzer cercava falle, voleva far cadere i suoi interlocutori che, per quanto fossero speciali, a volte cascavano davvero.

Joseph Pulitzer (Makó, 10 aprile 1847 – Charleston, 29 ottobre 1911) all’età di 34 anni

Pulitzer era inoltre un uomo che spesso diventava nervoso, anche a causa della cecità che era pur sempre una limitazione, specie per uno come lui. Ciò aveva fatto sì che gli altri sensi si acuissero e quello che gli dava più fastidio erano i rumori, che per ovvi motivi avvertiva in maniera più intensa rispetto agli altri. Spesso, quindi, soffriva di forti mal di testa che lo portavano ad essere particolarmente scontroso e irascibile; una volta passati, però, sempre pronto a scusarsi e tornare sui suoi passi. L’unica cosa che inspiegabilmente sembrava non dargli disturbo, quando forse avrebbe dovuto, dice Ireland, era il pianto dei bambini, perché probabilmente era un indizio di vita.

Alleyne Ireland, con uno stile elegante tipico di un uomo della sua epoca, tratteggia la figura di un Joseph Pulitzer già avanti negli anni (lo conobbe, infatti, nell’ultima parte della sua vita). Come ho già detto in parte, ci racconta J. P. nel bene e nel male, cioè nei suoi momenti di nervosismo e in quelli di estrema gentilezza, senza dimenticare mai il grande uomo che è stato. È un memoir lucido e veritiero anche perché fatto in prima persona da chi visse per un periodo di tempo al suo fianco, e possiamo considerarlo un omaggio di Ireland a un uomo che ha cambiato la storia della carta stampata, nonché il racconto di un periodo storico, quello precedente alla Prima guerra mondiale.
Personalmente, sono contentissima di averlo letto. Confesso di non essermi preoccupata, in precedenza, di approfondire la conoscenza di questo personaggio così importante (siamo sempre lì: penso che dovrei dedicare più tempo alle biografie!), ma ora che l’ho fatto penso che mi abbia arricchito molto.

Buona lettura!

Titolo: Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo
Autore: Alleyne Ireland
Traduttore: Alessandra Mestrini
Genere:
 Biografia
Anno di pubblicazione:
 1914 (2017 questa edizione)
Pagine: 192
Prezzo: 16 €
Editore: Add editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

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Alleyne Ireland è nato a Manchester nel 1871 ed è morto nel 1951. È stato giornalista per molti anni si è occupato delle colonie dell’impero inglese. Ireland ha vissuto a lungo in Australia, Canada, India, Birmania, Indocina, Filippine e nella Giaia inglese. Ha scritto diversi libri di viaggio e a fatto parte dello staff del “World” il quotidiano diretto da Joseph Pulitzer.

“Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere” di Marco Truzzi

Cosa succede sulle frontiere? Che significato hanno oggi?
Dove sono? E dove siamo noi?
Quali fossili culturali si incontrano andando per confini?

 

Oggi voglio parlarvi di un libro che non conoscete ancora perché uscirà il 16 marzo, tra due giorni, una novità di Exòrma che si colloca nella collana Scritti traversi, dedicata alla letteratura di viaggio. Si tratta di Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere, del giornalista e scrittore Marco Truzzi, che ha deciso di percorrere i confini dello spazio Schengen e di esplorare le frontiere di un’Europa che sembra vacillare sempre di più. Lungo il suo cammino si trova a contatto con le realtà dei diversi luoghi e con le persone che stanno all’interno e al di fuori dei confini. Se nei luoghi del Nord Europa, come la Scandinavia, l’emergenza non si percepisce ai massimi livelli ma ci sono solo le testimonianze della gente che non vuole estranei nel proprio territorio, in altri posti più a Sud, quelli più soggetti all’approdo di migranti e rifugiati, come Melilla, Calais o Ventimiglia, ci sono tantissime persone che rimangono bloccate e non possono oltrepassare il confine, nemmeno per raggiungere parenti che si trovano dall’altra parte.

“Il filo spinato corre a circa un metro dalla nostra faccia. Là in fondo c’è il bosco delle betulle, esattamente dove svettavano le ciminiere dei forni.” (pag. 157)

In Ungheria, tra l’altro, esiste un muro di fil di ferro eretto per tenere lontani i siriani. L’invenzione è dell’americano Joseph Farwell Glidden, che nel 1874 la brevettò e in seguito divenne ricco. Inizialmente l’idea era di recintare i lotti di terra privati nel west, poi è andata diversamente.

È il narratore onnisciente. La voce in terza persona. L’elemento anonimo cui assegnare le colpe. Il filo spinato delle trincee, dei campi di concentramento, il filo spinato dei confini e quello dei muri. Il filo spinato delle ideologie e delle burocrazie. Il filo spinato degli egoismi.

Tutto questo per arrivare al più vasto campo profughi d’Europa, tra Grecia e Macedonia, a Idomeni, dove addirittura a difendere i confini c’è l’esercito macedone.
Marco Truzzi, insieme al fotoreporter Ivano Di Maria (autore di gran parte delle fotografie che trovate nel libro), ha intrapreso il viaggio sulle frontiere della zona Schengen tra il 2015 e il 2016 per documentare la situazione di questi “confini” e dimostrare che in fondo essi sono labili, cambiano, a volte perfino si annullano. I muri crollano, vengono abbattuti, poi eretti nuovamente. Come dichiara l’autore stesso all’Avvenire: «Mi viene il sospetto che sia più facile innalzare un muro che farlo crollare.» E in effetti è proprio così, soprattutto in quelle zone dove chi difende i confini è più proiettato verso il passato che verso il futuro e si rifiuta di abbattere quei muri più mentali che fisici – che lascerebbero entrare estranei nella propria casa, zone dove s’incontra una quiete che è solo apparente.

Devo dire che ho letto questo libro con molta attenzione e credo sia parecchio utile per farsi un’idea di quello che ci succede intorno, perché è il racconto di chi ha percorso i nostri confini e ha incontrato la gente che cerca di entrare e quella che vive all’interno. È un racconto, pieno di testimonianze orali e visive, della situazione che stiamo vivendo in questo momento e non solo. Dico non solo perché è ovvio che ciò che accade oggi è il risultato del passato.

Davvero molto interessante!

Titolo: Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere
Autore: Marco Truzzi
Genere:
 Letteratura di viaggio
Data di pubblicazione:
 16 marzo 2017
Pagine: 168
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena


Marco Truzzi (Correggio, 1975). Giornalista, laureato in Filosofia, ha conseguito un master all’Università di Urbino in ambito editoriale. Ha pubblicato articoli e racconti in antologie, riviste, giornali, web e radio. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo, Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere (Instar), con cui ha vinto il premio Rhegium Julii, il premio Fortunato Seminara e il premio Bagutta come migliore opera prima e che attualmente è in corso di traduzione per gli Stati Uniti. Nel 2015 è stato uno degli 8 autori selezionati per Syntagma Square, progetto di romanzo corale europeo.

#LeggoNobel | “Razza di zingaro” di Dario Fo

Lunedì 6 marzo con il gruppo di #LeggoNobel ci siamo dedicati alla lettura di un libro veramente breve di un autore italiano, Dario Fo, scomparso lo scorso anno ma ricordato soprattutto per il teatro, tanto che molta gente non sa che ha scritto anche altre cose. Noi siamo andati a trovare un romanzo piccolo piccolo, Razza di zingaro, in cui si racconta in maniera un po’ teatrale la storia di un personaggio realmente esistito, Johann Trollmann, un pugile tedesco nato da una famiglia di origini sinti (un’etnia nomade europea, i cui membri vengono spesso definiti, anche nel libro, zingari). Johann, detto Rukelie (l’albero) per la sua bellezza e il suo fisico, divenne famoso intorno alla fine degli anni Venti per il suo stile nel combattimento: faceva dei movimenti brevi, era molto rapido e durante gli incontri sembrava che danzasse (cosa che si ritroverà molti anni dopo anche in Muhammad Ali). Questo ragazzo – e lo chiamiamo ragazzo perché non raggiunse nemmeno i quarant’anni – ebbe la grande sfortuna di nascere e vivere nel periodo sbagliato, quello della prima guerra mondiale e anche della seconda, divenendo anche oggetto della persecuzione nazista.

Johann innanzitutto, nonostante fosse famoso, non riuscì mai a vincere i campionati importanti, perché era uno zingaro, ma il nazismo incise molto anche sulla sua vita: tra le altre cose fu costretto a divorziare dalla moglie perché questa potesse cambiare cognome, si dovette sottoporre alla sterilizzazione, e infine fu deportato al campo di Neuengamme, nei pressi di Amburgo, dove tutti lo conoscevano e lo facevano combattere contro le guardie nonostante fosse stremato e malato.

Dario Fo (Sangiano, 24 marzo 1926 – Milano, 13 ottobre 2016)

Quella di Rukelie è una storia forte, che è stata raccontata anche da altri autori, ma di cui, personalmente, non sapevo nulla. Lo stile di Fo romanziere è asciutto, senza orpelli, e ha anche un taglio teatrale: è pieno di dialoghi, rapidi e fitti. Se di positivo c’è che si ha l’impressione di trovarsi nella scena coi personaggi e vivere la storia insieme a loro, il lato negativo è che si può un po’ perdere il filo e stancarsi. Ad ogni modo, il libro scorre e si legge facilmente.
Razza di zingaro va a inserirsi nella collana Narrazioni dell’editore Chiarelettere, una collana che raccoglie storie vere narrate da autori di un certo livello. Dario Fo, nello specifico, in questo libro uscito nel 2016, ha scelto di seguire la vita di Johann Trollman dagli 8 ai 36 anni, raccontandoci di come sia nata la passione per li pugilato, di come fosse bello e le ragazze fossero impazzite per lui, di come fossero le famiglie sinti e di come dovette destreggiarsi per sopravvivere durante il regime nazista. Ma l’autore non si limita a narrare. Fo, versatile com’era, ha pensato di inserire nel libro alcune illustrazioni realizzate da lui, disegni molto belli (spesso quasi abbozzati) che rappresentano pugili nell’atto di combattere ma non solo.

Johann Wilhelm Trollmann (Wilsche, 27 dicembre 1907 – Neuengamme, 9 febbraio 1943)

Per quanto mi riguarda, sono partita con poche aspettative su questo libro, ma confesso che mi ha stupito. Non mi aspettavo una storia del genere perché, come ho già detto, non conoscevo il protagonista e le sue vicende. Ve lo consiglio!

(Dal 10 aprile inizieremo la lettura di Sconosciute di Patrick Modiano. Ci trovate qui: https://www.facebook.com/groups/leggonobel/)

Titolo: Razza di zingaro
Autore: Dario Fo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 160
Prezzo: 16,90 €
Editore: Chiarelettere

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena

“Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

Kazuo Ishiguro è un autore che ho sempre voluto leggere ma a cui mi sono dedicata lo scorso dicembre, quando mi è stato regalato Quel che resta del giorno, il romanzo che narra le vicende di un maggiordomo inglese che fa un viaggio nella campagna inglese e poi finisce per esplorare più ciò che sta nel fondo del suo cuore che quelle terre magnifiche. Tantissime persone mi hanno consigliato, poi, di leggere Non lasciarmi e io da brava l’ho fatto la settimana scorsa, scoprendo una storia bellissima e particolarmente drammatica. Ho trovato, cioè, un libro di quelli belli tosti che piacciono a me. Parlarne, però, mi riesce abbastanza difficile perché, affinché possiate capirlo appieno dovrei svelarvi dei particolari (delle motivazioni, più che altro) che non dovrei nemmeno citare. Ma ci proviamo.

Kathy, Ruth e Tommy sono tre ragazzi che vivono ad Hailsham, un collegio che si trova nella campagna inglese. Non sono esattamente orfani, ma non hanno neanche dei genitori, semplicemente si trovano lì e vengono accuditi da custodi e insegnanti che li preparano ad un tipo di vita particolare: cercano di far sviluppare loro doti artistiche e di farli studiare, danno indicazioni su cosa fare e non fare, come per esempio non bere, non fumare, preservare il proprio corpo e la propria anima, insomma. Perché un giorno saranno donatori e andranno incontro al loro ciclo. Ai ragazzi non è permesso fare troppe domande sul periodo che si trascorre lì, capiranno tutto crescendo: che significa essere donatore? Che cosa fa un assistente? Che significa completare il proprio ciclo? Perché una certa Madame preleva alcuni dei loro disegni e li mette nella sua “galleria” privata?
Ma soprattutto: perché non possono legarsi a chi è diverso da loro? Perché viene detto loro quasi di non innamorarsi, che è permesso avere piccole storie ma solo fra loro? Queste sono solo alcune delle tante domande a cui si darà risposta più avanti, domande che nascono dalla strategia degli insegnanti del “dire e non dire”. E io non posso dirvi altro!

La storia è narrata in prima persona da Kathy, che è legata a Tommy da una grande amicizia. Nonostante ciò, il ragazzo, almeno durante l’adolescenza, sta insieme a Ruth, anche lei amica di Kathy ma in un modo un po’ particolare. Ruth sembra essere una che vuole stare al centro dell’attenzione, che vuole avere il controllo di tante cose ed essere popolare; in realtà anche lei è una persona molto fragile e lo dimostra nei momenti in cui si trova da sola con Kathy e si lascia andare ad attimi di dolcezza inaspettata. Tommy, invece, fin da piccolo, è un ragazzo problematico, ha delle improvvise esplosioni di rabbia, viene messo da parte dagli altri, a volte persino sbeffeggiato; ma Kathy gli è sempre amica, e lui crescendo impara a controllarsi. Ma il suo carattere, l’irruenza che cerca per tutta la vita di tenere a freno, la rabbia che ha dentro sembrano essere una strana forma di consapevolezza di sé e del proprio destino: è come se Tommy sapesse da sempre ciò a cui tutti stanno andando incontro e tentasse di non arrendersi.

Ed effettivamente vanno tutti incontro ad un destino a cui cercheranno in tutti i modi di sfuggire, dando credito a voci di corridoio ma soprattutto al loro cuore. Perché con piccoli accenni chi li ha allevati ha fatto nascere in loro il sospetto di cosa li aspetta, e perfino Kathy immagina come sarà il suo futuro, già da quando si appassiona alla canzone contenuta nella sua cassetta del cuore, quella che dice Non lasciarmi. Una canzone a cui la ragazzina dà un significato speciale, che alla fine potrebbe rivelarsi molto vicino alla verità.

Ciò che rendeva quella cassetta tanto speciale per me era una canzone in particolare, la numero tre, Never Let Me Go.
È un lento, musica d’atmosfera, tipicamente americano, e c’è quel verso che si ripete quando Judy canta: «Non lasciarmi. .. Oh, tesoro… Non lasciarmi…» Avevo undici anni allora, non avevo molta dimestichezza con la musica, ma quella canzone, be’, ne rimasi affascinata. Continuavo a riavvolgere il nastro esattamente nel punto dell’inizio, in modo da poterla ascoltare ogni volta che me se ne offriva l’occasione.

Ma se Non lasciarmi è una storia drammatica, è anche un libro che parla d’amore, di legami (come quello fra Kathy e Tommy, che diventa sempre più forte), di politica e progresso. Ishiguro crea una sorta di distopia, un mondo in cui avvengono pratiche che nella società reale mai potremmo accettare, nello specifico si parla di un’umanità che utilizza alcune persone solo ed esclusivamente per determinati scopi, e quando le ha spolpate fino all’osso le mette via perché ormai inutili. E anche se l’argomento è parecchio forte, l’autore lo tratta con grande delicatezza, mettendo al centro della sua storia tre ragazzini, vittime e ingranaggi di un sistema scellerato, che nascono, crescono, vivono e s’innamorano con la speranza nel cuore. Senza alcun dubbio, quella raccontata è una vicenda che trasmette malinconia, e forse proprio per questo Non lasciarmi è un libro che non si dimentica, che, come si suol dire, “ti lascia qualcosa dentro”. Voltata l’ultima pagina non puoi dimenticarti di Kathy, Ruth e Tommy. Soprattutto di Tommy, un personaggio che, personalmente, ho amato moltissimo per la sua dolcezza.

Per questo penso che sia un libro che non può mancare nelle nostre librerie.

Continuo a pensare a un fiume da qualche parte là fuori, con l’acqua che scorre velocissima. E quelle due persone nell’acqua, che cercano di tenersi strette, più che possono, ma alla fine devono desistere. La corrente è troppo forte. Devono mollare, separarsi. È la stessa cosa per noi. È un peccato, Kath, perché ci siamo amati per tutta la vita. Ma alla fine non possiamo rimanere insieme per sempre.

Titolo: Non lasciarmi
Autore: Kazuo Ishiguro
Traduttore: Paola Novarese
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2005 (2007 questa edizione)
Pagine: 291
Prezzo: 12 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Le nostre anime di notte” di Kent Haruf

Sto parlando di attraversare la notte insieme.
E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici.
Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire.
Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?

 

16722684_10210990881759411_5642372498764312145_oLo aspettavo con ansia e finalmente a metà febbraio è uscito: Le nostre anime di notte, edito da NN e tradotto ancora una volta dal buon Fabio Cremonesi, è esattamente il libro che mi aspettavo di avere tra le mani. Chi mi segue da più tempo – anche se ultimamente vado a rilento – sa che l’anno scorso mi sono innamorata in modo rapido e folle di Kent Haruf, e non occorre che vi metta i link delle recensioni della Trilogia della Pianura perché potete andare nella pagina dell’elenco degli autori trattati in ordine alfabeti e lo trovate alla H. Questo scrittore, che purtroppo ci ha lasciati nel 2014 (e dico purtroppo perché probabilmente ci avrebbe regalato tanta altra roba di grande livello), mi ha conquistata col suo stile che in alcuni momenti mi ha ricordato quello asciutto ma incisivo di Hemingway e che in generale è sempre stato all’altezza delle situazioni narrate. Devo dire che l’unica pecca del romanzo che ho finito di leggere qualche giorno fa è che finisce subito, è breve, ma in compenso ci lascia tanto.

Addie Moore, vedova ormai da un po’, un giorno decide di andare a far visita al suo vicino, Louis Waters, solo anche lui, per chiedergli se vuole passare le notti da lei a parlare e a farsi compagnia. L’uomo inizialmente rimane turbato, più che altro perché Holt è una piccola cittadina e la gente parla, ma poi accetta e va a trascorrere la notte da Addie. L’esperienza è estremamente positiva, i due iniziano a conoscersi meglio, a mettere a nudo le proprie anime e raccontarsi tutto ciò che non sanno l’una dell’altro: scoprono, infatti, di non essere stati sempre felici e di essersi tenuti dentro dolori che sarebbe stato meglio tirar fuori. Se in un primo momento tutto va come deve, dato che Louis alle prime luci del mattino fa ritorno a casa sua per non dare nell’occhio, la piccola comunità in cui vivono inizia a spettegolare su queste due persone che chissà che cosa fanno, come mai non si vergognano, alla loro età, ma dove si è mai vista una cosa del genere… E ci si mette anche Gene, il figlio di Addie, a tentare di dividere la madre da Louis, Gene che dovrebbe badare alla sua famiglia, in particolare al figlio Jamie che ha lasciato tutta l’estate a casa della nonna per risolvere i problemi con sua moglie. È a questo punto che Addie e Louis saranno costretti a prendere una decisione: continuare a vivere in questa bolla felice o cedere alla cattiveria di chi li circonda e smettere di vedersi?

Amo questo mondo fisico.
Amo questa vita insieme a te.
E il vento e la campagna, il cortile, la ghiaia sul vialetto.
L’erba, Le notti fresche.
Stare a letto nel buio a parlare con te.

Addie e Louis sono due persone che hanno ormai superato la settantina e sono rimaste sole. Entrambi vedovi, hanno deciso di farsi compagnia e, se in altri contesti potrebbe essere una cosa normale, a Holt – piccola città nei dintorni di Denver, Colorado, in cui sono ambientati tutti i romanzi di Kent Haruf – sembra una cosa fuori da ogni logica. Le persone ne parlano, si chiedono come mai questi due anzianotti non abbiano alcuna vergogna a sbandierare una relazione che (chissà per quale motivo) appare sconveniente, soprattutto per Louis che, lo sanno tutti, una volta ha lasciato la moglie per vivere con un’altra e poi è tornato a casa più per dovere che per amore. Ma ciò che traspare dalle parole dei protagonisti è che non c’è più tempo, la vecchiaia avanza e chissà quanta vita resta ancora da vivere, bisogna godersi l’ultima parte del cammino. È quello che il traduttore Fabio Cremonesi nella nota finale definisce come un senso di urgenza, spinge Addie e Louis a fare cose che non avrebbero mai pensato prima.

Quello che colpisce è la tenerezza che avvolge la relazione tra i due anziani (e che speriamo di vedere presto nel film che stanno girando con Jane Fonda e Robert Redford che dovrebbe uscire quest’anno), una relazione fatta di attenzioni e di condivisione, qualcosa che forse dovrebbe essere la regola per ogni tipo di rapporto, ma a cui spesso si arriva in età già adulta o addirittura avanzata. Addie e Louis non si nascondono nulla, lui le racconta senza peli sulla lingua come sia stato tradire la moglie e andare a vivere con un’altra, lei invece gli parla della morte della figlia, sviscerando quel dolore e quelle sensazioni che si è tenuta dentro molto a lungo perché per “delicatezza” nessuno ha mai fatto cenno a quegli eventi.
Ma la tenerezza sta anche nelle parole con cui Haruf descrive Jamie, il nipotino di Addie. È quello stesso mix di dolcezza e delicatezza che l’autore dedica ad altri bambini o a vecchi fratelli burberi in altri suoi romanzi. In effetti, rispetto agli altri libri, questo mi è sembrato leggermente diverso, più che altro per lo stile che appare più positivo e addolcito (forse c’entra il fatto che lo stesso autore era già avanti negli anni e malato quando lo ha scritto?). Per quanto riguarda elementi che ricorrono, invece, mi viene in mente l’inesorabilità di certi destini, che però lascia intatta la speranza dei personaggi: è come se Haruf lasciasse sempre una porticina aperta, come se volesse dire “deve andare così, ma c’è qualcosa che possiamo sempre fare, possiamo fare una piccola lotta contro tutto e tutti”.

Una chicca: ad un certo punto Addie e Louis parlano di andare a teatro perché metteranno in scena delle vicende ambientate a Holt, uno spettacolo su due fratelli che accolgono in casa una ragazza incinta, storie sicuramente inventate dato che in quel paesino non ci sono mai stati individui del genere. Poi si chiedono come sarebbe se scrivessero un libro su di loro. Uno scherzetto metaletterario niente male!
Se Haruf vi aveva già conquistato, con Le nostre anime di notte potete andare sul sicuro.
Buona lettura!

Questo libro è per chi è stato a Holt e non vede l’ora di tornarci, ma è soprattutto per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato.

Titolo: Le nostre anime di notte
Autore: Kent Haruf
Traduttore: Fabio Cremonesi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015 (2017 questa edizione)
Prezzo: 17 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Briciole: “Panorama”, “La vegetariana”, “Furore”

Ritorno dopo una ventina di giorni di silenzio per parlarvi di alcuni libri che o mi hanno preso poco o di cui non sono riuscita a raccontare sul momento dimenticando molti dettagli. E mi dispiace molto in entrambi i casi, ma tra un impegno e l’altro purtroppo non si riesce a star dietro a tutto.

15977693_10210660749866320_2941111850295580373_nPanorama di Tommaso Pincio. È un libro che parla anche di libri. Ottavio Tondi è uno che ha rinunciato ad altre professioni per fare il lettore, ma non è un lettore normale, lui dedica la sua vita alla lettura ed è responsabile anche del successo di un grande best seller. È quasi venerato, tanto che lo invitano addirittura a leggere in pubblico, e la gente lo ammira, estasiata. Ottavio però ha anche un’ossessione per Ligeia Tissot, una donna conosciuta su un social network, Panorama, appunto. Non l’ha mai vista né incontrata, ma ha solo visto negli anni le foto del suo letto disfatto, cosa che lo ha spinto ad iniziare a scrivere. Appunti di ciò che lei gli faceva vedere nelle foto. Intorno a questo personaggio ruota tutta una storia a cui bisogna prestare parecchia attenzione, senza fermarsi solo a leggere le parole. Ci sono diversi spunti di riflessione che, andando troppo velocemente (e può succedere perché il libro è breve), si rischia di non cogliere, come ad esempio il ruolo dei social network oggi, la situazione dell’editoria e l’idolatria nei confronti di certe figure, oppure ancora le strane pulsioni umane e il voyeurismo, il desiderio di ficcare il naso nelle vite altrui.
DETTAGLI: Panorama, Tommaso Pincio, Romanzo, Letteratura italiana, 200 pp., NN editore 2015, 13 €, 4/5 stelline


16422591_1841309649415953_172744979047600112_oLa vegetariana di Han Kang è un romanzo che ho deciso di leggere come breve intervallo tra robe più corpose, ma che non credo di aver apprezzato molto, come invece hanno fatto altri. La storia è quella di Yeong-hye, una donna che una notte fa un sogno sanguinoso e raccapricciante e improvvisamente decide di diventare vegetariana. Se qui da noi la cosa può sembrare normale, nella società della protagonista è quasi un sacrilegio: la famiglia accoglie la scelta con rabbia e inizia a trattarla come se fosse pazza, l’unico che non la critica e, anzi, tenta di avvicinarsi a lei è il marito della sorella. In realtà Yeong-Ye può davvero essere instabile mentalmente, ma il suo disagio interiore (quello che ha nei confronti della carne) inizia a venire fuori piano piano fino a quando non diventa un disagio totale, nei confronti di quasi ogni essere animale, e sprofonda nell’anoressia nervosa.
Questo libro non mi ha presa, non mi sono sentita trasportare dalla sofferenza della protagonista e addirittura c’è qualcosa che mi ha infastidito, anche se non saprei dirvi cosa perché davvero non sono riuscita a capire. Potrebbe essere il modo di raccontare la storia, il linguaggio che cambia per ciascuna delle tre parti di cui La vegetariana è composto.
DETTAGLI: La vegetariana, Han Kang, trad. Milena Zemira Ciccimarra, 2007, Romanzo, Letteratura sudcoreana, 177 pp., Adelphi 2016, 18 €, 2/5 stelline


15941206_10210560732485948_6420604488741780400_nFurore di John Steinbeck lo abbiamo letto all’interno del gruppo di lettura di LeggoNobel. La storia inizia quando Tom Joad esce di galera, torna a casa e non trova più nessuno, tutto è cambiato. In realtà la sua famiglia si è già messa in marcia per andare a cercare una vita migliore in California, luogo quasi fiabesco in cui troveranno lavoro, la natura è rigogliosa e tutto sarà più facile. Ma non sarà così facile perché verranno trattati da fuggiaschi ovunque arrivino e mentre perdono pezzi vengono anche rifiutati. Cambiando molte parole ci ritroviamo a leggere la storia di molte persone che oggi fuggono dai loro luoghi d’origine per avere più denaro e benefici in posti che credono siano migliori, ma che in realtà non lo sono, anche perché poco aperti a ricevere il prossimo. Il linguaggio di Steinbeck si adatta perfettamente a quello dei personaggi, gente poco istruita che spesso ricorre a frasi fatte e proverbi per mostrare una saggezza popolare che, però, in certe situazioni serve a poco. Ci sono punti molto belli e punti che non mi hanno trasmesso nulla, quindi il mio giudizio globale è esattamente a metà tra un estremo e l’altro della scaletta di stelline. Non l’ho apprezzato come avrei dovuto e mi dispiace molto. Ho confermato però la mia impressione che il 99% dei romanzi americani è contraddistinto dalla presenza della polvere.
DETTAGLI: Furore, John Steinbeck, trad. Sergio Claudio Perroni, 1939, Romanzo, Letteratura americana, 633 pp., Bompiani 2013, 11,90 €, 3/5 stelline

La nuova sfida di Modus Legendi: mandare in classifica “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini

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Conoscete Modus Legendi? È una bella iniziativa volta a diffondere la buona letteratura, che nasce dalla comunità Billy, il vizio di leggere e dall’iniziativa di Angelo Di Liberto e Carlo Cacciatore. Spesso vediamo in cima alle classifiche di vendita libri che sono un insulto alla cultura e per i quali (citando Michela Murgia) “gli alberi si vendicheranno”. Per questo motivo, Modus Legendi si propone di mandare in classifica libri belli, che abbiano un certo valore, così nella prima e nella seconda edizione ha proposto ai lettori della comunità una cinquina di titoli tra cui scegliere quale supportare: nella prima, lo scorso aprile, ha vinto Il posto di Annie Ernaux, nella seconda (la cui votazione si è conclusa pochi giorni fa) il popolo ha scelto Neve, cane, piede di Claudio Morandini, che io ho letto un po’ di tempo fa (QUI la mia recensione). Per farlo andare in classifica non dobbiamo fare altro che acquistarlo in libreria dal 12 al 18 febbraio, ma attenzione: l’acquisto viene registrato solo se fatto in una delle librerie che fanno parte del circuito nazionale (cercate qui quella più vicina a voi).

Durante questa settimana ci saranno diverse iniziative in molte librerie. Il 15 febbraio si terrà la Maratona Modus Legendi gestita da Chiara Beretta Mazzotta (#MaratonaML): in questa giornata i librai aderenti faranno una staffetta passandosi la voce, raccontando chi sono, la propria esperienza con Modus Legendi e parlando di Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Exòrma Edizioni). A Palermo saremo particolarmente fortunati perché proprio il 15 l’autore sarà qui, alla libreria Feltrinelli, a parlare del libro insieme ai Billyni e poi parteciperà a una cena coi lettori organizzata dalla Modusvivendi (per tutte le info ecco qui l’evento).

Allora, supporterete anche voi questo bel libro? Mandiamolo in classifica, perché se lo merita davvero!