Elizabeth Jane Howard. Un’innocenza pericolosa | Artemis Cooper

Non poteva liberarsi della sensazione
che stare da sola fosse la prova di un fallimento,
della propria incapacità di far funzionare un rapporto d’amore,
indipendentemente da quanto spesso ci provasse.

 

Più volte ho ammesso di essere una grande fan di Elizabeth Jane Howard e soprattutto della sua fortunatissima saga dei Cazalet e per questo motivo, dopo molto tempo, ho deciso di leggere la biografia dell’autrice a cura di Artemis Cooper che Fazi ha pubblicato qualche anno fa e che ho ricevuto in regalo nello scorso Secret Santa organizzato da un gruppo di lettura che seguo. Quando uno scrittore ti piace così tanto è interessante conoscerlo meglio, capire come è arrivato a scrivere quello a cui ti sei appassionato, capire quanto c’è di quell’autore nei suoi personaggi, nelle sue storie e nella sua produzione in generale. È esattamente questo, infatti, che è accaduto leggendo Un’innocenza pericolosa, il racconto delle vicende personali di Jane Howard: ho scoperto ad esempio che le tre primogenite dei Cazalet, Louise, Polly e Clary sono tre sfaccettature della personalità dell’autrice: quella più libera e artistica, quella più legata alla casa e agli affetti, e la scrittrice sognatrice; ho scoperto che Viola Cazalet è Kit Somervell, la madre di Jane, ex ballerina che abbandona il sogno di una vita a favore del matrimonio e della famiglia; ho scoperto che Edward Cazalet è David, il padre di Jane, così confuso dalla figlia che cresce da arrivare a metterle le mani addosso. Ma non solo la saga, una parte di lei è anche in Cressy di All’ombra di Julius, anche gli altri romanzi sono basati molto sull’esperienza personale della Howard, su tutto quello che le è accaduto durante la sua lunga vita.

È stata una donna che emanava fascino ovunque andasse, gli uomini si innamoravano di lei al primo sguardo, intorno a lei gravitavano personalità di rilievo nell’ambito della cultura, poteva avere tutto ciò che voleva, eppure ha vissuto una vita all’insegna dell’infelicità. Si è sposata tre volte, l’ultima delle quali con Kingsley Amis (Martin, il suo figliastro è diventato ciò che è oggi proprio grazie a lei che si è interessata alla sua istruzione, e lo scrive in un articolo sul Mail on Sunday dopo la sua morte), ha avuto altre relazioni anche con uomini sposati che non l’hanno mai messa in cima alle loro priorità, non ha mai incontrato qualcuno che accettasse ogni parte di lei o che almeno, a lungo andare non se ne stancasse. È stata perfino vittima, ormai anziana, di un matto che l’ha sedotta facendole credere di essere tutt’altra persona. E nonostante tutti i problemi che ha avuto nei rapporti con i familiari e nelle relazioni amorose, stupisce quanto invece nei libri riesca ad essere lucida e a descrivere in maniera perfetta certe dinamiche sentimentali: di certo aveva una sensibilità spiccata, ma di fatto forse era più brava nella teoria che nella pratica.

Quando ho cominciato a fare le ricerche per questo libro, c’era sempre una domanda che continuavo a pormi: una donna che scrive così bene dell’amore e dell’inganno, e che nei propri romanzi coglie con tanta lucidità le motivazioni dei personaggi, come può commettere tanti errori nella sua vita personale? Adesso capisco che questa domanda metteva il carro davanti ai buoi. Era il suo vivere con questa estrema intensità emotiva; il suo buttarsi a capofitto nelle situazioni senza valutarne i rischi; il suo non riuscire a controllare la propria immaginazione impulsiva: tutto ciò faceva di Jane la romanziera che era.

Elizabeth Jane Howard è morta nel 2014, ma ci ha lasciato moltissimi romanzi, alcuni dei quali abbiamo letto, altri invece li scopriremo piano piano (mi è giunta voce che stiano lavorando a una sua nuova traduzione, io devo ancora recuperare Il lungo sguardo). Una cosa sicura è che è stata sottovalutata per molto tempo, la cosa più semplice che accada a una come lei è essere scambiata per “la donna che scrive romanzi da donne” quando invece si tratta di una persona che ha un particolare talento per l’introspezione e, invece di scrivere romanzi che abbiano la Storia al centro di tutto, si dedica a scrivere libri in cui al centro ci sono delle persone e il modo in cui reagiscono alla Storia e al cambiamento. Era una donna che voleva un giardino curato e una casa sempre piena di ospiti, non voleva stare da sola, perché forse, nonostante fosse una donna alta, imponente e un personaggio culturalmente importante, non è mai riuscita a sentirsi così forte da non appoggiarsi a nessuno, da non sentire il bisogno di essere amata per esistere.

Questi sono solo alcuni dei motivi per approfondire una figura così importante e affascinante, e il libro non appare affatto come un mucchio di testimonianze e appunti affastellati uno sull’altro, ma sembra proprio il romanzo della vita di Jane Howard. Se poi avete già letto qualcosa di suo, oltre ai suoi libri inizierete ad amare anche lei.
Buona lettura!

Titolo: Elizabeth Jane Howard. Un’innocenza pericolosa
Autore: Artemis Cooper
Traduttore: Franca Di Muzio e Nazzareno Mataldi
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 457
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi


Artemis Cooper – È autrice di diversi libri, fra cui Cairo in the War, 1939-1945, Writing at the Kitchen Table: The Authorized Bio- graphy of Elizabeth David e, più di recente, Patrick Leigh Fermor: An Adventure. Con il marito, Antony Beevor, ha scritto Paris After the Liberation, 1944-1949. Ha curato due raccolte di lettere oltre a Words of Mercury, un’antologia dell’opera di Patrick Leigh Fermor; e, con Colin Thubron, ha curato The Broken Road, volume conclusivo della trilogia europea di Fermor.

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Vita su un pianeta nervoso | Matt Haig

Se il mondo moderno ci fa stare male,
allora non ha importanza quello che abbiamo,
perché stare male fa schifo.
E stare male quando ci dicono che non ne abbiamo motivo,
beh, fa ancora più schifo.

 

È un po’ che m’interrogo su come parlarvi di questo libro e finalmente ho deciso di inserire il post nella categoria degli stralci, come citazione. Vita su un pianeta nervoso di Matt Haig (di cui poco tempo prima avevo letto Come fermare il tempo) è uscito per edizioni e/o il 6 febbraio e io da subito ho deciso che dovevo averlo. Avevo capito che, in soldoni, parlava del disturbo d’ansia dalla prospettiva personale dell’autore, che ne soffre, e siccome l’argomento m’incuriosisce molto – come molte altre cose che riguardano la psicologia – sono andata a prenderlo, anche se non subito perché ho avuto qualche difficoltà iniziale a reperirlo. Devo dirvi che mi sono trovata tra le mani un gioiellino, qualcosa che non solo mi ha offerto tanti spunti di riflessione, ma che mi ha anche aiutata a capire molti lati della mia personalità e tanti problemi che affliggono tutti noi senza che spesso ce ne rendiamo conto.

L’assunto da cui parte Haig è che il nostro pianeta diventa sempre più nervoso e noi tante volte non riusciamo a stare al passo con gli eventi, con gli altri, con le situazioni e rischiamo di impazzire con lui. Ma cosa possiamo fare per evitare che ciò accada? Lui, dalla sua esperienza (ho capito che oltre che d’ansia, abbia sofferto o soffra ancora di depressione), cerca di analizzare più elementi possibili per farci capire, e capire insieme a noi, qual è il confine tra noi e gli altri, dove siamo noi e dove si colloca tutto il resto. Quante volte controlliamo i social, le notifiche delle app? Quanto ci mette un completo estraneo a farci infervorare con un commento fastidioso su internet? Quanto sono capaci di creare allarmismo i giornali, la televisione e i siti di cronaca? Quanto ci possiamo sentire soli quando in realtà siamo connessi col mondo? Quanto le strategie di marketing ci fanno sempre sentire inadeguati: troppo grassi, con la pelle troppo secca/grassa, troppo sciatti? Quanto ci sembra di rimanere sempre indietro in questo mondo che va così veloce? Queste sono alcune delle domande a cui cerca di rispondere Haig e su cui vuole focalizzare la sua e la nostra attenzione.

Io non soffro d’ansia, ma quello che ho capito è che basta un attimo per cascarci, basta farsi trascinare troppo da tutto e tutti. Credo che Vita su un pianeta nervoso sia un libro da assumere come una medicina, a piccole dosi giornaliere. Io ho fatto così ed è per questo che ci ho messo circa due mesi a leggerlo, ma vi assicuro che ogni pagina vi resta dentro, spesso non si riesce a passare al capitolo successivo senza aver rimuginato molto su quello appena concluso. Non vedetelo come un libro di saggistica o un manuale di autoaiuto, non è niente di tutto ciò. Per spiegarvi meglio cos’è voglio lasciarvi uno stralcio.
Vi auguro davvero di poterlo leggere, serve a tutti.

Non mi piacciono i centri commerciali, ma non ho più attacchi di panico quando ci vado. La chiave per sopravvivere ai centri commerciali, ai supermercati, ai commenti negativi in rete o a qualunque altra cosa non è ignorarli, o sfuggirli, o combatterli, ma accettare la loro esistenza. Accettare di non avere alcun controllo su di loro, ma solo su noi stessi.
«Perché dopotutto» ha scritto il poeta Henry Wadsworth Longfellow, «la cosa migliore da fare quando piove è lasciar piovere». Sì. Lasciar piovere. Lasciare che il pianeta sia quello che è. Non abbiamo scelta. Ma anche, essere consapevoli dei nostri sentimenti, buoni e cattivi. Sapere cosa funziona per noi e accettare ciò che invece non funziona. Una volta compreso che la pioggia è pioggia, e non la fine del mondo, tutto diventa più facile

 

Titolo: Vita su un pianeta nervoso
Autore: Matt Haig
Traduttore: Silvia Castoldi
Genere: Saggistica
Anno di pubblicazione: 2019
Pagine: 408
Prezzo: 15 €
Editore: edizioni e/o

Parole nella polvere | Máirtín Ó Cadhain

Chissà com’è stato il mio funerale.
Non lo saprò finché non arriva il prossimo morto che conosco.
È anche ora che arrivi qualcun altro.

 

Ci troviamo in un cimitero del Connemara, una zona aspra e selvaggia dell’Irlanda dell’ovest, orientativamente a cavallo degli anni Quaranta. In questi luoghi di norma regna il silenzio, o almeno è ciò che chiunque si aspetterebbe. Invece lì c’è un borbottio continuo, un insieme di voci che si accavallano, l’una vuole sovrastare l’altra, ma i vivi non possono sentirle. Sono le voci dei defunti, che si ritrovano tutti insieme sottoterra una volta finita la loro vita sulla Terra. Il problema è che, se da vivi molti non si potevano soffrire l’uno con l’altro, lì sotto è pure peggio, perché sono stati sepolti vicini. Protagonista indiscussa di battibecchi, pettegolezzi e baruffe è Caitríona Pháidín, una donna cocciuta e presuntuosa che sembra essere in lotta col mondo intero: è arrabbiata col prete, con la sorella Nell, con la nuora, con la suocera e chi più ne ha più ne metta. Il suo problema principale è sapere se, dopo averla sepolta, suo figlio Pádraig e gli altri si siano occupati di farle costruire una bella croce in pietra dell’isola da mettere sulla tomba. Perché lei non può saperlo, come nessuno lì sotto può sapere nulla. L’unico modo per venire a conoscenza di ciò che è successo su da quando hanno smesso di vivere è che arrivi un nuovo defunto a portare notizie più fresche, così il loro svago principale diventa contare i giorni ai loro amici e parenti ancora vivi: quella stava già male, chissà quanto le rimane; quell’altro aveva avuto un incidente, magari arriverà presto; quella lì al prossimo parto ci resterà secca.

Questa è la storia che Máirtín Ó Cadhain (che si pronuncia all’incirca Martin O’Cain) ci racconta in Parole nella polvere, un romanzo pubblicato da Lindau nel 2017 che ho comprato lo scorso anno a Una Marina di libri su consiglio dei ragazzi allo stand dell’editore. Qualcuno lo ha definito una sorta di Spoon River irlandese con toni più ironici, ma credo sia più che altro per l’ambientazione e il contesto. Quello che mi affascinava di più, ad essere onesta, è il lavoro che ho scoperto dietro questo libro. Si legge sulla copertina che è il più grande romanzo mai scritto in gaelico, ed è proprio questo il problema principale per cui è stato così difficile che arrivasse al resto del mondo che non conosce il gaelico. In un post sul blog di Lindau, ma anche nell’introduzione e nella nota sulla traduzione alla fine del romanzo, viene spiegato che la traduzione italiana è mediata da tre versioni in inglese – una delle quali realizzata in un PhD in America, a Berkeley; ci hanno lavorato ben quattro persone, ciascuna delle quali ha tradotto la sua parte (ma poteva anche concentrarsi sulle battute di alcuni personaggi in particolare) per poi fare delle revisioni incrociate. Alla fine di questo processo comunque l’opera è passata al vaglio di un ultimo revisore.

Connemara [Fonte: wanderlust.co.uk]

Lo scoglio principale – sia per la traduzione che per la lettura – di questo romanzo è che i dialoghi sono confusi, non si capisce mai chi stia parlando perché non è mai specificato. Questo contribuisce a creare quell’atmosfera di confusione in cui Ó Cadhain vuole immergere i suoi personaggi, ma anche noi lettori. All’inizio non ci viene presentato nessuno dei personaggi, a parte un piccolo elenco all’inizio; dobbiamo considerare ogni battuta come un piccolo pezzetto di un puzzle da ricostruire. Capiremo così perché Caitríona è arrabbiata con tutti, quali sono le questioni di soldi ed eredità su cui tutti litigano, cosa sia successo tra la moglie del maestro e il postino dopo che il maestro è morto, e tante altre cose. È una storia, insomma, che si va componendo man mano che continuiamo la lettura. I dialoghi si trasformano inevitabilmente in litigi, nessuno vuole farsi mettere i piedi in testa, soprattutto Caitríona, tutti vogliono sapere in quale lotto sono stati sepolti, perché ogni lotto ha un prezzo diverso e i soldi spesi da chi li ha sepolti sono un’indicazione di quanto i parenti tenessero a loro.

L’autore, quando qualcuno speculò sulla somiglianza con Spoon River e con un racconto di Dostoevskij, dichiarò di aver assistito di persona a un fatto accaduto realmente nella sua zona qualche anno prima. A quanto sembra, in un cimitero del Connemara, dovevano seppellire una donna, ma i becchini aprirono la fossa sbagliata. Dato che la giornata non era delle migliori, non potevano scavarne un’altra, quindi decisero di mettere comunque lì la donna, ma qualcuno disse che l’avevano posta sopra un’altra donna che in vita era stata una sua nemica. Così, quando qualcuno disse «Santa pace, chissà che cagnara faranno!» nella mente Ó Cadhain s’è accesa la lampadina che lo ha portato a immaginare le baruffe di Caitríona, Nora, Muraed e tutti gli altri, i cui nomi non sono stati tradotti, ma sono stati lasciati nella loro forma originale (anche se immaginiamo che Caitríona sarebbe stata Katherine, Pádraig Patrick, e così via).

Confesso che mi sono divertita molto a leggere Parole nella polvere, nonostante la difficoltà palese di capire ogni volta quale personaggio stia parlando. Man mano che si va avanti nella lettura, però, la personalità di ognuno di loro viene fuori e ci si abitua a distinguere una voce dall’altra.
Buona lettura!

Titolo: Parole nella polvere
Autore: Máirtín Ó Cadhain
Traduttore: Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 383
Prezzo: 26 €
Editore: Lindau


Máirtín Ó Cadhain (1906-1970) è stato uno dei più importanti autori in lingua irlandese del XX secolo. Molto impegnato sul fronte politico, nell’ambito del nazionalismo irlandese e come socialista, promuovendo l’Athghabháil na HÉireann (la riconquista dell’Irlanda) attraverso la cultura gaelica, fece parte dell’Irish Republican Army con Brendan Behan durante la seconda guerra mondiale. Oltre a giocare un ruolo chiave nel rinnovamento della letteratura irlandese contemporanea, scrisse racconti, romanzi e pamphlet di argomento politico o linguistico-politico. Nel corso della sua vita è stato anche giornalista e insegnante di irlandese.
Cré na CilleParole nella polvere, è unanimemente considerato il suo capolavoro.

Il guardiano della collina dei ciliegi | Franco Faggiani

Solo chi chiude tutti i conti con il passato
può riuscire a guardare oltre l’orizzonte
e a perdonare se stesso.

 

Shizo Kanakuri era un ragazzo giapponese nato a Tamana nel 1891. Aveva solo 21 anni quando nel 1912 venne convocato dal suo Paese per partecipare alle olimpiadi di Stoccolma. Era la prima volta che il Giappone portava qualche atleta, e infatti ne portava solo due. Shizo avrebbe partecipato alla maratona, che si sarebbe tenuta il 14 luglio. All’epoca i collegamenti non erano semplici come oggi: Kanakuri partì il 16 maggio in treno da Shinbashi per Tsuruga; da qui si imbarcò per Vladivostok, dove prese la Transiberiana per Mosca; dopo 18 giorni di viaggio, il 2 giugno, arrivò a Stoccolma. Il giorno della gara, il 14 luglio, la temperatura era così alta (circa 32 gradi) che un concorrente perse addirittura la vita, dato che a causa del regolamento non si poteva nemmeno fermare per un ristoro. Shizo non era abituato a tutto quel caldo, e a circa 30 km di percorso (dei 40,2 totali), spossato, vide da lontano una persona in un giardino che gli faceva cenno di avvicinarsi; pensò che, essendo buona la sua posizione, non avrebbe perso molto tempo se fosse andato a bere un po’ d’acqua. Quello spettatore gli offrì un po’ di succo di lampone – secondo altre fonti era succo d’arancia, ma non è importante – lui si sedette un attimo e da quel momento non si seppe più dove fosse finito il maratoneta giapponese. La polizia lo cercò per molto tempo, addirittura in Svezia fu dato per disperso.

Nella realtà Shizo Kanakuri si addormentò sulla poltrona nel giardino dell’uomo che gli aveva offerto ristoro, sparì dalla circolazione per un po’, di sicuro per il disonore (perfino l’imperatore aveva puntato tanto su di lui per dar lustro al Paese), e riapparve qualche anno dopo, quando gareggiò alle olimpiadi del ’20 e del ’24, dove, rispettivamente, arrivò sedicesimo e non classificato (per ritiro). Molti anni dopo un giornalista s’interessò alla storia del maratoneta scomparso, che però era ricomparso, e, dopo essersi fatto raccontare cosa accadde quel 14 luglio, decise, in occasione dei cinquant’anni dei giochi olimpici (quindi nel 1967) di invitarlo a Stoccolma in modo da fargli completare la gara del 1912, riprendendo da dove si era fermato: Kanakuri registrò così il tempo assurdo e incredibile di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi. Nonostante ciò, è considerato il padre della maratona giapponese.

Se questa è la storia reale, Franco Faggiani, nel suo nuovo romanzo che esce proprio oggi per Fazi, Il guardiano della collina dei ciliegi, vola con la fantasia e immagina che la vita di Shizo Kanakuri sia stata diversa e, per certi versi, più interessante e allo stesso tempo riservata. Faggiani ci racconta che il ragazzo, inizialmente confuso anche lui su cosa gli fosse accaduto dopo essersi dissetato, si vergognò così tanto per la delusione data al padre, all’imperatore e a tutto il Giappone, che intraprese un percorso di espiazione prima entrando nella Legione Straniera, dove cambia nome, e poi finendo di nuovo nel suo Paese, ma in un posto dimenticato da tutti. Arriva così in un paesino, dove conosce delle persone che si affezionano a lui e lo assumono come guardiano della collina dei ciliegi, praticamente un bosco di meravigliosi yamazakura, dei quali lui si dovrà prendere cura. Sarà lì che trascorrerà un’enorme parte della sua vita, nascosto e lontano da tutto e da tutti.
La natura offrirà a Shizo moltissimi insegnamenti e soprattutto gli darà moltissimo tempo per riflettere, ma la sua esistenza non sarà fatta solo di serenità, dimenticanza e gioie.

Faggiani, che non conoscevo perché non ho letto La manutenzione dei sensi uscito l’anno scorso sempre per Fazi, è molto abile nella descrizione dei luoghi e allo stesso tempo di fondere atmosfere fisiche e stati d’animo dei personaggi, specialmente del protagonista. Per gran parte della narrazione sembra quasi di trovarsi sulla collina, nella sua piccola dimora o tra quei ciliegi così speciali che sembrano diventare dei giganti buoni, delle divinità da venerare con costanza.

È un ciliegio selvatico delle montagne. Il più resistente al freddo e alla siccità. E anche il più longevo. Il suo tronco può diventare maestoso e salire nel cielo fino a trenta metri; anche lassù in primavera sbocciano i suoi fiori bianchi dai petali di neve. Lo yamazakura, signore, è il gran sacerdote degli alberi.

È tra questi alberi che avviene la vera crescita di Shizo Kanakuri, la sua maturazione spirituale che gli permette di ritrovare se stesso e andare oltre ciò che considera il suo peccato più grande, quello per cui è convinto di dover essere punito. Ma l’isolamento – anche se finalizzato a una redenzione – può diventare una prigione? Può trasformarsi in una punizione? È anche questa la riflessione che il lettore fa, ancor prima che arrivi a farla il protagonista, e che può trasformare nella nostra mente quel luogo di pace in qualcosa da cui bisogna in qualche modo prendere le distanze. In fondo, il cambiamento è alla base della vita di ogni essere umano, ciò che non cambia mai può diventare una condanna all’immobilità.

Fioritura dei ciliegi in Giappone (Fonte: siviaggia.it)

In questo romanzo Faggiani, per l’ambientazione e i personaggi, si avvicina molto a quello stile narrativo giapponese, molto delicato, che fa sembrare sempre tutto leggero, come se la vicenda fosse ambientata in un sogno, che non ha, insomma, quell’esigenza più occidentale di addentrarsi nel pantano dei sentimenti forti e sguazzarci dentro. Ovviamente non del tutto, perché l’autore non fa parte della tradizione letteraria orientale, ma il tentativo è forte e risulta credibile.
Sempre per quanto riguarda l’ambientazione, Faggiani afferma non solo di aver studiato luoghi, abitudini, persone e tradizioni del Giappone e della Svezia, ma di essere stato anche fisicamente a Stoccolma e aver avuto la possibilità di visitare lo stadio olimpico, che oggi è molto simile a com’era nel 1912 – fu inaugurato un mese prima dell’inizio dei Giochi. Sono certa che respirare quell’atmosfera sia stato importante per immedesimarsi in Kanakuri.
Infine, uno spazio importante viene dato alla corsa e al suo significato secondo i giapponesi. Non va considerata solo come una pratica sportiva o un’abitudine salutare, ma in Giappone sembra sia una vera e propria filosofia di vita, qualcosa che permette di rivelare l’essenza dell’essere umano. Di questo ci si accorge soprattutto leggendo la prima parte del romanzo, quella in cui si raccontano i duri allenamenti di Shizo anche (ma non solo) in vista della partecipazione alle olimpiadi: si ha quasi l’impressione che non siano volti a temprare il corpo del ragazzo, ma la sua mente.

Buona lettura!

Titolo: Il guardiano della collina dei ciliegi
Autore: Franco Faggiani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2 maggio 2019
Pagine: 232
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Franco Faggiani vive a Milano e fa il giornalista. Ha lavorato come reporter nelle aree più calde del mondo. Ha scritto manuali sportivi, guide, biografie, ma da sempre alterna alla scrittura lunghe e solitarie esplorazioni in montagna. Con il romanzo La manutenzione dei sensi (Fazi 2018), già tradotto in Olanda, vincitore del Premio Parco Majella, del Premio letterario Città delle Fiaccole e finalista al Premio Cortina 2018 e al premio Wondy 2019, ha ottenuto un grande successo di critica e di pubblico.

Meglio sole che nuvole | Jane Alison

J è una donna ormai matura, con un matrimonio fallito e una sfilza di relazioni andate male alle spalle, che decide di tornare a casa a Miami insieme al suo gatto Buster. Nel residence vicino al mare dove si trasferisce, un posto molto particolare e allo stesso tempo fatiscente (qualcuno manomette di continuo la spa degli uomini, ci sono strani allagamenti in più punti), si porta dietro tutti i suoi pensieri e Ovidio, che la tiene così impegnata nel suo lavoro di traduttrice dal latino tra un bagno nella piscina a clessidra, il pensiero alla madre anziana e una camminata veloce. J è sola, non nel vero senso della parola perché stringe amicizia con alcuni condomini, ha qualche amica che vede o sente ogni tanto e poi si prende cura del suo gatto, così vecchio che ormai deve portare un pannolino; è sola in quanto non accompagnata da un uomo. A lei sembra pesare molto, così dopo la separazione dal marito rifà una rapida carrellata delle sue relazioni passate, ma si rende conto che qualcosa non funziona. È lei che si è chiusa all’amore o sono gli uomini che ha frequentato a non essere abbastanza, ad essere deludenti e a non valerne la pena? Posto che la colpa non sta mai da una parte sola, quando non puoi cambiare lo stato delle cose puoi almeno cambiare il tuo atteggiamento nei confronti del problema.

Ma dare un taglio a cosa di preciso? Questo devo chiedermi.
Non sono stati forse decenni di comico disastro?
Dovrebbe essere una buona cosa dare un taglio a un disastro?

J, che come quasi tutti gli altri personaggi del libro (a parte Buster e Virgil) viene nominata solo con l’iniziale del suo nome, è la protagonista di Meglio sole che nuvole, un romanzo di Jane Alison pubblicato da NN editore nel 2018 con una traduzione di Laura Noulian. Non so se la definizione di “romanzo” sia la più azzeccata, dato che più che altro è una raccolta di pensieri e frammenti di vita della narratrice, pezzetti della sua storia personale che s’incastrano con il lavoro di traduzione di Ovidio, una miscela di riflessioni che prendono spunto dalle storie e dagli stralci del poeta romano – alcuni palesi, altri più nascosti che dobbiamo scovare noi se ne abbiamo gli strumenti. Forse perché J esca dal suo impasse sono necessari la saggezza di Ovidio, i suoi insegnamenti. Forse deve imparare a guardare meglio ciò che ha e a concentrarsi meno su ciò che le manca, ammesso che le manchi davvero.

Miami (Fonte: EF Italia)

Il concetto più importante di questo libro, infatti, sembra essere quello che ci viene in mente lette le prime tre parole del titolo: meglio sole che… male accompagnate (e il titolo non ha nulla a che vedere con l’originale che è Nine Island). J capisce che l’amore che aveva dentro, quello di cui era capace, forse lo ha già dato quasi tutto, che quello che resta può decidere benissimo per conto suo a chi rivolgerlo: al suo gatto, a sua madre, ai pochi amici, a un’anatra che sembra ferita o a ciò che preferisce. Nonostante ci sia sempre qualcuno pronto a dirle (e a dirci – a chi non capita di continuo?) che deve trovarsi un uomo, che la condizione ottimale della vita sia dividerla con qualcuno coinvolto con lei in una relazione intima, s’interroga sul concetto di amore e si rende conto che non c’è bisogno di sentirsi costretti a raggiungere traguardi che secondo gli altri sono naturali. Il traguardo più importante è stare bene con se stessi, raggiungere il proprio equilibrio, meglio soli che mal accompagnati, dunque, e meglio sole che nuvole, così da avere un cielo sereno. E non è affatto una sconfitta, anzi forse è perfino un segno di forza.

Ti amerò per sempre, qualsiasi cosa accada”, mi ha sussurrato mio marito una delle ultime notti insieme, prima che finalmente ci arrendessimo.

E forse questo è sufficiente. È sufficiente avere ricevuto un po’ d’amore, un tempo. Anche se non ha funzionato a lungo. Forse è sufficiente averne ricevuto in passato, e adesso vivere solo con i suoi frammenti, e non c’è proprio niente di male se dedichi l’amore che ancora ti resta a un vecchio gatto o a un’anatra, ai pochi cari amici, a tua madre. Sull’arca non tutti sono in coppia.

Tra capitoli più lunghi e pagine con pensieri e commenti veloci anche di pochissime righe, ho trovato questo libro molto interessante e pieno di spunti di riflessione. Sono quegli stessi pensieri che prima o poi è capitato a molti di fare nella vita, magari in quei momenti di stasi tra le nostre vicende sentimentali. Sembrano quasi degli appunti, quelli di J, che poi magari è Jane, confrontando la sua storia con la bio dell’autrice. Appunti sviluppati piano piano fino a trasformarsi nelle fondamenta di una vita futura. Chi può dirlo?

Buona lettura!

Titolo: Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami
Autore: Jane Alison
Traduttore: Laura Noulian
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 269
Prezzo: 18 €
Editore: NN editore


Jane Alison è nata a Canberra, ma è cresciuta negli Stati Uniti, dove ha studiato Lettere classiche e Scrittura creativa. Ha esordito nel 2001 con il romanzo The Love-Artist, incentrato sulla figura di Ovidio, ed è autrice di romanzi, racconti e saggi apparsi su New York Times, Washington Post, Boston Globe. Dopo aver vissuto in Germania e a Miami, si è trasferita a Charlottesville e insegna Scrittura creativa all’università della Virginia.

Fiori senza destino | Francesca Maccani

Perché qui siamo tutti come tanti fiori
che spuntano in mezzo al cemento,

veniamo su nella polvere e solo così sappiamo vivere.
Se ci strappano via, le radici restano piantate qui
e noi finisce che secchiamo tutti quanti
come le rose nei vasi senza acqua.

 

Lo scorso 21 marzo è uscito per SEM Fiori senza destino di Francesca Maccani. Io l’ho letto una decina di giorni fa e vi confesso che ci ho messo un bel po’ a capire come parlarvene, non solo per il libro in sé ma anche perché conosco l’autrice, è una mia amica, e volevo evitare collegamenti troppo ovvi (quasi stucchevoli e banali) tra il mio parere sul romanzo e il fatto che conosco Francesca. Dopo averci rimuginato tanto, mi sono resa conto che non corro questo rischio perché il libro parla da sé e adesso vi spiego perché.

Francesca è un’insegnante, trentina di origini e trapiantata a Palermo dopo aver sposato un palermitano (è qui, infatti, che ci siamo conosciute grazie alla libreria che frequentiamo, insieme a tante altre persone: un luogo di incontro e condivisione preziosissimo). Quando si è trasferita in Sicilia non è stata mandata a lavorare in una delle belle scuole del centro, piene di gente perbene e che ha i mezzi per assicurarsi una buona istruzione e non solo; no, l’hanno spedita al CEP, un quartiere di periferia nella zona nord-ovest della città, acronimo di Centro Edilizia Popolare, nato negli anni Settanta. Francesca, nel suo romanzo, si chiama Sara, e ci racconta le storie di alcuni degli alunni che hanno segnato la sua vita in quel periodo così forte del suo inizio palermitano. Sono storie vere accadute a persone vere a cui lei ha cambiato nome e spesso anche sesso nella finzione; sono storie con cui non necessariamente tutti entriamo in contatto durante la nostra esistenza, soprattutto se non abbiamo niente a che fare con l’insegnamento o con assistenti sociali et similia. Però esistono e Fiori senza destino aiuta a prenderne coscienza.

Questa terra non è fatta per narici delicate, profumi, sapori, colori e rumori ti precipitano addosso senza mai chiedere il permesso.

C’è chi, come Rosy, ha un ritardo cognitivo – la chiamano la picciridduna, la bambinona – ed è così ingenua da farsi mettere le mani addosso da Tanino, il maniaco del quartiere, che è l’unico a dirle quanto sia bella e le dà pure cinque euro. C’è Giada, che ha altre tre sorelle, figlie della stessa madre, ma tutte con un padre diverso, e ognuna di loro viene tolta alla mamma che non se può occupare. C’è Marcello, che viene affidato a nuovi genitori ma evidentemente il dolore che ha provato nella vita non è ancora abbastanza e la sua madre adottiva, a cui nel frattempo si è affezionato, muore per un incidente. C’è Cettina, che vive con la madre, una donna che si prostituisce in casa, lasciando la figlia a occuparsi di tutto: deve pulire, cucinare, ogni volta che deve andare in bagno è costretta a pulir tutto perché è l’unico servizio igienico e lo usano anche i clienti. O ancora Sciàron – così, perché il padre all’anagrafe non sapeva come si scrivesse Sharon e ha detto all’impiegato di scriverlo come si pronuncia – Rosalia, Milo, Luigi… Molti non hanno neanche mai visto il centro, non sono mai usciti dal CEP.
Ognuno di loro racconta se stesso con la propria voce, in capitoli che sono intervallati da spezzoni della vita di Sara alle prese con le sue incombenze quotidiane e allo stesso tempo così provata da ciò che le trasmettono quei ragazzi: spesso si tratta di un senso di inutilità e frustrazione, il fallimento di un sistema scolastico che non riesce a salvare tutti.

Perché la scuola e la famiglia dovrebbero essere per i ragazzi ciò che li forma e li aiuta a crescere, ma i protagonisti di Fiori senza destino non sempre ce la fanno. Per loro molte volte la casa non è un posto sicuro, ma un luogo da cui vogliono fuggire: i maschi rifugiandosi nella criminalità, le femmine facendo la fuitina, facendosi mettere incinte e finendo ad abitare in casa dei suoceri. La cosa più importante per tutti loro è stringere i denti – spesso digrignarli – e farsi rispettare da tutti, far capire chi comanda a tutti gli altri ragazzini attraverso l’aggressività. Non dimostrano i dodici, tredici anni che hanno in realtà, hanno dovuto imparare a crescere molto più in fretta e sanno come va la vita in certi posti, tra quei palazzoni dove regna il degrado. E anche se è normale rassegnarsi e pensare che sei nato lì, non puoi farci niente e allora devi rimboccarti le maniche e resistere meglio che puoi, qualcuno ogni tanto sfugge alla maledizione, si appassiona allo studio, capisce che è una cosa che può salvarlo e torna a casa praticamente solo per dormire.

Quando è sobrio mio padre mi dice sempre che sono il suo orgoglio e che devo impegnarmi e studiare per avere una vita migliore. «Dio ti ha donato una bella testa, figlio mio, usala per bene, porta piccioli a casa, mai legnate».

Francesca Maccani ha messo nero su bianco ciò che ha vissuto circa nove anni fa, quasi come a volerlo tirar fuori per liberarsi di un tale macigno. E lo ha fatto calandosi nei panni di ognuno di questi ragazzi che ha conosciuto così bene, usando il loro linguaggio: lei, trentina, ci restituisce quel dialetto palermitano di periferia in maniera limpida e verosimile. Ma anche se sono i personaggi a parlare, è normale che diano voce all’esperienza che l’autrice ha avuto con loro, tutto è visto dalla sua prospettiva, in base a ciò che sa; ed è facile immaginare che quella narrata sia solo una piccola parte della realtà fatta di difficoltà, problemi, degrado e anche abusi spesso taciuti.
Ho trovato questo libro molto forte e interessante e sono convinta che questo racconto crudo (Francesca non ci addolcisce per niente la pillola) di vite così diverse dalle nostre possa essere importante per renderci conto di quello che spesso non vediamo – perché è lontano da noi – ma esiste.

Buona lettura!

Titolo: Fiori senza destino
Autore: Francesca Maccani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 21 marzo 2019
Pagine: 138
Prezzo: 15 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Francesca Maccani, insegnante, vive a Palermo. Ha pubblicato il saggio La cattiva scuola con Stefania Auci (Tlon, 2017, premio Donna del Mediterraneo). Sul blog “Giudittalegge” si occupa di recensioni online.

Benevolenza cosmica | Fabio Bacà

Bob, non credo che tu abbia capito di cosa sto parlando.
Io sono vittima di una pazzesca congiura interplanetaria
per eliminare ogni seccatura dalla mia vita
e sostituirla con favoritismi spudorati.

 

Ho sempre considerato Adelphi una casa editrice molto selettiva, attenta ai dettagli e con un catalogo di grande pregio (ed eleganza, sì), per cui quando ho saputo che avrebbero pubblicato un esordiente mi sono detta che sarebbe stato qualcosa da tenere d’occhio. Mi sono fiondata, quindi, subito a leggere Benevolenza cosmica, di Fabio Bacà, con la sua copertina giallissima, che purtroppo dal mio Kindle appare grigia, ma noi lettori digitali siamo abituati a questi inconvenienti. L’autore ci racconta la storia di Kurt O’Reilly (Kurt come omaggio a Vonnegut), un dirigente all’istituto britannico di statistica che si accorge che da circa tre mesi tutto sembra andare troppo per il verso giusto. Niente di strano, una botta di fortuna, potremmo pensare, e invece no: anche quando sembra che qualcosa di brutto stia per succedere, all’improvviso la fortuna arriva a soccorrerlo, come quando viene ferito lievemente e per questo il governo lo risarcisce con una vagonata di soldi, giusto per l’incomodo. E proprio in quest’ultima occasione fa un tentativo di rifiutarla, quella fortuna eccessiva, per liberarsene, e non ci riesce. Insomma, è perseguitato dalla buona sorte.
Kurt, che per lavoro si occupa di statistica, capisce che tutto questo è “statisticamente impossibile”, quindi, mentre è vittima della sua stessa paranoia, si rivolge a psicoterapeuti e mistici per capire che cosa gli stia succedendo, e da questi incontri gli interrogativi nascono numerosi: tutta questa fortuna potrebbe finire e tramutarsi in qualcosa di disastroso per compensazione? Se io sono così fortunato, deve esserci qualcuno intorno a me che si sta prendendo tutta la sfiga che non arriva a me?

«E perché diavolo mi sarebbe accaduta una cosa del genere? Io non credo nel karma o in altre fesserie simili».
«Be’, evidentemente queste fesserie credono in lei».

Ci ritroviamo così a vivere insieme al protagonista trentasei ore di ricerca spasmodica di un senso a tutto ciò che ha vissuto e sta vivendo, chiedendoci dove andrà a parare e soprattutto cosa gli capiterà di così disastroso, perché siamo sicuri che accadrà. A un certo punto, confesso che a me è successo, viene in mente perfino che in realtà Kurt possa essere morto in una sventura passata e vivere tutto questo da fantasma o in un’altra dimensione, un po’ come una delle teorie di Lost. Fra tanti spunti di riflessione offerti dai pensieri del protagonista (come la gestione dei rapporti umani o del tempo che abbiamo a disposizione, o ancora il senso del destino), al centro del romanzo troviamo il concetto di karma e le sue implicazioni, una sorta di principio di compensazione cosmica per cui tutto deve essere, prima o poi riequilibrato. E di questo equilibrio Kurt si rende conto grazie a uno degli incontri che avrà nella storia, l’ultimo, il più importante: quello grazie al quale tutto ciò che di grottesco, assurdo, paradossale e, più in generale, strano gli è accaduto riuscirà ad acquisire un senso.

Particolarmente brillante mi è sembrato lo stile di Bacà, col suo linguaggio ricercato, quasi all’eccesso, che all’inizio ci fa correre il rischio di rallentare molto la lettura. Bisogna, in effetti, prendersi un po’ di tempo per abituarcisi e anche per assaporare quella scrittura a cui non sempre il lettore è abituato. Una lentezza simile l’ho trovata anche nella narrazione delle “avventure” di Kurt, che a un certo punto potrebbero sembrare troppe, nel modo in cui vengono snocciolate una dietro l’altra; anche se – diciamolo – la sensazione di paranoia e incertezza che si insinua nella mente di chi legge sta proprio nel fatto che i suoi colpi di fortuna siano così tanti. Il flusso degli eventi, poi, inizia a generare una confusione tale, nei pensieri di Kurt e anche nei nostri, che assistiamo a un’accelerata finale che culmina nello scioglimento del dubbio: che cosa mi è successo? Perché?

Volete scoprirlo anche voi? Leggete questo gioiellino!

Titolo: Benevolenza cosmica
Autore: Fabio Bacà
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 7 marzo 2019
Pagine: 225
Prezzo: 18 €
Editore: Adelphi