In breve | Cartaneve | Ferdinando Albertazzi

Qualche giorno fa nella cassetta della posta ho trovato una bella sorpresa, che è arrivata in un momento in cui mi era venuto il blocco del lettore. Sarà la stanchezza fisica e mentale, oppure il fatto che avevo iniziato un libro che sto cercando di continuare a leggere ma che mi annoia davvero tanto e non so se porterò a termine, ma Cartaneve di Ferdinando Albertazzi mi ha riscossa un momentino. Si tratta di un romanzo per ragazzi di questo autore che ho letto già diverse volte e che si occupa principalmente di letteratura per i giovani.
Ve ne parlo in breve perché il libro è abbastanza breve e anche perché non sono solita dedicarmi a questo genere.

Ci troviamo in una scuola media, il nuovo professore di educazione fisica, il prof. Fiammetta, decide di organizzare una recita con la II B, una classe un po’ particolare per vari motivi: i ragazzi non brillano per rendimento scolastico, è un gruppo variegato per etnie e ci sono vari gruppetti isolati. Quella delle prove di teatro sembra un’ottima idea per trovare quell’aggregazione che manca alla classe, ed ecco che vengono scelti gli attori, i truccatori, i trovarobe, e i tecnici vari. Ogni tanto dopo le lezioni si provano le scene insieme. Il copione Fiammetta lo va scrivendo piano piano quasi partendo da ciò che nella realtà accade ai suoi studenti e sono tutti in attesa del colpo di scena finale che, Claudio almeno lo ha capito, dovrà esserci. Il professore però sembra uno strano insegnante di educazione fisica, non si accorge di tanti errori che i ragazzi commettono nello sport, come un passaggio sbagliato del testimone (con entrambe le mani invece di una sola) durante una staffetta o un nome sbagliato dato agli attrezzi.
Claudio, che ha quasi una vocazione da detective, però si accorge di tante piccole cose che, sommate, lo portano a rendersi conto che Fiammetta ha un segreto: è davvero un professore? Che cosa fa lì a scuola? Ed ecco che la verità poi appare chiarissima ai suoi occhi.

Cartaneve apre la collana noir per ragazzi “Rosso e nero” che comprenderà romanzi che toccheranno temi quotidiani in cui farà capolino il mistero, l’elemento anche più cruento. Il punto di forza di questo libro, e immagino anche gli altri a venire, nello stile di Albertazzi, è il saper intervallare la narrazione più seria con momenti più leggeri, strategia imprescindibile quando il target di riferimento è costituito dai più giovani. Tutto questo per dire che no, non ci si annoia affatto.
Buona lettura!

Titolo: Cartaneve
Autore: Ferdinando Albertazzi
Genere: Noir per ragazzi
Anno di pubblicazione: gennaio 2019
Pagine: 120
Prezzo: 9,90 €
Editore: Risfoglia – Curcio editore

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L’ambasciatore delle foreste | Paolo Ciampi

Comincia così la storia dell’uomo che amerà gli alberi.
Alberi, scriverà un giorno,
che saprà considerare persone, non cose.
Più di quanto ci riesca io.

 

Se c’è un genere a cui mi dedico di rado, ma che mi dà sempre grandi soddisfazioni, questo è la biografia. Sono convinta che dietro l’idea che ci si fa di un personaggio a partire dal suo operato, dal suo ruolo nella storia o da ciò che decide consapevolmente di far vedere alla società, ci sia tanto altro. Ma questo “altro” da dove può venir fuori per permetterci di conoscere meglio una persona? Diari, lettura attenta di ciò che ha scritto (se è uno scrittore), connessioni tra i luoghi in cui ha vissuto o l’importanza delle battaglie che, metaforicamente, ha combattuto. È così che Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, tira fuori dal dimenticatoio per alcuni e fa scoprire ad altri la figura di George Perkins Marsh, uno che potremmo descrivere come ecologista ante litteram, un uomo curioso e così versatile da lanciarsi spesso in iniziative di scarso interesse che non lo hanno portato a nulla. Ma che in altri casi ha saputo fare la differenza.

Cos’è che ha fatto di noi quello che siamo? Quali e quante parti ci compongono?
Discendiamo da parole, gesti, sguardi. Siamo eredi di istanti che abbiamo vissuto e di cui a volte non siamo nemmeno consapevoli. O di cui diveniamo consapevoli solo da un certo punto in poi: e che almeno non sia troppo tardi.

George Perkins Marsh (Woodstock, 15 marzo 1801 – Vallombrosa, 23 luglio 1882)

L’ambasciatore delle foreste, edito da Arkadia editore qualche mese fa (nella collana Senza rotta curata da Luigi Preziosi e Marino Magliani), nasce dopo che Ciampi legge un libro, datogli anni prima da un amico, in cui Marsh parla degli effetti che una gestione sbagliata delle risorse da parte dell’uomo può avere sul nostro pianeta. Ciampi vuole capire chi era quest’uomo vissuto nell’Ottocento che già trattava argomenti che oggi sono caldissimi, ma non sa da dove partire. Definirlo “ambasciatore, intellettuale, ecologista” sarebbe sbrigativo, sembrerebbe l’occorrente per una lapide. Quindi – senza neanche sapere come cominciare per introdurre un tale personaggio – decide di raccontarci da dove è partito, chi era la sua famiglia, come è arrivato a essere chi era. Nato a Woodstock nel 1801, quando ancora la città non era famosa per il concerto, studiò e diventò avvocato, ma si applicò sempre a qualsiasi cosa potesse suscitare la sua curiosità, arrivò perfino a pubblicare un volume sui cammelli e a occuparsi di linguistica, di finlandese, norreno o islandese. Si sposò, ebbe due figli, perse la moglie e un figlio, e poi si risposò con un’altra donna che lo amò molto e che condivise con lui molte delle sue battaglie.
Ambasciatore lo fu davvero, per gli Stati Uniti in varie parti del mondo, con un mandato riconfermato più volte da più presidenti; e lo fu anche nell’Italia che era appena nata dopo l’unificazione. Visse nel nostro Paese per molto tempo e lo amò tantissimo, ne amava proprio il territorio, le montagne, i boschi, che guardava con il suo occhio da ecologista e non da semplice ammiratore. Faceva lunghe camminate fino a quando fu troppo vecchio per certi passaggi impervi e certe distanze, ma non si arrendeva perché sentiva che quei luoghi erano il suo paradiso.

Sarà sempre così nella sua vita, intendo, nel suo lavoro di parlamentare o di diplomatico. Un acrobata in precario equilibrio. Sospeso tra la voglia di dare il meglio di sé e la voglia di fare altro. Non di non fare niente, ma di fare altro.

Ed è proprio la sua permanenza in Italia e, nello specifico, a Firenze, che lo rende così vicino a Paolo Ciampi, il quale scrive questo libro quasi a volerne celebrare il lato umano mettendo da parte quello da diplomatico. In quello che appare come un lungo dialogo col lettore, l’autore racconta di un uomo stravagante che mentre incontra i reali o le alte cariche dello Stato, mentre cioè conduce l’esistenza di un ambasciatore, si preoccupa di salvare le foreste, di creare parchi o di come portare i cammelli nelle praterie degli Stati Uniti. E proprio perché non si tratta di una biografia da manuale, il punto di forza de L’ambasciatore delle foreste è il modo di Ciampi di trasmetterci la sua ammirazione nei confronti di Marsh senza mai diventare troppo serio o didascalico.
Secondo alcune voci potrebbe essere uno dei possibili candidati al Premio Strega 2019. Staremo a vedere. Nel frattempo, buona lettura!

Titolo: L’ambasciatore delle foreste
Autore: Paolo Ciampi
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 158
Prezzo: 14 €
Editore: Arkadia


Paolo Ciampi – Giornalista e scrittore fiorentino, Paolo Ciampi ha lavorato per diversi quotidiani e oggi è direttore dell’Agenzia di informazione e comunicazione Toscana Notizie. Si divide tra la passione per i viaggi e la curiosità per i personaggi dimenticati nelle pieghe della storia. Ha all’attivo oltre venti libri con diversi riconoscimenti nazionali e adattamenti teatrali. Gli ultimi, in ordine di pubblicazione, sono L’uomo che ci regalò i numeri (Mursia) che racconta i viaggi e le scoperte del matematico Leonardo Fibonacci, L’Olanda è un fiore. In bicicletta con Van Gogh, finalista del Premio Albatros – Città di Palestrina, e due libri che raccontano cammini, Tre uomini a piedi (Ediciclo) e Per le Foreste sacre (Edizioni dei Cammini). Con Tito Barbini è uscito per Clichy con I sogni vogliono migrare. È molto attivo nella promozione degli aspetti sociali della lettura e partecipa a numerose iniziative nelle scuole.

L’animale morente | Philip Roth

L’unica ossessione che vogliono tutti: l'”amore”.
Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi?
La platonica unione delle anime?
Io la penso diversamente.
Io credo che tu sia completo prima di cominciare.
E l’amore ti spezza.
Tu sei intero, e poi ti apri in due.

 

Tra una nuova uscita e l’altra cerco sempre di trovare il tempo per recuperare qualcosa che non è proprio recente ma che ha una sua importanza. È il caso di Philip Roth, autore che amo moltissimo e di cui voglio leggere piano piano ogni cosa. Questa volta mi sono concessa un libro piccolino, L’animale morente, pubblicato in originale nel 2001 e per il pubblico italiano nel 2002 da Einaudi, con una traduzione di Vincenzo Mantovani.
Protagonista e voce narrante della storia è David Kepesh, un professore di critica letteraria di sessantadue anni che appare anche in altri romanzi di Roth, come Il seno e Il professore di desiderio (che viene citato più o meno velatamente in questo libro). All’uomo è capitato spesso di intrattenere relazioni con alcune delle sue studentesse ma è quando incontra la ventiquattrenne cubana Consuela Castillo che la sua vita cambia. Lei non è come le altre, la loro non è una semplice relazione erotica; si convince che i seni di Consuela siano i più belli che abbia mai visto e ne è letteralmente ossessionato. Nonostante questo, David porta avanti da molti anni una relazione con una vecchia amante. Il suo atteggiamento nei confronti della vita e delle donne, comunque, influenza anche il figlio quarantaduenne, Kenny, che ha una moglie e una relazione adultera con un’altra ragazza perché – sembrerebbe – l’esempio che ha avuto in famiglia è stato quello di un padre che non sapeva prendersi delle responsabilità ed è finito anche lui sulla stessa strada.

David è combattuto, nonostante il suo interesse per Consuela, non lascia che la relazione vada oltre una forma esclusivamente fisica, si rende conto che è molto più vecchio di lei e che situazioni “più intime” come la conoscenza di familiari (lei poi fa parte di una famiglia benestante) o amici di lei sarebbe imbarazzante per lui. Non saprebbe come gestirla. L’indecisione lo logora. Sa che non troverà mai più un’altra come lei, ma anche Consuela negli anni non conosce più nessuno che ami e rispetti il suo corpo come il suo professore/amante, motivo per cui anni dopo tornerà a chiedergli qualcosa di molto importante.

Il titolo, com’è spiegato a pagina 75, viene da un verso di Yeats: «Consumami il cuore; malato di desiderio | E avvinto a un animale morente | Che non sa cos’è». Ma chi è l’animale morente? David che si strugge di desiderio e ossessione d’amore per una ragazza che non è destinata a lui, o Consuela? Quello che sembra palese è che Roth voglia metterci di fronte al classico legame tra amore e morte, eros e thanatos, un amore fisico e travolgente che però necessariamente deve portare a qualcosa di nefasto, quasi a compensare ciò che di bello e potente ha offerto in precedenza. David è prigioniero di Consuela, ribadisce di continuo la sua libertà lanciandosi anche in una lunghissima dissertazione sulla libertà sessuale degli anni Sessanta, quando le donne hanno cominciato a non sentirsi più legate a quegli stereotipi che le volevano virtuose e gli uomini si sono distaccati un po’ dai legami rigidi. È lui l’incarnazione di quel periodo, ma rimane invischiato nella relazione con questa giovane cubana che gli fa sentire quanto ormai i tempi siano cambiati e quanto lui sia diventato vecchio. Ne è così succube che si sente quasi in competizione con i giovani con cui lei ha avuto delle relazioni prima di lui: uno in particolare le aveva chiesto di osservarla mentre sanguinava nei giorni delle mestruazioni, e allora anche David le chiede la stessa cosa, addirittura va oltre. La potenza dell’attrazione sessuale.

Nonostante le descrizioni accurate o in un certo senso spinte, Roth, da grande scrittore qual è, non cade mai nel volgare, anzi fa emergere il dolore del suo protagonista che si dibatte tra ossessione e razionalità. Non dico di più perché l’autore lo conosciamo tutti, tanto è già stato detto e sicuramente il mio non è un parere nuovo, ma volevo comunque parlare a chi mi legge di questo bellissimo e breve romanzo che ho affrontato nei giorni passati, di quello che trovate nel libro e farvi capire che cosa mi ha lasciato.
A presto col prossimo Roth, allora! Buona lettura.

Titolo: L’animale morente
Autore: Philip Roth
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2002
Pagine: 113
Prezzo: 10 €
Editore: Einaudi

Nel cuore della notte (La famiglia Aubrey, vol. 2) | Rebecca West

Eppure che altro c’è di utile al mondo oltre all’amore?

 

Da oggi potete trovare in libreria Nel cuore della notte, il secondo volume della trilogia inglese di Rebecca West iniziata l’anno scorso con La famiglia Aubrey, pubblicata da Fazi con una traduzione di Francesca Frigerio. Per rinfescarci la memoria (ma potete anche leggere il post linkato) diciamo che al centro della vicenda c’è una famiglia di artisti con qualche problema finanziario: Piers è uno scrittore che spende più soldi di quanti ne abbia, Clare è un’ex pianista di fama che ormai non fa più concerti, Cordelia è la figlia maggiore che s’impunta nello studio del violino, le gemelle Mary e Rose studiano pianoforte con la madre e il più piccolo, Richard Quin è sempre coccolato. Alla fine del primo volume, abbiamo lasciato madre e figli che risolvono la mancanza di soldi con la vendita di quadri di valore (il cui valore, però, Clare aveva nascosto a Piers preoccupandosi che lui potesse buttar via anche quelli) e che affrontano l’improvvisa sparizione del padre. Cordelia purtroppo ha ricevuto una brutta delusione col violino, le è stato detto che è priva di talento, ed è questa sua mancanza di talento che la fa apparire così diversa e distante da tutto il resto della famiglia. Le gemelle hanno ricevuto delle borse di studio per intraprendere una carriera da pianiste e Richard Quin sta cercando di capire quale sia il suo strumento o, in una visione più ampia, la sua strada nel mondo.

Nel cuore della notte si svolge pochi anni dopo. Sugli Aubrey veglia adesso il signor Morpurgo, un uomo facoltoso che ha sempre ammirato Piers, lo ha aiutato e gli ha offerto sempre la sua amicizia incondizionatamente e ora, dopo la sua scomparsa, si prende cura della sua famiglia. La storia è narrata ancora una volta in prima persona da Rose, che insieme a Mary studia pianoforte con maestri più importanti e ha iniziato anche a fare qualche concerto, cosa che permette a tutti di avere qualche piccola entrata in più. Cordelia sembra essersi ripresa dalla delusione che ha fatto sì che la sua carriera venisse praticamente stroncata sul nascere, ma è indecisa su cosa fare, se diventare assistente di un commerciante d’arte, o se rassegnarsi ad essere una ragazza carina come tante altre che può aspirare solo a un buon matrimonio, senza realizzarsi in altri modi. Richard Quin è diventato un ragazzino assennato e furbo che conosce il mondo e tanta gente importante e sa farsi amare da tutti, decide di andare a Oxford a studiare e chissà se potrà riuscirci. Infine, la cugina Rosamund, ragazza molto carina e dolce, amata da tutti, ha trovato quella che (a ragione, all’interno di questo romanzo) chiama “la sua musica”, dato che sembra sia priva di talento musicale: è diventata un’infermiera, per il bisogno di aiutare gli altri.

E, da quello che ho appreso, sembra che la trilogia degli Aubrey, nell’idea di base di Rebecca West, dovesse essere dedicata proprio a Rosamund, mentre nei fatti al centro della storia c’è Rose, che narra le vicende della sua famiglia una cinquantina d’anni dopo i fatti, quando è ormai già adulta, attraverso il filtro dei suoi pensieri e dei suoi giudizi, spesso molto feroci e spietati, soprattutto nei confronti di Cordelia. Anche in questo romanzo, pubblicato trent’anni dopo il primo, si avverte il forte contrasto tra la famiglia protagonista e gli altri personaggi, tutti inseriti nell’epoca di fine Ottocento, inizio Novecento. Rose è adolescente, ma si rende conto che gli altri vivono in maniera diversa da loro, che si vestono, parlano in modo diverso, che la loro casa non ha niente a che vedere con quelle degli altri. E che anche le loro visioni del futuro sono differenti: le altre ragazze pensano a trovare un buon partito e sposarsi, loro devono riuscire in qualcosa, devono costruirsi un avvenire, nello specifico lei e Mary vogliono essere ottime pianiste e guadagnare dei soldi con i concerti (anche se ogni tanto lei stessa ha qualche segno di cedimento, come può capitare a tutti). Il punto è, però, che per Rose non sono gli Aubrey ad essere svantaggiati o inferiori al resto – almeno – della popolazione di Londra: sono gli altri, in quanto privi di talento, a doversi affannare in occupazioni o pensieri così banali. Non hanno il dono dell’amore per la musica, l’arte che li eleva culturalmente e spiritualmente al di sopra di tutto e tutti. Ed è questo che rende Nel cuore della notte, tra le altre cose, un romanzo femminista, e che fa pensare che Rose sia il personaggio che si fa portavoce del pensiero della sua autrice, Rebecca West.

Cordelia, invece, tutto questo lo ha sempre sofferto e lo soffre ancora, e per questo motivo si attira tutte le critiche di Rose e del resto della famiglia, a parte Clare che è un po’ più morbida nei suoi confronti, come se sapesse qualcosa che i suoi figli non sanno. La madre è il personaggio che, forse, più di tutti soffre la scomparsa e la mancanza di Piers, che pur non essendoci fisicamente rimane sempre nelle vite di tutti come un fantasma che li osserva senza essere visto. Fino alla fine Clare non smette di amarlo e pensare a lui.

Uno stacco importante, una svolta si avverte con l’arrivo della guerra, nel 1914, quando ancora non si capisce se l’Inghilterra parteciperà al conflitto e poi, invece, inizia a mietere tante vittime. La tranquillità, l’apparente atmosfera di serenità, musica, gioia per le piccole cose (lavarsi i capelli e mangiare tutti insieme le castagne davanti al camino), viene improvvisamente turbata e questo rappresenta un cambiamento irreversibile che forse collega questo romanzo all’ultimo volume della trilogia. Gli Aubrey però sono una famiglia forte, che ha saputo dimostrare in più occasioni di far fronte alle avversità e sono sicura che ne vedremo delle belle.
Rebecca West racconta attraverso il linguaggio di un’adolescente molto matura per la sua età una storia fuori dalle righe, atipica, forse, rispetto all’epoca in cui è ambientata. È la storia di una famiglia unita che, legata dall’amore per l’arte e per la musica passa attraverso diverse difficoltà e non riesce mai ad uscirne indenne, ma non per questo ne viene indebolita. E poi c’è anche quel tocco di magia che pervade ogni pagina del libro, la presenza di Piers che aleggia su tutti, gli spiriti maligni che Clare e le figlie sono riuscite a scacciare da casa di Rosamund e Constance e quello che accade alla stessa Clare (e io assolutamente non ve lo dico!).

Insomma, misteri, affetti, legami, difficoltà, in questo libro, apparentemente più lento ma di sicuro più drammatico del precedente, ci troviamo tantissimo. Buona lettura!

Titolo: Nel cuore della notte
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 gennaio 2019
Pagine: 404
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Foschia | Anna Luisa Pignatelli

«Perché i buoni non vincono mai?»,
le chiesi una sera, reagendo così a quella perenne mancanza di speranza,
mentre il vento s’accaniva contro il tetto di Lupaia.
«La vita sta dalla parte dei malvagi».

 

Tre anni fa, esattamente a fine gennaio 2016, Fazi ha pubblicato Ruggine, un romanzo di una bellezza così struggente che non sono riuscita a dimenticare. Leggendo molti libri è inevitabile che la memoria perda qualche dettaglio o che addirittura non ci si ricordi più nulla di qualcosa che, forse, non ci ha poi colpito troppo. Io Ruggine me lo ricordo alla perfezione, mi ricordo di quella vecchina nel suo paesino toscano che col suo gatto Ferro viveva una vita di resistenza nei confronti di chi lì non ce la voleva. Tutto merito dell’autrice, Anna Luisa Pignatelli, che aveva saputo creare e raccontare una storia in modo così originale.
Qualche tempo fa ho saputo che la Pignatelli sarebbe tornata in libreria dal 24 gennaio con un nuovo romanzo, Foschia, che ho avuto la possibilità di leggere nei primi giorni di questo nuovo anno. È stato il mio primo libro letto nel 2019, praticamente divorato in due giorni perché, come prevedevo, l’autrice si è riconfermata una grande penna. Anche se non vi ho trovato quella grande malinconia di fondo che avevo riscontrato nell’opera precedente (che forse era data dal fatto che la protagonista fosse una donnina anziana e sola), la storia di Marta – personaggio più giovane e dal carattere più libero – probabilmente è ancora più forte, anche per i temi trattati.

Marta è una donna sulla trentina, fa l’attrice di teatro e vive in America. È malata e ci dice quasi da subito che la sua infanzia e la sua adolescenza sono state difficili, e che suo padre le ha fatto qualcosa che l’ha spinta a fuggire, così inizia a raccontare la sua storia dall’inizio. Da piccola ha vissuto col padre Lapo – la cui madre, dopo aver perso un figlio e il marito, è tornata in America, sua terra natale – la madre Teresa e il fratello Antonio a Lupaia, un podere nelle campagne toscane che la famiglia Neri considerava quasi un luogo magico. Lapo è un importante critico d’arte, fisicamente bello, aitante e dotato di grande carisma e fascino, mentre Teresa è uno spirito libero, una donna anticonformista, sensibile e fortemente connessa con la natura. I genitori si sono sempre fatti chiamare per nome dai figli, mai mamma e papà. Teresa spesso viene ricoverata in manicomio, fino a quando non si toglie la vita, cosa che viene considerata da Marta come un atto di viltà, ma solo in un primo momento, perché da adulta molte cose le saranno più chiare.

Ghismonda (Bernardino Mei)

Marta ammira questo padre così colto, che la coinvolge nel suo amore per l’arte (le fa conoscere la Ghismonda di Bernardino Mei, a cui lei somiglia molto e che ha una sua importanza all’interno del libro) e che spesso giustifica in tanti dei suoi comportamenti. È bello, Lapo, e quando lei è nel fiore della sua adolescenza nasce una sorte di attrazione molto particolare e pericolosa. Quando lui si risposa con Dora, una donna molto ricca che colleziona opere d’arte e che era già presente nella loro vita da prima che Teresa morisse, Marta e Antonio, dopo la vendita di Lupaia, devono trasferirsi a casa della matrigna, Torre al Salto, un posto molto grande, austero ma in cui non si sentirà mai a casa. Grazie anche alla figlia di Dora, Clotilde.

Volevo essere libera e al contempo avevo la sensazione angosciosa di brancolare in una densa foschia, senza una visione concreta della vita, incapace di riconoscere la mia strada.
Una foschia che era soprattutto in me, che ottenebrava la mia giovinezza, in cerca di ideali e di verità, e ne vanificava l’audacia.

La ragazza, che narra la storia in prima persona, vive in una specie di gabbia dorata in cui apparentemente non le manca nulla. Lì, però, niente è suo, si sente estranea all’ambiente e alle persone che lo abitano, si sente in trappola e nutre per anni il desiderio di scappare, cosa che alla fine, come si evince dal fatto che ormai vive in America, riesce a fare.
La vita di Marta è avvolta dalla foschia come la campagna toscana: ci sono tanti segreti intorno a lei, si rende conto che le vengono taciute tante verità ma soprattutto che il tempo che passa le permette di capire e interpretare diversamente tanti eventi. Teresa era davvero pazza? Era colpa del gene della follia presente nella sua famiglia, o le è accaduto qualcosa che alla fine l’ha spezzata definitivamente? Lapo è davvero un critico d’arte così onesto o guadagna facendo perizie false? Chi è realmente? È così ambiguo che a volte lei stessa non riesce a capire se è un padre amorevole o uno che pensa solo ad essere il più bravo, il vincente, il migliore.
Di certo c’è che, grazie al personaggio di Lapo, la Pignatelli inserisce nel romanzo la sua passione per l’arte. Io che non sono troppo ferrata mi sono divertita molto a cercare in rete le opere citate quando Marta le scopre sui libri o quando il padre la porta per monasteri o musei a scoprirle.

E restando in tema di personaggi, ce n’è uno meraviglioso. Marta è sola, ha un fratello perso nei fatti suoi e indolente, un padre impegnato a primeggiare, una madre che si arrende, una matrigna e una sorellastra che la disprezzano e una nonna americana che quasi non se ne cura nemmeno; ed è per questo motivo che tutta la luce della storia si concentra su Gesuina, una donna che a Lupaia si occupava delle faccende domestiche e accudiva Teresa e che ora non può andare oltre il cancello di Torre al Salto. Gesuina sembra quasi un angelo custode per Marta, riappare nei suoi momenti più importanti, quasi a farle sentire un po’ di calore quando ne ha più bisogno. E, manco a dirlo, sono i momenti in cui mi sono commossa di più.

Foschia è una storia di legami familiari, della loro importanza e della misura in cui possano arrivare ad essere complicati. Cosa può provocare il dolore quando ti viene inflitto per tanto tempo? Ce lo racconta Marta.

Titolo: Foschia
Autore: Anna Luisa Pignatelli
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 24 gennaio 2019
Pagine: 200
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi

 

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Come fermare il tempo | Matt Haig

L’unica regola è non innamorarsi.
Ce ne sono altre,  ma questa è la principale.
Non innamorarsi. Non amare. Non sognare l’amore.
Se tieni fede a questa regola, andrà tutto bene.

 

Tom Hazard insegna storia in un liceo, ha l’aspetto di un uomo sulla quarantina e vive nella Londra dei giorni nostri. In realtà, però, Tom ha quattrocentotrentasei anni ed è di origini francesi, e questa è una delle tante vite che ha vissuto finora. Quando era adolescente si è accorto che sì, invecchiava, ma molto lentamente, che un anno di una persona normale corrispondeva a circa quindici anni suoi. Non è come quei vampiri immortali, diciamo che assomiglia di più agli alberi centenari o alle vongole artiche, esseri viventi dotati di una longevità che sembra quasi incredibile. Una volta si è rivolto a un illustre medico che stava portando avanti degli studi sulla progeria, proprio per avere qualche ragguaglio sulla sua disfunzione, che è stata chiamata anageria, ma quel dottore è stato misteriosamente trovato morto qualche giorno dopo. Tom viene a sapere allora che esiste una società, di cui entra a far parte dal momento in cui ne è a conoscenza, di individui vecchissimi che si proteggono fra loro perché sono tutti in pericolo. Anche se non c’è più la caccia alle streghe (la madre di Tom era stata uccisa perché sospettata di aver fatto un incantesimo per mantenere sempre giovane il figlio), bisogna stare attenti agli scienziati che potrebbero voler catturare qualcuno di loro per farne una cavia da laboratorio per eventuali scoperte per contrastare l’invecchiamento cellulare.

Il capo della società degli Albatros (un tempo si pensava che questi fossero animali in grado di vivere per moltissimi anni, ma ora il nome è antiquato), Hendrich, un uomo di circa novecento anni che ha l’aspetto di un settantenne, dice di voler proteggere tutti quelli come lui e di cercare nel mondo, nascosti tra le effimere (chiamano così i “normali”, come quegli insetti il cui ciclo vitale si esaurisce in una giornata), coloro che magari sono alla deriva, si stanno nascondendo e non sanno di non essere soli. Hendrich ha molti contatti, è in grado di creare documenti falsi per le nuove vite di tutti e dà a Tom alcune regole: cambiare vita ogni otto anni, alla fine dei quali gli verrà assegnato un compito, e – la più importante – non innamorarsi. Perché sarebbe difficile innamorarsi di una persona che ci invecchia tra le mani mentre restiamo giovani, e sarebbe un elemento destabilizzante. Infatti lui soffre ancora moltissimo per la perdita di Rose, circa quattrocento anni prima, e sta ancora cercando Marion, la figlia avuta da lei, che a quanto pare ha la sua stessa disfunzione.

Supplicai Dio, lo implorai e cercai di scendere a patti con lui, ma Dio non scese a patti. Dio fu ostinato, sordo e indifferente. E lei morì, e io vissi, e una voragine si spalancò, buia e senza fondo, e io caddi e continuai a cadere per secoli.

Come fermare il tempo è un romanzo di Matt Haig, edito da Edizioni e/o, che ho comprato il mese scorso quando ero in libreria per altri motivi. Sono parecchi anni che non mi capita più di non aver niente da leggere, quindi quando prendo un libro c’è sempre un motivo particolare. Di questo, lo confesso subito, mi aveva attirato la copertina che a quanto pare è stata lasciata uguale all’originale in inglese, è stato solo tradotto il titolo. Io la trovo bellissima, con la clessidra in primo piano. Ovviamente, avevo letto già in rete la sinossi e mi sembrava molto interessante. Devo dire che ho passato qualche giorno in compagnia di una storia appassionante e piacevolissima da leggere, è uno di quei libri che non sono affatto pesanti (che in un momento di festività e di svago ci stanno eccome!) ma che comunque lasciano qualche spunto di riflessione. Non è un libro inconsistente, ecco. Affatto.

Matt Haig e la copertina originale

I capitoli, alcuni dei quali molto brevi, sono un’alternarsi di flashback e ritorni alla Londra di oggi, come pezzetti di un puzzle che si va componendo piano piano perché il lettore possa conoscere la storia di Tom Hazard, professore molto simpatico che insegna la storia quasi come se l’avesse vissuta in prima persona (strano, eh?). Ma la sua vita – che ci racconta in prima persona – è una grande riflessione sul tempo e sul modo in cui lo trascorriamo. Tom si rende conto che è davvero difficile imparare a vivere, che magari ci sono quelli che riescono a farlo e quelli che, invece, dopo quattrocento anni ancora non hanno capito tante cose. Gli viene detto da qualcuno che l’importante è avere uno scopo, un punto fermo che rimanga lì negli anni, qualcosa a cui potersi aggrappare quando tutto intorno a noi sembra cambiare per restare, però, sempre uguale. E lui lo sa, anche da insegnante di storia, che ciclicamente avvengono sempre le stesse cose, le stesse guerre, gli stessi problemi, anche se per motivi in apparenza diversi. Così il cambiamento smette di essere una novità e diminuisce anche la tolleranza nei confronti di chi continua a commettere gli stessi errori.

Ma in questo discorso basato sulla logica non trovano spazio le emozioni che, come dice Tom, non obbediscono alle leggi dell’aritmetica. Proteggere se stessi per paura di essere feriti – per obbedire invece alla regola di Hendrich di non innamorarsi – può provocare un tipo diverso di dolore dovuto a una mancanza importante (tanto che i ricordi di ciò che non ha gli provocano mal di testa che lui chiama “mal di memoria”). È così che con una serie di riflessioni il protagonista capisce di aver passato molto tempo a sopravvivere, più che a vivere, e inizia un percorso di maggiore consapevolezza per ritrovare se stesso.
Ha vissuto tanti anni come quelle “effimere” che non hanno le risorse psicologiche per trascorrere più anni del dovuto, perché si abituano e si annoiano; ha vissuto come bloccato all’interno della stessa canzone per moltissimi tempo. E adesso, in quella Londra di cui conosce ogni angolo, è arrivato il momento di ritrovare il coraggio messo da parte.

L’unico difetto, a mio parere, di questo libro – ma nemmeno di pecca si può parlare – è che in alcuni punti può sembrare un po’ forzato, soprattutto quando Tom racconta che nella sua lunghissima vita ha conosciuto personaggi realmente esistiti: ha suonato il liuto nella compagnia di Shakespeare, ha viaggiato col capitano Cook, ha incontrato in un bar a Parigi i Fitzgerald. Però è una storia e come tale va presa, infatti molti di questi aneddoti sono anche molto divertenti.
Nei ringraziamenti Haig ha incluso anche Benedict Cumberbatch che – scopro – «ha colto il potenziale per un film». Dunque aspettiamo questo film, che secondo me sarà davvero carinissimo.
Nel frattempo, buona lettura e buon inizio d’anno!

Titolo: Come fermare il tempo
Autore: Matt Haig
Traduttore: Silvia Castoldi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 29 agosto 2018
Pagine: 360
Prezzo: 18 €
Editore: e/o

Buon anno, con qualche anticipazione!

Un anno si conclude oggi e uno nuovo comincerà domani. Non mi va di fare bilanci, ma dico solo che me lo sono goduto diversamente dagli altri. Mi sono dedicata alle mie letture più lentamente e in maniera più consapevole, senza pensare di dover fare una corsa contro il tempo per leggere più dell’anno precedente, o per riuscire a metterci dentro più cose possibili. Ho anche abbandonato un libro – cosa che non accadeva da tantissimo – perché mi sono resa conto che stavo perdendo tempo e non ci stavo capendo assolutamente niente. Insomma, quello che vado imparando ogni anno che passa (e non solo in relazione alle letture, ma alla vita in generale) è che ciò che importa è quanto serenamente riusciamo a trascorrere il tempo che abbiamo, senza affannarci o voler fare più di ciò che riusciamo a fare. Perché nessuno poi ci dà un premio, anzi, al massimo ci viene l’ansia.

Dunque, non parliamo dell’anno appena trascorso, di cui non vi faccio il riassunto delle letture che potete comunque trovare nel calendario qui a fianco o scorrendo indietro i vecchi post; parliamo invece del 2019. Credo sia scontato dire che sarà un anno meraviglioso ecc., posso solo augurarvi che sia il più sereno e tranquillo possibile, che si possa stare lontani dalla negatività. Per questo motivo voglio chiudere il 2018 e iniziare il 2019 con delle anticipazioni letterarie che sono uscite sul blog di GoodBook.it, La scimmia dell’inchiostro, qualche giorno fa. Una è mia, le altre sono di altre amiche blogger molto in gamba. Pronti? Via!

Auguri!

novita arrivo 2019 blog

Aspettiamo il nuovo anno pregustandoci già tutte le novità che leggeremo. Ecco quelle più attese dalle nostre book-blogger: otto romanzi che usciranno nella prima metà dell’anno (ma attenzione, le date d’uscita sono indicative) e un libro che non sappiamo se uscirà nel 2019, ma che attendiamo con trepidazione!

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