Da grande | Jami Attenberg

Per così tanto tempo ho creduto di non essere adeguata,
ma ora capisco che non esiste nulla a cui doversi adeguare,
c’è solo quello che decido di fare.
C’è ancora tempo, penso.
Ho ancora un sacco di tempo.

 

Quest’anno a Una marina di libri mi è capitato di improvvisarmi libraia per quattro giorni allo stand della casa editrice Giuntina (esperienza molto bella per cui li ringrazio ancora, mi sono divertita davvero!), di cui nei momenti di bassa affluenza di pubblico mi sono studiata per bene tutto il catalogo. Quello che non ho comprato me lo sono segnato nella wishlist, da leggere in futuro. Il libro di cui vi parlo oggi lo avevo già appuntato nella lista di quelli da acquistare, anche perché l’autrice l’avevo già conosciuta con I Middlestein, la storia di una coppia ebrea di Chicago che a un certo punto scoppia perché lei mangia troppo (la stessa casa editrice ha poi pubblicato Santa Mazie, ma devo ancora recuperarlo); ora Jami Attenberg è tornata per il pubblico italiano con Da grande, un romanzo tradotto da Viola Di Grado e che mi è piaciuto moltissimo.

Andrea Bern è una donna ormai sulla quarantina che nella vita non ha costruito nulla, sembra che abbia sempre assistito al passare del tempo senza evolversi. Mentre tutti intorno a lei si fidanzano, si sposano, fanno figli, si lanciano nel lavoro e pensano alle loro carriere, lei non ha mai avuto una relazione stabile, il desiderio di farsi una famiglia o di continuare a seguire le proprie passioni – l’arte nello specifico, che ha abbandonato quando il suo mentore l’ha mollata – e anzi fa uso di stupefacenti e alcool. Andrea viene da una famiglia in cui il padre è morto di overdose, la mamma era un’attivista, una femminista, e il fratello un musicista che si è sposato e ha avuto una bambina che a causa dei gravi problemi di salute ha i giorni contati. Nessuna particolare gioia nella sua vita, quindi. O no?

Le persone non fanno altro che architettare nuove vite. Lo so perché non li rivedo mai più una volta che trovano quelle neovite. Fanno figli o si trasferiscono in nuove città o semplicemente in nuovi quartieri oppure detesti che si siano sposati o loro odiano te e cominciano a fare i turni di notte o cominciano ad allenarsi per una maratona o smettono di andare nei locali o vanno in terapia o capiscono che non gli piaci più o muoiono. Succede costantemente. Tranne che a me. Io non ho costruito nulla di nuovo. Io sono quella che viene lasciata alle spalle.

Ci sono quelle storie e quei personaggi che per vari motivi sentiamo particolarmente vicini a noi, e nello specifico Andrea mi ricorda tante di quelle riflessioni che le donne spesso fanno, e che di conseguenza anche io ho fatto così tante volte. Lei non riesce a trovare la felicità perché molte volte si sente bloccata da qualcosa che in fin dei conti è se stessa, non ci riesce perché forse il fatto che tutti in qualche modo vadano avanti mentre lei è ferma la scoraggia. Soprattutto, non ci riesce perché il presupposto che si debba per forza unire la propria vita a quella di un altro è fondato sul nulla. In un primo momento non si rende conto che le relazioni mordi e fuggi, le storie con persone palesemente sbagliate per lei non la aiutano a fare passi avanti, anzi peggiorano la situazione, perché per essere pronti per qualcosa di serio bisogna capire chi siamo da soli. E nemmeno dall’analista Andrea riesce a trovare un aiuto concreto, se non quando decide di liberarsene. Forse deve rendersi conto di dover toccare il fondo per iniziare a darsi una mossa.

Ma la storia non è tutta incentrata su Andrea e sul suo presente. È piena di flashback che ci fanno immaginare con chiarezza momenti del passato della famiglia Bern, ci fanno conoscere meglio la storia della madre, del padre e del rapporto della protagonista con gli altri. E questi altri sono i personaggi le cui storie s’intrecciano alla sua: c’è la collega Nina, la migliore amica Indigo (una bellissima donna nera che ha una vita opposta alla sua), il fratello, la cognata che se da ragazza era stupenda adesso sembra una rosa appassita, e gli uomini con cui ha varie relazioni. Andrea passa troppo tempo a confrontare la propria vita con quella degli altri, a differenza di tutti si afferma come donna che odia il proprio lavoro, che non vuole diventare madre e che non vuole seguire i canoni prestabiliti dalla società.

«Nessuno mi ha chiesto cosa voglio io, però» dico. Se mi voglio sposare, se voglio un fidanzato, niente. Forse non mi voglio sposare, forse non mi sono mai immaginata in abito da sposa, non una volta in vita mia.
«Tutte le donne lo vogliono» dice.
Questo non è vero, ovviamente. Io ne sono la prova vivente, proprio di fronte ai suoi occhi. Ma succede una cosa strana quando dici a un uomo che non ti vuoi sposare: non ti credono. Pensano che tu stia mentendo a te stessa o a loro o che li stai ingannando in qualche modo e finisce che ti senti peggio solo per aver detto la verità. Ma io non voglio essere d’accordo con lui.

Mi piace molto la narrazione in seconda persona nel primo capitolo, permette di immedesimarsi meglio nella protagonista ed entrare più a fondo nei suoi problemi, prima di passare alla prima persona. Sembra che Andrea voglia dire: “Immagina come mi sento io, ok, ci sei? Adesso ti parlo di me”. Strategia riuscitissima, tra l’altro, perché la Attenberg ottiene il suo scopo: è impossibile non entrare nella mente di Andrea, non capirla e non voler stare dalla sua parte. Soprattutto se a leggere è una donna, sono sicura che quella fase l’abbiano passata un po’ tutte; per Andrea è stata più lunga, perché è durata fino alla quarantina, ma per molte altre sarà durata il tempo di un intermezzo tra una relazione e un’altra.
Ed è utile, nella narrazione, anche l’uso dei periodi molto lunghi e con poca punteggiatura, servono ad aumentare il ritmo e dare l’idea di un elenco di cose (come nel primo stralcio inserito precedentemente) che Andrea sente di dover fare per assomigliare agli altri e non riesce a fare.

Da grande è un romanzo che mi ha coinvolto tanto, e che nello specifico consiglio a tutte le persone che in un certo senso si sentono bloccate nella propria vita. Se non avete paura di porvi delle domande, di scavare in profondità nel vostro animo e capire davvero che cosa non va, allora questo libro lo sentirete vostro com’è successo a me.
Buona lettura!

Titolo: Da grande
Autore: Jami Attenberg
Traduttore: Viola Di Grado
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 24 maggio 2018
Pagine: 150
Prezzo: 15 €
Editore: Giuntina

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8 | Dustin Lance Black

È questo che abbiamo fatto.
Abbiamo messo sotto processo la paura e il pregiudizio.

 

Nei giorni passati mi è arrivato un suggerimento di lettura molto interessante non solo come esperienza-libro ma soprattutto per il suo valore storico, politico e sociale. Si tratta di  8, una sceneggiatura per una rappresentazione teatrale che Dustin Lance Black (premio Oscar 2009 come migliore sceneggiatura per il film Milk) ha scritto sui fatti accaduti in California nel 2009. Il titolo prende il nome dalla Proposition 8, un referendum tenutosi nel novembre del 2008 nello stato della California, in cui si chiedeva l’abolizione del diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso che era stato concesso qualche mese prima, a maggio dello stesso anno. In seguito all’approvazione della Proposition 8, però fu presentato un ricorso alla Corte Suprema della California da chi sosteneva che il matrimonio fosse un diritto inalienabile di ogni essere umano. Il ricorso fu respinto in quanto l’emendamento era parte integrante della costituzione californiana. La battaglia fu trasferita nelle corti federali, dove ebbe luogo il processo raccontato in 8, che si concluse anni dopo con la vittoria dei ricorrenti.

Il libro, tradotto da Chiara Messina per Triskell edizioni, vede come protagoniste due coppie gay (due uomini e due donne) che hanno preso parte al processo, coi loro legali, il giudice Walker e il legale della difesa. Black, nella prefazione, dice di aver avuto il privilegio di sedere in tribunale durante i fatti che racconta – perché è stato anche vietato l’ingresso alle telecamere, nonostante l’importanza epocale dell’evento – e di aver visto l’unico esperto chiamato in causa a testimoniare contro le unioni gay prima crollare davanti alla mancanza di prove, e poi addirittura cambiare opinione. La difesa non è riuscita a portare prove importanti a sostegno della propria tesi, basandosi solo su fantomatici studi o dicerie secondo cui i bambini hanno bisogno di una figura materna e una paterna per crescere, o che un aumento dei matrimoni gay avrebbe significato una diminuzione di quelli eterossessuali. Fa riflettere come a un certo punto l’unica risposta del legale della difesa sia “Non lo so”.

Ma cosa rende così importante 8? E perché ha senso per il pubblico italiano leggere un dramma teatrale che mette in scena la conquista di un diritto legale in un altro paese? La vera forza di 8 sta nel dimostrare in modo evidente come certe prese di posizione da parte dei sostenitori del matrimonio eterosessuale come unica unione legittima risultino insostenibili, se non apertamente ridicole, in un’aula di tribunale. Che certi pregiudizi, di fronte al giuramento di dire tutta la verità nient’altro che la verità, appaiano davvero difficili da sostenere.

[Dall’introduzione di Matteo B. Bianchi]

Oggi il matrimonio tra persone dello stesso sesso è legale in tutti gli stati dell’Unione, ma ci si è arrivati a piccoli passi, e 8 è la testimonianza del duro lavoro che nello specifico è stato fatto in California. La vicenda contenuta in 8 si basa sulla trascrizione di documenti processuali e l’autore dichiara di non aver mai chiesto compensi per portarla in teatro. Alle rappresentazioni hanno preso parte grandi star del cinema che così hanno dimostrato il loro sostegno alla causa, parliamo di Morgan Freeman, Matt Bomer, Brad Pitt, George Clooney, Kevin Bacon, Jaime Lee Curtis. Lo stesso Black, da attivista il cui scopo è quello di raggiungere obiettivi significativi, dichiara di concedere l’opera a chiunque voglia portare avanti la battaglia.

Quest’opera è una piccola offerta a quella causa, per questo non ho mai richiesto un compenso per la sua rappresentazione, e mai lo farò. Se leggete questa sceneggiatura e le riconoscete un valore, trovate un palco. È vostra.

Buona lettura!

Titolo: 8
Autore: Dustin Lance Black
Traduttore: Chiara Messina
Genere: Testo teatrale
Anno di pubblicazione: 26 giugno 2018
Pagine: 74
Prezzo: 3,99 € in digitale, 10 € print on demand
Editore: Triskell


Dustin Lance Black è uno sceneggiatore, regista e attivista sociale. Ha vinto un Oscar e due WGA award per la migliore sceneggiatura originale di Milk, il film biografico sull’attivista per i diritti civili Harvey Milk, interpretato da Sean Penn. È anche uno dei membri fondatori dell’American Foundation for Equal Rights (AFER) che, grazie agli avvocati Davis Boise e Ted Boise, ha portato a termine con successo le cause federali per l’eguaglianza dei matrimoni delle coppie omosessuali in California e Virginia, decretando l’abrogazione della discriminatoria Proposition 8, approvata in California nel 2008.

Il caso letterario dell’anno | Marco Visinoni

Che cosa fareste se un giorno il vostro io del futuro bussasse alla vostra porta e vi desse un almanacco con tutti i risultati delle lotterie degli anni a venire per farvi vincere milioni di euro e permettervi, quindi, di vivere da mantenuti? È proprio quello che succede a Leifur, trentenne di origini islandesi che vive a Bologna, e che se prima era uno scrittore promettente adesso si guadagna la pagnotta vendendo ad altri autori idee interessanti da sviluppare (lui non è più in grado). Aiutato da Boris, un nano con la pelliccia rosa, e da Leila, un’affascinante femme fatale, Leifur cercherà di azzeccare i risultati delle lotterie, senza però all’inizio riuscirci del tutto.

Il fottuto effetto farfalla.
Che cos’è l’effetto farfalla?
Il tuo io futuro è tornato a darti i numeri vincenti. Il problema è che tornando ha incasinato le cose. Mettendoti in moto ha spostato degli elementi che potrebbero sembrare impercettibili, ma uno più uno più uno più e anche i grossi eventi si modificano.

In più i tre compiranno un viaggio importante in Islanda, che permetterà a Leifur di conoscere i genitori e ritrovare una sorta di collegamento con le sue radici e il passato, elemento funzionale all’interno della storia perché sarà proprio questa avventura che gli spianerà la strada verso il successo editoriale, con la conclusione – finalmente creata – di un romanzo che aveva ormai messo da parte.

Il caso letterario dell’anno è un romanzo di Marco Visinoni edito il 21 giugno dalla casa editrice sarda Arkadia, ed è la prima pubblicazione della nuova collana di narrativa Senza rotta, curata da Marino Magliani e Luigi Preziosi. Come mi spiega Tania Murenu dell’ufficio stampa, «Senza rotta sarà dedicata al viaggio, inteso anche come esplorazione e sperimentazione letteraria attraverso modi nuovi di narrare e di raccontare storie. Il nostro essere, il rapporto con la natura, con noi stessi e con quanto ci circonda, esplorato senza rinchiudere le esperienze in un recinto di parole, ma rendendo le stesse protagoniste di un itinerario che, toccando vari generi e gli stili più diversi, ci aiuta a entrare più a fondo in ognuna delle esperienze che il quotidiano ci pone davanti».

E quello di Leifur è proprio un viaggio non solo fisico, come quello in Islanda, ma anche e soprattutto interiore. Il suo io futuro viene a risvegliarlo dal torpore, a fargli realizzare che ha buttato via la sua creatività letteraria, che sta passando il suo tempo a bere a trastullarsi con donne sempre diverse, mentre lui nel futuro non deve più scrivere una parola per vivere, i soldi non sono un problema ed è anche vestito bene. Visinoni, tramite questa storia, mostra che l’uomo spesso perde il contatto con la realtà, ed è questo che non gli permette di essere un attore all’interno della propria vita, ma solo uno che subisce, si adatta alle circostanze e sopravvive.

Con uno stile fluido e molto colloquiale Marco Visinoni ambienta Il caso letterario dell’anno in una normalissima Bologna dei giorni nostri, ma inserendovi elementi che fanno a cazzotti con questa normalità. Parliamo di personaggi ambigui come Leila, grotteschi come Boris, deforme, che s’impegna così tanto nella vincita delle lotterie non per i soldi, ma solo per l’orribile pelliccia rosa che si porta dappertutto e che dismette solo quando ormai fa troppo caldo per tenerla ancora su. E parliamo anche dei nomi di queste lotterie, Mai più pezzenti, Fanculo i poveri, che sono espressioni portate all’estremo proprio per creare un’atmosfera e un racconto di un certo tipo.

Dunque vi ripeto la domanda posta all’inizio: che fareste nella situazione di Leifur? Vorreste conoscere il futuro? Ne approfittereste?

Intanto, buona lettura!

Titolo: Il caso letterario dell’anno
Autore: Marco Visinoni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 21 giugno 2018
Pagine: 141
Prezzo:  14 €
Editore: Arkadia


Marco Visinoni è nato a Iseo nel 1981 e vive a Bologna. Ha pubblicato il romanzo Macabre danze di sagome bianche (Miraviglia editore, 2007), la raccolta di racconti Apocalypse Wow (Unibook, 2009) e il manuale di promozione letteraria Come diventare uno scrittore di successo (La linea 2012).

Inseguendo le ombre dei colibrì | Paolo Zambon

Tra un romanzo e l’altro, negli ultimi tempi, ho inserito una lettura che fa parte di un genere a cui ultimamente mi sono appassionata in particolar modo, ovvero la letteratura di viaggio. Mi è stato segnalato Inseguendo le ombre dei colibrì, un diario di viaggio che l’autore, Paolo Zambon, ha scritto nella sua esplorazione di Messico, Guatemala ed El Salvador, ripercorrendo la rotta migratoria che questi uccellini fanno verso la fine dell’estate, quando dal Nord America volano verso Sud raggiungendo il Centro America, per poi fare il viaggio al contrario a maggio dell’anno successivo. Lui e la sua compagna Lindsay si sono conosciuti diversi anni fa durante un viaggio nel Sud Est asiatico, e uniti dalla stessa passione hanno intrapreso questa ed altre avventure in sella a un mezzo di trasporto inusuale in queste situazioni: uno scooter. Devo dire che lo scooter, nella narrazione, non è in primo piano, perché in fin dei conti non è la cosa più importante di tutto il viaggio, ma sarà il mezzo che permetterà loro di fare incontri interessanti e conoscere tanta gente del luogo.

Quello di Zambon non è una guida di viaggio, leggendo questo libro non troverete consigli su cosa vedere, dove andare o dove mangiare, ma vi sembrerà di essere insieme a Paolo e Lindsay mentre vengono a contatto con le persone di quei luoghi e con le loro abitudini, vi sembrerà di assaggiare le pietanze tipiche del centro America e di sentirne il profumo. Ma se l’incontro con l’altro permette di conoscere tante cose belle, porta i due protagonisti del viaggio quasi a toccare con mano i problemi di quella gente: la politica, il lavoro (che manca), l’immigrazione, la fuga verso gli Stati Uniti che però non riesce perché si viene catturati o rimandati indietro, la criminalità, che gioca un ruolo importantissimo in negativo in quella società (una persona racconta a Zambon che addirittura si rischia la vita solo incrociando per errore lo sguardo di un membro di una gang, e che i malavitosi spesso creano dal nulla pretesti per commettere reati). Purtroppo questo è un tema molto caldo e si capisce che l’inosservanza anche delle più basilari regole sociali è così radicata nella mente della maggior parte delle persone lì, che vengono fuori dialoghi di questo tipo:

«E che cosa vorresti fare dopo la scuola?»
«Vorrei fare il sicario.»
«Il sicario?» chiesi con il tono di voce tipico di chi temporeggia per costruire la prossima mossa in una conversazione che si era impantanata su quelle sette lettere scandite con disarmante leggerezza.
«Il sicario, sì!» mi disse gonfio d’orgoglio. «Se non trovo niente di meglio perché no? Si guadagna bene e la gente ti rispetta.»

 

Paolo Zambon racconta momenti che ha vissuto in prima persona e luoghi che – almeno dalle sue parole – sembrano magici non rimanendo legato solo alla sua esperienza, ma aggiungendo dettagli di tipo storico che però a volte rallentano il ritmo e possono distogliere l’attenzione di chi sta leggendo. L’autore ci fa capire nelle ultime pagine di aver continuato il suo viaggio in Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Panama, e chissà, magari leggeremo in un altro volume le altre sue avventure.

Direi proprio che i libri sono un meraviglioso modo di viaggiare (almeno con la mente).
Buona lettura!

Titolo: Inseguendo le ombre dei colibrì
Autore: Paolo Zambon
Genere:
 Letteratura di viaggio
Anno di pubblicazione:
 2017
Pagine: 322
Prezzo:  16 €
Editore: Alpine Studio

La famiglia Aubrey | Rebecca West | In libreria da oggi

Oh, la musica parla della vita, suppongo,
e specialmente di quello che della vita non riusciamo a comprendere,
altrimenti le persone non si darebbero la pena
di raccontarlo per mezzo delle note.

 

Quando qualche mese fa ho terminato l’ultimo volume della saga dei Cazalet mi sono sentita un po’ smarrita perché i personaggi che avevo amato così tanto mi stavano lasciando e si era chiuso un capitolo importante della mia vita da lettrice, ma un’amica mi ha anticipato che più in là sarebbe uscita una nuova saga familiare, sempre per Fazi e sempre di un’autrice inglese, che, chissà, magari mi avrebbe fatta appassionare come quella della Howard. Immaginate allora la mia felicità quando mi è stata data la possibilità di leggere in anteprima il primo volume di questa trilogia che vede come protagonista la famiglia Aubrey, una famiglia fuori dagli schemi che vive nella Londra di fine Ottocento. Questa storia era già stata pubblicata da Mattioli qualche anno fa e proprio oggi esce in libreria con Fazi editore che la ripropone al pubblico italiano e la fa riscoprire a chi ancora non la conosceva.

Gli Aubrey, usciti dalla penna di Rebecca West, sono una famiglia di artisti: la madre Clare è una pianista di grande talento che non si esibisce più ma adesso insegna pianoforte alle figlie Mary e Rose (voce narrante); Cordelia è la figlia maggiore, aspirante violinista che non si rende conto di non avere alcun talento musicale nonostante qualcuno la incoraggi; Richard Quin, l’unico maschio, il più piccolo dei figli, che non si sa ancora che strumento sceglierà di suonare; e infine Piers, il padre, scrittore di pamphlet e articoli che, quando non è impegnatissimo nel suo studio, gioca d’azzardo ed è costretto a vendere gli antichi mobili di famiglia. In casa Aubrey si respira musica, si sente di continuo qualcuno che si esercita con l’archetto o che prova le scale al piano, ma ci sono tanti problemi finanziari, bisogna stare attenti al centesimo o, se proprio non si riesce a sbarcare il lunario, vendere qualcosa che sta a cuore a tutti. Ma i membri della famiglia sono molto uniti, quello che può sembrare normale in una giornata, come lavarsi i capelli, diventa un momento festoso in cui si mangiano le castagne insieme davanti al fuoco. Solo Cordelia sembra essere un po’ più lontana dagli altri, spesso presa in giro o trattata non troppo bene perché non avendo talento non riesce ad entrare nella piccola cerchia di musicisti Aubrey.

Penso che voi tre siate stati molto felici. Ma dubito che Cordelia si sia goduta ogni singolo momento della sua infanzia. Ogni cosa è stata un tormento per lei. Non è egoista. Non è quello che è mancato a lei che la angoscia, ma quello che è mancato a tutti noi. Ha odiato il fatto che avessimo dei vestiti tanto trasandati e una casa tanto sgangherata. Ha odiato il fatto che fossi sempre in tremendo ritardo nel pagare l’affitto al cugino Ralph. Ha odiato il fatto che avessimo pochissimi amici. (…) Avrebbe voluto vivere una vita come quella delle altre ragazze a scuola.

A lei, al contrario degli altri, pesa tanto dover portare abiti sdruciti e rammendati più e più volte, non invitare amici a casa, non poter essere come gli altri, avere una mamma e delle sorelle che vestono in modo trasandato. Mentre gli altri vivono in un’atmosfera quasi magica, Cordelia sente molto la mancanza di ciò che non ha avuto e non ha. Cerca, come tutti gli Aubrey, di capire quale sia la sua strada, s’impegna molto col violino, riesce ad avere qualche ingaggio non solo per contribuire alle spese familiari con quel poco con cui viene pagata, ma anche per potersene un giorno andare da questa famiglia che non rispecchia il suo modo di essere. E non nego che, nonostante tutto, è il personaggio che mi ha colpito di più, anche perché Rose, che ci racconta la storia in prima persona, spesso ne parla in termini non troppo amorevoli.

Quella degli Aubrey è una storia molto bella di cui questo primo volume rappresenta più che altro una premessa importante a quello che sicuramente verrà dopo. I ragazzi sono ancora piccoli e, anche se hanno da sempre a che fare con le difficoltà della vita, stanno cercando di capire che strada prendere (saranno necessariamente musicisti? questo mestiere permetterà loro di guadagnarsi il pane? staremo a vedere). Tutte le vicende sono narrate attraverso il filtro di Rose che ormai è una donna, sono passati una cinquantina d’anni dai fatti di cui parla, da quando era solo una ragazzina che spesso non capiva tante cose – il che mi fa pensare che probabilmente lei stessa non è una fonte del tutto attendibile, non per la veridicità dei fatti, ma per l’interpretazione infantile che ne dà. Lo stile della West è sobrio e allo stesso tempo intrigante (inserisce elementi di fantastico nei suoi racconti, ma senza mai spacciarli per concreti), e il libro si legge molto facilmente, per cui mi sembra una lettura parecchio adatta all’estate se state cercando qualcosa di non troppo pesante.

Buona lettura!

Titolo: La famiglia Aubrey
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 5 luglio 2018
Pagine: 430
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi

 

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Rebecca West – Nata Cicely Isabel Fairfield a Londra, prese il suo pseudonimo dall’omonimo personaggio di Ibsen, un’eroina ribelle. Nel corso della sua lunga vita travagliata e romanzesca è stata scrittrice, giornalista, critica letteraria, instancabile viaggiatrice, femminista ante litteram e politicamente impegnata. Amica di Virginia Woolf e amante di H.G. Wells, Rebecca West viene considerata una delle più raffinate prosatrici del ventesimo secolo. La trilogia degli Aubrey, ispirata alla storia familiare dell’autrice, è stata indicata da Alessandro Baricco in risposta alla domanda «Quale libro ti porteresti su un’isola deserta?».

Sin rumbo | Eugenio Cambaceres

La nera spirale di fumo, portata dal vento,
si stendeva nel cielo come un immenso velo di crespo da lutto.

 

Ho letto praticamente subito uno dei libri che ho acquistato a Una marina di libri un paio di settimane fa, ovvero Sin rumbo, un romanzo che l’argentino Eugenio Cambaceres ha scritto nel 1885 e che Arkadia editore ha proposto al pubblico italiano lo scorso maggio con una traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfè. Se solitamente le letterature dei paesi del centro e del sud America non mi esaltano, questo libro invece mi è piaciuto molto perché non ci sono quelle atmosfere sognanti e fiabesche che vi si trovano il più delle volte ma, anzi, considerando il periodo in cui è stato scritto, è da inserire nella corrente letteraria del realismo, con elementi di naturalismo. Ne viene fuori la storia reale e concreta di Andrés, un giovane uomo benestante, proprietario di una hacienda agricola e di varie mandrie di animali da allevamento; non gli manca niente, e passa la vita tra un divertimento e l’altro, viaggi e donne. Intreccia una relazione con Donata, la figlia di un suo fidato dipendente, ma la ragazza a un certo punto rimane incinta e lui invece di assumersi le sue responsabilità va a Buenos Aires a fare la bella vita: gioco d’azzardo, donne (anche sposate, da cui derivano scandali) e teatri. Ma è consapevole del fatto che non è questa la vita che ha sempre sognato, e che si sta solo trascinando da un’emozione passeggera all’altra, così, anche a causa dei vari debiti che nel frattempo ha accumulato, decide di tornare a casa e dare un senso alla sua esistenza.

Era forse nello spreco di forze vitali della sua natura, nel suo passato, in quel passato vergognoso di dissolutezza e dissipazione, che basava la sua sciocca presunzione?
Che mete aveva inseguito, che tracce aveva lasciato, che cosa aveva fatto, in tutta la sua vita, di buono, degno, nobile, utile, o quantomeno sensato?

Però per Andrés le cose non sembrano facili, è come se il destino ce l’avesse con lui e non gli perdonasse i suoi errori e il suo errare. Mi ha fatto pensare un po’ ai Malavoglia di Verga e a quella visione pessimistica che permeava il romanzo intero: anche qui, quando il protagonista decide di cambiar vita, di migliorarsi, se in un primo momento qualcosa funziona, poi viene perseguitato dalle disgrazie e gli piomba addosso un senso di ineluttabilità. Per questo è un uomo senza rotta (come recita il titolo nella sua traduzione), è un uomo che odia la vita e a cui non viene perdonato di averla amata per un momento, di aver avuto delle aspirazioni che sono state completamente schiacciate dalla cruda realtà.

Anche il linguaggio e lo stile del romanzo sono figli del loro tempo. C’è una grande ricerca di particolari, un soffermarsi sui dettagli che indica che l’autore dà loro parecchia importanza (nell’enumerazione di animali e piante, soprattutto). Ogni personaggio, poi, si esprime in un registro linguistico differente a seconda della sua estrazione sociale e del luogo in cui vive: se, per esempio, la levatrice che ha fatto partorire Donata parla una lingua umile, rozza e concettualmente piena di pregiudizi e diffidenza nei confronti di chi è più in alto (i medici), nella grande Buenos Aires, che a quel tempo era in piena espansione, si parla di teatri, si canta l’opera, ci si esprime in modo quasi poetico e si fanno discorsi infiorettati. E appunto il teatro – come riconosce Marfè nella postfazione – è metafora della città intera: una farsa, una recita. E nel naturalismo di Zola si indagava, tra le altre cose, proprio su come un determinato contesto sociale potesse influenzare le parole e le azioni dei personaggi.

Nel romanzo di Cambaceres c’è molto di autobiografico, lo spleen (la noia di vivere) di Andrés è la stessa di Eugenio. Anche l’autore viaggiò molto ed ebbe una relazione scandalosa con una donna sposata (fu anche sfidato a un duello che però non fu mai combattuto). La storia di Sin rumbo, che è il suo terzo romanzo, servì a Cambaceres a confrontarsi con la cultura e la letteratura europea, nello specifico quella francese, e a uscire dai confini dell’Argentina, cosa che fecero anche altri autori, riunibili tutti nella generación del ochenta.

Sin rumbo è stato per me una bella scoperta, non conoscevo questa parte della letteratura argentina così vicina a quella europea e a quelle tendenze stilistiche che, lo confesso, amo in particolare. Non è una lettura particolarmente allegra e forse per questo mi è piaciuta, ma non è solo questo il motivo per cui ve ne consiglio la lettura, com’è ovvio che sia. Spero di avervi dato parecchi motivi per leggere questo romanzo.

Buona lettura!

Titolo: Sin rumbo
Autore: Eugenio Cambaceres
Traduttore: Marino Magliani e Luigi Marfè
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: maggio 2018
Pagine: 157
Prezzo: 14,50 €
Editore: Arkadia


Eugenio Cambaceres – Figlio di un chimico francese stabilitosi in Argentina nel 1833 e di una argentina di origini inglesi, Eugenio Cambaceres studiò al Colegio Nacional Central e diventò avvocato, scegliendo presto la politica. Nel 1870 fu eletto deputato e venne nominato segretario del Club del Progreso, di cui più tardi fu anche vicepresidente. Nel 1876 una relazione con una soprano di Buenos Aires, Emma Wizjiak, sfociò in uno scandalo: il marito di lei lo sfidò a duello, ma poi per paura fuggì in Europa prima dello scontro. Negli anni seguenti Cambaceres si allontanò dalla vita  politica, dedicandosi interamente alla letteratura. Viaggiò a lungo in Francia e si legò a un’altra artista, l’italiana Luisa Bacichi, che sposò nel 1887 e dalla quale ebbe una figlia. Cambaceres fu tra gli scrittori della Generación del ochenta, che introdusse in Argentina il naturalismo di Émile Zola. Il suo romanzo più importante, Sin rumbo (1885), non era ancora stato pubblicato in Italia. Tra le altre opere si ricordano Potpourri, silbidos de un vago (1882), Musica sentimental (1884) e En la sangre (1887). Morì di tisi nel 1888 a Buenos Aires, al ritorno da un viaggio in Europa.

La vita sessuale delle sirene | Andrea Malabaila

Finita Una marina di libri riesco finalmente a riprendere in tranquillità le mie letture e a rimettere mano a questo blog che da un paio di settimane ho trascurato per impegni di vario tipo. Vi state preparando per le vacanze? Che letture pensate di portare con voi? Io me ne sono portate tantissime, molte delle quali prese proprio in occasione della fiera del libro palermitana di cui – contateci – vi parlerò molto presto. Ad ogni modo, oggi vi parlo di un romanzo che ho letto con molto piacere negli ultimi giorni, leggero ma non banale, adatto alle ferie in pieno relax. Si tratta de La vita sessuale delle sirene di Andrea Malabaila, edito da Clown Bianco Edizioni, una piccola realtà editoriale di Ravenna che sto conoscendo proprio in quest’occasione.

Leo e Ilaria sono due torinesi sulla trentina che dopo essere stati insieme circa cinque anni si sono sposati. Lui lavora nella pubblicità, lei si è laureata in psicologia ma essendo una ragazza bellissima ha tante potenzialità in altri campi. Leo è felice, non gli manca niente, sembra che i suoi sogni si stiano realizzando tutti, ma durante i festeggiamenti del matrimonio trova Ilaria nuda in piscina con suo fratello Max. A quel punto tutto sembra andare in fumo, taglia i ponti con la ragazza – con cui però non annullerà mai il matrimonio – e con il fratello, e da lì inizierà una nuova vita. Innanzitutto parte da solo per quel viaggio di nozze in America che doveva fare insieme a Ilaria, si lancia in una serie di avventure che nessuno avrebbe mai immaginato pensando a lui, e anche il suo carattere cambia: piano piano viene fuori la sua parte più tosta, più sicura di sé, se ne va dallo studio per cui lavora e crea una squadra (fortissima) insieme a Ugo, un altro asso del settore pubblicitario, e poi comincia a frequentare i vertici della società torinese. Se per lui tutto sembra andare per il meglio, Ilaria invece perde tutto: Leo, Max, la sua migliore e unica amica, la famiglia, e deve cercarsi un lavoro con cui sopravvivere; finisce a fare la spogliarellista ma un giorno qualcuno la nota e le permette di riemergere.

Leo e Ilaria al loro primo appuntamento si erano detti che sarebbero rimasti insieme per sempre, e in un certo senso è vero che hanno bisogno l’uno dell’altra. Però nei rapporti è sempre difficile capire se si è beccato il momento giusto, se ci si è compresi e lasciati andare fino in fondo. A volte si crede di avere tutto e non ci si rende conto che ancora bisogna crescere per raggiungere determinati traguardi. Forse è così anche per Ilaria e Leonardo, che quando si sposano sono ancora troppo piccoli e hanno bisogno di conoscersi ancora e meglio, ma soprattutto di capire se stessi e di capirsi a vicenda.

Andrea Malabaila racconta una storia di quelle che potrebbero accadere a chiunque e che proprio per questo coinvolge, perché non è astratta e campata in aria. Viene spontaneo al lettore – almeno, a me è successo – chiedersi che cosa avrebbe fatto al posto dei due. E sembra che l’autore sia d’accordo con quella sorta di pregiudizio per cui dopo una rottura la donna prima crolla e poi si rialza, mentre l’uomo inizialmente si mostra forte e poi torna sui suoi passi e si rende conto che anche lui è stato spezzato e ferito nel profondo. È proprio quello che accade a Leo e Ilaria, che acquistano consapevolezza di sé e del mondo che li circonda man mano che vanno avanti (lo definiamo un romanzo di formazione?); si rendono conto che amarsi è difficile, che non tutto è semplice come appare e che la vita non consiste nel raggiungere delle tappe (studiare, lavorare, sposarsi, fare figli…). Spesso si arriva a un punto in cui la nostra esistenza viene stravolta e dobbiamo fare un grande esame di coscienza per capire da dove ripartire, scoprire da che parte trovare la forza necessaria per passare da zero a uno.

Da zero a uno cambia tutto, da uno a due o a cento o a mille cambia molto meno. È così per tutte le esperienze della vita: la prima volta lascia il segno e ti cambia lo status, quelle successive, in confronto, contano poco o nulla. Spesso passare da zero a uno è lungo e complicato, ma una volta che ci riesci è come se venisse aperta una breccia, da cui non si può più tornare indietro e da cui si può ripassare in maniera sempre più semplice, ma allo stesso tempo meno appagante.

Se vi state chiedendo come si riproducono le sirene, Ugo, il collega di Leo ha ben tre teorie, ma dovete leggere il libro per scoprirle.
Buona lettura!

Titolo: La vita sessuale delle sirene
Autore: Andrea Malabaila
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 maggio 2018
Pagine: 258
Prezzo:  17 €
Editore: Clown Bianco Edizioni