Che ti racconto? | Storia ragionata della sartoria americana nel secondo dopoguerra | Stefano Domenichini

Un po’ di tempo fa ho ricevuto una proposta di lettura molto interessante da parte di Autori Riuniti, un libro di tre racconti lunghi o romanzi brevi, a seconda di come vogliamo vederli, di Stefano Domenichini, intitolato Storia ragionata della sartoria americana nel secondo dopo guerra e altre storie. Si tratta si storie in cui l’autore inquadra eventi realmente accaduti, con personaggi talvolta realmente esistiti, cucendovi intorno tutta una trama falsa. Solo che il percorso avviene al contrario: partiamo dall’accattivante falso per giungere al vero storico.
Non sono mai stata brava a parlare di raccolte di racconti, così questa volta, dopo averci riflettuto molto, ho pensato di riprendere la rubrica creata tempo fa e dedicata a brevi recensioni di singoli racconti, per parlarvi del primo dei mini-romanzi di Domenichini, Storia ragionata della sartoria americana nel secondo dopoguerra, che dà il nome al libro. Rapidamente, per non tornarci dopo, vi dico che il secondo racconto è la storia delle lenti a contatto, che parte da un difetto alla vista del protagonista che culmina con una visita dall’oculista e a un paio di lenti che saranno una metafora di una nuova visione dell’esistenza, e il terzo è incentrato sulla figura di Maurizio Ravaioli che nella storia degli anni ’80 vede la sua ascesa nel mondo dell’alta finanza a partire dal piccolo ambiente di provincia.

Ma parliamo adesso del sarto ebreo protagonista della prima storia, un uomo ormai anzianotto che si è sistemato bene in America dopo che tanti anni prima vi è giunto in cerca di una vita dignitosa. È riuscito ad aprire un’azienda, è sposato, ha figli, nipotini e tutto quello che gli serve. Un giorno la moglie gli dice che sarebbe un’idea carinissima se andasse in un negozio a comprare una bella cinepresa, ché ormai i nipotini stavano diventando grandi e poteva essere bello immortalarli ancora piccoli, per ricordarsene negli anni a venire. Allora Zapruder, il cognome del sarto, va a comprarla e se la porta in ufficio. Questa è la storia di base, perché in mezzo ci sono continui flashback e digressioni sugli amori passati del protagonista, sul rapporto con la moglie, sui suoi pensieri sul tizio che gli vende la cinepresa e tanti altre argomenti. Ma eccolo in ufficio, quando si presenta la segretaria, giovane, carina e procace, che gli fa notare che stanno facendo una bella parata per il giorno del ringraziamento (che nel 1963 cadeva il 22 di novembre) e che oh!, lui ha una cinepresa nuova di zecca con  cui potrebbe fare un bel filmato! Zapruder cerca di capire come funzioni quello strumento, i due scendono, travolti dalla folla si mettono a cercare un buon punto per riprendere la manifestazione e finalmente il sarto accende la cinepresa ma…
Probabilmente se siete amanti della storia o conoscete i fatti saprete già qual è l’evento storico di cui diventerà protagonista il sarto, se invece, come me, non conoscete questo dettaglio della vicenda molto più famosa dovete leggere questo racconto geniale venuto fuori dalla penna di Domenichini, e naturalmente tutta la raccolta. Intanto vi lascio l’incipit.

Buona lettura!

Il Sarto aveva comprato una cinepresa. Una Bell&Howell Zoomatic Director Series otto millimetri modello 414 PD. P sta per Power Zoom. D per Dual ElectricEye. Questo lo ha precisato il commesso del negozio. Top della gamma, ha aggiunto. Il Sarto capiva di cineprese quanto di impollinazione dei fiori di ninfea. Però, entrando al Peacock’s Jewelry Store di Dallas, al numero 227 di Elm Street, aveva fatto un patto con se stesso: se becco un commesso finocchio che cerca di intortarmi con meraviglie tecnologiche incomprensibili, giro i tacchi e me ne vado.

 

Titolo: Storia ragionata della sartoria americana nel secondo dopoguerra e altre storie
Autore: Stefano Domenichini
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 21 febbraio 2019
Pagine: 107
Prezzo: 14 €
Editore: Autori Riuniti


Stefano Domenichini vive a Reggio Emilia. Ha pubblicato Acquaragia (Perdisapop, 2010), con cui si è classificato secondo al premio Chiara 2010, L’otto orizzontale (Fallone Editore, 2018) e i racconti Il Bristol nero e Acquaragia rispettivamente nelle antologie Amore e altre passioni (Zona, 2005) e Lama e Trama 3 (Zona, 2006). Il suo racconto intitolato Apertura alla Napoleone è contenuto nell’antologia In Viaggio (ed. Il Gattaccio, 2017). Altri racconti sono stati pubblicati dalle riviste Poetarumsilva e Sdiario.

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Che ti racconto? | “I fatti di Owl Creek Bridge” di Ambrose Bierce

Ambrose Gwinnett Bierce (Horse Cave Creek, 24 giugno 1842 – …scomparso a Chihuahua l’11 gennaio 1914).

Dopo averci pensato tanto, mi sono decisa a creare una nuova categoria in cui parlare di racconti singoli, senza recensire intere raccolte: Che ti racconto?. Probabilmente non vi inserirò moltissimi post perché, come sapete, leggo più romanzi, ma è giusto segnalare racconti belli quando dovessi trovarne.
Oggi vi voglio parlare di Ambrose Bierce, un autore che ho scoperto qualche giorno fa, quando ho tradotto un suo lavoro per “Altri Animali“, il blog di Racconti edizioni (una casa editrice nata quest’anno che pubblica solo racconti e su cui potete leggere una bella intervista sul blog Scratchbook di Maria Di Biase). Bierce è stato uno scrittore e giornalista statunitense che scrisse tantissimi racconti, molti dei quali sono considerati i migliori del XIX secolo. Scrisse storie di guerra, di fantasmi e perfino poesie, ma il suo interesse più grande probabilmente fu il soprannaturale, il fantastico che irrompe nel quotidiano, da cui nacquero racconti macabri e dell’orrore.
E il mistero aleggia anche sulla sua morte, di cui davvero poco si sa: scomparve improvvisamente a 71 anni nel 1914 in Messico, dove si era recato come reporter un anno prima. Secondo una tradizione locale venne fucilato dagli uomini di Pancho Villa che lo consideravano una spia, secondo altri sarebbe morto in seguito alle ferite riportate in battaglia. Altri ancora ipotizzano che si sia suicidato.

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Immagine dal film del 1962 “La Rivière du hibou”

I fatti di Owl Creek Bridge (An occurrence at Owl Creek Bridge o A dead man’s dream) è un racconto del 1891 che parla di un uomo che sta per essere impiccato su un ponte e che mi è piaciuto molto soprattutto per il finale inaspettato. Da quello che ho letto in giro, pare sia il più bello di Ambrose Bierce, e oltre al fatto che sono state realizzate varie trasposizioni cinematografiche, è stato d’ispirazione per altri lavori molto famosi come Il miracolo segreto, racconto di Borges contenuto in Finzioni, e perfino il film Donnie Darko, che abbiamo visto in tanti. E credetemi che dopo aver letto questa short story capirete tutti i collegamenti con altre opere.
Adesso vi lascio al racconto, che su “Altri animali” è inserito nella rubrica “Il racconto del martedì”, una storia che potete leggere molto rapidamente. Io comunque approfondirò la conoscenza con Bierce perché è stato proprio una bella scoperta.

Come al solito, buona lettura!

Un uomo stava in piedi su un ponte ferroviario nell’Alabama del Nord, guardando l’acqua che scorreva veloce dieci metri sotto di lui. Le mani dell’uomo erano dietro la sua schiena, i polsi legati con una corda. Una fune gli stringeva forte il collo. Era agganciata a una solida trave sulla sua testa e il resto gli ricadeva indietro all’altezza delle ginocchia. Alcune tavole sconnesse poggiate sulle traversine che sorreggono le rotaie sostenevano lui e i suoi carnefici, due soldati semplici dell’esercito federale, comandati da un sergente che nella vita civile avrebbe potuto essere un vice sceriffo. A poca distanza, sulla stessa piattaforma provvisoria, c’era un ufficiale nell’uniforme del suo grado, armato. Era un capitano. Una sentinella a ogni estremità del ponte stava impalata…

… continua a leggere su “Altri Animali”.