Intervista all’editore | Quattro chiacchiere con Alessio Cuffaro di Autori Riuniti

Poco tempo fa mi è capitato di leggere un libro di una casa editrice che ancora non conoscevo e ho letteralmente scoperto un mondo. A Una Marina di libri ho assistito alla presentazione di questo libro – Il battito oscuro del mondo di Luca Quarin, ma ne parleremo più avanti – e ho anche conosciuto uno degli editori-autori che fanno parte di Autori Riuniti, Alessio Cuffaro. Nei giorni successivi gli ho posto qualche domanda sulla loro realtà editoriale (molto interessante, adesso vedrete perché) e credo sia un ottimo modo per farla conoscere anche a voi che magari non li avete ancora incontrati sul vostro cammino di lettori.
Ecco qui l’intervista, allora, e buona lettura!

Quando e come nasce Autori Riuniti?
Autori Riuniti nasce come idea nell’agosto del 2015. Concretamente verrà alla luce nel maggio 2016, con le nostre prime uscite.
Nasce dall’esigenza che sentivamo, noi fondatori, di creare un progetto che rispecchiasse il nostro sentire comune riguardo la narrativa, il mondo editoriale e i libri e che ci permettesse di mettere a frutto la nostra lunga esperienza maturata negli anni nell’ambito editoriale. Siamo partiti da un’idea molto antica, in realtà: l’autore al centro del progetto, partecipe e responsabile dei processi che portano alla nascita dei libri della casa editrice. Autori Riuniti è quindi l’unica casa editrice interamente gestita da autori.

In base a cosa scegliete i manoscritti da pubblicare tra le varie proposte che vi arrivano?
Come recita uno dei punti del nostro manifesto, cerchiamo soprattutto storie, con vere trame, personaggi che “tengano”, che siano a tutto tondo, vicende che forse solo la letteratura riesce a raccontare. Queste storie devono essere raccontate con stile, con una voce unica e inconfondibile. Sappiamo che non è facile trovare manoscritti che rispondano a queste caratteristiche. Ma per noi la qualità del testo è tutto.

Come ci si divide il lavoro nella vostra casa editrice? Che regole vi siete dati?
Abbiamo un unico vincolo a cui ci atteniamo: nessun autore lavora al proprio testo, ma solo a quello degli altri. Altrimenti intermediazione culturale e qualità sarebbero compromesse.
Le mansioni vengono suddivise di volta in volta: lettura, correzione bozze, editing, grafica, comunicazione, promozione… Ogni autore partecipa alla nascita di un libro di un collega in modi sempre diversi. Noi tre soci fondatori invece abbiamo ambiti su cui ci concentriamo maggiormente.

Quante persone lavorano nel collettivo Autori Riuniti al momento?
Tre soci fondatori, diversi autori, alcuni già pubblicati, altri che pubblicheremo a breve, altri ancora che non pubblicano con noi ma partecipano al progetto perché lo trovano stimolante; abbiamo poi lettori amici, librai, giornalisti, recensori, blogger, semplici curiosi che si interessano, chiedono, propongono. Questo è l’aspetto più affascinante della nostra iniziativa: aver creato una vera casa (editrice) per tutti, aperta a chi voglia dare il suo contributo.

Nel manifesto riportato alla fine dei vostri libri c’è scritto che non avete definito norme tipografiche uniche per tutte le pubblicazioni. Perché?
Riteniamo che non sia l’uniformità nelle norme tipografiche l’elemento decisivo per creare un filo rosso tra i titoli delle collane. È semmai la qualità dei testi, la loro bellezza e originalità, a renderli riconoscibili. I nostri autori si devono sentire liberi di adottare le norme che meglio preferiscono, quelle che sentono più funzionali al loro libro.

Quanta importanza date al web (riviste online, blog, social network) affiancato al vostro lavoro editoriale? 
Tantissima: il web è oggi la vera piazza dove si parla di libri, si leggono in maniera condivisa, si consigliano, si recensiscono, si promuovono. La rete permette il contatto diretto coi lettori, impensabile tempo addietro, e ciò è molto stimolante. Per noi è fantastico conoscere lettori alle fiere o alle presentazioni e poi mantenere con loro un contatto tramite Facebook o Instagram, ricevere riscontri, complimenti e critiche che migliorano sempre il nostro lavoro.

Con che libro è partita la vostra avventura?
Con due titoli: Questo libro si può anche leggere, un’antologia di racconti di 10 scrittori contemporanei (tra cui Zardi, Morandini, Voltolini, Morozzi, Riba…) che è anche un manuale di scrittura, che utilizza i racconti come esempi per illustrare le varie tecniche narrative; e La distrazione di Dio, romanzo di esordio di Alessio Cuffaro che è alla seconda ristampa.

E qual è quello che vi ha dato più soddisfazioni fino ad ora?
L’ultimo uscito: Il battito oscuro del mondo di Luca Quarin. Perché è un libro formidabile, molto ben scritto e suggestivo, che racconta di un’America particolare con precisione e verità. Ma soprattutto perché è stato per noi il sogno (da editori) che si avvera: tra i tanti manoscritti che riceviamo, spesso purtroppo non all’altezza di una pubblicazione, a dicembre dell’anno scorso, troviamo questa perla. Pensavamo fosse uno scherzo di amici editori, tanto ci sembrava incredibile.

Che cosa è “la pagina in più”?
Una pagina che è presente in ogni libro e che è esclusivo appannaggio dell’autore: può riempirla come meglio crede, senza che gli editori mettano bocca. Finora è stata utilizzata per ringraziare, per dare spazio ad opere di altri autori, per inserire elementi della storia che non sono confluiti nel libro ma l’autore riteneva lo stesso di donare al lettore. È una delle varie peculiarità dei nostri libri, insieme al manifesto che illustra il progetto e alla numerazione delle nostre pagine che è decrescente, per segnalare immediatamente al lettore quanto manca alla fine della storia.

Che progetti avete per le prossime uscite?
In questi giorni stiamo definendo le uscite dell’autunno. Senza svelare troppo, possiamo dire che avremo libri d’esordio molto interessanti, aperti alla contemporaneità ma al tempo stesso perfettamente letterari, nonché un’opera collettiva che farà molto discutere…

Grazie mille ad Alessio Cuffaro per la disponibilità e a presto!

“Mia figlia, don Chisciotte” di Alessandro Garigliano e due chiacchiere con l’autore

Come molti di voi sapranno, ho alle spalle tanti anni di studio della letteratura da cui deriva un grande amore per il Don Chisciotte (letto sia in lingua originale che in italiano, e ne prevedo una rilettura a breve), che considero il romanzo per eccellenza, il libro più geniale che sia mai stato scritto. Evidentemente deve pensarla così anche Alessandro Garigliano, che da pochissimo ha pubblicato con NN editore Mia figlia, don Chisciotte, un libro che, come c’era da aspettarsi, mi ha conquistato e che sono contenta di aver letto per diversi motivi.
La storia è quella di un padre quarantenne che non ha il coraggio di dire alla propria bambina di tre anni di essere disoccupato e che quindi ogni mattina indossa il vestito elegante, quello del matrimonio, e finge di uscire per svolgere il lavoro di professore universitario. Ha una grande passione per Cervantes e finisce per interpretare la sua vita alla luce del Don Chisciotte: la figlia è una sorta di Alonso Quijano in miniatura e lui un povero Sancho Panza che la accompagna nelle sue strampalate avventure quotidiane (di cui si racconta nei vari capitoli). È uno strano Sancho il protagonista, però: spesso è combattuto, non sa se assecondare la fantasia della bimba o se riportarla coi piedi per terra, ricordarle i suoi obblighi e farle accettare la razionalità del presente. E vorrebbe proteggerla sempre, magari creando un bunkerino in cui possa non correre rischi.
Ma Mia figlia, don Chisciotte non è solo una raccolta di episodi familiari da cui emerge la tenerezza di un padre (e di una madre, personaggio secondario che poi, in realtà, tanto secondario non è) nei confronti della figlia; è anche un libro pieno di interessanti riflessioni letterarie su Cervantes e non solo, che sono davvero piacevoli da leggere perché la passione con cui Garigliano le ha scritte si percepisce in ogni pagina.

Dopo la lettura ho pensato di porre qualche domanda all’autore, siciliano come me (ma di Misterbianco, dalla parte opposta), che avevo già incontrato durante la presentazione del libro fatta qui a Palermo a fine aprile. Garigliano collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana e il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino. Ecco qui di seguito una breve intervista.

Da cosa (e quando) nasce la tua passione per il Don Chisciotte?
Da sempre, devo dire. Fino a una certa età ho vissuto con il mito del donchisciottismo, poi, non essendomi mai occupato di altro che di libri, il “Don Chisciotte” di Cervantes è subito diventato un testo totemico: l’origine del romanzo moderno. Paradossalmente ne ho rimandato per anni la lettura, quasi in soggezione, per potermelo godere al meglio accumulando quanta più esperienza possibile, sia letteraria che di vita. Ma non appena è arrivato il momento, non ho più smesso di leggerlo: mia moglie era incinta!

La gestazione di Mia figlia, don Chisciotte è stata lunga e travagliata?
Ho lavorato molto sul testo. Sono una personalità ossessiva, quindi cerco di curare ogni dettaglio. In questo libro, non avendo nessun punto di riferimento per quanto riguarda il genere, ho impiegato parecchio tempo per dare forma alla struttura e per rendere fluido il passaggio tra la parte saggistica e quella narrativa.

Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro?
Niente e tutto, direi. Se l’autobiografia è il genere più falso che esista, allora ho scritto un testo autobiografico.

Ah, Sancio, vorrei gridare, per quali ragioni ricerchi cause, indizi, motivi? Dobbiamo ravvederci, osare, annichilire la ragione inalberando anche noi tracotanza! Subito però mi sento di nuovo braccato dalla prudenza, dando ancora ragione a Sancio. Credo sia giusto accettare il presente per non covare un futuro di frustrazioni a mia figlia. È sempre meglio reprimere la parte utopica, nonostante continui malgrado tutto ad affiorare.

Gran parte dei genitori cerca di limitare la fantasia dei figli per tenerli legati alla realtà e farli restare coi piedi per terra. Il tuo protagonista/narratore, invece, spesso fa proprio il contrario: alimenta e incoraggia l’immaginazione della sua bambina. Quale credi che sia l’atteggiamento più corretto e perché?
Non so quale sia l’atteggiamento più corretto. Credo non esistano confini rigidi tra fantasia e realtà. Bruno Bettelheim diceva che le fiabe sono scritte in quel modo – con cattivi e buoni, tinte fosche, violenza e immaginazione – perché il mondo interiore dei bimbi è esattamente fatto in quel modo. E la stessa cosa possiamo dire dei miti: non sono che proiezioni di mondi interiori appartenenti da sempre all’essere umano. E ancora: quando di notte rielaboriamo ciò che abbiamo vissuto di giorno, con una grammatica totalmente diversa, non stiamo “fantasticando”, stiamo semplicemente continuando a interpretare la realtà.

La moglie del protagonista è una figura che parte un po’ in sordina ma acquista sempre più rilievo. Credi che anche lei possa corrispondere a qualche personaggio del capolavoro di Cervantes?
Per me la moglie è un personaggio centrale perché incarna sia don Chisciotte che Sancio Panza.

Mia figlia, don Chisciotte, oltre ai racconti familiari di unapadre, una madre e una figlia, raccoglie tante interessanti pagine di critica letteraria, non solo su Cervantes. Pensi che questo possa stimolare ulteriormente chi ti legge alla critica e che possa far scoprire Don Chisciotte a chi ancora non lo ha affrontato?
Ho iniziato a scrivere il mio testo perché esasperato da chi crede sia importante solo cosa c’è scritto in un libro, il contenuto della storia, senza porre la dovuta attenzione a come il libro è scritto. Per me, invece, non si dovrebbe trascurare niente: il contenuto, certo, ma anche la lingua, le coordinate temporali e spaziali, la trama (che non deve limitarsi a riprodurre lo svolgersi di percorsi di genere triti e ritriti, ma reinventarsi incessantemente), il montaggio eccetera. E allora, nel mio “Don Chisciotte”, ho provato a raccontare anche come è stato scritto il capolavoro di Cervantes: con quali intuizioni, improvvisazioni e rigore; e anche il modo in cui dialoga con i testi del passato e con quelli del futuro. Approfittando soprattutto del fatto che il “Don Chisciotte” di Cervantes è considerato da molti l’origine del romanzo moderno.

Leggendo il tuo romanzo viene da pensare che molte volte la vita e la letteratura si fondano fin quasi a coincidere. Sei d’accordo con chi dice, in fin dei conti, letteratura e vita sono un po’ la stessa cosa?
Su Letteratura e vita, in Mia figlia, don Chisciotte, ho scritto un intero capitolo (il quinto, intitolato: “Che tratta di mia figlia, Proust e Cervantes”). Non ho molto da aggiungere. Credo che dipenda da cosa si intenda per vita e cosa per Letteratura. Esistono libri mediocri, che somigliano alla più sconfortante quotidianità e vite talmente scontate da poterci scrivere romanzi di genere.

Grazie mille ad Alessandro Garigliano per la disponibilità e la gentilezza.
Buona lettura!

Titolo: Mia figlia, don Chisciotte
Autore: Alessandro Garigliano
Genere:
 Romanzo 
Anno di pubblicazione:
 2017
Pagine: 234
Prezzo: 16 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspiena

Breve intervista a David James Poissant, autore de “Il paradiso degli animali” (NN Editore)

Lo scorso 10 settembre ho partecipato all’incontro alla libreria Modusvivendi di Palermo con David James Poissant, autore de Il paradiso degli animali, pubblicato lo scorso anno da NN Editore e recensito da me QUI. A dialogare con lui c’erano alcuni membri del circolo di lettura relativo alla libreria (Il ModusClub), i quali hanno fatto emergere gli aspetti più interessanti del libro in relazione anche al lavoro dello scrittore. Ma dopo averlo conosciuto mi sono venute in mente tante altre domande che avrei voluto fargli – molte delle quali forse gli avrebbero posto gli stessi intervistatori se il tempo a disposizione fosse stato illimitato, non so – e per fortuna la squadra di NN me ne ha dato la possibilità facendo da tramite fra me e lui.
David James Poissant – Jamie, come si presenta lui – è una persona estremamente carina che stringeva la mano a chiunque entrasse in libreria (pure a me che sono rimasta imbambolata) dicendo «Hi, I am Jamie!» e che ha parlato dei suoi racconti con serietà ma anche con grande ironia. Se quando mi trovo a fare domande ad un autore mi soffermo, com’è ovvio che sia, su qualche aspetto della sua opera, quello che più m’interessa è, di solito, la sua personalità, i motivi per cui ha compiuto determinate scelte o il modo in cui lavora. A chi non viene voglia, terminato un libro, di fare quattro chiacchiere con chi lo ha scritto per conoscerlo meglio? A me succede quasi sempre.

Ma bando alle ciance! Se non lo avete fatto vi consiglio ancora (e ancora) di leggere Il paradiso degli animali, soprattutto in attesa del romanzo che nel frattempo Poissant sta scrivendo perché… be’, leggete questa piccola intervista fino alla fine!

Il tuo percorso da scrittore è cominciato coi racconti, che a mio parere sono molto difficili da scrivere: dovendo concentrare la storia in poche pagine, il rischio di non dire nulla e di combinare disastri è altissimo. Come mai hai deciso di lanciarti proprio sui racconti, ottenendo tra l’altro un gran risultato? Sono più nelle tue corde?
I racconti in un certo senso sono il mio forte! Se hai ragione quando dici che la posta in gioco è alta e le storie sono difficili da azzeccare, i rischi sono minori in termini di tempo trascorso per ogni pezzo finito. Se lavoro su una storia per un mese e poi non funziona, ho solo buttato via un mese. Se lavoro su un romanzo per due anni e non funziona, be’, è un sacco di tempo perso. (Non sto dicendo che il tempo passato a scrivere sia sprecato, non lo è mai. La scrittura t’insegna la resistenza, il problem-solving, ecc.. Ma di sicuro può essere doloroso passare moltissimo tempo su una cosa che poi non funziona.) Quindi, all’inizio, penso di essermi dato ai racconti perché i romanzi sembravano troppo grandi, troppo lunghi. Poi mi sono innamorato della tortuosità della storia, del modo in cui ogni parola ha una sua importanza. Adesso sto lavorando a un romanzo ed è un tipo diverso di sfida. Amo entrambe le forme narrative, ma il racconto sarà sempre il mio primo amore.

Molti autori hanno idee contrastanti sul rapporto tra verità e finzione: alcuni raccontano cose che conoscono davvero o di cui hanno sentito parlare; altri, invece, inventano di sana pianta. Per quanto riguarda le tue storie ti sei ispirato ad eventi reali?
Il mio motto è: scrivi ciò che ti spaventa. Le mie storie non sono autobiografiche. Alcune attingono leggermente a cose che ho visto succedere ad amici. Ma per per la maggior parte sono inventate. Penso alle cose di cui ho più paura (la morte di una persona amata, la morte di un bambino, la fine di un matrimonio, la fine dell’amore), e scrivo in quella direzione. A volte penso che quest’abitudine sia un po’ superstiziosa, come se, scrivendo di tutte le cose brutte, poi queste non potessero accadere a me nella vita reale. Ma quando devo creare le ambientazioni nelle mie storie o nel mio romanzo, esse sono basate su luoghi reali e vite reali. Non posso inventare scenari di sana pianta. Studio meticolosamente i luoghi, li visito, o cerco di ricordare posti in cui sono stato, e metto personaggi fittizi dentro questi posti reali, se ha senso.

I tuoi personaggi non sono persone particolarmente importanti, ci parli di gente normale che affronta cose più o meno normali ma terribili, eventi possibili e verosimili che possono toccare tutti, ma che nessuno di noi vorrebbe mai affrontare. Perché hai scelto di raccontare proprio il lato tragico della vita? È un modo per esorcizzare il male?
Sì, è quello che penso. Scrivo del male per tenerlo a bada. Scrivo di persone comuni in circostanze comuni perché credo che ognuno meriti che la sua storia venga raccontata.

Nei racconti de Il paradiso degli animali gli animali sono sia un pretesto per scatenare emozioni che la rappresentazione simbolica delle emozioni stesse. Durante un incontro coi lettori hai detto che prima pensi alla storia e in un secondo momento decidi quale animale attribuire a quella determinata situazione. In base a cosa crei questi abbinamenti?
Non sono sicuro di avere sempre il pieno controllo quando scrivo una storia! Quando scrivo bene, i personaggi sembrano muoversi e parlare per loro libera scelta. È come se sognassi ad occhi aperti. Per questo motivo, con questo libro, ho trovato spesso gli animali che passeggiavano dentro e fuori dalle storie. Ad eccezione de L’uomo lucertola e L’ultimo dei grandi mammiferi terrestri, non credo di aver scelto coscientemente di abbinare un particolare animale ad una storia. Loro semplicemente ci passeggiano dentro, facendo le fusa o ringhiando, spesso quando meno me li aspetto.

Con altri lettori mi trovo spesso a riflettere sull’atteggiamento degli autori durante le presentazioni. Chi viene da fuori è sempre gente alla mano, amichevole, disponibile e soprattutto molto umile; sto pensando, ad esempio, a Peter Cameron, a Jenny Offill e anche a te che hai accolto allegramente chiunque entrasse in libreria. Molti degli scrittori italiani (e per fortuna non tutti!), invece, si comportano spesso da intellettuali e appaiono un po’ snob. In America si dà un significato diverso all’essere scrittore? Come ci si pone nei confronti del pubblico?
Ci sono alcuni scrittori americani lì fuori che sono un po’ meno amichevoli, ma la maggior parte di noi è gradevole, almeno per quanto riguarda la mia esperienza. In un mondo che passa più tempo a guardare la TV che a leggere libri, penso che la maggior parte di noi sia grata di avere dei lettori. Io so di esserlo!

Come lavora David James Poissant? Dove e come scrive? Ma soprattutto, scrive quando c’è l’ispirazione o si mette d’impegno ad elaborare idee?
Se scrivessi solo quando mi sento ispirato, di rado scriverei qualcosa! Penso alla scrittura, invece, come ad un lavoro, e provo a presentarmi al lavoro quasi tutti i giorni. Mi siedo a scrivere e spero che la Musa si faccia viva. Scrivo meglio la mattina prima che le email e altre voci si inseriscano e confondano il mio cervello impegnato con la scrittura, se rendo l’idea. Scrivo quasi tutti i giorni per quattro ore al giorno, e compongo sul portatile.

Ultima domanda. Sappiamo che stai scrivendo un romanzo e, dato che già ci hai conquistati con Il paradiso degli animali, siamo ansiosi di leggerlo. Ci puoi dare qualche anticipazione? Che cosa dobbiamo aspettarci?
Il paradiso degli animali contiene due racconti collegati, Diagramma di Venn e Sveglia il bambino. Raccontano la storia di Richard e Lisa Starling, una coppia che perde un figlio piccolo. Il romanzo ha inizio trent’anni dopo. Richard e Lisa adesso hanno due figli. La famiglia si riunisce per un’ultima settimana alla casa al lago prima che la casa venga venduta e che Richard e Lisa se ne vadano in Florida. I figli hanno idee diverse sulla vendita della casa. È un romanzo che parla di famiglia, amore, sesso, segreti, e di tre matrimoni molto diversi.

Adesso non ci resta che aspettare questo nuovo romanzo. Io gongolo perché, in effetti, i racconti da cui prende spunto sono quelli che ho preferito nella raccolta.
Grazie a Jamie Poissant per avermi concesso un po’ del suo tempo e a NN Editore!

Intervista doppia su “Madame Bovary”

Madame Bovary è un libro che ho letto l’anno scorso e di cui ho parlato a suo tempo. C’è da dire che la lettura è sempre un’esperienza personale, quindi ciò che non piace a me può piacere a te. Non discuto sul fatto che sia un classico, ma ci sono cose che semplicemente non ti colpiscono perché non sono nelle tue corde, oppure prendi in antipatia il protagonista ed è finita.
Per questo motivo ho deciso di partecipare ad un’intervista doppia per il sito Leggeremania (con cui, lo sapete, collaboro di tanto in tanto). Vedrete che le mie risposte non sono in linea con quelle di Grazia, che di sicuro ha apprezzato molto più di più la personalità della protagonista, a differenza di me che ho semplicemente riconosciuto il valore del romanzo senza amarne i personaggi.

Intervista doppia di Domizia Moramarco su Madame Bovary, romanzo dell’autore francese Gustave Flaubert. Valentina Accardi e Grazia Spano si confrontano su uno dei classici più belli della letteratura.

Annoverato fra i classici intramontabili della letteratura contemporanea, Madame Bovary, romanzo pubblicato nel 1857 dall’autore francese Gustave Flaubert, continua tutt’oggi a ispirare diverse trasposizioni cinematografiche, la più recente è nella versione della regista franco-americana Sophie Barthes, presto nelle sale.

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“L’uomo di Schrödinger” di Giovanni Marchese + piccola intervista all’autore

Ecco, diversi giorni fa mi sono svegliato
in un letto d’ospedale. O forse era una clinica privata,

un sanatorio, non saprei dirlo con precisione.
Non sapevo cosa ci facessi lì. Né chi ero o come mi chiamassi.
Cosa che in effetti non saprei esprimerle nemmeno 
adesso con esattezza, anche se di tanto in tanto mi
riesce di ricordare qualcuno degli episodi del mio
passato, talvolta collegati tra loro ma più spesso no.

WP_004480Oggi voglio parlarvi di un romanzo di Giovanni Marchese, edito da Verbavolant e uscito nel 2014, che racconta una storia molto particolare: L’uomo di Schrödinger.

In un paese che si trova nel bel mezzo della crisi economica e in cui stanno per arrivare gli extraterrestri, un uomo improvvisamente si sveglia senza ricordare nulla del suo passato. Non sa chi sia, non sa perché abbia la testa fasciata o di chi siano gli abiti che indossa. Ha in tasca i documenti di un asiatico, un uomo che vuole trovare per ricostruire la sua storia. Il suo è un percorso difficile e confuso: si muove tra cinema a luci rosse, attori di film pornografici, strane sette religiose, rettiliani e altri personaggi molto strani. L’unica cosa certa è che ha la testa dolorante perché ha una ferita e che ha alcuni flashback del suo passato quando viene a contatto con qualcosa che, da qualche parte dentro di sé, sa di aver conosciuto.

L’atmosfera di questa storia è cupa, confusa, e la scrittura di Giovanni Marchese ricalca perfettamente lo stato d’animo del protagonista, che non ha idea di cosa gli stia succedendo o di dove stia andando. E noi stessi – i lettori – non riusciamo mai a capire se ciò che lui vede sia reale o sia solo frutto di qualche allucinazione causata dalla ferita alla testa, perché tutto risulta assurdo e grottesco.

Ma andiamo al titolo. Perché L’uomo di Schrödinger? Vi rimando ad un passo in cui il protagonista ha uno scambio di battute con un altro personaggio e viene fornita la spiegazione che stiamo cercando.

“Conosce il paradosso del gatto di Erwin Schrödinger? Si rinchiude un gatto in una scatola d’acciaio insieme a un marchingegno infernale, che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrato direttamente dal felino, un aggeggio composto di un contatore Geiger e di una minuscola quantità di plutonio, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona il relè di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro che ucciderà il gatto. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La cosa porta ad affermare che il gatto vivo e il gatto morto esistono contemporaneamente. Fino al momento, per lo meno, in cui apriamo la scatola per controllare. Ebbene, lei è come quel gatto. E la sua mente è la scatola”.

Detto questo, non è una lettura particolarmente semplice e rilassante, e questo è il motivo per cui mi sono presa un po’ di tempo per rifletterci prima di recensire il libro. Quello che si prova mentre si legge è una forte angoscia, perché è impossibile non immedesimarsi nel protagonista, un uomo che non conoscendo il suo passato non riesce a vivere il suo presente e a costruirsi un futuro. Come lui, anche noi cerchiamo delle risposte.

E a proposito di risposte, ho voluto approfondire un pochino la conoscenza di questo romanzo e di chi lo ha scritto, quindi mi sono permessa di porre qualche domanda all’autore, che ringrazio per la disponibilità e la gentilezza.

Da cosa nasce l’idea di questo libro?
Lo spunto è stato pensare al senso di smarrimento che si vive oggigiorno negli anni cosiddetti del regresso e della crisi economica, della mancanza di punti di riferimento certi derivanti dal declino delle ideologie e delle credenze religiose tradizionali. Un personaggio che avesse perso la memoria costituiva una sorta di tabula rasa e un punto di vista stimolante da sviluppare in questa prospettiva. Ed è così che ho iniziato a comporre il testo. Certo, in seguito, chiaramente sono entrati in gioco anche altri fattori come, per esempio, il fatto che colloco le mie storie sempre un po’ più in là rispetto al tempo presente e la volontà di volere imbastire una narrazione strutturata in maniera tale da coinvolgere il lettore e condurlo in un viaggio attraverso un mondo misterioso e al tempo stesso familiare. Chi è il protagonista? Da dove viene? Cosa gli è successo? Perché nessuno lo sta cercando? Il lettore è partecipe rispetto alla ricerca che il personaggio compie su di sé ed è incitato a elaborare proprie congetture per svelare il mistero. Volevo quindi recuperare anche quella dimensione ludica della lettura e cercare di scrivere un libro che fosse piacevole da leggere.

Quali sono gli scrittori che ispirano Giovanni Marchese autore? Cioè, cosa legge Giovanni Marchese?
Parto dal presupposto che per me la lettura deve essere un piacere non un compito. Ciò premesso, le letture che trovo più interessanti sono quelle che stimolano l’immaginazione e la fantasia, che si muovono ai confini della realtà. Scrivendo non faccio altro che ribaltare queste cose sul versante della scrittura. Sono davvero tanti gli autori che mi ispirano, come lettore il mio imprinting è avvenuto in tenera età con Emilio Salgari, direi che negli ultimi anni Tommaso Landolfi, Dino Buzzati, Italo Calvino e Michele Mari sono stati dei punti di riferimento forti. Sul fronte estero potrei citare Philip K. Dick, Ray Bradbury ma anche quegli autori che da Edgar Allan Poe e H. P. Lovecraft fino a Stephen King hanno fatto grande il genere fantastico. Più in generale mi hanno appassionato anche letture spesso molto diverse tra loro che spaziano tra vari generi e contenuti, accomunate tuttavia dalla seduzione della scrittura o dalla suspence oppure dal fatto di muoversi in territori ai confini della realtà.

In una situazione come quella che trova il protagonista del tuo libro quando si sveglia, secondo te, è necessariamente una cosa negativa non ricordare nulla?
Potrei dire che se da un lato nella vita è sempre meglio sapere chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare, dall’altro forse ogni tanto dovremmo apprezzare il fatto che il nostro cervello riesce a dimenticare certe cose molto bene permettendoci di andare avanti e fare nuove esperienze ma anche, ahimè, nuovi errori.

Ci vuoi dare qualche chicca sul tuo romanzo? Qualcosa che ancora non è venuto fuori o qualche suggerimento per leggere o comprendere meglio L’uomo di Schrödinger?
Ci sarebbe una cosa a cui forse ancora nessuno ha fatto caso. Nel primo capitolo, assieme alle vicissitudini che danno il via al romanzo, c’è un incontro particolare tra il protagonista e un personaggio. Penso che quello sia un passaggio per certi versi rivelatore, se letto con la dovuta attenzione. E mi fermo qui per non spoilerare!

Buona lettura!

Titolo: L’uomo di Schrödinger
Autore: Giovanni Marchese
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 200
Prezzo: 13 €
Editore: Verbavolant

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

Giovanni Marchese è nato a Catania nel 1976.
Alcuni suoi racconti sono apparsi sulle riviste Nuova Prosa, Alibi, DoppioZero, Verde, L’Inquieto, MareNero e in antologie quali Storytellers e La Semana Negra di Gijon. Autore del saggio Leggere Hugo Pratt (2006), ha anche scritto soggetto e sceneggiatura dei graphic novel Ti sto cercando (2008), Nessun ricordo (2009) e Invito al massacro (2012), pubblicati da Tunué, e di alcuni fumetti brevi apparsi su varie raccolte. Dal 2010 cura Nerdelite, blog dedicato al fumetto e alla letteratura: http://nerd-elite.blogspot.it/

Intervista doppia su “Cent’anni di solitudine”

Un po’ di tempo fa, su Leggeremania, abbiamo pensato, con la mia omonima Valentina, di realizzare un’intervista doppia su quello che forse è il romanzo più famoso di Gabriel García Márquez, ovvero Cent’anni di solitudine. A parte il fatto che abbiamo avuto l’occasione di studiarlo e conoscerlo meglio insieme, negli anni passati all’università, abbiamo idee un po’ diverse su alcuni aspetti dell’opera. Io, ad esempio, ammetto il grandissimo valore di questo libro ma non mi è piaciuto tanto quanto altri lavori di Márquez, come Dell’amore e di altri demoni o Racconto di un naufrago, che personalmente mi hanno coinvolta di più.
L’intervista non è stata pensata dopo la morte dell’autore, ma per vari motivi è stata pubblicata solo pochi giorni fa, quasi come un tributo a Gabriel García Márquez.

A pochissimi giorni dalla scomparsa di Gabriel Garcìa  Màrquez Leggeremania ricorda Cent’anni di solitudine con un’intervista doppia che racconta i punti più toccanti di un romanzo che ha fatto la storia della letteratura del Novecento.

Le due autrici Valentina Accardi e Valentina Sciortino ricordano Gabriel Garcia Marquez e il suo capolavoro Cent’anni di solitudine con un’intervista di Eleonora Usai che aiuta i lettori a scoprire il perché questo romanzo sia uno dei più belli della storia letteraria del Novecento.

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Per conoscere meglio “Il bordo vertiginoso delle cose” di Carofiglio

Qualcuno ricorderà che quando ho letto Il bordo vertiginoso delle cose di Gianrico Carofiglio ho detto che non mi è piaciuto troppo. Nei giorni scorsi, su Leggeremania, abbiamo realizzato un’intervista doppia, con le colleghe Chiara ed Eleonora, in cui io ho solo fatto delle domande e loro hanno risposto esponendo i loro due diversi punti di vista. Se v’interessa, date un’occhiata qui 😉

Il bordo vertiginoso delle cose è l’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, edito nel 2013 da Rizzoli.

Il protagonista di Il bordo vertiginoso delle cose, Enrico Vallesi, è uno scrittore di quarantotto anni che, dopo il successo del suo unico libro, è in preda ad un blocco creativo. Per vivere lavora per la sua casa editrice scrivendo libri che verranno pubblicati col nome di altri. Nella vita è solo e abita a Firenze. Un giorno gli capita di leggere di un fatto di cronaca in cui è coinvolto Salvatore, una sua vecchia conoscenza di quando stava…

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