Breve intervista a David James Poissant, autore de “Il paradiso degli animali” (NN Editore)

Lo scorso 10 settembre ho partecipato all’incontro alla libreria Modusvivendi di Palermo con David James Poissant, autore de Il paradiso degli animali, pubblicato lo scorso anno da NN Editore e recensito da me QUI. A dialogare con lui c’erano alcuni membri del circolo di lettura relativo alla libreria (Il ModusClub), i quali hanno fatto emergere gli aspetti più interessanti del libro in relazione anche al lavoro dello scrittore. Ma dopo averlo conosciuto mi sono venute in mente tante altre domande che avrei voluto fargli – molte delle quali forse gli avrebbero posto gli stessi intervistatori se il tempo a disposizione fosse stato illimitato, non so – e per fortuna la squadra di NN me ne ha dato la possibilità facendo da tramite fra me e lui.
David James Poissant – Jamie, come si presenta lui – è una persona estremamente carina che stringeva la mano a chiunque entrasse in libreria (pure a me che sono rimasta imbambolata) dicendo «Hi, I am Jamie!» e che ha parlato dei suoi racconti con serietà ma anche con grande ironia. Se quando mi trovo a fare domande ad un autore mi soffermo, com’è ovvio che sia, su qualche aspetto della sua opera, quello che più m’interessa è, di solito, la sua personalità, i motivi per cui ha compiuto determinate scelte o il modo in cui lavora. A chi non viene voglia, terminato un libro, di fare quattro chiacchiere con chi lo ha scritto per conoscerlo meglio? A me succede quasi sempre.

Ma bando alle ciance! Se non lo avete fatto vi consiglio ancora (e ancora) di leggere Il paradiso degli animali, soprattutto in attesa del romanzo che nel frattempo Poissant sta scrivendo perché… be’, leggete questa piccola intervista fino alla fine!

Il tuo percorso da scrittore è cominciato coi racconti, che a mio parere sono molto difficili da scrivere: dovendo concentrare la storia in poche pagine, il rischio di non dire nulla e di combinare disastri è altissimo. Come mai hai deciso di lanciarti proprio sui racconti, ottenendo tra l’altro un gran risultato? Sono più nelle tue corde?
I racconti in un certo senso sono il mio forte! Se hai ragione quando dici che la posta in gioco è alta e le storie sono difficili da azzeccare, i rischi sono minori in termini di tempo trascorso per ogni pezzo finito. Se lavoro su una storia per un mese e poi non funziona, ho solo buttato via un mese. Se lavoro su un romanzo per due anni e non funziona, be’, è un sacco di tempo perso. (Non sto dicendo che il tempo passato a scrivere sia sprecato, non lo è mai. La scrittura t’insegna la resistenza, il problem-solving, ecc.. Ma di sicuro può essere doloroso passare moltissimo tempo su una cosa che poi non funziona.) Quindi, all’inizio, penso di essermi dato ai racconti perché i romanzi sembravano troppo grandi, troppo lunghi. Poi mi sono innamorato della tortuosità della storia, del modo in cui ogni parola ha una sua importanza. Adesso sto lavorando a un romanzo ed è un tipo diverso di sfida. Amo entrambe le forme narrative, ma il racconto sarà sempre il mio primo amore.

Molti autori hanno idee contrastanti sul rapporto tra verità e finzione: alcuni raccontano cose che conoscono davvero o di cui hanno sentito parlare; altri, invece, inventano di sana pianta. Per quanto riguarda le tue storie ti sei ispirato ad eventi reali?
Il mio motto è: scrivi ciò che ti spaventa. Le mie storie non sono autobiografiche. Alcune attingono leggermente a cose che ho visto succedere ad amici. Ma per per la maggior parte sono inventate. Penso alle cose di cui ho più paura (la morte di una persona amata, la morte di un bambino, la fine di un matrimonio, la fine dell’amore), e scrivo in quella direzione. A volte penso che quest’abitudine sia un po’ superstiziosa, come se, scrivendo di tutte le cose brutte, poi queste non potessero accadere a me nella vita reale. Ma quando devo creare le ambientazioni nelle mie storie o nel mio romanzo, esse sono basate su luoghi reali e vite reali. Non posso inventare scenari di sana pianta. Studio meticolosamente i luoghi, li visito, o cerco di ricordare posti in cui sono stato, e metto personaggi fittizi dentro questi posti reali, se ha senso.

I tuoi personaggi non sono persone particolarmente importanti, ci parli di gente normale che affronta cose più o meno normali ma terribili, eventi possibili e verosimili che possono toccare tutti, ma che nessuno di noi vorrebbe mai affrontare. Perché hai scelto di raccontare proprio il lato tragico della vita? È un modo per esorcizzare il male?
Sì, è quello che penso. Scrivo del male per tenerlo a bada. Scrivo di persone comuni in circostanze comuni perché credo che ognuno meriti che la sua storia venga raccontata.

Nei racconti de Il paradiso degli animali gli animali sono sia un pretesto per scatenare emozioni che la rappresentazione simbolica delle emozioni stesse. Durante un incontro coi lettori hai detto che prima pensi alla storia e in un secondo momento decidi quale animale attribuire a quella determinata situazione. In base a cosa crei questi abbinamenti?
Non sono sicuro di avere sempre il pieno controllo quando scrivo una storia! Quando scrivo bene, i personaggi sembrano muoversi e parlare per loro libera scelta. È come se sognassi ad occhi aperti. Per questo motivo, con questo libro, ho trovato spesso gli animali che passeggiavano dentro e fuori dalle storie. Ad eccezione de L’uomo lucertola e L’ultimo dei grandi mammiferi terrestri, non credo di aver scelto coscientemente di abbinare un particolare animale ad una storia. Loro semplicemente ci passeggiano dentro, facendo le fusa o ringhiando, spesso quando meno me li aspetto.

Con altri lettori mi trovo spesso a riflettere sull’atteggiamento degli autori durante le presentazioni. Chi viene da fuori è sempre gente alla mano, amichevole, disponibile e soprattutto molto umile; sto pensando, ad esempio, a Peter Cameron, a Jenny Offill e anche a te che hai accolto allegramente chiunque entrasse in libreria. Molti degli scrittori italiani (e per fortuna non tutti!), invece, si comportano spesso da intellettuali e appaiono un po’ snob. In America si dà un significato diverso all’essere scrittore? Come ci si pone nei confronti del pubblico?
Ci sono alcuni scrittori americani lì fuori che sono un po’ meno amichevoli, ma la maggior parte di noi è gradevole, almeno per quanto riguarda la mia esperienza. In un mondo che passa più tempo a guardare la TV che a leggere libri, penso che la maggior parte di noi sia grata di avere dei lettori. Io so di esserlo!

Come lavora David James Poissant? Dove e come scrive? Ma soprattutto, scrive quando c’è l’ispirazione o si mette d’impegno ad elaborare idee?
Se scrivessi solo quando mi sento ispirato, di rado scriverei qualcosa! Penso alla scrittura, invece, come ad un lavoro, e provo a presentarmi al lavoro quasi tutti i giorni. Mi siedo a scrivere e spero che la Musa si faccia viva. Scrivo meglio la mattina prima che le email e altre voci si inseriscano e confondano il mio cervello impegnato con la scrittura, se rendo l’idea. Scrivo quasi tutti i giorni per quattro ore al giorno, e compongo sul portatile.

Ultima domanda. Sappiamo che stai scrivendo un romanzo e, dato che già ci hai conquistati con Il paradiso degli animali, siamo ansiosi di leggerlo. Ci puoi dare qualche anticipazione? Che cosa dobbiamo aspettarci?
Il paradiso degli animali contiene due racconti collegati, Diagramma di Venn e Sveglia il bambino. Raccontano la storia di Richard e Lisa Starling, una coppia che perde un figlio piccolo. Il romanzo ha inizio trent’anni dopo. Richard e Lisa adesso hanno due figli. La famiglia si riunisce per un’ultima settimana alla casa al lago prima che la casa venga venduta e che Richard e Lisa se ne vadano in Florida. I figli hanno idee diverse sulla vendita della casa. È un romanzo che parla di famiglia, amore, sesso, segreti, e di tre matrimoni molto diversi.

Adesso non ci resta che aspettare questo nuovo romanzo. Io gongolo perché, in effetti, i racconti da cui prende spunto sono quelli che ho preferito nella raccolta.
Grazie a Jamie Poissant per avermi concesso un po’ del suo tempo e a NN Editore!

Intervista doppia su “Madame Bovary”

Madame Bovary è un libro che ho letto l’anno scorso e di cui ho parlato a suo tempo. C’è da dire che la lettura è sempre un’esperienza personale, quindi ciò che non piace a me può piacere a te. Non discuto sul fatto che sia un classico, ma ci sono cose che semplicemente non ti colpiscono perché non sono nelle tue corde, oppure prendi in antipatia il protagonista ed è finita.
Per questo motivo ho deciso di partecipare ad un’intervista doppia per il sito Leggeremania (con cui, lo sapete, collaboro di tanto in tanto). Vedrete che le mie risposte non sono in linea con quelle di Grazia, che di sicuro ha apprezzato molto più di più la personalità della protagonista, a differenza di me che ho semplicemente riconosciuto il valore del romanzo senza amarne i personaggi.

Intervista doppia di Domizia Moramarco su Madame Bovary, romanzo dell’autore francese Gustave Flaubert. Valentina Accardi e Grazia Spano si confrontano su uno dei classici più belli della letteratura.

Annoverato fra i classici intramontabili della letteratura contemporanea, Madame Bovary, romanzo pubblicato nel 1857 dall’autore francese Gustave Flaubert, continua tutt’oggi a ispirare diverse trasposizioni cinematografiche, la più recente è nella versione della regista franco-americana Sophie Barthes, presto nelle sale.

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“L’uomo di Schrödinger” di Giovanni Marchese + piccola intervista all’autore

Ecco, diversi giorni fa mi sono svegliato
in un letto d’ospedale. O forse era una clinica privata,

un sanatorio, non saprei dirlo con precisione.
Non sapevo cosa ci facessi lì. Né chi ero o come mi chiamassi.
Cosa che in effetti non saprei esprimerle nemmeno 
adesso con esattezza, anche se di tanto in tanto mi
riesce di ricordare qualcuno degli episodi del mio
passato, talvolta collegati tra loro ma più spesso no.

WP_004480Oggi voglio parlarvi di un romanzo di Giovanni Marchese, edito da Verbavolant e uscito nel 2014, che racconta una storia molto particolare: L’uomo di Schrödinger.

In un paese che si trova nel bel mezzo della crisi economica e in cui stanno per arrivare gli extraterrestri, un uomo improvvisamente si sveglia senza ricordare nulla del suo passato. Non sa chi sia, non sa perché abbia la testa fasciata o di chi siano gli abiti che indossa. Ha in tasca i documenti di un asiatico, un uomo che vuole trovare per ricostruire la sua storia. Il suo è un percorso difficile e confuso: si muove tra cinema a luci rosse, attori di film pornografici, strane sette religiose, rettiliani e altri personaggi molto strani. L’unica cosa certa è che ha la testa dolorante perché ha una ferita e che ha alcuni flashback del suo passato quando viene a contatto con qualcosa che, da qualche parte dentro di sé, sa di aver conosciuto.

L’atmosfera di questa storia è cupa, confusa, e la scrittura di Giovanni Marchese ricalca perfettamente lo stato d’animo del protagonista, che non ha idea di cosa gli stia succedendo o di dove stia andando. E noi stessi – i lettori – non riusciamo mai a capire se ciò che lui vede sia reale o sia solo frutto di qualche allucinazione causata dalla ferita alla testa, perché tutto risulta assurdo e grottesco.

Ma andiamo al titolo. Perché L’uomo di Schrödinger? Vi rimando ad un passo in cui il protagonista ha uno scambio di battute con un altro personaggio e viene fornita la spiegazione che stiamo cercando.

“Conosce il paradosso del gatto di Erwin Schrödinger? Si rinchiude un gatto in una scatola d’acciaio insieme a un marchingegno infernale, che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrato direttamente dal felino, un aggeggio composto di un contatore Geiger e di una minuscola quantità di plutonio, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona il relè di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro che ucciderà il gatto. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La cosa porta ad affermare che il gatto vivo e il gatto morto esistono contemporaneamente. Fino al momento, per lo meno, in cui apriamo la scatola per controllare. Ebbene, lei è come quel gatto. E la sua mente è la scatola”.

Detto questo, non è una lettura particolarmente semplice e rilassante, e questo è il motivo per cui mi sono presa un po’ di tempo per rifletterci prima di recensire il libro. Quello che si prova mentre si legge è una forte angoscia, perché è impossibile non immedesimarsi nel protagonista, un uomo che non conoscendo il suo passato non riesce a vivere il suo presente e a costruirsi un futuro. Come lui, anche noi cerchiamo delle risposte.

E a proposito di risposte, ho voluto approfondire un pochino la conoscenza di questo romanzo e di chi lo ha scritto, quindi mi sono permessa di porre qualche domanda all’autore, che ringrazio per la disponibilità e la gentilezza.

Da cosa nasce l’idea di questo libro?
Lo spunto è stato pensare al senso di smarrimento che si vive oggigiorno negli anni cosiddetti del regresso e della crisi economica, della mancanza di punti di riferimento certi derivanti dal declino delle ideologie e delle credenze religiose tradizionali. Un personaggio che avesse perso la memoria costituiva una sorta di tabula rasa e un punto di vista stimolante da sviluppare in questa prospettiva. Ed è così che ho iniziato a comporre il testo. Certo, in seguito, chiaramente sono entrati in gioco anche altri fattori come, per esempio, il fatto che colloco le mie storie sempre un po’ più in là rispetto al tempo presente e la volontà di volere imbastire una narrazione strutturata in maniera tale da coinvolgere il lettore e condurlo in un viaggio attraverso un mondo misterioso e al tempo stesso familiare. Chi è il protagonista? Da dove viene? Cosa gli è successo? Perché nessuno lo sta cercando? Il lettore è partecipe rispetto alla ricerca che il personaggio compie su di sé ed è incitato a elaborare proprie congetture per svelare il mistero. Volevo quindi recuperare anche quella dimensione ludica della lettura e cercare di scrivere un libro che fosse piacevole da leggere.

Quali sono gli scrittori che ispirano Giovanni Marchese autore? Cioè, cosa legge Giovanni Marchese?
Parto dal presupposto che per me la lettura deve essere un piacere non un compito. Ciò premesso, le letture che trovo più interessanti sono quelle che stimolano l’immaginazione e la fantasia, che si muovono ai confini della realtà. Scrivendo non faccio altro che ribaltare queste cose sul versante della scrittura. Sono davvero tanti gli autori che mi ispirano, come lettore il mio imprinting è avvenuto in tenera età con Emilio Salgari, direi che negli ultimi anni Tommaso Landolfi, Dino Buzzati, Italo Calvino e Michele Mari sono stati dei punti di riferimento forti. Sul fronte estero potrei citare Philip K. Dick, Ray Bradbury ma anche quegli autori che da Edgar Allan Poe e H. P. Lovecraft fino a Stephen King hanno fatto grande il genere fantastico. Più in generale mi hanno appassionato anche letture spesso molto diverse tra loro che spaziano tra vari generi e contenuti, accomunate tuttavia dalla seduzione della scrittura o dalla suspence oppure dal fatto di muoversi in territori ai confini della realtà.

In una situazione come quella che trova il protagonista del tuo libro quando si sveglia, secondo te, è necessariamente una cosa negativa non ricordare nulla?
Potrei dire che se da un lato nella vita è sempre meglio sapere chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare, dall’altro forse ogni tanto dovremmo apprezzare il fatto che il nostro cervello riesce a dimenticare certe cose molto bene permettendoci di andare avanti e fare nuove esperienze ma anche, ahimè, nuovi errori.

Ci vuoi dare qualche chicca sul tuo romanzo? Qualcosa che ancora non è venuto fuori o qualche suggerimento per leggere o comprendere meglio L’uomo di Schrödinger?
Ci sarebbe una cosa a cui forse ancora nessuno ha fatto caso. Nel primo capitolo, assieme alle vicissitudini che danno il via al romanzo, c’è un incontro particolare tra il protagonista e un personaggio. Penso che quello sia un passaggio per certi versi rivelatore, se letto con la dovuta attenzione. E mi fermo qui per non spoilerare!

Buona lettura!

Titolo: L’uomo di Schrödinger
Autore: Giovanni Marchese
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 200
Prezzo: 13 €
Editore: Verbavolant

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

Giovanni Marchese è nato a Catania nel 1976.
Alcuni suoi racconti sono apparsi sulle riviste Nuova Prosa, Alibi, DoppioZero, Verde, L’Inquieto, MareNero e in antologie quali Storytellers e La Semana Negra di Gijon. Autore del saggio Leggere Hugo Pratt (2006), ha anche scritto soggetto e sceneggiatura dei graphic novel Ti sto cercando (2008), Nessun ricordo (2009) e Invito al massacro (2012), pubblicati da Tunué, e di alcuni fumetti brevi apparsi su varie raccolte. Dal 2010 cura Nerdelite, blog dedicato al fumetto e alla letteratura: http://nerd-elite.blogspot.it/

Intervista doppia su “Cent’anni di solitudine”

Un po’ di tempo fa, su Leggeremania, abbiamo pensato, con la mia omonima Valentina, di realizzare un’intervista doppia su quello che forse è il romanzo più famoso di Gabriel García Márquez, ovvero Cent’anni di solitudine. A parte il fatto che abbiamo avuto l’occasione di studiarlo e conoscerlo meglio insieme, negli anni passati all’università, abbiamo idee un po’ diverse su alcuni aspetti dell’opera. Io, ad esempio, ammetto il grandissimo valore di questo libro ma non mi è piaciuto tanto quanto altri lavori di Márquez, come Dell’amore e di altri demoni o Racconto di un naufrago, che personalmente mi hanno coinvolta di più.
L’intervista non è stata pensata dopo la morte dell’autore, ma per vari motivi è stata pubblicata solo pochi giorni fa, quasi come un tributo a Gabriel García Márquez.

A pochissimi giorni dalla scomparsa di Gabriel Garcìa  Màrquez Leggeremania ricorda Cent’anni di solitudine con un’intervista doppia che racconta i punti più toccanti di un romanzo che ha fatto la storia della letteratura del Novecento.

Le due autrici Valentina Accardi e Valentina Sciortino ricordano Gabriel Garcia Marquez e il suo capolavoro Cent’anni di solitudine con un’intervista di Eleonora Usai che aiuta i lettori a scoprire il perché questo romanzo sia uno dei più belli della storia letteraria del Novecento.

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Per conoscere meglio “Il bordo vertiginoso delle cose” di Carofiglio

Qualcuno ricorderà che quando ho letto Il bordo vertiginoso delle cose di Gianrico Carofiglio ho detto che non mi è piaciuto troppo. Nei giorni scorsi, su Leggeremania, abbiamo realizzato un’intervista doppia, con le colleghe Chiara ed Eleonora, in cui io ho solo fatto delle domande e loro hanno risposto esponendo i loro due diversi punti di vista. Se v’interessa, date un’occhiata qui 😉

Il bordo vertiginoso delle cose è l’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, edito nel 2013 da Rizzoli.

Il protagonista di Il bordo vertiginoso delle cose, Enrico Vallesi, è uno scrittore di quarantotto anni che, dopo il successo del suo unico libro, è in preda ad un blocco creativo. Per vivere lavora per la sua casa editrice scrivendo libri che verranno pubblicati col nome di altri. Nella vita è solo e abita a Firenze. Un giorno gli capita di leggere di un fatto di cronaca in cui è coinvolto Salvatore, una sua vecchia conoscenza di quando stava…

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Intervista a Flavio Villani

Qualche giorno fa ho letto L’ordine di Babele, di Flavio Villani, ve lo ricorderete (e se non ve lo ricordate QUI c’è la recensione). Dato che il libro mi è piaciuto molto, mi è venuto in mente di fare qualche domanda all’autore per conoscerlo meglio e sapere qualcosa in più sul romanzo, ad esempio quanto ci ha messo a scriverlo o se è andato incontro a qualche difficoltà durante la stesura. Queste sono cose che m’interessano sempre, perchè un libro non è un prodotto che si fabbrica in un attimo e si vende immediatamente. Dietro la produzione di un romanzo ci sono fonti d’ispirazione, momenti di blocco creativo, storie che nella mente dell’autore si vanno formando piano piano, ricerche per rispettare la verosimiglianza di ambientazioni storiche particolari o di luoghi realmente esistenti in  senso geografico, e tanto altro.

Se volete sapere qualcosa in più su Flavio Villani e sul suo romanzo, vi rimando all’intervista che gli ho fatto – e che lui ha accettato in maniera molto carina di fare – per Leggeremania.

Leggi su Leggeremania l’intervista a Flavio Villani

Salotto letterario con Pippo Russo su “L’importo della ferita e altre storie”

WP_002891L’importo della ferita e altre storie (sottotitolo Frasi veramente scritte dagli autori italiani: Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi) è il libro che sto leggendo adesso e che ieri è stato oggetto di un piacevolissimo salotto letterario virtuale ospitato da Tempoxme, a cui ha preso parte anche l’autore, Pippo Russo. Io sono partita un po’ svantaggiata rispetto agli altri, perchè ho appena terminato il primo capitolo mentre il resto dei partecipanti aveva finito tutto il libro da tempo, ma è stato molto interessante leggere le domande degli utenti e le risposte di Pippo. Vediamo cosa ne è venuto fuori, anche se comunque potete vedere tutte le conversazioni qui.

Parlando in generale, il libro si propone di analizzare alcuni autori italiani molto famosi per far vedere quanto, spesso, la fama non abbia motivazioni valide. Il primo capitolo, che io ho finito proprio poco fa, è dedicato a Faletti, autore che personalmente non ho mai affrontato. Chi lo ha letto, dopo aver riflettutto su diversi elementi posti alla nostra attenzione da Pippo Russo, ha pensato “come ho fatto a non accorgermene?”, e parliamo di frasi senza senso, frasi che sembrano scritte in inglese e poi tradotte male (ad esempio tra le espressioni idiomatiche, mi ha colpita molto “Non girare attorno al cespuglio”, che in italiano non significa niente), trame instabili, ecc. La giustificazione più frequente è “forse certi libri li leggi tutto d’un fiato e nella velocità non fai caso a queste cose”, come se ci fosse una cecità nella lettura.

Ciò che io rimarco è pubblico, sotto gli occhi di tutti. E’ un po’ il meccanismo disvelatore che porta il ragazzino dell’apologo a urlare che il re è nudo. Ma quella nudità era sotto gli occhi di tutti, e allora perché le altre migliaia di persone non la denominavano? E ne avranno provato colpa, dopo? Il problema della “cecità nella lettura” è uno dei più seri fra quelli che rimarco attraverso il libro. E purtroppo questa cecità coglie anche lettrici e lettori attenti, non soltanto coloro che hanno un rapporto molto disimpegnato (eufemismo) coi libri…

L’autore, del suo libro, dice:

E’ un libro dalla formula particolare. Non è critica letteraria tradizionale, non è pura recensione, non è soltanto saggio. E’ narrazione dei libri. Da scrittore parlo di altri scrittori conoscendone i tic, i vizi, le fisse. E ho raccontato le loro miserie. Era una sfida non facile, e poteva non funzionare. Invece è andata bene.
La risposta dell’editore è stata convinta e positiva fin dall’inizio. Si sapeva quali potessero essere i rischi, e si è andati avanti comunque. L’idea era quella di fare un’operazione-verità, e per farla bisogna dire cose scomode. Quanto ai lettori, ho avuto soltanto reazioni positive da parte loro. In molti mi hanno detto: “Si sentiva il bisogno di un libro così”. E questo è il giudizio più bello che potessi ricevere.
Molti librai mi hanno ringraziato. Non è un bel mestiere quello che si trovano a fare, di questi tempi. E non solo per la qualità dei libri, ma soprattutto per la qualità dei lettori. Insisto sempre a dire che non ci sarebbero pessimi libri e pessimi scrittori se non ci fossero pessimi lettori. Ma vado oltre. Tempo fa un libraio di Arezzo – che purtroppo nel frattempo ha dovuto chiudere la libreria, e è stata una grande perdita – mi raccontò di un cliente che gli si presentò con una richiesta particolare: aveva un’intera parete di scaffali da riempire, e gli serviva uno stock di libri che “facesse arredamento”. Non gliene fregava nulla di cosa comprasse, bastava coprire il vacuum. Ecco, questa forse sarà una parabola radicale sul libro come oggetto sociale nella contemporaneità e sul mestiere del libraio. Ma nella sua radicalità racconta molte verità.
(…) ho scritto questo libro da lettore incazzato, più che da saggista o scrittore. E l’incazzatura era certo contro gli scrittori presi di mira e il sistema militare-editoriale che li alimenta, ma in ultima analisi il disappunto era – e continua a essere – verso i lettori. “Cazzo ridi? . mi verrebbe da dir loro – De te fabula narratur”. Dovresti ribellarti e usare tutta la tua sovranità per fermare lo scempio, non aspettare il kamikaze che prende a smerdare i presunti fenomeni”. Ma tant’è…

Io vado avanti nella lettura, intanto. Quando lo finisco ve ne parlo meglio, ma vi dico già da ora che il libro è molto interessante e ci aiuta ad aprire gli occhi su quello che acquistiamo e poi leggiamo, con una critica puntigliosa dei maggiori fenomeni letterari italiani. Adesso posso dedicarmi al capitolo sul mio grande eroe, Fabio Volo!