Eredità | Vigdis Hjorth

Perché lo facevo?
Cercavo l’abisso come se si trattasse di una pulsione,
che cosa c’era in me che non funzionava?

 

Un paio di giorni fa è uscito per Fazi Eredità, un romanzo dell’autrice norvegese Vigdis Hjorth, che è stato premiato come miglior libro dell’anno dai librai norvegesi ed è stato per mesi in cima alle classifiche di vendita. Con questo romanzo, osannato a livello internazionale, la Hjorth ha raggiunto la fama mondiale. Oggi possiamo leggerlo anche qui in Italia nella bella traduzione di Margherita Podestà Heir. 

La storia inizia con un testamento in cui si dice che alla morte dei genitori le due figlie minori erediteranno le due case sul Mare del Nord e gli altri due figli saranno esclusi. Bergljot, protagonista e voce narrante della storia, non ne fa un dramma, lei aveva già tagliato i ponti con la famiglia da tempo, da circa ventitré anni. Bård, invece, il fratello, la prende molto male e chiede alla sorella di unirsi a lui per rivendicare la propria parte di eredità, almeno per i loro figli. Nasce quindi un confronto infuocato tra loro due e le altre due sorelle (Astrid e Åsa) e la madre. 
Qual è il motivo di questo astio che vivono in famiglia da anni? Bergljot, quando aveva cinque anni, ha vissuto qualcosa di orribile che l’ha segnata per sempre, e anche a Bård in quel periodo è accaduto qualcosa, anche se una cosa diversa. Solo che Bergljot non ne ha parlato subito, lo ha detto dopo un po’ di tempo e la famiglia si è spaccata in due, perché solo il fratello l’ha creduta. Se Astrid, non prendendo esattamente parte ha cercato di mantenere i contatti con lei, Åsa non ha voluto saperne più niente. Ora che c’è quest’eredità da dividere torneranno a galla tutti i problemi che per anni erano stati messi da parte, e torneranno facendo ancora più male.

La narratrice ci spiega a poco a poco che cosa ha vissuto da piccola, non entra subito nel merito della questione. Attraverso il suo punto di vista noi che leggiamo riusciamo a sentire le sue emozioni, a sapere cosa prova, e soprattutto capiamo sempre di più le ragioni per cui si è allontanata dalla propria famiglia. All’inizio si sofferma molto su ciò che nella vita non è andato, il matrimonio col marito, l’interesse per un altro uomo, il rapporto con le sorelle, tutte cose che sono conseguenze di un trauma non compreso immediatamente ed elaborato più avanti negli anni. Poi, quasi parlando con se stessa, affronta il problema, torna all’evento che le ha rovinato l’esistenza, quella cosa che i suoi familiari non riescono neanche a pronunciare in maniera corretta, quasi come se non riuscissero proprio a concepire una tale mostruosità. Ogni loro azione, anzi, sembra che voglia negare ciò che Bergljot ha da dire, sembra che sia fatta per zittirla o ignorarla.
Ma perché un individuo arriva ad allontanarsi dalla propria famiglia? Da quello che in teoria dovrebbe sempre essere un nido, un rifugio, un’oasi di pace per tutti. Cosa può essere successo a Bergljot per decidere in maniera così drastica di non avere più contatti con chi l’ha messa al mondo? Lo si scopre piano piano e alla fine.

Non era possibile rimettere tutto a posto, era impossibile. Il vaso cade per terra una volta e incolli i cocci per rimetterlo insieme, il vaso cade per terra una seconda volta e incolli i cocci per rimetterlo insieme. Non è più così bello, ma in un certo modo funziona, ma quando cade per la terza volta e rimane polverizzato davanti ai tuoi piedi, vedi subito che ormai è da buttare, non lo si può più riparare. Era così. La famiglia era distrutta. La famiglia era persa

Devo dire che, se ho iniziato a leggerlo più lentamente, dalla metà in poi ho accelerato il mio ritmo senza neanche farci caso. Forse perché accelera anche quello della narrazione, si viene avvolti (e travolti) sempre di più dalla sofferenza della protagonista e la necessità di scoprire le cause della sua infelicità diventa pressante. 
Eredità è sicuramente un libro cupo, fa male, e l’autrice scava nel dolore di una donna che ha visto la propria vita sgretolarsi davanti ai suoi stessi occhi con la consapevolezza non solo di poterci fare niente, ma di non avere nemmeno il supporto e il conforto di chi ha il suo stesso sangue. Perché in tutte le famiglie esistono dei segreti, ma in alcune sono terribili.

Buona lettura!

Titolo: Eredità
Autore: Vigdis Hjorth
Traduttore: Margherita Podestà Heir
Genere: Romanzo
Data di pubblicazione: 21 maggio 2020
Pagine: 374
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi 


Vigdis Hjort – Nata a Oslo nel 1959, è una delle scrittrici norvegesi più conosciute e stimate. Ha esordito nel 1983 con Pelle-Ragnar i den gule gården, grazie al quale il Ministero della Cultura norvegese le ha attribuito il premio per il miglior romanzo d’esordio. Ha pubblicato più di trenta libri, fra cui una ventina di romanzi, conquistando i premi letterari più svariati. Eredità, vincitore del Norwegian Booksellers’ Prize e del Norwegian Critics Prize for Literature – i due principali riconoscimenti norvegesi –, è il romanzo con cui ha ottenuto la fama internazionale, rientrando nella rosa dei finalisti del National Book Award for Translated Literature nel 2019.

L’ultimo viaggio di Amundsen | Monica Kristensen

Lì su quella lastra di ghiaccio,
si stava vivendo uno degli episodi 
più drammatici della storia polare.

 

Ho ancora da parte molti dei libri che avevo comprato lo scorso anno a Una Marina di libri e se penso che quest’anno la manifestazione non avrà luogo mi viene il magone. Magari, però, nel frattempo riesco un po’ a leggere gli arretrati e a far scendere anche se di poco la pila di quelli ancora chiusi. Uno di questi, acquistato lo scorso giugno, è L’ultimo viaggio di Amundsen di Monica Kristensen, pubblicato da Iperborea nella traduzione di Sara Culeddu. È un libro molto bello per tutti ma soprattutto per gli appassionati di viaggi, esplorazioni e, nello specifico, spedizioni nell’Artico. La storia, infatti, altro non è che una ricostruzione dei fatti tra la primavera e l’estate del 1928, quando il dirigibile Italia, al ritorno da un’esplorazione al Polo Nord, il 25 maggio si schiantò a nord delle Svalbard. Il generale Umberto Nobile, a capo della spedizione, rimase per una cinquantina di giorni bloccato fra i ghiacci con gli altri otto uomini che erano nella gondola insieme a lui, mentre quelli che si trovavano nel pallone continuarono a volare ancora per un po’ per finire chissà dove. Per andarli a salvare si mobilitarono vari paesi: Italia, Francia, Svezia, Norvegia, Finlandia e Unione Sovietica. Furono messi in campo navi rompighiaccio, idrovolanti, velivoli di vario tipo, insieme a piloti di fama mondiale e attrezzature all’avanguardia per l’epoca, e il tutto fu seguito da giornalisti e reporter che informarono il globo di quanto stava succedendo.

Il 18 giugno, per una missione di soccorso, partì anche Roald Amundsen su un idrovolante francese, il Latham 47, un modello di cui in realtà poco si sapeva, perché ne esistevano solo pochi esemplari e quello era un prototipo mai collaudato. Poco dopo la partenza si sa solo che Amundsen chiede via radio notizie sulle condizioni del ghiaccio, poi più niente. Scompare nel nulla. E dire che la sua partecipazione alla missione di salvataggio aveva fatto molto scalpore perché lui era l’eroe dei ghiacci, aveva già sorvolato il Polo Nord nel ’26 a bordo del dirigibile Norge, e poi Nobile era un suo rivale, quindi il fatto che lui corresse questo rischio per andarlo a recuperare rendeva ancora più significativo il suo gesto.

Roald Engelbregt Gravning Amundsen (16 July 1872 – c. 18 June 1928)

Monica Kristensen, documenti e testimonianze alla mano, racconta – aggiungendo la sua personale interpretazione – una storia che all’epoca tenne tutti coi fiato sospeso per mesi. In quelle spedizioni ci furono vari incidenti e problemi: chi si staccò dal gruppo per provare a raggiungere a piedi la stazione più vicina invece di aspettare i soccorsi; velivoli che, trovati i dispersi, si schiantarono e dovettero essere soccorsi (anche loro); ordini dai governi che dicevano di lasciar perdere e chi più ne ha più ne metta. Queste, insieme a quella degli esploratori volati via dentro il pallone dell’Italia, sono tante microstorie che si legano a quella di Amundsen, l’uomo a cui la Kristensen dedica questa bellissima e accurata ricostruzione.
Il modo in cui l’autrice racconta tutto questo fa rimanere il lettore incollato alle pagine, desideroso di conoscere la verità, qualunque essa sia. Il colpo di grazia lo danno, a mio parere, le testimonianze postume di tutti gli esperti che furono consultati anche diversi anni dopo per capire le dinamiche di quei disastri e della scomparsa dell’eroe dell’Artico.

Chissà cosa accadde davvero ad Amundsen, noi sappiamo solo che un giorno, in un’intervista, aveva dichiarato:

Ah, sapesse com’è bello il paesaggio lassù! È lì che vorrei morire, vorrei una morte cavalleresca, che mi cogliesse nel corso di una grande impresa, una morte rapida e indolore.

Volete lanciarvi in un viaggio sui ghiacci? Ecco il libro perfetto.
Buona lettura!

Titolo: L’ultimo viaggio di Amundsen
Autore: Monica Kristensen 
Traduttore: Sara Culeddu
Genere: Saggistica, Documentario
Data di pubblicazione: 28 maggio 2019
Pagine: 454
Prezzo: 19,50 €
Editore: Iperborea


Monica Kristensen – nata nel 1950 in Svezia ma cresciuta in Norvegia, matematica, fisica e glaciologa, è una delle più note esploratrici polari nordeuropee. Ha guidato numerose spedizioni in Artide e Antartide, sulle tracce di Amundsen, ed è stata la prima donna a ricevere la medaglia d’oro della Royal Geographical Society. Dal debutto letterario nel 2007, la sua serie di romanzi ambientati alle Svalbard, dove ha passato due anni a osservare le aurore boreali, è diventata un cult in diversi paesi europei.

In breve | Tempo variabile | Jenny Offill

La mia paura numero uno è l’accelerazione dei giorni.
A quanto pare non esiste una cosa del genere,
ma giuro che la sento.

 

Il 12 marzo è uscito il nuovo romanzo di Jenny Offill, Tempo variabile, edito da NN editore e tradotto da Gioia Guerzoni. Ed è uscito nel periodo giusto, dobbiamo riconoscerlo. Infatti, Lizzie, la protagonista è seriamente preoccupata da una grande minaccia che, nel suo caso, è il cambiamento climatico con tutte le sue conseguenze disastrose (la nostra sappiamo bene qual è). Lei è una bibliotecaria, ha un marito, Ben, e un figlio, Eli; deve continuamente dividersi tra loro e il fratello Henry, che a volte sembra tenere insieme i propri pezzi col nastro adesivo. Ex tossicodipendente, è sempre sul punto di ricascarci e di combinare pasticci anche in campo sentimentale. Se questo non bastasse, Sylvia, un’amica esperta di cambiamento climatico, propone a Lizzie, come secondo lavoro, di rispondere alle email che arrivano sul suo podcast da parte di persone ossessionate e terrorizzate dalla catastrofe, persone ansiose le cui paure avranno un impatto anche su di lei.
Tempo variabile è un romanzo dalla struttura particolare che però abbiamo già visto nella produzione della Offill: è un insieme di frammenti, riflessioni, pensieri, stralci che si legano insieme, anche se magari non ce ne rendiamo conto sul momento, dando ancora più forza alla storia. Questo caos lo si ritrova anche nella vita di Lizzie, così impegnata a prendersi cura di tutti (perfino di quelli che inviano le domande al blog) e a tenere le fila dei suoi affetti che spesso perde di vista il centro della propria vita. Il tutto condito da ironia e umorismo che però lasciano l’amaro in bocca.
Buona lettura!

Titolo: Tempo variabile
Autore: Jenny Offill
Traduttore: Gioia Guerzoni
Genere: Romanzo
Data di pubblicazione: 12 marzo 2020
Pagine: 167
Prezzo: 16 €
Editore: NN

Che ti racconto? | Dolore | V. S. Naipaul

Il dolore è sempre in agguato.
Fa parte del tessuto stesso della vita. È sempre sulla soglia.
L’amore impreziosisce i ricordi, e la vita;
il dolore che ci aspetta è proporzionato a quell’amore,
e inevitabile.

 

Nei giorni passati, data l’impossibilità di continuare a pubblicare in cartaceo, Adelphi ha inaugurato la nuova collana Microgrammi (immagino che fosse prevista ugualmente, ma di questi tempi è cascata a fagiolo) che raccoglie piccole pubblicazioni di vario genere. Si tratta di racconti e testi brevi, alcuni presi da raccolte più ampie, altri inediti. Io, rapita dal titolo e dai pareri positivissimi raccolti tramite alcuni contatti su Twitter, ho acquistato – sono tutti a 1,99 € – il primo, Dolore di V. S. Naipaul. Si tratta di uno degli ultimi scritti dell’autore trinidadiano naturalizzato brittanico, premio Nobel per la letteratura del 2001, un racconto apparso per la prima volta sul New Yorker a gennaio 2020, quindi ancora inedito in Italia, e poi tradotto per noi da Matteo Codignola. Come suggerisce il titolo, non si tratta di roba troppo allegra, ma è un testo splendido, perfetto nella sua struttura, che vi terrà compagnia per un pochino di tempo, ma di cui farete fatica a liberarvi.

In una trentina di pagine autobiografiche, Naipaul affronta i temi del lutto e dell’amore. Parla della morte del padre, del fratello, e anche di una sorella, e poi di come insieme alla moglie Nadira accoglie in casa un gattino brutto e malmesso che diventerà uno dei grandi amori della sua vita. Inizia così per lui la conoscenza di un mondo fantastico, quello felino, un mondo in cui le dinamiche sono abbastanza diverse da quelle degli umani ma in cui, una volta capite le regole, ci si riesce a muovere con facilità. È come una confessione, una rivelazione, da parte di un uomo che probabilmente per anni ha avuto la fama di essere schivo e supponente, ma che – lo scopriamo bene adesso – è riuscito a condensare in così poche pagine la descrizione dignitosa di un dolore enorme e intenso

Ecco l’incipit e buona lettura!

All’epoca del primo attacco di cuore mio padre aveva 45 o 46 anni. Questa faccenda del cuore ci aveva colto di sorpresa, perché fin da quando eravamo bambini papà aveva avuto più che altro problemi di stomaco e di digestione, curati con flaconi e flaconi di un preparato in polvere che quando stava bene non aveva la lungimiranza di mettere da parte, e che poi noi figli dovevamo andare a procurarci nella farmacia del posto, camminando avanti e indietro per chilometri.

Un paio d’anni dopo quella crisi, mio padre venne prepensionato dal «Trinidad Guardian», il giornale per il quale lavorava. Io allora studiavo già in Inghilterra e l’idea che papà stesse a mezza paga mi preoccupava; facevano già fatica prima, figurarsi. Eppure, proprio in vista della fine, mio padre sembrava in preda a una strana lievità.

Titolo: Dolore
Autore: V. S. Naipaul
Traduttore: Matteo Codignola
Genere: Racconto
Data di pubblicazione: aprile 2020
Pagine: 32
Prezzo: 1,99 €
Editore: Adelphi

Taccuino delle piccole occupazioni | Graziano Graziani

Alle volte penso che la vita sia un tempismo imperfetto,
e mancarsi non è meno nobile di prendersi.

 

Taccuino delle piccole occupazioni è un romanzo di Graziano Graziani uscito per Tunué il 12 marzo, uno di quei libri pubblicati a ridosso dell’inizio della quarantena e che potrebbero essere stati penalizzati dall’emergenza. Anche i miei livelli di concentrazione hanno subito uno scossone, quindi sono riuscita a leggerlo solamente in questi giorni, gustandomelo con attenzione.  L’autore non lo conosco, ma leggo un po’ ovunque che ha scritto per Quodlibet un paio di inventari letterari, cosa che di sicuro ha un legame forte col Taccuino, che è il suo primo romanzo. Parliamo della struttura, perché questo libro è formato da capitoli più o meno brevi ed è molto frammentario. La struttura, appunto, è una logica conseguenza, in questo caso, della storia che Graziani racconta.

Girolamo Girolimoni è un uomo sulla sessantina (e anche di più) caratterizzato da una serie di particolarità: è nato il 29 febbraio, un giorno che i calendari contano una volta ogni quattro anni; detesta i bambini e i turisti ma ama i quadrati; rilegge periodicamente le agende per ricordarsi delle persone del suo passato. Girolamo ha tante qualità che lo rendono – come in fondo ognuno di noi – unico. Eppure unico non è, perché scopre che c’è un individuo col suo stesso nome, nato il suo stesso giorno, con le sue stesse generalità, e vuole trovarlo per risolvere delle difficoltà burocratiche e non solo. Tutto questo nasce da una scoperta particolare: Girolamo soffre di narcolessia. Si addormenta così dal nulla, anche per vari giorni, e gli capita sempre quando si trova a dover fare una scelta importante. Lui semplicemente crolla, il suo corpo lo tira fuori da qualsiasi impasse, senza che lui ne sia consapevole. E di questo prova a parlare con un dottore, che però poi sparisce, e con un orologiaio, come se questi potesse rimettergli a posto degli ingranaggi che non funzionano bene.

A causa di questi blackout Girolamo ha anche dei problemi di memoria: non ricorda moltissime cose e non riesce a dare forma logica a quelle che ricorda, non è capace di stabilire nessi né un ordine cronologico. È come se tutto nella sua testa fosse impastato, anche Viola, la donna che ha amato e che a volte c’è e altre volte svanisce. Nei piccoli capitoli, che prendono spunto da attività o oggetti particolari, Girolamo si racconta in terza persona, ma questi racconti si alternano a narrazioni in prima persona in cui il protagonista scava dentro di sé per capire dove stia l’irrisolto. Nemmeno questi spezzoni sono in ordine cronologico, ma come potrebbero esserlo se Girolamo stesso diventa un’entità quasi astratta, lui che esiste solo ogni 4 anni ed è lontano da persone, ricordi, luoghi?

Se tutto diventa relativo, allora, l’unico valore che resta siamo noi stessi. Il nostro corpo, la nostra sussistenza in questa vita – visto che è tuttora l’unica di cui si abbia notizia -, pensa Girolamo. Questi sono tempi dove ci si può permettere l’individualità. Anzi, dove l’individualità è il bene primario, il valore fondamentale.

È un taccuino, il suo, un elenco fatto di piccole cose che forse così piccole non sono, perché rappresentano il racconto di una vita che piano piano va sbiadendo e di cui non riesce più a cogliere collegamenti ed eventi importanti. Girolamo sente che la sua esistenza è tutta un “forse”, che sta perdendo la sua identità e che questa identità probabilmente non è neanche del tutto sua, motivo per cui decide di cercare l’altro Girolamo. Ma a cosa può portare una ricerca di questo tipo? Quale sarà la rivelazione? Ma soprattutto, perché scrivere un taccuino?
Buona lettura!

Titolo: Taccuino delle piccole occupazioni
Autore: Graziano Graziani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 12 marzo 2020
Pagine: 228
Prezzo: 14,50 €
Editore: Tunué


Graziano Graziani Nato a Roma nel 1978, è una delle voci di Radio 3 e il caporedattore dei Quaderni del Teatro di Roma. Ha firmato i saggi Atlante delle micronazioni e Catalogo delle religioni nuovissime per Quodlibet.
Taccuino delle piccole occupazioni è il suo primo romanzo.

Tinder and the City | Marvi Santamaria

Come accade che a un certo punto
due persone si ritrovino nude,
pur senza conoscersi,
avendo solo scambiato qualche parola via chat?

 

Marvi Santamaria è una siciliana di Licata, classe ’88, che vive e lavora a Milano. Per anni, come tanti altri ragazzi della nostra generazione (e non solo) ha fatto uso di dating app, Tinder soprattutto, e nel 2017 ha creato il blog matchandthecity.it, la prima community italiana dove poter raccontare storie, imbarazzi e magie di queste applicazioni per gli incontri. A maggio dello scorso anno, poi, ha pubblicato con Alcatraz un libro molto carino e interessante proprio su questo argomento, Tinder and the City. Avventure e disagi nel mondo delle dating app, un misto di racconti basati sulla sua esperienza personale, analisi sui comportamenti delle persone che ha incontrato e qualche consiglio per chi fosse invischiato in questo pazzo mondo o chi volesse provare a entrarci.

Perché si entra nel mondo delle dating app? Se lo chiede Marvi Santamaria ma lo chiedono anche molti utenti al proprio match (per intenderci, quella persona a cui tu metti il like, che mette il like a te, e quindi con la quale puoi iniziare a chattare). Cosa cerchi qui? Come mai ti sei iscritto/a? C’è chi cerca un passatempo perché ha appena chiuso una storia importante e non è pronto per nuovi sentimenti (una one night stand), c’è chi frequenta sempre le stesse persone e lo stesso ambiente lavorativo e non ha occasioni per conoscere gente nuova, c’è chi semplicemente è single e ha voglia di sesso. Perché sì, nella quasi totalità dei casi, quello si cerca, anche se in vari sondaggi emerge che gran parte della componente femminile iscritta, a differenza di quella maschile, prova a cercare l’amore o comunque una relazione stabile. Siamo più romantiche? Non saprei. Ad ogni modo, è sempre fonte di grande imbarazzo e quasi nessuno vi dirà che ha conosciuto la sua nuova fiamma su Tinder.

Gli incontri di cui parla Santamaria sono tra i più vari e imbarazzanti, da quello che ti propone di dormire da lui e poi ti vuole sistemare nella stanza della coinquilina che non c’è, a quello che appena non ti senti bene si allontana terrorizzato temendo che tu abbia qualche malattia mortale; ma c’è anche quello che dopo un po’, casualmente, è costretto ad ammettere che ha già una fidanzata, o quello che parla tutto il tempo di come gli tarpino le ali al lavoro. È molto semplice incappare in quelli che possiamo definire casi umani, che in realtà non è un’espressione che amo, siamo o siamo stati tutti il caso umano di qualcuno, dipende solo dai parametri. Però ecco, in questi tipi di incontri che già in partenza sono finalizzati (anche se non sempre) al rapporto fisico è molto semplice costruire troppo rapidamente una certa intimità, con risultati spesso e volentieri ridicoli. E soprattutto, in un sistema in cui valutare le persone come se fossero in vetrina e cambiare partner a questa velocità, si può arrivare facilmente a disumanizzare l’altro.

L’autrice stessa confessa di essere arrivata proprio a provare questo disagio, una dipendenza da dating app mista a una modalità fast food di intendere i rapporti umani. Trovi con facilità una persona, non devi fare lo sforzo di costruire nulla, consumi e metti via. Che se in alcuni momenti della vita può aiutare ad uscire da periodi bui (puoi scoprire cose nuove, ritrovare la tua autostima, vivere qualcosa di spensierato), poi può portare a cambiarci come persone, se ci abituiamo troppo a non avere alcun tipo di rapporto profondo con nessuno. Può farci sentire ancora di più la solitudine, il vuoto e sì, anche una specie di alienazione.

Tinder and the city è un libro frizzante ma non banale che analizza questo fenomeno in maniera scanzonata. Tra un aneddoto e l’altro, Marvi Santamaria ci dà tantissimi punti su cui riflettere per quanto riguarda il modo che abbiamo oggi di intendere le relazioni e l’uso che facciamo di determinati strumenti che spesso le facilitano anche troppo. Io vi auguro buona lettura ma, mi raccomando, affrontatelo senza giudizi bigotti in partenza, se no ve ne perdete l’essenza!

Titolo: Tinder and the City
Autore: Marvi Santamaria
Genere: Saggistica
Anno di pubblicazione: maggio 2019
Pagine: 160
Prezzo: 15 €
Editore: Agenzia Alcatraz


Marvi Santamaria vive a Milano, dove lavora come Social Media Manager, ma nasce nel 1988 a Licata, in Sicilia, dove si laurea in DAMS e si specializza in Comunicazione e Marketing Digitale.
Dopo diversi anni trascorsi a utilizzare Tinder, ha pensato che il disagio unisce le persone e ha creato uno spazio virtuale per raccontare luci e ombre delle storie che nascono sulle dating app e offrire un’occasione di confronto a chi le vive. Nasce così nel 2017 il blog matchandthecity.it, la prima community italiana per raccontare senza tabù la “Tinder generation”. Su Tinder ha accumulato centinaia di match, decine di incontri, e trovato un fidanzato che l’ha lasciata il giorno di San Valentino.
Eppure, non ha smesso di scriverne.

La prossima volta il fuoco | James Baldwin

Non dar peso alle parole di nessuno, neanche alle mie:
fidati solo della tua esperienza.
Sii consapevole delle tue origini:
se sai da dove vieni, potrai arrivare dovunque.

 

La prossima volta il fuoco di James Baldwin è una delle ultime pubblicazioni di Fandango, non la più recente, in realtà, è uscito il 20 febbraio, ma sapete già che sono rimasta un po’ indietro con tutto e sto cercando di recuperare, concentrazione permettendo. Si tratta della raccolta di un paio di lettere dell’autore statunitense che avevo conosciuto un po’ di tempo fa con dei bellissimi racconti curati dai ragazzi di Racconti edizioni, Stamattina, stasera troppo presto Come in quei testi, anche nelle lettere Baldwin affronta la questione nera ma non in maniera romanzata, bensì più intima e personale. Nella prima si rivolge al nipote, che si chiama James come lui, e lo avverte sulla sua condizione di nero nell’America degli anni Sessanta. Il ragazzo, confinato in un ghetto, ha davanti a sé un destino già scritto, un percorso deciso da altri – bianchi – ancor prima che nascesse. Non avrà gli stessi diritti dei bianchi, mai, o almeno chissà fino a quando. Sarà sempre inferiore a uno che ha la pelle più chiara della sua.
Nell’altra lettera Baldwin si lascia andare a riflessioni molto importanti anche in campo religioso, sull’ipocrisia della religione cristiana – fondata su un omicidio (Cristo che deve morire in croce) e nata in una parte del mondo dove non avevano la pelle bianca – e sull’Islam (conosce Elijah Muhammad, un attivista e religioso statunitense a capo di Nation of Islam).

Sono due lettere che fanno molto male, anche se il libro è breve la lettura non è facile. Lo sguardo di Baldwin – le lettere sono del 1963 – è disperato e sconsolato, lui è convinto che non ci sarà mai un miglioramento per la condizione di vita dei neri, a un certo punto dice addirittura che «è estremamente improbabile che i neri riescano a raggiungere il potere negli Stati Uniti, perché rappresentano circa un nono della popolazione di questo paese». Anche se, indubbiamente, c’è ancora moltissima strada da fare, chissà cosa direbbe adesso, dopo che l’America ha avuto un presidente di colore per ben due mandati.
Qui di seguito vi propongo uno stralcio da questo libro perché possiate farvene un’idea migliore.

Occorre grande forza e grande astuzia per assalire senza mai stancarsi, come hanno fatto per tanto tempo i negri d’America, la solida e sprezzante fortezza della supremazia bianca. Occorre una grande tempra morale per non odiare colui che ti schiaccia sotto il peso del suo odio, e un miracolo ancor più grande di intuizione e di carità per non insegnare l’odio ai propri figli. I ragazzi e le ragazze di colore che affrontano oggi le folle fanatiche discendono da un antico lignaggio di improbabili aristocratici: gli unici veri aristocratici che questo paese abbia prodotto. E dico “questo paese” perché l’ambiente in cui sono cresciuti era in tutto e per tutto americano. Essi hanno tagliato nella montagna della supremazia bianca la pietra della loro personalità. Ho perciò un grandissimo rispetto per quell’esercito, mai da nessuno celebrato, di uomini e donne di colore che si trascinavano per i vicoli e bussavano alle porte di servizio dicendo “Sì, signore” e “No, signora” per poter comprare un tetto nuovo per la scuola, nuovi libri, un nuovo laboratorio di chimica, nuovi letti per i dormitori e nuovi dormitori.

Buona lettura!

Titolo: La prossima volta il fuoco
Autore: James Baldwin
Traduttore: Attilio Veraldi
Genere: Saggistica, Lettere
Data di pubblicazione: 20 febbraio 2020
Pagine: 118
Prezzo: 14 €
Editore: Fandango