Come fermare il tempo | Matt Haig

L’unica regola è non innamorarsi.
Ce ne sono altre,  ma questa è la principale.
Non innamorarsi. Non amare. Non sognare l’amore.
Se tieni fede a questa regola, andrà tutto bene.

 

Tom Hazard insegna storia in un liceo, ha l’aspetto di un uomo sulla quarantina e vive nella Londra dei giorni nostri. In realtà, però, Tom ha quattrocentotrentasei anni ed è di origini francesi, e questa è una delle tante vite che ha vissuto finora. Quando era adolescente si è accorto che sì, invecchiava, ma molto lentamente, che un anno di una persona normale corrispondeva a circa quindici anni suoi. Non è come quei vampiri immortali, diciamo che assomiglia di più agli alberi centenari o alle vongole artiche, esseri viventi dotati di una longevità che sembra quasi incredibile. Una volta si è rivolto a un illustre medico che stava portando avanti degli studi sulla progeria, proprio per avere qualche ragguaglio sulla sua disfunzione, che è stata chiamata anageria, ma quel dottore è stato misteriosamente trovato morto qualche giorno dopo. Tom viene a sapere allora che esiste una società, di cui entra a far parte dal momento in cui ne è a conoscenza, di individui vecchissimi che si proteggono fra loro perché sono tutti in pericolo. Anche se non c’è più la caccia alle streghe (la madre di Tom era stata uccisa perché sospettata di aver fatto un incantesimo per mantenere sempre giovane il figlio), bisogna stare attenti agli scienziati che potrebbero voler catturare qualcuno di loro per farne una cavia da laboratorio per eventuali scoperte per contrastare l’invecchiamento cellulare.

Il capo della società degli Albatros (un tempo si pensava che questi fossero animali in grado di vivere per moltissimi anni, ma ora il nome è antiquato), Hendrich, un uomo di circa novecento anni che ha l’aspetto di un settantenne, dice di voler proteggere tutti quelli come lui e di cercare nel mondo, nascosti tra le effimere (chiamano così i “normali”, come quegli insetti il cui ciclo vitale si esaurisce in una giornata), coloro che magari sono alla deriva, si stanno nascondendo e non sanno di non essere soli. Hendrich ha molti contatti, è in grado di creare documenti falsi per le nuove vite di tutti e dà a Tom alcune regole: cambiare vita ogni otto anni, alla fine dei quali gli verrà assegnato un compito, e – la più importante – non innamorarsi. Perché sarebbe difficile innamorarsi di una persona che ci invecchia tra le mani mentre restiamo giovani, e sarebbe un elemento destabilizzante. Infatti lui soffre ancora moltissimo per la perdita di Rose, circa quattrocento anni prima, e sta ancora cercando Marion, la figlia avuta da lei, che a quanto pare ha la sua stessa disfunzione.

Supplicai Dio, lo implorai e cercai di scendere a patti con lui, ma Dio non scese a patti. Dio fu ostinato, sordo e indifferente. E lei morì, e io vissi, e una voragine si spalancò, buia e senza fondo, e io caddi e continuai a cadere per secoli.

Come fermare il tempo è un romanzo di Matt Haig, edito da Edizioni e/o, che ho comprato il mese scorso quando ero in libreria per altri motivi. Sono parecchi anni che non mi capita più di non aver niente da leggere, quindi quando prendo un libro c’è sempre un motivo particolare. Di questo, lo confesso subito, mi aveva attirato la copertina che a quanto pare è stata lasciata uguale all’originale in inglese, è stato solo tradotto il titolo. Io la trovo bellissima, con la clessidra in primo piano. Ovviamente, avevo letto già in rete la sinossi e mi sembrava molto interessante. Devo dire che ho passato qualche giorno in compagnia di una storia appassionante e piacevolissima da leggere, è uno di quei libri che non sono affatto pesanti (che in un momento di festività e di svago ci stanno eccome!) ma che comunque lasciano qualche spunto di riflessione. Non è un libro inconsistente, ecco. Affatto.

Matt Haig e la copertina originale

I capitoli, alcuni dei quali molto brevi, sono un’alternarsi di flashback e ritorni alla Londra di oggi, come pezzetti di un puzzle che si va componendo piano piano perché il lettore possa conoscere la storia di Tom Hazard, professore molto simpatico che insegna la storia quasi come se l’avesse vissuta in prima persona (strano, eh?). Ma la sua vita – che ci racconta in prima persona – è una grande riflessione sul tempo e sul modo in cui lo trascorriamo. Tom si rende conto che è davvero difficile imparare a vivere, che magari ci sono quelli che riescono a farlo e quelli che, invece, dopo quattrocento anni ancora non hanno capito tante cose. Gli viene detto da qualcuno che l’importante è avere uno scopo, un punto fermo che rimanga lì negli anni, qualcosa a cui potersi aggrappare quando tutto intorno a noi sembra cambiare per restare, però, sempre uguale. E lui lo sa, anche da insegnante di storia, che ciclicamente avvengono sempre le stesse cose, le stesse guerre, gli stessi problemi, anche se per motivi in apparenza diversi. Così il cambiamento smette di essere una novità e diminuisce anche la tolleranza nei confronti di chi continua a commettere gli stessi errori.

Ma in questo discorso basato sulla logica non trovano spazio le emozioni che, come dice Tom, non obbediscono alle leggi dell’aritmetica. Proteggere se stessi per paura di essere feriti – per obbedire invece alla regola di Hendrich di non innamorarsi – può provocare un tipo diverso di dolore dovuto a una mancanza importante (tanto che i ricordi di ciò che non ha gli provocano mal di testa che lui chiama “mal di memoria”). È così che con una serie di riflessioni il protagonista capisce di aver passato molto tempo a sopravvivere, più che a vivere, e inizia un percorso di maggiore consapevolezza per ritrovare se stesso.
Ha vissuto tanti anni come quelle “effimere” che non hanno le risorse psicologiche per trascorrere più anni del dovuto, perché si abituano e si annoiano; ha vissuto come bloccato all’interno della stessa canzone per moltissimi tempo. E adesso, in quella Londra di cui conosce ogni angolo, è arrivato il momento di ritrovare il coraggio messo da parte.

L’unico difetto, a mio parere, di questo libro – ma nemmeno di pecca si può parlare – è che in alcuni punti può sembrare un po’ forzato, soprattutto quando Tom racconta che nella sua lunghissima vita ha conosciuto personaggi realmente esistiti: ha suonato il liuto nella compagnia di Shakespeare, ha viaggiato col capitano Cook, ha incontrato in un bar a Parigi i Fitzgerald. Però è una storia e come tale va presa, infatti molti di questi aneddoti sono anche molto divertenti.
Nei ringraziamenti Haig ha incluso anche Benedict Cumberbatch che – scopro – «ha colto il potenziale per un film». Dunque aspettiamo questo film, che secondo me sarà davvero carinissimo.
Nel frattempo, buona lettura e buon inizio d’anno!

Titolo: Come fermare il tempo
Autore: Matt Haig
Traduttore: Silvia Castoldi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 29 agosto 2018
Pagine: 360
Prezzo: 18 €
Editore: e/o

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Briciole | Dimentica di respirare / Gli inconvenienti della vita / Vite efferate di papi

Era da un po’ che non spargevo briciole, vero? Ecco, sono tornata a lasciarvi brevi spunti letterari riguardanti libri di cui per vari motivi non mi sono sentita di parlare in modo più esteso. Spesso capita che non riesca a trovare il tempo di scrivere subito della mia ultima lettura e quindi, nonostante gli appunti presi, l’entusiasmo diminuisce e tante cose le dimentico; o capita che magari un libro non mi conquisti completamente ma che non riesca a definirlo brutto (cosa che, comunque, controllando i toni, non dovrebbe avvenire mai perché quel “brutto” è offensivo per tutto il lavoro che c’è dietro), e che, però, ne voglia parlare lo stesso. Bene, fatta questa premessa, vi riporto qui di seguito quei libri che ho letto in tempi più o meno recenti ma che non ho voluto far cadere nel dimenticatoio.

Dimentica di respirare è un romanzo della bolzanina Kareen De Martin Pinter uscito per Tunué nel 2018 nella collana Romanzi diretta da Vanni Santoni. Devo dire che per una la cui paura più grande, forse, è quella di annegare e soffocare non si tratta di una lettura ideale, quindi l’ho considerata una sfida. La storia è quella di Giuliano che fin da piccolo impara a smettere di respirare e a trattenere il fiato più che può sott’acqua; cresciuto, incontra un allenatore di fama e come apneista professionista deciderà di stabilire un nuovo record di apnea, ma un giorno si sveglia con una tosse molto brutta e le analisi dimostrano che ha una brutta patologia. Giuliano, però, non vuole spegnersi piano piano in preda a una lunga agonia, ma sceglie di farla finita in un altro modo, un modo che però rappresenterà un viaggio nel suo passato, nei luoghi oscuri del proprio vissuto, per mezzo del quale riuscirà a far luce su ciò che dentro di sé non ha mai dimenticato.
La vicenda è narrata in prima persona dal protagonista che ci permette così di finire nei meandri della sua mente, di esplorare i suoi stati d’animo quasi fino a farli nostri, a sentire ciò che sente lui. Questo accade soprattutto nei momenti in cui i suoi ricordi si mischiano a ciò che il suo cervello elabora quasi in una dimensione onirica. E qui, confesso, spesso mi sono persa perché non sono riuscita a capire sempre dove lui stia ricordando o stia sognando, o se quelle visioni siano solo allucinazioni. In questi punti, grande rilevanza hanno le ama, le pescatrici giapponesi che si tuffavano nude e andavano giù in apnea, che appaiono molto spesso e provengono dai ricordi di un viaggio di Giuliano in Giappone.
Ecco, qui è proprio il caso di dirlo, non è un libro che si legge tutto d’un fiato: il fiato bisogna spezzarlo, bisogna dimenticare di respirare per procedere in modo più corretto. E questo probabilmente è il motivo per cui, purtroppo, non mi ha conquistata del tutto (nonostante il giudizio pur sempre positivo).
DETTAGLI: Dimentica di respirare, Kareen De Martin Pinter, Romanzo, Letteratura italiana, 113 pp., Tunuè, 14 €


Gli inconvenienti della vita è l’ultima fatica di Peter Cameron di cui avevo letto solo Andorra, alcuni anni fa (lui simpaticissimo, lo incontrai anche in libreria). Non avevo assolutamente idea di che tipo di libro fosse perché ho preso l’ebook alla cieca – ogni tanto lo faccio – e ho iniziato a leggerlo in un momento di distrazione. Arrivata circa a metà del libro mi accorgo che girando pagina la storia cambia, quindi mi rendo conto che non è un romanzo, ma si tratta di racconti, due, abbastanza lunghi. Nel primo si parla di una coppia omosessuale, uno è un avvocato, l’altro è uno scrittore in crisi creativa che non riesce a scrivere e prova disagio anche in altri aspetti della vita, perfino nel rapporto col compagno; nel secondo, la vita di un uomo e una donna sposati da molto tempo viene movimentata da un’inondazione che ha distrutto la casa di un’altra famiglia, che quindi sarà ospite da loro per un po’ di tempo, portando più la moglie che il marito a riflettere sull’apatia in cui sono caduti.
In entrambi i racconti viene descritto l’equilibrio precario sia delle coppie che dei singoli che si sentono quasi bloccati all’interno di queste vite ormai atrofizzate. Si avverte il loro disagio – quello dello scrittore che non ha neanche più voglia di farsi aiutare dallo psicanalista e della moglie che vorrebbe introdurre un elemento di cambiamento nella propria routine – e lo si avverte chiaramente. Devo confessare, però, che nonostante l’eleganza dello stile di Cameron, la sua bravura come narratore, neanche queste storie sono arrivate a toccare il mio animo (da lettrice e non). Peccato, perché per me Adelphi è sempre una garanzia!
DETTAGLI: Gli inconvenienti della vita, Peter Cameron, trad. G. Oneto, Racconti, Letteratura americana, 122 pp., Adelphi, 16 €


Qualche tempo fa mi sono accorta che non avevo mai letto niente dell’editore Quodlibet, così ho chiesto qualche consiglio e fra le altre cose ho acquistato Vite efferate di papi, un libro di Dino Baldi che ho centellinato e mi ha sorpreso. Si tratta di una rassegna, molto spesso ironica, delle opere di (quasi) tutti i papi che la storia abbia conosciuto (dal primo vescovo di Roma fino al 1800 inoltrato), ma non quelle buone, bensì le più oscene, efferate, come recita il titolo. Ci sono tanti personaggi che neanche immagineremmo, compresa la papessa Giovanna o Gregorio Magno che prima di diventare papa sposò la madre (curiosamente col mio gruppo LeggoNobel stavo leggendo nello stesso periodo L’eletto di Thomas Mann che parla proprio di questa storia).
È paradossale che certi crimini siano avvenuti proprio alla corte papale, dove si predica (il bene) ed evidentemente negli anni si è razzolato molto male.
Il testo di Baldi, filologo classico e scrittore, è abbastanza corposo, è un volumetto di 516 pagine che però non risulta mai pesante proprio perché l’autore ci rende la storia interessantissima. Non si tratta di un libro di denuncia e non ha alcun fine moralistico, va preso come una semplice narrazione di fatti realmente (?). Ora non mi resta che recuperare un altro libro di Baldi sempre a cura di Quodlibet, Morti favolose degli antichi, che è precedente ma dello stesso tipo.
DETTAGLI: Vite efferate di papi, Dino Baldi, Saggistica, Letteratura italiana, 516 pp., Quodilibet, 19€

Lezioni di Letteratura | Vladimir Nabokov

Oggi voglio parlarvi di uno dei libri più tosti che abbia comprato e letto negli ultimi tempi. Si tratta di Lezioni di letteratura di Vladimir Nabokov, uscito per Adelphi con una traduzione di Franca Pece il 2 ottobre 2018 e, come potete capire bene dal titolo, è un’opera di saggistica. Non è un romanzo, ma si parla di romanzi, perché altro non è che una raccolta degli appunti, messi in ordine, delle lezioni che tenne Nabokov ai suoi studenti americani di Wellesley e della Cornell. Se in un saggio introduttivo l’autore di Lolita (uno dei libri più geniali mai scritti nella storia, secondo il mio modesto parere), ci parla del buon lettore e del bravo scrittore, dopo comincia ad affrontare sette tra le opere letterarie che universalmente – e non solo secondo Nabokov – hanno fatto la storia, analizzandole in ogni loro parte, quasi passandole al microscopio in maniera molto tecnica. Sono libri che bene o male conosciamo tutti, molti dei quali abbiamo anche letto: Mansfield Park di Jane Austen (confessa di non amare la Austen e di averla spesso un po’ snobbata, ma considera questo libro un capolavoro), Casa desolata di Charles Dickens, Madame Bovary di Gustave Flaubert, Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr Hyde di Robert Louis Stenvenson, Dalla parte di Swann di Marcel Proust, La metamorfosi di Franz Kafka e Ulisse di James Joyce.

Infine, il volume si chiude con un saggio su arte della letteratura e senso comune e con un commiato da cui voglio trarre una citazione che utilizzerò per darvi un’idea migliore su Lezioni di letteratura, su cui per ovvi motivi non posso scrivere una recensione come se fosse un romanzo. Credo che in queste poche righe siano racchiusi tutta la passione e tutto l’amore di Nabokov per l’arte e per la letteratura, cose che ha cercato di trasmettere ai suoi studenti e, grazie a questo libro, anche a noi che possiamo vederci seduti per un po’ nella sua aula.
Buona lettura!

In questo corso ho cercati di rivelarvi i meccanismi di quei giocattoli meravigliosi che sono i capolavori della letteratura. Ho cercato di farvi diventare buoni lettori che leggono i libri non con lo scopo infantile di identificarsi con qualche personaggio, e non con lo scopo adolescenziale di imparare a vivere, e non con lo scopo accademico di indulgere alle generalizzazioni. Ho cercato di insegnarvi a leggere i libri per la loro forma, la loro potenza evocativa, la loro arte. Ho cercato di insegnarvi a provare un brivido di soddisfazione artistica, a condividere non le emozioni dei personaggi, ma quelle dell’autore: le gioie e le difficoltà del creare. Non abbiamo parlato di libri in generale, ma siamo andati al nucleo di alcuni capolavori, al cuore pulsante della questione.

(…)

L’importante è sentire quel fremito in qualsiasi settore del pensiero o dell’emozione. Se non sappiamo fremere, se non impariamo a sollevarci un po’ più in alto della nostra normalità per riuscire a gustare i frutti più rari e maturi dell’arte che il pensiero umano ha da offrire, rischiamo di perdere il meglio della vita.

Titolo: Lezioni di letteratura
Autore: Vladimir Nabokov
Traduttore: Franca Pece
Genere: Saggistica
Anno di pubblicazione: 2 ottobre 2018
Pagine: 526
Prezzo: 26 €
Editore: Adelphi

Spyros. Il marinaio italiano | Rita Giammarresi

Mi chiamo Giuseppe e oggi è una gelida giornata d’inverno.
Il mio cuore ha smesso di battere da qualche minuto.
Dunque sono morto, ma stranamente credo
di non essermi mai sentito più vivo di adesso.
Mi sembra di nascere oggi.

 

Quello che vi propongo oggi è un libro di cui mi fa tanto piacere parlare perché sono siciliani sia l’autrice, sia il protagonista, sia l’editore. Spyros. Il marinaio italiano è il romanzo d’esordio di Rita Giammarresi, palermitana come me, pubblicato a novembre da Bonfirraro editore, di Barrafranca, in provincia di Enna. La storia sta a metà tra l’autobiografia (fittizia, però) e il romanzo di formazione, e comincia nel momento in cui Giuseppe anziano, protagonista e voce narrante, è appena morto ed è circondato dai parenti che lo piangono. Confessa, però, di non essersi mai sentito più vivo e, anzi, di cominciare a ricordare anche gli eventi più insignificanti, i particolari più piccoli di tutta la sua esistenza, che decide di raccontarci dal principio. Pinuzzu, come lo chiamavano nel caratteristico rione del Capo di Palermo, in cui è nato nei primi anni Venti, è figlio di donna Maria l’infermiera – che all’epoca era come essere figli di una dottoressa dalla carriera prestigiosa – e dal figlio illegittimo di un barone, il quale però morì presto lasciando Maria ad occuparsi da sola di questo bimbo. Non era facile, dato che in ospedale c’era tanto lavoro, e così spesso Giuseppe passava molto tempo con una zia e i cugini. Maria, un giorno, decide di mandare il figlio in collegio sia per tenerlo lontano dalla strada ed evitare che finisca in brutti giri, sia perché è più economico, con qualche donazione ai monaci il ragazzino riceverà un’istruzione.

È così, infatti, che dopo cinque anni tremendi in collegio, Giuseppe torna a casa “allittrato” (istruito) e per non gravare ulteriormente sulle spalle della madre decide di cercarsi un lavoro. Con uno stratagemma riesce a farsi assumere al cantiere navale, fino a quando, però, a casa non arriva la cartolina della chiamata alle armi, così è costretto a partire per la guerra a soli diciannove anni. Verrà arruolato in Marina e mandato in Grecia, a Zurza, dove passerà circa quattro anni della sua vita, anni importantissimi che lo segneranno nel profondo. È proprio lì che gli verrà dato da alcuni amici greci il soprannome di Spyros, simbolo di fortuna e abbondanza.

Grazie a Nerea e agli altri amici greci, potevo camminare dentro la vita ascoltando le regole del cuore e non più solo quelle imposte dalla razionalità.

Ma Giuseppe altri non è che Giuseppe Giammarresi, alla cui memoria l’autrice Rita dedica questo romanzo cercando di ricostruirne la vita, le peripezie, le gioie e i dolori. Ma, vista in modo più ampio questa potrebbe essere la storia di tanti altri che in quel periodo furono chiamati a combattere una guerra a cui non avevano scelto di partecipare, molti mariti, padri, figli, fratelli di qualcuno, che dovettero lasciare le proprie famiglie per andare chissà dove. Giuseppe ha la fortuna di essere mandato in un posto che lo arricchisce interiormente e forse gli dà anche il coraggio di ricostruire la propria vita una volta tornato a Palermo. E uso proprio il termine ricostruire perché la città che trova al suo ritorno è in parte distrutta dai bombardamenti, è piena di cantieri e di ruderi da demolire. Sarà da lì che deciderà di ripartire: se tutto è distrutto, allora bisogna creare.

Dalle parole di Rita Giammarresi emerge la figura di un uomo che, nato in una situazione economica non facile, intraprende un importante percorso di crescita (possiamo definirlo quindi romanzo di formazione?) e si fa letteralmente da sé: si migliora, crea il proprio futuro dal nulla contando solo sulla propria forza di volontà, non si arrende mai davanti alle difficoltà e riesce ad assicurare un avvenire solido alla sua famiglia. Quella di Giuseppe è una storia di speranza e di riscatto, che l’autrice ci narra con l’amore di una figlia fiera del proprio padre.

Curiosi? Buona lettura!

Titolo: Spyros. Il marinaio italiano
Autore: Rita Giammarresi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 240
Prezzo: 16,90 €
Editore: Bonfirraro editore


Rita Giammarresi – classe ‘73, è nata a Palermo, dove ha conseguito il diploma di maturità classica. Lavora da circa vent’anni nel settore dell’edilizia e da sempre nutre l’amore per i libri, la scrittura e la fotografia. Fin da giovanissima si è accostata alla lettura dei suoi autori preferiti, tra i quali Gabriel García Márquez, Marguerite Duras e Sergio Bambarén.
Grande appassionata di mare e di vulcani, quando può si rifugia sull’isola di Stromboli, luogo di assoluta ricerca di coscienza nel quale ama scrivere e perdersi nella contemplazione degli elementi del cosmo.Gestisce su Facebook il gruppo “I love Stromboli (Iddu)”.
Spyros è il suo romanzo d’esordio.

Amor | Eva Clesis

Lucia da quasi un anno si è separata dal marito, il grande amore della sua vita, ed è sopravvissuta a un incidente: si è schiantata con la macchina contro un muro, è rimasta con una gamba malconcia e un’andatura claudicante. Nella vita è una scrittrice e traduttrice e vive in una casa minuscola che lei stessa chiama monoloculo, perché è la parte di un appartamento più grande che è stato diviso in quattro. Non è semplice sentirsi soli e abbandonati, vivere in un posto piccolissimo e fare un lavoro in cui i pagamenti arrivano spesso in ritardo, ci sono sempre problemi e periodi di magra. Mettiamoci pure che viene bersagliata di continuo da telefonate di gente che sbaglia numero. Un giorno, però, mentre non ha niente di meglio da fare e si sta mettendo a cucinare un piatto di pasta, telefona Francesco che la cerca Marta per farle le condoglianze per la morte della madre. Chissà perché Lucia sta al gioco, si finge Marta e rimane quasi un’ora e mezza a parlare con Francesco che capisce essere l’ex fidanzato della reale destinataria della chiamata, un ragazzo che lei ha allontanato – addirittura chiamando la polizia – perché pericoloso. E in effetti lui le racconta di aver avuto un’altra donna poi, Sonia, che ha fatto a pezzi. Ma in senso letterale o no? L’ha uccisa? Lo stesso Francesco ci gioca su, non dicendo mai se parli sul serio o meno. Si capisce che è ancora innamorato di Marta, Lucia fa anche finta che sia il suo ex marito, Carlo, e si lascia trasportare.
Questa è una piccola parte della vita di Lucia, che se ne andrà in giro per Roma per risolvere tante piccole cose, ma la bugia telefonica avrà conseguenze impreviste, perché non si gioca col fuoco.

Amor è l’ultimo romanzo di Eva Clesis, uscito per Miraggi edizioni ad ottobre di quest’anno. Il titolo, oltre a richiamare uno dei temi principali del romanzo, e ad essere per ammissione stessa dell’autrice il contrario di Roma, viene fuori da un passaggio del libro in cui Carlo sta per chiamare “amore” Lucia ma lei lo interrompe e non gli lascia finire la parola.
L’autrice dice in un’intervista che ha iniziato a scrivere della telefonata e poi il resto della storia è venuto da sé intorno a quel nucleo. E proprio la chiacchierata con Francesco permette alla protagonista di uscire momentaneamente dal torpore, uscire e occuparsi di questioni in sospeso – che significa incontrare gente, affrontare nuovi traumi, cacciarsi anche in situazioni problematiche. Ma Lucia è una donna che forse di quella telefonata in qualche modo aveva bisogno, perché la risveglia e le fa capire che deve muoversi: che sia per fuggire, per avere qualcosa, per parlare con qualcuno, ma deve muoversi.

Confesso che a me piace molto lo stile della Clesis (che è uno pseudonimo), perché è semplice ma allo stesso tempo ha una grande forza. Non si avverte mai la distanza tra l’autrice, la protagonista e le situazioni narrate, è come se le vicende fossero sviluppate da spunti autobiografici, ma apprendo che di autobiografico potrebbe esserci solo l’incidente che ha avuto Lucia, vago ricordo di quello di cui la Clesis non ha voluto parlare. Ciò che comunque trasmette è una forte sensazione di claustrofobia quando siamo all’interno del monoloculo, e poi una sorta di paranoia generata dalle paure di Lucia che a un certo punto non sa come muoversi e teme che ogni sua azione possa provocare effetti via via peggiori. Ma il punto principale della storia, come era stato anche ne Lo Straordinario, il penultimo romanzo di Eva Clesis, è capire se la situazione sia tutta reale o sia solo frutto delle elucubrazioni della protagonista. Esiste davvero il pericolo che Francesco si sia reso conto della bugia? Era serio quando ha detto che ha fatto a pezzi la sua ultima fidanzata? E se avesse capito di essere stato ingannato, sarebbe in grado di rintracciare Lucia, scoprire il suo indirizzo e andare a casa sua? Questo lo scoprirete alla fine, e sarà proprio una rivelazione.

Buona lettura!

Titolo: Amor
Autore: Eva Clesis
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 144
Prezzo: 15 €
Editore: Miraggi

L’Opera Galleggiante | John Barth

Una cosa che mi piace molto è quando, mentre leggi un libro, trovi uno spunto, un suggerimento per un altro titolo. Quando ho letto L’amore a vent’anni di Giorgio Biferali veniva citato L’Opera Galleggiante di John Barth, un romanzo che sono andata a cercare immediatamente su Google e che mi sono segnata in lista. Poi l’ho comprato e me lo sono letto nei giorni passati, godendomelo per bene senza fretta, e vi devo confessare che per me è stato una scoperta incredibile, cominciando dal fatto che non conoscevo l’autore, che invece in America è uno degli scrittori più importanti e, in pratica, il fondatore della narrativa postmoderna. A ispirarmi è stata la trama, una roba potenzialmente “allegra”, come al mio solito. Todd Andrews nel giugno del 1937 è un brillante avvocato, conduce una vita borghese nel Maryland e si intrattiene ogni tanto con Jane, la moglie del suo caro amico Harrison Mack (fautore del ménage à trois), erede di una grossa azienda di sottaceti. Quel particolare giorno – il 21? Non se lo ricorda bene – si alza e capisce che la risposta a tutto è il suicidio, quindi quello sarà il suo ultimo giorno sul pianeta. Però qualcosa non funziona e cambia idea, così vent’anni dopo in questa Opera ci spiega i motivi per cui quel giorno non ha messo fine alla sua vita.

La storia raccontata in questo libro, che rappresenta l’esordio letterario di Barth ma anche il suo capolavoro, si articola in una sola giornata, da quando Todd si alza la mattina a quando va a dormire la sera; viene narrato tutto quello che in quel particolare giorno gli è capitato. Ma il tempo si dilata, perché ci sono sempre premesse da fare, flashback, chiarimenti, salti avanti e indietro, così spesso da far sì che le digressioni siano più dei fatti della giornata fatale. A un certo punto il lettore potrebbe aspettarsi di “sentirsi dire” dal narratore che quello che gli ha appena detto non c’entri niente con quella storia, o potrebbe temere di continuo di perdere il filo, ma non succede mai. È sempre tutto orchestrato alla perfezione.

È un’opera galleggiante, amici, piena zeppa di curiosità, di melodramma, di spettacolo, di istruzione e di divertimento, ma scorre via volente o nolente secondo la marea della mia prosa vagante: l’avvisterete, poi la perderete di vista, poi la rivedrete; e senza dubbio vi ci vorranno grandissimi sforzi di attenzione e di fantasia – insieme a non poca pazienza, se siete lettori comuni – per non perdere di vista la trama mentre vi naviga sotto gli occhi e poi vi sfugge alla vista.

Nel primo capitolo, che si intitola Accordando il mio pianoforte, Todd-Barth fa delle premesse importanti. Innanzitutto ne approfitta per presentarsi, per spiegarci chi è, perché non gli piace entrare direttamente nel vivo della situazione, ma pensa che si debba fare un piccolo passo alla volta, costruire un racconto in modo graduale. Ci dice che è un avvocato, che vive in al Dorset Hotel dove paga il conto ogni giorno, che ha una relazione con la moglie del suo migliore amico, e che ha sofferto solo di una grave prostatite anni prima e ora l’unico suo problema è un difettuccio al cuore che potrebbe ucciderlo in qualsiasi momento. Ma ci racconta anche che ha dato quel nome alla sua storia perché il 21 giugno del 1937 (è quasi sicuro che sia stato quel giorno, ma potrebbe essere il 22, chissà) perché gli è capitato di salire su uno showboat chiamato L’Unica e Inimitabile Opera Galleggiante di Adam. Ed ecco che Barth si lancia nella metanarrazione: Todd sta scrivendo un’opera che prende il nome da un’imbarcazione su cui è messo in scena uno spettacolo teatrale. Ma non è finita qui, perché nel corso del libro, Todd spiega anche che da tantissimi anni sta scrivendo un’Indagine, di cui raccoglie numerosi appunti – che mette continuamente in ordine in delle cassette da frutta – volta a capire le cause del suicidio del padre; indagine che, però, finisce per diventare una riflessione anche su sé stesso, sul rapporto col genitore e sulle ragioni per farla finita.

In partenza, L’opera Galleggiante non ha niente di speciale, non c’è un mistero da risolvere dato che già sappiamo come andrà a finire: Todd è ancora vivo, non si è suicidato, altrimenti non sarebbe qui a raccontarcelo. La bellezza di questo libro sta nel modo in cui il protagonista narratore ci parla di sé e della sua disillusione, del suo profondo cinismo che quasi spinge un altro a suicidarsi (che sia anche questo che lo fa desistere dal compiere il gesto?), di come anche lui galleggi: non c’è niente di particolarmente esaltante nella sua vita, ma quando pensa di farla finita cambia idea e continua a rimanere a galla senza andare a fondo.
È un romanzo che a circa cinquant’anni di distanza dalla pubblicazione è sempre un capolavoro e che stupisce per l’intensità. E io l’ho trovato geniale, nello stile così curato, nell’introspezione, nell’esplorazione dei conflitti interiori di Todd, nel fatto che il protagonista non sia ammantato da un’aura tragica ma che, anzi, sia perfettamente lucido e padrone di sé. E soprattutto nel modo di raccontare, ad esempio quando divide la narrazione in due colonne differenti perché a ciò che si appresta a dire vuole anteporre due premesse necessarie fatte da punti di vista differenti ma egualmente importanti, che vanno lette insieme (se ce la fate siete eroi).

Oggi vi ho parlato di un gran libro, segnatevelo.
Buona lettura!

Titolo: L’Opera Galleggiante
Autore: John Barth
Traduttore: Martina Testa / Henry Furst
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1967 (2018 questa edizione)
Pagine: 368
Prezzo: 15 €
Editore: minimum fax

La scelta di Lilian | Marcella Spinozzi Tarducci

Lei sarebbe riuscita a trasformare la sua vita grigia
in una sfera luminosa.

 

Lilian è tornata da Firenze nel piccolo paese umbro in cui è nata in occasione della morte della madre Agnese. Vede una foto di quando era piccola, in braccio a un bell’uomo biondo vestito da soldato, e parlando con la zia, sorella di Agnese, viene fuori che quello era suo padre. A questo punto inizia un lungo flashback in cui una piccola Lilian vive con la madre e con quello che crede suo padre, Tonio, un uomo rozzo che approfitta dell’assenza della moglie per intrufolarsi nel letto della bambina e metterle le mani addosso. Agnese sapeva? Forse sì, dato che un giorno decide di mandare la figlia a Firenze, dal fratello di Tonio e dalla moglie, per imparare un mestiere e – ma non lo dice – allontanarsi da casa. Lì Lilian s’iscrive a un corso per parrucchieri e diventa una delle migliori acconciatrici in città, ma maledizione vuole che anche lo zio si approfitti di lei, anche se questa volta la zia Wanda lo scopre e gli equilibri familiari s’incrinano. La ragazza, nel frattempo, conosce Alberto, che dopo averle fatto il filo per un po’ se la sposa; i due si trasferiscono in un’altra casa in periferia dove lei, nel garage, ricaverà una nuova bottega da parrucchiera, tutta per sé ma lontana dal centro vero della città.

Torniamo, più avanti, al momento in cui Lilian scopre che Tonio non era il suo vero padre e così il dubbio sulle sue origini a inizia a farsi sempre più strada nel suo cuore, fino a quando la donna capisce che deve fare qualcosa per scoprire chi è quell’uomo, perché Agnese non le abbia mai detto nulla, ma soprattutto, se quello è suo padre, perché se ne sia andato.
Leggermente meno gravi – ma mai giustificabili – iniziano a sembrarle gli abusi di Tonio e dello zio, dato che non sono sangue del suo sangue; comincia a prendere le distanze da quella che credeva la sua vera vita, dal momento che tutte le sue certezze crollano. Deve iniziare a ricostruire il proprio passato per capire chi è, da dove viene, qual è la sua storia familiare e, fatto questo, sembrerà quasi naturale trovarsi a fare una scelta importante per dare forma al futuro.

La scelta di Lilian è un romanzo di Marcella Spinozzi Tarducci, edito da Bonfirraro qualche mese fa, che, scopro leggendo la sinossi, è ispirato a una storia realmente accaduta in Toscana nel secolo scorso. È una vicenda delicata, quella di Lilian, abituata alle violenze in casa, agli abusi, a una verità che lei crede reale, ma che è solo un’invenzione creata ad hoc per evitare scandali. Tutto quello che ha vissuto potrebbe annichilire chiunque, ma non la protagonista di questo libro che, a dispetto del fatto che per tutta la vita è stata schiva, riservata e arrendevole, tira fuori coraggio e determinazione e decide di dare una svolta alla propria esistenza. Non ha più paura, è abbastanza forte da far fronte a qualsiasi cosa ormai.
L’autrice narra questa storia con grande delicatezza e sempre dal punto di vista di una donna che è cresciuta in fretta perché la vita l’ha messa di fronte a situazioni per niente normali, ma a cui si è dovuta abituare. Trovo che sia un libro molto interessante e anche attuale, perché no. In fondo quella di Lilian potrebbe essere la storia di tante altre ragazze vittime di abusi fisici e psicologici, se vogliamo vederla in maniera più ampia.
È stata una lettura molto gradevole, ve la consiglio!

Titolo: La scelta di Lilian
Autore: Marcella Spinozzi Tarducci
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 177
Prezzo: 16,90 €
Editore: Bonfirraro


Marcella Spinozzi Tarducci – È nata in Umbria e ha vissuto prevalentemente in Toscana. Laureata in Lingue e Letterature straniere all’Università di Firenze, ha insegnato negli Istituti statali in questa stessa città. Pittrice autodidatta, ha esposto in importanti gallerie fiorentine e ha collaborato con la casa editrice Valmartina di Firenze come compilatrice e illustratrice di testi scolastici. Ha studiato, inoltre, pianoforte al Conservatorio Cherubini di Firenze. Amante della scrittura da sempre, ha ricevuto importanti riconoscimenti per la poesia a Chiavari e a Firenze e, nel 2010, ha vinto il Fiorino d’Oro per la narrativa inedita al Premio Firenze Europa con il racconto Giulia. Nel 2010 ha esordito con il suo primo romanzo autobiografico, Sono ancora io. Il successo arriva col suo secondo libro, edito da Bonfirraro, Racconti da spiaggia, che la farà conoscere al grande pubblico, e col suo secondo romanzo Solitudini Parallele, edito anche da Bonfirraro, che ha ricevuto, nel 2015, il Premio del presidente della giuria al Premio Firenze Europa.
La scelta di Lilian è il suo ultimo romanzo.