Lezioni di Letteratura | Vladimir Nabokov

Oggi voglio parlarvi di uno dei libri più tosti che abbia comprato e letto negli ultimi tempi. Si tratta di Lezioni di letteratura di Vladimir Nabokov, uscito per Adelphi con una traduzione di Franca Pece il 2 ottobre 2018 e, come potete capire bene dal titolo, è un’opera di saggistica. Non è un romanzo, ma si parla di romanzi, perché altro non è che una raccolta degli appunti, messi in ordine, delle lezioni che tenne Nabokov ai suoi studenti americani di Wellesley e della Cornell. Se in un saggio introduttivo l’autore di Lolita (uno dei libri più geniali mai scritti nella storia, secondo il mio modesto parere), ci parla del buon lettore e del bravo scrittore, dopo comincia ad affrontare sette tra le opere letterarie che universalmente – e non solo secondo Nabokov – hanno fatto la storia, analizzandole in ogni loro parte, quasi passandole al microscopio in maniera molto tecnica. Sono libri che bene o male conosciamo tutti, molti dei quali abbiamo anche letto: Mansfield Park di Jane Austen (confessa di non amare la Austen e di averla spesso un po’ snobbata, ma considera questo libro un capolavoro), Casa desolata di Charles Dickens, Madame Bovary di Gustave Flaubert, Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr Hyde di Robert Louis Stenvenson, Dalla parte di Swann di Marcel Proust, La metamorfosi di Franz Kafka e Ulisse di James Joyce.

Infine, il volume si chiude con un saggio su arte della letteratura e senso comune e con un commiato da cui voglio trarre una citazione che utilizzerò per darvi un’idea migliore su Lezioni di letteratura, su cui per ovvi motivi non posso scrivere una recensione come se fosse un romanzo. Credo che in queste poche righe siano racchiusi tutta la passione e tutto l’amore di Nabokov per l’arte e per la letteratura, cose che ha cercato di trasmettere ai suoi studenti e, grazie a questo libro, anche a noi che possiamo vederci seduti per un po’ nella sua aula.
Buona lettura!

In questo corso ho cercati di rivelarvi i meccanismi di quei giocattoli meravigliosi che sono i capolavori della letteratura. Ho cercato di farvi diventare buoni lettori che leggono i libri non con lo scopo infantile di identificarsi con qualche personaggio, e non con lo scopo adolescenziale di imparare a vivere, e non con lo scopo accademico di indulgere alle generalizzazioni. Ho cercato di insegnarvi a leggere i libri per la loro forma, la loro potenza evocativa, la loro arte. Ho cercato di insegnarvi a provare un brivido di soddisfazione artistica, a condividere non le emozioni dei personaggi, ma quelle dell’autore: le gioie e le difficoltà del creare. Non abbiamo parlato di libri in generale, ma siamo andati al nucleo di alcuni capolavori, al cuore pulsante della questione.

(…)

L’importante è sentire quel fremito in qualsiasi settore del pensiero o dell’emozione. Se non sappiamo fremere, se non impariamo a sollevarci un po’ più in alto della nostra normalità per riuscire a gustare i frutti più rari e maturi dell’arte che il pensiero umano ha da offrire, rischiamo di perdere il meglio della vita.

Titolo: Lezioni di letteratura
Autore: Vladimir Nabokov
Traduttore: Franca Pece
Genere: Saggistica
Anno di pubblicazione: 2 ottobre 2018
Pagine: 526
Prezzo: 26 €
Editore: Adelphi

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Da “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij

A un uomo ordinario e limitato riesce facilissimo immaginarsi di non essere una persona ordinaria e limitata e, senza nutrire mai alcun dubbio, riesce a trovare nella sua convinzione un vero appagamento. (…) Ci sono persone a cui basta cogliere nel proprio cuore una minuscola traccia di un sentimento buono e universale per immaginarsi che nessuno, al mondo, possa essere sensibile come loro, autentici antesignani del progresso.

[Fëdor Dostoevskij, L’idiota, 1869,
trad. Mauro Martini, Newton Compton 2013,
parte IV, cap. I,
477 pp., 7 €]

Da “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” di Marino Magliani

La nostalgia è il liquido che allaga le terre riarse, il dentrovivere che ci è concesso per riempirlo di nostalgia. Un organo, la pancia che cresce con gli anni. Guai se quel liquido raggiungesse altri organi e arrivasse agli occhi, si farebbe gelatinoso come le meduse, anche se ogni volta si proporrebbe come qualcosa di nuovo, perché i tessuti riarsi del dentrovivere non potrebbero assorbire la stessa nostalgia contenuta nel tempo. Sprofonderebbero. Invece ne contengono solo il ricordo, e assieme al ricordo la nostalgia del presente e quella del futuro, diceva Pereira.

[Marino Magliani, L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi,
Exòrma, 2017,
173 pp., 14,50 €]

Da “Moby Dick” di Herman Melville

Immagine tratta dal film “Heart of the sea – Le origini di Moby Dick” (Ron Howard, 2015)

Oh, uomo! Ammira e prendi a tuo modello la balena! Tu pure resta caldo in mezzo al ghiaccio. Tu pure vivi in questo mondo senza appartenergli. Sii freddo all’equatore; mantieni il sangue fluido al polo. Come la grande cupola di San Pietro e come la grande balena, conserva, oh uomo!, in tutte le stagioni la tua propria temperatura.

[Herman Melville, Moby Dick, 1851,
trad. Alessandro Ceni, Feltrinelli 2007,
689 pp., 12 €]

Da “Stamattina stasera troppo presto” di James Baldwin

Dire tutto è uno dei metodi più efficaci per serbare dei segreti. I segreti nascosti nel cuore della mezzanotte stanno semplicemente aspettando di essere trascinati alla luce, la luce di uno sfortunato mezzogiorno, come sempre accade. Ma i segreti avvolti nello splendore della sincerità non si faranno scoprire nemmeno dai più abili e testardi investigatori, perché la luce cambia di continuo, e dimostra che non ci si può assolutamente fidare della vista.

[James Baldwin, Stamattina stasera troppo presto,
trad. Luigi Ballerini, Racconti Edizioni, 2016,
281 pp, 16 €]

Tempo fa dissi che di racconti ne leggevo pochi, e in effetti è vero perché io sono più una da romanzi, anzi da polpettoni (intesi come libroni, non come robe noiose). Ultimamente, però, ho scoperto tanti bei racconti, anche grazie a case editrici che puntano su quelli e che, per farlo, selezionano roba di alto livello. Questa volta mi sono imbattuta in James Baldwin, col suo Stamattina stasera troppo presto, tradotto da Luigi Ballerini per Racconti edizioni, e devo dirvi che ho trovato un libro di grande spessore e un autore che ha una grande potenza narrativa. In soldoni, questi racconti sono parti di un percorso biografico dello stesso Baldwin che si fa portatore della civiltà nera americana, con i suoi problemi, le sue tradizioni e le sue contraddizioni interne. C’è chi si dà alla musica, chi partecipa ai sermoni, chi ascolta i cori gospel, c’è il bambino che viene per la prima volta a contatto con la parola “negro” pronunciata in modo dispregiativo da un bianco e non la capisce. I protagonisti di questi racconti, però, non sono sempre neri. Ce n’è uno in particolare, narrato dal punto di vista di un uomo bianco che descrive le violenze nei confronti dei neri, e questo, confesso, è quello che mi ha colpito di più non solo per le immagini che evoca ma per la durezza della narrazione.
Baldwin ha uno stile aggressivo, forte, che non si risparmia proprio perché questa lotta lui l’ha vissuta ed è stato dalla parte dei vessati, dei “deboli”, e sa di cosa parla.
Buona lettura!

Da “Pastorale americana” di Philip Roth

Oggi voglio regalarvi un brano dal libro che ho terminato proprio ieri e che mi ha fatto passare giorni bellissimi. È stata una gran lettura, questa, e beccatevi quest’assaggino, ché poi ne parleremo in maniera più approfondita.
Buon primo maggio!

Ewan McGregor (Seymour Levov, “Lo Svedese”) e Jennifer Connelly (Dawn) in una scena del film “American Pastoral” (2016, regia di Ewan McGregor)

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.

[Philip Roth, Pastorale americana, 1997,
trad. Vincenzo Mantovani, Einaudi 2016,
458 pp., 14 €]

Da “La luna e i falò” di Cesare Pavese

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

[Cesare Pavese, La luna e i falò]

Con sgomento, poco tempo fa mi sono resa conto di non aver mai letto nulla di Cesare Pavese, un autore che mi ha sempre attirato molto. Così ho riesumato dai miei scaffali La luna e i falò (non specifico un’edizione in particolare perché ho quella de La biblioteca di Repubblica – Novecento e non saprei quale consigliarvi) e l’ho letto piano piano, un capitolo ogni tanto per assaporarlo bene. Si tratta dell’ultima (consapevolmente) opera di Pavese, uscita nel 1950, pochi mesi prima che lo scrittore si togliesse la vita. Come egli stesso ha scritto in una lettera: «La luna e i falò è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo, forse sempre, non farò più altro.»
La storia è quella di Anguilla, un ragazzo che narra in prima persona il suo ritorno in un paesino delle Langhe nel dopoguerra dopo essere stato in America a cercar fortuna. Il protagonista incontra persone che conosceva e torna nei luoghi che tempo prima ha lasciato, ma non può fare altro che constatare come tutto sia cambiato da quando è partito. La storia è stata più forte della civiltà, il corso degli eventi ha completamente stravolto territori e persone e nessuno ha potuto farci nulla.
Il viaggio verso le proprie radici che compie Anguilla non sembra essere altro che la metafora del disagio dell’intellettuale che fa i conti con la letteratura del dopoguerra e che si rende conto del cambiamento che è in atto tra il primo e il secondo Novecento (il libro è proprio del ’50). Certo, spesso il linguaggio può sembrare un po’ datato, ma va comunque inserito nel suo contesto e nella sua epoca. Devo dire che non mi aspettavo un libro così bello, mi sono lasciata trasportare dalle parole e anch’io, come Anguilla, mi sono sentita delusa e disincantata mentre con lui facevo quel viaggio nei suoi luoghi natali.
Ma non vi dico altro per alcuni semplici motivi: l’ho letto da tempo e l’ho lasciato così tanto a decantare che alcuni dettagli li ho rimossi dalla mente (colpa mia che non ho preso più appunti); è uno di quei romanzi che bisogna leggere per apprezzare davvero, nessuno te lo può raccontare e fartelo amare così dal nulla; ho deciso di dedicargli un post con uno stralcio, quindi non prendetelo come una recensione, ma solo come un brevissimo esempio di una prosa perfetta. Adesso non mi resta altro da fare che approfondire Pavese e andare a leggere tutto ciò che mi sono persa negli anni.