Pagina 69: “Sul soffitto” di Éric Chevillard

Sul soffitto è un romanzo dell’autore francese Éric Chevillard scritto nel 1997 e pubblicato nel 2015 in Italia da Del Vecchio con una traduzione di Gianmaria Finardi, che ha compiuto un’opera coraggiosissima. Il testo, infatti, penso che avrebbe fatto impazzire chiunque, perché stiamo parlando di un libro complicato sotto tutti i punti di vista. Il linguaggio è particolare, la narrazione, in prima persona, è piena di voli pindarici, di frasi che s’interrompono per seguire il pensiero di chi parla, di sperimentazioni.

La storia, invece, è ancora più particolare: il protagonista da piccolo, su consiglio del medico, ha iniziato a tenere una sedia sulla testa per correggere la sua tendenza a stare curvo, e poi da lì è arrivato all’età adulta sempre con la sua sedia addosso. Metafora della diversità, quest’uomo si sente, appunto, diverso dagli altri, ma migliore di loro, e così conosce altre persone che sono altrettanto stravaganti a modo loro: un ex gruista, una donna che racconta fiabe ai suoi bambini mai nati che continuano a crescerle dentro, e altre varietà umane. Ma la sua stravaganza non impedisce al protagonista di condurre una vita normale. Egli infatti riesce perfino a trovarsi una fidanzata, Méline, che lo accetta per com’è, pure quando negli incontri fisici lui vuole tenersi sempre la sua sedia sulla testa. Ed è proprio Méline che, all’insaputa della sua famiglia, ospita la comunità di persone stravaganti nella sua casa, ma con una particolarità: questi sette individui vivono sul soffitto, a testa in giù, ché tanto poi il sangue arriva anche meglio al cervello. Esattamente come nella copertina, tanto che il lettore è portato ad acchiappare il libro tutte le volte al contrario.

Odio dirlo, perché è una frase fatta e sa di lettore snob, però qua bisogna ribadirlo per forza come avvertenza: non è un libro per tutti, si può cadere facilmente nella confusione e ci si può perdere, nonostante il libro non sia un volumone. Però ne vale la pena, perché capirete di non aver mai letto nulla del genere, è spiazzante, quindi se siete appassionati di tutto ciò che è “diverso” dall’ordinario Sul soffitto fa decisamente per voi.
Io comunque vi lascio un assaggino per farvi un’idea, ma siccome mi è risultato impossibile prenderlo da pagina 69 (perché avrei tagliato a metà una frase lunghissima senza un punto) è un estratto a metà tra pagina 68 e 69. Buona lettura!

IMG_20160625_121555Una precisazione necessaria: non sono per niente soggetto a manie di persecuzione, credo che i rondoni non siano incaricati di sorvegliarmi, che il Sole non sia un proiettore puntato sulla mia persona, che non sia perché pensa a me che la tigre ha fame, piuttosto soffrirei di questa indifferenza della natura nei miei confronti, e delle cose stesse che non afferrano mai la mano che tendo loro, ma sembrerebbe, al di là dei dissidi irriducibili che alterano i rapporti fra gli uomini, che l’accordo sia stato raggiunto su un punto, con una bella unanimità tanto improbabile, attorno a me, contro di me, tacitamente, che sia in verità un dovere per ognuno applicarsi a rovinare la mia tranquillità, il solo ideale che unisca, rovinare la mia tranquillità, l’opera comune che suggella la riconciliazione tra i popoli, tra i sessi, tra le età, l’ingiunzione irresistibile, l’unica legge senza oppositore né contraddittore, come se questa fosse proprio la condizione prima di qualsivoglia progresso, innanzitutto rovinare la mia tranquillità, impresa per cui i volontari non sono mai mancati, molto numerosi e zelanti, non retribuiti, alla quale si sono dedicati anima e corpo, e di buon cuore da sempre, con successo, devo riconoscerlo, e il cui accanimento non si allenta, anzi poiché la Forza Pubblica se ne immischia ora come se la sua missione di mantenimento dell’ordine le imponesse tanto per cominciare di rovinare la mia tranquillità, come se il mondo non dovesse conoscere alcun riposo finché mi godessi anch’io la tranquillità.

“Sul soffitto”, Éric Chevillard, 1997
trad. Gianmaria Finardi, Del Vecchio, 2015,
144 pp., 14 €


Éric Chevillard – Nato nel 1964 a La Roche–sur–Yon, è uno dei più interessanti e originali scrittori francesi. Ha ideato il blog letterario L’Autofictif, molto seguito e discusso in Francia. Ha scritto moltissimi romanzi, tra cui i più famosi sono Mourir m’enrhume, 1987; Le Caoutchouc décidément, 1992; La Nébuleuse du crabe, 1993; Le Vaillant petit tailleur, 2004; Démolir Nisard, 2006; Sans l’orang–outan, 2007; Dino Egger, 2011; Le Désordre azerty, 2014, aggiudicandosi numerosi premi, tra cui il PRIX FÉNÉON, il PRIX WEPLER, il PRIX ROGER–CAILLOIS, il PRIX VIRILO e il PRIX ALEXANDRE–VIALATTE. Nel 2013, inoltre, la traduzione di uno dei suoi primi romanzi, Préhistoire (1994; Prehistoric Times), si è aggiudicata il BEST TRANSLATED BOOK AWARD, premio statunitense assegnato dalla rivista «Open Letters» e dall’università di Rochester. Quasi tutti i romanzi sono pubblicati, in Francia, dalla casa editrice Minuit, famosa per la sua attenzione agli autori di letteratura sperimentale.

Pagina 69: “Grandi speranze”

Ho letto Grandi Speranze di Charles Dickens qualche settimana fa e – magari può sembrare una bestemmia – non l’ho apprezzato. C’è da mettere in conto che sicuramente ho scelto un’edizione sbagliata, la Newton&Compton, ma mi è stato regalato e per non fare la schizzinosa ho letto quello che avevo. I caratteri sono troppo piccoli, trattandosi di un Minimammut, hanno cercato di fare un volume piccolo e compatto che sicuramente non è adatto a chi non ci vede bene o a chi è astigmatico (e si rifiuta di mettere gli occhiali) e fa fatica dopo un po’. Confesso di non amare troppo questo editore, sono convinta che dove i prezzi siano più bassi anche il livello qualitativo scenda parecchio. Ma la storia è quella e, messe da parte cura, traduzione, impaginazione e chi più ne ha più ne metta, la vicenda non mi ha conquistata.

Il protagonista è Pip, un ragazzino orfano che viene allevato dalla sua isterica sorella e dal marito. Quando è ancora piccolo gli capita di conoscere due persone che segneranno la sua vita: Abel Magwitch, un criminale fuggito dalla galera, e Miss Havisham, una strana vecchia signora molto ricca. Qualcuno ha “grandi speranze” per lui, vuole educarlo ad essere un giovanotto istruito e ricco, ma chi sarà? E a cosa dovrà rinunciare per questo? Dickens ci accompagna per le strade di Londra e dintorni, tenendoci quasi per mano in questo viaggio tra la sporcizia e le bassezze delle classi inferiori e le stranezze dei ricchi, senza mai dimenticare che in tutti c’è del buono. Pip si ritroverà cieco davanti ai casi della vita, ma imparerà tantissime cose importanti.

Dato che non l’ho apprezzato molto, ho scelto comunque di parlarvene riportando qui la pagina numero 69. Buona lettura!

Grandi speranze di Charles Dickens

11896192_1652735578273362_2195379939018969796_nLa stessa occasione mi servì per notare che Mr. Pumblechook sembrava sbrigare i suoi affari guardando, dall’altra parte della strada, il sellaio, il quale sembrava trattare i suoi affari tenendo d’occhio il costruttore di carrozze, che sembrava tirare avanti nella vita mettendosi le mani in tasca e osservando il fornaio, che a sua volta incrociava le braccia e fissava il droghiere, che se ne stava sulla porta e sbadigliava al farmacista. L’orologiaio, sempre diligentemente curvo su un tavolinetto con una lente d’ingrandimento all’occhio, e sempre sorvegliato da un gruppo di contadini che lo osservava diligentemente attraverso la vetrina del suo negozio, sembrava essere l’unica persona, sulla via principale, la cui attenzione fosse impegnata nella propria attività.
Io e Mr. Pumblechook facemmo colazione, alle otto, nel salottino situato nel retrobottega, mentre il commesso beveva la sua tazza di tè e mangiava il suo pezzo di pane e burro su un sacco di piselli nella parte anteriore del locale. Giudicai Mr. Pumblechook una compagnia deprimente. Oltre a essere posseduto dalla stessa idea di mia sorella, secondo la quale si doveva imporre un carattere mortificatorio e penitenziale alla mia dieta – oltre a darmi il più possibile di crosta insieme al meno possibile di burro, e a mettere talmente tanta acqua calda nel mio latte che sarebbe stato più onesto fare del tutto a meno del latte – la sua conversazione non consisteva di altro che di aritmetica. Quando io gli augurai educatamente il buon giorno, egli disse pomposamente: «Sette per nove, ragazzo!». E come avrei potuto essere in grado di rispondere, preso a tradimento in quel modo, in un luogo estraneo, a stomaco vuoto! Avevo fame, ma prima che avessi ingoiato un solo boccone, egli cominciò una serie di somme che si protrassero per tutta la durata della colazione. «Sette?» «E quattro?» «E otto?» «E sei?» «E due?» «E dieci?». E così via. E dopo che ogni numero era stato sistemato, avevo a malapena il tempo di dare un morso o di bere un sorso prima che arrivasse il seguente; mentre lui se ne stava seduto comodamente, senza dover indovinare niente, e mangiando avidamente la pancetta col suo panino caldo e (se mi si permette l’espressione) rimpinzandosi e ingozzandosi a più non posso.
Per tutti questi motivi fui molto felice quando arrivarono le dieci e ci avviammo verso la casa di Miss Havisham, anche se non mi sentivo affatto tranquillo sul modo in cui avrei dovuto comportarmi sotto il tetto di quella signora. In un quarto d’ora arrivammo alla casa di Miss Havisham, che era tutta costruita in vecchi mattoni, e lugubre, e circondata da molte sbarre di ferro. Alcune finestre erano state murate; delle rimanenti, tutte quelle più basse erano chiuse da sbarre arrugginite.

“Grandi speranze” di Charles Dickens
trad. Maria Felicita Melchiorri
Newton&Compton, ed. 2014

Pagina 69: “La morte a Venezia”

Questo libro l’ho letto una decina di giorni fa, ma purtroppo non mi ha colpito molto. Di conseguenza – lo confesso – vi propongo la pagina 69 perché non mi è rimasto quasi nulla da dire, ho dimenticato un bel po’ di cose, ma non voglio che passi inosservato.
La storia, in poche parole, è questa: Gustav von Aschenbach è un autore cinquantenne che ha avuto molti riconoscimenti per la sua arte; rimasto vedovo gli viene voglia di viaggiare e prendersi una vacanza anche per migliorare la sua salute. Mentre si sta recando in un luogo sulla costa dell’Istria, gli viene una folgorazione e capisce che in realtà vuole andare a Venezia, dove prenderà una suite in un hotel al lido dell’isola di Venezia. Lì la sua attenzione viene attirata da un giovanotto di quattordici anni vestito alla marinara di nome Tadzio. Questo ragazzo è bellissimo e i suoi lineamenti richiamano quelli delle sculture greche, dell’arte classica e pura a cui Aschenbach si è sempre dedicato. Da qui, l’uomo sembra quasi impazzire di fronte al giovane, si rende conto di avere degli impulsi omosessuali che non aveva mai considerato, s’innamora e arriva a confessare a se stesso il suo amore per Tadzio. Ma questo sentimento arriverà a consumarlo.

Devo dirvi che non ho capito se il protagonista si fosse innamorato del ragazzino in sé, e quindi avesse impulsi omosessuali, o se in realtà fosse innamorato della bellezza nel suo senso più puro. Per vederci più chiaro ho iniziato a vedere il film di Luchino Visconti del 1971, ma ho dovuto spegnere dopo venti minuti perché era una tortura. Quasi due ore di film basati sul nulla: sguardi, occhiate, sussulti, sguardi, sussulti, occhiate… Due ore di film costruite su un racconto di circa 80 pagine. Ci ho rinunciato.
Come ho già detto, invece, il racconto lungo l’ho letto tutto, ma non mi ha lasciato niente. Voi che mi dite? L’avete letto?

La morte a Venezia di Thomas Mann

Fin dal pomeriggio dell’indomani egli compì, caparbio, un nuovo tentativo di forzare il mondo esteriore, e questa volta con pieno successo. Recatosi in Piazza San Marco, entrò nell’agenzia turistica inglese che là aveva sede, e cambiata una somma di denaro alla cassa, rivolse, col tono del forestiero diffidente, la fatale domanda all’impiegato che lo aveva servito. Era costui un inglese ancor giovane, vestito di lana, con la scriminatura nel mezzo e gli occhi ravvicinati; spirava quel senso di tranquilla franchezza che riesce così strano, così diverso in mezzo alla mariolesca agilità dei paesi del Sud.
«Non c’è ragione d’inquietarsi, Sir» cominciò: «una misura di nessuna gravità, provvedimenti come se ne prendono spesso per prevenire eventuali difetti antigienici del caldo e dello scirocco…». A questo punto alzò gli occhi azzurri e incontrò lo sguardo dello straniero: uno sguardo stanco e un po’ triste, diretto, con una sfumatura di disprezzo, alle sue labbra. L’inglese arrossì: «Questa» continuò a mezza voce e un po’ concitato «è la spiegazione ufficiale, quella su cui le autorità del luogo credono bene insistere. Ma, le dirò, c’è sotto qualcosa di diverso». Allora, nella sua piana lingua senza malizia, disse la verità.

Già da parecchi anni il colera asiatico aveva mostrano un’accentuata tendenza a diffondersi anche fuori della sua terra d’origine. Nato nei caldi acquitrini del delta del Gange, rinfocolato dall’alito mefitico di quel mondo primordiale e vanamente sontuoso – di quell’intrico d’isole selvagge che gli uomini disertano e dove, nei folti di bambù, s’appostano le tigri – il flagello aveva imperversato senza sosta e con eccezionale violenza su tutto l’Indostan, era penetrato a oriente in Cina, a occidente nell’Afghanistan e in Persia, e di qui, imboccate le grandi strade delle carovane, aveva portato i suoi orrori fino ad Astrachan e nella stessa Mosca. Ma mentre l’Europa sgomenta si aspettava che il morbo l’invadesse da quella parte, per via di terra, lo spettro invece aveva fatto la sua comparsa in vari porti mediterranei, attraversando il mare su navi mercantili di Siria; aveva alzato la testa a Tolone e a Malaga, mostrato più volte la sua grinta a Palermo e a Napoli, e già pareva non voler più staccarsi da tutte le Calabrie e le Puglie.

“La morte a Venezia” di Thomas Mann,
trad. Emilio Castellani,
Mondadori editore, ed. 1988

Pagina 69: “Qualcuno con cui correre”

Il libro di cui vi ho parlato lunedì, Qualcuno con cui correre di David Grossman, mi è piaciuto così tanto che vi ho voluto dedicare tutta questa settimana, fornendovi adesso la pagina 69, in cui Assaf è arrivato alla torre dove abita Teodora e parla con lei di Tamar.

Vi ho già detto praticamente tutto di questo romanzo, quindi adesso mi limito a lasciarvi assaporare questa paginetta.

Buona lettura!

Qualcuno con cui correre di David Grossman

WP_004382«Il gigante aveva un grande giardino con tantissimi alberi da frutta. C’erano albicocchi e peri, peschi e aranci, fichi, ciliegi e limoni».
Teodora aveva passato in rassegna i suoi alberi. La voce della ragazza le piaceva, non tradiva ostilità, al contrario, era una sorta di invito al dialogo e lei se ne era resa conto. Parlava come se stesse raccontando una favola a un bambino, e la sua voce tenera e rilassante era penetrata nei recessi della memoria della suora, propagandosi a ondate.
«Ai bambini del villaggio piaceva giocare nel giardino del gigante» aveva proseguito la ragazza, «arrampicarsi sugli alberi, fare il bagno nel ruscello, rincorrersi nei prati… Mi scusi, signora suora, non le ho nemmeno chiesto se capisce l’ebraico».
Teodora si era riscossa dalla sua dolce fantasticheria. Aveva preso un foglio dalla scrivania, lo aveva arrotolato così da formare a sua volta un piccolo megafono, e con una voce un po’ chioccia, poiché da anni non si cimentava in una conversazione ad alta voce, aveva informato la giovane che lei parlava, scriveva e leggeva molto bene l’ebraico, appreso in gioventù dal signor Eliassaf, insegnante della scuola Tachkamoni, il quale, per incrementare le entrate, dava lezioni private chiunque richiedesse i suoi servigi. Al termine di quel breve ma dettagliato discorso le era sembrato di intravedere un primo, timido sorriso negli occhi della sua interlocutrice.
«Tu non l’hai mai vista sorridere» bisbigliò Teodora ad Assaf, «ha una fossetta qui». Gli sfiorò la guancia e lui ne rimase turbato, come se avesse percepito il calore di Tamar, con la quale, in fondo, non aveva nulla a che spartire. Che c’entrava lui con la sua fossetta? In cuor suo Teodora pensò: “Sei arrossito, signorino mio!” e ad alta voce disse: «Il cuore palpita e spicca il volo quando lei sorride. No, non ridere! Io non esagero mai! Il cuore spicca il volo battendo le ali!».

“Qualcuno con cui correre” di David Grossman
trad. Alessandra Shomroni,
Mondadori editore, ed. 2001,
362 pagine

Pagina 69: “Addio alle armi”

Finalmente ho trovato un po’ di tempo per dedicarmi a una lettura che puntavo da tanto, il mio amato Hemingway. Ho scelto, però, il momento sbagliato, proprio quando avevo la febbre e la testa non mi accompagnava molto, quindi all’inizio è stato un po’ noioso. Addio alle armi è diviso in cinque parti ma, malati o in salute, la prima è la meno interessante di tutte, poi decolla.

La storia è in parte autobiografica, ma non si riesce a distinguere bene quali siano gli eventi inventati da quelli realmente vissuti dall’autore, perché pure quelli veri sono un po’ falsati. Siamo nel periodo della battaglia di Caporetto e Frederic Henry è un tenente americano che svolge l’attività di conducente di ambulanze durante la prima guerra mondiale. È venuto in Italia spinto dai suoi ideali, per partecipare ad una guerra che poi non sembra così bella come aveva immaginato. Un giorno conosce l’affascinante infermiera inglese Catherine Barkley, di cui piano piano s’innamora. Poi viene ferito e trasferito altrove, ma la donna riuscirà a farsi mandare più vicino a lui, anche se non possono confessare la loro storia, perché non permessa.
Il 24 ottobre del 1917 gli italiani crollano a Caporetto e Fred, insieme ad altri soldati, si ritrova in mezzo a parte dell’esercito che batte in ritirata, e al momento di attraversare il Tagliamento viene interrogato e quasi fucilato da chi aveva il compito di eliminare tutti gli ufficiali considerati disertori. Ma riesce a scappare e a raggiungere la sua Catherine che intanto è arrivata a Stresa, ed è incinta. Da lì inizia la fuga di questi due innamorati che devono riuscire a non farsi trovare e a sopravvivere in un clima di guerra e pregiudizi.

I personaggi, come in molti romanzi di Ernest Hemingway sono cupi, ingrigiti da situazioni che non permettono loro di vivere felicemente. Le descrizioni della guerra sono sempre meravigliose, ed è normale che sia così perché l’autore certe situazioni le ha vissute in prima persona, ma quello che mi ha colpito di più è il suo modo di raccontare l’amore. Lo fa in un modo trattenuto, non ci sono passioni travolgenti e disperate: Fred e Catherine sembrano recitare una parte che portano avanti fino alla fine. All’inizio la loro relazione è occasionale, si vedono, chiacchierano, si piacciono un po’ ma non si spingono più in là di questo. Improvvisamente poi nasce qualcosa di diverso, si scoprono innamorati davvero, ma ovviamente Hemingway non era uno che scriveva romanzi rosa e soprattutto scriveva in un periodo in cui forse c’era molta più riservatezza sui sentimenti.

Addio alle armi è stato pubblicato per la prima volta nel 1929, ma in Italia uscì solamente nel 1948 perché era ritenuto offensivo nei confronti delle forze dell’ordine del periodo fascista. L’edizione che possiedo io fa parte della collana I grandi romanzi ed è uscito col Corriere della Sera diversi anni fa; vi è inoltre una bellissima introduzione di Fernanda Pivano che racconta anche del suo rapporto con Hemingway. Il romanzo è veramente bello e voglio condividere con voi la pagina 69 del mio volume.

Addio alle armi di Ernest Hemingway

WP_004105Il sole tramontava e la giornata diventava fresca. Dopo cena sarei andato a trovare Catherine Barkley. Avrei voluto che fosse qui ora. Avrei voluto essere con lei a Milano. Mi sarebbe piaciuto mangiare al Cova e poi scendere per via Manzoni nella sera calda e attraversare e girare lungo il Naviglio e andare in albergo con Catherine Barkley. Forse sarebbe venuta. Forse avrebbe finto che fossi il suo ragazzo che era stato ucciso e saremmo entrati dalla porta principale e il portiere si sarebbe tolto il berretto e io mi sarei fermato al bancone del concierge per prendere la chiave e lei mi avrebbe aspettato all’ascensore e sarebbe salito adagio adagio clicchettando a ogni piano, e poi il nostro piano e il ragazzo avrebbe aperto la porta e si sarebbe fermato lì e lei sarebbe uscita e io sarei uscito e saremmo scesi lungo il corridoio e io avrei messi la chiave nella porta e l’avrei aperta e sarei entrato e poi avrei preso il telefono e avrei chiesto di mandarmi una bottiglia di Capri bianco in un secchiello d’argento pieno di ghiaccio e si sarebbe sentito il ghiaccio contro il secchiello mentre arrivava nel corridoio e il cameriere avrebbe bussato e io avrei detto lo lasci fuori dalla porta per favore. Perché noi non avremmo avuto niente addosso per via del caldo, e la finestra aperta e le rondini che volavano sui tetti delle case e dopo, quando fosse buio e si andasse alla finestra, pipistrellini alla caccia sulle case e giù vicino agli alberi e avremmo bevuto il Capri, e la porta chiusa a chiave e quel caldo e solo un lenzuolo e tutta la notte e ci saremmo amati tutta la notte nella calda notte a Milano. Così avrebbe dovuto essere. Avrei mangiato in fretta e sarei andato a trovare Catherine Barkley.

“Addio alle armi” di Ernest Hemingway,
trad. Fernanda Pivano
RCS Editori, su licenza di Arnoldo Mondadori Editore, ed. 2002,
377 pagine

Pagina 69: “La casa degli spiriti”

Sono finalmente riuscita a leggere questo libro che mi è stato regalato ad agosto e che, ahimè, non avevo ancora letto. La casa degli spiriti è un romanzo del 1982 di Isabel Allende, in cui viene raccontata sostanzialmente la storia di una famiglia cilena (seguendo diverse generazioni) in un arco di tempo che va, orientativamente, dagli anni Venti fino al 1973. Esteban Trueba è un ragazzo con pochi mezzi che, col tempo, capisce come arricchirsi anche per sposare la bellissima Rosa Del Valle, di cui è innamorato. La ragazza, però, muore per sbaglio, come ha predetto la sua sorellina Clara, la chiaroveggente, e allora lui decide di trasferirsi nella sua tenuta di famiglia, “Le tre Marie”, cercando di rimetterla a posto dopo diversi anni di decadenza. La solitudine però lo attanaglia, e dopo essersi dedicato a mettere al mondo in giro una quantità di figli bastardi, torna alla capitale per chiedere in sposa Clara, sorella di Rosa, che intanto è cresciuta e ha previsto anche quello. Clara aveva deciso di non parlare più da quando aveva predetto la morte di Rosa, ma adesso ricomincia, si sposa e va a vivere col marito nella tenuta che ormai è tornata all’antico splendore, insieme alla sorella di lui, Férula, rimasta sola dopo la morte della madre. Da lì entreranno in scena sempre nuovi personaggi: Blanca, figlia di Esteban e Clara; Pedro Terzo, figlio dell’amministratore di Trueba, da sempre innamorato di Blanca; Jaime e Nicolás, figli di Clara; il conte de Satigny, un nobile capitato da quelle parti per caso che influirà molto sugli equilibri della famiglia; Alba, figlia di Blanca e Pedro Terzo; e tanti altri.

Tutti questi personaggi vivono le loro storie intrecciate in un periodo assolutamente non facile, quello della lotta tra il partito conservatore e la sinistra, che sfocia nel colpo di stato militare del 1973 guidato da Pinochet, in cui avranno una parte importante il Presidente e il Poeta, due figure che nel romanzo non hanno un nome ma che nella realtà rappresentano Salvador Allende e Pablo Neruda. La famiglia Trueba soffrirà grandi pene perché è praticamente spaccata a metà: Esteban diventa senatore ed è un personaggio di spicco della destra, mentre il resto della sua famiglia ha idee opposte e appoggia i proletari e gli operai: Blanca sostiene la lotta di Pedro Terzo, Alba pure, come Jaime e Nicolás, e non verranno fatti sconti quasi a nessuno.

La casa degli spiriti è la storia della famiglia Trueba, ma anche di Esteban Trueba, un uomo che tenta di tenere le redini della famiglia, di fare sempre la cosa che secondo lui è quella giusta e di farla fare agli altri, ma che alla fine si ritrova da solo e si ammorbidisce, capendo che non tutti sono uguali e ognuno desidera cose diverse. Ma lo capisce quando ormai è troppo tardi.
Il tutto raccontato da una Allende che fa onore alla letteratura sudamericana riproponendo quel realismo magico che ha imparato così bene da Gabriel García Márquez, pure troppo bene, secondo me, date le grandissime somiglianze con Cent’anni di solitudine. Ecco, probabilmente se non avessi letto prima quest’ultimo romanzo, avrei apprezzato di più La casa degli spiriti, lo avrei trovato originale, invece mi trovo a pensare che l’autrice abbia (involontariamente) preso troppo dal grande maestro. L’esoterismo, la chiaroveggenza, gli spiriti che girano per la casa, sono la caratteristica principale di un tipo di narrativa nata nell’America del sud, e sono elementi che in questo libro troviamo praticamente dappertutto.

È un libro davvero bello, di cui ovviamente consiglio la lettura e propongo la pagina 69, ma da cui mi aspettavo molto di più. Buona lettura!

La casa degli spiriti di Isabel Allende

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L’aveva vista avvicinarsi lentamente e quando aveva cercato di toccarla aveva buttato a terra il fagotto, disfacendolo ai suoi piedi. Lui si era chinato, l’aveva raccolto e aveva visto una bambina senza occhi che lo chiamava papà. Si era svegliato in angoscia ed era rimasto di cattivo umore per tutta la mattinata. A causa del sogno si era sentito inquieto, molto prima di ricevere la lettera di Férula. Entro in cucina per fare colazione, come tutti i giorni, e vide una gallina che andava beccando le briciole sul pavimento. Le tirò una pedata che le aprì la pancia, lasciandola agonizzante in un alone di trippe e di piume, starnazzante in mezzo alla cucina. Questo non lo calmò, anzi, aumentò la sua rabbia e sentì che cominciava a soffocare. Montò a cavallo e si recò al galoppo a sorvegliare gli armenti che stavano marchiando. In quel momento giunse a casa Pedro Secondo García, che era andato alla stazione di San Lucas a fare una commissione ed era passato dal paese per prendere la posta. Portava la lettera di Férula.
La busta aspettò tutta la mattina sul tavolo dell’entrata. Quando Esteban Trueba arrivò, andò direttamente a fare il bagno, perché era coperto di sudore e di polvere, impregnato dell’odore inconfondibile delle bestie terrorizzate. Poi sedette alla sua scrivania a fare dei conti e ordinò che gli servissero da mangiare su un vassoio. Non vide la lettera della sorella fino a notte, quando percorse la casa, come faceva sempre prima di andare a letto, per controllare che le luci fossero spente e le porte chiuse. La lettera di Férula era uguale a tutte le altre che aveva ricevuto da lei, ma quando la prese in mano seppe, ancora prima di aprirla, che il suo contenuto gli avrebbe cambiato la vita. Ebbe la stessa sensazione di quando aveva preso in mano il telegramma in cui sua sorella gli annunciava la morte di Rosa, anni prima.
L’aprì, sentendo che gli pulsavano le tempie a causa del presentimento. La lettera diceva brevemente che donna Ester Trueba stava morendo e che, dopo tanti anni trascorsi a curarla e a servirla come una schiava, Férula doveva sopportare che sua madre neppure la riconoscesse, mentre chiamava giorno e notte suo figlio Esteban, perché non voleva morire senza vederlo. Esteban non aveva mai amato realmente sua madre, né in sua presenza si sentiva a suo agio, ma la notizia lo lasciò trepidante. Capì che ormai non gli servivano più i pretesti sempre nuovi che inventava per non andarla a trovare, e che era giunto il momento d’intraprendere la strada del ritorno alla capitale e di affrontare per l’ultima volta quella donna che era presente nei suoi incubi, col suo rancido odore di medicine, le sue tenui lamentele, le sue interminabili preghiere, quella donna sofferente che aveva popolato di proibizioni e di terrori la sua infanzia e gravato di responsabilità e di colpe la sua vita di uomo.

“La casa degli spiriti” di Isabel Allende,
trad. Angelo Morino e Sonia Piloto Di Castri,
Feltrinelli, ed. 2012,
364 pagine, prezzo 9,50 €

Pagina 69: “Un divorzio tardivo”

Un divorzio tardivo è un romanzo dell’israeliano Abraham Yehoshua del 1982. Ho finito di leggerlo un po’ di tempo fa e ve ne propongo la pagina 69 per darvi un’idea dello stile usato dall’autore in questo libro. Badate bene che io non possiedo il libro singolo, ma ho la Trilogia d’amore e di guerra in cui questo è il secondo elemento, quindi prendo la sessantanovesima pagina di conto, che nel mio volumone sarebbe la 455 circa.
La storia in breve è questa: Yehudà Kaminka è fuggito tanti anni prima da Israele, perché la moglie Na’omi è impazzita e ha tentato di ucciderlo, infatti ora si trova in una sorta di manicomio/casa di cura (ma pur essendo “pazza” sembra la più lucida di tutti). Adesso torna in patria perché negli Stati Uniti si è rifatto una vita, ha una donna, Connie, e un bambino in arrivo, ma deve chiudere col suo passato, precisamente deve ultimare le pratiche di divorzio da Na’omi. Il tutto si svolge in nove giorni (l’ultimo è Pasqua), nove giorni in cui l’uomo diventa quasi un figlio osservato da i suoi figli che si comportano da genitori, in cui lui sembra non voler fare quello che è venuto a fare e cercare qualsiasi pretesto per non dare quel taglio netto al rapporto con la moglie. Yehudà non riesce a separarsi da quella moglie che aveva tanto amato ma che poi è diventata così difficile da gestire che quel sentimento si è trasformato in odio reciproco. Un modo per sfuggire al problema però, alla fine, lo trova.
Lo stile di questo romanzo è molto complicato, manca quasi totalmente la punteggiatura e la lettura è abbastanza lenta e difficoltosa, ma ne vale la pena perché mediante questo espediente si trasmettono al lettore gli stati d’animo che pervadono il libro, quali l’ansia, l’angoscia o l’inquietudine. Ogni capitolo prende il nome di uno dei giorni in cui si svolge la vicenda ed è raccontato da un personaggio diverso attraverso una sorta di monologo interiore misto a dialoghi riportati frettolosamente perché, si sa, i pensieri vanno veloci. Mi è piaciuto molto, ma non più de L’amante.
Detto questo non mi resta che lasciarvi all’estratto, in cui a parlare è Israel Kedmi, marito di Yael, la figlia di Yehudà. Kedmi è avvocato ed è lui ad occuparsi del divorzio dei suoceri. Buona lettura!

Un divorzio tardivo di Abraham Yehoshua

td– Le ho detto che sei qui e che stai bene e lei mi ha chiesto se soffri ancora di quel male al collo e le ho detto che io non ho visto nessun male allora lei ha chiesto se la tua presenza non disturba i bambini e io le ho detto al contrario i bambini sono felici che tu sia qui ma le ho raccontato che fai fatica ad abituarti al fuso orario d’Israele le ho dato il testo dell’accordo e ne ho tessuto le lodi e lei mi ha chiesto se lo deve leggere le ho detto che è nostro dovere professionale non far firmare alle persone documenti e contratti prima che li abbiano letti tanto quelle mica ci capiscono nulla almeno che sappiano di aver letto senza capire invece di non aver letto senza capire ah ah ah… (ma nessuno ride con me) lei ha tentato di leggere ma non ha potuto perché i suoi occhiali si sono rotti o il cane li ha mangiati bisogna far qualcosa Yael e perciò gliel’ho letto io. È stata a sentire senza dir nulla le ho spiegato tutti i particolari e come si salvaguardano tutti i suoi diritti ho parlato davvero con cautela e gentilezza ma lei non ha particolarmente reagito solo ha chiesto una volta di te Yael…
– Perché non sono venuta anch’io…
– Proprio così, ma le ho spiegato… ha capito… le ho detto che ci andrai domani o dopodomani siamo d’accordo che ci penserà su e firmerà e consegnerà tutto a te… certo il tempo stringe, gliel’ho spiegato con gentilezza e con dolcezza… potrei avere un’altra tazza di tè sono stanco morto ho corso tutta la sera dietro a un assegno…
– Non firmerà… – si lascia sfuggire il vecchio, disperato, ed esce dalla stanza e io sento che in fondo ha ragione.
– Perché? – protesto, – a me non è parso che… allora io posso avere questo tè o bisogna porgere richiesta scritta?
Yael mi porta il tè le mani le tremano va a togliere la bambina dal seggiolone la porta a letto Gadi mi fa vedere il disegno che ha fatto, delle grosse donne sotto la pioggia.
– Splendido il tuo disegno… – e gli do un bacio e lo mando a letto.
Il padre di Yael è scomparso. Yael mi guarda con ostilità.
– Cosa ti succede?
– Non lo so… oggi sono distrutto…
– Si vede…
– Qualcosa mi ha sfinito…
E sono davvero stanco morto non è possibile che sia solo per via di quel maledetto assegno oggi qualcosa mi ha messo addosso spavento forse il mondo stesso… quei vicoli in rovina… la vecchia nuda nell’acqua gialla… la paglia che mi si è infilata nei capelli…
Mi alzo guardo la poca posta arrivata qui accendo la tivù una sfinitezza mi colma tutto gli occhi mi si chiudono non afferro nemmeno una parola, Yael sparecchia la bambina è già a letto. Spengo le luci mi spoglio e mi metto il pigiama passo l’assegno nel taschino del pigiama cerco un giornale mi sento ancora più debole entro nel letto, mi tiro fino al collo la grande coperta.

“Un divorzio tardivo”, Abraham Yehoshua (1982)
trad. Gaio Sciloni
Einaudi, ed. 2005
366 pagine, prezzo 12 €