Planimetria di una famiglia felice | Lia Piano

Tanto ormai lo sapevo:
da fuori, casa nostra non si capiva.

 

Una delle ultime novità che ci ha presentato Bompiani (parliamo di fine agosto) è l’esordio nella narrativa di Lia Piano, figlia dell’architetto Renzo, con Planimetria di una famiglia felice, un romanzo fresco e pieno di tenerezza che, confesso, mi ha conquistato subito. Non amo riferirmi a qualcuno come “parente di”, ma in questo caso, oltre al fatto che Lia nella vita gestisce la Fondazione Renzo Piano, bisogna dire che il libro parla proprio della sua famiglia. Non del tutto perché autobiografia e invenzione si fondono, ma c’è comunque una buona dose di realtà: «le immagini sono tutte vere, ma fatti e personaggi sono frutto della fantasia».
Nana, come la chiamano tutti, è la protagonista di questa storia – o ricordo d’infanzia, chissà – forse una piccola Lia che a sei anni, dopo aver vissuto con tutta la famiglia in tre nazioni diverse, si trasferisce a Genova in una grande casa che, in fondo, è uno dei personaggi del libro. C’è un papà che disegna il mondo, progetta e costruisce una barca nel seminterrato (forse sarà difficile poi tirarla fuori); una mamma che fa risuonare i tacchi per casa; due fratelli maggiori, Marco e Gioele (lui balbetta ma nessuno lo aiuta in modo serio) che crescono prima di lei e sembrano un po’ strani; Concepita Maria, una donna del Sud che parla più in dialetto calabrese che in italiano e non sa leggere, anzi impara a scrivere il suo nome insieme alla bambina. C’è Pippo, il loro primo cane, mascotte della famiglia che va a prendere ogni giorno Nana a scuola, e poi altri tre cuccioli di pastore tedesco, uno per ogni figlio, e rane, e galline, e pulcini.

Quella di Nana è una famiglia che ha poche regole e per questo vive e cresce libera. Ognuno segue le sue inclinazioni e i propri desideri, appendono cartelli che recitano “vietato vietare“. Un giorno il papà indice addirittura un concorso a squadre per la progettazione e costruzione di un pollaio accanto alla casa, a cui Nana parteciperà insieme a Pippo. La casa deve essere un nido felice e rispecchiare l’animo di chi ci abita, e chi dice che non possa essere ricoperta di libri per tutta la sua lunghezza? Ecco che allora costruiscono uno scaffale lungo 307 metri perché i libri possano essere in tutte le stanze. All’improvviso però piomba in casa un’assistente sociale che cerca di domare quel caos e di dare delle regole a tutti, soprattutto ai ragazzi – una stava iniziando a frequentare la Chiesa, uno era alle prese con la prima delusione d’amore e l’altro ne aveva appena superata una che non gli aveva fatto troppo male.

Se non aveva un senso per lei, allora non aveva senso. Noi eravamo abituati al contrario, sguazzavamo nell’insensatezza.

In Planimetria di una famiglia felice non c’è una vera e propria trama, è un insieme di ricordi e avventure familiari di Nana, che ci racconta la sua infanzia con gli occhi di una bambina che spesso non si rende conto di come vanno le cose. Non riesce a capire quando i fratelli stanno crescendo e sperimentano i primi amori, non capisce gran parte degli sproloqui di Concepita Maria (personaggio spassosissimo e forse un po’ troppo caratteristico di donna del Sud negli anni ’70), non capisce nemmeno perché l’assistente sociale s’impunti così tanto a distruggere quella che per loro è la felicità domestica misurando tutte le loro azioni con un determinato numero di punti esclamativi su un quadernetto.
È il racconto ironico e piacevole di una famiglia molto unita ma del tutto fuori dagli schemi, una famiglia che non si annoia mai e per cui la normalità è solo noiosa.

Buona lettura!

Titolo: Planimetria di una famiglia felice
Autore: Lia Piano
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 agosto 2019
Pagine: 160
Prezzo: 15 €
Editore: Bompiani


LIA PIANO è nata a Genova nel 1972, terza di tre fratelli che poi diventeranno quattro. Laureata in lettere, dal 2004 si occupa della Fondazione Renzo Piano. Oggi vive e lavora in moto perpetuo fra Parigi, Genova e qualsiasi altro luogo del mondo. In attesa di radicare, ha scritto il suo primo libro.

Santi, poeti e commissari tecnici | Angelo Orlando Meloni

Si sa che per noi Italiani il calcio non è semplicemente uno sport, ma quasi una ragione di vita, una religione; e mi ci metto dentro anch’io che fino a qualche anno fa lo seguivo in maniera quasi ossessiva, prima di darmi un po’ una calmata. Ci perdiamo allegramente in questo bailamme di acquisti, retrocessioni, campionati, scandali e pasticci di vario genere e sì, forse ci piace anche così. In Santi, poeti e commissari tecnici, uscito ad aprile per Miraggi edizioni, troviamo sei racconti in cui l’autore, Angelo Orlando Meloni, narra in maniera semiseria quello che spesso accade di nascosto (e non) in quel mondo sportivo che amiamo così tanto.
Il primo racconto è quello che dà il nome all’intera raccolta e al centro della storia troviamo la Vigor, squadra di Vezze Sul Mare, che fin dalla fondazione non ha mai vinto una partita e neanche è mai stata retrocessa, pur arrivando sempre ultima, perché dopo di essa c’è il nulla, non ci sono serie minori. L’allenatore, ormai abituato a quella solfa, inizia ad essere contattato dal parroco del paese che gli dà dei consigli sulla formazione che gli arrivano “dall’alto”, consigli che poi messi in pratica sembrano anche funzionare. E quando arriva il momento di giocare contro l’A. S. Marina, la squadra del comune gemello, Marina di Vezze, l’ansia sarà alle stelle, anche perché ci si aspetta quell’intervento dal cielo. Ma come finirà? E che c’entra la statua della beata Serafina?

Meloni in questi racconti prende ciò che di più strano e anche torbido c’è nell’ambiente calcistico e lo esaspera, trasformando la scaramanzia e la religione in una vera e propria fiducia nei confronti di una statua che tutto può risolvere e che realizza anche l’impossibile. Ma in altri casi porta alle estreme conseguenze uno scambio di favori, che diventa una serie di pasticci a catena in grado di far collassare tutte le squadre coinvolte e fallire il campionato intero (Il campionato più brutto del mondo).
Ma c’è anche un ex divo del pallone che medita vendetta con chi, anni prima, l’ha fatto scendere dal piedistallo e cadere nel dimenticatoio, o ancora un ragazzino che, pur essendo bravissimo a giocare, non viene mai messo in campo perché figlio di un tizio stravagante, e anzi a lui viene preferito un altro che ha il papà avvocato che pressa il presidente (Ode al perfetto imbecille).

I racconti di Angelo Orlando Meloni hanno un sapore tragicomico, sono quelle storie in cui l’umorismo non è fine a se stesso, ma lascia un retrogusto amaro sulla base del quale iniziamo a riflettere su questo pazzo mondo sportivo. L’autore parla di piccole cose, squadre di piccoli comuni, ragazzini che non vengono premiati ma anzi messi da parte, e lo fa per raccontare, quasi guardandole al microscopio, le ingiustizie, la tristezza e i problemi di un sistema che molte volte è malato in ogni sua parte. In effetti è proprio questo che l’umorismo, se usato in maniera intelligente fa: denunciare.
L’autore dichiara altrove che «In Italia la vera religione è il calcio. I miei personaggi sono perdenti con un cuore grande», e forse il problema è proprio che si prende tutto troppo sul serio. Lui porta alle estreme conseguenze questi comportamenti e ci regala una carrellata di storie che non sono solo per chi ama il calcio, ma possono essere benissimo lette da tutti, anche se probabilmente chi ha una maggiore preparazione in materia vi rintraccerà qualche collegamento interessante o troverà tra le righe qualcosa che ricorda vicende più note.

Buona lettura!

Titolo: Santi, poeti e commissari tecnici
Autore: Angelo Orlando Meloni
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 29 aprile 2019
Pagine: 188
Prezzo: 16 €
Editore: Miraggi edizioni


Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa, dove lavora nella libreria storica della città. Ha scritto i romanzi Io non ci volevo venire qui e Cosa vuoi da grande, pubblicati da Del Vecchio Editore, e La fiera verrà distrutta all’alba, Intermezzi editore.

Rosamund (La famiglia Aubrey, vol. 3) | Rebecca West

«M’infastidisce vedere che le cose accadono
e poi scivolano via
e noi non possiamo più metterci le mani sopra».

 

Oggi esce in libreria Rosamund di Rebecca West, ed è arrivato il momento di salutare anche la trilogia della famiglia Aubrey (pubblicata da Fazi con la traduzione di Francesca Frigerio), la storia di quegli artisti squattrinati che avevamo seguito mentre cercavano di sbarcare il lunario con la vendita di qualche mobile appartenuto a qualche lontano parente e che, intanto, continuavano a studiare musica seguendo la loro inclinazione (la madre, Clare era un’ex pianista di fama). Nel secondo volume li abbiamo lasciati poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, quando la tranquillità di una famiglia diversa dalle altre ma molto unita viene inevitabilmente turbata dal caos. Gli Aubrey subiscono qualche perdita, Clare e Richard Quin non ci sono più e si avverte quel germe della distruzione di quel piccolo nucleo sicuro e felice, distruzione che in questo terzo capitolo della saga raggiunge una dimensione sempre più ampia. La storia è sempre narrata in prima persona da Rose, gemella di Mary, che attraverso i suoi occhi ci permette di vedere tutti i cambiamenti che nel bene e nel male sconvolgono la sua famiglia con il timore che quell’antica felicità possa andare perduta per sempre.

Adesso siamo negli anni Venti, Mary e Rose sono diventate due pianiste molto importanti che conducono una vita da celebrità: girano l’America per tenere concerti, vanno negli alberghi migliori, hanno ottimi contatti e moltissime conoscenze e sono acclamate dal pubblico. Ma ciò che pone un freno alla loro gioia è proprio il pubblico; si rendono conto che molti di quelli che le seguono sono persone poco o per nulla educate alla musica, sono volgari, sembra che addirittura fingano di amare l’arte perché è un requisito per far parte di una società di un certo tipo. Il pubblico non capisce, non si cala nella bellezza della musica, non prova le emozioni che dovrebbe provare, e questo, soprattutto in Rose, crea un disagio esistenziale che a un certo punto la porta a pensare di abbandonare tutto. Ma è solo un momento di confusione, perché in realtà non capisce cosa vuole e deve far chiarezza tra i suoi sentimenti (proprio perché ce n’è uno nuovo che non comprende ancora: l’amore).

Guardo il pubblico e penso a quanto è detestabile e ho paura che possa correre sul palco e trascinarmi con sé e perdo la testa dal disgusto.

Ci si aspetta che in un romanzo intitolato Rosamund la figura centrale sia proprio Rosamund, la cugina delle ragazze Aubrey, ma così è e non è allo stesso tempo. Non sappiamo tutto ciò che accade alla ragazza, ma scopriamo che improvvisamente lascia il suo lavoro da infermiera – una cosa che amava tanto fare – per sposare Nestor, un uomo ricco e volgare che non si addice per niente a una ragazza moralmente (e non solo) superiore a tutti loro. Rosamund è stata sempre considerata da Rose e Mary come un essere al di là delle bassezze, una che come Richard Quin riusciva a capire le persone, a vederne le intenzioni e ad avere una visione più ampia della vita e dei sentimenti. Il fatto che se ne sia andata via con un uomo così terribile è uno shock per tutti: nessuno ne capisce il motivo, ma nessuno, per amore della ragazza, riesce a dire apertamente che potrebbe averlo fatto per interesse.
Nonostante questo passaggio della vita di Rosamund (e, di riflesso, delle Aubrey) occupi una piccola parte del libro, la presenza della cugina sembra che pervada ogni pagina: Rosamund c’è sempre, nei pensieri e nel cuore di tutti, ovunque sia, magari in Australia o chissà dove in viaggio col marito.

«Perché non ammetterete mai che io ero l’unica a casa ad aver sempre dimostrato buon senso riguardo alle cose? Ho sempre avuto ragione su tutto, e avevo ragione su Rosamund. Mi aspettavo proprio che lei facesse una cosa simile».
Poi sbottò nuovamente: «Non vi vergognate? Non vi vergognate di averla sempre anteposta a me?».

Cordelia sembra essere l’unica a non essere turbata dal comportamento della cugina e dopo il matrimonio di Rosamund ha la sua piccola rivincita sulle sorelle che l’hanno sempre messa da parte a favore dell’altra, solo perché non aveva doti particolari e non è mai stata davvero parte della famiglia.
Mary invece sembra ad ogni pagina sempre più lontana da Rose, le due si accorgono di non essere più uguali come una volta, anche i loro gusti sono ormai diversi, alla soglia della mezza età. Tutti i membri della famiglia sembrano alla deriva, l’unico posto di ritrovo è il Dog and Duck, il pub sul Tamigi dove sono tutti insieme, con Len, Milly, Lily, Queenie e il signor Morpurgo, personaggio che fin dal primo volume ha vegliato su questa famiglia da quando Piers è scomparso. Fuori da quella piccola cerchia di amore e comprensione, Rose (e chissà, forse anche Mary) si sente incompresa, bistrattata o fintamente adulata. Ma non sa ancora che qualcosa di bellissimo la sta aspettando.

Devo confessare che questo capitolo conclusivo della trilogia della West mi è sembrato un po’ più lento rispetto agli altri, l’ho trovato meno pieno di eventi ma più denso di ragionamenti, considerazioni e dialoghi. Non c’è più quell’atmosfera un po’ magica che era parte della storia, se non nei ricordi di Rose, ma non lo vedo tanto come una perdita di brio del romanzo quanto come il passaggio definitivo della protagonista (e dei protagonisti) all’età matura. È finita la magia, adesso comincia la realtà.
Con l’eleganza descrittiva che abbiamo già avuto modo di conoscere nei precedenti volumi, Rebecca West ci racconta un cambiamento – non la conclusione di una storia, come potrebbe sembrare – che non è solo temporale (dal primo dopoguerra alla crisi del ’29), ma riguarda soprattutto l’interiorità di tutti i personaggi. Le ragazze smettono di essere bambine, smettono di aggrapparsi l’una all’altra e iniziano a vivere ognuna la propria vita. Questo lo si nota anche nel modo diverso che ha la voce narrante di ricordare il passato o di raccontarlo agli altri, di interpretarlo. Il significato delle cose e degli eventi cambia, man mano che ci si allontana da essi. Una nuova vita, dunque.

Con l’augurio di una buona lettura vi segnalo anche la campagna sconti di Fazi: fino al 5 ottobre c’è uno sconto del 25% su tutto il catalogo, e ci sono moltissimi titoli interessanti, tra cui proprio la saga della famiglia Aubrey!

Titolo: Rosamund
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 12 settembre 2019
Pagine: 422
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Una bambina da non frequentare | Irmgard Keun

Devo imparare a prendere la vita sul serio.
Ma com’è che si fa?

 

Quando all’ultima edizione di Una Marina di libri sono passata dallo stand de L’Orma editore sono rimasta folgorata da una copertina rosa molto elegante e curata, come tutte quelle nel loro catalogo. Si tratta di Una bambina da non frequentare, romanzo di Irmgard Keun scritto nel 1936 quando era in esilio ad Amsterdam e pubblicato per la prima volta in italiano nel 2018 con la traduzione di Eleonora Tomassini ed Eusebio Trabucchi. Per L’Orma erano già usciti in precedenza due libri di questa autrice tedesca, Gilgi, una di noi e Doris, la ragazza misto seta, storie con protagoniste donne che furono pubblicate in origine nei primi anni Trenta e costarono alla Keun la censura da parte del regime nazista; questo però non fece altro che accrescere la sua fama, rendendola una celebrità, un caso letterario. Compagna di Joseph Roth e legata ad Alfred Döblin (che la spinse a dedicarsi alla scrittura), ma non celebre grazie ad essi, Irmgard Keun (1905-1982) indagò molto l’animo della donna, soprattutto nel periodo a cavallo della Seconda guerra mondiale, denunciando tutte le contraddizioni dell’epoca. Non fu solo scrittrice ma anche dattilografa, attrice e autrice di reportage e sceneggiature, e da qualche anno è stata riscoperta e riportata all’attenzione del pubblico.

Della bambina da non frequentare non sappiamo il nome, perché è lei a raccontarci le sue disavventure e marachelle, ma sappiamo che ha dieci anni nella Colonia del 1918, una città devastata dalla Prima Guerra mondiale in cui tutto viene ancora razionato, anche se lei fa parte di una famiglia molto per bene. Non è una ragazzina come le altre, non una di quelle bamboline sempre a posto, compite, che fanno fare bella figura ai genitori. Lei fa parte di una piccola banda di monelli chiamata “La masnada dei banditi furiosi” e gioca sempre coi maschi, è una piccola rivoluzione ambulante, in carne ed ossa. Forse non è ancora abbastanza grande da comprendere appieno le motivazioni di certe regole sociali, e quindi queste regole sceglie più o meno consapevolmente di infrangerle tutte o criticare chi invece le segue. Quando in classe la maestra comunica a tutte che la loro amata preside è passata a miglior vita le compagne scoppiano a piangere, mentre lei non solo si rende conto di non aver mai visto la defunta, ma pensa anche che tutti stiano solo facendo ciò che i genitori e gli adulti si aspettano da loro. Solo finzione, insomma, convenzioni sociali che per lei non hanno motivo di esistere. L’unico che la capisce e la supporta è un vicino di casa, che sembra anche capire bene quanto sia dura la vita di un bambino.

È così stupido da parte degli adulti credere che i bambini non abbiano preoccupazioni. Dicono sempre: Ah, l’infanzia spensierata, non tornerà più. Ma un bambino ha di certo molte più preoccupazioni di un adulto.

Irmgard Keun

Fa uno scherzo alla zia Millie (una parente che vive a casa con loro) che mette annunci sul giornale per trovare marito, lancia un teschio in casa della madre di una sua compagna antipatica, fa finta di essere ubriaca per dire la verità perché si rende conto che ai bambini non crede nessuno ma agli ubriachi sì. E tutta questa lucidità che sembra avere una ragazzina di dieci anni cozza con la sua ingenuità: crede che i bambini vengano comprati o regalati, non sa come nascono, anche nel caso della nascita del suo fratellino; pensa che l’amore sia quando ci si tiene stretti tra le braccia; cerca di fare ammalare di scarlattina dei soldati che sperano di essere rimandati a casa, perché la guerra non ha senso e magari invece di combattere basta scrivere una lettera a chi di dovere. E viene persino messa a paragone con una cuginetta che è il suo opposto, Linda, una signorina per bene che non avrà vita facile.

Ogni capitolo racconta una delle varie avventure della protagonista e ci permette di calarci nei panni di una bambina, di adottare il suo punto di vista sulla realtà. Capiremo che in fondo tutto potrebbe essere più semplice di com’è, più sincero, meno artefatto, e anche se la lettura sembra leggera e spesso ironica noteremo che invece ci sono molti spunti di riflessione sulle restrizioni dell’epoca e non solo. Non è il classico libro per bambini con storie divertenti o istruttive, anche se la bambina da non frequentare ha solo dieci anni; anzi, non credo che nei fatti sia per bambini.
Una grandissima scoperta, per quanto mi riguarda!

Titolo: Una bambina da non frequentare
Autore: Irmgard Keun
Traduttore: Eleonora Tomassini, Eusebio Trabucchi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 15 novembre 2018
Pagine: 180
Prezzo: 16 €
Editore: L’Orma

Non sarò mai la brava moglie di nessuno | Nadia Busato

Le persone sono piene di difetti;
lei aveva esattamente quello:
mandava all’aria tutto.

 

Ci sono momenti che sono rimasti nella storia grazie all’arte della fotografia, qualcuno li ha immortalati – per bravura o perché si è trovato nel posto giusto al momento giusto – e sono arrivati fino a noi. È il caso di Evelyn McHale, una ragazza americana che il primo maggio del 1947 ha deciso di togliersi la vita gettandosi dalla terrazza panoramica all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building. Robert Wiles era un giovane fotografo che si trovava da quelle parti e scattò la foto che fu pubblicata su LIFE e poi passò alla storia col titolo The most beautiful suicide, perché Evelyn cadde sul tetto di una limousine parcheggiata in strada ma niente si perse della sua bellezza: sembra, infatti, addormentata, con i piedi incrociati mentre stringe tra le dita la sua collana di perle. L’unica cosa che fa immaginare l’impatto avvenuto è lo stato della macchina con le lamiere accartocciate. Questa foto fu così importante da colpire persino Andy Warhol che poi realizzò l’opera Suicide: Fallen body.
La ragazza quel giorno era appena tornata da un viaggio a Easton dove era andata a trovare il fidanzato Barry, forse per festeggiare il suo compleanno. Chi l’aveva vista nei suoi ultimi momenti ha detto che non sembrava ci fosse nulla che la turbasse, e chi la conosceva ha affermato che non aveva evidenti motivi per compiere quel gesto. Fatto sta che quella mattina Evelyn si diresse verso l’Empire State Building per suicidarsi, lasciando prima un breve messaggio d’addio:

Non voglio che nessuno mi veda, nemmeno la mia famiglia. Fatemi cremare, distruggete il mio corpo. Vi supplico: niente funerale, niente cerimonie. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Ma io non sarei mai la brava moglie di nessuno. Sarà molto più felice senza di me. Dite a mio padre che, evidentemente,ho fin troppe cose in comune con mia madre.

Nei fatti Barry non fu più felice senza di lei, perché morì a 86 anni senza sposarsi mai. Mentre Wiles, dopo quel giorno non pubblicò mai più alcuna foto.
Il riferimento che Evelyn fa alla madre nel suo biglietto indica che probabilmente sentiva anche lei di avere episodi di depressione come la donna che da un momento all’altro se ne era andata di casa abbandonando la famiglia.

Da una frase nel messaggio di Evelyn prende spunto il libro di Nadia Busato, Non sarò mai la brava moglie di nessuno, che è uscito per SEM il 22 marzo. Ho voluto leggerlo perché le vicende come questa mi colpiscono sempre e poi mi aveva incuriosito tantissimo il parere di persone che seguo con molto interesse. La Busato, in ogni capitolo di questa ricostruzione, ci racconta la storia di un personaggio che è entrato in contatto con la ragazza o che è legato in qualche modo a lei, per finire proprio con Evelyn e il modo in cui ha posto fine ai suoi giorni. Scopriamo, tra le altre cose, come deve essere stata la vita di Helen (la madre) e dei motivi che possono averla spinta a lasciare la famiglia; come John Morissey, un poliziotto che si trovava lì, raccontò i momenti dello schianto; il tentativo di suicidio di Elvita Adams, che però si salvò cadendo sul cornicione del piano inferiore e riportò solo la frattura di un’anca; l’amore per la fotografia del giovane Wiles che poi mise fine lì alla sua carriera o ancora la storia di come delle giovani ambiziose fondarono la rivista LIFE e s’imbatterono in questo scatto fuori dal comune che poi pubblicarono.

«Darà scandalo».
«Farà scalpore. È diverso. Lei si è suicidata. Noi possiamo riabilitarla. Possiamo renderla rispettabile. Solo ci resta da capire se la rispettabilità a cui miriamo sia l’ideale morale emergente di questa nostra epoca o piuttosto un ideale morale con legittime pretese di una ampia lealtà. O entrambe. A ogni modo, l’unica vera sconfitta per noi sarebbe l’assenza di reazioni. Se i lettori restassero indifferente, allora avremmo sbagliato il nostro lavoro».

La foto fissa l’evento in un momento che resterà sempre come un presente bloccato nel tempo, ma quello che nel libro fa percepire più di tutto ciò che è accaduto sono le parole del poliziotto che si è trovato a gestire la situazione, che racconta com’è ritrovare un morto, cosa accade al suo corpo, come arriva a disfarsi, e tutte quelle cose che chi lo sta piangendo non vede, ma delle quali si accorge chi sta facendo il suo lavoro. Un’altra parte importante sono i racconti della sorella a cui è toccato il compito gravoso del riconoscimento della salma all’obitorio. Tutte cose, queste, che stanno a metà tra la realtà e l’immaginazione di Nadia Busato che, all’inizio del romanzo, avverte il lettore che gran parte della sua ricostruzione è avvenuta tramite lo studio di documenti relativi a quel caso (anni di ricerche), mentre il resto è finzione.

Non si tratta di una biografia, almeno non nel suo senso classico. Non sarò mai la brava moglie di nessuno ha il suo punto forte nel modo in cui il lettore riesce a ricostruire quella sorta di puzzle che rappresenta il mistero attorno a una foto. Non scopriamo i reali motivi per cui Evelyn si sia suicidata, né veniamo a sapere tutto della sua vita e di quali turbamenti portasse ogni giorno dentro di sé; ce ne facciamo un’idea, però, e ci sentiamo inevitabilmente più vicini a questa ragazza che rimarrà giovane e bellissima per sempre.

Titolo: Non sarò mai la brava moglie di nessuno
Autore: Nadia Busato
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 22 marzo 2019
Pagine: 255
Prezzo: 16 €
Editore: SEM – Società Editrice Milanese


Nadia Busato lavora nella comunicazione. Collabora con Grazia e il Corriere della Sera. Scrive per il teatro, la radio, il cinema e la televisione. Come autrice ha esordito col romanzo Se non ti piace dillo. Il sesso ai tempi dell’happy hour (Mondadori 2008).

In breve | Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile | Valerio Massimo Manfredi

Chi mi segue da più tempo – qui o sui social – sa che Valerio Massimo Manfredi è un autore che ho sempre apprezzato tantissimo. Quest’anno è venuto a Una Marina di libri a presentare il suo ultimo lavoro, Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile, edito da SEM il 7 aprile; io ovviamente ho partecipato con grande felicità all’incontro e sono riuscita a farmi autografare il libro. Manfredi è uno che quando parla affascina, ti trascina nel suo mondo e ti ritrovi ad ascoltarlo a bocca aperta. A me era già successo quando una decina d’anni fa venne a presentare il suo lavoro sulla tomba di Alessandro Magno, tanto che quando mi chiese a chi doveva dedicare il libro non riuscii neanche a ricordarmi il mio nome. Devo a questo autore il grande merito di aver fatto appassionare alla storia una persona come me che ne è sempre stata abbastanza spaventata (anche se credo che quando abbiamo paura di qualcosa non è mai della materia in sé quanto delle verifiche a cui si va incontro a scuola). Al ginnasio la professoressa ci fece leggere qualcosa di suo ed ecco la folgorazione, col tempo ho recuperato quasi tutti i suoi lavori ed eccoci qui con l’ultimo.

Sentimento italiano altro non è che una dichiarazione d’amore di Manfredi al nostro Paese. Non indugia in alcun ambito specifico, anche se il suo territorio sono la storia e l’archeologia, ma spazia parlando di natura, di arte, di storia, perfino di cibo, letteratura e politica per farci capire quanto siamo fortunati ad essere nati e vivere in Italia. Spesso ce ne dimentichiamo, ma le nostre radici sono qui, in un territorio che nessun altro Stato al mondo potrebbe eguagliare per bellezza, passato, monumenti e bellezza. E ciò che definiamo passato non è perso nel tempo, ma vive in noi continuamente, nei nostri dialetti, in ciò che di fisico (l’arte) ci è rimasto, ma in una sorta di eredità immateriale che tutti noi, consapevoli o meno, abbiamo dentro.
Manfredi snocciola aneddoti presi qua e là dal suo vissuto e ce li racconta come un uomo innamorato della sua terra, con lo stupore e la meraviglia di una persona che sa bene da dove viene e quanto sia costato all’Italia diventare quella che è oggi.

Oltre al fatto che è una lettura godibile per chiunque, potrebbe essere particolarmente importante per coloro che s’impegnano ogni giorno a distruggere il nostro Paese e per quelli che sono abituati a sputare nel piatto in cui mangiano. Se tutti amassimo la nostra terra come dimostra di fare Manfredi qui, forse molte cose andrebbero meglio.

Buona lettura!

Titolo: Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile
Autore: Valerio Massimo Manfredi
Genere: Saggistica
Anno di pubblicazione: 7 aprile 2019
Pagine: 158
Prezzo: 15 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Valerio Massimo Manfredi è un archeologo specialista in Topografia Antica. Ha insegnato in prestigiosi atenei e condotto scavi e spedizioni in Italia e all’estero. Come autore di narrativa ha avuto un grande successo internazionale, vendendo oltre dodici milioni di copie.

Meglio l’assenza | Edurne Portela

Ci sono famiglie in cui crescere è difficile, soprattutto se vivi tra gli anni ’80 e ’90 nei Pesi Baschi, dove la guerriglia è all’ordine del giorno e la violenza, l’eroina, la disoccupazione e i gas lacrimogeni sono cose normali. Amaia Gorostiaga nel 1979 ha cinque anni, ed è da lì che inizia a raccontare la sua storia nel romanzo di Edurne Portela, Meglio l’assenza, pubblicato da Lindau lo scorso 28 marzo nella traduzione di Thais Siciliano. La piccola Amaia cresce in una famiglia agiata, ma da sempre disgregata: il suo aita (papà) Amadeo è un avvocato – almeno è quello che sa lei – e non fa mancare nulla ad ama (mamma) Elvira, a lei e ai suoi tre fratelli Aníbal, Aitor e Kepa. Però aita non c’è mai, o meglio, è sempre via e torna di rado. Quelle poche volte che è a casa la mamma passa il suo tempo a dormire tra il letto e il divano ubriaca e piena di lividi, e i suoi fratelli non rimangono mai nei paraggi.

Dal 1979 al 1992 Amayita ci dà ogni anno un punto di vista diverso sulla sua situazione e su tutto ciò che la circonda, cresce e capisce sempre di più quello che succede. Aita che torna sempre meno a casa e ama che riceve comunque dei soldi da parte sua, che nonostante i maltrattamenti rimane legata a lui; il fratello maggiore Aníbal che entra nel mondo dell’eroina e ne viene fagocitato fino a morirne; Aitor che decide di concentrarsi solo sullo studio e va a studiare filosofia a Madrid e prende le distanze da tutto e tutti; Kepa che è sempre stato un ragazzo poco riflessivo e molto avventato e si unisce alla lotta armata; lei, affidata alla nonna o a casa di qualche amichetta, col suo vecchio coniglietto Buni, con l’imbottitura che viene fuori da tutte le parti.
Amaia, che nell’adolescenza ha sperimentato qualche droga, l’alcool, e che ha avuto le prime esperienze sessuali, a un certo punto non resiste più e va via di casa; è così che si apre uno squarcio nella storia della protagonista e voce narrante, squarcio che viene chiuso con l’inizio della seconda parte del romanzo, in cui si racconta il suo ritorno a casa nel 2009, diciassette anni dopo.

Come fare i conti con ciò che ci si era lasciato alle spalle? Come comportarsi con una famiglia da cui ti eri dovuto staccare per forza per evitare di soccombere? Come convincersi a perdonare un padre che era meglio se non c’era?

Meglio l’assenza di questo padre, forse, che una presenza scomoda e violenta nelle vite della famiglia Gorostiaga. Qualsiasi cosa lui andasse a fare lontano, ovunque andasse. Lui non c’era quando sul muro del loro palazzo spuntavano scritte e insulti contro un padre che faceva la spia per gli spagnoli o un fratello che faceva lo spacciatore. Cose che Amaia non ha capito fin da subito perché la nonna, la donna che aiutava in casa e persino i fratelli le addolcivano la pillola, almeno fino a quando era piccola ed era più semplice mentirle e inventare qualche storiella.
E nonostante l’assenza sono quei pochi momenti in cui Amadeo è presente nella vita della figlia – forse quando lei stessa prova a dargli la possibilità di rimediare ai suoi errori – che lasciano alla ragazza le ferite più profonde, quelle che non riusciranno mai a rimarginarsi, neanche quando ormai adulta diventerà scrittrice e cercherà di mettere nero su bianco la sua storia.

Edurne Portela riesce a scavare nella mente e nell’animo della sua protagonista trasmettendo con esattezza al lettore la confusione, l’incredulità e la paura di una bambina che poi diventeranno la rabbia e la consapevolezza di una donna. L’evoluzione dei pensieri e del punto di vista di Amaia sono rappresentate perfettamente man mano che si va avanti con i capitoli, dedicati ciascuno a ogni anno che passa. Ma soprattutto l’autrice, anche se ci dice fin dalla prima pagina come finirà questa storia, è abile a chiudere il cerchio dopo il crescendo di sensazioni che ha provocato nel lettore e che rendono questo romanzo così incisivo.

Buona lettura!

Titolo: Meglio l’assenza
Autore: Edurne Portela
Traduttore: Thais Siciliano
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 marzo 2019
Pagine: 286
Prezzo: 19 €
Editore: Lindau


Edurne Portela – ha vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove ha conseguito un dottorato in Letterature ispaniche presso la University of North Carolina. Ha insegnato Letteratura latinoamericana e spagnola presso la Lehigh University (Pennsylvania). Il suo lavoro di ricerca si è incentrato sullo studio della violenza e le sue rappresentazioni nella cultura contemporanea. Ha pubblicato il libro Displaced Memories: the Poetics of Trauma in Argentine Women’s Writings (2009) e vari articoli accademici in cui esamina la relazione tra memoria, testimonianza e produzione letteraria nelle autrici argentine e spagnole che hanno raccontato esperienze di carcere, tortura ed esilio. Negli ultimi anni ha scritto sul conflitto basco in numerosi articoli e in un libro (El eco del los disparos). Dal 2016 risiede a Madrid, dove si dedica completamente alla scrittura, collaborando con quotidiani e periodici.
Il suo libro Meglio l’assenza è stato premiato come migliore opera di narrativa del 2018 dal Gremio de librerías de Madrid.