“Giulia Tofana. Gli amori, i veleni” di Adriana Assini

Che c’è di male nel fare il bene?
Io sono la speranza di tante sventurate
che nessun giudice difende,
che nessun santo protegge.

 

Giulia Tofana è un personaggio storico realmente esistito. Era una meretrice palermitana che ha scoperto la formula di un veleno molto potente a base di arsenico e antimonio che, somministrato a piccole dosi regolari, uccideva senza lasciare traccia. Il malcapitato che lo ingeriva, infatti, non mostrava segni di avvelenamento ma una volta morto, anzi, aveva un colorito roseo. La creatrice di quella che veniva definita acqua tofana, vendeva questo intruglio insapore e inodore alle donne che volevano sbarazzarsi dei mariti, alcune perché venivano maltrattate, altre perché costrette ad un matrimonio forzato. E per tanti altri motivi che possiamo immaginare. Le notizie biografiche su questa donna sono pochissime, ma si pensa che sua madre avesse avvelenato il marito e ciò potrebbe spiegare l’abilità di Giulia che nel 1659 venne giustiziata a Campo de’ Fiori insieme alla figlia e a diversi apprendisti.

Da questa figura prende spunto Adriana Assini nel suo romanzo Giulia Tofana. Gli amori, i veleni edito il mese scorso da Scrittura & Scritture. L’autrice ci racconta una Giulia diversa da quella che ci si potrebbe aspettare: non una killer sui generis, non, cioè, una donna che vendeva veleni e che quindi non era direttamente responsabile degli omicidi che poi altre commettevano, ma una ragazza senza mezzi di sostentamento, che per vivere deve prostituirsi, che è innamorata di un uomo che mai potrà sposarla e deve inventarsi qualcosa per tirare avanti. E sulla storia dei veleni, lei è convinta solo di aiutare le donne a liberarsi da situazioni incresciose, quindi ciò che fa non è poi così sbagliato. Dubbia morale, ma niente sensi di colpa. Si racconta, infatti, che tra il 1633  il 1651 siano morti circa seicento uomini grazie all’acqua tofana.
Giulia ha una tresca con un barone, Manfredi Ballo, che mai potrebbe amarla alla luce del sole, e per varie ragioni a un certo punto decide di trasferirsi a Roma insieme a frate Nicodemo (innamorato a sua volta di lei) e alla sua amica Girolama. Sperando di lasciarsi alle spalle le sue antiche pratiche e di cominciare una nuova vita nell’Urbe, la ragazza ci mette poco a rifare i vecchi errori e a cacciarsi nei guai, senza mai dimenticare Manfredi.

Ci sono tanti elementi in questo libro che ne fanno un romanzo storico godibile. Innanzitutto, il fatto che la Assini cerchi di approfondire l’interiorità di un personaggio storico estremamente negativo (e come potrebbe non esserlo una che vendeva veleni per uccidere la gente?) per mostrarne l’animo schietto e farne una paladina di giustizia tutta al femminile. L’amore, quello impossibile col bel Manfredi che deve difendere l’onore del suo casato e del suo rango, ma anche quello di Nicodemo nei confronti della ragazza, un amore che lei non riesce a ricambiare.
Infine un contesto storico ben delineato e di cui io stessa ho scoperto tante cose che non sapevo, come ad esempio il fatto che Santa Rosalia sia la patrona di Palermo (lo so, è la mia città e avrei dovuto saperlo) dal 27 luglio 1624, e che prima della santuzza a proteggere la popolazione ci fossero Agata, Ninfa, Oliva e Cristina. Un’altra cosa molto interessante che ho scoperto leggendo questo romanzo è quella sulla corsa delle bagasce, che il viceré di Sicilia Marcantonio Colonna organizzava lungo il Cassaro (all’epoca la strada più elegante di Palermo). E a cui, nel romanzo, Giulia Tofana partecipava.

Non ho le competenze di tipo storico per dire se la ricostruzione dell’epoca sia accurata, ma mi sono documentata man mano che andavo avanti col romanzo e, come ho già detto, ho scoperto tante cose. Naturalmente, la vita della protagonista nella realtà deve essere stata parecchio più dura di quella narrata dalla Assini che, mettendo da parte qualche punto in cui la narrazione rallenta, ha cucito addosso a questa donnaccia un libro interessante che credo sia più adatto a un pubblico femminile.
Giulia è una donna ignorante, non sa leggere né scrivere, ma fa sua quella saggezza popolare e quel desiderio di riscatto delle donne che la porteranno a voler difendere il gentil sesso dal predominio maschile che, col passare degli anni, non è diminuito poi troppo. Con uno stile fresco e molto scorrevole, Adriana Assini, dà voce (e la fa anche scoprire a chi non la conosce ancora) a una Giulia Tofana che, secondo lei, non era solo una fattucchiera, ma una donna prima di tutto.

Buona lettura!

Titolo: Giulia Tofana. Gli amori, i veleni
Autore: Adriana Assini
Genere:
 Romanzo storico
Anno di pubblicazione:
 marzo 2017
Pagine: 235
Prezzo: 14 €
Editore: Scrittura & Scritture

Giudizio personale: spienaspienaspiena


Adriana Assini vive e lavora a Roma. Sulla scia di passioni perdute, gesta dimenticate, vite fuori dal comune, guarda al passato per capire meglio il presente e con quel che vede ci costruisce un romanzo, una piccola finestra aperta sul mondo di ieri. Dipinge. Soltanto acquarelli. E anche quando scrive si ha l’impressione che dalla sua penna, oltre alle parole, escano le ocre rosse, gli azzurri oltremare, i luccicanti vermigli in cui intinge i suoi pennelli. Ha pubblicato diversi libri, tutti a sfondo storico, tra cui i romanzi Giulia Tofana. Gli amori, i veleni (2017), Un caffè con Robespierre (2016) La Riva Verde (2014) e Le rose di Cordova che dalla sua prima edizione del 2007 ha visto la fortuna di due edizioni successive e tre ristampe.

Da “La luna e i falò” di Cesare Pavese

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

[Cesare Pavese, La luna e i falò]

Con sgomento, poco tempo fa mi sono resa conto di non aver mai letto nulla di Cesare Pavese, un autore che mi ha sempre attirato molto. Così ho riesumato dai miei scaffali La luna e i falò (non specifico un’edizione in particolare perché ho quella de La biblioteca di Repubblica – Novecento e non saprei quale consigliarvi) e l’ho letto piano piano, un capitolo ogni tanto per assaporarlo bene. Si tratta dell’ultima (consapevolmente) opera di Pavese, uscita nel 1950, pochi mesi prima che lo scrittore si togliesse la vita. Come egli stesso ha scritto in una lettera: «La luna e i falò è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo, forse sempre, non farò più altro.»
La storia è quella di Anguilla, un ragazzo che narra in prima persona il suo ritorno in un paesino delle Langhe nel dopoguerra dopo essere stato in America a cercar fortuna. Il protagonista incontra persone che conosceva e torna nei luoghi che tempo prima ha lasciato, ma non può fare altro che constatare come tutto sia cambiato da quando è partito. La storia è stata più forte della civiltà, il corso degli eventi ha completamente stravolto territori e persone e nessuno ha potuto farci nulla.
Il viaggio verso le proprie radici che compie Anguilla non sembra essere altro che la metafora del disagio dell’intellettuale che fa i conti con la letteratura del dopoguerra e che si rende conto del cambiamento che è in atto tra il primo e il secondo Novecento (il libro è proprio del ’50). Certo, spesso il linguaggio può sembrare un po’ datato, ma va comunque inserito nel suo contesto e nella sua epoca. Devo dire che non mi aspettavo un libro così bello, mi sono lasciata trasportare dalle parole e anch’io, come Anguilla, mi sono sentita delusa e disincantata mentre con lui facevo quel viaggio nei suoi luoghi natali.
Ma non vi dico altro per alcuni semplici motivi: l’ho letto da tempo e l’ho lasciato così tanto a decantare che alcuni dettagli li ho rimossi dalla mente (colpa mia che non ho preso più appunti); è uno di quei romanzi che bisogna leggere per apprezzare davvero, nessuno te lo può raccontare e fartelo amare così dal nulla; ho deciso di dedicargli un post con uno stralcio, quindi non prendetelo come una recensione, ma solo come un brevissimo esempio di una prosa perfetta. Adesso non mi resta altro da fare che approfondire Pavese e andare a leggere tutto ciò che mi sono persa negli anni.

In breve: “Perdersi” di Charles D’Ambrosio

In un certo senso abbiamo davvero una storia
solo nel momento in cui è condivisa,

e di fatto troppa unicità conduce dall’individualità all’anonimato,
all’enorme mare dei dimenticati.

 

Perdersi è un libro che volevo acquistare fin da quando è uscito e non vi nascondo che la sua grande parte l’aveva fatta la copertina, che secondo me è bellissima. Poi ho saputo che Charles D’Ambrosio, nel suo tour italiano, sarebbe venuto proprio qui a Palermo alla libreria Modusvivendi a presentarlo e quindi ho colto la palla al balzo: l’ho comprato e divorato perché volevo farcela in tempo per l’incontro.
Si tratta di una raccolta di saggi che però hanno qualcosa anche del racconto, sono testi che secondo me stanno a metà tra questi due generi. D’Ambrosio scrive di vari argomenti e lo fa senza la rigidità tipica del saggio: ha uno stile fluido, leggero, molto personale, che ti fa venire in mente che quel testo sia un dialogo tra l’autore e te che stai leggendo. Non si preoccupa di essere accademico o di mantenere un certo tipo di linguaggio, vuole raccontarti la realtà per come la vede lui, vuole farti sapere quello che lui stesso ha visto, sentito e provato. E a questo proposito – è emerso anche durante l’incontro in libreria – ciò che emerge è anche l’importanza dei suoni: descrive ciò che sente per darci la possibilità di entrare completamente nella storia, per permetterci di ricreare nella nostra mente quella determinata situazione in cui lui si è trovato precedentemente. Ma non solo suoni; anche odori, cose viste, toccate. L’importanza dei dettagli in generale. Details matter, ha detto. L’importante è parlare di cose verosimili e dare al lettore l’idea giusta, mettersi nei panni di chi sta leggendo per capire se quel pezzo suona bene, perché in caso contrario bisogna tagliare e rielaborare.

Scoprii in fretta che la miglior fonte di consigli senza la morale era la buona letteratura. Capii subito che certe storie osservavano le vite umane in maniera diretta e coraggiosa, senza criticarle o condannarle.

D’Ambrosio, durante l’incontro, ha parlato in generale della sua produzione e degli altri racconti pubblicati da minimum fax, nello specifico Il museo dei pesci morti, che mi procurerò quanto prima. Ma per quanto riguarda i saggi, raccolti in Perdersi, ha detto che è un genere perfetto per esprimere più idee, anche se in contraddizione fra loro, dal momento che non dovendo seguire una trama, una storia, puoi esporre più punti di vista su una stessa questione.
Fra questi saggi, quello che mi ha emozionato di più è stato Salinger e Singhiozzi, il primo della terza parte, in cui tra le altre cose parla de Il giovane Holden, dell’accostamento fra questo romanzo e il tema del suicidio (che poi lo collega a questioni familiari) e della perdita di identità più in generale. Forse devo questa preferenza al mio amore spassionato per questo libro, che ho già letto tre volte a tre età diverse provando sempre sensazioni nuove, motivo per cui tre non mi basteranno, ci saranno nuove riletture.

In generale, Charles D’Ambrosio ha uno stile che coinvolge chiunque stia leggendo perché è come se portasse sul piano personale ogni argomento di cui parla. Dentro ogni saggio, prima di tutto il resto, c’è lui, c’è la sua esperienza, ci sono i suoi ricordi.
Da centellinare. Buona lettura!

Io mentre D’Ambrosio mi firma la dedica (foto di Fabrizio Piazza della Modusvivendi)

Titolo: Perdersi
Autore: Charles D’Ambrosio
Traduttore: Martina Testa
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2014 (2016 con questo editore)
Pagine: 312
Prezzo: 18 €
Editore: minimum fax

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena

“Anatomia di un soldato” di Harry Parker

Con l’inizio del nuovo anno la libreria che frequento regolarmente ha deciso di organizzare incontri periodici con gli editori, incontri in cui il pubblico ha la possibilità di fare tutte le domande che vuole a chi, nei fatti, lavora in una casa editrice. I primi due – gli unici fino ad ora – sono stati dedicati a Keller (presente lo stesso Roberto Keller) e a SUR (a cui hanno presenziato Marco Cassini, direzione editoriale, e Alessandro Bandiera, direzione commerciale). Io, com’è ovvio, ho fatto i miei acquisti ed è proprio dal secondo di questi incontri che arriva il libro di cui voglio parlarvi oggi. Si tratta di un testo che ho qualche difficoltà ad inquadrare in un genere preciso. Potrei dirvi che Anatomia di un soldato di Harry Parker è un romanzo, ma dovrei specificare una serie di cose, come ad esempio che potrebbe essere benissimo una raccolta di mini-racconti collegati fra loro. Preferisco, però, dire che è un romanzo composto da frammenti e che è il lettore a dover mettere al suo posto ognuno di questi pezzetti per ricostruire la storia di base.

Tom Barnes è un giovanissimo capitano dell’esercito britannico che si trova in missione in Afghanistan; Latif un ragazzino che milita fra i ribelli; Faridun, amico di Latif e figlio di uno degli anziani, vuole vivere tranquillo nel suo villaggio. Attorno a questi tre personaggi Parker costruisce una storia fatta di dettagli reali, eventi che ha vissuto davvero e che lo hanno portato, come accade al suo alter ego Barnes, a perdere entrambe le gambe. La particolarità del libro è che la voce narrante non è nessuno dei tre personaggi principali, ma il racconto è affidato agli oggetti che entrano in contatto con almeno uno tra Tom, Latif e Faridun. Una volta a parlare è un’arma, un’altra volta un sacco di fertilizzante, un’altra volta ancora può essere una fotografia che passa tra le mani di due amici. E questa tecnica permette all’autore di far sì che alcune storie condividano dei momenti, che riescano a sovrapporsi. Mi spiego meglio. Due tra i capitoli che mi sono piaciuti di più sono quello narrato dal tubo endotracheale di Tom mentre si trova in ospedale e quello raccontato dalla borsetta che la madre del ragazzo stringe tra le mani quando va a trovare il figlio in terapia intensiva. Ci troviamo a “vedere” la stessa scena da due punti di vista diversi e questo, secondo me, è geniale.

Ripensò al sorriso del figlio e all’ultima volta che era uscito dal cancello di casa dicendo che sarebbe andato tutto bene, e ricordò di aver pensato che non doveva sfidare la sorte in quel modo. Ripensò a quando lui aveva otto anni e piangeva mentre lo accompagnava a scuola. Ripensò a quando aveva finito l’addestramento, e a quanto lei ne era stata fiera.
Ricordò di aver provato lo stesso terrore ogni volta che aveva sentito suonare il campanello da quando lui era partito. Ricordò lo sforzo che faceva per scendere ad aprire, e il sollievo nello scoprire che erano solo piazzisti, e quanto era stata più gentile con loro. Adesso rimpiangeva di essere scesa al pianterreno.

Harry Parker, attraverso il filtro Barnes, si mette completamente a nudo e ci racconta una disgrazia senza però risparmiarsi perché forse capisce che per accettare il dolore lo si deve prima attraversare. La prima fase è quella in cui, ancora in ospedale (una sorta di bolla), non si rende conto fino in fondo di quanto è accaduto; poi torna a casa e l’unica cosa a cui riesce a pensare è che avrebbe tanto voluto morire dopo aver messo il piede su quell’ordigno, piuttosto che restare mutilato; poi comincia la fisioterapia e inizia ad usare le protesi, capisce che pensare a ciò che è stato serve a poco e bisogna ripartire da lì per vivere il futuro. Barnes ha una grande forza di volontà e ritrova la sua voglia di vivere, anche se non sembra essere arrivato alla fine del suo percorso, sempre che ci possa essere una fine.

Lo stile è crudo, non ci sono ideologie, riferimenti all’attualità, in ogni capitolo viene raccontata una storia in modo oggettivo e il motivo è semplice: non serve nulla di tutto ciò per parlare dell’orrore della guerra, delle conseguenze fisiche e psicologiche di un conflitto. E proprio per la mancanza di riferimenti Anatomia di un soldato è un romanzo autobiografico per Harry Parker che attraverso quest’inferno ci è passato, ma potrebbe essere benissimo un libro che parla di altre persone e di storie simili. In fin dei conti l’argomento è universale e ha toccato tanti altri.
Per quel che mi riguarda, nonostante sia un esordio posso definirlo tranquillamente un capolavoro, dalle mie parole si sarà già capito, e ne consiglio la lettura nello specifico a chi, come me, ama la letteratura forte, quella che suscita emozioni autentiche senza aver bisogno di paroloni ma affidandosi solo alle storie.
Buona lettura!

Titolo: Anatomia di un soldato
Autore: Harry Parker
Traduttore: Martina Testa
Genere:
 Romanzo autobiografico
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 349
Prezzo: 17,50 €
Editore: SUR

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena


Harry Parker (1983), figlio di un generale inglese che è stato vicecomandante delle forze Nato in Afghanistan, si è arruolato a sua volta nell’esercito britannico a 23 anni e ha prestato servizio col grado di capitano nel 2007 in Iraq e nel 2009 in Afghanistan, dove in seguito all’esplosione di un ordigno ha perso entrambe le gambe. Vive a Londra, dove ora si dedica alla scrittura e al disegno.

“Il posto” di Annie Ernaux

Quello sforzo per riaggrapparsi al mondo
significava proprio che se ne stava allontanando.

 

Lo scorso fine settimana mi sono trovata un paio di giorni liberi da altre letture in attesa di cominciarne una condivisa lunedì, quindi ho cercato di impegnarli con un libro breve, che mi coprisse esattamente sabato e domenica. L’ho trovato: si tratta di un romanzo di Annie Ernaux che l’anno scorso è stato la prima missione di Modus Legendi, cioè Il posto. Un anno fa l’iniziativa di Billy il vizio di leggere (che poco tempo fa ha coinvolto Neve, cane, piede di Claudio Morandini) è riuscita a portare in classifica questo libriccino grazie all’aiuto di una grandissima quantità di lettori consapevoli, persone che hanno scelto – e scelgono sempre – la qualità e hanno voluto premiarla. La particolarità di quest’atto di ribellione è che Il posto è un libro pubblicato per la prima volta in Francia nel 1983 e arrivato in Italia solo nel 2014 (quindi nemmeno una delle ultime uscite).

Insomma, dicevamo. Il posto è un libro piccolino, poco più di cento pagine, in cui una figlia parla di suo padre partendo dall’evento doloroso della morte di lui. È stato un contadino, poi un operaio, poi ha deciso di aprire una sorta di bar-drogheria che col tempo ha finito per essere sostituito da un supermercato, in una piccola cittadina in Normandia; è stato un uomo che ha sempre voluto mantenere una certa dignità nonostante fosse di umili origini, anche quando la figlia prende un’altra strada, studia e sposa un ragazzo socialmente più in alto di lei, uno che infatti non va mai a far visita ai suoceri.

Naturalmente, nessuna gioia di scrivere, in questa impresa in cui mi attengo più che posso a parole e frasi sentite davvero, talvolta sottolineandole con dei corsivi. Non per indicare al lettore un doppio senso e offrirgli così il piacere di una complicità, che respingo invece in tutte le forme che può prendere, nostalgia, patetismo o derisione. Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre, in cui anch’io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un’altra.

La protagonista narra la storia senza fronzoli o piagnistei, lo fa anzi con molta serietà e con l’atteggiamento dignitoso trasmessole dall’educazione dei suoi genitori. Il linguaggio è semplice ma allo stesso tempo (e proprio per questo motivo) incisivo, forte, senza slanci – slanci che, mancano anche in senso affettivo nella ricostruzione del passato. E questo stile così “crudo” ha anche la funzione di marcare l’allontanamento di questa figlia dai luoghi e dalle persone che rappresentano le proprie origini, c’è una sorta di freddezza che chiunque può percepire.
Annie Ernaux non ci racconta una storia incredibile, non parla di un personaggio avventuroso, fantastico o fuori dagli schemi. Il padre è un uomo comune, umile e dignitoso, nella cui vita non accade niente di particolare. Semplicemente, lei lo vede con altri occhi man mano che il divario che si forma tra un ceto sociale e un altro aumenta. E ogni storia vale la pena di essere raccontata (mi viene da pensare a Stoner).

Non ho letto altro della Ernaux, ma mi sembra di capire i suoi romanzi siano tutti, o comunque in gran parte, autobiografici, quindi, dato che la cosa m’incuriosisce e il suo stile mi è piaciuto, cercherò altri suoi libri. Non ho ben capito a cosa si riferisca il titolo: qual è il posto? Quello in cui viveva il padre, il posto delle sue origini a cui la voce narrante torna col cuore quando lui muore? Voi, se lo avete già letto che interpretazione date a questo titolo?

Se invece non lo avete ancora letto, cogliete l’occasione! Buona lettura!

Titolo: Il posto
Autore: Annie Ernaux
Traduttore: Lorenzo Flabbi
Genere:
 Romanzo autobiografico
Anno di pubblicazione:
 1983 (2014 questa edizione)
Pagine: 114
Prezzo: 10 €
Editore: L’Orma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena

“Zia Favola. Una storia siculish” di Cono Cinquemani

Mi chiamo Favola Cinquemani, chista è la mia storia.
Una storia siculish. Dicuno chi parru siculish,
halfu miricanu e halfu sicilianu.

 

Cari lettori, buona domenica! Che state leggendo di bello? Io ho terminato diversi romanzi molto belli e non ho ancora avuto il tempo di parlarne, ma piano piano – se la memoria mi assiste e non dimentico tutto – vedrò di rimediare. Oggi, per esempio, voglio raccontarvi di uno di questi libri, ma anche della casa editrice che lo ha pubblicato, un editore nato da poco qui a Palermo: Aut Aut Edizioni. Si tratta di una casa editrice indipendente fondata da Salvatore Spitalieri e Francesca Calà Lesina che si propone di raccontare il presente e provare a spiegarlo, senza dover essere imparziale, cercando di scoprire e/o valorizzare autori emergenti e non. Ovviamente si tratta di NO EAP (ma chevvelodicoaffà, se fosse stata a pagamento non ne avrei proprio parlato), come specificano sul loro sito.

Zia Favola. Una storia siculish è un romanzo molto curioso, in cui ho fatto un po’ di fatica ad entrare, ve lo confesso. È la storia, narrata in prima persona, di Favola Cinquemani, una ragazza corleonese che nei primi del Novecento viene spinta dalla famiglia a partire per l’America in cerca di una vita migliore. Le viene trovato un fidanzato per corrispondenza, lei non deve fare altro che andare a Palermo, imbarcarsi sulla nave e fare questo viaggio di diversi giorni che la porterà a New York; poi, lì, mettersi il vestito buono, riconoscere quel ragazzo tra la folla e cominciare una vita con lui. Ma sulla nave gli occhi di Favola cominciano a dare qualche problema e il medico prova a curarla per un po’. Arrivata in America, il problema non è stato risolto, quindi devono trattenerla ad Ellis Island, dove Michele, il ragazzo che l’aspettava per sposarla, le spiega che lo stato pagherà le sue cure per sei mesi, se dopo quel periodo non sarà guarita verrà rispedita indietro. I due, quando il tempo è quasi scaduto, riusciranno a trovare una soluzione, ma questa è solo la prima delle prove a cui sarà sottoposta Favola, che a tutti gli effetti comincia una nuova vita nel nuovo mondo.

L’autore Cono Cinquemani, cantautore, autore e regista teatrale di Piazza Armerina, per raccontare questa storia si è ispirato a persone realmente esistite di cui si trova traccia negli archivi di Ellis Island, e una di queste è proprio Favola Cinquemani, con la quale condivide il cognome. Se al giorno d’oggi siamo concentrati su coloro che vengono nel nostro Paese a cercare di meglio, l’autore torna indietro nel tempo e focalizza l’attenzione sul periodo in cui eravamo noi ad andare via dall’Italia perché non offriva quasi nulla. Attraverso le parole di Favola si capisce quanti e quali fossero i controlli a cui dovevano sottoporsi queste persone, le difficoltà a cui andavano incontro, i documenti di cui avevano bisogno. Ma soprattutto quale fosse la durata del viaggio o quanto tempo ci volesse per comunicare con la famiglia rimasta a casa: le lettere arrivavano dopo almeno venti giorni e, se c’era un parente gravemente malato, magari la comunicazione arrivava quando era già morto.

Ma forse vi starete chiedendo che cosa sia una storia siculish. Cono Cinquemani, appassionato di dialettologia e tradizioni siciliane, un giorno ha scoperto lo spanglish, una lingua ibrida, tra lo spagnolo e l’inglese, parlata da ispanofoni che vivono in America. Si è chiesto, allora, se ci fosse una lingua parlata dai siciliani che emigravano negli Stati Uniti, un siculish. In effetti l’ha trovata, a partire da qualche parola presente anche ne La zia d’America di Sciascia. Da lì ha iniziato a documentarsi, a intervistare migranti italoamericani ormai anziani, a reperire vecchie lettere, e a formare un piccolo dizionario siculish che ha poi utilizzato per far raccontare la storia alla sua protagonista, Favola. E dicevo che ho fatto un po’ fatica ad entrare nel romanzo proprio perché – ma forse è un problema solo mio – ci vuole qualche pagina per abituarsi a questo linguaggio molto particolare. Bisogna dire, comunque, che alla fine del libro Cinquemani inserisce un glossario dei termini usati, dove non spiega solo la traduzione di ogni parola ma specifica anche la parola inglese che viene italianizzata dalla protagonista (es: GhellaGirl – «Ragazza»).
Questa scrittura particolare mi ha conquistata, sono sincera, ma non so dirvi se a un non siciliano possa creare qualche problema, anche se in fin dei conti, come ho già detto, nelle ultime pagine potete trovare un piccolo vocabolario.

È chiaro che oggi la situazione è cambiata dai tempi di Favola, se all’epoca gli italiani – e nello specifico i siciliani – credevano nel mantenimento della propria identità, nel ricordo e nella conferma delle proprie origini, creando associazioni e piccole corporazioni, oggi queste persone si sono americanizzate e spesso i più giovani di italiano hanno solo il nome. Si sono integrate completamente in un Paese che ha “accolto” tanti anni prima i loro parenti. Ormai sembra che i parlanti di siculish ancora in vita siano pochi, quindi probabilmente questo linguaggio prima o poi scomparirà, ma di sicuro Cono Cinquemani ha fatto in tempo a raccontarlo a chi ancora non lo conosceva.
Buona lettura!

Titolo: Zia Favola. Una storia siculish
Autore: Cono Cinquemani
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2017
Pagine: 152
Prezzo: 14 €
Editore: Aut Aut Edizioni

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena


Cantautore, autore e regista teatrale, Cono Cinquemani (Piazza Armerina, 1980) debutta nel 2000 con dieci canzoni sulle parlate siciliane. Con Vossìa denuncia le difficoltà della promozione della cultura siciliana e dell’insegnamento delle parlate della Sicilia. La ricerca, l’approfondimento delle contaminazioni della lingua siciliana con altre lingue, lo porteranno all’analisi dei fenomeni linguistici Siculish, Lunfardo e Globerish. Nel 2015 va in scena Donne marginali e La cuffia del silenzio, due monologhi dedicati a donne siciliane. È dello stesso anno la presentazione del Dizionario Siculish, una raccolta di termini siculo-americani. Tra gli altri porta in scena Nino Lunfardo (in lingua lunfardo) Frank Lentini e Favola Cinquemani.

“Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo” di Alleyne Ireland

«Non dimenticate mai che sono cieco,
e che per la maggior parte del tempo soffro.»

 

Goodbook.it con l’inizio del 2017 ha dato vita a un progetto parecchio interessante che consiste nel focalizzare l’attenzione ogni mese su un editore diverso. Il mese di marzo è dedicato ad Add Editore e io ho il piacere di parlarvi di una delle loro ultime pubblicazioni, una novità uscita proprio da pochi giorni, una biografia su un personaggio che molti di voi conosceranno anche solo per sentito dire: Joseph Pulitzer. Leggere questo libro mi ha fatto venire in mente che spesso dovremmo – o meglio, dovrei, perché è una riflessione che ho fatto pensando alle mie letture – concentrarci di più sul genere letterario delle biografie, per conoscere meglio determinate personalità che hanno lasciato il segno. Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo, scritto nel 1914 da Alleyne Ireland, uno dei segretari di Pulitzer, arriva in Italia quest’anno, con una traduzione di Alessandra Maestrini, proprio in occasione del centenario della prima assegnazione del premio Pulitzer (1917, appunto), un premio statunitense considerato la più grande onorificenza nazionale per giornalismo, successi letterari e composizioni musicali.

A narrare, ovviamente in prima persona, è Alleyne Ireland, giornalista e scrittore inglese, nonché formidabile viaggiatore, che ebbe l’onore e il privilegio di essere uno dei segretari di J. P., come veniva chiamato dai collaboratori più stretti. L’occasione gli fu data da un articolo sul giornale che diceva più o meno che si stava cercando, come segretario e accompagnatore per un gentiluomo, una persona intelligente, di mezza età, che avesse viaggiato e letto molto e che fosse disposto a vivere all’estero. Ireland rispose e si trovò a dover fare una serie di colloqui, alcuni anche parecchio complicati dato che i suoi esaminatori cercavano di trovare i suoi punti deboli, prima di scoprire chi fosse il gentiluomo da accompagnare e di essere assunto. Pulitzer era ormai cieco – Ireland poi racconta della rottura del vaso sanguigno nell’occhio che lo portò a non vedere più nulla – ma le sue facoltà intellettuali restarono intatte, se addirittura non si potenziarono. Era un uomo dalla cultura vastissima, dalla memoria immensa e dalla grande determinazione. Dopo la Guerra Civile non aveva i soldi nemmeno per pagarsi un letto al French’s Hotel; in breve tempo divenne reporter del Westliche Post, in meno di dieci anni arrivò ad essere direttore e co-proprietario, la sua ascesa fu rapidissima; si comprò il French’s Hotel, lo rase al suolo e vi fece erigere il Pulitzer Building, dove collocò la sede del World.

«Quello che dico è che i giornali che negli Stati Uniti alterano le notizie, che pubblicano ciò che sanno essere falso, non arrivano a una mezza dozzina. Ma se pensassi di non aver fatto di meglio, mi vergognerei di possederne uno. Non è sufficiente astenersi dal pubblicare notizie false, non è abbastanza fare attenzione a evitare gli errori che possano nascere dall’ignoranza, la trascuratezza, la stupidità di uno o più dei molti uomini che maneggiano le notizie prima che vengano pubblicate. Bisogna fare molto di più; bisogna fare in modo che tutti coloro che hanno un qualche rapporto con la testata – redattori, reporter, corrispondenti, revisori, correttori di bozze – credano che l’accuratezza sia per un giornale ciò che la virtù è per una donna.»

Ireland, nel racconto del suo rapporto con J. P., non fa altro che ribadire la sua ammirazione per questa figura così geniale e così dotata che ha cambiato la storia del giornalismo creando uno stile nuovo che tuttora è dominante almeno nella stampa oltreoceano. Se il libro è pieno di descrizioni anche degli ambienti frequentati da Pulitzer, e di conseguenza dal suo biografo, come l’interno della villa o del panfilo su cui J. P. amava passare gran parte della sua vita, molto spazio viene dato al carattere spesso un po’ brusco del protagonista. Essendo una persona molto colta e intelligente, c’era da aspettarsi che non gli piacesse trascorrere il suo tempo con persone che in qualche modo non fossero stimolanti; per questo motivo amava circondarsi di uomini che eccellessero in diversi campi. Quello che, però, faceva sempre era, come dice Ireland stesso, divertirsi a trovare crepe nell’armatura intellettuale degli altri. Pulitzer cercava falle, voleva far cadere i suoi interlocutori che, per quanto fossero speciali, a volte cascavano davvero.

Joseph Pulitzer (Makó, 10 aprile 1847 – Charleston, 29 ottobre 1911) all’età di 34 anni

Pulitzer era inoltre un uomo che spesso diventava nervoso, anche a causa della cecità che era pur sempre una limitazione, specie per uno come lui. Ciò aveva fatto sì che gli altri sensi si acuissero e quello che gli dava più fastidio erano i rumori, che per ovvi motivi avvertiva in maniera più intensa rispetto agli altri. Spesso, quindi, soffriva di forti mal di testa che lo portavano ad essere particolarmente scontroso e irascibile; una volta passati, però, sempre pronto a scusarsi e tornare sui suoi passi. L’unica cosa che inspiegabilmente sembrava non dargli disturbo, quando forse avrebbe dovuto, dice Ireland, era il pianto dei bambini, perché probabilmente era un indizio di vita.

Alleyne Ireland, con uno stile elegante tipico di un uomo della sua epoca, tratteggia la figura di un Joseph Pulitzer già avanti negli anni (lo conobbe, infatti, nell’ultima parte della sua vita). Come ho già detto in parte, ci racconta J. P. nel bene e nel male, cioè nei suoi momenti di nervosismo e in quelli di estrema gentilezza, senza dimenticare mai il grande uomo che è stato. È un memoir lucido e veritiero anche perché fatto in prima persona da chi visse per un periodo di tempo al suo fianco, e possiamo considerarlo un omaggio di Ireland a un uomo che ha cambiato la storia della carta stampata, nonché il racconto di un periodo storico, quello precedente alla Prima guerra mondiale.
Personalmente, sono contentissima di averlo letto. Confesso di non essermi preoccupata, in precedenza, di approfondire la conoscenza di questo personaggio così importante (siamo sempre lì: penso che dovrei dedicare più tempo alle biografie!), ma ora che l’ho fatto penso che mi abbia arricchito molto.

Buona lettura!

Titolo: Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo
Autore: Alleyne Ireland
Traduttore: Alessandra Mestrini
Genere:
 Biografia
Anno di pubblicazione:
 1914 (2017 questa edizione)
Pagine: 192
Prezzo: 16 €
Editore: Add editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

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Alleyne Ireland è nato a Manchester nel 1871 ed è morto nel 1951. È stato giornalista per molti anni si è occupato delle colonie dell’impero inglese. Ireland ha vissuto a lungo in Australia, Canada, India, Birmania, Indocina, Filippine e nella Giaia inglese. Ha scritto diversi libri di viaggio e a fatto parte dello staff del “World” il quotidiano diretto da Joseph Pulitzer.