“Suicide Tuesday” di Francesco Leto

È martedì.
E come te mi sento un po’ morire,
ma ci sveglieremo lo stesso domani
con una parola in più da sputare appena svegli.

 

Quest’estate ho un po’ latitato, diciamo che mi sono presa un periodo di vacanza anch’io col blog. Ho letto molto meno e sono stata bloccata per parecchio tempo con Moby Dick che non mi ha esaltato e per cui spesso non trovavo il tempo; ho avuto molti impegni e mi sono anche divertita molto, però, quindi poco male. Adesso mi sto un po’ riprendendo e sto ricominciando a leggere come vorrei, quindi vi parlo un po’ dell’ultimo libro che ho avuto tra le mani in questi giorni. Si tratta di una sorta di romanzo corale scritto da Francesco Leto e pubblicato da Giulio Perrone editore, intitolato Suicide Tuesday. Il titolo è un’espressione inglese che indica lo stato in cui ci si ritrova dopo un weekend movimentato, quando ci si è divertiti il sabato, riposati la domenica, un po’ crollati il lunedì e poi il martedì si è così depressi che ci si lascerebbe morire.

Come ho già detto, è un romanzo a più voci, più precisamente tre, quelle di Sergio, Matteo e Giulia, che vengono seguiti dal sabato al martedì. Sergio è un architetto quarantunenne, sposato, con una bambina bellissima, che ha appena scoperto di avere un cancro allo stomaco per cui sceglierà di non operarsi perché è troppo tardi; sa che dovrà lasciare la sua piccola Camilla e sua moglie Beatrice, ma non lo ha ancora detto a casa. Giulia invece è una ragazza che si è appena laureata in filosofia e vorrebbe iniziare un dottorato, quindi si barcamena tra libri, pensieri e ricevimenti del professore; ma è anche un’amante della poesia, e nel suo passato ci sono momenti bui che hanno ripercussioni sul presente. Matteo è un giovane fotografo che sta portando avanti il progetto di raccogliere ritratti di sconosciuti, tra cui ci saranno anche Sergio e Giulia, i quali si ritroveranno a raccontare a lui le proprie storie.

Avevo comprato Suicide Tuesday a giugno a Una Marina di libri e sono riuscita a leggerlo soltanto ora (ne ho ancora diversi da affrontare, ma piano piano…) e forse è stato il momento giusto. Come si capirà dal titolo, non si tratta di un libro allegro, magari non conviene sceglierlo quando siamo già tristi per altri motivi, ecco. Però chi mi conosce probabilmente sa che io le letture drammatiche le amo in particolar modo, che sono queste a lasciarmi davvero un segno.
La mia impressione è che Francesco Leto riesca molto bene a trasmetterci ciò che i suoi personaggi provano e di come anche il loro umore vada cambiando dal sabato fino al martedì. Quella che mi ha colpito di più, o comunque a cui mi sono sentita più vicina, è la storia di Giulia, la più sognatrice dei tre, innamorata della poesia, con una macchia nera sul cuore che non riesce ad andar via. Nelle parti in cui parla Sergio, invece, è molto facile lasciarsi trasportare dal suo dolore al pensiero di dover lasciare nello specifico la sua bambina, per la quale, com’è giusto che sia, prova un amore immenso.
La scansione dei giorni, nel romanzo, sta a rappresentare il tempo che passa e contro cui non ci si può opporre, che scorre dolorosamente quando si vive un periodo drammatico della propria vita. Dall’altra parte, però, c’è Lara, la macchina fotografica di Matteo, che immortala gli istanti e in un certo senso è capace di fermare il tempo, catturarlo in un’immagine, quell’immagine che resterà a Camilla quando Sergio non ci sarà più.

Buona lettura!

Titolo: Suicide Tuesday
Autore: Francesco Leto
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2013
Pagine: 205
Prezzo: 13 €
Editore: Giulio Perrone editore

Giudizio personale: spienaspiena

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Da “Moby Dick” di Herman Melville

Immagine tratta dal film “Heart of the sea – Le origini di Moby Dick” (Ron Howard, 2015)

Oh, uomo! Ammira e prendi a tuo modello la balena! Tu pure resta caldo in mezzo al ghiaccio. Tu pure vivi in questo mondo senza appartenergli. Sii freddo all’equatore; mantieni il sangue fluido al polo. Come la grande cupola di San Pietro e come la grande balena, conserva, oh uomo!, in tutte le stagioni la tua propria temperatura.

[Herman Melville, Moby Dick, 1851,
trad. Alessandro Ceni, Feltrinelli 2007,
689 pp., 12 €]

La valigia del blogger: quali libri porto in vacanza

Ogni anno per tantissimi lettori si pone il problema di scegliere quali libri portare in vacanza, ma per me la situazione è un po’ diversa. Se è vero che ho tantissimi volumi che si accumulano durante l’inverno (compresi quelli in digitale), bisogna considerare che l’estate non la passo molto lontano, ma mi limito a spostarmi di qualche chilometro, verso la zona “balneare” di Palermo. Per questo motivo i libri che devo ancora leggere posso benissimo portarli tutti con me, ma dato che Goodbook mi ha chiesto di parlarvi della lista dei 5 libri che porto in valigia, ne ho scelto solo qualcuno, nello specifico quelli che leggerò sicuramente (perché poi si sa, mai fare programmi, potrebbe anche cambiare tutto).

Moby Dick – Herman Melville (Feltrinelli)

Moby Dick è un libro che volevo leggere da tantissimo tempo e nell’ultimo periodo mi ricicciava fuori in continuazione da altri testi, come se volesse dirmi che era arrivato il suo momento. C’erano varie edizioni (tra cui una meravigliosa con le illustrazioni) ma alla fine ho scelto l’economica Feltrinelli, più che altro perché di libri ne compro a vagonate, quindi se posso risparmiare qualche euro, senza però rinunciare alla qualità, lo faccio volentieri. Ma parliamo di qualche euro che userò per acquistare altri libri ancora, quindi non è poi una gran soluzione.
Comunque, dato che sarò al mare in questi mesi caldi, la scelta di tuffarmi nella storia di una (anzi della) balena mi sembra più che azzeccata.

Overlove – Alessandra Minervini (LiberAria)

Overlove è un libro che ho comprato a Una marina di libri perché volevo conoscere meglio la casa editrice LiberAria. È il romanzo d’esordio di Alessandra Minervini e affronta il tema dell’amore extraconiugale; ci si chiede cosa si sia disposti a fare per amore, e la risposta è che ci si può anche lasciare. Immagino che sicuramente sarà una lettura più leggera rispetto alla balena, ma sono certa che troverò parecchi spunti di riflessione dato che non cadremo nel banale.

Atonement (Espiazione) – Ian McEwan (Vintage Books in lingua originale, Einaudi in italiano)

Atonement è un libro che ho comprato qualche anno fa e che ogni estate mi porto dietro. Non l’ho ancora letto, ma adesso sembra che sia arrivato il suo momento. L’ho acquistato in inglese perché McEwan in italiano l’ho già conosciuto, ma voglio scoprire il suo stile in lingue originale (e poi essendo una traduttrice è sempre un ottimo esercizio, no?). Il film sono anni che tento di evitarlo con ottimi risultati, quindi quando avrò finito il libro finalmente lo vedrò. Ma non raccontatemi nulla!

Lasciar andare – Philip Roth (Einaudi)

Di Philip Roth avevo letto solo Lamento di Portnoy e non mi era piaciuto poi tanto, ma lo scorso ottobre ho comprato all’aeroporto di Pisa Pastorale Americana, che ho amato alla follia. Per questo (e per l’entusiasmo travolgente di altri amici lettori) ho deciso di continuare a conoscere meglio questo autore che tutti pensano debba vincere il Nobel prima o poi, e ho preso Lasciar andare. Ora sembra che io sia attratta dai libroni, ma in estate va così, non m’interessano le robe leggere, sono più rilassata e quindi anche più concentrata e reattiva, avendo più tempo a disposizione.

M*A*S*H – Richard Hooker (SUR)

Anche questo è stato comprato a Una marina di libri, il festival letterario che si è svolto a Palermo nella prima parte di giugno. Ne avevo sentito parlare qualche mese prima, quando erano venuti gli editori stessi a parlare della casa editrice SUR, e lo avevo segnato sulla mia wishlist. E anche da questo – leggo – è stato tratto un film di successo (e anche un telefilm). È un romanzo “scatenato e irriverente” sulle avventure di tre giovani medici militari che lavorano in un ospedale da campo. Mi aveva incuriosito molto, ma ne saprò parlare meglio quando lo avrò terminato.

Ma come ho già detto, ci saranno molti altri libri che leggerò, tra cui un Hemingway, che è sempre nel mio cuore e mi guarda da un po’ languido dallo scaffale. Voi che cosa avete portato in valigia?
Buone letture!

“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo,
il Sumeru.
Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari.
Questo è il mondo per noi.

 

Quest’anno, a differenza delle altre volte, mi era venuta l’idea di leggere i candidati allo Strega, qualcuno se non fossi riuscita a recuperarli tutti. Nei fatti non ci sono riuscita, ma almeno sono arrivata a due: la Ciabatti e Cognetti, ma non perché fossero i favoriti, bensì perché forse erano quelli che mi incuriosivano di più (anche se ne ho da parte qualcun altro ancora da sfogliare). Ed è finita che Cognetti l’ho letto proprio mentre veniva proclamato vincitore.

In questo periodo i romanzi ambientati in montagna si stanno facendo spazio nel mondo letterario e devo dire che la cosa non mi dispiace affatto, forse perché io, nata e cresciuta al mare (ma anche – diciamolo – nel mare), mi sento molto lontana ma allo stesso tempo attratta da certe ambientazioni; mi viene voglia di scoprirle e conoscerle meglio, insomma. È successo coi libri di Morandini ed è stato così anche con Paolo  Cognetti. La montagna è un luogo duro, aspro, freddo, ma che non per forza deve essere visto come nemico. Ne Le otto montagne, infatti, si parla soprattutto di legami, di calore che fa da contrappeso alla neve e all’inverno rigido di quei luoghi del Nord Italia in cui è ambientata la storia di Pietro e Bruno. Il primo è un ragazzino – poi uomo – di città, che ha studiato e ha uno strano rapporto coi genitori, specialmente col padre; l’altro è nato e vissuto sempre in montagna, alleva animali, fa il formaggio e poi diventerà muratore. Molto diversi nella sostanza, i due, nella vita, diventeranno quasi due fratelli, anche perché mentre Pietro è in giro per il mondo a studiare o a lavorare, suo padre tratta Bruno quasi come fosse un figlio.

Ma la montagna non è solo uno sfondo, bensì l’elemento primario da cui è composta l’anima di tutti i personaggi. I genitori di Pietro si sono innamorati e sposati in montagna, passano tutte le estati con il figlio in un paesino ai piedi del Monte Rosa, Grana; la montagna è ciò che Pietro impara dal padre più di tante altre cose, è una cosa da cui si allontanerà tutta la vita, per poi tornarci come se fosse una calamita, un vortice che lo risucchia indietro, in qualsiasi parte del mondo lui si trovi.  Hanno tutti un legame intimo con quei luoghi. Ma ecco, questa intimità io non l’ho percepita appieno, almeno, l’ho intravista solo in superficie.

Io speravo che niente sarebbe mai cambiato, lassù, nemmeno i ruderi bruciati o i mucchi di letame lungo la strada. Che lui e i ruderi e il letame restassero sempre uguali, fermi nel tempo ad aspettare me.

Non ricordo dove ho letto che Le otto montagne è un libro potentissimo, una frase che mi ha fatto iniziare la lettura con aspettative altissime. Alla fine mi sono trovata ad aver letto un romanzo carino, scritto molto bene perché non ci piove, Cognetti sa scrivere, però dobbiamo sempre partire dal presupposto che siamo dotati tutti di una sensibilità diversa e per emozionare me ci vuole qualcosa che colpisca fino in fondo. Con questo romanzo, appunto, non è accaduto e non è affatto perché sono siciliana e quindi non avvezza alla vita di montagna. Sono contenta che l’autore si sia portato a casa sia lo Strega che lo Strega Giovani, ha un bel modo di narrare, di caratterizzare i personaggi e da quello che vedo ha raggiunto altissimi livello di gradimento fra il pubblico (ho tantissimi amici che lo hanno adorato, a differenza di me). Però, confesso, mi sono interrogata sulle dinamiche dell’assegnazione di questo premio, su cosa si basi, e non in relazione a Cognetti, proprio in generale. Ma non apriamo questa parentesi, altrimenti non ne usciamo più.

Buona lettura a chi di voi lo affronterà!

Titolo: Le otto montagne
Autore: Paolo Cognetti
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 208
Prezzo: 18,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspiena

Da “Stamattina stasera troppo presto” di James Baldwin

Dire tutto è uno dei metodi più efficaci per serbare dei segreti. I segreti nascosti nel cuore della mezzanotte stanno semplicemente aspettando di essere trascinati alla luce, la luce di uno sfortunato mezzogiorno, come sempre accade. Ma i segreti avvolti nello splendore della sincerità non si faranno scoprire nemmeno dai più abili e testardi investigatori, perché la luce cambia di continuo, e dimostra che non ci si può assolutamente fidare della vista.

[James Baldwin, Stamattina stasera troppo presto,
trad. Luigi Ballerini, Racconti Edizioni, 2016,
281 pp, 16 €]

Tempo fa dissi che di racconti ne leggevo pochi, e in effetti è vero perché io sono più una da romanzi, anzi da polpettoni (intesi come libroni, non come robe noiose). Ultimamente, però, ho scoperto tanti bei racconti, anche grazie a case editrici che puntano su quelli e che, per farlo, selezionano roba di alto livello. Questa volta mi sono imbattuta in James Baldwin, col suo Stamattina stasera troppo presto, tradotto da Luigi Ballerini per Racconti edizioni, e devo dirvi che ho trovato un libro di grande spessore e un autore che ha una grande potenza narrativa. In soldoni, questi racconti sono parti di un percorso biografico dello stesso Baldwin che si fa portatore della civiltà nera americana, con i suoi problemi, le sue tradizioni e le sue contraddizioni interne. C’è chi si dà alla musica, chi partecipa ai sermoni, chi ascolta i cori gospel, c’è il bambino che viene per la prima volta a contatto con la parola “negro” pronunciata in modo dispregiativo da un bianco e non la capisce. I protagonisti di questi racconti, però, non sono sempre neri. Ce n’è uno in particolare, narrato dal punto di vista di un uomo bianco che descrive le violenze nei confronti dei neri, e questo, confesso, è quello che mi ha colpito di più non solo per le immagini che evoca ma per la durezza della narrazione.
Baldwin ha uno stile aggressivo, forte, che non si risparmia proprio perché questa lotta lui l’ha vissuta ed è stato dalla parte dei vessati, dei “deboli”, e sa di cosa parla.
Buona lettura!

“La tua presenza è come una città” di Ruska Jorjoliani

Avendo terminato la lettura dei Cazalet, facile facile, non ero mentalmente preparata a qualcosa di più tosto e che ha bisogno di più attenzione. Sto parlando di un libro che ho comprato a Una marina di libri lo scorso giugno e che, però, non è proprio un’ultima uscita, perché è stato pubblicato alla fine del 2015: La tua presenza è come una città di Ruska Jorjoliani, una giovane autrice georgiana al suo esordio che vive a Palermo. Devo dire la verità, avevo già sentito parlare tanto di questo libro, mi ricordo che erano state fatte varie presentazioni a cui purtroppo non avevo potuto partecipare, ma se ne era detto un gran bene e la curiosità mi era rimasta. Poi ci sono arrivata per vie traverse due anni dopo e me lo sono letto per bene.

La storia comincia quando, nel secolo scorso, due ragazzini della cittadina di Miroslav, Viktor e Dimitri, diventano grandi amici. Una volta cresciuti Viktor diventa ingegnere e Dimitri insegnante di letteratura russa. Un giorno, quest’ultimo, mentre sta facendo lezione in aula si ferma a guardare il ritratto di Lenin, lo stacca dal muro e lo lancia dalla finestra. Questo viene considerato un atto di grande tradimento dal partito e lui viene spedito ai lavori forzati in Siberia.

Afferrò allora la sedia più vicina, la trascinò e l’addossò alla parete; vi salì e sganciò il ritratto dal chiodo. Scese, andò alla finestra e l’aprì. I ragazzi seguivano attenti ogni sua mossa… con una spinta maldestra fece volare l’immagine di Lenin. Poi richiuse la finestra. Non ho mai capito cosa ci facesse in mezzo ai grandi scrittori, disse, voltandosi ai ragazzi che lo fissavano stupiti.

Il suo amico Viktor poi deciderà di portarsi a casa la moglie e il figlio di Dimitri, per aiutarli, in virtù del forte legame di amicizia che ha sempre avuto con lo sfortunato insegnante.
Viktor ha un figlio, Saša, che sarà bibliotecario e voce narrante del libro, e grande amico del figlio di Dimitri, Kirill, anche lui come il padre mandato in Siberia.

Saša, col suo stile ordinato e spesso schematico, ci racconta una storia che si dipana lungo tre generazioni in Russia, dall’inizio della rivoluzione sovietica in poi. Il racconto non si svolge in maniera lineare, il narratore ci fornisce documenti, ricordi, stralci di memorie passate (tutti uniti in un calderone di generi letterari diversi e qui sperimentati) che sono come pezzi di un puzzle da ricostruire per intero, compito che spetta a noi lettori. Questo è uno dei motivi per cui all’inizio ho detto che è un libro che necessita di attenzione e non uno di quelli da leggere presi dalle varie distrazioni. Almeno, per me è stato così, tanto che ci ho messo un po’ prima di decidermi a parlarne.
Lo sfondo è quello di una Russia oppressa dal socialismo, in cui gli individui sono tutti e nessuno contemporaneamente, una sensazione che provoca lo scatto di ribellione di Dimitri ma che Vitkor riesce a sopportare maggiormente (deve farlo, anche per il benessere della sua famiglia e di quella dell’amico).

Ruska Jorjoliani ha scritto in italiano un romanzo che sarebbe potuto benissimo essere russo, perché pieno di quelle atmosfere e, credo, degli strascichi lasciati dalla rivoluzione dell’inizio del secolo scorso. E lo ha fatto in italiano perché è la lingua della sua seconda patria, la Sicilia, che l’ha accolta quando aveva sette anni grazie ad un progetto organizzato dal comune di Palermo per ospitare i bambini che fuggivano dalla Georgia nel periodo della pulizia etnica, nei primi anni Novanta. Questo per tre mesi, perché poi è tornata in Georgia, ma da quel momento ha vissuto tra l’Italia e il suo paese (vi segnalo questo articolo per una piccola biografia dell’autrice).
In questo libro, per essere al suo esordio, Ruska Jorjoliani secondo me fa proprio il botto perché sembra che abbia già una grande maturità letteraria, oltre a una grande conoscenza – è chiarissimo leggendola – della letteratura in generale. Proprio perché, come ho sempre sostenuto, quando una persona scrive ma prima ha letto tanto si vede. Quindi ve lo consiglio, a patto che prestiate molta attenzione a quello che leggete.

Buona lettura!

Titolo: La tua presenza è come una città
Autore: Ruska Jorjoliani
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 169
Prezzo: 14 €
Editore: Corrimano

Giudizio personale: spienaspienaspiena


Ruska Jorjoliani è nata a Mestia (Georgia), nelle montagne del Caucaso, nel 1985, quando sul mappamondo esisteva ancora un enorme paese chiamato Unione sovietica. Nel 2007 si è trasferita a Palermo, dove due anni dopo ha vinto il suo primo premio letterario: “Mondello giovani Sms-poesia” (per i versi dedicati a Dino Campana), dove si è laureata in filosofia, e dove vive e studia tuttora.

Intervista all’editore | Quattro chiacchiere con Alessio Cuffaro di Autori Riuniti

Poco tempo fa mi è capitato di leggere un libro di una casa editrice che ancora non conoscevo e ho letteralmente scoperto un mondo. A Una Marina di libri ho assistito alla presentazione di questo libro – Il battito oscuro del mondo di Luca Quarin, ma ne parleremo più avanti – e ho anche conosciuto uno degli editori-autori che fanno parte di Autori Riuniti, Alessio Cuffaro. Nei giorni successivi gli ho posto qualche domanda sulla loro realtà editoriale (molto interessante, adesso vedrete perché) e credo sia un ottimo modo per farla conoscere anche a voi che magari non li avete ancora incontrati sul vostro cammino di lettori.
Ecco qui l’intervista, allora, e buona lettura!

Quando e come nasce Autori Riuniti?
Autori Riuniti nasce come idea nell’agosto del 2015. Concretamente verrà alla luce nel maggio 2016, con le nostre prime uscite.
Nasce dall’esigenza che sentivamo, noi fondatori, di creare un progetto che rispecchiasse il nostro sentire comune riguardo la narrativa, il mondo editoriale e i libri e che ci permettesse di mettere a frutto la nostra lunga esperienza maturata negli anni nell’ambito editoriale. Siamo partiti da un’idea molto antica, in realtà: l’autore al centro del progetto, partecipe e responsabile dei processi che portano alla nascita dei libri della casa editrice. Autori Riuniti è quindi l’unica casa editrice interamente gestita da autori.

In base a cosa scegliete i manoscritti da pubblicare tra le varie proposte che vi arrivano?
Come recita uno dei punti del nostro manifesto, cerchiamo soprattutto storie, con vere trame, personaggi che “tengano”, che siano a tutto tondo, vicende che forse solo la letteratura riesce a raccontare. Queste storie devono essere raccontate con stile, con una voce unica e inconfondibile. Sappiamo che non è facile trovare manoscritti che rispondano a queste caratteristiche. Ma per noi la qualità del testo è tutto.

Come ci si divide il lavoro nella vostra casa editrice? Che regole vi siete dati?
Abbiamo un unico vincolo a cui ci atteniamo: nessun autore lavora al proprio testo, ma solo a quello degli altri. Altrimenti intermediazione culturale e qualità sarebbero compromesse.
Le mansioni vengono suddivise di volta in volta: lettura, correzione bozze, editing, grafica, comunicazione, promozione… Ogni autore partecipa alla nascita di un libro di un collega in modi sempre diversi. Noi tre soci fondatori invece abbiamo ambiti su cui ci concentriamo maggiormente.

Quante persone lavorano nel collettivo Autori Riuniti al momento?
Tre soci fondatori, diversi autori, alcuni già pubblicati, altri che pubblicheremo a breve, altri ancora che non pubblicano con noi ma partecipano al progetto perché lo trovano stimolante; abbiamo poi lettori amici, librai, giornalisti, recensori, blogger, semplici curiosi che si interessano, chiedono, propongono. Questo è l’aspetto più affascinante della nostra iniziativa: aver creato una vera casa (editrice) per tutti, aperta a chi voglia dare il suo contributo.

Nel manifesto riportato alla fine dei vostri libri c’è scritto che non avete definito norme tipografiche uniche per tutte le pubblicazioni. Perché?
Riteniamo che non sia l’uniformità nelle norme tipografiche l’elemento decisivo per creare un filo rosso tra i titoli delle collane. È semmai la qualità dei testi, la loro bellezza e originalità, a renderli riconoscibili. I nostri autori si devono sentire liberi di adottare le norme che meglio preferiscono, quelle che sentono più funzionali al loro libro.

Quanta importanza date al web (riviste online, blog, social network) affiancato al vostro lavoro editoriale? 
Tantissima: il web è oggi la vera piazza dove si parla di libri, si leggono in maniera condivisa, si consigliano, si recensiscono, si promuovono. La rete permette il contatto diretto coi lettori, impensabile tempo addietro, e ciò è molto stimolante. Per noi è fantastico conoscere lettori alle fiere o alle presentazioni e poi mantenere con loro un contatto tramite Facebook o Instagram, ricevere riscontri, complimenti e critiche che migliorano sempre il nostro lavoro.

Con che libro è partita la vostra avventura?
Con due titoli: Questo libro si può anche leggere, un’antologia di racconti di 10 scrittori contemporanei (tra cui Zardi, Morandini, Voltolini, Morozzi, Riba…) che è anche un manuale di scrittura, che utilizza i racconti come esempi per illustrare le varie tecniche narrative; e La distrazione di Dio, romanzo di esordio di Alessio Cuffaro che è alla seconda ristampa.

E qual è quello che vi ha dato più soddisfazioni fino ad ora?
L’ultimo uscito: Il battito oscuro del mondo di Luca Quarin. Perché è un libro formidabile, molto ben scritto e suggestivo, che racconta di un’America particolare con precisione e verità. Ma soprattutto perché è stato per noi il sogno (da editori) che si avvera: tra i tanti manoscritti che riceviamo, spesso purtroppo non all’altezza di una pubblicazione, a dicembre dell’anno scorso, troviamo questa perla. Pensavamo fosse uno scherzo di amici editori, tanto ci sembrava incredibile.

Che cosa è “la pagina in più”?
Una pagina che è presente in ogni libro e che è esclusivo appannaggio dell’autore: può riempirla come meglio crede, senza che gli editori mettano bocca. Finora è stata utilizzata per ringraziare, per dare spazio ad opere di altri autori, per inserire elementi della storia che non sono confluiti nel libro ma l’autore riteneva lo stesso di donare al lettore. È una delle varie peculiarità dei nostri libri, insieme al manifesto che illustra il progetto e alla numerazione delle nostre pagine che è decrescente, per segnalare immediatamente al lettore quanto manca alla fine della storia.

Che progetti avete per le prossime uscite?
In questi giorni stiamo definendo le uscite dell’autunno. Senza svelare troppo, possiamo dire che avremo libri d’esordio molto interessanti, aperti alla contemporaneità ma al tempo stesso perfettamente letterari, nonché un’opera collettiva che farà molto discutere…

Grazie mille ad Alessio Cuffaro per la disponibilità e a presto!