In breve | Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini | Olivier Bleys

Ogni volta che si festeggiava una nascita,
un nuovo ributto spuntava dal tronco,
mentre quando moriva un membro della famiglia,
un ramo seccava e cadeva.
Fu soprattutto questo a spingerlo a salvare l’albero.

 

Per mancanza di tempo (sarò  molto impegnata nei prossimi giorni e la settimana prossima ci sarà Una Marina di libri) non riesco a scrivere un post esteso come faccio di solito, ma voglio parlarvi brevemente adesso di questo libro perché probabilmente quando avrò il tempo per farlo sarò già passata avanti e me ne sarò in parte dimenticata. Si tratta di un libro che non mi ha suscitato particolari emozioni, ma è giusto dedicargli due parole, perché non passi totalmente inosservato. Parliamo di Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini di Olivier Bleys.
Siamo nella periferia di Shenyang, in Cina, un posto ormai pieno di ruderi e catapecchie. Lì abita la famiglia Zhang: Wei, il capofamiglia, con la moglie Yun, la figlia adolescente e i suoceri. Oltre ai genitori di lui, ormai morti ma sepolti sotto il sommacco nel loro giardino. La loro casa, malridotta, è di proprietà dell’avaro signor Fen e Wei passa l’intera vita a raccogliere i soldi per poterla finalmente acquistare. Nel frattempo iniziano ad apparire in città manifesti in cui si annuncia un rinnovamento della città, a partire da alcuni scavi che verranno fatti proprio dove abitano Wei e i suoi, per estrarre il terbio, un raro minerale. La famiglia Zhang cercherà di resistere in tutti i modi a questa ondata di modernità, difendendo soprattutto quell’albero così caro a Wei. 

Devo confessare che questa storia non mi ha colpito troppo, l’ho letta velocemente ma senza particolare trasporto. Lo stile dell’autore francese richiama quello orientale dell’ambientazione, una certa spiritualità – legata all’albero – di fondo conferisce al racconto una sorta di atmosfera fiabesca (gente che muore centenaria e millenaria, l’albero che sembra festeggiare le nascite o esaudire i desideri di Wei) che purtroppo non mi ha conquistato. Eppure ero partita con le migliori intenzioni, forse affascinata da una copertina così bella e da un titolo così suggestivo. Probabilmente si tratta anche in questo caso di sensibilità diversa di noi lettori nei confronti di stili e tematiche affrontate dagli autori.

Buona lettura e a presto!

Titolo: Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini
Autore: Olivier Bleys
Traduttore: Tania Spagnoli
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 268
Prezzo: 17 €
Editore: Clichy

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Dal tuo terrazzo si vede casa mia | Elvis Malaj

Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te.
Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa
che alla fine rende ogni posto uguale a un altro.
Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente.
Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia.

 

In questi giorni ho approfittato di un po’ di tempo libero tra una cosa e l’altra per leggere un libro che è nella dozzina del Premio Strega 2018, una presenza che mi fa molto piacere dato che si tratta di una piccola casa editrice che pubblica solo racconti e che mi ha conquistata fin dalla sua nascita. Vi ricordate di quando dicevo di non leggere short stories? Ecco, tempi andati, mi sono messa d’impegno, ho imparato da qualche anno a leggerli e ad apprezzarli e ora ve li sponsorizzo pure, pensate che metamorfosi! Comunque, ho letto Dal tuo terrazzo si vede casa mia, una raccolta di racconti di Elvis Malaj, albanese di nascita ma che scrive in italiano, pubblicata da Racconti edizioni nel 2017.

Non è un libro particolarmente lungo, sono 164 pagine di racconti brevi (l’ultimo è un po’ più lungo) in cui le origini dell’autore sono il punto di partenza per parlare del confronto tra gli albanesi e il paese che li accoglie. A volte c’è una perfetta integrazione, ci sono belle amicizie o legami sentimentali; ci può essere un attrito iniziale ma quando ci si dà un po’ di tempo per conoscersi si supera il problema; l’impatto a volte è forte e distruttivo; o, infine, questo confronto è problematico, non porta a nulla e si approfitta di un incidente stradale accaduto qualche metro più in là per fuggire via. In tutti in racconti, di fondo, c’è il luogo comune che vuole l’uomo (quasi mai la donna) albanese violento, ladro, perdigiorno e, in generale, delinquente; luogo comune su cui i personaggi stessi spesso fanno dell’ironia o su cui, di contro, i non albanesi si ricredono.

Dal tuo terrazzo si vede casa mia, che dà il titolo alla raccolta, è una frase che un ragazzo albanese dice nell’ultimo racconto alla ragazza italiana proprietaria della casa in cui lui si intrufola per innaffiare le piante che stanno morendo sul balcone – chiaramente sul momento viene scambiato per un ladro, poi i due si conoscono e si crea un bel rapporto. La frase, comunque, è evocativa, ricorda un po’ il mare che sta fra l’Italia e l’Albania, che rappresenta il tratto di separazione dal punto in cui l’una guarda l’altra. Un mare che bisogna attraversare per capirsi, per conoscersi e accettarsi.

Elvis Malaj, classe ’90, con uno stile fresco ma incisivo dovuto alla sua giovane età, mette in scena situazioni (spesso al limite) in cui gli approcci non sono mai facili, in cui non sempre ci si intende al primo colpo. Ma in fondo il suo potrebbe essere un invito alla riflessione, un modo per far sì che possiamo vederci da fuori, fare attenzione a come ci dipinge chi viene da un’altra parte.
Il richiamo delle sue origini è continuo, e più importante ancora mi sembra il fatto che molti personaggi dicano frasi in albanese che non vengono tradotte per il pubblico italiano, specialmente nei momenti di rabbia o quando hanno bisogno d’aiuto e c’è una chiara richiesta di ospitalità ai connazionali – una sorta di linguaggio codificato. È come calarsi nella realtà, non capiremmo comunque che cosa sta dicendo quella persona, ma il punto non è riuscire a tradurre sul momento, bensì avere la curiosità di volerlo fare.

Buona lettura!

Titolo: Dal tuo terrazzo si vede casa mia
Autore: Elvis Malaj
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 2017
Pagine: 164
Prezzo:  14 €
Editore: Racconti edizioni


Elvis Malaj (Malësi e Madhe, Albania) classe 1990, è il primo autore italiano pubblicato da Racconti. Albanese per nascita, a quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia. Oggi vive e lavora a Padova. È stato finalista al concorso 8×8, e ha pubblicato racconti su effe e nella rassegna stampa di Oblique. Dal tuo terrazzo si vede casa mia è il suo esordio.

La caduta delle consonanti intervocaliche | Cristovão Tezza | #BlogNotesMaggio

Le sottili stratificazioni della realtà che,
come delicate lastre di ghiaccio finissimo, celluloide striata,
riposano sotto l’apparenza sporca e trascurata delle cose
in attesa di un’intelligenza che le interpreti.

 

Arriviamo all’ultima settimana di questo #maggiodeilibri, il cui tema stavolta è “Lingua e identità”. Devo dire che nel mio percorso di studi mi sono dedicata molto alla lingua e al linguaggio, e mi sono appassionata a diverse discipline. A parte le lingue straniere ho studiato materie come linguistica e filologia, materie che non mi hanno solo permesso di sapere molte più cose sui linguaggi, ma che mi hanno proprio cambiato il modo di vedere le parole, gli enunciati e il nostro modo di esprimerci in generale. È come se di punto in bianco vi dessero degli occhiali speciali che vi facciano vedere la realtà con uno zoom molto più potente.
Il libro che ho pensato di leggere e di raccontarvi in questa settimana a qualcosa a che vedere proprio con la filologia, a partire dal titolo, che rappresenta un fenomeno linguistico importante, per arrivare al protagonista, che è un famoso filologo. Parliamo de La caduta delle consonanti intervocaliche (O professor, titolo originale) di Cristovão Tezza, pubblicato da Fazi nel 2016.

Tutto è cominciato quando il “dolor” ha preso a trasformarsi subdolamente in “door” e infine in “dor”: ecco fatto! Un’altra lingua.

La caduta delle consonanti intervocaliche è un fenomeno che accadde tra il X e l’X nel territorio dove sarebbe poi nato il Portogallo e rappresenta il punto in cui la lingua spagnola e quella portoghese si separano definitivamente. È una cosa che interessa moltissimo a Heliseu da Motta e Silva, grande professore di filologia brasiliano, che proprio da lì ha cominciato il suo lavoro. Casualmente è anche il motivo per cui ha conosciuto sua moglie.
La vicenda parte da quando, ormai, in pensione, Heliseu si appresta a ricevere un omaggio dall’Università e a preparare un discorso di ringraziamento, così inizia a fare un percorso a ritroso nella sua mente e a ripercorrere tutta la sua vita: gli anni Sessanta, l’incontro e il matrimonio con Mônica, il figlio Eduardo, un buon lavoro, un ottimo stipendio, la casa, la relazione con la dottoranda francese Therèse, le pubblicazioni, il ritiro a una vita più tranquilla. Sembra che abbia avuto tutto, una vita a cui non è mancato nulla.

Però tra un ricordo e l’altro si fanno strada dubbi, incertezze, piccoli dettagli che fanno capire a Heliseu e a noi che leggiamo i suoi pensieri che forse non è andato tutto liscio come l’olio. Il rapporto con i colleghi non è stato dei migliori, si accorge di aver spesso sentito su di sé il disprezzo, le dicerie sulla sua relazione con la dottoranda; la moglie è sempre stata distante, forse perché anche lui lo era nei suoi confronti, e poi è morta in modo tragico; il figlio se n’è andato lontano, negli Stati Uniti, si è sposato con Andrew e ha adottato una bambina afroamericana. L’unica figura che sembra essergli rimasta vicina è dona Diva, la donna che sbriga le faccende domestiche in casa sua.

Heliseu racconta la propria storia con battute ironiche e sorrisi, con un linguaggio apparentemente allegro e divertente, ma dietro cui si cela un’amarezza profonda, una specie di delusione per tutto ciò che ha e non ha avuto. La vita non consiste nel raggiungere traguardi (avere un lavoro, sposarsi, avere figli, riconoscimenti), bensì nel passare nel miglior modo possibile il tempo che abbiamo a disposizione, e il protagonista si accorge man mano che va avanti col suo racconto che molto gli è mancato e gli manca ancora, alla fine del suo percorso.
Quella di Heliseu da Motta e Silva diventa, quindi, una sorta di confessione, un modo di riconoscere i propri errori, di volersi quasi redimere – a un certo punto pensa di trasferirsi in California e avvicinarsi a quel figlio che ormai gli è estraneo e ha una sua vita. Ma se è vero che è una confessione, la sua vanità è troppo grande, quindi i suoi sbagli li giustifica, tenta sempre di fornire motivazioni valide per ciò che ha fatto. Si accorge di essere rimasto solo, è abbastanza intelligente da capirlo, ma la sua autostima e il suo amor proprio sono così forti da farlo apparire spocchioso e non fargli realizzare che in fondo la sua vita è tutta una sconfitta. «Sto bene», si fa forza alla fine.

Lo stile è particolare, in questo romanzo, considerando che il protagonista è un professore di filologia e studioso di letteratura. La narrazione è spesso inframmezzata da riflessioni linguistiche e citazioni letterarie inserite al punto giusto, e tutto questo, sommato all’intelligenza, alla cultura, all’arguzia e anche al narcisismo della voce narrante, fa sì che ne venga fuori un romanzo colto e ben fatto. Purtroppo devo dire che non mi ha conquistato, nel senso che non me ne sono innamorata, ma è un libro che sono contenta di aver letto e che ho comunque apprezzato.

La caduta delle consonanti intervocaliche è la storia di un uomo che racconta la propria vita illudendosi di aver avuto tutto, ma che sa che così non è. È un romanzo che forse in qualche punto può apparire ostico nella lettura, specialmente per chi non è un appassionato di certe discipline legate allo studio della lingua, ma è comunque godibile.
Buona lettura!

Titolo: La caduta delle consonanti intervocaliche
Autore: Cristovão Tezza
Traduttore: D. Petruccioli
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 237
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


Il menu della settimana di #BlogNotesMaggio:

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Philip Roth è immortale

Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo.

(Philip Roth, Pastorale americana, trad. Vincenzo Mantovani, Einaudi, 1998)

Philip Milton Roth (Newark, 19 marzo 1933 – New York, 22 maggio 2018)

 

Questo è un giorno triste, ci ha lasciato uno dei più grandi autori del Novecento e che personalmente amo moltissimo, uno che però si è guadagnato l’immortalità. Normalmente non dedico post agli scrittori che se ne vanno, ma per Philip Roth è tutta un’altra storia.
Voi lo avete letto? Quali romanzi avete amato di più?

Un uomo solo | Christopher Isherwood | #BlogNotesMaggio

Sa di me? si domanda George; qualcuno di loro lo sa?
Probabile. Non gli interessa. Non vogliono sapere niente
dei miei sentimenti, o delle mie ghiandole,
o di qualunque altra cosa al di sotto del collo.
Fosse per loro potrei tranquillamente essere una testa recisa,
portata in aula a fargli lezione su un piatto.

 

Continuiamo questo #maggiodeilibri in collaborazione con #BlogNotesMaggio e passiamo alla quinta settimana, il cui tema è “Vogliamo leggere“, un tema su cui possiamo essere un po’ più liberi. Io ho scelto di parlarvi di un libro che volevo leggere da tanto tempo e che sono finalmente riuscita a prendere in mano qualche giorno fa. Nonostante fosse un libro breve ci ho messo diversi giorni a leggerlo, perché è così intenso e così denso che non sono riuscita a fare altrimenti, l’ho assaporato pagina per pagina, quasi parola per parola. E l’ho amato follemente, come amo tutti quei libri che trasudano malinconia, ma forse questo di più.
Anni fa mi era capitato di vedere il film A single man, più per Colin Firth, attore che ammiro tantissimo, che per la storia in sé, che non conoscevo; comunque mi piacque molto. Siccome sono spesso distratta, ho visto dopo un po’ di tempo nel catalogo Adelphi questo libro dalla copertina di un bel blu elegante e ho voluto comprarlo. Non sapendo assolutamente che fossero collegati – anche se leggendolo ho scoperto che il film ha dei dettagli diversi rispetto al romanzo. Me lo sono letto e quindi oggi ve ne parlo.

Un uomo solo è un romanzo di Christopher Isherwood del 1964, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2009, con una traduzione di Dario Villa. Quella raccontata è una giornata qualsiasi di George, un professore inglese che insegna in un college americano. George ha perso in un incidente il suo compagno, il suo grande amore Jim, con cui se ne sono andate via tutte le emozioni del protagonista. Ormai solo in una casa che era troppo piccola per due ma non riesce ad essere grande per un uno solo, George adempie ai suoi doveri, va a fare lezione, in palestra, a fare una visita in ospedale, a cena da un’amica che sente di dover vedere anche se non ne ha molta voglia. Ma c’è una sorta di apatia di fondo, è come se il professore fosse un guscio vuoto a cui è rimasta solo una patina di razionalità, che se ne va in giro da un posto all’altro.

Per cosa vive ormai George? Cos’è che gli dà gioia? Niente, sembra. Forse solo l’ora di lezione agli studenti gli dà l’impressione di essere ancora vivo, quella specie di timore reverenziale che i ragazzi provano nei suoi confronti, non tanto per l’ammirazione che possono avere per lui quanto per il rispetto della sua autorità. Ma quando il tempo è scaduto e la campanella suona l’incanto svanisce, torna a sentirsi un uomo solo in mezzo a gente che non lo capisce, che non sa che cosa lui abbia dentro.

«Vedi, Kenny, ci sono cose che non sai di sapere, finché qualcuno non te le chiede. (…) Qualcuno che ti faccia una domanda ci vuole,» continua George, intenzionalmente «prima che tu possa rispondergli. Ma è raro trovare qualcuno che faccia la domanda giusta. Sono tutti così poco attenti. (…) Essere abbottonato non è una scelta» dice tenendo gli occhi a terra e nel modo più neutro possibile. «Sai, Kenny, mi capita spesso di voler dire, o discutere qualcosa con assoluta franchezza. Non in classe, naturalmente, non funzionerebbe. C’è sempre qualcuno pronto a fraintendere».

Con uno stile elegante e raffinato, Isherwood lascia che Jim e il pensiero della morte siano presenti in ogni riga di ogni pagina, anche quando non vengono esplicitamente menzionati. Questo poi viene reso nel film – che dovrò rivedere – con l’inserimento nella trama di un elemento importante come la pistola. George, rimasto solo, considerato da tutti solo per la sua testa senza che a nessuno interessi ciò che avviene al di sotto di essa, sembra costantemente sul baratro, non ha un vero interesse per nulla, una ragione di vita. L’unica cosa che gli ricorda per un attimo di non essere già morto è una piccola luce rappresentata dall’incontro con un suo studente che si avvicina a lui. Poi il buio.

Terminata la lettura – a proposito: splendida e magistrale la narrazione quasi di tipo scientifico delle ultime due pagine – sembra che ci manchi qualcosa, ma ci restano tutti gli spunti di riflessione che Isherwood dissemina qua e là fra le pagine. Sono le riflessioni di George, ma in fondo sono quelle di ogni essere umano che per un motivo o per un altro abbia gli strumenti per scavare sotto la superficie e inevitabilmente si sente solo in un mondo che non s’impegna a capire chi lui sia.

Dal film “A single man”, 2009, regia di Tom Ford

Posso classificare Un uomo solo come uno dei libri più belli che abbia mai letto, e posso dire tranquillamente che secondo me è un libro perfetto, a cui, cioè, non manca nulla per essere meglio di com’è. Per questo motivo ne consiglio la lettura a tutti coloro che cercano un romanzo intenso e che lasci qualcosa dentro; poco indicato per chi, invece, cerca in un libro uno svago, una distrazione o qualcosa di allegro (qui ce n’è ben poco!).

Buona lettura!

Titolo: Un uomo solo
Autore: Christopher Isherwood
Traduttore: Dario Villa
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1964 (2009 questa edizione)
Pagine: 148
Prezzo: 16 €
Editore: Adelphi


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Carne mia | Roberto Alajmo | #BlogNotesMaggio

– Il problema è che è tuo fratello. Sangue tuo. Carne tua.
– Carne mia un cazzo, con rispetto parlando.

 

Sempre nell’ambito del #maggiodeilibri si sta per concludere la quarta settimana, quella dedicata a questo 2018, anno del patrimonio culturale europeo. Il caso vuole che sempre quest’anno la mia città, Palermo, sia capitale della cultura italiana, per cui l’idea era quella di parlare di un autore palermitano o di un libro ambientato qui (poi spesso le due cose coincidono, perché uno scrittore tante volte sceglie come luogo delle proprie storie quello che conosce meglio, in cui è nato). La mia scelta, quindi, è caduta su Roberto Alajmo, un autore che tutti lodano ma a cui non mi ero mai dedicata; questo era il momento perfetto. Non ho scelto la sua ultima pubblicazione, bensì una del 2016, una storia che si svolge per metà a Palermo e per metà a Murcia, in Spagna. Parliamo di Carne mia, edito da Sellerio.

Siamo negli anni Novanta, Calogero Montana ha una bancarella di frutta e verdura a Borgo Vecchio, un quartiere di Palermo molto particolare, perché pur essendo quasi incastonato nel centro della città, vicino alle vie dove trovi Gucci, Prada, e una borsa ti può costare anche seimila euro, è pieno di problemi e grosse difficoltà. Un giorno però Calogero sparisce all’improvviso, nessuno sa che fine abbia fatto, la moglie Mela e i figli Enzo (un grande piccolo) e Franco (il piccolo grande) non hanno nemmeno una tomba su andare a piangerlo. È una cosa che in questi luoghi accade spesso, quindi nessuno se ne stupisce, nonostante Montana non sembrava fosse coinvolto in chissà quali giri. Mela e Franco portano avanti l’attività, mentre Enzo è un perdigiorno, non si occupa di nulla e, anzi, un giorno si porta a casa Ivana, che presenta come la sua ragazza. Ivana dorme lì il primo giorno, il secondo, il terzo e dopo un mese è ancora là. Nascono malumori in famiglia, allora Enzo sbotta e comunica che lei è incinta e devono andare a vivere altrove, pretende soldi, alcuni li ruba alla madre insieme alla ragazza, e se ne vanno. Fanno un pesante uso di droghe, diventano maneschi e nel frattempo nasce il bambino, chiamato Calò in onore del nonno, ma non è facile farlo vivere in un tale clima.

Enzo e Ivana non si occupano del piccolo, lui arriva a far male a Mela. Franco scopre sulle braccia di Calò dei lividi e non è una cosa che riesce più a tollerare, così, su consiglio del signor Pino, che ha una macelleria nel quartiere (ma è il piccolo boss della zona), “rompe le corna” al fratello e alla cognata. A quel punto bisogna fare qualcosa, e decide di partire con Mela per la Spagna, dove c’è un conoscente che tanti anni prima ha trovato fortuna e adesso ha un’attività di frutta e verdura ben avviata. Lì inizieranno una nuova vita, ma lo spettro del passato è sempre in agguato.

Devo dire che Alajmo, che non conoscevo, mi ha colpito positivamente. La storia risulta immediatamente molto molto forte. Si parla di una famiglia che viene spezzata praticamente subito e nella quale continua a crescere per anni qualcosa di negativo. È una vicenda tipicamente del Sud, come meridionali nessuno dei personaggi si stupisce alla scomparsa di Calogero, tutti sanno che cosa è successo, tutti sanno sempre tutto. I Montana sembrano brave persone, gente semplice che vive con poco inserita in un contesto di regole fatte da altri, in cui un macellaio si mette fuori dalla sua attività a “dare consigli” a chi va a chiedergli o gli sottopone i suoi “problemi”. Franco, soprattutto, è un bravo ragazzo che a un certo punto si rende conto che bisogna estirpare l’erba cattiva perché il resto cresca sano, e compie un gesto ingiustificabile ma lucido secondo una certa mentalità. La molla scatta quando viene fatto del male al bambino, perché non ha alcuna colpa e i bambini non si toccano.

Anni Novanta, Sicilia, Palermo, Borgo Vecchio. Una enclave all’interno della zona più prestigiosa della città. Duecento metri separano Napoleon, negozio di scarpe extralusso, da una sacca di sottosviluppo che si muove su ritmi e regole diversi, tutti propri. Un paesello ritagliato in pieno centro urbano, che resiste alle infiltrazioni della modernità, rinunciando ai benefici dell’integrazione in cambio dell’indipendenza morale e amministrativa.

Da quello che ho letto in giro, Alajmo si è ispirato a un fatto di cronaca letto sul giornale qualche tempo prima. Racconta le vicende di Franco, Enzo, Mela e gli altri in maniera molto semplice, senza perdere mai il filo, senza infarcirla di digressioni, ma restando sempre concentrato sui personaggi e seguendoli di continuo. Il ritmo della narrazione, infatti, è molto rapido, si resta incollati al libro e lo si legge in pochissimo tempo.
Quella che l’autore tratteggia nella prima parte è una parte della città che sembra essere rimasta indietro rispetto al resto. Siamo negli anni Novanta ma è quasi come se il tempo si fosse fermato molto prima in questo quartiere, e la stessa cosa accade quando i personaggi si trasferiscono a Murcia: non trovano la grande Spagna caotica, frenetica, rumorosa, ma sembra quasi che vadano a finire in un paesino tranquillo dove i loro luoghi di riferimento sono il bar vicino casa o la parruccheria dietro l’angolo. Però è un posto normale, Franco ha un lavoro stabile, incontra una brava ragazza, Calò cresce senza conoscere la delinquenza, Mela ritrova la serenità. Anche se portano sempre nel cuore la loro identità.

Certi clienti acquisiti più di recente nemmeno saprebbero delle sue origini, se non ci fosse un leggero accento straniero e quel soprannome che gli hanno appioppato, di cui farebbe volentieri a meno: Sicilia. Nemmeno Siciliano: Sicilia. Non quindi l’abitante di un’isola, ma l’isola stessa, nella sua interezza. Lui è la terra da cui proviene, e deve rassegnarsi perché i soprannomi sono come la carta moschicida: più cerchi di staccarteli di dosso, più ti restano appiccicati.

Lo stile che usa Alajmo è molto particolare e risulta gradevole. Innanzitutto la storia comincia dalla fine, quando Calò ormai quindicenne cammina per una strada di campagna con un ragazzino più piccolo, Kevin, che è il figlio di Franco e della moglie Helena, ungherese. E poi mi è piaciuto molto l’inserimento di alcuni brevissimi capitoli che ricordano le scene veloci di un film, costituiti da brevi frasi i cui soggetti sono i nostri personaggi e che sono dei chiari sunti veloci di quello che succede negli anni e su cui l’autore non vuole soffermarsi più di tanto: Calò che impara a gattonare. Franco che s’iscrive a un corso serale di spagnolo. Mela che si rifiuta di iscriversi al corso serale di spagnolo.

Insomma, io ve lo consiglio. Buona lettura!

Titolo: Carne mia
Autore: Roberto Alajmo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 296
Prezzo:  16 €
Editore: Sellerio


Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, dal 2013 dirige il Teatro Biondo di Palermo. Tra i suoi libri: Notizia del disastro (2001), Cuore di madre (2003), Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo (2004), È stato il figlio (2005), da cui è stato tratto nel 2012 l’omonimo film diretto da Daniele Ciprì, Palermo è una cipolla (2005), L’arte di annacarsi (2010), Carne mia (2016), L’estate del ’78 (2018).


Il menu della settimana di #BlogNotesMaggio:

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Un’altra occupazione | Joshua Cohen

A quanto pare aveva fatto un errore di calcolo a pensare
che lasciando Israele avrebbe potuto evitare Israele.

 

Tra una lettura e l’altra (veramente tante in questo periodo) sono riuscita a inserire un libro che mi aveva molto incuriosito quando ho ricevuto la newsletter di Codice. Si tratta di Un’altra occupazione di Joshua Cohen, uscito a fine aprile con una traduzione di Claudia Durastanti. La storia è quella di due ragazzi ebrei che hanno terminato i tre anni del servizio militare obbligatorio in Israele e, come fanno in tanti, hanno pensato di prendersi un anno sabbatico per cambiare aria, esplorare un po’ il mondo e disintossicarsi da un clima di disciplina ferrea. Uno dei due, Yoav, ha un parente della madre che vive a New York, David King, titolare di un’impresa di traslochi, e col suo amico Uri va in America a dare una mano allo zio che comunque è sempre in cerca di ragazzi che non abbiano grandi pretese in quanto a paga.

Il lavoro non era così diverso.
Si trattava sempre di entrare in una casa e perlustrare le stanze piano per piano. Alla ricerca di persone, di beni personali. Far evacuare le persone prima di eliminarne i beni personali.

Yoav e Uri sono convinti che lì sarà diverso, ma si renderanno conto che in fondo non è cambiato molto dalla loro esperienza nell’esercito: buttare giù porte, rubare oggetti, rompere mobili, sfrattare le persone. Qui Cohen inserisce, tra le righe, una riflessione sulla militarizzazione degli sfratti nell’America della crisi economica, ma rende la questione ancora più complicata aggiungendovi il problema dell’essere ebrei negli Stati Uniti, altra cosa per niente facile. Per loro, come per David King, le loro origini rappresentano quasi una sfida per quanto riguarda la vita in America, non riescono mai a sentirsi completamente integrati col resto della popolazione.

In Un’altra occupazione, l’autore però non racconta solo di Yoav, Uri e David King, ma approfondisce le storie di tanti altri personaggi che in un modo o nell’altro gravitano attorno a loro, inserendo anche moltissimi flashback che aiutano, pezzo per pezzo, a ricostruire una sorta di puzzle che alla fine ci porta alla domanda: quello del traslocatore è davvero un’altra occupazione rispetto a quello che abbiamo vissuto nell’esercito in Israele? Ma lo spunto di riflessione non è solo questo, bensì siamo portati a chiederci come, più in generale, chi è abituato a servire l’esercito, a sottostare a ordini e comandi, quasi, direi, a non avere una propria volontà, riesca a sperimentare la libertà. Come si reagisce? Come si fa a capire cosa si può fare e cosa no, soprattutto in un paese totalmente diverso dal tuo?

Alcuni ragazzi ci andavano giù pesante, irrompevano nelle case degli sconosciuti, smantellavano i mobili, portavano via i mobili, rompevano oggetti a caso per sbaglio, e anche non per sbaglio, facevano dei furtarelli insignificanti per caso, e anche non per caso, o sempre in maniera superficiale, scorticando i linoleum, lasciando tutto vuoto, lasciando tutto un casino: chi avrebbe detto che la vita sotto l’esercito lo avrebbe preparato per fare traslochi?
Il che significava che fare traslochi era… cosa? Un dovere? Una vocazione superiore? Un lavoro? Un’altra occupazione?

Cohen ha uno stile giovane, fresco e scorrevole, ma devo confessarvi che – per quanto giudichi positivamente il libro – non sono riuscita ad appassionarmi troppo alla lettura. Probabilmente è a causa dei tanti approfondimenti sui personaggi o per i flashback sparsi qua e là che, nei fatti, mi hanno un po’ fatto confondere e a volte fatto perdere il filo del discorso. Detto questo, è un libro che non può essere letto se non con molta attenzione, perché si rischia di non cogliere i collegamenti o, ad esempio, le similitudini tra le esperienze dei due ragazzi come soldati e traslocatori.

Buona lettura!

Titolo: Un’altra occupazione
Autore: Joshua Cohen
Traduttore: Claudia Durastanti
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 256
Prezzo: 18 €
Editore: Codice