Da “Viaggiatori nel freddo” di Sparajuri

Marina [Cvetaeva] ha attraversato il secolo sempre sull’abisso con il filo a piombo, con la vertigine. E forse è sbagliato rappresentarla con sembianze umane, meglio un quadro astratto di Suetin o di Malevič. O uno spartito musicale, che sbiadisce e scompare appena diventa suono. Un susseguirsi di note e annientamento. Oppure potremmo immaginarla come una macchia luminosa, un asterisco, un punto croce. Se le avessero chiesto consiglio, avrebbe sicuramente accettato la mia interpretazione, invece l’hanno fatta così, preferendo il classico monumento naturalista e psicologico. Il suo corpo adulto, piegato e immobile. Le ginocchia e i gomiti flessi. Le mani che sorreggono la testa grave, lo sguardo in basso. La vita che le rotola addosso come il macigno di Sisifo. Quando vediamo questo monumento dobbiamo fare un lungo respiro e immaginare che tutta la gravità del metallo si possa da un momento all’altro librare in un veloce passaggio d’ombre tra cavalli in fiamme e le piroette di un valzer.

[“Viaggiatori nel freddo”, Sparajurij,
Exòrma, 2015,
237 pp., 15,90 €]

 

15844693_10210554154401500_3499666303565243245_oLeggo Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura e mi accorgo quanto sia profonda la mia ignoranza per quanto riguarda la letteratura russa. Purtroppo, a parte qualche caso isolato, ho sempre avuto difficoltà con questi autori, perché li ho spesso giudicati troppo prolissi, troppo introspettivi e mi sono persa tra le loro parole. Con delle eccezioni, ripeto. Ma credo sia anche una questione di età in cui li si legge; devo riprenderne molti perché forse questo potrebbe essere il momento giusto. Chi può saperlo?
Ma nonostante queste mie difficoltà, lo scorso giugno, a Una marina di libri, ho voluto acquistare questo bel libro di Sparajurij che già dal titolo mi affascinava molto e che rappresenta un viaggio tra le vie di Mosca e sui treni notturni per esplorare i luoghi della grande letteratura russa. Il risultato è che, non solo mi sono innamorata di autori che non ho mai affrontato, ma che adesso mi è anche venuto il forte desiderio di andarci, in quei luoghi. Perché leggendo queste pagine è inevitabile che succeda, sembra quasi di incrociare questi personaggi per strada, di vederli passare mentre vivono le loro vite. Nello stralcio che ho condiviso con voi, nello specifico, si parla del monumento di Marina Cvetaeva, una grande scrittrice e poetessa russa che da tantissimo tempo mi affascina (insieme ad Anna Achmatova, anche lei “presente” nel libro) ma che purtroppo non ho affrontato se non a piccole dosi.
L’idea che Viaggiatori nel freddo è che per quanto siamo andati avanti nel tempo, per quanto gli autori citati non ci siano più, essi sono ancora presenti nella memoria e nelle vene di Mosca, anzi ne rappresentano quasi il cuore pulsante, perché ogni angolo della città sembra ricordarli e celebrarli. Ovviamente, poi, è molto più semplice “percepirli” quando si ha una cultura letteraria in quel campo come nel caso di Sparajurij, che è un nome unico che sta a rappresentare un collettivo di scrittori nato alla fine degli anni Novanta. A scrivere in questo volume sono Elisa Baglioni, che si dedica alla traduzione di narratori e poeti moscoviti contemporanei, e Francesco Ruggiero, fondatore di Sparajurij, che si occupa di letteratura russa contemporanea. Io, anche senza avere la loro esperienza, sono riuscita a seguire con grande trasporto il loro racconto di viaggio e ad appassionarmi alla lettura; questo per dirvi che non è detto che dobbiate essere dei grandi esperti per leggere Viaggiatori nel freddo.
Adesso non mi resta che andare a cercare tutto quello che di russo riesco a trovare e leggerlo!


Elisa Baglioni (1980) ha vissuto a Mosca per diversi anni. Si dedica alla traduzione di narratori e poeti moscoviti contemporanei.
Francesco Ruggiero (1977) è fondatore di sparajurij e redattore del periodico «Atti Impuri». Si occupa di letteratura russa contemporanea.
Sparajurij è un collettivo che nasce alla fine del secolo scorso per sperimentare ogni forma di “scrittura totale” integrando elementi diversi, verbali, visivi e performativi, della parola. Al video Un appunto importante è stato assegnato il primo remio al DoctorClip, Festival italiano di videoclip di poesia nato a Roma nel 2005. Dopo la raccolta di racconti .noibimbiatomici, edito da Celid nel 2001, pubblica prose e poesie su antologie e riviste letterarie.
Dal 2005 cura la collana Maledizioni, dedicata alle voci nuove della poesia italiana di ricerca e dal 2010 il luogo di scritture di Atti Impuri, proponendo testi inediti dei più originali scrittori e poeti italiani ed europei.

“La figlia sbagliata” di Raffaella Romagnolo

Riccarda è un nome orrendo, pensa. Da maschio.
Il nome di una che, come viene al mondo, è già sbagliata.

 

la-figlia-sbagliataQuando sei un lettore vorace non ti basta più un solo libro alla volta, quindi ne inizi sempre di nuovi e ti ritrovi ad averne tanti messi da parte e a dedicare un po’ di tempo ad ognuno di essi. Poi mettiamoci pure che a volte ci si trova immersi in letture di gruppo scandite da tappe; tappe che magari hai raggiunto in anticipo e pensi: ma non posso incastrare un libro piccolino in questi tre giorni che mi rimangono prima di iniziare la tappa successiva? Ebbene, questo è il motivo principale per cui qualche giorno fa ho letto La figlia sbagliata di Raffaella Romagnolo, edito da Frassinelli nel 2015 e candidato al Premio Strega 2016. Devo confessare che anche se non mi ha entusiasmato non è una cattiva lettura e che il vero senso di questo libro si riesce a cogliere più o meno dopo averne superato la prima metà.

La storia inizia quando Ines Banchero sta risistemando la cucina dopo aver cenato e suo marito Pietro Polizzi è seduto a tavola chinato sulla settimana enigmistica. Lei gli parla, ma lui come al solito non sembra essere molto preso dalle parole della moglie, solo che in quel particolare momento Pietro sta avendo un infarto e sta morendo. Ines ci mette un po’ prima di accorgersene, ma poi invece di chiamare aiuto o fare qualcosa decide di andarsene a dormire tranquilla. Non abbiate paura, questo non è il riassunto del libro, ma solo una premessa, gli avvenimenti narrati nel primo capitolo e da cui poi parte una serie di flashback e spiegazioni che ci aiuteranno a capire meglio perché Ines si sia comportata così.

Pietro e Ines sono sposati da quarantatré anni, ma sono insieme da quarantacinque, hanno avuto due figli, Vittorio e Riccarda, che hanno preso strade diverse e hanno fatto scelte non sempre approvate dai genitori. Vittorio è il figlio perfetto, bellissimo, sempre educato, bravo a scuola, primo ai campionati di nuoto, eccellente all’università e nel lavoro; Riccarda, invece, è tutto il contrario: ribelle, non bella come il fratello, in continuo contrasto soprattutto con la madre, desiderosa di fare teatro e di andare a vivere da un’altra parte (praticamente l’ha cresciuta la zia, più che i suoi). Se i due ragazzi hanno un legame fortissimo, speciale e ognuno è cosciente di cosa viva l’altro, il rapporto che hanno coi genitori è diverso per entrambi: Vittorio è letteralmente soffocato di attenzioni dalla madre che si occupa perfino di preparargli il pranzo del giorno dopo prima che lui vada al lavoro, mentre Riccarda viene continuamente criticata e abbandonata a se stessa. Il padre, Pietro, invece, è camionista, sempre in giro, e non c’è mai.

Quella che la Romagnolo ci descrive è l’infelicità di cui è pervasa la famiglia Polizzi: ognuno dei suoi membri vive la sua insoddisfazione in maniera diversa. Uno non si sente libero ma sempre legato alle attenzioni e alle aspettative di una madre troppo affettuosa, un’altra vorrebbe affetto ma affronta la vita da sola, uno non c’è mai, e un’altra si sente bloccata dalle convenzioni sociali e da un’esistenza che forse le sta stretta ma in cui non le è mancato quasi nulla. Fin dall’inizio la figura di Ines appare insopportabile, specie durante la descrizione dell’infanzia di Vittorio e Riccarda, quando adorava un figlio e lasciava da parte l’altra, la figlia sbagliata. Ma, come ho detto in precedenza, tutta la prima parte trova la sua spiegazione nella seconda, dopo un avvenimento tragico che coinvolge tutta la famiglia e che aiuta a capire meglio il comportamento di tutti i suoi membri.

La figlia sbagliata è il racconto di una famiglia e dei suoi legami: quello di un marito e una moglie che quasi non si parlano più ma continuano a vivere insieme perché così hanno sempre fatto; quello di una madre che dà troppo amore ad un figlio senza lasciarlo libero di vivere la propria vita come vorrebbe ma facendogli desiderare una libertà assoluta; quello di una madre che quasi non tollera la figlia e che non le dà lo stesso affetto che riserva al fratello.
Si tratta di un libro drammatico che però non mi ha coinvolta troppo, cioè non sono arrivata a lasciarmi trasportare dalla tristezza della famiglia Polizzi, a non staccarmi dalle pagine. Non si è rivelato abbastanza potente per me, ma sono stati in tanti ad osannarlo, quindi vale comunque la pena leggerlo.

Buona lettura!

Titolo: La figlia sbagliata
Autore: Raffaella Romagnolo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 170
Prezzo: 15 €
Editore: Frassinelli

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota


Raffaella Romagnolo, nata a Casale Monferrato nel 1971, vive a Rocca Grimalda con il marito. Ha scritto L’amante di città(Fratelli Frilli, 2007) e, per Piemme, La masnà (divenuto anche uno spettacolo teatrale) e Tutta questa vita (finalista al Premio Peradotto). http://www.raffaellaromagnolo.it

In breve: “Festa mobile” di Ernest Hemingway

La Parigi dei bei tempi andati,
quando eravamo molto poveri e molto felici.

 

15844518_1829648237248761_1310775110420641189_oSono già diversi giorni che ho finito di leggere Festa mobile di Ernest Hemingway, ma non sono riuscita a parlarvene perché onestamente non so da dove cominciare. Questo è uno dei motivi per cui, alla fine, ho scelto di farlo “in breve”: ci sarebbero milioni di cose da dire ma, di contro, si tratta del mio autore del cuore e quindi l’emozione, ogni volta che lo leggo, mi travolge e il cervello va in pappa. Balbuzie mentale, vorrei chiamarla. Ad ogni modo, proviamoci.
Hemingway cominciò a scrivere questo libro nell’autunno del 1957, quando si trovava a Cuba, se lo portò in giro nei suoi vari spostamenti e lo concluse nella primavera del ’60, di nuovo a Cuba. In esso troviamo brevi stralci della sua vita a Parigi tra il 1921 e il ’26, da quando, cioè, si era da poco sposato con la sua prima moglie Hadley fino a quando arrivarono i ricchi (leggi Pauline Pfeiffer, quella che divenne la seconda moglie).

Ogni capitolo è dedicato a una situazione o a una persona importante che ha conosciuto durante il suo soggiorno francese o che comunque ha avuto una certa influenza sulla sua vita. Parliamo di Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda (sembra che Ernest fu il primo ad accorgersi dei suoi problemi mentali), Ford Madox Ford e, soprattutto, Gertrude Stein. La signorina Stein, che all’epoca trascorreva la sua vita in libertà con “l’amica che all’epoca viveva con lei”, è stata una figura di riferimento per moltissimi artisti che hanno chiesto spesso i suoi consigli per capire che strada seguire con la loro opera, ed è quella che rivolse ad Ernest in particolare la frase: «Siete tutti una generazione perduta» (anche se poi è stato affermato che la frase fu presa in prestito dal proprietario del garage che si occupava dell’auto della Stein). E quella fu davvero una generazione perduta, una generazione di scrittori che bevevano grandi quantità di alcool, che spendevano i propri soldi per viaggiare e vivere emozioni forti e facevano tutto ciò per combattere il vuoto che minacciava le proprie vite. Una generazione tragica di cui troviamo i maggiori rappresentanti in Festa mobile.

Sapevo ormai che ogni cosa buona o cattiva quando veniva a mancare lasciava un senso di vuoto. Ma se era cattiva il senso di vuoto spariva da sé. Se era buona l’unica cosa da fare per riempire quel vuoto era trovarsi qualcosa di meglio.

Quello che emerge da questi racconti personali è Ernest nella sua spontaneità, nella sua vita vera, non filtrata dai personaggi dai nomi inventati dei romanzi. Il suo amore per Hadley, per il piccolo Bumby, la preoccupazione di avere pochi soldi e di non avere qualcuno che gli pubblicasse i racconti, i momenti di sconforto, i consigli degli amici e della sua mecenate, la confusione scatenata dall’arrivo dei ricchi che ti conquistano con i loro soldi e le loro promesse. Sembra quasi che fino a quel punto Hemingway cercasse una vita fatta di gioie autentiche e pure, che se la sia fatta sfuggire e che poi si sia consumato per il resto della sua esistenza nella più totale infelicità (fino al momento in cui non è stato più capace di “combattere”).
Festa mobile è stato pubblicato circa tre anni dopo la morte di Ernest Hemingway, nel 1964, e non è etichettabile semplicemente come un libro di ricordi. È molto di più: è la testimonianza di un’epoca, di uno stato d’animo, del cuore vero di un uomo che poi non è più tornato.

Buona lettura!

Titolo: Festa mobile
Autore: Ernest Hemingway
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere:
 Autobiografico
Anno di pubblicazione:
 1964 (2013 questa edizione)
Prezzo: 9 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Oggi disegneremo la morte” di Wojciech Tochman

9788889767573_0_0_1609_80Come vi avevo accennato nel post precedente, il primo libro che ho letto in questo nuovo anno è stato Oggi disegneremo la morte (Keller editore), che ho ricevuto in dono durante la serata organizzata dalla libreria Modusvivendi. Io sono una persona che ha bisogno di emozioni forti, nella vita come nella lettura, e che non riesce a farsi coinvolgere da qualche parolina carina messa a caso, ma vuole roba che abbia una certa sostanza; per questo motivo già da un po’ di tempo andavo chiedendo in giro titoli di libri drammatici o che comunque tenessero incollati alle pagine e fossero particolarmente coinvolgenti. Il caso ha fatto la sua parte e il libro giusto è caduto nelle mani giuste, infatti ho iniziato il 2017 col botto.
Quello che ho letto è un reportage di Wojciech Tochman – reporter, scrittore e direttore dell’Istituto Polacco di Reportage di Varsavia – sul genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994 e delle conseguenze che ne sono derivate sulla popolazione.

Ora, io nel ’94 avevo cinque anni e quindi non è che fossi particolarmente informata di ciò che mi accadeva intorno, ma sono convinta che, come avviene in questi casi, molto sia stato taciuto. Adesso che ho letto questo libro e che, per ovvi motivi, mi sono documentata un po’ (almeno per capire di cosa stessimo parlando), mi viene da dire che ci sono tante cose che non sappiamo e di cui non parliamo, e che quando pensiamo a genocidi o a massacri ce ne viene in mente sempre e solo uno. Senza togliere importanza a quello, beninteso.
Ma quello in Ruanda nel 1994 sembra sia stato uno degli episodi più sanguinosi e barbari avvenuti in Africa nel ventesimo secolo. In un periodo di circa cento giorni, dai primi di aprile alla metà di luglio, vennero massacrate in diversi, atroci modi, circa un milione di persone principalmente di etnia Tutsi, anche se poi furono coinvolti anche alcuni Hutu. La motivazione principale, quella che si considera scatenante, fu l’odio tra queste due etnie, la prima delle quali era composta da allevatori e rappresentava il 20% della popolazione, mentre la seconda da agricoltori.

Tochman, che in questo libro alterna racconti a testimonianze dirette di sopravvissuti o parenti delle vittime, ci fa capire senza addolcire la pillola che cosa furono costretti a vivere gli abitanti del Ruanda in quel periodo. Ho letto cose che non avrei potuto mai immaginare, atrocità che non pensavo potessero venire in mente neanche alla mente più contorta e subdola che possa abitare questo pianeta. A parte la totale mancanza di rispetto e considerazione nei confronti delle donne, che comunque non sembra ancora essere stata superata in molte parti del mondo, in Ruanda molti ragazzini sono stati costretti ad assistere allo stupro delle loro madri, c’è chi è stato sventrato e lasciato agonizzante con gli intestini che fuoriuscivano, ad altri sono stati cavati gli occhi e perforati i timpani. Per non parlare della grandissima percentuale di donne che magari si sono salvate, sì, ma che ovviamente hanno contratto malattie come l’AIDS e hanno tentato il suicidio per questo e altri motivi correlati. Per non parlare dei bambini.

Thierry Ishimwe, nove mesi. Nella foto è steso su un lenzuolo a fiori. Ucciso con un colpo di machete tra le braccia della madre.
(…)
David Mugiraneza, dieci anni, nella foto indossa una camicia bianca con il colletto rigido. Appoggia il mento sulla mano, ha l’aria da intellettuale. Sognava di diventare medico. Seviziato a morte.
Ariane Umutoni, quattro anni. Una coltellata in mezo agli occhi.
Fillette Uwase, due anni. Sfracellata contro un muro.

Ma l’autore non riporta solo le parole o il ricordo delle vittime, dei sopravvissuti, di medici, infermieri o sacerdoti che lavoravano in quelle zone. Ci sono anche le testimonianze degli stupratori, di quelli che sono stati i carnefici che senza alcuna dignità (ma come potrebbe averne gente del genere?) sostengono che sono le vittime ad essersi inventate delle storie assurde per incastrarli, o che non era colpa loro, che non hanno fatto niente. Questo mentre sono rinchiusi dietro le sbarre. Da qualche parte – ma ho dimenticato di segnare il punto preciso e adesso è difficile ritrovarlo – ho letto che certi atti li compie chi non ha alcun rispetto per la vita; aggiungerei che questo rispetto manca non solo nei confronti delle vite altrui, ma perfino per la propria.

Per me Oggi disegneremo la morte è stato una lettura importante che mi ha aperto gli occhi su qualcosa di cui avevo solo sentito parlare, ma capisco che per molti possa essere un po’ forte, sia per il tema trattato che per la crudezza di certe “scene” (uso questo termine perché nonostante non ci sia nulla di visivo è impossibile non vedere queste cose nella propria mente). Se invece siete curiosi e forti, leggetelo, perché vi può arricchire, vi può insegnare tanto. Davvero.

Buona lettura!

Titolo: Oggi disegneremo la morte
Autore: Wojciech Tochman
Traduttore: Marzena Borejczuk
Genere:
 Reportage, Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 232
Prezzo: 15,50 €
Editore: Keller

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

2016 in books

Eccoci arrivati al nuovo anno! Avete passato bene le feste fino ad ora? Avete ricevuto libri per Natale? Ditemi, ditemi. A me un’amica ha regalato Cuore di tenebra di Conrad in versione Ro.Ro.Ro – praticamente le edizioni Clichy hanno stampato alcuni romanzi non come se fossero libri, ma sotto forma di giornale. Poi ricordate l’evento bellissimo che ha organizzato la mia libreria di fiducia? Ecco, il libro misterioso che il caso mi ha assegnato è Oggi disegneremo la morte di W. L. Tochman, che sto già leggendo e vi racconterò nei prossimi giorni; per il momento vi dico solo che avevo bisogno di un libro forte e l’ho avuto. Ma di romanzi ne ho anche regalati: alla mia carissima amica (quella che mi ha fatto il regalo di cui sopra) ho preso Stoner di John Williams (Fazi), un romanzo che io ho amato follemente e che spero possa amare anche lei, e a mia madre – che non è una mangialibri come me ma ogni tanto si lascia prendere – Benedizione e Canto della pianura di Kent Haruf (NN editore). Sì, solo i primi due perché Crepuscolo ce l’avevamo già cartaceo (gli altri li avevo letti in ebook). Pare che Benedizione l’abbia già conquistata.
Buoni propositi non ne abbiamo, a parte quello di evitare di prendere sòle. Quest’anno sono stata già molto più selettiva dei precedenti, posso solo migliorare, perché voglio dedicarmi solo a letture strepitose, niente baggianate adesso. Ma la fregatura è sempre dietro l’angolo, quindi bisogna stare attenti.

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Nell’anno che si è appena concluso ho letto 86 titoli, meglio dell’anno scorso, in cui ero arrivata a 73. E ho macinato almeno tremila pagine in più. Ma ecco, ho letto davvero di più perché mi sono dedicata anche a romanzi molto lunghi, non sono tutti libriccini.
In questo 2017 voglio affrontare libri che ho tenuto fino a questo momento da parte e rileggerne altri che mi hanno già colpito molto e che ho necessità di riprendere. Dovrò dedicarmi al Purgatorio, perché il 2016 è stato l’anno dell’Inferno dantesco, e chissà, magari leggere anche I promessi sposi, le novelle di Verga o di Pirandello (che tengo da parte perché a scuola mi sono state imposte e sento il bisogno di tornarci da sola).
Comunque, avremo tantissimi nuovi libri da affrontare insieme, anche per quanto riguarda #LeggoNobel, il progetto che mi dà molte soddisfazioni!

Ho abbandonato un solo libro: Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci. Io proprio non ce l’ho fatta. Non sto dicendo che sia brutto, perché raramente mi trovo a dire cose del genere, ben sapendo che tutto è soggettivo, ma forse non faceva per me.
Qui di seguito vi riporto tutta la lista dei libri letti quest’anno (in cui non ho inserito I capelli di Harold Roux, che ho messo da parte per il momento) in cui vi segnalo i migliori dieci. Sottolineo che quelli non evidenziati mi sono piaciuti pure molto, ma quelli in grassetto mi hanno toccato il cuore.
Innanzitutto Diego De Silva è stato una piacevole scoperta, Terapia di coppia per amanti è un libro divertentissimo che analizza il rapporto tra due amanti momentaneamente in crisi e che, se ne avete bisogno, vi farà fare tante risate. Ruggine, di Anna Luisa Pignatelli, invece, è un breve romanzo che mi ha fatta innamorare e che ho consigliato a tutti – e ho fatto bene perché lo hanno adorato quanto me -, ma non leggetelo se vi dedicate solo a cose allegre, perché è parecchio triste. Per questo mi è rimasto nel cuore. Kent Haruf lo trovate menzionato una volta sola, ma in rappresentanza di tutta la Trilogia della pianura; col suo stile asciutto ma coinvolgente, questo autore mi ha fatta sorridere, piangere e arrivare addirittura ai singhiozzi (io, che di solito ho bisogno di roba forte per reagire). I tre libri sono accomunati da qualche personaggio e dalla stessa ambientazione, la polverosa cittadina di Holt, in Colorado, sfondo di tante vicende ordinarie ma allo stesso tempo non eclatanti. Poi c’è Buzzati, ma perché l’ho letto solo adesso? Un amore è stato la scintilla che mi ha steso, mi ha fatto capire che questo autore lo amerò molto anche con altre sue opere. Neve, cane, piede di Claudio Morandini è un altro libro che vi consiglio vivamente di leggere; è la storia di un uomo avanti negli anni che vive, solitario, in un pizzo di montagna e non ci sta più tanto con la testa, proprio a causa della solitudine che lo ha ridotto così. Un romanzo che appassiona, perché non si può fare a meno di mettersi nei panni del protagonista e provare sulla propria pelle la sua confusione.
Altra saga a cui mi sono appassionata: I Cazalet, di Elizabeth Jane Howard, di cui ho letto solo i primi tre volumi pubblicati finora in Italia. È la storia di una famiglia inglese dall’inizio del Novecento in poi, raccontata con grande delicatezza e incisività da un’autrice di cui prima o poi leggerò tutto. Le serenate del Ciclone, un romanzo di Romana Petri che ho letto quando ho fatto parte della giuria dei lettori forti per l’assegnazione del premio SuperMondello e che ho letteralmente adorato; l’autrice parla di suo padre, Mario Petri, e analizza il suo rapporto con lui. Ma ho letto anche molti racconti, tra cui Il paradiso degli animali di David James Poissant, che ho anche incontrato di persona e ho scoperto essere una persona simpaticissima. Non poteva mancare una biografia su Hemingway, Hemingway in love. His own story, in cui Hotchner, come in una chiacchierata fra amici durata anni, si fa raccontare da Ernest il suo rapporto con le quattro mogli e di quale di queste fosse realmente innamorato. Infine Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, con cui ho chiuso il 2016, un libro delicato ma che fa riflettere tantissimo sui muri che ci costruiamo da soli e sulle occasioni perse.

  1. I tre moschettieri di Alexandre Dumas
  2. Il libro della giungla di Rudyard Kipling
  3. Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes
  4. L’accademia dei sogni di William Gibson
  5. Terapia di coppia per amanti di Diego De Silva
  6. Fahrenheit 451 di Ray Bradbury
  7. Storie della guerra di Spagna. La quinta colonna di Ernest Hemingway
  8. Macbeth di William Shakespeare
  9. Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey
  10. Amleto di William Shakespeare
  11. Troppa felicità di Alice Munro
  12. Mancarsi di Diego De Silva
  13. Domani nella battaglia pensa a me di Javier Marías
  14. I gatti non hanno nome di Rita Indiana
  15. Historias de cronopios y de famas di Julio Cortázar
  16. Ruggine di Anna Luisa Pignatelli
  17. La sorella cattiva di Véronique Ovaldé
  18. Fontamara di Ignazio Silone
  19. Bella era bella, morta era morta di Rosa Mogliasso
  20. La metà di niente di Catherine Dunne
  21. Lo straniero di Albert Camus
  22. Il sesto giorno di Rosanna Rubino
  23. Io sono Kurt di Paolo Restuccia
  24. La scomparsa di Patò di Andrea Camilleri
  25. Benedizione di Kent Haruf
  26. Maestro Utrecht di Davide Longo
  27. Premessa per un addio di Gian Luca Favetto
  28. Nudi e crudi di Alan Bennett
  29. L’offesa di Ricardo Menéndez Salmón
  30. L’Inferno di Dante Alighieri
  31. Il professore di Charlotte Brontë
  32. Auto da fé di Elias Canetti
  33. Le cose dell’orologio di Mario Borghi
  34. Canto della pianura di Kent Haruf
  35. Un amore di Salinger di Frédéric Beigbeder
  36. Azione e reazione di Marco Malvaldi
  37. Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau. Riflessioni sul suicidio di Madame de Staël, a cura di Livio Ghersi
  38. La leggenda di Redenta Tiria di Salvatore Niffoi
  39. Crepuscolo di Kent Haruf
  40. Un amore di Dino Buzzati
  41. Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis
  42. All my puny sorrows di Miriam Toews
  43. Le cose che restano di Jenny Offill
  44. La provincia dell’uomo di Elias Canetti
  45. Il gatto venuto dal cielo di Hiraide Takashi
  46. In cammino con Stevenson di Tino Franza
  47. Il telefono senza fili di Marco Malvaldi
  48. Il gioco del panino di Alan Bennett
  49. Bellezza e tristezza di Yasunari Kawabata
  50. Sul soffitto di Éric Chevillard
  51. Come ti scopro l’America di Emanuela Crosetti
  52. Sono Dio di Giacomo Sartori
  53. Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (ABBANDONATO)
  54. Senza pelle di Nell Zink
  55. Dalle rovine di Luciano Funetta
  56. La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata
  57. Baudolino di Umberto Eco
  58. Neve, cane, piede di Claudio Morandini
  59. La solitudine del lupo di Jodi Picoult
  60. I quarantanove racconti di Ernest Hemingway
  61. Gli anni della leggerezza (La saga dei Cazalet vol. 1) di Elizabeth Jane Howard
  62. Luce perfetta (Trilogia dei Chironi vol. 3) di Marcello Fois
  63. Il tempo dell’attesa (La saga dei Cazalet vol. 2) di Elizabeth Jane Howard
  64. Le serenate del ciclone di Romana Petri
  65. Il paradiso degli animali di David James Poissant
  66. Fervore di Emanuele Tonon
  67. L’urlo e il furore di William Faulkner
  68. Italia di Fabio Massimo Franceschelli
  69. Il gioco del mondo di Julio Cortázar
  70. Savage Lane di Jason Starr
  71. Confusione (La saga dei Cazalet vol. 3) di Elizabeth Jane Howard
  72. Stirpe (Trilogia dei Chironi vol. 1) di Marcello Fois
  73. Hemingway in love. His own story di A. E. Hotchner
  74. Faber di Tristan Garcia
  75. Artico nero di Matteo Meschiari
  76. Sylvia di Leonard Michaels
  77. Essere senza destino di Imre Kertész
  78. Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo
  79. Devadasi di Daniela Bevilacqua
  80. Oggetti solidi di Virginia Woolf
  81. Kambo e Iboga di Giovanni Lattanzi
  82. La femmina nuda di Elena Stancanelli
  83. Il libro di Natale di Selma Lagerlöf
  84. Applausi a scena vuota di David Grossman 
  85. Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro

Buone letture e buon 2017 a tutti, amici!

“Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro

15665678_1825339571012961_331241896921654051_nDopo tanto tempo ho finalmente avuto l’occasione di leggere un libro che era nella mia lista desideri da non so quanti anni. Me lo ha regalato Martina, grazie ad una nuova edizione del giochino organizzato da Maria di Scratchbook che l’anno scorso ha portato tra le mie mani Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis. Quello di cui vi parlo oggi è un libro di cui v’innamorate già dal titolo, com’è successo a me, e con il quale poi, durante la lettura, cadete proprio fulminati: Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, da cui è stato tratto anche un bellissimo (mi dicono, io devo ancora vederlo) film con Anthony Hopkins ed Emma Tompson.
È la mia ultima recensione del 2016 e anche l’ultima lettura, dato che non penso di riuscire ad iniziare qualcosa di nuovo tra oggi pomeriggio e domani, perché ultimamente sono davvero una trottola, vado sempre di corsa e tento di godermi la fine di quest’anno che è stato un po’ disastroso per tutti.

Il signor Stevens è un maggiordomo d’altri tempi, uno di quelli con grande dignità e professionalità che nel 1956 ormai non esistono quasi più in Inghilterra. Ha lavorato per molti anni al servizio di Lord Darlington e adesso si trova nella stessa casa, che però è stata comprata (tutta, parte della servitù compresa) dall’americano Mr. Farraday. Quest’ultimo decide di fargli un regalo: dovendo andare fuori, gli consiglia di farsi un viaggio e di svagarsi. Allora Stevens, un po’ titubante, accetta e parte con la Ford del padrone verso la Cornovaglia, attraverso la campagna inglese. Il viaggio, però, se in un primo momento è fisico, poi si trasforma in un’esplorazione della sua anima, diventa interiore perché il maggiordomo inizia a rielaborare il suo passato, le scelte che ha compiuto, quello che gli è mancato e, complice anche la solitudine durante il cammino, realizza che forse non è stato felice.

Stevens è un uomo tutto d’un pezzo, uno che si è sempre comportato come se fosse totalmente anaffettivo, mettendo da parte le proprie preoccupazioni e i propri desideri perché nulla ha mai dovuto infastidire o intralciare la vita familiare dei suoi padroni. Così facendo, quando suo padre è spirato lui non è potuto salire a dargli l’ultimo saluto perché era richiesto nella camera di lord Darlington, quando Miss Kenton ha fatto di tutto per fargli capire che si stava sposando ma era lui che voleva non ha battuto ciglio e l’ha lasciata andare via facendole le congratulazioni, quando gli ospiti del padrone hanno tentato spudoratamente di sbeffeggiarlo non ha fatto altro che incassare e non replicare. Insomma, ha preso alla lettera l’espressione “hanno il coltello dalla parte del manico e devo obbedire”, anche se nessuno gli ha mai detto di comportarsi così. In realtà è sempre stato lui ad avere una visione estrema della dignità, qualcosa su cui torna spesso a riflettere e di cui dibatte in più punti con altri personaggi. Questa dignità viene perfino definita come “non togliersi i panni di dosso in presenza di altre persone”, nel senso di non dover mai dare a nessuno la possibilità di vedere chi siamo, di vedere il nostro dolore, le nostre emozioni o i nostri crolli.

Capirete bene che Stevens, anche se non lo sa, è pieno fino all’orlo di rimpianti e alla fine del suo viaggio, fatte tutte le considerazioni del caso – si accorge realmente che poteva avere una vita migliore e che ha perso tanto – si pone la domanda fondamentale: è troppo tardi per cambiare vita oppure ormai sono rimasto incastrato in questa esistenza, in questa gabbia di ghiaccio che mi sono costruito da solo?
Chiaramente questa riflessione è portata all’estremo, ma siamo spesso in tanti a trovarci bloccati in una condizione e non riusciamo ad uscirne. Magari quando con qualcuno ci comportiamo in un certo modo e continuiamo a farlo perché ormai quello si è fatto quest’idea di noi e ne restiamo imprigionati. O quando crediamo che quel qualcuno si aspetti determinate cose da noi e le facciamo per compiacerlo.
Questo tormento interiore Ishiguro ce lo racconta con la delicatezza e la dignità (che ritorna sempre) di un maggiordomo inglese vecchio stampo a metà del Novecento. Ma mentre Stevens matura, anche il suo linguaggio cambia, quando racconta – in prima persona – le sue tappe e i suoi ricordi all’inizio è molto più duro e asettico, mentre man mano che si va avanti inizia a diventare più umano, scopre la sua interiorità.

Quel che resta del giorno è la storia di un uomo che per tutta la vita non ha fatto altro che reprimersi. Non sappiamo, effettivamente, se soffra per quello che si è precluso, conosciamo solamente il suo passato e le dinamiche del suo viaggio interiore, ma non possiamo arrivare a capire quanto in realtà gli sia mancato, dato che il suo carattere sembra aver compiuto danni irreparabili.
Buona lettura e soprattutto buon anno nuovo, pieno di buone letture e cose positive, che non guastano mai!

Titolo: Quel che resta del giorno
Autore: Kazuo Ishiguro
Traduttore: Maria Antonietta Saracino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1989 (2016 questa edizione)
Pagine: 280
Prezzo: 12€
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Briciole: “Il libro di Natale”, “Oggetti solidi”, “Applausi a scena vuota”

Premetto che so di essere pessima, ma in questo periodo sono più iperattiva del solito, faccio mille cose, la testa va per conto suo e non riesco a parlare bene e per esteso di ogni libro che leggo. Devo quindi ricorrere nuovamente alla rubrica Briciole per parlarvi delle mie ultime tre letture, purtroppo non come vorrei, ma è solo per darvi un’idea di quello che ho affrontato e per confrontarmi con voi qualora doveste conoscere questi libri. Mi dispiace moltissimo non riuscire a dire di più perché sono state tre letture veramente belle, un Nobel, un’autrice meravigliosa e quello che forse è il mio scrittore preferito. Ma c’è il Natale, i regali, l’anno che sta finendo (e voglio parlarvi adesso delle letture del 2016, senza sforare), io che ultimamente mi sono data alla pazza gioia e ho bisogno di divertimenti, quindi capirete che il tempo e la concentrazione scarseggiano. Ma andiamo al dunque.

lagerlofnatale1Il libro di Natale di Selma Lagerlöf è una raccolta di racconti che abbiamo scelto come ultima lettura di gruppo del 2016 su LeggoNobel. L’autrice ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1909 ed è stata la prima donna a ricevere questo riconoscimento. Questi racconti, che abbiamo finito di leggere praticamente in due giorni – perché il libro è davvero breve – sono un bel ritratto della Svezia di fine Ottocento / inizio Novecento e sembrano quasi delle favole. Quello che ha colpito molti di noi lettori è come abbia fatto la Lagerlöf a dare un’immagine così vivida e veritiera dell’infanzia quando lei era già più avanti negli anni. Per il resto l’atmosfera natalizia è al centro dei racconti, le famiglie che si siedono a tavola per la cena di Natale, i bambini che aprono i regali, il loro desiderio di trovare un libro sotto l’albero e soprattutto il budino di riso, di cui tocca trovare la ricetta perché sarà parecchio buono!
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 9 gennaio cominceremo a leggere Furore di Steinbeck)
DETTAGLI: Il libro di Natale, Selma Lagerlöf, trad. M. C. Lombardi, Racconti, Letteratura svedese, 120 pp., Iperborea 2012, 12,50 €, 4/5 stelline


cop_woolf-1Oggetti solidi di Virginia Woolf è un gioiellino pubblicato da pochissimo da Racconti edizioni, una casa editrice che non crede assolutamente che i racconti non vendano, e ha ragione. Questa è una raccolta di racconti e prose brevi della grandissima Virginia Woolf, che io amo molto nonostante abbia letto pochissimo, ma forse è più la sua figura, la sua personalità particolare ad affascinarmi da sempre. In ogni caso, sto cominciando a recuperare molte cose.
Questo è un bel libro corposo e io a parlare di racconti sono una frana perché vorrei raccontarveli tutti ma per ovvi motivi non posso. Emerge la personalità di una donna che spesso non è a suo agio con chi la circonda, che vede al di là delle cose a differenza degli altri e a cui sta stretto il sistema di convenzioni sociali dentro cui tutti, volenti o nolenti, siamo intrappolati. In alcuni punti il linguaggio può sembrare poco scorrevole, ma trovo che le traduttrici siano state molto fedeli allo stile della Woolf, quindi chapeau!
DETTAGLI: Oggetti solidi, Virginia Woolf, trad. A. Bottini e F. Duranti, Racconti, Letteratura inglese, 479 pp., Racconti edizioni 2016, 19 €, 4/5 stelline


15420932_10210331403072856_6089163744151106989_nApplausi a scena vuota di David Grossman, uno degli autori che amo di più e che vorrei vincesse il Nobel, ma dirlo sembra quasi una bestialità, perdonatemi. Volutamente non ho ancora letto tutti i suoi libri, voglio sapere che finito uno me ne resterà sempre almeno un altro da parte.
Questo è uno degli ultimi, è del 2014, e vede come protagonista Dova’le, un uomo che sta facendo un singolare spettacolo di cabaret a cui ha invitato un altro signore, Avishai, sua vecchia conoscenza. Lo spettacolo è particolare perché Dova’le sembra avere questioni irrisolte col passato e con quella persona in particolare, e nel suo monologo – in cui a volte tenta di coinvolgere il pubblico – non fa altro che dire grandi verità e snocciolare aneddoti sulla sua vita, come se dovesse dare spiegazioni o restituire qualcosa a qualcuno. Dova’le, tanti anni prima, ha vissuto una situazione angosciante, e a distanza di molto tempo non è ancora venuto a capo della questione, non riesce a trovare la verità o a ritrovare se stesso.
Come tutti i romanzi di Grossman, anche questo è contorto e intenso, e perciò meraviglioso a suo modo. Credo sia un autore che si ama o si odia, perché non penso ci possano essere vie di mezzo. Ti colpisce al cuore oppure no, ma è giusto che sia così.
DETTAGLI: Applausi a scena vuota, David Grossman, trad. A. Shomroni, Romanzo, Letteratura israeliana, 176 pp., Mondadori, 2014, 18,50 €, 4/5 stelline