“La tua presenza è come una città” di Ruska Jorjoliani

Avendo terminato la lettura dei Cazalet, facile facile, non ero mentalmente preparata a qualcosa di più tosto e che ha bisogno di più attenzione. Sto parlando di un libro che ho comprato a Una marina di libri lo scorso giugno e che, però, non è proprio un’ultima uscita, perché è stato pubblicato alla fine del 2015: La tua presenza è come una città di Ruska Jorjoliani, una giovane autrice georgiana al suo esordio che vive a Palermo. Devo dire la verità, avevo già sentito parlare tanto di questo libro, mi ricordo che erano state fatte varie presentazioni a cui purtroppo non avevo potuto partecipare, ma se ne era detto un gran bene e la curiosità mi era rimasta. Poi ci sono arrivata per vie traverse due anni dopo e me lo sono letto per bene.

La storia comincia quando, nel secolo scorso, due ragazzini della cittadina di Miroslav, Viktor e Dimitri, diventano grandi amici. Una volta cresciuti Viktor diventa ingegnere e Dimitri insegnante di letteratura russa. Un giorno, quest’ultimo, mentre sta facendo lezione in aula si ferma a guardare il ritratto di Lenin, lo stacca dal muro e lo lancia dalla finestra. Questo viene considerato un atto di grande tradimento dal partito e lui viene spedito ai lavori forzati in Siberia.

Afferrò allora la sedia più vicina, la trascinò e l’addossò alla parete; vi salì e sganciò il ritratto dal chiodo. Scese, andò alla finestra e l’aprì. I ragazzi seguivano attenti ogni sua mossa… con una spinta maldestra fece volare l’immagine di Lenin. Poi richiuse la finestra. Non ho mai capito cosa ci facesse in mezzo ai grandi scrittori, disse, voltandosi ai ragazzi che lo fissavano stupiti.

Il suo amico Viktor poi deciderà di portarsi a casa la moglie e il figlio di Dimitri, per aiutarli, in virtù del forte legame di amicizia che ha sempre avuto con lo sfortunato insegnante.
Viktor ha un figlio, Saša, che sarà bibliotecario e voce narrante del libro, e grande amico del figlio di Dimitri, Kirill, anche lui come il padre mandato in Siberia.

Saša, col suo stile ordinato e spesso schematico, ci racconta una storia che si dipana lungo tre generazioni in Russia, dall’inizio della rivoluzione sovietica in poi. Il racconto non si svolge in maniera lineare, il narratore ci fornisce documenti, ricordi, stralci di memorie passate (tutti uniti in un calderone di generi letterari diversi e qui sperimentati) che sono come pezzi di un puzzle da ricostruire per intero, compito che spetta a noi lettori. Questo è uno dei motivi per cui all’inizio ho detto che è un libro che necessita di attenzione e non uno di quelli da leggere presi dalle varie distrazioni. Almeno, per me è stato così, tanto che ci ho messo un po’ prima di decidermi a parlarne.
Lo sfondo è quello di una Russia oppressa dal socialismo, in cui gli individui sono tutti e nessuno contemporaneamente, una sensazione che provoca lo scatto di ribellione di Dimitri ma che Vitkor riesce a sopportare maggiormente (deve farlo, anche per il benessere della sua famiglia e di quella dell’amico).

Ruska Jorjoliani ha scritto in italiano un romanzo che sarebbe potuto benissimo essere russo, perché pieno di quelle atmosfere e, credo, degli strascichi lasciati dalla rivoluzione dell’inizio del secolo scorso. E lo ha fatto in italiano perché è la lingua della sua seconda patria, la Sicilia, che l’ha accolta quando aveva sette anni grazie ad un progetto organizzato dal comune di Palermo per ospitare i bambini che fuggivano dalla Georgia nel periodo della pulizia etnica, nei primi anni Novanta. Questo per tre mesi, perché poi è tornata in Georgia, ma da quel momento ha vissuto tra l’Italia e il suo paese (vi segnalo questo articolo per una piccola biografia dell’autrice).
In questo libro, per essere al suo esordio, Ruska Jorjoliani secondo me fa proprio il botto perché sembra che abbia già una grande maturità letteraria, oltre a una grande conoscenza – è chiarissimo leggendola – della letteratura in generale. Proprio perché, come ho sempre sostenuto, quando una persona scrive ma prima ha letto tanto si vede. Quindi ve lo consiglio, a patto che prestiate molta attenzione a quello che leggete.

Buona lettura!

Titolo: La tua presenza è come una città
Autore: Ruska Jorjoliani
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 169
Prezzo: 14 €
Editore: Corrimano

Giudizio personale: spienaspienaspiena


Ruska Jorjoliani è nata a Mestia (Georgia), nelle montagne del Caucaso, nel 1985, quando sul mappamondo esisteva ancora un enorme paese chiamato Unione sovietica. Nel 2007 si è trasferita a Palermo, dove due anni dopo ha vinto il suo primo premio letterario: “Mondello giovani Sms-poesia” (per i versi dedicati a Dino Campana), dove si è laureata in filosofia, e dove vive e studia tuttora.

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Intervista all’editore | Quattro chiacchiere con Alessio Cuffaro di Autori Riuniti

Poco tempo fa mi è capitato di leggere un libro di una casa editrice che ancora non conoscevo e ho letteralmente scoperto un mondo. A Una Marina di libri ho assistito alla presentazione di questo libro – Il battito oscuro del mondo di Luca Quarin, ma ne parleremo più avanti – e ho anche conosciuto uno degli editori-autori che fanno parte di Autori Riuniti, Alessio Cuffaro. Nei giorni successivi gli ho posto qualche domanda sulla loro realtà editoriale (molto interessante, adesso vedrete perché) e credo sia un ottimo modo per farla conoscere anche a voi che magari non li avete ancora incontrati sul vostro cammino di lettori.
Ecco qui l’intervista, allora, e buona lettura!

Quando e come nasce Autori Riuniti?
Autori Riuniti nasce come idea nell’agosto del 2015. Concretamente verrà alla luce nel maggio 2016, con le nostre prime uscite.
Nasce dall’esigenza che sentivamo, noi fondatori, di creare un progetto che rispecchiasse il nostro sentire comune riguardo la narrativa, il mondo editoriale e i libri e che ci permettesse di mettere a frutto la nostra lunga esperienza maturata negli anni nell’ambito editoriale. Siamo partiti da un’idea molto antica, in realtà: l’autore al centro del progetto, partecipe e responsabile dei processi che portano alla nascita dei libri della casa editrice. Autori Riuniti è quindi l’unica casa editrice interamente gestita da autori.

In base a cosa scegliete i manoscritti da pubblicare tra le varie proposte che vi arrivano?
Come recita uno dei punti del nostro manifesto, cerchiamo soprattutto storie, con vere trame, personaggi che “tengano”, che siano a tutto tondo, vicende che forse solo la letteratura riesce a raccontare. Queste storie devono essere raccontate con stile, con una voce unica e inconfondibile. Sappiamo che non è facile trovare manoscritti che rispondano a queste caratteristiche. Ma per noi la qualità del testo è tutto.

Come ci si divide il lavoro nella vostra casa editrice? Che regole vi siete dati?
Abbiamo un unico vincolo a cui ci atteniamo: nessun autore lavora al proprio testo, ma solo a quello degli altri. Altrimenti intermediazione culturale e qualità sarebbero compromesse.
Le mansioni vengono suddivise di volta in volta: lettura, correzione bozze, editing, grafica, comunicazione, promozione… Ogni autore partecipa alla nascita di un libro di un collega in modi sempre diversi. Noi tre soci fondatori invece abbiamo ambiti su cui ci concentriamo maggiormente.

Quante persone lavorano nel collettivo Autori Riuniti al momento?
Tre soci fondatori, diversi autori, alcuni già pubblicati, altri che pubblicheremo a breve, altri ancora che non pubblicano con noi ma partecipano al progetto perché lo trovano stimolante; abbiamo poi lettori amici, librai, giornalisti, recensori, blogger, semplici curiosi che si interessano, chiedono, propongono. Questo è l’aspetto più affascinante della nostra iniziativa: aver creato una vera casa (editrice) per tutti, aperta a chi voglia dare il suo contributo.

Nel manifesto riportato alla fine dei vostri libri c’è scritto che non avete definito norme tipografiche uniche per tutte le pubblicazioni. Perché?
Riteniamo che non sia l’uniformità nelle norme tipografiche l’elemento decisivo per creare un filo rosso tra i titoli delle collane. È semmai la qualità dei testi, la loro bellezza e originalità, a renderli riconoscibili. I nostri autori si devono sentire liberi di adottare le norme che meglio preferiscono, quelle che sentono più funzionali al loro libro.

Quanta importanza date al web (riviste online, blog, social network) affiancato al vostro lavoro editoriale? 
Tantissima: il web è oggi la vera piazza dove si parla di libri, si leggono in maniera condivisa, si consigliano, si recensiscono, si promuovono. La rete permette il contatto diretto coi lettori, impensabile tempo addietro, e ciò è molto stimolante. Per noi è fantastico conoscere lettori alle fiere o alle presentazioni e poi mantenere con loro un contatto tramite Facebook o Instagram, ricevere riscontri, complimenti e critiche che migliorano sempre il nostro lavoro.

Con che libro è partita la vostra avventura?
Con due titoli: Questo libro si può anche leggere, un’antologia di racconti di 10 scrittori contemporanei (tra cui Zardi, Morandini, Voltolini, Morozzi, Riba…) che è anche un manuale di scrittura, che utilizza i racconti come esempi per illustrare le varie tecniche narrative; e La distrazione di Dio, romanzo di esordio di Alessio Cuffaro che è alla seconda ristampa.

E qual è quello che vi ha dato più soddisfazioni fino ad ora?
L’ultimo uscito: Il battito oscuro del mondo di Luca Quarin. Perché è un libro formidabile, molto ben scritto e suggestivo, che racconta di un’America particolare con precisione e verità. Ma soprattutto perché è stato per noi il sogno (da editori) che si avvera: tra i tanti manoscritti che riceviamo, spesso purtroppo non all’altezza di una pubblicazione, a dicembre dell’anno scorso, troviamo questa perla. Pensavamo fosse uno scherzo di amici editori, tanto ci sembrava incredibile.

Che cosa è “la pagina in più”?
Una pagina che è presente in ogni libro e che è esclusivo appannaggio dell’autore: può riempirla come meglio crede, senza che gli editori mettano bocca. Finora è stata utilizzata per ringraziare, per dare spazio ad opere di altri autori, per inserire elementi della storia che non sono confluiti nel libro ma l’autore riteneva lo stesso di donare al lettore. È una delle varie peculiarità dei nostri libri, insieme al manifesto che illustra il progetto e alla numerazione delle nostre pagine che è decrescente, per segnalare immediatamente al lettore quanto manca alla fine della storia.

Che progetti avete per le prossime uscite?
In questi giorni stiamo definendo le uscite dell’autunno. Senza svelare troppo, possiamo dire che avremo libri d’esordio molto interessanti, aperti alla contemporaneità ma al tempo stesso perfettamente letterari, nonché un’opera collettiva che farà molto discutere…

Grazie mille ad Alessio Cuffaro per la disponibilità e a presto!

In breve: “Allontanarsi” (La saga dei Cazalet vol. 4) di Elizabeth Jane Howard

1497533588404879800727Finalmente sono riuscita a dedicarmi a un libro che aspettavo da tanto tempo, il quarto volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, e come c’era da aspettarsi l’ho divorato. Questa volta ho deciso di parlarne in breve perché si tratta comunque di una saga, non posso ripetere continuamente ciò che vale per tutti i volumi e non posso nemmeno dare dettagli sulla trama perché rischio di fare dei bruttissimi spoiler (la storia va sempre avanti e con essa i personaggi). Comunque, per chi volesse rinfrescarsi la memoria, qui ci sono la PRIMA, la SECONDA e la TERZA parte della storia. Adesso vi parlo un po’ della quarta.

Avevamo lasciato i nostri Cazalet a guerra ormai finita – siamo nel 1945 e c’è stato da poco lo sbarco in Normandia. Adesso li ritroviamo intenti a riorganizzarsi, a riprendere la vita normale che non conducevano da tanto tempo: ci sono, ancora per poco, i razionamenti di cibo, le tessere per il vestiario, e nessuno ha grandissime possibilità economiche. Gli adulti sono invecchiati, i bambini sono diventati ragazzi, le ragazze ormai giovani donne, qualcuno è tornato, qualcun altro non c’è più e la vita continua per tutti. È così che, come dice il titolo, ci si allontana, specialmente i più giovani prendono la loro strada, come Polly che ormai lavora come arredatrice, Clary che sta scrivendo un romanzo o Teddy a cui è stato affidato un impiego all’interno dell’azienda di legnami di famiglia. C’è qualche grande sconvolgimento, ma rientra tutto nell’ordine naturale delle cose: amori che finiscono e amori che nascono, vite che finiscono e vite che nascono.

Quello che però stupisce in questo quarto episodio della saga è il personaggio di Archie Lestrange che è entrato in sordina quasi all’inizio della storia come un vecchio amico di Rupert e adesso è diventato a buon diritto uno dei protagonisti principali, tanto che ci sono interi capitoli dedicati a lui e non appare solo in quelli relativi agli altri. È la spalla su cui piangere di tutta la famiglia Cazalet, un punto fermo, quello che, come figura, si è evoluto di meno nel corso della vicenda perché già all’inizio era quello saggio, intelligente e riflessivo della combriccola. Tutti, grandi e piccoli, si confidano con lui (perfino la Duchessa), gli raccontano i propri segreti coscienti del fatto che è come una botte di ferro. La differenza con le prime tre parti della storia, però, sta nel fatto che adesso Archie non è più una comparsa nelle storie altrui, ma ha preoccupazioni, desideri e sogni tutti suoi che verranno a galla piano piano, con la pacatezza che contraddistingue il suo carattere.

Mi sembra superfluo ribadire che il linguaggio della Howard è delicato, con una chiara impronta femminile e attento ai più piccoli dettagli. Allontanarsi – come il resto della saga di cui fa parte – è un libro facile, scorrevole, ma non per questo banale, anche se sembra che ogni libro sia più bello del precedente, come a creare un crescendo di emozioni che culminerà con l’ultima parte. Sono dell’idea che sia davvero semplice appassionarsi ai Cazalet e a una storia così tipicamente inglese (se vi piace quel genere). Adesso non vedo l’ora che esca il prossimo, ma ci sarà qualche mese da aspettare, mi dicono.
Nel frattempo buona lettura!

Titolo: Allontanarsi
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1996 (2017 questa edizione)
Pagine: 670
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Mia figlia, don Chisciotte” di Alessandro Garigliano e due chiacchiere con l’autore

Come molti di voi sapranno, ho alle spalle tanti anni di studio della letteratura da cui deriva un grande amore per il Don Chisciotte (letto sia in lingua originale che in italiano, e ne prevedo una rilettura a breve), che considero il romanzo per eccellenza, il libro più geniale che sia mai stato scritto. Evidentemente deve pensarla così anche Alessandro Garigliano, che da pochissimo ha pubblicato con NN editore Mia figlia, don Chisciotte, un libro che, come c’era da aspettarsi, mi ha conquistato e che sono contenta di aver letto per diversi motivi.
La storia è quella di un padre quarantenne che non ha il coraggio di dire alla propria bambina di tre anni di essere disoccupato e che quindi ogni mattina indossa il vestito elegante, quello del matrimonio, e finge di uscire per svolgere il lavoro di professore universitario. Ha una grande passione per Cervantes e finisce per interpretare la sua vita alla luce del Don Chisciotte: la figlia è una sorta di Alonso Quijano in miniatura e lui un povero Sancho Panza che la accompagna nelle sue strampalate avventure quotidiane (di cui si racconta nei vari capitoli). È uno strano Sancho il protagonista, però: spesso è combattuto, non sa se assecondare la fantasia della bimba o se riportarla coi piedi per terra, ricordarle i suoi obblighi e farle accettare la razionalità del presente. E vorrebbe proteggerla sempre, magari creando un bunkerino in cui possa non correre rischi.
Ma Mia figlia, don Chisciotte non è solo una raccolta di episodi familiari da cui emerge la tenerezza di un padre (e di una madre, personaggio secondario che poi, in realtà, tanto secondario non è) nei confronti della figlia; è anche un libro pieno di interessanti riflessioni letterarie su Cervantes e non solo, che sono davvero piacevoli da leggere perché la passione con cui Garigliano le ha scritte si percepisce in ogni pagina.

Dopo la lettura ho pensato di porre qualche domanda all’autore, siciliano come me (ma di Misterbianco, dalla parte opposta), che avevo già incontrato durante la presentazione del libro fatta qui a Palermo a fine aprile. Garigliano collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana e il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino. Ecco qui di seguito una breve intervista.

Da cosa (e quando) nasce la tua passione per il Don Chisciotte?
Da sempre, devo dire. Fino a una certa età ho vissuto con il mito del donchisciottismo, poi, non essendomi mai occupato di altro che di libri, il “Don Chisciotte” di Cervantes è subito diventato un testo totemico: l’origine del romanzo moderno. Paradossalmente ne ho rimandato per anni la lettura, quasi in soggezione, per potermelo godere al meglio accumulando quanta più esperienza possibile, sia letteraria che di vita. Ma non appena è arrivato il momento, non ho più smesso di leggerlo: mia moglie era incinta!

La gestazione di Mia figlia, don Chisciotte è stata lunga e travagliata?
Ho lavorato molto sul testo. Sono una personalità ossessiva, quindi cerco di curare ogni dettaglio. In questo libro, non avendo nessun punto di riferimento per quanto riguarda il genere, ho impiegato parecchio tempo per dare forma alla struttura e per rendere fluido il passaggio tra la parte saggistica e quella narrativa.

Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro?
Niente e tutto, direi. Se l’autobiografia è il genere più falso che esista, allora ho scritto un testo autobiografico.

Ah, Sancio, vorrei gridare, per quali ragioni ricerchi cause, indizi, motivi? Dobbiamo ravvederci, osare, annichilire la ragione inalberando anche noi tracotanza! Subito però mi sento di nuovo braccato dalla prudenza, dando ancora ragione a Sancio. Credo sia giusto accettare il presente per non covare un futuro di frustrazioni a mia figlia. È sempre meglio reprimere la parte utopica, nonostante continui malgrado tutto ad affiorare.

Gran parte dei genitori cerca di limitare la fantasia dei figli per tenerli legati alla realtà e farli restare coi piedi per terra. Il tuo protagonista/narratore, invece, spesso fa proprio il contrario: alimenta e incoraggia l’immaginazione della sua bambina. Quale credi che sia l’atteggiamento più corretto e perché?
Non so quale sia l’atteggiamento più corretto. Credo non esistano confini rigidi tra fantasia e realtà. Bruno Bettelheim diceva che le fiabe sono scritte in quel modo – con cattivi e buoni, tinte fosche, violenza e immaginazione – perché il mondo interiore dei bimbi è esattamente fatto in quel modo. E la stessa cosa possiamo dire dei miti: non sono che proiezioni di mondi interiori appartenenti da sempre all’essere umano. E ancora: quando di notte rielaboriamo ciò che abbiamo vissuto di giorno, con una grammatica totalmente diversa, non stiamo “fantasticando”, stiamo semplicemente continuando a interpretare la realtà.

La moglie del protagonista è una figura che parte un po’ in sordina ma acquista sempre più rilievo. Credi che anche lei possa corrispondere a qualche personaggio del capolavoro di Cervantes?
Per me la moglie è un personaggio centrale perché incarna sia don Chisciotte che Sancio Panza.

Mia figlia, don Chisciotte, oltre ai racconti familiari di unapadre, una madre e una figlia, raccoglie tante interessanti pagine di critica letteraria, non solo su Cervantes. Pensi che questo possa stimolare ulteriormente chi ti legge alla critica e che possa far scoprire Don Chisciotte a chi ancora non lo ha affrontato?
Ho iniziato a scrivere il mio testo perché esasperato da chi crede sia importante solo cosa c’è scritto in un libro, il contenuto della storia, senza porre la dovuta attenzione a come il libro è scritto. Per me, invece, non si dovrebbe trascurare niente: il contenuto, certo, ma anche la lingua, le coordinate temporali e spaziali, la trama (che non deve limitarsi a riprodurre lo svolgersi di percorsi di genere triti e ritriti, ma reinventarsi incessantemente), il montaggio eccetera. E allora, nel mio “Don Chisciotte”, ho provato a raccontare anche come è stato scritto il capolavoro di Cervantes: con quali intuizioni, improvvisazioni e rigore; e anche il modo in cui dialoga con i testi del passato e con quelli del futuro. Approfittando soprattutto del fatto che il “Don Chisciotte” di Cervantes è considerato da molti l’origine del romanzo moderno.

Leggendo il tuo romanzo viene da pensare che molte volte la vita e la letteratura si fondano fin quasi a coincidere. Sei d’accordo con chi dice, in fin dei conti, letteratura e vita sono un po’ la stessa cosa?
Su Letteratura e vita, in Mia figlia, don Chisciotte, ho scritto un intero capitolo (il quinto, intitolato: “Che tratta di mia figlia, Proust e Cervantes”). Non ho molto da aggiungere. Credo che dipenda da cosa si intenda per vita e cosa per Letteratura. Esistono libri mediocri, che somigliano alla più sconfortante quotidianità e vite talmente scontate da poterci scrivere romanzi di genere.

Grazie mille ad Alessandro Garigliano per la disponibilità e la gentilezza.
Buona lettura!

Titolo: Mia figlia, don Chisciotte
Autore: Alessandro Garigliano
Genere:
 Romanzo 
Anno di pubblicazione:
 2017
Pagine: 234
Prezzo: 16 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspiena

“Brighton” di Michael Harvey

Quanto tempo era che non leggevo un buon thriller? Non saprei. Di norma non è il mio genere prediletto (molto spesso gli autori finiscono per allungare troppo il brodo senza motivo), ma Brighton di Michael Harvey, pubblicato di recente da Nutrimenti, mi ha incuriosito perché ho visto che se ne diceva un gran bene. Quindi mi sono messa a leggerlo, anche se purtroppo in maniera molto lenta all’inizio perché stavo facendo un lavoro che mi ha un po’ fuso il cervello (che è anche il motivo per cui era da tanto che non scrivevo qui e, soprattutto, che non scrivevo cose più serie). Fortunatamente, poi mi sono lasciata andare e mi sono concentrata molto meglio, gondendomi il romanzo per come avrei dovuto.

Brighton è un sobborgo nord occidentale di Boston ed è una zona malfamata in cui regnano violenza e criminalità e dove in tempi meno recenti erano situati i macelli; qui sono ambientate le due parti da cui è composto il libro: 1975 e 2002. Kevin Pearce incontra per la prima volta Bobby Scales sulla riva di un fiume mentre sta uccidendo un cane che ha subito maltrattamenti per evitargli altre sofferenze. I due diventano amici e sarà proprio Bobby che nel 1975 “si prenderà cura” di Kevin quando, in seguito a un omicidio nel quale entrambi rimangono coinvolti, gli dice di andare via da Brighton e non tornare mai più. E così fa, infatti, Kevin, che nel 2002 è un giornalista investigativo di tutto rispetto a Boston e ha appena ricevuto la notizia, ancora ufficiosa, di aver vinto il Premio Pulitzer. Succede, però, che a Brighton viene uccisa una donna che in realtà era un’agente sotto copertura e Lisa, la ragazza di Kevin che si occupa delle indagini, chiede aiuto al giovane giornalista perché magari conosce luoghi e persone e può facilitare il suo lavoro. Ma purtroppo lui si troverà a fare i conti col passato, perché il caso si dimostrerà parecchio difficile e potrebbe riportare a galla vecchi ricordi e questioni irrisolte.

Brighton è un thriller che non ha niente di scontato e questo è il motivo principale per cui mi è piaciuto. In nessuna pagina, tranne in quelle finali, vi riesce di capire quale possa essere la verità che si cela dietro gli omicidi e gli strani avvenimenti che coinvolgono i personaggi. Questo perché Harvey segue principalmente il personaggio di Kevin, ignaro lui stesso di tante cose, manovrato da alcuni e protetto da altri.
Ma quello di cui parlo oggi non è solo un romanzo crime, è anche una storia di legami familiari e non, nello specifico su quello tra Kevin e Bobby e quelli tra Kevin e le sorelle. Non sempre i legami di sangue si dimostrano più forti degli altri, ci sono certe famiglie con tante mele marce, come quella dei Pearce in cui, come sosteneva la vecchia nonna, Kevin era l’unico brillante, l’unico che avrebbe fatto strada, mentre gli altri erano ordinari. È Bobby che tiene veramente al protagonista; è lui che lo manda via da Brighton quando potrebbe trovarsi nei guai per assicurargli un futuro; è sempre lui che, quando torna da giornalista nei suoi luoghi natali, nonostante tutti i suoi problemi lo protegge a sua insaputa. Ma, quando toccherà a lui, Kevin sarà in grado di ricambiare la sua protezione confermando ancora una volta la loro amicizia.

Lo stesso Michael Harvey è cresciuto a Brighton e probabilmente è per questo che gli è riuscito così bene raccontare la sua storia mettendosi nei panni di Kevin Pearce. Lui “conosce” le persone di cui parla nel libro; in un video dice: «Molti dei ragazzi con cui sono cresciuto hanno combinato cose meravigliose, altri a trent’anni erano morti o in galera». E in fin dei conti la vicenda gira tutta intorno alla diversità dei percorsi intrapresi da quelli che nel 1975 erano bambini e ora sono adulti: c’è chi è diventato qualcuno e chi non è riuscito a sfuggire alla miseria, al crimine e alla malavita e, anzi, ne è stato risucchiato.
Brighton è davvero un bel libro! Me lo aspettavo un po’, visto da chi mi era arrivato il consiglio, ma per me è stato una conferma del fatto che i thriller buoni ci sono e bisogna scovarli!

Buona lettura!

Titolo: Brighton
Autore: Michael Harvey
Traduzione: Nicola Manuppelli
Genere:
 Thriller
Anno di pubblicazione:
 maggio 2017
Pagine: 368
Prezzo: 19 €
Editore: Nutrimenti

Giudizio personale: spienaspienaspiena


Michael Harvey è autore di sette romanzi che hanno scalato le classifiche di vendita negli Stati Uniti. È anche giornalista investigativo e autore di documentari, attività per la quale ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui una nomination agli Oscar. È stato coautore e produttore della serie tv Cold Case Files, ottenendo una candidatura agli Emmy Award. Con Brighton si è consacrato come uno dei maggiori scrittori americani di thriller degli ultimi anni. I diritti cinematografici del libro sono stati acquistati dalla GK Films di Graham King, produttore di molti film di successo tra cui The Departed di Martin Scorsese, vincitore di quattro premi Oscar.

Briciole: “La più amata”, “Sconosciute”, “Pastorale americana”

Come altre volte, mi ritrovo a parlarvi brevemente di alcuni libri che per vari motivi non posso o non voglio recensire per bene. Sempre (almeno fino ad ora) a gruppi di tre, così non ci annoiamo e non lasciamo passare letture importanti senza dire almeno due parole. Vi spiego, comunque, di volta in volta, perché scelgo di dire così poco.

La più amata di Teresa Ciabatti è un libro uscito da poco per Mondadori e candidato al Premio Strega 2017. L’autrice, che è anche protagonista e io narrante, all’età di 44 anni (lo ripete fino allo sfinimento) decide di raccontare la storia di suo padre per capire chi fosse in realtà. Era un uomo ricchissimo, rispettato da tutti, un uomo che aveva contatti con gente influente e, chissà, forse anche rapporti con la criminalità, con la massoneria. Teresa ha una personalità molto fragile che sfocia in atteggiamenti aggressivi e presuntuosi e onestamente non riesco a capire (ma nemmeno m’interessa troppo) se questa sia la sua vera indole oppure se si sia creata un personaggio. Sembra voler dire di continuo: “sono una brutta persona, non posso farci niente e nemmeno m’importa”. Ad ogni modo, il libro è coinvolgente e alla fine il ritmo aumenta così tanto che ci sembra di precipitare nel vortice delle emozioni della protagonista. La Ciabatti non si sofferma mai sui grandi eventi, a lei interessa rovistare fra i ricordi privati, tra le piccole cose che possono aiutarla a trovare la verità.
Lo stile è moderno, sembra un lunghissimo sfogo scritto di getto e, sono sincera, non mi ha conquistato perché tendo a preferire una maggiore cura del linguaggio e del periodare.
Perché non voglio dire di più? Perché attorno a questo libro si è creata una polemica a cui non voglio prendere parte neanche indirettamente. Quando abbiamo smesso di parlare di libri e abbiamo iniziato ad attaccare e giudicare gli autori? Io, anzi, non volevo nemmeno parlarne ma ho pensato che due righe le meritasse comunque, giusto per dire che l’ho letto.
DETTAGLI: La più amata, Teresa Ciabatti, Romanzo, Letteratura italiana, 218 pp., Mondadori, 2017, 18 €, 2/5 stelline


Sconosciute di Patrick Modiano (Nobel 2014 per la letteratura) è il libro che abbiamo scelto come lettura del mese di aprile su #LeggoNobel. Si tratta di una raccolta di tre racconti uscita per la prima volta nel 1999 e tradotta da Paola Gallo per Einaudi. Questi testi hanno come protagoniste donne, appunto, sconosciute, che passano come meteore nelle vite altrui o di cui non importa troppo a nessuno. Avete presente quelle persone che non lasciano segni particolari durante il loro cammino? Ecco, queste donne non è che proprio si nascondano, è meglio dire che si mimetizzano. Sconosciute, perché Modiano non ce ne dice neanche il nome, queste ragazze si lasciano una parte della propria vita alle spalle e vanno alla ricerca di qualcos’altro in altri luoghi (una si trasferisce a Parigi, un’altra nel capoluogo francese nemmeno ci arriva, e la terza va a Londra). Sono racconti di solitudine, di paura di affrontare il mondo da sole, di preoccupazione, ma in me non hanno suscitato alcuna emozione. Mi sono distratta molto spesso mentre leggevo, li ho trovati abbastanza piatti.
Anche qui, come nel libro di cui ho parlato più su, linguaggio semplice e non arzigogolato, ma meno moderno e un po’ più curato, frasi semplici e molta leggerezza (in positivo) nel modo di esprimersi. Diciamo che lo stile mi è anche piaciuto, ma le storie e i loro sviluppi mi hanno un po’ annoiata.
DETTAGLI: Sconosciute, Patrick Modiano, trad. Paola Gallo, Racconti, Letteratura francese, 130 pp., Einaudi, 2000, 12 €, 3/5 stelline


Pastorale americana di Philip Roth è un libro che finalmente mi sono decisa a leggere dopo che era stato nella mia wishlist per secoli. Ve ne parlo proprio in breve perché ormai quelli che non lo hanno letto sono rimasti davvero in pochi e quello che dico potrebbero essere cose trite e ritrite. Lo scrittore Nathan Zuckerman (personaggio che ricorre in altri romanzi di Roth) si reca ad una riunione di ex alunni della sua scuola e incontra Jerry Levov che gli racconta ciò che è successo a suo fratello Seymour, detto lo Svedese, uno che da ragazzo era ammirato da tutti per la sua bellezza, per le doti sportive e per fatto che incarnasse l’ideale del giovane americano perfetto. Nel resto del romanzo, Zuckerman ricostruisce una sorta di biografia dello svedese basandosi sui racconti di Jerry e sui fatti di cronaca narrati sui giornali, specialmente quelli relativi alla figlia dell’uomo, che è ricercata per aver messo una bomba all’ufficio postale del suo paese e aver provocato la morte di un uomo.
Quello che viene fuori è il ritratto di un uomo che si è sempre comportato in modo perfetto, ha sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano da lui e, però, non si è mai accorto della sua e dell’altrui infelicità. Lo Svedese ha vissuto nell’illusione, cade dalle nuvole appena capisce che tutto intorno a sé sembra essere falso e che ormai lui non può farci niente. In senso più ampio, quella dello Svedese potrebbe anche essere la storia dell’America, qualcosa che ci è sempre sembrato perfetto ma che al suo interno è piena di contraddizioni, di segreti, di nevrosi.
È il secondo romanzo che leggo di Philip Roth e, mentre il primo non mi era piaciuto, questo me lo sono goduto davvero. Non si riesce a mettere da parte, ci ho messo davvero pochissimo tempo a leggerlo e sono contenta di averlo fatto. Col suo stile semplice ma incisivo Roth mi ha conquistata. Devo andare a recuperare altri suoi libri!
DETTAGLI: Pastorale americana, Philip Roth, 1997, trad. Vincenzo Mantovani, Romanzo, Letteratura americana, 458 pp., Einaudi, 2016, 14 €, 5/5 stelline

Da “Pastorale americana” di Philip Roth

Oggi voglio regalarvi un brano dal libro che ho terminato proprio ieri e che mi ha fatto passare giorni bellissimi. È stata una gran lettura, questa, e beccatevi quest’assaggino, ché poi ne parleremo in maniera più approfondita.
Buon primo maggio!

Ewan McGregor (Seymour Levov, “Lo Svedese”) e Jennifer Connelly (Dawn) in una scena del film “American Pastoral” (2016, regia di Ewan McGregor)

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.

[Philip Roth, Pastorale americana, 1997,
trad. Vincenzo Mantovani, Einaudi 2016,
458 pp., 14 €]