Da “Addio alle armi”

Se la gente porta tanto coraggio in questo mondo, il mondo deve ucciderla per spezzarla, così naturalmente la uccide. Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide. Uccide imparzialmente i molto buoni e i molto gentili e i molto coraggiosi. Se non siete fra questi potete esser certi che ucciderà anche voi, ma non avrà una particolare premura.

[Ernest Hemingay, “Addio alle armi”, 1929,
trad. Fernanda Pivano,
Mondadori, 2007]

New York: Charles Scribner’s Sons, 1929. First edition, first printing.

Pagina 69: “Addio alle armi”

Finalmente ho trovato un po’ di tempo per dedicarmi a una lettura che puntavo da tanto, il mio amato Hemingway. Ho scelto, però, il momento sbagliato, proprio quando avevo la febbre e la testa non mi accompagnava molto, quindi all’inizio è stato un po’ noioso. Addio alle armi è diviso in cinque parti ma, malati o in salute, la prima è la meno interessante di tutte, poi decolla.

La storia è in parte autobiografica, ma non si riesce a distinguere bene quali siano gli eventi inventati da quelli realmente vissuti dall’autore, perché pure quelli veri sono un po’ falsati. Siamo nel periodo della battaglia di Caporetto e Frederic Henry è un tenente americano che svolge l’attività di conducente di ambulanze durante la prima guerra mondiale. È venuto in Italia spinto dai suoi ideali, per partecipare ad una guerra che poi non sembra così bella come aveva immaginato. Un giorno conosce l’affascinante infermiera inglese Catherine Barkley, di cui piano piano s’innamora. Poi viene ferito e trasferito altrove, ma la donna riuscirà a farsi mandare più vicino a lui, anche se non possono confessare la loro storia, perché non permessa.
Il 24 ottobre del 1917 gli italiani crollano a Caporetto e Fred, insieme ad altri soldati, si ritrova in mezzo a parte dell’esercito che batte in ritirata, e al momento di attraversare il Tagliamento viene interrogato e quasi fucilato da chi aveva il compito di eliminare tutti gli ufficiali considerati disertori. Ma riesce a scappare e a raggiungere la sua Catherine che intanto è arrivata a Stresa, ed è incinta. Da lì inizia la fuga di questi due innamorati che devono riuscire a non farsi trovare e a sopravvivere in un clima di guerra e pregiudizi.

I personaggi, come in molti romanzi di Ernest Hemingway sono cupi, ingrigiti da situazioni che non permettono loro di vivere felicemente. Le descrizioni della guerra sono sempre meravigliose, ed è normale che sia così perché l’autore certe situazioni le ha vissute in prima persona, ma quello che mi ha colpito di più è il suo modo di raccontare l’amore. Lo fa in un modo trattenuto, non ci sono passioni travolgenti e disperate: Fred e Catherine sembrano recitare una parte che portano avanti fino alla fine. All’inizio la loro relazione è occasionale, si vedono, chiacchierano, si piacciono un po’ ma non si spingono più in là di questo. Improvvisamente poi nasce qualcosa di diverso, si scoprono innamorati davvero, ma ovviamente Hemingway non era uno che scriveva romanzi rosa e soprattutto scriveva in un periodo in cui forse c’era molta più riservatezza sui sentimenti.

Addio alle armi è stato pubblicato per la prima volta nel 1929, ma in Italia uscì solamente nel 1948 perché era ritenuto offensivo nei confronti delle forze dell’ordine del periodo fascista. L’edizione che possiedo io fa parte della collana I grandi romanzi ed è uscito col Corriere della Sera diversi anni fa; vi è inoltre una bellissima introduzione di Fernanda Pivano che racconta anche del suo rapporto con Hemingway. Il romanzo è veramente bello e voglio condividere con voi la pagina 69 del mio volume.

Addio alle armi di Ernest Hemingway

WP_004105Il sole tramontava e la giornata diventava fresca. Dopo cena sarei andato a trovare Catherine Barkley. Avrei voluto che fosse qui ora. Avrei voluto essere con lei a Milano. Mi sarebbe piaciuto mangiare al Cova e poi scendere per via Manzoni nella sera calda e attraversare e girare lungo il Naviglio e andare in albergo con Catherine Barkley. Forse sarebbe venuta. Forse avrebbe finto che fossi il suo ragazzo che era stato ucciso e saremmo entrati dalla porta principale e il portiere si sarebbe tolto il berretto e io mi sarei fermato al bancone del concierge per prendere la chiave e lei mi avrebbe aspettato all’ascensore e sarebbe salito adagio adagio clicchettando a ogni piano, e poi il nostro piano e il ragazzo avrebbe aperto la porta e si sarebbe fermato lì e lei sarebbe uscita e io sarei uscito e saremmo scesi lungo il corridoio e io avrei messi la chiave nella porta e l’avrei aperta e sarei entrato e poi avrei preso il telefono e avrei chiesto di mandarmi una bottiglia di Capri bianco in un secchiello d’argento pieno di ghiaccio e si sarebbe sentito il ghiaccio contro il secchiello mentre arrivava nel corridoio e il cameriere avrebbe bussato e io avrei detto lo lasci fuori dalla porta per favore. Perché noi non avremmo avuto niente addosso per via del caldo, e la finestra aperta e le rondini che volavano sui tetti delle case e dopo, quando fosse buio e si andasse alla finestra, pipistrellini alla caccia sulle case e giù vicino agli alberi e avremmo bevuto il Capri, e la porta chiusa a chiave e quel caldo e solo un lenzuolo e tutta la notte e ci saremmo amati tutta la notte nella calda notte a Milano. Così avrebbe dovuto essere. Avrei mangiato in fretta e sarei andato a trovare Catherine Barkley.

“Addio alle armi” di Ernest Hemingway,
trad. Fernanda Pivano
RCS Editori, su licenza di Arnoldo Mondadori Editore, ed. 2002,
377 pagine