Briciole: “Panorama”, “La vegetariana”, “Furore”

Ritorno dopo una ventina di giorni di silenzio per parlarvi di alcuni libri che o mi hanno preso poco o di cui non sono riuscita a raccontare sul momento dimenticando molti dettagli. E mi dispiace molto in entrambi i casi, ma tra un impegno e l’altro purtroppo non si riesce a star dietro a tutto.

15977693_10210660749866320_2941111850295580373_nPanorama di Tommaso Pincio. È un libro che parla anche di libri. Ottavio Tondi è uno che ha rinunciato ad altre professioni per fare il lettore, ma non è un lettore normale, lui dedica la sua vita alla lettura ed è responsabile anche del successo di un grande best seller. È quasi venerato, tanto che lo invitano addirittura a leggere in pubblico, e la gente lo ammira, estasiata. Ottavio però ha anche un’ossessione per Ligeia Tissot, una donna conosciuta su un social network, Panorama, appunto. Non l’ha mai vista né incontrata, ma ha solo visto negli anni le foto del suo letto disfatto, cosa che lo ha spinto ad iniziare a scrivere. Appunti di ciò che lei gli faceva vedere nelle foto. Intorno a questo personaggio ruota tutta una storia a cui bisogna prestare parecchia attenzione, senza fermarsi solo a leggere le parole. Ci sono diversi spunti di riflessione che, andando troppo velocemente (e può succedere perché il libro è breve), si rischia di non cogliere, come ad esempio il ruolo dei social network oggi, la situazione dell’editoria e l’idolatria nei confronti di certe figure, oppure ancora le strane pulsioni umane e il voyeurismo, il desiderio di ficcare il naso nelle vite altrui.
DETTAGLI: Panorama, Tommaso Pincio, Romanzo, Letteratura italiana, 200 pp., NN editore 2015, 13 €, 4/5 stelline


16422591_1841309649415953_172744979047600112_oLa vegetariana di Han Kang è un romanzo che ho deciso di leggere come breve intervallo tra robe più corpose, ma che non credo di aver apprezzato molto, come invece hanno fatto altri. La storia è quella di Yeong-hye, una donna che una notte fa un sogno sanguinoso e raccapricciante e improvvisamente decide di diventare vegetariana. Se qui da noi la cosa può sembrare normale, nella società della protagonista è quasi un sacrilegio: la famiglia accoglie la scelta con rabbia e inizia a trattarla come se fosse pazza, l’unico che non la critica e, anzi, tenta di avvicinarsi a lei è il marito della sorella. In realtà Yeong-Ye può davvero essere instabile mentalmente, ma il suo disagio interiore (quello che ha nei confronti della carne) inizia a venire fuori piano piano fino a quando non diventa un disagio totale, nei confronti di quasi ogni essere animale, e sprofonda nell’anoressia nervosa.
Questo libro non mi ha presa, non mi sono sentita trasportare dalla sofferenza della protagonista e addirittura c’è qualcosa che mi ha infastidito, anche se non saprei dirvi cosa perché davvero non sono riuscita a capire. Potrebbe essere il modo di raccontare la storia, il linguaggio che cambia per ciascuna delle tre parti di cui La vegetariana è composto.
DETTAGLI: La vegetariana, Han Kang, trad. Milena Zemira Ciccimarra, 2007, Romanzo, Letteratura sudcoreana, 177 pp., Adelphi 2016, 18 €, 2/5 stelline


15941206_10210560732485948_6420604488741780400_nFurore di John Steinbeck lo abbiamo letto all’interno del gruppo di lettura di LeggoNobel. La storia inizia quando Tom Joad esce di galera, torna a casa e non trova più nessuno, tutto è cambiato. In realtà la sua famiglia si è già messa in marcia per andare a cercare una vita migliore in California, luogo quasi fiabesco in cui troveranno lavoro, la natura è rigogliosa e tutto sarà più facile. Ma non sarà così facile perché verranno trattati da fuggiaschi ovunque arrivino e mentre perdono pezzi vengono anche rifiutati. Cambiando molte parole ci ritroviamo a leggere la storia di molte persone che oggi fuggono dai loro luoghi d’origine per avere più denaro e benefici in posti che credono siano migliori, ma che in realtà non lo sono, anche perché poco aperti a ricevere il prossimo. Il linguaggio di Steinbeck si adatta perfettamente a quello dei personaggi, gente poco istruita che spesso ricorre a frasi fatte e proverbi per mostrare una saggezza popolare che, però, in certe situazioni serve a poco. Ci sono punti molto belli e punti che non mi hanno trasmesso nulla, quindi il mio giudizio globale è esattamente a metà tra un estremo e l’altro della scaletta di stelline. Non l’ho apprezzato come avrei dovuto e mi dispiace molto. Ho confermato però la mia impressione che il 99% dei romanzi americani è contraddistinto dalla presenza della polvere.
DETTAGLI: Furore, John Steinbeck, trad. Sergio Claudio Perroni, 1939, Romanzo, Letteratura americana, 633 pp., Bompiani 2013, 11,90 €, 3/5 stelline

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“Sylvia” di Leonard Michaels

Lei si è lasciata di nuovo cadere all’indietro, facendo smorfie d’odio,
ghignando e contorcendosi come un’epilettica.
Poi si è tirata su, mi ha dato uno schiaffo, e ha detto:
“Non riesco a capire perché non mi adori”

 

sylvia-344x540Domani con il gruppo di LeggoNobel cominceremo una nuova avventura, stavolta affronteremo Imre Kertész, premio Nobel 2002, e dato che volevo una lettura breve per passare il weekend (nonostante avessi già due libri in lettura, di cui uno di racconti e uno di saggistica) mi sono lanciata su un libretto abbastanza recente, uscito lo scorso settembre per Adelphi: Sylvia, di Leonard Michaels. Come capita molto spesso, non ho nemmeno letto la sinossi, ho cominciato il libro e mi sono lasciata trasportare dalla storia. Quando l’ho finito – ci vogliono poche ore – ho scoperto che Sylvia altri non è che la prima moglie di Michaels, l’autore, e in questo libretto rosso viene raccontata la tragica storia di questa donna problematica.

Non so se è solo un problema mio che non riesco quasi mai ad entrare nel vivo di un libro fin dalla prima pagina, oppure se effettivamente Sylvia cominci in modo un po’ lento, fatto sta che bisogna concedergli qualche pagina noiosetta (ma necessaria, in quanto premessa di quel che verrà) per decollare. Nel 1960 Leonard è un giovane che ha concluso i suoi studi universitari e post-universitari e non ha un dottorato, sa solo che vuole scrivere, si definisce come «un uomo di ventisette anni iperspecializzato, che fumava sigarette e non sapeva descriversi meglio che dicendo “Mi piace molto leggere”». Un giorno, casualmente, conosce Sylvia, una ragazza bellissima e sensuale di diciannove anni, coi capelli neri lunghi che le cadono sopra le spalle e la frangia che quasi le copre gli occhi. Passa pochissimo, davvero poco, e i due finiscono insieme spinti da una sorta di chimica, una forza di attrazione quasi magnetica che non permette loro di lasciarsi. Infatti vanno subito a vivere insieme e più avanti si sposano. Tutto normale, diremmo, se non fosse che il loro rapporto non è sano.

Sembra che l’unico modo che ha Sylvia di mostrare il proprio bisogno d’amore sia di far male a Leonard, di ferirlo psicologicamente e fisicamente per dirgli quanto lo ama e quanto lui sia necessario nella sua vita. Gli dice di andarsene, ma non è quello che vuole; lo umilia mandandolo a comprarle i tamponi in piena notte solo per farsi una risatina al pensiero di ciò che verrà in mente alla gente che lo vede; gli dà la colpa di tutto ciò che succede, perfino del fatto che lui abbia il coraggio di addormentarsi dopo l’ennesimo litigio. E Leonard che fa? Niente, è follemente innamorato di Sylvia e si lascia ferire sempre, forse anche perché quello rappresenta per lui un modo di accudire questa ragazza. Sa che una volta sono anche finiti sulla bocca di tutti, quando un suo amico ha sentito della gente che abita nel loro stesso palazzo parlare di certi litigi parecchio rumorosi. Non riesce a scrivere nulla, le droghe consumate insieme ad amici e colleghi peggiorano la situazione. Ma Leonard in realtà non lo sa: sarà così anche tra le altre coppie? avranno tutti i loro problemi? Forse, ma non di questo tipo.

Mi cullavo nell’idea che ogni uomo e ogni donna che vivevano insieme fossero come Sylvia e me. Ogni coppia, ogni matrimonio, erano malati. Quest’idea, come un salasso, mi purgava. Ero infelicemente normale, ero normalmente infelice. Qualunque cosa la gente pensasse di me, io potevo pensarla di loro.

Coi continui riferimenti ai primi anni ’60, Michaels ci racconta sotto forma di diario la storia di com’è nato il suo amore per Sylvia e di com’è finito con il suicidio di lei. È davvero difficile, a parte – ripeto – le prime pagine, riuscire a non farsi trasportare dai sentimenti di Leonard e Sylvia e dalla follia di lei. Io, lettore, non posso fare altro che mettermi nei panni di una donna che soffre e che non riesce a dimostrare in altro modo l’amore che prova per il suo uomo e il bisogno che ha di lui. L’idea per cui devo far del male ad una persona per chiederle attenzioni può sembrare assurda a mente fredda, ma nell’ambito della storia di Leonard Michaels sembra avere una sua triste logica. È comprensibile che lui, alla fine, non ce la faccia quasi più e i due decidano di allontanarsi ma ormai si sono fatti del male a vicenda, l’uno non può esistere senza l’altra perché, come ha detto uno psichiatra da cui sono andati, loro due si nutrono l’uno dell’altra. Ed è così che la follia di Sylvia diventa contagiosa, s’insinua nella mente di Leonard e anche un po’ in quella di noi che leggiamo la loro storia.

 Buona lettura!

Titolo: Sylvia
Autore: Leonard Michaels
Traduttore: Vincenzo Vergani 
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 settembre 2016
Pagine: 129
Prezzo: 16 €
Editore: Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

Da “Il gioco del panino” di Alan Bennett

Agli altri non piace pensare che tu abbia una vita, ecco cos’ho capito. O che tu abbia più vita di loro. E quando se ne accorgono, non gli va giù. Oppure li fa ridere. Io ho sempre creduto di non averla.

[Il gioco del panino, Alan Bennett, 1998,
tr. Mariagrazia Gini, 2016, Adelphi,
132 pp., 15 €]

23157c4d96aec0ca66180593a8633efe_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyIl gioco del panino è una raccolta di sei monologhi scritti da Alan Bennett per la BBC Television, pubblicata in Inghilterra nel 1998 col titolo Talking Heads II e arrivata in Italia nel 2016 grazie ad Adelphi. Bennett aveva già pubblicato una prima raccolta simile nel 1988, Talking Heads, conosciuti in Italia come Signore e signori. La raccolta prendere il nome dal terzo di questi sei monologhi che attingono agli aspetti più tetri e comici della vita di persone apparentemente normali. Come al solito Bennett racconta situazioni che in un primo momento risultano al lettore divertenti, ironiche, ma che lasciano l’amaro in bocca perché celano qualcosa di più oscuro.
Ho scelto di proporvi solo una citazione da questo libro innanzitutto perché è una frase che mi ha fatto riflettere molto dato che viviamo in un mondo in cui ci sentiamo in dovere di dimostrare che ci siamo, di dare un segno chiaro delle nostre emozioni o, più semplicemente, delle nostre azioni perché qualcuno le prenda sul serio; in secondo luogo non mi voglio dilungare perché i monologhi (o miniracconti, come volete chiamarli) sono incentrati su situazioni così diverse tra loro che l’unico modo per presentarveli bene sarebbe stato fare il riassunto di ognuno di essi. E sapete come io detesti i riassunti.
A mio avviso i primi due sono davvero belli, il terzo “ni” e gli ultimi tre li ho letti velocemente perché non mi hanno appassionata troppo. Insomma, l’entusiasmo va scemando, però può essere un libro da leggere a poco a poco, magari conservando ognuno di questi monologhi come breve intervallo tra letture più pesanti.

#LeggoNobel | “Auto da fé” di Elias Canetti

13002542_10208232191873888_5425568501244467327_oIl 22 maggio in teoria sarebbe dovuta terminare la lettura di gruppo di #LeggoNobel, ma questa volta il romanzo scelto ha causato un po’ di problemi a tutti, quindi alcuni lo stanno ancora leggendo. Io, nonostante tutto ho finito il libro, anche se con qualche difficoltà, perché Elias Canetti col suo Auto da fé mi ha dato del filo da torcere sia per il linguaggio usato sia per il suo modo di narrare. Il romanzo è bello corposo, quasi 550 pagine, almeno nella mia edizione Adelphi, ma non è stato questo a renderlo difficile. Mi è sembrato pieno di elementi da decifrare, molti dei quali forse non ho nemmeno colto, ma mi consola il fatto di non essere stata l’unica a trovarlo pesante. Nonostante questo, però, sono contenta di averlo letto.

La storia vede come protagonista Kien, uno studioso quarantenne che disprezza i professori ma viene chiamato professore da tutti. Kien ha un appartamento completamente adibito a biblioteca, figuratevi che non ha nemmeno un letto su cui dormire, ma riposa sul divano; non ama avere contatti col mondo, gli interessano solo i suoi libri, di cui peraltro va fiero perché è convinto di avere volumi rari e importantissimi che rendono la sua biblioteca unica al mondo. Ma per difendere e curare questi libri bisogna preoccuparsi pure di trovare una signora che gli faccia le pulizie nel modo giusto, che sappia rispettare il suo tesoro. Assume, così, Therese, una donna sulla cinquantina che sembra essere molto delicata coi libri, così premurosa che alla fine Kien se la sposa. Ma l’uomo non sa a cosa va incontro, perché in realtà Therese è il suo opposto, la donna rappresenta ciò che di peggio si può incontrare nel genere umano, un contenitore di tutte le qualità negative che ci possano essere. Kien in un primo tempo accontenterà ogni sua richiesta, poi comincerà a capire che deve reagire e così i due non faranno altro che scontrarsi violentemente. Sembra che ci sia solo bisogno di qualcuno che arrivi a mettere ordine, prima dell’epilogo che forse è l’unica conclusione possibile.

Era già capitato con gli amici di #LeggoNobel di leggere libri belli ma con personaggi odiosi, come ad esempio Lo straniero di Camus, ma qui la lettura si è rivelata pesante (già dalla seconda delle tre parti) sotto diversi aspetti, primo tra tutti il clima che si respira nella storia, questa follia che aleggia su tutto il romanzo e che ha confuso un po’ tutti. In realtà alla fine di Auto da fé (titolo originale Die Bledung, L’accecamento) c’è un piccolo saggio di Canetti che spiega la nascita del romanzo: l’autore lo ha scritto a circa vent’anni grazie anche ad un soggiorno berlinese che gli permise di conoscere personaggi importanti come Brecht e Kraus, di vedere da vicino la follia umana (alloggiava di fronte lo Steinhof, la città dei pazzi, un ospedale psichiatrico), e di conoscere una padrona di casa molto singolare che gli ha ispirato il personaggio di Therese.

Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994), scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico di lingua tedesca, insignito del Nobel per la letteratura nel 1981.

Ma il tema che lo ha ossessionato più è sicuramente quello della massa, della moltitudine, fin dal momento in cui assiste ad una sparatoria in cui alcuni operai vengono uccisi e in seguito gli assassini vengono assolti. Da tutte le zone della città partono cortei di lavoratori che vanno a incendiare il Palazzo di Giustizia, poi la polizia spara e rimangono uccise novanta persone. Là comincia a capire meglio il significato di massa, sente di far parte di qualcosa che è più grande di lui: questo argomento cercherà di svilupparlo in tutto il resto della sua produzione, ma probabilmente il risultato più importante sarà Massa e potere, un’opera di saggistica che oscilla tra filosofia, scienze ed etnologia.
Nel suo saggio alla fine di Auto da fé, Canetti racconta inoltre che un giorno ha visto sulla strada un uomo con degli opuscoletti che urlava disperato che stavano bruciando tutti i fascicoli; l’autore allora ha ribattuto che era meglio che bruciassero i fascicoli piuttosto che le persone, ma quell’uomo i suoi fogli dovevano essere parecchio importanti.

Da qui nacque Kien, l’uomo dei libri, che in una prima versione si chiamava Brand (“incendio”, nome molto evocativo, prefigurava l’epilogo) e poi aveva cambiato nome in Kant; Kien è una delle diverse figure “esagerate, portate all’estremo” che Canetti aveva abbozzato e sulle quali doveva sviluppare dei romanzi: l’Uomo della Verità, il Visionario, il Fanatico Religioso, l’Uomo dei Libri, il Collezionista, lo Scialacquatore, l’Attore e il Nemico della Morte. L’autore aveva il progetto di realizzare una Comédie humaine dei folli, ma non portò a termine l’intero progetto perché l’Uomo dei libri spiccava troppo sugli altri, catturò completamente il suo interesse e nel 1935 si trasformò in Peter Kien, il protagonista di Auto da fé (titolo che l’autore scelse personalmente per varie edizioni tra cui quella italiana).

Parlare di questo libro è abbastanza difficile, non è un libro di facile lettura, quindi se volete leggerlo dovete essere consapevoli di ciò a cui andate incontro. Non preoccupatevi se non vi dovesse piacere, Thomas Mann, quando Canetti gli inviò la prima copia, si rifiutò perfino di leggerlo, forse non gli piaceva nemmeno il titolo. Non piacque nemmeno al regime nazista che lo bandì (non ricevette troppa attenzione fino a quando non fu ripubblicato negli anni Sessanta). Ciononostante, credo sia una lettura che almeno chi si considera un lettore forte debba fare, quindi anche se è stata una faticata ne è proprio valsa la pena!

Buona lettura!

Titolo: Auto da fé
Autore: Elias Canetti
Traduzione:
 Luciano e Bianca Zagari
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1935 (2012 questa edizione)
Pagine: 548
Prezzo: 15 €
Editore: Adelphi – Gli Adelphi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” di Roy Lewis

Il libro che avete tra le mani è uno dei più
divertenti degli ultimi cinquecentomila anni.

Detto così alla buona è il racconto comico della
scoperta e dell’uso, da parte di una famiglia di uomini
estremamente primitivi, di alcune delle cose più potenti e
spaventose su cui la razza umana abbia mai messo le mani:
il fuoco, la lancia, il matrimonio e così via.

 

13235183_10208457623949549_222527602991344527_oOggi parliamo di un libro che avevo nella mia lista desideri da molto tempo e che è entrato in mio possesso in una maniera molto singolare. Ho partecipato a fine aprile ad un gioco organizzato da Maria Di Biase (del blog Scratchbook, se non la conoscete seguitela perché è proprio brava) in occasione della giornata internazionale del libro, Regaliamo(ci) un libro, in cui ogni partecipante doveva inviare a lei delle liste di 10 libri che avrebbe voluto ricevere, col proprio nome, cognome e indirizzo. Lei, a questo punto, ha fatto gli accoppiamenti e ad ognuno di noi partecipanti qualche giorno dopo è arrivato un libro preso da quella lista, in regalo da una persona che non sapevamo chi fosse, quindi alla fine sono stati una sorpresa sia il libro, sia il mittente. Io ho ricevuto Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis, da parte di una ragazza carinissima che si chiama Adriana e che oltre al libro mi ha mandato un bel bigliettino e una serie di gadget libreschi che mi hanno resa parecchio contenta.

Fatta questa premessa (che non era necessaria, ma a cui tenevo molto sia perché il gioco di Maria mi ha divertita molto, sia perché ho gradito tantissimo il pacchetto che mi ha mandato Adriana), parliamo di questo libro, scritto dall’autore britannico Roy Lewis nel 1960 ed edito in Italia da Adelphi con una traduzione di Carlo Brera. Questo romanzo che si legge in un soffio racconta la storia di un gruppo di uomini scimmia dell’Africa centrale, nella Rift Valley, verso la fine del Pleistocene (la prima delle due epoche del Quaternario, circa 3 milioni di anni fa). Non vorrei sparare castronerie perché non sono esperta del settore, ma i nostri protagonisti dovrebbero essere un gradino più in basso rispetto all’homo sapiens. Comunque, questi personaggi sono molto particolari perché parlano in modo forbito, sanno a che punto dell’evoluzione si trovano, conoscono le glaciazioni, le ere, sanno che se ci sono ancora gli hipparion il Pleistocene non si è ancora concluso, e tante altre cose. Ma il più grande uomo scimmia del Pleistocene è proprio il capo di questa tribù, Edward, un uomo scimmia che vuole essere scienziato, esploratore, inventore e che rappresenta il progresso; infatti scopre il fuoco andandolo a prendere su un vulcano, poi impara a fabbricarlo anche se con qualche difficoltà a contenere la sua potenza, poi inventa l’esogamia (manda i suoi figli a cercarsi le ragazze in un’altra tribù, lasciando stare le proprie sorelle), costruisce armi capendo le caratteristiche di ogni tipo di pietra e di canna o ramo. Insomma, Edward è avanti.

«Il segreto dell’industria moderna è l’uso intelligente dei sottoprodotti» affermava, ma già si accigliava, e di colpo afferrava un bambino piccolo che si muoveva a gattoni, lo sculacciava sonoramente, lo tirava su e aggrediva le mie sorelle: «Quando lo capirete, che a due anni devono già camminare diritti? Vi ripeto che bisogna stroncare la tendenza istintiva a tornare alla locomozione a quattro zampe. Se non perdiamo quel vizio, tutto è perduto! Mani, cervello, tutto! Abbiamo cominciato con la stazione eretta nel lontano Miocene, e se pensate che io tolleri che un branco di ragazzotte neghittose distrugga milioni di anni di progresso, vi sbagliate di grosso. Fate stare in piedi quel marmocchio, signorine, o vi prenderò a legnate sul posteriore; e badate che non scherzo».

Tutto ciò che ho ricevuto insieme al libro.

Contrapposto a lui c’è, però, lo zio Vania, il fratello maggiore di Edward, che di evolversi non ne vuole sapere, lui sta sugli alberi, ha paura del fuoco anche se non gli dispiace scaldarsi un po’ durante l’inverno, e non vuole nemmeno stare in posizione eretta perché gli sembra un abominio. Vania è un reazionario, un conservatore: quando Edward e suo figlio Alexander scoprono il fuoco lui è terrorizzato, dice che quella è colpevole superbia e che dovrebbero stare al loro posto nel percorso dell’evoluzione. E c’è pure un altro fratello, zio Ian, che è un esploratore, gira per il mondo e porta alla sua famiglia notizie di altri clan, delle cose che hanno inventato “all’estero”, ma muore cercando di cavalcare un hipparion.
A raccontare la storia in prima persona, però, è Ernest, uno dei tanti figli di Edward, che riconosce la grandezza di suo padre, i tanti insegnamenti che è riuscito a dare alla sua famiglia durante la sua vita e quasi gli rende omaggio dopo che è morto per uno stupido quanto tragico “errore” durante il collaudo di una sua stessa invenzione.

Ogni capitolo sembra essere dedicato ad un passo avanti dell’uomo durante la sua evoluzione: il fuoco, le armi, le unioni, la difesa personale, la cottura dei cibi e la dieta onnivora, l’allevamento, ecc.. E a quanto pare potrebbe esserci qualche errore dal punto di vista della ricostruzione storica, se vogliamo essere precisi; nella sua presentazione aggiunta nel 1988, infatti, Terry Pratchett scrive che il celebre biologo e naturalista Théodore Monod scrisse per segnalare un paio di errori tecnici, ma precisando che comunque non importava perché «la lettura del libro lo aveva fatto ridere così tanto che era caduto da un cammello nel bel mezzo del Sahara». Quindi Pratchett ci invita a sederci su qualcosa di stabile, prima di leggerlo.
E proprio per lo stile di Lewis (1913-1996), ma anche per i temi seri trattati con grande ironia, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene è un romanzo difficile da inserire in un determinato sottogenere letterario, anche se quello più gettonato sembra la fantascienza. Pubblicato in origine con tre titoli diversi, The evolution man, Once upon an ice age e What we did to father, il romanzo di Roy Lewis è una storia troppo divertente per non essere letta, secondo Fruttero e Lucentini «l’anacronismo a scopi comici è stato usato di frequente in letteratura, ma non ricordiamo esempi più riusciti di questo».

Buona lettura!

Titolo: Il più grande uomo scimmia del Pleistocene
Autore: Roy Lewis
Traduzione:
 Carlo Brera
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 (1960) 2015 questa edizione
Pagine: 178
Prezzo: 10 €
Editore: Adelphi – Gli Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


roy-lewisRoy Lewis (Felixstowe, 6 novembre 1913 – 1996) è stato uno scrittore, giornalista ed editore inglese. Ha lavorato molti anni come giornalista per il «Times» e per l’«Economist». Di Lews, oltre a Il più grande uomo scimmia del Pleistocene (apparso per la prima volta nel 1960), Adelphi ha pubblicato La vera storia dell’ultimo re socialista (1993) e Una passeggiata con Mr Gladstone (1995).

“La leggenda di Redenta Tiria” di Salvatore Niffoi

«Chi sei? Perché sei venuta?» domandò Micheli Isoppe.
«Sono la figlia del sole e sono venuta per portare
la luce nel paese delle ombre» rispose Redenta.

 

13123332_10208363535317392_4873888918393594176_oFino a poco tempo fa non avevo mai sentito parlare di Salvatore Niffoi, poi, in uno scambio, mi è stato proposto La leggenda di Redenta Tiria e ho accettato perché la trama m’incuriosiva molto e perché, comunque, tendo sempre a fidarmi degli Adelphi. Pochi giorni dopo averlo ricevuto (potete vedere nella foto che non è esattamente nuovo, seppure in ottime condizioni), me lo sono portato in viaggio e purtroppo l’ho iniziato con un po’ di distrazione in piscina. Arrivata a casa l’ho finito praticamente subito perché mi ha conquistata, ma anche perché rappresentava una sorta di momento di riposo da Canetti che stiamo leggendo con #LeggoNobel e che si sta rivelando abbastanza pesante.

La storia si svolge in tempi attuali (non è indicata l’epoca esatta, ma si parla dei telefonini e di altri oggetti tecnologici) ad Abacrasta, paesino della Sardegna, ed è narrata da Battista Graminzone, ora pensionato, ma in passato impiegato del comune che si occupava di mettere timbri e fare certificati. Il narratore spiega che si è messo piano piano a sfogliare vecchie carte custodite negli archivi e ha pensato bene di raccontare gli strani eventi del suo paese. Lì nessuno moriva mai di vecchiaia, tutti prima o poi sentivano una voce che diceva che il loro tempo era scaduto e dovevano farla finita, così prendevano una corda (le donne) o una cinghia (gli uomini) e s’impiccavano dove potevano. Ma un giorno è arrivata una donna cieca dai capelli di un bel nero corvino, Redenta Tiria, e i suicidi sono improvvisamente cessati.

Niffoi, tramite Battista Graminzone, si limita a raccontare i fatti senza mai arrischiarsi ad interpretarli, così le domande che nascono spontaneamente non trovano mai una risposta se non nelle nostre supposizioni. Chi è Redenta? Che cosa rappresenta? Io direi che Redenta potrebbe essere la speranza, una forza potentissima che combatte l’oscurità che spesso invade il nostro cuore e ci fa venir voglia di mollare. Redenta non vede perché non ha bisogno di vedere, lei è la luce della vita che torna da chi vuole buttare via il dono più bello che gli è stato fatto.

Redenta Tiria è scesa su questa terra per tagliare la lingua alla Voce, per scacciare i ladri di anime.

Il libro è diviso in due parti che potrebbero essere sintetizzate come la morte e la vita: nella prima Battista si presenta e dedica ogni capitolo ad un abitante del paese che si è impiccato, facendoci capire che ha sentito la Voce in un momento di acutissima depressione, un momento in cui non vedeva ragioni valide per cui continuare a vivere; nella seconda, invece, c’è l’arrivo ad Abacrasta di Redenta che in maniera provvidenziale appare a tutti coloro che hanno sentito la Voce per salvarli. A questo punto viene anche da chiedersi: chi o che cosa è la Voce? Ma a questo ognuno di noi potrebbe rispondere in maniera diversa. Se Redenta è la speranza ritrovata, la Voce è la speranza persa, almeno a mio avviso.

Salvatore Niffoi in questo libro scrive in un italiano pieno di incursioni di lingua sarda, cosa che per un non sardo potrebbe risultare un po’ complicata. Alla fine, però, anche se qualche termine non si afferra si comprende il senso globale delle frasi. Confesso di essere rimasta un po’ perplessa perché in queste situazioni ho sempre paura di non cogliere qualcosa di nascosto, magari qualche nome particolarmente evocativo (in sardo) o qualche metafora che essendo siciliana mi è sfuggita. Ad ogni modo si legge facilmente.
Per quanto riguarda il tempo della storia devo dire che mi ha molto colpito il fatto che, per quanto – come ho già scritto – i personaggi si trovino in un’epoca abbastanza attuale di cui sono palesi indicatori i vari oggetti tecnologici citati, si ha sempre l’impressione di essere in un passato fatto di villaggi rurali, di piccoli paesini ancora poco urbanizzati in cui la gente spettegola e mormora alle spalle degli altri. Non sono mai stata in Sardegna e mi piacerebbe molto andarci, prima o poi, però magari ci sono davvero, oggi, delle zone in cui si vive un po’ come una volta, non saprei.

La leggenda di Redenta Tiria è quasi una favola, vi appassionerà sicuramente e vi farà riflettere su molte cose. Buona lettura!

Titolo: La leggenda di Redenta Tiria
Autore: Salvatore Niffoi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2005
Pagine: 161
Prezzo: 16 €
Editore: Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Salvatore Niffoi (Orani, 1950) è uno scrittore e insegnante italiano. È stato insegnante di scuola media fino al 2006. Si è laureato in lettere a Roma nel 1976, con una tesi sulla poesia in sardo. Scrive il suo primo romanzo, Collodoro, nel 1997, edito dalla casa editrice nuorese Solinas. Nel 1999 inizia il sodalizio con la casa editrice Il Maestrale, con cui ha pubblicato: Il viaggio degli inganni (1999), Il postino di Piracherfa (2000), Cristolu (2001), La sesta ora (2003). I romanzi La leggenda di Redenta Tiria, La vedova scalza e Ritorno a Baraule escono per Adelphi; è proprio con La vedova scalza che ha vinto il Premio Campiello nel 2006. Niffoi è uno dei più popolari scrittori della Nuova letteratura sarda.

In breve: “Nudi e crudi” di Alan Bennett

«Vi hanno davvero lasciato in mutande»
commentò Croucher, il suo assicuratore.

«No» disse Mr Ransome. «Si sono portati via anche quelle».

 

aaf148babb5180d9243759d907e8ffdc_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyOggi vi parlo brevissimamente di questo piccolo Adelphi che ho letto qualche giorno fa per ingannare il tempo in attesa di cominciare (domani) la nuova avventura di #LeggoNobel con Canetti. Nudi e crudi è un romanzo dell’autore britannico Alan Bennett pubblicato nel 2001, che racconta dello strano furto che i coniugi Ransome, Maurice e Rosemary, subiscono mentre, una sera, si trovano a teatro. Arrivati a casa scoprono che il loro appartamento è stato completamente svaligiato, si sono portati perfino la moquette e la carta igienica, non hanno lasciato nulla. Decidono di chiamare la polizia, che arriva coi suoi tempi e non sembra prenderli sul serio, e successivamente s’imbattono in strani personaggi che permetteranno loro di scoprire se si sia trattato di uno scherzo del destino o della beffa di qualcuno che magari può avercela con Maurice, che di mestiere fa l’avvocato.

Una storia ironica, ma di un’ironia tutta all’inglese, elegante e pungente come solo i britannici sanno essere. La ricerca della refurtiva sembra una sorta di rompicapo che porterà i Ransome su due strade diverse ma parallele: Maurice, sempre sobrio e contrario agli sprechi, cercherà di non buttarsi sull’acquisto compulsivo di ciò che prima non avevano e che ora potrebbero comprare, ma la sua unica passione, quella per la musica, lo porta a concentrarsi unicamente sul desiderio di rinnovare l’impianto stereo; Rosemary invece si accorge che per far contento il marito, nella vita, ha sempre rinunciato a tante cose e che questo furto può rappresentare per lei (e per loro) un modo di riempire la casa, ma anche la nuova esistenza, in maniera diversa. Una delle cose che colpiscono di più i due protagonisti è la rivelazione (audio) della possibilità di amarsi in modi non freddi, la scoperta di una passione che lui, uomo austero e freddo ha sempre allontanato, e che lei, invece, avrebbe desiderato. Insomma, quando non hai più niente e devi ricominciare tutto da capo, il destino ti dà la possibilità di scegliere se ripercorrere le stesse strade o se cambiare tutto e provare qualcosa di diverso. Rosemary cresce, si evolve, e prende il furto come una seconda possibilità che la vita le ha dato, nonostante prima non si fosse mai lamentata di niente ma, anzi, avesse sempre compiaciuto Maurice.

Sulle raffinate note di Mozart, la passione di Mr. Ransome, questo furto e questa situazione grottesca offrono a Bennett l’occasione perfetta per indagare nel rapporto dei protagonisti, nel non detto, nei loro desideri celati e mai esauditi. Si scoprono segreti, si cerca di scavare a fondo dei tabù di una coppia elegante e benestante che forse ha sempre messo da parte certe cose perché “non sta bene”. Ma, dopo le risate che inevitabilmente vi farete, rimarrà il retrogusto amaro della realtà a cui non tutti riescono ad abituarsi.

Vi informo, qualora già non lo sapeste, che Adelphi fino al 15 maggio fa una promozione del 25% sui tascabili, e questo libro lo trovate scontato. Io di Adelphi mi fido e quindi mi sa che metterò da parte una bella scorta di libri.
Buona lettura!

Titolo: Nudi e crudi
Autore: Alan Bennett
Traduzione:
 Giulia Arborio Mella e Claudia Valeria Letizia
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2001
Pagine: 95
Prezzo: 9 €
Editore: Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza