Benevolenza cosmica | Fabio Bacà

Bob, non credo che tu abbia capito di cosa sto parlando.
Io sono vittima di una pazzesca congiura interplanetaria
per eliminare ogni seccatura dalla mia vita
e sostituirla con favoritismi spudorati.

 

Ho sempre considerato Adelphi una casa editrice molto selettiva, attenta ai dettagli e con un catalogo di grande pregio (ed eleganza, sì), per cui quando ho saputo che avrebbero pubblicato un esordiente mi sono detta che sarebbe stato qualcosa da tenere d’occhio. Mi sono fiondata, quindi, subito a leggere Benevolenza cosmica, di Fabio Bacà, con la sua copertina giallissima, che purtroppo dal mio Kindle appare grigia, ma noi lettori digitali siamo abituati a questi inconvenienti. L’autore ci racconta la storia di Kurt O’Reilly (Kurt come omaggio a Vonnegut), un dirigente all’istituto britannico di statistica che si accorge che da circa tre mesi tutto sembra andare troppo per il verso giusto. Niente di strano, una botta di fortuna, potremmo pensare, e invece no: anche quando sembra che qualcosa di brutto stia per succedere, all’improvviso la fortuna arriva a soccorrerlo, come quando viene ferito lievemente e per questo il governo lo risarcisce con una vagonata di soldi, giusto per l’incomodo. E proprio in quest’ultima occasione fa un tentativo di rifiutarla, quella fortuna eccessiva, per liberarsene, e non ci riesce. Insomma, è perseguitato dalla buona sorte.
Kurt, che per lavoro si occupa di statistica, capisce che tutto questo è “statisticamente impossibile”, quindi, mentre è vittima della sua stessa paranoia, si rivolge a psicoterapeuti e mistici per capire che cosa gli stia succedendo, e da questi incontri gli interrogativi nascono numerosi: tutta questa fortuna potrebbe finire e tramutarsi in qualcosa di disastroso per compensazione? Se io sono così fortunato, deve esserci qualcuno intorno a me che si sta prendendo tutta la sfiga che non arriva a me?

«E perché diavolo mi sarebbe accaduta una cosa del genere? Io non credo nel karma o in altre fesserie simili».
«Be’, evidentemente queste fesserie credono in lei».

Ci ritroviamo così a vivere insieme al protagonista trentasei ore di ricerca spasmodica di un senso a tutto ciò che ha vissuto e sta vivendo, chiedendoci dove andrà a parare e soprattutto cosa gli capiterà di così disastroso, perché siamo sicuri che accadrà. A un certo punto, confesso che a me è successo, viene in mente perfino che in realtà Kurt possa essere morto in una sventura passata e vivere tutto questo da fantasma o in un’altra dimensione, un po’ come una delle teorie di Lost. Fra tanti spunti di riflessione offerti dai pensieri del protagonista (come la gestione dei rapporti umani o del tempo che abbiamo a disposizione, o ancora il senso del destino), al centro del romanzo troviamo il concetto di karma e le sue implicazioni, una sorta di principio di compensazione cosmica per cui tutto deve essere, prima o poi riequilibrato. E di questo equilibrio Kurt si rende conto grazie a uno degli incontri che avrà nella storia, l’ultimo, il più importante: quello grazie al quale tutto ciò che di grottesco, assurdo, paradossale e, più in generale, strano gli è accaduto riuscirà ad acquisire un senso.

Particolarmente brillante mi è sembrato lo stile di Bacà, col suo linguaggio ricercato, quasi all’eccesso, che all’inizio ci fa correre il rischio di rallentare molto la lettura. Bisogna, in effetti, prendersi un po’ di tempo per abituarcisi e anche per assaporare quella scrittura a cui non sempre il lettore è abituato. Una lentezza simile l’ho trovata anche nella narrazione delle “avventure” di Kurt, che a un certo punto potrebbero sembrare troppe, nel modo in cui vengono snocciolate una dietro l’altra; anche se – diciamolo – la sensazione di paranoia e incertezza che si insinua nella mente di chi legge sta proprio nel fatto che i suoi colpi di fortuna siano così tanti. Il flusso degli eventi, poi, inizia a generare una confusione tale, nei pensieri di Kurt e anche nei nostri, che assistiamo a un’accelerata finale che culmina nello scioglimento del dubbio: che cosa mi è successo? Perché?

Volete scoprirlo anche voi? Leggete questo gioiellino!

Titolo: Benevolenza cosmica
Autore: Fabio Bacà
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 7 marzo 2019
Pagine: 225
Prezzo: 18 €
Editore: Adelphi

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Briciole | Dimentica di respirare / Gli inconvenienti della vita / Vite efferate di papi

Era da un po’ che non spargevo briciole, vero? Ecco, sono tornata a lasciarvi brevi spunti letterari riguardanti libri di cui per vari motivi non mi sono sentita di parlare in modo più esteso. Spesso capita che non riesca a trovare il tempo di scrivere subito della mia ultima lettura e quindi, nonostante gli appunti presi, l’entusiasmo diminuisce e tante cose le dimentico; o capita che magari un libro non mi conquisti completamente ma che non riesca a definirlo brutto (cosa che, comunque, controllando i toni, non dovrebbe avvenire mai perché quel “brutto” è offensivo per tutto il lavoro che c’è dietro), e che, però, ne voglia parlare lo stesso. Bene, fatta questa premessa, vi riporto qui di seguito quei libri che ho letto in tempi più o meno recenti ma che non ho voluto far cadere nel dimenticatoio.

Dimentica di respirare è un romanzo della bolzanina Kareen De Martin Pinter uscito per Tunué nel 2018 nella collana Romanzi diretta da Vanni Santoni. Devo dire che per una la cui paura più grande, forse, è quella di annegare e soffocare non si tratta di una lettura ideale, quindi l’ho considerata una sfida. La storia è quella di Giuliano che fin da piccolo impara a smettere di respirare e a trattenere il fiato più che può sott’acqua; cresciuto, incontra un allenatore di fama e come apneista professionista deciderà di stabilire un nuovo record di apnea, ma un giorno si sveglia con una tosse molto brutta e le analisi dimostrano che ha una brutta patologia. Giuliano, però, non vuole spegnersi piano piano in preda a una lunga agonia, ma sceglie di farla finita in un altro modo, un modo che però rappresenterà un viaggio nel suo passato, nei luoghi oscuri del proprio vissuto, per mezzo del quale riuscirà a far luce su ciò che dentro di sé non ha mai dimenticato.
La vicenda è narrata in prima persona dal protagonista che ci permette così di finire nei meandri della sua mente, di esplorare i suoi stati d’animo quasi fino a farli nostri, a sentire ciò che sente lui. Questo accade soprattutto nei momenti in cui i suoi ricordi si mischiano a ciò che il suo cervello elabora quasi in una dimensione onirica. E qui, confesso, spesso mi sono persa perché non sono riuscita a capire sempre dove lui stia ricordando o stia sognando, o se quelle visioni siano solo allucinazioni. In questi punti, grande rilevanza hanno le ama, le pescatrici giapponesi che si tuffavano nude e andavano giù in apnea, che appaiono molto spesso e provengono dai ricordi di un viaggio di Giuliano in Giappone.
Ecco, qui è proprio il caso di dirlo, non è un libro che si legge tutto d’un fiato: il fiato bisogna spezzarlo, bisogna dimenticare di respirare per procedere in modo più corretto. E questo probabilmente è il motivo per cui, purtroppo, non mi ha conquistata del tutto (nonostante il giudizio pur sempre positivo).
DETTAGLI: Dimentica di respirare, Kareen De Martin Pinter, Romanzo, Letteratura italiana, 113 pp., Tunuè, 14 €


Gli inconvenienti della vita è l’ultima fatica di Peter Cameron di cui avevo letto solo Andorra, alcuni anni fa (lui simpaticissimo, lo incontrai anche in libreria). Non avevo assolutamente idea di che tipo di libro fosse perché ho preso l’ebook alla cieca – ogni tanto lo faccio – e ho iniziato a leggerlo in un momento di distrazione. Arrivata circa a metà del libro mi accorgo che girando pagina la storia cambia, quindi mi rendo conto che non è un romanzo, ma si tratta di racconti, due, abbastanza lunghi. Nel primo si parla di una coppia omosessuale, uno è un avvocato, l’altro è uno scrittore in crisi creativa che non riesce a scrivere e prova disagio anche in altri aspetti della vita, perfino nel rapporto col compagno; nel secondo, la vita di un uomo e una donna sposati da molto tempo viene movimentata da un’inondazione che ha distrutto la casa di un’altra famiglia, che quindi sarà ospite da loro per un po’ di tempo, portando più la moglie che il marito a riflettere sull’apatia in cui sono caduti.
In entrambi i racconti viene descritto l’equilibrio precario sia delle coppie che dei singoli che si sentono quasi bloccati all’interno di queste vite ormai atrofizzate. Si avverte il loro disagio – quello dello scrittore che non ha neanche più voglia di farsi aiutare dallo psicanalista e della moglie che vorrebbe introdurre un elemento di cambiamento nella propria routine – e lo si avverte chiaramente. Devo confessare, però, che nonostante l’eleganza dello stile di Cameron, la sua bravura come narratore, neanche queste storie sono arrivate a toccare il mio animo (da lettrice e non). Peccato, perché per me Adelphi è sempre una garanzia!
DETTAGLI: Gli inconvenienti della vita, Peter Cameron, trad. G. Oneto, Racconti, Letteratura americana, 122 pp., Adelphi, 16 €


Qualche tempo fa mi sono accorta che non avevo mai letto niente dell’editore Quodlibet, così ho chiesto qualche consiglio e fra le altre cose ho acquistato Vite efferate di papi, un libro di Dino Baldi che ho centellinato e mi ha sorpreso. Si tratta di una rassegna, molto spesso ironica, delle opere di (quasi) tutti i papi che la storia abbia conosciuto (dal primo vescovo di Roma fino al 1800 inoltrato), ma non quelle buone, bensì le più oscene, efferate, come recita il titolo. Ci sono tanti personaggi che neanche immagineremmo, compresa la papessa Giovanna o Gregorio Magno che prima di diventare papa sposò la madre (curiosamente col mio gruppo LeggoNobel stavo leggendo nello stesso periodo L’eletto di Thomas Mann che parla proprio di questa storia).
È paradossale che certi crimini siano avvenuti proprio alla corte papale, dove si predica (il bene) ed evidentemente negli anni si è razzolato molto male.
Il testo di Baldi, filologo classico e scrittore, è abbastanza corposo, è un volumetto di 516 pagine che però non risulta mai pesante proprio perché l’autore ci rende la storia interessantissima. Non si tratta di un libro di denuncia e non ha alcun fine moralistico, va preso come una semplice narrazione di fatti realmente (?). Ora non mi resta che recuperare un altro libro di Baldi sempre a cura di Quodlibet, Morti favolose degli antichi, che è precedente ma dello stesso tipo.
DETTAGLI: Vite efferate di papi, Dino Baldi, Saggistica, Letteratura italiana, 516 pp., Quodilibet, 19€

Lezioni di Letteratura | Vladimir Nabokov

Oggi voglio parlarvi di uno dei libri più tosti che abbia comprato e letto negli ultimi tempi. Si tratta di Lezioni di letteratura di Vladimir Nabokov, uscito per Adelphi con una traduzione di Franca Pece il 2 ottobre 2018 e, come potete capire bene dal titolo, è un’opera di saggistica. Non è un romanzo, ma si parla di romanzi, perché altro non è che una raccolta degli appunti, messi in ordine, delle lezioni che tenne Nabokov ai suoi studenti americani di Wellesley e della Cornell. Se in un saggio introduttivo l’autore di Lolita (uno dei libri più geniali mai scritti nella storia, secondo il mio modesto parere), ci parla del buon lettore e del bravo scrittore, dopo comincia ad affrontare sette tra le opere letterarie che universalmente – e non solo secondo Nabokov – hanno fatto la storia, analizzandole in ogni loro parte, quasi passandole al microscopio in maniera molto tecnica. Sono libri che bene o male conosciamo tutti, molti dei quali abbiamo anche letto: Mansfield Park di Jane Austen (confessa di non amare la Austen e di averla spesso un po’ snobbata, ma considera questo libro un capolavoro), Casa desolata di Charles Dickens, Madame Bovary di Gustave Flaubert, Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr Hyde di Robert Louis Stenvenson, Dalla parte di Swann di Marcel Proust, La metamorfosi di Franz Kafka e Ulisse di James Joyce.

Infine, il volume si chiude con un saggio su arte della letteratura e senso comune e con un commiato da cui voglio trarre una citazione che utilizzerò per darvi un’idea migliore su Lezioni di letteratura, su cui per ovvi motivi non posso scrivere una recensione come se fosse un romanzo. Credo che in queste poche righe siano racchiusi tutta la passione e tutto l’amore di Nabokov per l’arte e per la letteratura, cose che ha cercato di trasmettere ai suoi studenti e, grazie a questo libro, anche a noi che possiamo vederci seduti per un po’ nella sua aula.
Buona lettura!

In questo corso ho cercati di rivelarvi i meccanismi di quei giocattoli meravigliosi che sono i capolavori della letteratura. Ho cercato di farvi diventare buoni lettori che leggono i libri non con lo scopo infantile di identificarsi con qualche personaggio, e non con lo scopo adolescenziale di imparare a vivere, e non con lo scopo accademico di indulgere alle generalizzazioni. Ho cercato di insegnarvi a leggere i libri per la loro forma, la loro potenza evocativa, la loro arte. Ho cercato di insegnarvi a provare un brivido di soddisfazione artistica, a condividere non le emozioni dei personaggi, ma quelle dell’autore: le gioie e le difficoltà del creare. Non abbiamo parlato di libri in generale, ma siamo andati al nucleo di alcuni capolavori, al cuore pulsante della questione.

(…)

L’importante è sentire quel fremito in qualsiasi settore del pensiero o dell’emozione. Se non sappiamo fremere, se non impariamo a sollevarci un po’ più in alto della nostra normalità per riuscire a gustare i frutti più rari e maturi dell’arte che il pensiero umano ha da offrire, rischiamo di perdere il meglio della vita.

Titolo: Lezioni di letteratura
Autore: Vladimir Nabokov
Traduttore: Franca Pece
Genere: Saggistica
Anno di pubblicazione: 2 ottobre 2018
Pagine: 526
Prezzo: 26 €
Editore: Adelphi

La debuttante | Leonora Carrington

«Ha l’ingenuità di credere che il passato muoia» proseguì.
«Sì,» disse Margaret «se il presente gli taglia la gola».

 

Di recente, ci avrete fatto caso se mi seguite regolarmente, su questi schermi si parla sempre più di racconti, una forma di letteratura che prima snobbavo un po’ ma che da qualche anno ho imparato a conoscere meglio e a seguire. Questa volta la mia curiosità è caduta, però, su un genere particolare, perché infatti mi sono dedicata alla lettura de La debuttante, una raccolta uscita lo scorso 18 settembre per Adelphi dell’autrice britannica Leonora Carrington, la cui opera, non solo letteraria ma anche pittorica, si inserisce nella corrente del surrealismo. Come si può leggere sulla pagina di Wikipedia a lei dedicata, «Il surrealismo dava estrema rilevanza alla dimensione inconscia, al sogno, e allo stato onirico, visto come luogo dell’attività “reale” del pensiero dell’uomo. La lettura psicoanalitica freudiana del sogno offriva ai surrealisti la possibilità di indagare un’altra dimensione, creando immagini libere, svincolate dalla ragione e dalla logica». Immaginate dunque l’avventura con le sue storie di una persona come me, molto concreta, pragmatica e realista. Vi confesso che è stata una bella sfida, all’inizio ho avuto qualche difficoltà, come sempre in questi casi, perché mi viene il dubbio se ci sia o meno un senso dietro determinate storie, e se, nel caso in cui non riesca a trovarcene uno, sia perché realmente non c’è o perché io non sono stata capace di coglierlo. Ma, almeno per quanto riguarda questa raccolta, credo che si debba leggere senza cercare messaggi reconditi, morali o metafore.

Vi faccio subito un esempio. Il primo racconto, La debuttante, che dà il titolo a tutta la raccolta, parla di una ragazza che deve appunto fare il suo debutto in società ma non vuole andare al ballo, così chiede alla sua amica iena di farlo al suo posto; quella, per non far scoprire a nessuno l’inganno, fa chiamare la cameriera della debuttante, le strappa la faccia e la indossa, si traveste e va al ballo. La sera, a cena, la iena seduta a tavola si fa scoprire in malo modo, e tutti si accorgono che non era la ragazza. Potremmo pensare che sia una metafora del fatto che la realtà non può essere nascosta troppo a lungo e che gli inganni prima o poi vengono sempre a galla. O forse è solo una storia da prendere per quella che è. Negli altri racconti troviamo una festa organizzata dalla Paura, esseri piumati imparentati con umani che mangiano persone, animali parlanti e temi ricorrenti come la putrefazione, la morte, l’orrido e unioni tra umani e non umani. In alcuni, addirittura, la protagonista è la stessa Leonora Carrington, personaggio centrale e narratrice delle sue storie, che interviene e a cui accadono cose assurde e, appunto, surreali.

Credo che per gli amanti del genere possa essere una lettura molto affascinante e per alcuni versi semplice; per chi, invece, come me si avventura in qualcosa che normalmente non è nelle sue corde, l’indicazione che posso dare è di liberarsi di ogni preconcetto e prepararsi ad uscire del tutto dai propri schemi mentali. Penso che questa possa essere la strategia migliore per godere appieno di The Complete Stories of Leonora Carrington (il titolo originale, tradotto per gli italiani da Nancy Marotta e Mariagrazia Gini) e immergersi completamente nelle storie di questa autrice così particolare che regala atmosfere fiabesche, oniriche e immagini quasi mitiche. Vi sembrerà di trovarvi dentro un’allucinazione.
Buona lettura!

[Vi segnalo che questo libro, dato che è nella collana Biblioteca Adelphi, si inserisce nella promozione che dura fino al 31 ottobre, e quindi fino a fine mese lo trovate scontato del 25%, cioè a 12,75 €]

Titolo: La debuttante
Autore: Leonora Carrington
Traduttore: Nancy Marotta e Mariagrazia Gini
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: settembre 2018
Pagine: 179
Prezzo: 17 €
Editore: Adelphi


Leonora Carrington (Lancaster, 6 aprile 1917 – Città del Messico, 25 maggio 2011) è stata una scrittrice e pittrice britannica; gran parte della sua produzione si ascrive al periodo trascorso in Messico, dove visse quasi settant’anni.
Donna dall’eccentricità indomabile, fu una delle «muse inquietanti» del surrealismo, dal quale però non smise mai di tenersi a debita distanza, anche negli anni in cui viveva con Max Ernst. I suoi quadri, enigmatici e beffardi, sono oggi celebrati e ricercati, ma non meno rivelatrice è la sua opera in prosa – e in particolare questi racconti, nei quali già Breton riconosceva un vertice dello «humour nero» (definizione che a lui risale).

Un uomo solo | Christopher Isherwood | #BlogNotesMaggio

Sa di me? si domanda George; qualcuno di loro lo sa?
Probabile. Non gli interessa. Non vogliono sapere niente
dei miei sentimenti, o delle mie ghiandole,
o di qualunque altra cosa al di sotto del collo.
Fosse per loro potrei tranquillamente essere una testa recisa,
portata in aula a fargli lezione su un piatto.

 

Continuiamo questo #maggiodeilibri in collaborazione con #BlogNotesMaggio e passiamo alla quinta settimana, il cui tema è “Vogliamo leggere“, un tema su cui possiamo essere un po’ più liberi. Io ho scelto di parlarvi di un libro che volevo leggere da tanto tempo e che sono finalmente riuscita a prendere in mano qualche giorno fa. Nonostante fosse un libro breve ci ho messo diversi giorni a leggerlo, perché è così intenso e così denso che non sono riuscita a fare altrimenti, l’ho assaporato pagina per pagina, quasi parola per parola. E l’ho amato follemente, come amo tutti quei libri che trasudano malinconia, ma forse questo di più.
Anni fa mi era capitato di vedere il film A single man, più per Colin Firth, attore che ammiro tantissimo, che per la storia in sé, che non conoscevo; comunque mi piacque molto. Siccome sono spesso distratta, ho visto dopo un po’ di tempo nel catalogo Adelphi questo libro dalla copertina di un bel blu elegante e ho voluto comprarlo. Non sapendo assolutamente che fossero collegati – anche se leggendolo ho scoperto che il film ha dei dettagli diversi rispetto al romanzo. Me lo sono letto e quindi oggi ve ne parlo.

Un uomo solo è un romanzo di Christopher Isherwood del 1964, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2009, con una traduzione di Dario Villa. Quella raccontata è una giornata qualsiasi di George, un professore inglese che insegna in un college americano. George ha perso in un incidente il suo compagno, il suo grande amore Jim, con cui se ne sono andate via tutte le emozioni del protagonista. Ormai solo in una casa che era troppo piccola per due ma non riesce ad essere grande per un uno solo, George adempie ai suoi doveri, va a fare lezione, in palestra, a fare una visita in ospedale, a cena da un’amica che sente di dover vedere anche se non ne ha molta voglia. Ma c’è una sorta di apatia di fondo, è come se il professore fosse un guscio vuoto a cui è rimasta solo una patina di razionalità, che se ne va in giro da un posto all’altro.

Per cosa vive ormai George? Cos’è che gli dà gioia? Niente, sembra. Forse solo l’ora di lezione agli studenti gli dà l’impressione di essere ancora vivo, quella specie di timore reverenziale che i ragazzi provano nei suoi confronti, non tanto per l’ammirazione che possono avere per lui quanto per il rispetto della sua autorità. Ma quando il tempo è scaduto e la campanella suona l’incanto svanisce, torna a sentirsi un uomo solo in mezzo a gente che non lo capisce, che non sa che cosa lui abbia dentro.

«Vedi, Kenny, ci sono cose che non sai di sapere, finché qualcuno non te le chiede. (…) Qualcuno che ti faccia una domanda ci vuole,» continua George, intenzionalmente «prima che tu possa rispondergli. Ma è raro trovare qualcuno che faccia la domanda giusta. Sono tutti così poco attenti. (…) Essere abbottonato non è una scelta» dice tenendo gli occhi a terra e nel modo più neutro possibile. «Sai, Kenny, mi capita spesso di voler dire, o discutere qualcosa con assoluta franchezza. Non in classe, naturalmente, non funzionerebbe. C’è sempre qualcuno pronto a fraintendere».

Con uno stile elegante e raffinato, Isherwood lascia che Jim e il pensiero della morte siano presenti in ogni riga di ogni pagina, anche quando non vengono esplicitamente menzionati. Questo poi viene reso nel film – che dovrò rivedere – con l’inserimento nella trama di un elemento importante come la pistola. George, rimasto solo, considerato da tutti solo per la sua testa senza che a nessuno interessi ciò che avviene al di sotto di essa, sembra costantemente sul baratro, non ha un vero interesse per nulla, una ragione di vita. L’unica cosa che gli ricorda per un attimo di non essere già morto è una piccola luce rappresentata dall’incontro con un suo studente che si avvicina a lui. Poi il buio.

Terminata la lettura – a proposito: splendida e magistrale la narrazione quasi di tipo scientifico delle ultime due pagine – sembra che ci manchi qualcosa, ma ci restano tutti gli spunti di riflessione che Isherwood dissemina qua e là fra le pagine. Sono le riflessioni di George, ma in fondo sono quelle di ogni essere umano che per un motivo o per un altro abbia gli strumenti per scavare sotto la superficie e inevitabilmente si sente solo in un mondo che non s’impegna a capire chi lui sia.

Dal film “A single man”, 2009, regia di Tom Ford

Posso classificare Un uomo solo come uno dei libri più belli che abbia mai letto, e posso dire tranquillamente che secondo me è un libro perfetto, a cui, cioè, non manca nulla per essere meglio di com’è. Per questo motivo ne consiglio la lettura a tutti coloro che cercano un romanzo intenso e che lasci qualcosa dentro; poco indicato per chi, invece, cerca in un libro uno svago, una distrazione o qualcosa di allegro (qui ce n’è ben poco!).

Buona lettura!

Titolo: Un uomo solo
Autore: Christopher Isherwood
Traduttore: Dario Villa
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1964 (2009 questa edizione)
Pagine: 148
Prezzo: 16 €
Editore: Adelphi


Il menu della settimana di #BlogNotesMaggio:

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“Follia” di Patrick McGrath

Le donne romantiche, riflettei.
Non pensano mai al male che fanno in quella loro
forsennata ricerca di esperienze forti.
In quella loro infatuazione per la libertà.

10003471_10206089068257137_3907777576835240713_nHo comprato Follia pochissimo tempo fa approfittando della promozione sugli Adelphi, e stranamente non l’ho lasciato lì da parte ad aspettare per anni, ma ho deciso di leggerlo quasi subito. Il problema è che l’ho anche finito subito. Quando un libro ti piace e ti prende così tanto, purtroppo, la magia dura sempre poco, ed era un po’ che non mi capitava di leggere storie così coinvolgenti. Credo di aver capito una volta per tutte che il mio genere preferito sia quello psicologico/drammatico, e che più drammi ci sono e meglio è. Ma andiamo per gradi.

Follia è un libro dello scrittore inglese Patrick McGrath pubblicato nel 1996 e arrivato poco dopo in Italia grazie ad Adelphi. La storia, ambientata nel 1959, è narrata in prima persona da Peter Cleave, uno psichiatra che lavora in un grande ospedale psichiatrico vicino Londra, che racconta la storia d’amore tra Stella, moglie del vicedirettore del sanatorio, Max Raphael, ed Edgar Stark, un paziente in semilibertà. Edgar, un artista, si trova nel manicomio criminale perché, arso da un’immotivata gelosia, ha ucciso la moglie, l’ha decapitata e poi enucleata, mettendo la sua testa su un paletto e lavorandola come se fosse un busto di argilla. Ma questo è successo cinque anni prima e Stella non ne è esattamente al corrente. Lei vede solo quest’uomo che lavora nel suo giardino per rimettere a posto la serra e, vuoi perché suo marito è un po’ freddo e la trascura, vuoi perché l’uomo è affascinante e misterioso, s’innamora di Edgar e inizia una relazione sessuale con lui. Questo rapporto però porterà entrambi alla rovina: lui fuggirà dal manicomio, lei dopo un po’ lascerà la famiglia per andare con lui e finirà per perdere tutto.

Se Follia fosse solo una storia d’amore, sarebbe più semplice parlarne, ma c’è moltissimo da dire e temo di non poterlo fare, se non voglio annoiarvi e scrivere un romanzo sul romanzo. Follia è la dimostrazione di come l’amore non segua alcuna logica e di come possa accecare le persone e far perdere loro tutto quello che hanno. Stella ha un marito, un’ottima posizione sociale, un figlio che adora, Charlie, ma per seguire la sua passione si riduce ad andare a vivere in un sottoscala sporco con un uomo semilucido che ci mette poco a tornare pazzo e a lasciarsi travolgere dalla gelosia. La pazzia di Edgar sembra quasi essere un virus che si trasmette agli altri, ma non colpisce tutti nello stesso modo. Il virus della pazzia segue logicissimi rapporti di causa ed effetto: Stella impazzisce, rovina la sua famiglia, il marito Max perde la rotta e sembra non aver più uno scopo nella vita; Peter viene a sua volta ammaliato da Stella e fa degli errori che un serio psichiatra non dovrebbe fare. Insomma, crolla tutto.

Io confesso – se ancora non si fosse capito – di avere una predilezione per gli autori inglesi, ma questo è un libro che mi ha conquistata dalle prime pagine. Ho parlato spesso dell’importanza dell’incipit per un romanzo, e ho sempre sostenuto che ti deve attrarre, deve riuscire a suscitare la tua curiosità e a spingerti ad andare avanti per vederci chiaro. McGrath, qui, riesce a fare tutte queste cose.

Le storie d’amore catastrofiche contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni. Si tratta di relazioni la cui durata e la cui intensità differiscono sensibilmente, ma che tendono ad attraversare fasi molto simili: riconoscimento, identificazione, organizzazione, struttura, complicazione, e così via. La storia di Stella Raphael è una delle più tristi che io conosca. Stella era una donna profondamente frustrata, che subì le prevedibili conseguenze di una lunga negazione e crollò di fronte a una tentazione improvvisa e soverchiante. Come se non bastasse, era una romantica. Traspose la sua esperienza con Edgar Stark sul piano del melodramma, facendone la storia di due amanti maledetti che sfidano il disprezzo del mondo in nome di una grande passione. E’ stata una vicenda il cui corso ha distrutto quattro vite, eppure Stella, ammesso che abbia mai provato qualche rimorso, è rimasta fedele alle sue illusioni fino alla fine. Io ho cercato di aiutarla, ma lei mi ha tenuto lontano dalla verità finché non è stato troppo tardi. Non aveva scelta.

Non è semplice immedesimarsi nei vari personaggi, perché si muovono tutti in una situazione tragica, qualcosa che non accade spesso, e soprattutto alcuni sono anche malati di mente, ma chi ha detto che perché un libro sia bello dobbiamo per forza ritrovarci in ciò che racconta? Io posso dire che, per quanto mi riguarda, è stato molto difficile smettere di leggere, sono rimasta incollata alle pagine (purtroppo solamente) per tre giorni. Poi sono anche andata a cercare il film (Follia, del 2005), con Ian McKellen, Marton Csokas, Natasha Richardson e Hugh Bonneville, e non mi ha colpito molto. Credo sia un bel film, ma diverso in alcuni punti dal libro, specie nel finale, e molto più veloce. Ovviamente è molto difficile entrare nella mente dei personaggi in un film, mentre in un romanzo ci si può dilungare molto a raccontare pensieri, timori e turbamenti interiori. Comunque, se lo guardate senza leggere il libro lo apprezzate sicuramente molto di più.

So che gli altri romanzi di Patrick McGrath non hanno avuto lo stesso successo e non sono neanche dello stesso spessore di Follia, si vede che qui ha dato il suo massimo. Comunque cercherò qualcos’altro, perché il suo modo di scrivere mi è piaciuto moltissimo: sceglie le parole con cura, predilige la semplicità, ma ogni termine usato ha un suo scopo, quello di catturare l’attenzione del lettore e inchiodarlo alla storia.
Come ultima cosa voglio sottolineare l’eleganza della copertina e la cura del libro da parte di Adelphi, una delle case editrici che preferisco e che raramente mi deludono. Non ho trovato nemmeno un refuso, sono riuscita a leggere un bel libro senza essere distratta da oscenità linguistiche.

Titolo: Follia
Autore: Patrick McGrath
Traduzione:
 Matteo Codignola
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1996 (2012 questa edizione)
Pagine: 296
Prezzo: 12 €
Editore: Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Suite francese” di Irène Némirovsky

98695607bbe434f506e8a88235e26bfb_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyA volte vuoi leggere un libro, lo metti nella tua lista desideri ma non ti decidi mai a prenderlo in mano, dai sempre la precedenza ad altro. Poi viene tua madre e ti dice: “È uscito il film al cinema, andiamo a vederlo insieme?”. Quindi ti metti lì a leggerlo notte e giorno, fai le maratone per finirlo il più presto possibile, prima che lo tolgano dalle sale, perché non puoi vedere prima il film e poi leggere il libro. No, non si fa. A parte con Il signore degli anelli, che quel film è stato fatto così bene che non puoi aspettare. Però questo è un capitolo a parte. Comunque, come finisce la storia? Che dopo aver letto il libro ti passa la voglia di andare a vedere la trasposizione cinematografica.

Il motivo è semplice, in questo caso. Irène Némirovsky, autrice di Suite francese, è morta prima di completare l’opera che aveva pianificato. La scrittrice aveva pensato di creare una sorta di poema sinfonico in cinque movimenti ma, concluse le prime due parti, nel luglio del ’42 fu arrestata e deportata prima a Phitiviers e poi ad Auschvitz, dove morì il 19 agosto di tifo. Nei suoi appunti c’era scritto che pensava di creare una storia di mille pagine composta da cinque parti di duecento pagine ciascuna, ma ce ne restano solo due insieme a qualche spunto per le altre. La composizione pensata dalla Némirovsky doveva essere pressappoco questa:

  1. Tempesta in giugno
  2. Dolce
  3. Prigionia
  4. Battaglie
  5. La pace

Irène Némirovsky (1903-1942)

Tempesta in giugno e Dolce furono ritrovati dalle due figlie della scrittrice anni dopo la sua morte. Le ragazze, che erano fuggite in diversi posti insieme alla tutrice per salvarsi la pelle, si erano portate dietro per molto tempo una valigia piena di fotografie e scritti della madre, ma pensavano che tra quelle cose ci fosse un diario personale e che leggerlo fosse troppo doloroso. Nel ’90 Denise, la più grande delle due, prese accordi con un archivio francese per donare le opere della madre, ma scoprirono dei quaderni che contenevano Suite francese, che fu pubblicato nel 2004 riscuotendo un grandissimo successo. L’edizione (che in Italia arriva un anno dopo) comprende una prefazione di Myriam Anissimov, note della stessa Némirovsky sul racconto e su quelli che non è arrivata a scrivere e stralci della corrispondenza tra lei, il marito, gli editori e altre persone nel periodo in cui lei non era più reperibile. Alla fine c’è una breve ricostruzione della vita dell’autrice, di cui colpisce molto il rapporto con la madre che non le ha mai dato l’affetto che meritava e non si è mai curata neanche delle nipoti Babet e Denise. Le due ragazze, alla fine della guerra, sono andate dalla nonna, che nel frattempo era vissuta tra gli agi in Svizzera, e alla loro richiesta d’aiuto questa ha risposto qualcosa come: “I vostri genitori sono morti? Che fate qui? Cercatevi un orfanotrofio, piuttosto!”. Che dire? Una brava nonna, morta nel 1989 a ben 102 anni.

Ma andiamo al libro. Vi racconto un po’ la storia. Tempesta in giugno è un insieme di quadri sul tracollo della Francia durante la seconda guerra mondiale. Tutto comincia a Parigi il 4 giugno 1940, giorno in cui avviene il primo bombardamento della città. Al centro della vicenda ci sono le famiglie Péricand e Michaud, Gabriel Corte e Charlie Langelet; tutti vengono seguiti nella loro fuga per salvarsi. Sono di classi sociali diverse, ma nella sventura si è tutti disperati allo stesso modo, anche se c’è chi tenta di mantenersi al di sopra degli altri o chi è disposto ad ingannare il prossimo ispirandosi al principio mors tua, vita mea. Comunque gli unici che sembrano rimanere retti ed onesti sono i Michaud, la cui storia s’intreccerà a quella degli altri personaggi più tardi (ma noi non lo sapremo mai, perché questo sarebbe dovuto accadere da Prigionia in poi).
Per quanto riguarda Dolce, vediamo le due signore Angellier (Lucile e la suocera) che nascondono tutte le loro cose perché stanno arrivando i tedeschi, molti dei quali si stabiliranno nelle case dei francesi. Gaston Angellier, il marito della giovane e bella Lucile, è stato catturato ed è prigioniero in Germania, e lei vive con la madre di lui, una donna  molto severa che non ama la nuora, non la vede come moglie devota. In realtà la ragazza è stata data in sposa a Gaston perché lui era un buon partito, ma non si sono mai amati, anzi lui a Digione aveva un’amante che gli costava fior di quattrini e che aveva anche messo incinta, ma Lucile sopportava in silenzio. Un ufficiale tedesco, Bruno von Falk, viene a stabilirsi a casa Angellier. È una persona molto gentile, colta ed educata che conquista il cuore di Lucile. Il sentimento è reciproco, però devono stare attenti, il paese non lo accetterebbe, ma siccome tutti vedono che i rapporti tra i due sono amichevoli ne approfittano per chiederle di intercedere presso i tedeschi al fine di ricevere favori. Ma un giorno un tedesco viene ucciso da uno del paese e gli equilibri si rompono. I tedeschi vengono richiamati per andare altrove e finisce tutto così.

La storia sarebbe dovuta continuare nel terzo movimento, ma purtroppo la vita della Némirovsky è stata spezzata prima che potesse portare a termine l’opera. Quello che emerge è che nonostante le sue origini l’autrice non si mette a difendere a spada tratta gli ebrei, pone più l’accento sulla Francia, che viene vista come un paese vinto che non riesce a reagire, un paese pieno di gente che perfino nella sventura vuole rimarcare quell’abisso che c’è tra ricchi e poveri, a cui importa solo di mantenere quelle gerarchie sociali a cui è sempre stato abituato. Ma nonostante questo, la cosa che colpisce di più è il punto di vista obiettivo dell’autrice, espresso per bocca di Lucile Angellier in Dolce: la ragazza (forse un po’ influenzata dal sentimento per Bruno) riflette sul comportamento dei tedeschi e pensa che in fondo stanno facendo il loro lavoro, probabilmente, a parti invertite, anche i francesi sarebbero stati considerati invasori e sarebbero stati odiati allo stesso modo, se non di più.

Lucile alzò gli occhi, e per un attimo lei e l’ufficiale si guardarono. Una ridda di pensieri attraversò in un secondo la mente di Lucile: “Forse è lui che ha fatto prigioniero Gaston…” disse fra sé e sé. “Mio Dio, quanti francesi avrà ucciso? Quante lacrime saranno state versate a causa sua?
É anche vero, però, che se la guerra fosse andata in un altro modo oggi forse sarebbe Gaston a entrare da padrone in una casa tedesca… É la guerra, non è colpa di questo ragazzo”

E la conferma arriva dalle parole dello stesso Bruno durante una discussione con lei: loro sono soldati, e i soldati non pensano, i capi danno loro un ordine e loro obbediscono, senza se e senza ma. La guerra è qualcosa che è troppo più grande di loro, devono accettarla e cercare di farsi meno male possibile.
Per quanto mi riguarda i toni sono troppo melodrammatici per i miei gusti, ho trovato Suite francese un testo con una chiara impronta femminile. Su questi argomenti mi colpisce di più la narrazione cruda, forte dei fatti. Per questo motivo tra le due parti quella che mi è piaciuta di più è stata Tempesta in giugno.

Dal film “Suite francese”, Lucile (Michelle Williams) e Bruno (Matthias Schoenaerts)

Adesso, tornando al film, vi spiego perché ho deciso di non andare più a vederlo. Dopo aver letto il libro ho capito che se lo avessero basato su Tempesta in giugno non gliene sarebbe fregato niente a nessuno, perché si sa, al pubblico devi dare la storia d’amore, se no non s’appassiona. Infatti che cosa ci dicono? “La più grande storia d’amore mai raccontata”, che però non capisco quale possa essere, dato che in un momento potrebbe essere quella tra Lucile e Bruno, ma poi lui se ne va altrove e la Némirovsky negli appunti ci fa capire che, secondo la sua idea, verrà ucciso e Lucile finirà per innamorasi del figlio dei Michaud. Chissà come sarebbe andata a finire. Ma soprattutto, chissà com’è il film, dato che questa grande passione tra Lucile e Bruno nel libro non c’è. Al massimo è repressa, ma non esplode mai.

Titolo: Suite francese
Autore: Irène Némirovsky
Traduzione:
 L. Frausin Guarino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2004
Pagine: 415
Prezzo: 17 €
Editore: Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota