Briciole | La stranezza che ho nella testa / Zero K / Gatti molto speciali / Fedeltà

Torno a lasciarvi qualche altra briciola, qualche spunto letterario su libri che per motivi diversi mi è stato impossibile recensire meglio. Ma vi spiegherò meglio caso per caso.

La stranezza che ho nella testa è un libro dell’autore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura 2006. È stato scelto qualche tempo fa come lettura all’interno del gruppo Facebook LeggoNobel, creato e gestito da Elena Tamborrino e da me, con lo scopo di recuperare insieme gli scrittori insigniti del Nobel e le loro opere. Non avendo mai letto niente di questo autore, non so dirvi se si sia trattato di una scelta infelice o se sia proprio Pamuk a non essere nelle mie corde, fatto sta che questo romanzo del 2014, pubblicato in Italia da Einaudi l’anno successivo, mi è risultato prolisso e noioso in diversi punti. Il protagonista è il giovane Mevlut che al matrimonio di suo cugino vede una ragazza bellissima, che scopre essere una delle sorelle della sposa, e s’innamora così tanto che chiede al fratello dello sposo il suo nome e si fa aiutare a mandarle lettere d’amore mentre è lontano a svolgere il servizio militare. Una volta tornato decide di rapire la ragazza e portarla con sé per sposarla, ma una volta con lei si accorge che i suoi occhi non sono quelli di cui si era innamorato. In lei comunque troverà un’ottima moglie e una splendida madre per le figlie. Chi lo ha ingannato molti anni prima? Perché? Si è trattato realmente di un inganno o un errore casuale? È quello che Pamuk ci racconta in un numero di pagine – a mio parere – eccessivamente superiore al dovuto. In molti passi è difficile addirittura rimanere concentrati perché si rischia di perdere il filo della storia. Nota molto positiva è il fatto che la narrazione è affidata a più voci, ognuna delle quali racconta le vicende (insieme a pensieri, preoccupazioni, paure) dal proprio punto di vista. Per il resto, nonostante la scoperta di tradizioni e usi della Turchia, purtroppo non sono riuscita ad amare questo Nobel.
DETTAGLI: La stranezza che ho nella testa, Orhan Pamuk, trad. Barbara La Rosa Salim, Romanzo, Letteratura turca, 608 pp., Einaudi, 2015, 15 € (in versione Super ET)


Zero K di Don Delillo l’ho ricevuto partecipando a un’iniziativa natalizia della libreria che frequento in cui bisognava acquistare un libro, incartarlo con carta anonima, scriverci una dedica sopra e aspettare un sorteggio che avrebbe accoppiato mittenti e destinatari. Questo è quello che è toccato a me, ed è stato un bene perché da tempo volevo leggere Delillo, autore di cui vedo sempre tessere le lodi ma che purtroppo non conoscevo ancora. Confesso che è stato un romanzo difficile perché, nonostante lo stile non sia per niente complicato, si avverte una profondità e una pesantezza (non in senso negativo) che portano spesso a pensare che qualcosa nel sottotesto ci stia sfuggendo. E a me sicuramente qualcosa è sfuggito, anche perché mi son messa a leggerlo in un periodo movimentato e coi muratori che lavoravano nel palazzo accanto regalandomi mal di testa continui e scarsa concentrazione. Detto questo, però, mi è piaciuto molto (anche se, come avrete capito, avrebbe potuto piacermi ancora di più).
In questo romanzo, pubblicato nel 2016 da Einaudi con una traduzione di Federica Aceto, si affronta il tema della fine non definitiva della vita. Jeff Lockhart, figlio di un milionario, ci racconta che suo padre Ross vuole seguire la seconda moglie Artis, malata terminale, in un processo di ibernazione (a zero gradi Kelvin, da qui il titolo) attuato in una clinica segreta: i corpi verranno congelati in attesa che in futuro ci siano nuove cure, nuove possibilità, ed essi possano finalmente tornare a vivere meglio di prima. Da qui nascono confronti tra padre e figlio sul significato della vita e della morte e sull’effettiva validità della scienza come soluzione ai mali (e quella di Jeff dovrebbe essere quella di Delillo). Ad ogni modo, grazie anche alla descrizione della clinica, si avverte un’atmosfera cupa e fredda che di sicuro lascia il segno.
Qui, come per Pamuk, è la mia unica lettura di questo autore, che mi toccherà approfondire perché è chiaro che una sola esperienza non permette di farsi un’idea chiara.
DETTAGLI: Zero K, Don Delillo, trad. Federica Aceto, Romanzo, Letteratura americana, 244 pp., Einaudi, 2016, 12 €


Gatti molto speciali è il Nobel scelto sempre dal gruppo LeggoNobel dopo Pamuk. A fine febbraio ci siamo dedicati a Doris Lessing, autrice britannica scomparsa qualche anno fa, nel 2013. Abbiamo scelto una lettura abbastanza soft, tralasciando quelle più conosciute che rientrano nella sua produzione. Personalmente non mi aspettavo un libro su gattini pucciosi e teneri, ma non pensavo di trovarmi tra le mani un libro così interessante su queste creature che amo moltissimo e che anche la Lessing amava, anche se in un modo che all’inizio potrebbe sembrare un po’ freddo. La scrittrice Nobel nel 2007 parla del rapporto con questi piccoli felini nelle varie epoche della sua vita, a Teheran da piccola, in Sudafrica poi, e infine a Londra da adulta. Quando era bambina faceva una distinzione tra i gatti che stavano in casa e quelli che selvatici che vivevano fuori e che cercavano di inselvatichire quelli domestici, parla dei genitori che dovevano sopprimere gran parte delle cucciolate perché figuriamoci se in quei territori e a quell’epoca si parlava di sterilizzazione. Nella parte londinese, invece, cambia del tutto tono e si passa a qualcosa che sembra molto introspettivo: ha un rapporto quasi da pari coi suoi gatti, gli uni tentano di leggere nell’animo dell’altra e viceversa. Parla ovviamente di quelli con cui ha instaurato rapporti più profondi e ne analizza il carattere, i diversi tipi di intelligenza e le peculiarità. Davvero una bellissima scoperta.
DETTAGLI: Gatti molto speciali, Doris Lessing, trad. Maria Antonietta Saracino, Autobiografico, Letteratura inglese, 160 pp., Feltrinelli, 2017, 19 €


Fedeltà è l’ultimo romanzo di Marco Missiroli, un libro che faceva già discutere ancor prima che uscisse, non chiedetemi perché. Avendone lette di cotte e di crude (anche abbastanza crude, devo dire, e con toni anche molto accesi), ho deciso di leggermelo e di farmi un’idea. L’autore milanese, pubblicato da Einaudi, come si evince facilmente dal titolo affronta il tema della fedeltà, ma non solo quella coniugale, o almeno della relazione amorosa, ma anche quella verso se stessi, il non rinunciare ai propri sogni, alle proprie aspirazioni o alla propria indole per gli altri. Così ci sono Carlo e Margherita, sposati da un po’ di anni, che vivono quasi costretti in una relazione che non metterebbero mai in discussione, ma che nei fatti sembra star stretta a entrambi: lui, ossessionato per anni da una studentessa di un suo corso, lei invaghita del suo fisioterapista. Cedere a una tentazione permette davvero di eliminarla? E togliersi un pensiero può realmente riportare la serenità nella propria vita? Non lo so, e leggendo questo romanzo non sono nemmeno riuscita a farmene un’idea più chiara, perché anche se l’idea di base mi sembra molto interessante immagino che potesse essere sviluppata in modo diverso, magari più incisivo e doloroso. Mentre mi sembra tutto molto leggero, infatti a me come lettrice lascia pochissimo. Peccato!
DETTAGLI: Fedeltà, Marco Missiroli, Romanzo, Letteratura italiana, 232 pp., Einaudi, 2019, 19 €

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La morte di Virginia | Leonard Woolf

Ho comprato un po’ di tempo fa questo libriccino per la mia grande curiosità nei confronti di Virginia Woolf, una figura così importante e allo stesso tempo così fragile, e l’ho inserito tra letture più pesanti e voluminose, nonostante non sia per niente una storia piccola e leggera. La morte di Virginia è un estratto da The Journey not the Arrival Matters, autobiografia di Leonard Woolf pubblicata nel 1969, e qui il grande autore britannico parla della moglie, ma fa anche una ricostruzione – basata sulla propria esperienza – del periodo storico che va dal ’39 al marzo del ’41, quando lei si è tolta la vita. E alla morte di Virginia infatti arriva molto lentamente, nella seconda parte del libro, come se fosse qualcosa a cui prepararsi in modo graduale.
Agli albori della Seconda Guerra Mondiale, Londra è bersagliata da raid aerei e i Woolf si sono rifugiati in campagna nel Sussex, a Rodmell, ma anche lì presto cominceranno a udirsi gli scoppi delle bombe. La paura di essere catturati è grande e Leonard e Virginia sentono incombere su di sé il pericolo. Nel frattempo lei si butta a capofitto nei suoi scritti e lui è molto preso dalla situazione e spesso non si accorge di tanti segnali del fatto che Virginia non sta bene. Nella seconda parte, però, Leonard appare visibilmente preoccupato, si rende conto che la ricaduta dell’amatissima moglie non sembra essere come le altre, ma è sempre attento, cerca di mostrarle tutta la delicatezza di cui è capace, anche quando tutto le costa fatica. Virginia sta affrontando una battaglia contro una parte di sé che lui non può comprendere appieno, ed è cosciente che questa battaglia lei potrebbe anche perderla e soccombere.

Il 28 marzo del 1941 Virginia lascia diverse lettere. Al marito scrive:

Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.

Alla sorella Vanessa scrive: «Ho lottato, ma non ce la faccio più». Dopodiché abbandona il bastone sull’argine del fiume Ouse, si riempie le tasche di sassi e si lascia annegare nell’acqua.

Di lei, in questo libretto pubblicato da Lindau, c’è il ricordo di un marito che amava confrontarsi con una donna così intellettualmente forte, geniale, che amava passeggiare con lei o incontrare gli amici, e che in generale amava la vita con lei. È una testimonianza storica e anche privata di uno degli autori più importanti della letteratura inglese che ci permette di guardare il suicidio di Virginia dalla prospettiva – “privilegiata” – di chi le stava più vicino di chiunque altro. Emerge la figura di un uomo sensibile, innamorato e attento, che personalmente non avrei immaginato, nonostante avessi letto più volte la lettera d’addio della moglie e sapessi quanto si erano amati. Leonard sapeva, e tiene a sottolinearlo spesso, che lei voleva vivere, amava vivere, lottava per non cedere, ma la sua disperazione ha avuto la meglio e l’ha abbattuta, come una burrasca di vento nel ’43 abbatté uno dei due grandi olmi – che avevano chiamato Leonard e Virginia, come loro – sotto cui erano state sepolte le sue ceneri.

Un libro piccolissimo che si legge velocemente, ma parecchio denso.
Buona lettura!

Titolo: La morte di Virginia
Autore: Leonard Woolf
Traduttore: Paola Quarantelli
Genere: Autobiografia
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 92
Prezzo: 14 €
Editore: Lindau

In breve: “Festa mobile” di Ernest Hemingway

La Parigi dei bei tempi andati,
quando eravamo molto poveri e molto felici.

 

15844518_1829648237248761_1310775110420641189_oSono già diversi giorni che ho finito di leggere Festa mobile di Ernest Hemingway, ma non sono riuscita a parlarvene perché onestamente non so da dove cominciare. Questo è uno dei motivi per cui, alla fine, ho scelto di farlo “in breve”: ci sarebbero milioni di cose da dire ma, di contro, si tratta del mio autore del cuore e quindi l’emozione, ogni volta che lo leggo, mi travolge e il cervello va in pappa. Balbuzie mentale, vorrei chiamarla. Ad ogni modo, proviamoci.
Hemingway cominciò a scrivere questo libro nell’autunno del 1957, quando si trovava a Cuba, se lo portò in giro nei suoi vari spostamenti e lo concluse nella primavera del ’60, di nuovo a Cuba. In esso troviamo brevi stralci della sua vita a Parigi tra il 1921 e il ’26, da quando, cioè, si era da poco sposato con la sua prima moglie Hadley fino a quando arrivarono i ricchi (leggi Pauline Pfeiffer, quella che divenne la seconda moglie).

Ogni capitolo è dedicato a una situazione o a una persona importante che ha conosciuto durante il suo soggiorno francese o che comunque ha avuto una certa influenza sulla sua vita. Parliamo di Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda (sembra che Ernest fu il primo ad accorgersi dei suoi problemi mentali), Ford Madox Ford e, soprattutto, Gertrude Stein. La signorina Stein, che all’epoca trascorreva la sua vita in libertà con “l’amica che all’epoca viveva con lei”, è stata una figura di riferimento per moltissimi artisti che hanno chiesto spesso i suoi consigli per capire che strada seguire con la loro opera, ed è quella che rivolse ad Ernest in particolare la frase: «Siete tutti una generazione perduta» (anche se poi è stato affermato che la frase fu presa in prestito dal proprietario del garage che si occupava dell’auto della Stein). E quella fu davvero una generazione perduta, una generazione di scrittori che bevevano grandi quantità di alcool, che spendevano i propri soldi per viaggiare e vivere emozioni forti e facevano tutto ciò per combattere il vuoto che minacciava le proprie vite. Una generazione tragica di cui troviamo i maggiori rappresentanti in Festa mobile.

Sapevo ormai che ogni cosa buona o cattiva quando veniva a mancare lasciava un senso di vuoto. Ma se era cattiva il senso di vuoto spariva da sé. Se era buona l’unica cosa da fare per riempire quel vuoto era trovarsi qualcosa di meglio.

Quello che emerge da questi racconti personali è Ernest nella sua spontaneità, nella sua vita vera, non filtrata dai personaggi dai nomi inventati dei romanzi. Il suo amore per Hadley, per il piccolo Bumby, la preoccupazione di avere pochi soldi e di non avere qualcuno che gli pubblicasse i racconti, i momenti di sconforto, i consigli degli amici e della sua mecenate, la confusione scatenata dall’arrivo dei ricchi che ti conquistano con i loro soldi e le loro promesse. Sembra quasi che fino a quel punto Hemingway cercasse una vita fatta di gioie autentiche e pure, che se la sia fatta sfuggire e che poi si sia consumato per il resto della sua esistenza nella più totale infelicità (fino al momento in cui non è stato più capace di “combattere”).
Festa mobile è stato pubblicato circa tre anni dopo la morte di Ernest Hemingway, nel 1964, e non è etichettabile semplicemente come un libro di ricordi. È molto di più: è la testimonianza di un’epoca, di uno stato d’animo, del cuore vero di un uomo che poi non è più tornato.

Buona lettura!

Titolo: Festa mobile
Autore: Ernest Hemingway
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere:
 Autobiografico
Anno di pubblicazione:
 1964 (2013 questa edizione)
Prezzo: 9 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Le serenate del Ciclone” di Romana Petri

Le nature forti, purtroppo, quando cominciano
a lottare contro se stesse patiscono più di quelle deboli.
Ci mettono una tale frenesia
che somiglia all’autodivoramento.

 

14067702_1769683276578591_6153683693498386668_nCapita che quando leggi tanto ti apri alla possibilità di ricevere belle sorprese e che inizi a comprare libri solo perché hanno una bella copertina e ad affrontarne altri senza leggerne la trama. Per quanto riguarda Le serenate del ciclone di Romana Petri (Neri Pozza, 2015), vincitore del premio Mondello 2016 e finalista per il Supermondello, è successo proprio questo: ho cominciato a leggerlo e a metà ho avuto una sorpresa che definire bella sarebbe poco. Ma bisogna fare una premessa importante e, cioè, bisogna dire che io sono nata nel 1989 e che quindi molte cose accadute prima di quell’anno non ho potuto viverle. Sicuramente altri lettori più grandi di me avrebbero capito molto prima la storia raccontata in questo libro. Ma andiamo con ordine.

Siamo tra gli anni Venti e Trenta, Mario Pezzetta è un ragazzino che abita tra Perugia e Cenerente (frazione di Perugia in cui vivono i nonni materni e gli zii), ha una madre amorevole e un padre più assente che presente. Ma è proprio il padre a fare qualcosa di decisivo per lui: un giorno si accorge della passione del figlio per la musica e, messo qualche soldo da parte, gli regala un grammofonino. A quel punto il ragazzino non smette più di cantare, con gli amici crea una banda, lui si fa chiamare Ciclone per via del fatto che è bravo a fare a botte, tutti insieme guadagnano qualche soldino quando Mario canta le serenate su richiesta ai giovani innamorati. Nel frattempo il ragazzo cresce e decide di andare a Roma per studiare seriamente musica, viene mandato dal maestro Cusmic e per pagarsi le lezioni fa anche qualche incontro di pugilato, dato che è anche ben messo fisicamente. La storia di Mario, però, va di pari passo con quella del nostro paese, infatti arriva la guerra, ci sono i fascisti e i partigiani, il giovane deve rispondere alla chiamata alle armi ma per vari motivi, dopo qualche incidente e l’aiuto di un buon dottore, riesce a farsi da parte e tornare alla musica. Mario, infatti, dopo un po’ di tempo comincia a fare le prime audizioni e a ottenere diverse parti. Ma, gli dicono, Pezzetta, per uno alto e prestante come lui, non è che sia un cognome adattissimo, quindi è meglio sceglierne un altro. Allora lui, che ha sempre amato leggere di tutto, acchiappa il vocabolario di latino e con la prima parola che trova e che gli piace davvero sceglie il suo nome d’arte: Mario Petri.

«Te sei nato per fa’ altre cose. Io ‘nn lo so quali, ma ‘nn hanno niente a che vede’ con tutto quello che te circonda da quando sei nato. Sei nato qui, lo so, lo dici sempre. Ma te, ce sei nato per caso, o magari solo perché nasce in un posto non vuol di’ proprio un bel nulla. Da’ retta al tu’ nonno, te farai un’altra strada. Te, sarai ‘n artista.»

A questo punto ricordate la premessa che ho fatto prima di raccontare l’inizio della storia e immaginate quanto mi sia stupita del fatto che l’autrice desse il suo stesso cognome al protagonista del suo libro. Siccome, però, il cervellino bisogna farlo camminare, mi sono messa a cercare in giro e mi sono imbattuta in un personaggio che per la mia giovane età non ho potuto conoscere prima: Mario Petri, cantante e attore italiano, ovvero il papà di Romana Petri (anche il suo è un cognome d’arte preso dal padre).

La seconda parte del libro parte dalla nascita di Romana dall’amore di Mario e Lena, una ballerina classica che gli ha rubato il cuore. La vita della bambina è felice, il papà è famoso, è conosciuto, guadagna tantissimo e abitua la sua famiglia agli agi. Dopo un periodo in cui ha lasciato la musica a causa di una collega con cui anni prima ha avuto una storia, Giulietta Simionato, ma in cui ha comunque fatto diversi film, Mario ha finalmente deciso di cantare di nuovo. Casa Petri è frequentata da personaggi famosi come Maria Callas, Sergio Leone, il maestro Karajan, e Romana vive in un mondo fantastico. Mario Petri poi conosce Riccardo Muti, che gli promette tanto ma poi non mantiene. Questa è una grande delusione per Mario, il cui entusiasmo inizia a diminuire. I soldi scarseggiano, bisogna vendere la grande casa in cui Romana, e poi anche suo fratello David, sono cresciuti, trasferirsi in un luogo meno costoso, cambiare stile di vita. E da lì le cose che cambiano sono tantissime.

Al fotografo di scena che ci ritrae sorrido felice, sul mio volto è stampato l’orgoglio di avere per babbo quel gigantesco supereroe. Il braccio destro del mio babbo è rilassato, in fondo tiene solo per mano sua figlia. Eppure, anche così, è un gran bel braccio pieno di muscoli. E che io sono soddisfatta, si vede da lontano. Se il mio sorriso non ce la fa a trasformarsi in una risata vera, è perché sono troppo piena di me. Sto provocando, è evidente, guardo l’obiettivo con l’aria di chi pensa: Chi mi tocca muore.

(Si riferisce alla fotografia che poi ha deciso di mettere sulla copertina del libro)

Lo so, può sembrare che mi sia dilungata troppo sulla trama, ma su quasi seicento pagine questo non è nulla. E non vi ho nemmeno parlato di tutte le persone che fanno parte della vita di Mario, il suo grande amico “il Kid”, la madre Terzilia, il fratello Paolo, il nonno Damino e tantissimi altri che avranno una grande importanza nella vita di quest’uomo.
Le serenate del Ciclone
 è il grande omaggio di Romana Petri a suo padre, è una storia travolgente che riesce a far sorridere e a commuovere allo stesso tempo. L’autrice ci racconta il Mario Petri privato, il ragazzo che ha seguito la sua passione con il suo carattere forte ma a volte debole, che ha toccato le stelle ma che per una grossa delusione si è fatto da parte. I due hanno sempre avuto un rapporto bellissimo, Mario è stato un padre presente e amorevole; quando lei è diventata grande lui ha cominciato ad essere più severo, hanno iniziato ad avere anche idee diverse, ma sono rimasti sempre molto uniti.
Il Ciclone è un gigante dall’animo sensibile, fragile, che attraverso le parole della figlia entra inevitabilmente nei cuori di noi lettori. Io mi sono commossa davvero molto, specialmente alla fine, alla pagina dell’epilogo, in cui l’autrice fa il suo saluto alla memoria del padre. Leggendo il libro mi è sembrato continuamente di trovarmi insieme ai personaggi, di essere a casa con loro, tanto si riesce ad entrare nella storia.

Io Romana Petri l’ho scoperta così, con questo libro che secondo me è così bello anche perché è “vissuto”, perché parla di cose reali che l’autrice conosce bene, ma sicuramente approfondirò questa conoscenza leggendo altri romanzi. Ha uno stile fluido, semplice, non arzigogolato, che permette di seguire bene la storia senza distrarsi. Nonostante le 600 pagine di questo libro che, a prima vista, potrebbero spaventare chiunque, Le serenate del ciclone si divora. Io non riuscivo a staccarmi dalle pagine, me lo sono portato dietro ovunque, lo leggevo in ogni momento e quando interrompevo non vedevo l’ora di tornarci.
È indubbiamente uno dei libri più belli letti quest’estate (e credo che non potrebbe essere più bello di com’è), quindi dire che ve lo consiglio mi sembra superfluo, no?

Buona lettura!

Titolo: Le serenate del Ciclone
Autore: Romana Petri
Genere:
 Romanzo (auto)biografico
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 590
Prezzo: 18 €
Editore: Neri Pozza

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

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ROMANA PETRI è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con ttl La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: Ovunque io sia (BEAT 2012), Alle Case venie, I padri degli altri, La donna delle Azzorre, Dagoberto Babilonio, un destino, Esecuzioni, Tutta la vita, Figli dello stesso padre Giorni di Spasimato amore.

“Scritto sulla tua terra” di Mauro Libertella

È possibile diventare scrittori quando il nostro cognome
appartiene già a uno scrittore consacrato?

 

scrHéctor Libertella è stato un noto scrittore argentino ed è morto nel 2010 perché l’alcool, piano piano, lo ha consumato, anche se ad ucciderlo definitivamente è stato un cancro. Scritto sulla tua terra è un libro di Mauro Libertella, il figlio, anche lui autore, che sembra cercare una riconciliazione affettiva con quel padre tanto amato.
La narrazione ha inizio quattro anni dopo la morte di Héctor, avvenuta nel 2006 e, al contrario di quanto ci si possa aspettare, non è straziante o disperata, ma serena. Mauro elenca e lega tra loro i ricordi legati alla figura di suo padre, anche tornando indietro di molti anni, ci parla delle cose che facevano insieme, di come si sia accorto del suo vizio, ma senza giudicarlo. Non gli dà la colpa di essersi praticamente ucciso da solo, come invece fa chi gli dice “Tuo padre si è suicidato a rate”, frase che gli resterà impressa nella mente per sempre.

La cosa che colpisce tantissimo è che Mauro riflette sulla pubblicazione dell’autobiografia di suo padre, L’architettura del fantasma, avvenuta pochi giorni dopo la sua morte, che sembra quasi un’anticipazione del tragico evento. Un evento che, però, lui accetta e che probabilmente lo aiuta a sentirsi ancora più vicino ad Héctor, anche se lui non c’è più. Andare nei bar che lui frequentava, passare dalle zone in cui lui bazzicava, adesso ha tutto un altro significato, come anche incontrare i suoi vecchi amici oppure ordinare, nei locali, quello che beveva lui.
Ma se Mauro cerca in qualche modo di legarsi più a suo padre, tenta anche di affermare la sua identità individuale, di scindere se stesso dal mito del grande autore e di non essere il “figlio di”.

Ancora una volta Caravan edizioni ci dà la possibilità di scoprire, grazie alla traduzione di Vincenzo Barca, la letteratura sudamericana e con Scritto sulla tua terra riusciamo ad accostarci non a uno, ma a due autori argentini: Héctor e Mauro Libertella. Due autori legati da parentela ma che hanno due identità differenti.

Buona lettura!

Titolo: Scritto sulla tua terra
Autore: Mauro Libertella
Traduzione:
 Vincenzo Barca
Genere:
 (Auto)biografico
Anno di pubblicazione:
2015
Pagine: 112
Prezzo: 9,50 €
Editore: Caravan

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

La condizione di una vita piena

Se non sappiamo immaginarci diversi da come siamo e assumere questo secondo io, non possiamo imporci una disciplina, nonostante che ne possiamo accettare una da altri. La virtù attiva, in quanto distinta dall’accettazione passiva della regola vigente, è perciò teatrale, consapevolmente drammatica, la capacità di indossare una maschera. È la condizione di una vita strenua, piena.

William Butler Yeats (1865-1939), da Autobiografia;
citato in Thomas R. Nevin, Simone Weil: Ritratto di un’ebrea che si volle esiliare,
trad. Giulia Boringhieri,
Bollati Boringhieri, Torino, 1997, p. 420

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“Io e Dewey” di Vicki Myron

WP_003703Sono un’appassionata di gatti e l’anno scorso mi sono messa a chiedere in giro qualche titolo di libro che avesse a che fare con questi animali, ma evitando quelli stile “che carini, pucci pucci, miao miao”, perché poi diventano letture stupide. Qualcuno mi disse di prendere Io e Dewey di Vicki Myron e poco tempo fa l’ho ordinato su Amazon, dove, dato che era rimasuglio di magazzino, l’ho pagato meno di tre euro. Finalmente qualche giorno fa ho trovato il modo (e anche l’ispirazione) di leggerlo ed è stata una bella esperienza.

Chi ha o ha avuto degli animali, sa bene come funziona; chi ha o ha avuto gatti, lo sa ancora meglio. Sono degli esseri davvero incredibili, dotati di un’intelligenza che va al di là del “prendi la pallina e riportamela”. Un gatto ti guarda e sembra dirti “credi che io sia un troglodita? ma per chi mi hai preso?”, ma è capace di amarti in un modo che oso definire unico.
Vicki Myron è un’impiegata della biblioteca della cittadina di Spencer, in Iowa, e in una gelida mattinata di un gelido gennaio, dopo essere arrivata sul posto di lavoro, sente un rumore nella cassetta che avevano creato nel muro per la restituzione dei libri dall’esterno. Va a vedere e sotto un mucchio di libri gettati lì alla rinfusa nota un esserino rosso infreddolito ma per nulla impaurito. Lo prende e insieme a qualche collega cerca di scaldarlo e nutrirlo, ma fin dal primo momento Vicki sa già che quel gattino rappresenterà una delle cose più importanti non solo della sua vita ma di quella dell’intera comunità. Col passare del tempo, infatti, Dewey – nome completo Dewey (come la classificazione bibliografica) Readmore Books (Leggi più libri, il cognome) – diventa la mascotte della biblioteca, poi della città, poi dell’Iowa e poi quasi dell’America. Arriva gente da posti sempre più lontani per fotografare, conoscere o realizzare servizi sul famoso gatto della biblioteca, quel micio che saluta tutti quelli che entrano, accoglie le persone nella sua “casa” e dà amore in modo speciale a coloro che hanno dei problemi.


Parte del servizio su Dewey realizzato per il programma televisivo Living in Iowa

Anche se Dewey è stato adottato dalla biblioteca, la sua vera mamma è Vicki, che lo cura e lo tiene in casa con sé per le vacanze. E Dewey ama profondamente anche Jodi, la figlia di Vicki, con cui ha un rapporto speciale. Alla vita del gatto (19 anni, dall’87 al 2006, vissuti pienamente) si alternano, nella narrazioni, episodi di quella di Vicki: il matrimonio, la nascita di Jodi, i problemi col marito e la separazione, il trovarsi a crescere una figlia da sola quasi senza un quattrino,  la voglia di migliorare e le malattie. Vicki non ha avuto una vita facile, si è dovuta conquistare tutto col duro lavoro e in più è stata più volte buttata giù da brutti eventi, personali e nella sua famiglia. Ma si è sempre rialzata per andare avanti. Quando nessuno sembrava capire davvero il suo dolore, quando nessuno le offriva un abbraccio, Dewey lo capiva e mentre lei lavorava le si metteva in braccio e le appoggiava la testa addosso come per abbracciarla e farle capire che lui c’era, oppure l’accoglieva ogni mattina salutando con la zampetta. Perché sì, gli animali (e i gatti!) sono così, non occorono spiegazioni: non parlano il linguaggio umano, ma capiscono benissimo emozioni e stati d’animo, e sanno darti più di chiunque altro il loro conforto e la loro comprensione.

Dewey e Vicki

Dewey, inoltre, con la sua fama ha contribuito quasi a pubblicizzare Spencer e attirare imprenditori, attività e nuovi posti di lavoro, risollevando l’economia di una cittadina che più volte aveva rischiato di crollare. Il gatto ha significato molto per tutti, tanto che è apparso perfino in un servizio nella tv Giapponese.
Questo è un libro che si legge tutto d’un fiato, ma che piace a seconda di quanto si riescano a capire i sentimenti di chi lo ha scritto. Se non avete mai avuto esperienze con animali, vi sembrerà la semplice vita di un gatto di biblioteca, che appare la mattina e cammina tra i piedi alle persone tutta la giornata; se invece conoscete un po’ quel tipo di legame, capirete a fondo le parole dell’autrice, Vicki Myron, che racconta in prima persona della sua vita e dei 19 anni con Dewey, il suo amico speciale.

Devo dire che mi sono commossa davvero, soprattutto all’inizio quando il gattino viene trovato e alla fine, quando Dewey muore. L’autrice non ha scritto una storia smielata su quanto il gattino fosse bello, la Myron parla del rapporto tra la gente e un gatto che ha dato davvero tanto a tutti, migliorando le loro vite.

Titolo: Io e Dewey
Autore:
 Vicki Myron (con Bret Witter)
Traduzione:
 Giulia Balducci
Genere: 
Autobiografia
Anno di pubblicazione:
 2008
Pagine: 279
Prezzo: 6,50 €
Editore: Sperling & Kupfer

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota