In breve: “Festa mobile” di Ernest Hemingway

La Parigi dei bei tempi andati,
quando eravamo molto poveri e molto felici.

 

15844518_1829648237248761_1310775110420641189_oSono già diversi giorni che ho finito di leggere Festa mobile di Ernest Hemingway, ma non sono riuscita a parlarvene perché onestamente non so da dove cominciare. Questo è uno dei motivi per cui, alla fine, ho scelto di farlo “in breve”: ci sarebbero milioni di cose da dire ma, di contro, si tratta del mio autore del cuore e quindi l’emozione, ogni volta che lo leggo, mi travolge e il cervello va in pappa. Balbuzie mentale, vorrei chiamarla. Ad ogni modo, proviamoci.
Hemingway cominciò a scrivere questo libro nell’autunno del 1957, quando si trovava a Cuba, se lo portò in giro nei suoi vari spostamenti e lo concluse nella primavera del ’60, di nuovo a Cuba. In esso troviamo brevi stralci della sua vita a Parigi tra il 1921 e il ’26, da quando, cioè, si era da poco sposato con la sua prima moglie Hadley fino a quando arrivarono i ricchi (leggi Pauline Pfeiffer, quella che divenne la seconda moglie).

Ogni capitolo è dedicato a una situazione o a una persona importante che ha conosciuto durante il suo soggiorno francese o che comunque ha avuto una certa influenza sulla sua vita. Parliamo di Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda (sembra che Ernest fu il primo ad accorgersi dei suoi problemi mentali), Ford Madox Ford e, soprattutto, Gertrude Stein. La signorina Stein, che all’epoca trascorreva la sua vita in libertà con “l’amica che all’epoca viveva con lei”, è stata una figura di riferimento per moltissimi artisti che hanno chiesto spesso i suoi consigli per capire che strada seguire con la loro opera, ed è quella che rivolse ad Ernest in particolare la frase: «Siete tutti una generazione perduta» (anche se poi è stato affermato che la frase fu presa in prestito dal proprietario del garage che si occupava dell’auto della Stein). E quella fu davvero una generazione perduta, una generazione di scrittori che bevevano grandi quantità di alcool, che spendevano i propri soldi per viaggiare e vivere emozioni forti e facevano tutto ciò per combattere il vuoto che minacciava le proprie vite. Una generazione tragica di cui troviamo i maggiori rappresentanti in Festa mobile.

Sapevo ormai che ogni cosa buona o cattiva quando veniva a mancare lasciava un senso di vuoto. Ma se era cattiva il senso di vuoto spariva da sé. Se era buona l’unica cosa da fare per riempire quel vuoto era trovarsi qualcosa di meglio.

Quello che emerge da questi racconti personali è Ernest nella sua spontaneità, nella sua vita vera, non filtrata dai personaggi dai nomi inventati dei romanzi. Il suo amore per Hadley, per il piccolo Bumby, la preoccupazione di avere pochi soldi e di non avere qualcuno che gli pubblicasse i racconti, i momenti di sconforto, i consigli degli amici e della sua mecenate, la confusione scatenata dall’arrivo dei ricchi che ti conquistano con i loro soldi e le loro promesse. Sembra quasi che fino a quel punto Hemingway cercasse una vita fatta di gioie autentiche e pure, che se la sia fatta sfuggire e che poi si sia consumato per il resto della sua esistenza nella più totale infelicità (fino al momento in cui non è stato più capace di “combattere”).
Festa mobile è stato pubblicato circa tre anni dopo la morte di Ernest Hemingway, nel 1964, e non è etichettabile semplicemente come un libro di ricordi. È molto di più: è la testimonianza di un’epoca, di uno stato d’animo, del cuore vero di un uomo che poi non è più tornato.

Buona lettura!

Titolo: Festa mobile
Autore: Ernest Hemingway
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere:
 Autobiografico
Anno di pubblicazione:
 1964 (2013 questa edizione)
Prezzo: 9 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Le serenate del Ciclone” di Romana Petri

Le nature forti, purtroppo, quando cominciano
a lottare contro se stesse patiscono più di quelle deboli.
Ci mettono una tale frenesia
che somiglia all’autodivoramento.

 

14067702_1769683276578591_6153683693498386668_nCapita che quando leggi tanto ti apri alla possibilità di ricevere belle sorprese e che inizi a comprare libri solo perché hanno una bella copertina e ad affrontarne altri senza leggerne la trama. Per quanto riguarda Le serenate del ciclone di Romana Petri (Neri Pozza, 2015), vincitore del premio Mondello 2016 e finalista per il Supermondello, è successo proprio questo: ho cominciato a leggerlo e a metà ho avuto una sorpresa che definire bella sarebbe poco. Ma bisogna fare una premessa importante e, cioè, bisogna dire che io sono nata nel 1989 e che quindi molte cose accadute prima di quell’anno non ho potuto viverle. Sicuramente altri lettori più grandi di me avrebbero capito molto prima la storia raccontata in questo libro. Ma andiamo con ordine.

Siamo tra gli anni Venti e Trenta, Mario Pezzetta è un ragazzino che abita tra Perugia e Cenerente (frazione di Perugia in cui vivono i nonni materni e gli zii), ha una madre amorevole e un padre più assente che presente. Ma è proprio il padre a fare qualcosa di decisivo per lui: un giorno si accorge della passione del figlio per la musica e, messo qualche soldo da parte, gli regala un grammofonino. A quel punto il ragazzino non smette più di cantare, con gli amici crea una banda, lui si fa chiamare Ciclone per via del fatto che è bravo a fare a botte, tutti insieme guadagnano qualche soldino quando Mario canta le serenate su richiesta ai giovani innamorati. Nel frattempo il ragazzo cresce e decide di andare a Roma per studiare seriamente musica, viene mandato dal maestro Cusmic e per pagarsi le lezioni fa anche qualche incontro di pugilato, dato che è anche ben messo fisicamente. La storia di Mario, però, va di pari passo con quella del nostro paese, infatti arriva la guerra, ci sono i fascisti e i partigiani, il giovane deve rispondere alla chiamata alle armi ma per vari motivi, dopo qualche incidente e l’aiuto di un buon dottore, riesce a farsi da parte e tornare alla musica. Mario, infatti, dopo un po’ di tempo comincia a fare le prime audizioni e a ottenere diverse parti. Ma, gli dicono, Pezzetta, per uno alto e prestante come lui, non è che sia un cognome adattissimo, quindi è meglio sceglierne un altro. Allora lui, che ha sempre amato leggere di tutto, acchiappa il vocabolario di latino e con la prima parola che trova e che gli piace davvero sceglie il suo nome d’arte: Mario Petri.

«Te sei nato per fa’ altre cose. Io ‘nn lo so quali, ma ‘nn hanno niente a che vede’ con tutto quello che te circonda da quando sei nato. Sei nato qui, lo so, lo dici sempre. Ma te, ce sei nato per caso, o magari solo perché nasce in un posto non vuol di’ proprio un bel nulla. Da’ retta al tu’ nonno, te farai un’altra strada. Te, sarai ‘n artista.»

A questo punto ricordate la premessa che ho fatto prima di raccontare l’inizio della storia e immaginate quanto mi sia stupita del fatto che l’autrice desse il suo stesso cognome al protagonista del suo libro. Siccome, però, il cervellino bisogna farlo camminare, mi sono messa a cercare in giro e mi sono imbattuta in un personaggio che per la mia giovane età non ho potuto conoscere prima: Mario Petri, cantante e attore italiano, ovvero il papà di Romana Petri (anche il suo è un cognome d’arte preso dal padre).

La seconda parte del libro parte dalla nascita di Romana dall’amore di Mario e Lena, una ballerina classica che gli ha rubato il cuore. La vita della bambina è felice, il papà è famoso, è conosciuto, guadagna tantissimo e abitua la sua famiglia agli agi. Dopo un periodo in cui ha lasciato la musica a causa di una collega con cui anni prima ha avuto una storia, Giulietta Simionato, ma in cui ha comunque fatto diversi film, Mario ha finalmente deciso di cantare di nuovo. Casa Petri è frequentata da personaggi famosi come Maria Callas, Sergio Leone, il maestro Karajan, e Romana vive in un mondo fantastico. Mario Petri poi conosce Riccardo Muti, che gli promette tanto ma poi non mantiene. Questa è una grande delusione per Mario, il cui entusiasmo inizia a diminuire. I soldi scarseggiano, bisogna vendere la grande casa in cui Romana, e poi anche suo fratello David, sono cresciuti, trasferirsi in un luogo meno costoso, cambiare stile di vita. E da lì le cose che cambiano sono tantissime.

Al fotografo di scena che ci ritrae sorrido felice, sul mio volto è stampato l’orgoglio di avere per babbo quel gigantesco supereroe. Il braccio destro del mio babbo è rilassato, in fondo tiene solo per mano sua figlia. Eppure, anche così, è un gran bel braccio pieno di muscoli. E che io sono soddisfatta, si vede da lontano. Se il mio sorriso non ce la fa a trasformarsi in una risata vera, è perché sono troppo piena di me. Sto provocando, è evidente, guardo l’obiettivo con l’aria di chi pensa: Chi mi tocca muore.

(Si riferisce alla fotografia che poi ha deciso di mettere sulla copertina del libro)

Lo so, può sembrare che mi sia dilungata troppo sulla trama, ma su quasi seicento pagine questo non è nulla. E non vi ho nemmeno parlato di tutte le persone che fanno parte della vita di Mario, il suo grande amico “il Kid”, la madre Terzilia, il fratello Paolo, il nonno Damino e tantissimi altri che avranno una grande importanza nella vita di quest’uomo.
Le serenate del Ciclone
 è il grande omaggio di Romana Petri a suo padre, è una storia travolgente che riesce a far sorridere e a commuovere allo stesso tempo. L’autrice ci racconta il Mario Petri privato, il ragazzo che ha seguito la sua passione con il suo carattere forte ma a volte debole, che ha toccato le stelle ma che per una grossa delusione si è fatto da parte. I due hanno sempre avuto un rapporto bellissimo, Mario è stato un padre presente e amorevole; quando lei è diventata grande lui ha cominciato ad essere più severo, hanno iniziato ad avere anche idee diverse, ma sono rimasti sempre molto uniti.
Il Ciclone è un gigante dall’animo sensibile, fragile, che attraverso le parole della figlia entra inevitabilmente nei cuori di noi lettori. Io mi sono commossa davvero molto, specialmente alla fine, alla pagina dell’epilogo, in cui l’autrice fa il suo saluto alla memoria del padre. Leggendo il libro mi è sembrato continuamente di trovarmi insieme ai personaggi, di essere a casa con loro, tanto si riesce ad entrare nella storia.

Io Romana Petri l’ho scoperta così, con questo libro che secondo me è così bello anche perché è “vissuto”, perché parla di cose reali che l’autrice conosce bene, ma sicuramente approfondirò questa conoscenza leggendo altri romanzi. Ha uno stile fluido, semplice, non arzigogolato, che permette di seguire bene la storia senza distrarsi. Nonostante le 600 pagine di questo libro che, a prima vista, potrebbero spaventare chiunque, Le serenate del ciclone si divora. Io non riuscivo a staccarmi dalle pagine, me lo sono portato dietro ovunque, lo leggevo in ogni momento e quando interrompevo non vedevo l’ora di tornarci.
È indubbiamente uno dei libri più belli letti quest’estate (e credo che non potrebbe essere più bello di com’è), quindi dire che ve lo consiglio mi sembra superfluo, no?

Buona lettura!

Titolo: Le serenate del Ciclone
Autore: Romana Petri
Genere:
 Romanzo (auto)biografico
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 590
Prezzo: 18 €
Editore: Neri Pozza

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Se questa recensione ti ha incuriosito
puoi prenotare il libro su GoodBook.it
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ROMANA PETRI è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con ttl La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: Ovunque io sia (BEAT 2012), Alle Case venie, I padri degli altri, La donna delle Azzorre, Dagoberto Babilonio, un destino, Esecuzioni, Tutta la vita, Figli dello stesso padre Giorni di Spasimato amore.

“Scritto sulla tua terra” di Mauro Libertella

È possibile diventare scrittori quando il nostro cognome
appartiene già a uno scrittore consacrato?

 

scrHéctor Libertella è stato un noto scrittore argentino ed è morto nel 2010 perché l’alcool, piano piano, lo ha consumato, anche se ad ucciderlo definitivamente è stato un cancro. Scritto sulla tua terra è un libro di Mauro Libertella, il figlio, anche lui autore, che sembra cercare una riconciliazione affettiva con quel padre tanto amato.
La narrazione ha inizio quattro anni dopo la morte di Héctor, avvenuta nel 2006 e, al contrario di quanto ci si possa aspettare, non è straziante o disperata, ma serena. Mauro elenca e lega tra loro i ricordi legati alla figura di suo padre, anche tornando indietro di molti anni, ci parla delle cose che facevano insieme, di come si sia accorto del suo vizio, ma senza giudicarlo. Non gli dà la colpa di essersi praticamente ucciso da solo, come invece fa chi gli dice “Tuo padre si è suicidato a rate”, frase che gli resterà impressa nella mente per sempre.

La cosa che colpisce tantissimo è che Mauro riflette sulla pubblicazione dell’autobiografia di suo padre, L’architettura del fantasma, avvenuta pochi giorni dopo la sua morte, che sembra quasi un’anticipazione del tragico evento. Un evento che, però, lui accetta e che probabilmente lo aiuta a sentirsi ancora più vicino ad Héctor, anche se lui non c’è più. Andare nei bar che lui frequentava, passare dalle zone in cui lui bazzicava, adesso ha tutto un altro significato, come anche incontrare i suoi vecchi amici oppure ordinare, nei locali, quello che beveva lui.
Ma se Mauro cerca in qualche modo di legarsi più a suo padre, tenta anche di affermare la sua identità individuale, di scindere se stesso dal mito del grande autore e di non essere il “figlio di”.

Ancora una volta Caravan edizioni ci dà la possibilità di scoprire, grazie alla traduzione di Vincenzo Barca, la letteratura sudamericana e con Scritto sulla tua terra riusciamo ad accostarci non a uno, ma a due autori argentini: Héctor e Mauro Libertella. Due autori legati da parentela ma che hanno due identità differenti.

Buona lettura!

Titolo: Scritto sulla tua terra
Autore: Mauro Libertella
Traduzione:
 Vincenzo Barca
Genere:
 (Auto)biografico
Anno di pubblicazione:
2015
Pagine: 112
Prezzo: 9,50 €
Editore: Caravan

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

La condizione di una vita piena

Se non sappiamo immaginarci diversi da come siamo e assumere questo secondo io, non possiamo imporci una disciplina, nonostante che ne possiamo accettare una da altri. La virtù attiva, in quanto distinta dall’accettazione passiva della regola vigente, è perciò teatrale, consapevolmente drammatica, la capacità di indossare una maschera. È la condizione di una vita strenua, piena.

William Butler Yeats (1865-1939), da Autobiografia;
citato in Thomas R. Nevin, Simone Weil: Ritratto di un’ebrea che si volle esiliare,
trad. Giulia Boringhieri,
Bollati Boringhieri, Torino, 1997, p. 420

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“Io e Dewey” di Vicki Myron

WP_003703Sono un’appassionata di gatti e l’anno scorso mi sono messa a chiedere in giro qualche titolo di libro che avesse a che fare con questi animali, ma evitando quelli stile “che carini, pucci pucci, miao miao”, perché poi diventano letture stupide. Qualcuno mi disse di prendere Io e Dewey di Vicki Myron e poco tempo fa l’ho ordinato su Amazon, dove, dato che era rimasuglio di magazzino, l’ho pagato meno di tre euro. Finalmente qualche giorno fa ho trovato il modo (e anche l’ispirazione) di leggerlo ed è stata una bella esperienza.

Chi ha o ha avuto degli animali, sa bene come funziona; chi ha o ha avuto gatti, lo sa ancora meglio. Sono degli esseri davvero incredibili, dotati di un’intelligenza che va al di là del “prendi la pallina e riportamela”. Un gatto ti guarda e sembra dirti “credi che io sia un troglodita? ma per chi mi hai preso?”, ma è capace di amarti in un modo che oso definire unico.
Vicki Myron è un’impiegata della biblioteca della cittadina di Spencer, in Iowa, e in una gelida mattinata di un gelido gennaio, dopo essere arrivata sul posto di lavoro, sente un rumore nella cassetta che avevano creato nel muro per la restituzione dei libri dall’esterno. Va a vedere e sotto un mucchio di libri gettati lì alla rinfusa nota un esserino rosso infreddolito ma per nulla impaurito. Lo prende e insieme a qualche collega cerca di scaldarlo e nutrirlo, ma fin dal primo momento Vicki sa già che quel gattino rappresenterà una delle cose più importanti non solo della sua vita ma di quella dell’intera comunità. Col passare del tempo, infatti, Dewey – nome completo Dewey (come la classificazione bibliografica) Readmore Books (Leggi più libri, il cognome) – diventa la mascotte della biblioteca, poi della città, poi dell’Iowa e poi quasi dell’America. Arriva gente da posti sempre più lontani per fotografare, conoscere o realizzare servizi sul famoso gatto della biblioteca, quel micio che saluta tutti quelli che entrano, accoglie le persone nella sua “casa” e dà amore in modo speciale a coloro che hanno dei problemi.


Parte del servizio su Dewey realizzato per il programma televisivo Living in Iowa

Anche se Dewey è stato adottato dalla biblioteca, la sua vera mamma è Vicki, che lo cura e lo tiene in casa con sé per le vacanze. E Dewey ama profondamente anche Jodi, la figlia di Vicki, con cui ha un rapporto speciale. Alla vita del gatto (19 anni, dall’87 al 2006, vissuti pienamente) si alternano, nella narrazioni, episodi di quella di Vicki: il matrimonio, la nascita di Jodi, i problemi col marito e la separazione, il trovarsi a crescere una figlia da sola quasi senza un quattrino,  la voglia di migliorare e le malattie. Vicki non ha avuto una vita facile, si è dovuta conquistare tutto col duro lavoro e in più è stata più volte buttata giù da brutti eventi, personali e nella sua famiglia. Ma si è sempre rialzata per andare avanti. Quando nessuno sembrava capire davvero il suo dolore, quando nessuno le offriva un abbraccio, Dewey lo capiva e mentre lei lavorava le si metteva in braccio e le appoggiava la testa addosso come per abbracciarla e farle capire che lui c’era, oppure l’accoglieva ogni mattina salutando con la zampetta. Perché sì, gli animali (e i gatti!) sono così, non occorono spiegazioni: non parlano il linguaggio umano, ma capiscono benissimo emozioni e stati d’animo, e sanno darti più di chiunque altro il loro conforto e la loro comprensione.

Dewey e Vicki

Dewey, inoltre, con la sua fama ha contribuito quasi a pubblicizzare Spencer e attirare imprenditori, attività e nuovi posti di lavoro, risollevando l’economia di una cittadina che più volte aveva rischiato di crollare. Il gatto ha significato molto per tutti, tanto che è apparso perfino in un servizio nella tv Giapponese.
Questo è un libro che si legge tutto d’un fiato, ma che piace a seconda di quanto si riescano a capire i sentimenti di chi lo ha scritto. Se non avete mai avuto esperienze con animali, vi sembrerà la semplice vita di un gatto di biblioteca, che appare la mattina e cammina tra i piedi alle persone tutta la giornata; se invece conoscete un po’ quel tipo di legame, capirete a fondo le parole dell’autrice, Vicki Myron, che racconta in prima persona della sua vita e dei 19 anni con Dewey, il suo amico speciale.

Devo dire che mi sono commossa davvero, soprattutto all’inizio quando il gattino viene trovato e alla fine, quando Dewey muore. L’autrice non ha scritto una storia smielata su quanto il gattino fosse bello, la Myron parla del rapporto tra la gente e un gatto che ha dato davvero tanto a tutti, migliorando le loro vite.

Titolo: Io e Dewey
Autore:
 Vicki Myron (con Bret Witter)
Traduzione:
 Giulia Balducci
Genere: 
Autobiografia
Anno di pubblicazione:
 2008
Pagine: 279
Prezzo: 6,50 €
Editore: Sperling & Kupfer

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Cimettolafaccia” di Costanzo Ferraro

cimettolafaccia

Oggi vi parlo di un libro che ho letto in poche ore e che mi ha colpita davvero molto. Tra l’altro non era nella scaletta di libri che mi sono fatta per l’estate – scaletta che, comunque, varia continuamente perché sono un po’ schizzata e cambio sempre idea -, è stato inserito all’improvviso e si è rivelato una lettura molto interessante sotto diversi aspetti.

Cimettolafaccia è un libro di Costanzo Ferraro, edito da Valigie Rosse a maggio 2014. Sostanzialmente è l’autobiografia di un ingegnere, ma detta così ci si potrebbe chiedere “e che ha di speciale?”. Ha di speciale il fatto che il protagonista, che narra di sé in prima persona, convive da sempre con una disabilità fisica provocata da alcune complicanze del parto: oggi probabilmente sarebbe stato fatto un cesareo, ma quel giorno la madre fu addormentata a sua insaputa e il bambino venne tirato fuori (forse in maniera maldestra) con una specie di ventosa.

Costanzo nasce a Carpi il 4 gennaio del 1971 con una tetraparesi spastica distonica.

La vita per un bambino (poi ragazzino, ragazzo e uomo) con questo problema non è semplice come quella degli altri, l’autore parla dei tempi della scuola, delle cotte unilaterali per le ragazze, della voglia semplicemente di mangiare una fetta di pizza insieme a qualche amico il sabato sera. Mi viene da pensare che la razza umana sia un po’ strana, predica bene e razzola male: le persone s’impietosiscono di fronte a certe malattie o alle disabilità, ma si dileguano quando ci sarebbe bisogno di loro perché probabilmente è troppo difficile gestire queste situazioni diverse dall’ordinario. Tutto ciò senza capire che nessuno vuole la nostra pietà, ma che una persona con un problema vorrebbe semplicemente essere trattata come se quel problema non ci fosse, in modo normale.

Costanzo capisce che il suo corpo nel suo futuro non potrà giocare un ruolo importante, quindi sceglie di affidarsi alla sua testa. Dopo la maturità (che nonostante le difficoltà conquista con un 56/60) decide di trasferirsi a Pisa per studiare informatica. Sa già che sarà molto difficile perché, per fare un esempio, non gli risulta agevole nemmeno scrivere gli appunti delle lezioni su un quaderno tenendo in mano una penna. Ma a Pisa, lontano dal suo ambiente natio che ormai gli stava stretto, Costanzo trova persone che lo aiutano a conquistare, passo dopo passo, la fiducia in se stesso, la laurea e la consapevolezza che lui può e deve farcela. Così diventa un ingegnere informatico e adesso si occupa di sviluppare software.

Questo libriccino spiega come l’autore non si sia mai abbattuto, ma anzi come abbia scelto di combattere per la sua causa. Ci sono tantissime figure importanti che incrociano il suo cammino, medici, compagni di studi, insegnanti, ma la più importante sembra essere Silvia Lavalle, assunta nel 2010 come assistente personale, che ora rappresenta tutto il mondo di Costanzo Ferraro e lo ha aiutato a scrivere la sua autobiografia. Lui fa i nomi di chi ha reso migliore la sua e non ha paura di dire chi invece l’ha resa peggiore: come dice il titolo stesso del libro, Costanzo Ferraro, con toni spesso arrabbiati e sarcastici, ci mette la faccia.

Titolo: Cimettolafaccia1
Autore:
 Costanzo Ferraro
Genere: 
Autobiografia
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 96
Prezzo: 10 € (12 € con le spese di spedizione acquistandolo dal sito)
Editore: Valigie Rosse – Collana “Gli asteroidi”

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

 

Costanzo Ferraro nasce nel 1971 a Piano di Sorrento. Nella splendida Capri matura la volontà di evadere e raggiungere la “rossa” Toscana. Nel 1999 si laurea in Scienze dell’Informazione. Silvia, invece, spezzina classe 1970, si laurea per sbaglio in Giurisprudenza, ma scrive da sempre. Dal loro incontro avvenuto nel 2010 nasce questo libro.


  1. Il libro esiste solo in versione cartacea, i libri di Valigie Rosse sono in tiratura limitata, 500 copie ognuna numerata a mano. 

“Il lupo e il filosofo” di Mark Rowlands

Lezioni di vita dalla natura selvaggia

arton34490Quando viene da me qualcuno che non ha nulla da leggere e mi chiede “mi consigli un titolo?”, io dico sempre “Il lupo e il filosofo” di Mark Rowlands, perchè è un libro che mi ha lasciato davvero un segno nell’anima. Penso di poterlo addirittura definire uno dei miei libri preferiti in assoluto. Poi se ci sono di mezzo gli animali, personalmente vado in brodo di giuggiole. Non ricordo perchè lo comprai, ma sicuramente mi ha affascinata il fatto che qualcuno raccontasse il suo legame con un animale così particolare come il lupo.

Il lupo e il filosofo narra la storia di un rapporto speciale tra l’autore, Mark Rowlands, un giovane professore di filosofia in un’università americana, e Brenin (che significa “Re” in gallese antico), un cucciolo di lupo che riesce ad avere rispondendo ad uno strano annuncio su un giornale. Questo rapporto cresce sempre, dal loro primo incontro fino al momento in cui Brenin chiude definitivamente i suoi occhi color miele, in uno di quelli che Rowlands definisce i suoi “momenti più alti”, quelli in cui si è al proprio massimo.
Un libro emozionante, in cui non si parla solamente di un’amicizia, di un amore fraterno tra due “esseri” che apparentemente appartengono a due categorie diverse (l’uomo e il lupo), ma in cui l’autore analizza, a distanza di qualche tempo dalla morte del suo fratello lupo, quello che Brenin è stato per lui: il portatore di una lezione di vita dalla natura selvaggia. E selvaggia forse non è la parola esatta, dato che molto spesso i selvaggi siamo noi, che non viviamo di lealtà e complicità, ma di “inganni scimmieschi” e vogliamo sempre superare gli altri e arrivare in cima alla scala sociale. Brenin, invece, come gli altri della specie, non è calcolatore, non inganna i più deboli, e non si adatta alla circostanze. Il lupo, a differenza del cane, è indomabile, quindi se decide di esserti amico lo fa perchè veramente tu gli sei entrato nell’anima. E lo fa in un modo molto particolare, che Rowlands racconta davvero bene.

Davvero toccante e ricco di spunti di riflessione. Leggendo altre recensioni sia su Ibs che su Amazon ho visto che molta gente non lo ha apprezzato tantissimo perchè si aspettava meno filosofia, tra le pagine. Ecco, io che di filosofia ci capisco molto poco vi assicuro che è leggero, non ci sono cose complicate da seguire. La parte filosofica (semplice), l’autore la utilizza per spiegare la profondità del rapporto con questo animale meraviglioso che ha avuto la fortuna di avere nella sua vita. Insomma, un libro che se siete amanti degli animali dovete assolutamente leggere.

Titolo: Il lupo e il filosofo
Autore:
Mark Rowlands
Traduzione:
N. Lamberti
Genere:
Autobiografico
Anno di pubblicazione:
2009
Pagine: 228
Prezzo: 18,50 €
Editore: Mondadori (Collana Ingrandimenti)

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Mark Rowlands e Brenin

La speranza  è il venditore di auto usate dell’esistenza umana: così amichevole, così plausibile. Ma non puoi contare su di lui. Ciò che più importa nella vita è il te stesso che resta quando la speranza è svanita. Il tempo alla fine ci porterà via tutto. Tutto quello che abbiamo acquisito con il talento, con l’operosità e la fortuna ci verrà sottratto. Il tempo ci porta via la forza, i desideri, gli obiettivi, i progetti, il futuro, la felicità e perfino la speranza. Qualunque cosa possiamo avere, qualunque cosa possediamo, il tempo ce la porterà via. Ma ciò che il tempo non potrà mai portarci via è chi siamo stati nei nostri momenti migliori.