Elizabeth Jane Howard. Un’innocenza pericolosa | Artemis Cooper

Non poteva liberarsi della sensazione
che stare da sola fosse la prova di un fallimento,
della propria incapacità di far funzionare un rapporto d’amore,
indipendentemente da quanto spesso ci provasse.

 

Più volte ho ammesso di essere una grande fan di Elizabeth Jane Howard e soprattutto della sua fortunatissima saga dei Cazalet e per questo motivo, dopo molto tempo, ho deciso di leggere la biografia dell’autrice a cura di Artemis Cooper che Fazi ha pubblicato qualche anno fa e che ho ricevuto in regalo nello scorso Secret Santa organizzato da un gruppo di lettura che seguo. Quando uno scrittore ti piace così tanto è interessante conoscerlo meglio, capire come è arrivato a scrivere quello a cui ti sei appassionato, capire quanto c’è di quell’autore nei suoi personaggi, nelle sue storie e nella sua produzione in generale. È esattamente questo, infatti, che è accaduto leggendo Un’innocenza pericolosa, il racconto delle vicende personali di Jane Howard: ho scoperto ad esempio che le tre primogenite dei Cazalet, Louise, Polly e Clary sono tre sfaccettature della personalità dell’autrice: quella più libera e artistica, quella più legata alla casa e agli affetti, e la scrittrice sognatrice; ho scoperto che Viola Cazalet è Kit Somervell, la madre di Jane, ex ballerina che abbandona il sogno di una vita a favore del matrimonio e della famiglia; ho scoperto che Edward Cazalet è David, il padre di Jane, così confuso dalla figlia che cresce da arrivare a metterle le mani addosso. Ma non solo la saga, una parte di lei è anche in Cressy di All’ombra di Julius, anche gli altri romanzi sono basati molto sull’esperienza personale della Howard, su tutto quello che le è accaduto durante la sua lunga vita.

È stata una donna che emanava fascino ovunque andasse, gli uomini si innamoravano di lei al primo sguardo, intorno a lei gravitavano personalità di rilievo nell’ambito della cultura, poteva avere tutto ciò che voleva, eppure ha vissuto una vita all’insegna dell’infelicità. Si è sposata tre volte, l’ultima delle quali con Kingsley Amis (Martin, il suo figliastro è diventato ciò che è oggi proprio grazie a lei che si è interessata alla sua istruzione, e lo scrive in un articolo sul Mail on Sunday dopo la sua morte), ha avuto altre relazioni anche con uomini sposati che non l’hanno mai messa in cima alle loro priorità, non ha mai incontrato qualcuno che accettasse ogni parte di lei o che almeno, a lungo andare non se ne stancasse. È stata perfino vittima, ormai anziana, di un matto che l’ha sedotta facendole credere di essere tutt’altra persona. E nonostante tutti i problemi che ha avuto nei rapporti con i familiari e nelle relazioni amorose, stupisce quanto invece nei libri riesca ad essere lucida e a descrivere in maniera perfetta certe dinamiche sentimentali: di certo aveva una sensibilità spiccata, ma di fatto forse era più brava nella teoria che nella pratica.

Quando ho cominciato a fare le ricerche per questo libro, c’era sempre una domanda che continuavo a pormi: una donna che scrive così bene dell’amore e dell’inganno, e che nei propri romanzi coglie con tanta lucidità le motivazioni dei personaggi, come può commettere tanti errori nella sua vita personale? Adesso capisco che questa domanda metteva il carro davanti ai buoi. Era il suo vivere con questa estrema intensità emotiva; il suo buttarsi a capofitto nelle situazioni senza valutarne i rischi; il suo non riuscire a controllare la propria immaginazione impulsiva: tutto ciò faceva di Jane la romanziera che era.

Elizabeth Jane Howard è morta nel 2014, ma ci ha lasciato moltissimi romanzi, alcuni dei quali abbiamo letto, altri invece li scopriremo piano piano (mi è giunta voce che stiano lavorando a una sua nuova traduzione, io devo ancora recuperare Il lungo sguardo). Una cosa sicura è che è stata sottovalutata per molto tempo, la cosa più semplice che accada a una come lei è essere scambiata per “la donna che scrive romanzi da donne” quando invece si tratta di una persona che ha un particolare talento per l’introspezione e, invece di scrivere romanzi che abbiano la Storia al centro di tutto, si dedica a scrivere libri in cui al centro ci sono delle persone e il modo in cui reagiscono alla Storia e al cambiamento. Era una donna che voleva un giardino curato e una casa sempre piena di ospiti, non voleva stare da sola, perché forse, nonostante fosse una donna alta, imponente e un personaggio culturalmente importante, non è mai riuscita a sentirsi così forte da non appoggiarsi a nessuno, da non sentire il bisogno di essere amata per esistere.

Questi sono solo alcuni dei motivi per approfondire una figura così importante e affascinante, e il libro non appare affatto come un mucchio di testimonianze e appunti affastellati uno sull’altro, ma sembra proprio il romanzo della vita di Jane Howard. Se poi avete già letto qualcosa di suo, oltre ai suoi libri inizierete ad amare anche lei.
Buona lettura!

Titolo: Elizabeth Jane Howard. Un’innocenza pericolosa
Autore: Artemis Cooper
Traduttore: Franca Di Muzio e Nazzareno Mataldi
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 457
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi


Artemis Cooper – È autrice di diversi libri, fra cui Cairo in the War, 1939-1945, Writing at the Kitchen Table: The Authorized Bio- graphy of Elizabeth David e, più di recente, Patrick Leigh Fermor: An Adventure. Con il marito, Antony Beevor, ha scritto Paris After the Liberation, 1944-1949. Ha curato due raccolte di lettere oltre a Words of Mercury, un’antologia dell’opera di Patrick Leigh Fermor; e, con Colin Thubron, ha curato The Broken Road, volume conclusivo della trilogia europea di Fermor.

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L’ambasciatore delle foreste | Paolo Ciampi

Comincia così la storia dell’uomo che amerà gli alberi.
Alberi, scriverà un giorno,
che saprà considerare persone, non cose.
Più di quanto ci riesca io.

 

Se c’è un genere a cui mi dedico di rado, ma che mi dà sempre grandi soddisfazioni, questo è la biografia. Sono convinta che dietro l’idea che ci si fa di un personaggio a partire dal suo operato, dal suo ruolo nella storia o da ciò che decide consapevolmente di far vedere alla società, ci sia tanto altro. Ma questo “altro” da dove può venir fuori per permetterci di conoscere meglio una persona? Diari, lettura attenta di ciò che ha scritto (se è uno scrittore), connessioni tra i luoghi in cui ha vissuto o l’importanza delle battaglie che, metaforicamente, ha combattuto. È così che Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, tira fuori dal dimenticatoio per alcuni e fa scoprire ad altri la figura di George Perkins Marsh, uno che potremmo descrivere come ecologista ante litteram, un uomo curioso e così versatile da lanciarsi spesso in iniziative di scarso interesse che non lo hanno portato a nulla. Ma che in altri casi ha saputo fare la differenza.

Cos’è che ha fatto di noi quello che siamo? Quali e quante parti ci compongono?
Discendiamo da parole, gesti, sguardi. Siamo eredi di istanti che abbiamo vissuto e di cui a volte non siamo nemmeno consapevoli. O di cui diveniamo consapevoli solo da un certo punto in poi: e che almeno non sia troppo tardi.

George Perkins Marsh (Woodstock, 15 marzo 1801 – Vallombrosa, 23 luglio 1882)

L’ambasciatore delle foreste, edito da Arkadia editore qualche mese fa (nella collana Senza rotta curata da Luigi Preziosi e Marino Magliani), nasce dopo che Ciampi legge un libro, datogli anni prima da un amico, in cui Marsh parla degli effetti che una gestione sbagliata delle risorse da parte dell’uomo può avere sul nostro pianeta. Ciampi vuole capire chi era quest’uomo vissuto nell’Ottocento che già trattava argomenti che oggi sono caldissimi, ma non sa da dove partire. Definirlo “ambasciatore, intellettuale, ecologista” sarebbe sbrigativo, sembrerebbe l’occorrente per una lapide. Quindi – senza neanche sapere come cominciare per introdurre un tale personaggio – decide di raccontarci da dove è partito, chi era la sua famiglia, come è arrivato a essere chi era. Nato a Woodstock nel 1801, quando ancora la città non era famosa per il concerto, studiò e diventò avvocato, ma si applicò sempre a qualsiasi cosa potesse suscitare la sua curiosità, arrivò perfino a pubblicare un volume sui cammelli e a occuparsi di linguistica, di finlandese, norreno o islandese. Si sposò, ebbe due figli, perse la moglie e un figlio, e poi si risposò con un’altra donna che lo amò molto e che condivise con lui molte delle sue battaglie.
Ambasciatore lo fu davvero, per gli Stati Uniti in varie parti del mondo, con un mandato riconfermato più volte da più presidenti; e lo fu anche nell’Italia che era appena nata dopo l’unificazione. Visse nel nostro Paese per molto tempo e lo amò tantissimo, ne amava proprio il territorio, le montagne, i boschi, che guardava con il suo occhio da ecologista e non da semplice ammiratore. Faceva lunghe camminate fino a quando fu troppo vecchio per certi passaggi impervi e certe distanze, ma non si arrendeva perché sentiva che quei luoghi erano il suo paradiso.

Sarà sempre così nella sua vita, intendo, nel suo lavoro di parlamentare o di diplomatico. Un acrobata in precario equilibrio. Sospeso tra la voglia di dare il meglio di sé e la voglia di fare altro. Non di non fare niente, ma di fare altro.

Ed è proprio la sua permanenza in Italia e, nello specifico, a Firenze, che lo rende così vicino a Paolo Ciampi, il quale scrive questo libro quasi a volerne celebrare il lato umano mettendo da parte quello da diplomatico. In quello che appare come un lungo dialogo col lettore, l’autore racconta di un uomo stravagante che mentre incontra i reali o le alte cariche dello Stato, mentre cioè conduce l’esistenza di un ambasciatore, si preoccupa di salvare le foreste, di creare parchi o di come portare i cammelli nelle praterie degli Stati Uniti. E proprio perché non si tratta di una biografia da manuale, il punto di forza de L’ambasciatore delle foreste è il modo di Ciampi di trasmetterci la sua ammirazione nei confronti di Marsh senza mai diventare troppo serio o didascalico.
Secondo alcune voci potrebbe essere uno dei possibili candidati al Premio Strega 2019. Staremo a vedere. Nel frattempo, buona lettura!

Titolo: L’ambasciatore delle foreste
Autore: Paolo Ciampi
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 158
Prezzo: 14 €
Editore: Arkadia


Paolo Ciampi – Giornalista e scrittore fiorentino, Paolo Ciampi ha lavorato per diversi quotidiani e oggi è direttore dell’Agenzia di informazione e comunicazione Toscana Notizie. Si divide tra la passione per i viaggi e la curiosità per i personaggi dimenticati nelle pieghe della storia. Ha all’attivo oltre venti libri con diversi riconoscimenti nazionali e adattamenti teatrali. Gli ultimi, in ordine di pubblicazione, sono L’uomo che ci regalò i numeri (Mursia) che racconta i viaggi e le scoperte del matematico Leonardo Fibonacci, L’Olanda è un fiore. In bicicletta con Van Gogh, finalista del Premio Albatros – Città di Palestrina, e due libri che raccontano cammini, Tre uomini a piedi (Ediciclo) e Per le Foreste sacre (Edizioni dei Cammini). Con Tito Barbini è uscito per Clichy con I sogni vogliono migrare. È molto attivo nella promozione degli aspetti sociali della lettura e partecipa a numerose iniziative nelle scuole.

A Napoli con Totò | Loretta Cavaricci ed Elena Anticoli de Curtis

Insomma,
ero un buffone serissimo che maschera la ragione da follia
e la follia da ragione.

 

Ho sempre avuto una grande passione per la figura di Totò, un uomo che ha fatto ridere intere generazioni di persone ma che le ha anche fatte riflettere con una comicità spesso apparentemente priva di logica ma molto sottile. A me ha sempre dato l’impressione di una persona che interiormente non fosse così allegra – di solito chi fa questo mestiere è molto diverso da come appare sullo schermo o a teatro. “Il principe della risata” nacque e crebbe nel rione Sanità di Napoli come scugnizzo in condizioni disagiate, frutto di una relazione clandestina tra Anna Clemente e Giuseppe De Curtis (che lo riconobbe solo nel 1921), e poi fu adottato nel ’33 dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas di Tertiveri, da cui ereditò il titolo di marchese e vari altri titoli nobiliari. Credo che, date le tante stroncature che gli arrivarono in vita, la sua fama aumentò moltissimo dopo la morte nel 1967 tanto da farlo diventare quella figura immortale che è al giorno d’oggi.

Ma Totò – questo il nomignolo che gli affibbiò la madre da piccolo e che diventò il suo nome d’arte – è sempre stato il simbolo di una città: non esisteva senza Napoli e non si può pensare a Napoli senza di lui. È un personaggio completamente inserito in un contesto cittadino lontano dal quale perderebbe significato. Per questo motivo mi sono incuriosita tantissimo quando sono venuta a sapere che Giulio Perrone avrebbe pubblicato un libricino, A Napoli con Totò, nella collana Passaggi di dogana, dedicata alla scoperta di varie città attraverso la vita di persone celebri. In quest’opera, a cura della nota giornalista Loretta Cavaricci e di Elena Anticoli de Curtis (come si evince dal cognome, è la nipote di Totò, figlia di Liliana). L’ho letto già da un bel po’ ma per vari motivi non sono riuscita a parlarne prima, anche se avrei voluto farlo intorno al giorno in cui è uscito.

Il libro esce nel 2018 esattamente a 120 anni dalla nascita di Antonio de Curtis, e rappresenta un viaggio per il capoluogo campano in compagnia del principe della risata. Si tratta di una passeggiata con Totò nei suoi luoghi privati, ma anche in quelli dove si faceva vedere pubblicamente, un modo di ripercorrere la sua vita attraverso gli scorci di una città che si identifica in lui. Esploriamo i luoghi in cui ha girato alcuni film, o quelli dove giocava da bambino, o ancora quelli in cui, ormai ricco e famoso, passava a lasciare una banconota sotto la porta di chi era meno fortunato (questo, ve lo confesso, quando l’ho saluto anni fa ho sentito il cuore che mi si scioglieva). Visse la sua vita a Roma, ma andava spesso nella città in cui era cresciuto, tanto che alla morte furono celebrati tre funerali, due dei quali a Napoli (uno ufficiale, l’altro nel rione Sanità, mentre il primo fu nella capitale). E Napoli gli ha restituito tutto l’affetto che lui le diede in vita.

Santo Totò lo chiamano. Chi va a trovare i cari defunti, passa pure da lui, è una questione di rispetto, dicono.

Non vi dico altro di questo libro che, se siete amanti di Totò e di Napoli, dovete assolutamente leggere, perché va scoperto pagina per pagina. In copertina c’è il simbolo di questo personaggio, la sua bombetta, che fu anche poggiata sulla bara il giorno del funerale. Mentre una cosa molto carina di quest’opera è che, dietro, una parte della bandella si stacca per ricavarne un segnalibro con le bombette.

Vi ho incuriosito?
Buona lettura!

Titolo: A Napoli con Totò
Autore: Loretta Cavaricci, Elena Anticoli de Curtis
Genere: Letteratura di viaggio, biografico
Anno di pubblicazione: 4 ottobre 2018
Pagine: 143
Prezzo: 12 €
Editore: Giulio Perrone editore

 

«Forza, coraggio,
adesso cominceremo a visitare le bellezze di Napoli,
piano piano…
Ladies and gentlemen,
si prega di agganciarsi le cinture e di non fumare».

(dal film Totò a Napoli)

“Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo” di Alleyne Ireland

«Non dimenticate mai che sono cieco,
e che per la maggior parte del tempo soffro.»

 

Goodbook.it con l’inizio del 2017 ha dato vita a un progetto parecchio interessante che consiste nel focalizzare l’attenzione ogni mese su un editore diverso. Il mese di marzo è dedicato ad Add Editore e io ho il piacere di parlarvi di una delle loro ultime pubblicazioni, una novità uscita proprio da pochi giorni, una biografia su un personaggio che molti di voi conosceranno anche solo per sentito dire: Joseph Pulitzer. Leggere questo libro mi ha fatto venire in mente che spesso dovremmo – o meglio, dovrei, perché è una riflessione che ho fatto pensando alle mie letture – concentrarci di più sul genere letterario delle biografie, per conoscere meglio determinate personalità che hanno lasciato il segno. Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo, scritto nel 1914 da Alleyne Ireland, uno dei segretari di Pulitzer, arriva in Italia quest’anno, con una traduzione di Alessandra Maestrini, proprio in occasione del centenario della prima assegnazione del premio Pulitzer (1917, appunto), un premio statunitense considerato la più grande onorificenza nazionale per giornalismo, successi letterari e composizioni musicali.

A narrare, ovviamente in prima persona, è Alleyne Ireland, giornalista e scrittore inglese, nonché formidabile viaggiatore, che ebbe l’onore e il privilegio di essere uno dei segretari di J. P., come veniva chiamato dai collaboratori più stretti. L’occasione gli fu data da un articolo sul giornale che diceva più o meno che si stava cercando, come segretario e accompagnatore per un gentiluomo, una persona intelligente, di mezza età, che avesse viaggiato e letto molto e che fosse disposto a vivere all’estero. Ireland rispose e si trovò a dover fare una serie di colloqui, alcuni anche parecchio complicati dato che i suoi esaminatori cercavano di trovare i suoi punti deboli, prima di scoprire chi fosse il gentiluomo da accompagnare e di essere assunto. Pulitzer era ormai cieco – Ireland poi racconta della rottura del vaso sanguigno nell’occhio che lo portò a non vedere più nulla – ma le sue facoltà intellettuali restarono intatte, se addirittura non si potenziarono. Era un uomo dalla cultura vastissima, dalla memoria immensa e dalla grande determinazione. Dopo la Guerra Civile non aveva i soldi nemmeno per pagarsi un letto al French’s Hotel; in breve tempo divenne reporter del Westliche Post, in meno di dieci anni arrivò ad essere direttore e co-proprietario, la sua ascesa fu rapidissima; si comprò il French’s Hotel, lo rase al suolo e vi fece erigere il Pulitzer Building, dove collocò la sede del World.

«Quello che dico è che i giornali che negli Stati Uniti alterano le notizie, che pubblicano ciò che sanno essere falso, non arrivano a una mezza dozzina. Ma se pensassi di non aver fatto di meglio, mi vergognerei di possederne uno. Non è sufficiente astenersi dal pubblicare notizie false, non è abbastanza fare attenzione a evitare gli errori che possano nascere dall’ignoranza, la trascuratezza, la stupidità di uno o più dei molti uomini che maneggiano le notizie prima che vengano pubblicate. Bisogna fare molto di più; bisogna fare in modo che tutti coloro che hanno un qualche rapporto con la testata – redattori, reporter, corrispondenti, revisori, correttori di bozze – credano che l’accuratezza sia per un giornale ciò che la virtù è per una donna.»

Ireland, nel racconto del suo rapporto con J. P., non fa altro che ribadire la sua ammirazione per questa figura così geniale e così dotata che ha cambiato la storia del giornalismo creando uno stile nuovo che tuttora è dominante almeno nella stampa oltreoceano. Se il libro è pieno di descrizioni anche degli ambienti frequentati da Pulitzer, e di conseguenza dal suo biografo, come l’interno della villa o del panfilo su cui J. P. amava passare gran parte della sua vita, molto spazio viene dato al carattere spesso un po’ brusco del protagonista. Essendo una persona molto colta e intelligente, c’era da aspettarsi che non gli piacesse trascorrere il suo tempo con persone che in qualche modo non fossero stimolanti; per questo motivo amava circondarsi di uomini che eccellessero in diversi campi. Quello che, però, faceva sempre era, come dice Ireland stesso, divertirsi a trovare crepe nell’armatura intellettuale degli altri. Pulitzer cercava falle, voleva far cadere i suoi interlocutori che, per quanto fossero speciali, a volte cascavano davvero.

Joseph Pulitzer (Makó, 10 aprile 1847 – Charleston, 29 ottobre 1911) all’età di 34 anni

Pulitzer era inoltre un uomo che spesso diventava nervoso, anche a causa della cecità che era pur sempre una limitazione, specie per uno come lui. Ciò aveva fatto sì che gli altri sensi si acuissero e quello che gli dava più fastidio erano i rumori, che per ovvi motivi avvertiva in maniera più intensa rispetto agli altri. Spesso, quindi, soffriva di forti mal di testa che lo portavano ad essere particolarmente scontroso e irascibile; una volta passati, però, sempre pronto a scusarsi e tornare sui suoi passi. L’unica cosa che inspiegabilmente sembrava non dargli disturbo, quando forse avrebbe dovuto, dice Ireland, era il pianto dei bambini, perché probabilmente era un indizio di vita.

Alleyne Ireland, con uno stile elegante tipico di un uomo della sua epoca, tratteggia la figura di un Joseph Pulitzer già avanti negli anni (lo conobbe, infatti, nell’ultima parte della sua vita). Come ho già detto in parte, ci racconta J. P. nel bene e nel male, cioè nei suoi momenti di nervosismo e in quelli di estrema gentilezza, senza dimenticare mai il grande uomo che è stato. È un memoir lucido e veritiero anche perché fatto in prima persona da chi visse per un periodo di tempo al suo fianco, e possiamo considerarlo un omaggio di Ireland a un uomo che ha cambiato la storia della carta stampata, nonché il racconto di un periodo storico, quello precedente alla Prima guerra mondiale.
Personalmente, sono contentissima di averlo letto. Confesso di non essermi preoccupata, in precedenza, di approfondire la conoscenza di questo personaggio così importante (siamo sempre lì: penso che dovrei dedicare più tempo alle biografie!), ma ora che l’ho fatto penso che mi abbia arricchito molto.

Buona lettura!

Titolo: Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo
Autore: Alleyne Ireland
Traduttore: Alessandra Mestrini
Genere:
 Biografia
Anno di pubblicazione:
 1914 (2017 questa edizione)
Pagine: 192
Prezzo: 16 €
Editore: Add editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

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Alleyne Ireland è nato a Manchester nel 1871 ed è morto nel 1951. È stato giornalista per molti anni si è occupato delle colonie dell’impero inglese. Ireland ha vissuto a lungo in Australia, Canada, India, Birmania, Indocina, Filippine e nella Giaia inglese. Ha scritto diversi libri di viaggio e a fatto parte dello staff del “World” il quotidiano diretto da Joseph Pulitzer.

“Le serenate del Ciclone” di Romana Petri

Le nature forti, purtroppo, quando cominciano
a lottare contro se stesse patiscono più di quelle deboli.
Ci mettono una tale frenesia
che somiglia all’autodivoramento.

 

14067702_1769683276578591_6153683693498386668_nCapita che quando leggi tanto ti apri alla possibilità di ricevere belle sorprese e che inizi a comprare libri solo perché hanno una bella copertina e ad affrontarne altri senza leggerne la trama. Per quanto riguarda Le serenate del ciclone di Romana Petri (Neri Pozza, 2015), vincitore del premio Mondello 2016 e finalista per il Supermondello, è successo proprio questo: ho cominciato a leggerlo e a metà ho avuto una sorpresa che definire bella sarebbe poco. Ma bisogna fare una premessa importante e, cioè, bisogna dire che io sono nata nel 1989 e che quindi molte cose accadute prima di quell’anno non ho potuto viverle. Sicuramente altri lettori più grandi di me avrebbero capito molto prima la storia raccontata in questo libro. Ma andiamo con ordine.

Siamo tra gli anni Venti e Trenta, Mario Pezzetta è un ragazzino che abita tra Perugia e Cenerente (frazione di Perugia in cui vivono i nonni materni e gli zii), ha una madre amorevole e un padre più assente che presente. Ma è proprio il padre a fare qualcosa di decisivo per lui: un giorno si accorge della passione del figlio per la musica e, messo qualche soldo da parte, gli regala un grammofonino. A quel punto il ragazzino non smette più di cantare, con gli amici crea una banda, lui si fa chiamare Ciclone per via del fatto che è bravo a fare a botte, tutti insieme guadagnano qualche soldino quando Mario canta le serenate su richiesta ai giovani innamorati. Nel frattempo il ragazzo cresce e decide di andare a Roma per studiare seriamente musica, viene mandato dal maestro Cusmic e per pagarsi le lezioni fa anche qualche incontro di pugilato, dato che è anche ben messo fisicamente. La storia di Mario, però, va di pari passo con quella del nostro paese, infatti arriva la guerra, ci sono i fascisti e i partigiani, il giovane deve rispondere alla chiamata alle armi ma per vari motivi, dopo qualche incidente e l’aiuto di un buon dottore, riesce a farsi da parte e tornare alla musica. Mario, infatti, dopo un po’ di tempo comincia a fare le prime audizioni e a ottenere diverse parti. Ma, gli dicono, Pezzetta, per uno alto e prestante come lui, non è che sia un cognome adattissimo, quindi è meglio sceglierne un altro. Allora lui, che ha sempre amato leggere di tutto, acchiappa il vocabolario di latino e con la prima parola che trova e che gli piace davvero sceglie il suo nome d’arte: Mario Petri.

«Te sei nato per fa’ altre cose. Io ‘nn lo so quali, ma ‘nn hanno niente a che vede’ con tutto quello che te circonda da quando sei nato. Sei nato qui, lo so, lo dici sempre. Ma te, ce sei nato per caso, o magari solo perché nasce in un posto non vuol di’ proprio un bel nulla. Da’ retta al tu’ nonno, te farai un’altra strada. Te, sarai ‘n artista.»

A questo punto ricordate la premessa che ho fatto prima di raccontare l’inizio della storia e immaginate quanto mi sia stupita del fatto che l’autrice desse il suo stesso cognome al protagonista del suo libro. Siccome, però, il cervellino bisogna farlo camminare, mi sono messa a cercare in giro e mi sono imbattuta in un personaggio che per la mia giovane età non ho potuto conoscere prima: Mario Petri, cantante e attore italiano, ovvero il papà di Romana Petri (anche il suo è un cognome d’arte preso dal padre).

La seconda parte del libro parte dalla nascita di Romana dall’amore di Mario e Lena, una ballerina classica che gli ha rubato il cuore. La vita della bambina è felice, il papà è famoso, è conosciuto, guadagna tantissimo e abitua la sua famiglia agli agi. Dopo un periodo in cui ha lasciato la musica a causa di una collega con cui anni prima ha avuto una storia, Giulietta Simionato, ma in cui ha comunque fatto diversi film, Mario ha finalmente deciso di cantare di nuovo. Casa Petri è frequentata da personaggi famosi come Maria Callas, Sergio Leone, il maestro Karajan, e Romana vive in un mondo fantastico. Mario Petri poi conosce Riccardo Muti, che gli promette tanto ma poi non mantiene. Questa è una grande delusione per Mario, il cui entusiasmo inizia a diminuire. I soldi scarseggiano, bisogna vendere la grande casa in cui Romana, e poi anche suo fratello David, sono cresciuti, trasferirsi in un luogo meno costoso, cambiare stile di vita. E da lì le cose che cambiano sono tantissime.

Al fotografo di scena che ci ritrae sorrido felice, sul mio volto è stampato l’orgoglio di avere per babbo quel gigantesco supereroe. Il braccio destro del mio babbo è rilassato, in fondo tiene solo per mano sua figlia. Eppure, anche così, è un gran bel braccio pieno di muscoli. E che io sono soddisfatta, si vede da lontano. Se il mio sorriso non ce la fa a trasformarsi in una risata vera, è perché sono troppo piena di me. Sto provocando, è evidente, guardo l’obiettivo con l’aria di chi pensa: Chi mi tocca muore.

(Si riferisce alla fotografia che poi ha deciso di mettere sulla copertina del libro)

Lo so, può sembrare che mi sia dilungata troppo sulla trama, ma su quasi seicento pagine questo non è nulla. E non vi ho nemmeno parlato di tutte le persone che fanno parte della vita di Mario, il suo grande amico “il Kid”, la madre Terzilia, il fratello Paolo, il nonno Damino e tantissimi altri che avranno una grande importanza nella vita di quest’uomo.
Le serenate del Ciclone
 è il grande omaggio di Romana Petri a suo padre, è una storia travolgente che riesce a far sorridere e a commuovere allo stesso tempo. L’autrice ci racconta il Mario Petri privato, il ragazzo che ha seguito la sua passione con il suo carattere forte ma a volte debole, che ha toccato le stelle ma che per una grossa delusione si è fatto da parte. I due hanno sempre avuto un rapporto bellissimo, Mario è stato un padre presente e amorevole; quando lei è diventata grande lui ha cominciato ad essere più severo, hanno iniziato ad avere anche idee diverse, ma sono rimasti sempre molto uniti.
Il Ciclone è un gigante dall’animo sensibile, fragile, che attraverso le parole della figlia entra inevitabilmente nei cuori di noi lettori. Io mi sono commossa davvero molto, specialmente alla fine, alla pagina dell’epilogo, in cui l’autrice fa il suo saluto alla memoria del padre. Leggendo il libro mi è sembrato continuamente di trovarmi insieme ai personaggi, di essere a casa con loro, tanto si riesce ad entrare nella storia.

Io Romana Petri l’ho scoperta così, con questo libro che secondo me è così bello anche perché è “vissuto”, perché parla di cose reali che l’autrice conosce bene, ma sicuramente approfondirò questa conoscenza leggendo altri romanzi. Ha uno stile fluido, semplice, non arzigogolato, che permette di seguire bene la storia senza distrarsi. Nonostante le 600 pagine di questo libro che, a prima vista, potrebbero spaventare chiunque, Le serenate del ciclone si divora. Io non riuscivo a staccarmi dalle pagine, me lo sono portato dietro ovunque, lo leggevo in ogni momento e quando interrompevo non vedevo l’ora di tornarci.
È indubbiamente uno dei libri più belli letti quest’estate (e credo che non potrebbe essere più bello di com’è), quindi dire che ve lo consiglio mi sembra superfluo, no?

Buona lettura!

Titolo: Le serenate del Ciclone
Autore: Romana Petri
Genere:
 Romanzo (auto)biografico
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 590
Prezzo: 18 €
Editore: Neri Pozza

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

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ROMANA PETRI è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con ttl La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: Ovunque io sia (BEAT 2012), Alle Case venie, I padri degli altri, La donna delle Azzorre, Dagoberto Babilonio, un destino, Esecuzioni, Tutta la vita, Figli dello stesso padre Giorni di Spasimato amore.

“Scritto sulla tua terra” di Mauro Libertella

È possibile diventare scrittori quando il nostro cognome
appartiene già a uno scrittore consacrato?

 

scrHéctor Libertella è stato un noto scrittore argentino ed è morto nel 2010 perché l’alcool, piano piano, lo ha consumato, anche se ad ucciderlo definitivamente è stato un cancro. Scritto sulla tua terra è un libro di Mauro Libertella, il figlio, anche lui autore, che sembra cercare una riconciliazione affettiva con quel padre tanto amato.
La narrazione ha inizio quattro anni dopo la morte di Héctor, avvenuta nel 2006 e, al contrario di quanto ci si possa aspettare, non è straziante o disperata, ma serena. Mauro elenca e lega tra loro i ricordi legati alla figura di suo padre, anche tornando indietro di molti anni, ci parla delle cose che facevano insieme, di come si sia accorto del suo vizio, ma senza giudicarlo. Non gli dà la colpa di essersi praticamente ucciso da solo, come invece fa chi gli dice “Tuo padre si è suicidato a rate”, frase che gli resterà impressa nella mente per sempre.

La cosa che colpisce tantissimo è che Mauro riflette sulla pubblicazione dell’autobiografia di suo padre, L’architettura del fantasma, avvenuta pochi giorni dopo la sua morte, che sembra quasi un’anticipazione del tragico evento. Un evento che, però, lui accetta e che probabilmente lo aiuta a sentirsi ancora più vicino ad Héctor, anche se lui non c’è più. Andare nei bar che lui frequentava, passare dalle zone in cui lui bazzicava, adesso ha tutto un altro significato, come anche incontrare i suoi vecchi amici oppure ordinare, nei locali, quello che beveva lui.
Ma se Mauro cerca in qualche modo di legarsi più a suo padre, tenta anche di affermare la sua identità individuale, di scindere se stesso dal mito del grande autore e di non essere il “figlio di”.

Ancora una volta Caravan edizioni ci dà la possibilità di scoprire, grazie alla traduzione di Vincenzo Barca, la letteratura sudamericana e con Scritto sulla tua terra riusciamo ad accostarci non a uno, ma a due autori argentini: Héctor e Mauro Libertella. Due autori legati da parentela ma che hanno due identità differenti.

Buona lettura!

Titolo: Scritto sulla tua terra
Autore: Mauro Libertella
Traduzione:
 Vincenzo Barca
Genere:
 (Auto)biografico
Anno di pubblicazione:
2015
Pagine: 112
Prezzo: 9,50 €
Editore: Caravan

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Io e Dewey” di Vicki Myron

WP_003703Sono un’appassionata di gatti e l’anno scorso mi sono messa a chiedere in giro qualche titolo di libro che avesse a che fare con questi animali, ma evitando quelli stile “che carini, pucci pucci, miao miao”, perché poi diventano letture stupide. Qualcuno mi disse di prendere Io e Dewey di Vicki Myron e poco tempo fa l’ho ordinato su Amazon, dove, dato che era rimasuglio di magazzino, l’ho pagato meno di tre euro. Finalmente qualche giorno fa ho trovato il modo (e anche l’ispirazione) di leggerlo ed è stata una bella esperienza.

Chi ha o ha avuto degli animali, sa bene come funziona; chi ha o ha avuto gatti, lo sa ancora meglio. Sono degli esseri davvero incredibili, dotati di un’intelligenza che va al di là del “prendi la pallina e riportamela”. Un gatto ti guarda e sembra dirti “credi che io sia un troglodita? ma per chi mi hai preso?”, ma è capace di amarti in un modo che oso definire unico.
Vicki Myron è un’impiegata della biblioteca della cittadina di Spencer, in Iowa, e in una gelida mattinata di un gelido gennaio, dopo essere arrivata sul posto di lavoro, sente un rumore nella cassetta che avevano creato nel muro per la restituzione dei libri dall’esterno. Va a vedere e sotto un mucchio di libri gettati lì alla rinfusa nota un esserino rosso infreddolito ma per nulla impaurito. Lo prende e insieme a qualche collega cerca di scaldarlo e nutrirlo, ma fin dal primo momento Vicki sa già che quel gattino rappresenterà una delle cose più importanti non solo della sua vita ma di quella dell’intera comunità. Col passare del tempo, infatti, Dewey – nome completo Dewey (come la classificazione bibliografica) Readmore Books (Leggi più libri, il cognome) – diventa la mascotte della biblioteca, poi della città, poi dell’Iowa e poi quasi dell’America. Arriva gente da posti sempre più lontani per fotografare, conoscere o realizzare servizi sul famoso gatto della biblioteca, quel micio che saluta tutti quelli che entrano, accoglie le persone nella sua “casa” e dà amore in modo speciale a coloro che hanno dei problemi.


Parte del servizio su Dewey realizzato per il programma televisivo Living in Iowa

Anche se Dewey è stato adottato dalla biblioteca, la sua vera mamma è Vicki, che lo cura e lo tiene in casa con sé per le vacanze. E Dewey ama profondamente anche Jodi, la figlia di Vicki, con cui ha un rapporto speciale. Alla vita del gatto (19 anni, dall’87 al 2006, vissuti pienamente) si alternano, nella narrazioni, episodi di quella di Vicki: il matrimonio, la nascita di Jodi, i problemi col marito e la separazione, il trovarsi a crescere una figlia da sola quasi senza un quattrino,  la voglia di migliorare e le malattie. Vicki non ha avuto una vita facile, si è dovuta conquistare tutto col duro lavoro e in più è stata più volte buttata giù da brutti eventi, personali e nella sua famiglia. Ma si è sempre rialzata per andare avanti. Quando nessuno sembrava capire davvero il suo dolore, quando nessuno le offriva un abbraccio, Dewey lo capiva e mentre lei lavorava le si metteva in braccio e le appoggiava la testa addosso come per abbracciarla e farle capire che lui c’era, oppure l’accoglieva ogni mattina salutando con la zampetta. Perché sì, gli animali (e i gatti!) sono così, non occorono spiegazioni: non parlano il linguaggio umano, ma capiscono benissimo emozioni e stati d’animo, e sanno darti più di chiunque altro il loro conforto e la loro comprensione.

Dewey e Vicki

Dewey, inoltre, con la sua fama ha contribuito quasi a pubblicizzare Spencer e attirare imprenditori, attività e nuovi posti di lavoro, risollevando l’economia di una cittadina che più volte aveva rischiato di crollare. Il gatto ha significato molto per tutti, tanto che è apparso perfino in un servizio nella tv Giapponese.
Questo è un libro che si legge tutto d’un fiato, ma che piace a seconda di quanto si riescano a capire i sentimenti di chi lo ha scritto. Se non avete mai avuto esperienze con animali, vi sembrerà la semplice vita di un gatto di biblioteca, che appare la mattina e cammina tra i piedi alle persone tutta la giornata; se invece conoscete un po’ quel tipo di legame, capirete a fondo le parole dell’autrice, Vicki Myron, che racconta in prima persona della sua vita e dei 19 anni con Dewey, il suo amico speciale.

Devo dire che mi sono commossa davvero, soprattutto all’inizio quando il gattino viene trovato e alla fine, quando Dewey muore. L’autrice non ha scritto una storia smielata su quanto il gattino fosse bello, la Myron parla del rapporto tra la gente e un gatto che ha dato davvero tanto a tutti, migliorando le loro vite.

Titolo: Io e Dewey
Autore:
 Vicki Myron (con Bret Witter)
Traduzione:
 Giulia Balducci
Genere: 
Autobiografia
Anno di pubblicazione:
 2008
Pagine: 279
Prezzo: 6,50 €
Editore: Sperling & Kupfer

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota