Briciole: “Panorama”, “La vegetariana”, “Furore”

Ritorno dopo una ventina di giorni di silenzio per parlarvi di alcuni libri che o mi hanno preso poco o di cui non sono riuscita a raccontare sul momento dimenticando molti dettagli. E mi dispiace molto in entrambi i casi, ma tra un impegno e l’altro purtroppo non si riesce a star dietro a tutto.

15977693_10210660749866320_2941111850295580373_nPanorama di Tommaso Pincio. È un libro che parla anche di libri. Ottavio Tondi è uno che ha rinunciato ad altre professioni per fare il lettore, ma non è un lettore normale, lui dedica la sua vita alla lettura ed è responsabile anche del successo di un grande best seller. È quasi venerato, tanto che lo invitano addirittura a leggere in pubblico, e la gente lo ammira, estasiata. Ottavio però ha anche un’ossessione per Ligeia Tissot, una donna conosciuta su un social network, Panorama, appunto. Non l’ha mai vista né incontrata, ma ha solo visto negli anni le foto del suo letto disfatto, cosa che lo ha spinto ad iniziare a scrivere. Appunti di ciò che lei gli faceva vedere nelle foto. Intorno a questo personaggio ruota tutta una storia a cui bisogna prestare parecchia attenzione, senza fermarsi solo a leggere le parole. Ci sono diversi spunti di riflessione che, andando troppo velocemente (e può succedere perché il libro è breve), si rischia di non cogliere, come ad esempio il ruolo dei social network oggi, la situazione dell’editoria e l’idolatria nei confronti di certe figure, oppure ancora le strane pulsioni umane e il voyeurismo, il desiderio di ficcare il naso nelle vite altrui.
DETTAGLI: Panorama, Tommaso Pincio, Romanzo, Letteratura italiana, 200 pp., NN editore 2015, 13 €, 4/5 stelline


16422591_1841309649415953_172744979047600112_oLa vegetariana di Han Kang è un romanzo che ho deciso di leggere come breve intervallo tra robe più corpose, ma che non credo di aver apprezzato molto, come invece hanno fatto altri. La storia è quella di Yeong-hye, una donna che una notte fa un sogno sanguinoso e raccapricciante e improvvisamente decide di diventare vegetariana. Se qui da noi la cosa può sembrare normale, nella società della protagonista è quasi un sacrilegio: la famiglia accoglie la scelta con rabbia e inizia a trattarla come se fosse pazza, l’unico che non la critica e, anzi, tenta di avvicinarsi a lei è il marito della sorella. In realtà Yeong-Ye può davvero essere instabile mentalmente, ma il suo disagio interiore (quello che ha nei confronti della carne) inizia a venire fuori piano piano fino a quando non diventa un disagio totale, nei confronti di quasi ogni essere animale, e sprofonda nell’anoressia nervosa.
Questo libro non mi ha presa, non mi sono sentita trasportare dalla sofferenza della protagonista e addirittura c’è qualcosa che mi ha infastidito, anche se non saprei dirvi cosa perché davvero non sono riuscita a capire. Potrebbe essere il modo di raccontare la storia, il linguaggio che cambia per ciascuna delle tre parti di cui La vegetariana è composto.
DETTAGLI: La vegetariana, Han Kang, trad. Milena Zemira Ciccimarra, 2007, Romanzo, Letteratura sudcoreana, 177 pp., Adelphi 2016, 18 €, 2/5 stelline


15941206_10210560732485948_6420604488741780400_nFurore di John Steinbeck lo abbiamo letto all’interno del gruppo di lettura di LeggoNobel. La storia inizia quando Tom Joad esce di galera, torna a casa e non trova più nessuno, tutto è cambiato. In realtà la sua famiglia si è già messa in marcia per andare a cercare una vita migliore in California, luogo quasi fiabesco in cui troveranno lavoro, la natura è rigogliosa e tutto sarà più facile. Ma non sarà così facile perché verranno trattati da fuggiaschi ovunque arrivino e mentre perdono pezzi vengono anche rifiutati. Cambiando molte parole ci ritroviamo a leggere la storia di molte persone che oggi fuggono dai loro luoghi d’origine per avere più denaro e benefici in posti che credono siano migliori, ma che in realtà non lo sono, anche perché poco aperti a ricevere il prossimo. Il linguaggio di Steinbeck si adatta perfettamente a quello dei personaggi, gente poco istruita che spesso ricorre a frasi fatte e proverbi per mostrare una saggezza popolare che, però, in certe situazioni serve a poco. Ci sono punti molto belli e punti che non mi hanno trasmesso nulla, quindi il mio giudizio globale è esattamente a metà tra un estremo e l’altro della scaletta di stelline. Non l’ho apprezzato come avrei dovuto e mi dispiace molto. Ho confermato però la mia impressione che il 99% dei romanzi americani è contraddistinto dalla presenza della polvere.
DETTAGLI: Furore, John Steinbeck, trad. Sergio Claudio Perroni, 1939, Romanzo, Letteratura americana, 633 pp., Bompiani 2013, 11,90 €, 3/5 stelline

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Da “Baudolino” di Umberto Eco

So come pensano gli eunuchi. Ne ho conosciuti molti al palazzo imperiale. Cercano di accumulare potere per sfogare il loro livore verso tutti coloro a cui è dato di generare. Ma spesso, nella mia lunga esperienza, ho intuito che anche molti, che eunuchi non sono, usano il potere per esprimere ciò che altrimenti non saprebbero fare. E forse è passione più travolgente il comandare che fare all’amore.

[Baudolino, Umberto Eco,
Bompiani, 2000, 526 pp.]

13709909_1753803624833223_8939003786127362798_nLa settimana scorsa ho letto Baudolino di Umberto Eco, un libro che mi portavo dietro da un po’ perché l’ho avuto tramite uno scambio l’anno scorso e data la mole ho preferito tenerlo da parte per l’estate, la stagione in cui a causa del caldo preferisco stare in casa con l’aria condizionata. Confesso che non avevo mai letto niente di Eco, a parte qualche bustina di Minerva, e questa esperienza è stata molto positiva. Il romanzo, scritto nel 2000 dal grande autore che ci ha lasciato a febbraio di quest’anno, ha come protagonista Baudolino, che all’inizio della storia è un ragazzino piemontese della Frascheta (il luogo in cui presto sorgerà Alessandria). A tredici anni viene adottato dall’imperatore Federico Barbarossa che lo fa studiare e lo porta alla sua corte. Nello specifico, il libro, a parte l’introduzione sull’incontro tra Baudolino e Federico, è tutto incentrato sul racconto che il protagonista fa allo storico bizantino Niceta Coniate mentre, durante il saccheggio di Costantinopoli del 1204 i due si sono messi in salvo mentre la città brucia.
Dal racconto emerge che Baudolino ha sempre avuto una fervida immaginazione ed è fin da ragazzino un abile bugiardo, ma tutto ciò che lui dice magicamente si avvera, come ad esempio la canonizzazione di Carlo Magno. Baudolino parte con alcuni compagni alla ricerca del leggendario regno dell’ancor più leggendario Prete Giovanni, alla ricerca del Gradale (il Graal), che qualcuno dice sia una semplice scodella. Il protagonista, che con le parole di Umberto Eco ci dà reali fonti storiche e testimonianze e tradizioni dell’epoca, dedica un’intera vita alla ricerca di qualcosa che probabilmente ha sempre avuto con sé, ma il racconto del sue peripezie – praticamente un romanzo picaresco – è davvero affascinante. Baudolino incontra creature fantastiche, come i blemmi, i panozi o lo sciapode, si inoltra in territori leggendari e conosce personaggi che, invece, sono realmente esistiti.
Un bel romanzo davvero!

#LeggoNobel | “Lo straniero” di Albert Camus

In fondo non c’è idea cui non si finisca per fare l’abitudine.

 

3144077-9788845277634Conoscevo Albert Camus, premio Nobel per la letteratura 1957, già con La peste e L’uomo in rivolta: il primo, anni fa, lo amai tanto, il secondo, abbastanza difficile e filosofico, mi ha confusa fin troppo quando l’ho letto qualche mese fa con il gruppo di lettura Scratchmade gestito da Maria Di Biase. Per la terza “puntata” di #LeggoNobel, che vedeva come protagonista questo grande autore, scelto dal pubblico tramite votazione (era arrivato secondo dopo la Munro nella tripletta proposta), abbiamo scelto di leggere Lo straniero, un libro che, se all’inizio ci ha po’ fatto storcere il naso per il carattere del protagonista, alla fine ha fatto sì che il messaggio di Camus passasse.

Meursault è un uomo di origine francese che vive ad Algeri. La storia comincia con la morte della madre in un’ospizio che si trova fuori città, un luogo che deve raggiungere per partecipare ai funerali. Fin dai primi momenti si capisce quanto Mersault sia indifferente alle emozioni: non gli interessa vedere la madre morta, non prova tristezza, anzi considera l’evento – che dovrebbe essere triste per tutti – come un intoppo, qualcosa che gli impedisce di condurre la sua vita normale. Ma, per fortuna, si tratta solo di pochi giorni, poi potrà tornare a lavorare ad Algeri. Dopo il funerale incontra una sua ex collega, Marie, con cui intreccia una relazione amorosa, anch’essa arida, almeno per lui. Lei lo ama e vorrebbe sposarlo, ma lui prova solo desiderio fisico, nient’altro.
Un giorno si trova, quasi senza accorgerne, a commettere un delitto. Verrà messo in prigione e sottoposto ad un processo (la parte più bella del libro), in cui più che l’omicidio sembra si stia giudicando la sua indifferenza nei confronti del mondo.

Ognuno dei capitoli iniziali di questo romanzo sembra affrontare l’indifferenza di Mersault verso un oggetto diverso. Vediamo che non gli interessa niente della famiglia e nello specifico della morte di sua madre, per lui è solo un contrattempo. Non gli interessa nemmeno l’amicizia, ad esempio con le persone che abitano nel suo palazzo o con i colleghi. L’amore, poi, è qualcosa di sconosciuto: è indicativa la scena in cui Marie gli chiede se la ama e se voglia sposarla e lui risponde che non sa, forse non la ama, ma se vuole possono sposarsi, tanto non è nulla di importante, se glielo chiedesse un’altra lui le direbbe la stessa cosa. Non gli importa nemmeno della vita, la vede come qualcosa di transitorio e insignificante; quando il capo gli propone di trasferirsi lontano per dirigere un nuovo ufficio, lui risponde che in fondo fa lo stesso, qui o lì, che tanto non si cambia mai di vita e tutte le vite si equivalgono. Ma al processo accade qualcosa: mentre tutti, più che l’omicidio commesso, sembrano condannare la sua freddezza, un sentimento emerge dal ghiaccio, e cioè la rabbia. Meursault si arrabbia, è furioso, e questo indica che sotto sotto anche lui deve avere un’anima.

Ciò che è inevitabile nella lettura de Lo straniero è un cambiamento di prospettiva da parte del lettore. Il punto di vista da cui è narrata la storia è quello del protagonista, ma se in un primo momento detestiamo lui e il suo nichilismo, dopo un po’ (circa a metà del romanzo) riusciamo quasi a comprenderlo, a capire le sue ragioni. Non si fa altro che ribadire quanto sia arido dentro, ma chi dice che questo non sia l’unico modo di salvarsi davvero? È consapevole che ogni avvenimento più o meno triste non ha praticamente nessun effetto su un mondo che continuerà sempre ad andare avanti. Ogni cosa brutta verrà dimenticata, ogni crimine verrà superato e ogni pagina verrà voltata. Inevitabilmente. A che serve strepitare tanto, se poi tutti verremo dimenticati? Le emozioni, soprattutto quelle forti, i legami, i sentimenti ci danno l’impressione di vivere davvero la nostra vita, ma secondo me tutti abbiamo pensato almeno una volta che il non provare nulla in un certo senso ci preservi e ci tenga al sicuro dai crolli. Poi magari non riusciamo a farlo, perché questo non è un comportamento che ci possiamo autoimporre di adottare ma, specialmente dopo qualche duro colpo, abbiamo fatto tutti una riflessione del genere.

Forse nemmeno allo stesso Camus piaceva tanto il suo protagonista, oppure sì, chi può saperlo? Fatto sta che Lo straniero è un romanzo geniale che ci permette di vedere le cose da una prospettiva diversa, se ci lasciamo trasportare dalle parole. Perché credo che per capire appieno un libro, e il messaggio che mediante questo un autore vuole trasmettere, ci si debba immergere completamente nella storia, lasciando da parte i giudizi, le antipatie e i preconcetti.
Sono sicura che molti di voi lo avranno letto. Ma mi rivolgo a tutti, anche a chi non lo ha mai letto: che cosa ne pensate di un comportamento del genere? Mi piacerebbe discuterne insieme.

Intanto, se vorrete partecipare alla nostra prossima lettura di gruppo, iscrivetevi all’evento #LeggoNobel: affronteremo seguendo delle tappe Auto da fé di Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura 1981. Vi aspettiamo!

Buona lettura!

Titolo: Lo straniero
Autore: Albert Camus
Traduzione:
 Sergio Claudio Perroni (Introduzione di Roberto Saviano)
Genere:
 Romanzo filosofico
Anno di pubblicazione:
 1942 (questa edizione 2015)
Pagine: 157
Prezzo: 12 €
Editore: Bompiani

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

In breve: “La sposa” di Mauro Covacich

IMG_20150813_185515Ho deciso di leggere La sposa di Mauro Covacich perché in tantissimi ne hanno parlato davvero bene, nonostante io non ami quasi per niente i racconti. Il libro, finalista del Premio Strega 2015, infatti, è composto da 17 racconti più o meno brevi che, però, non sono isolati ma legati da nessi molto chiari. Il primo, ad esempio, riguarda Pippa Bacca, artista milanese dedita all’arte performativa, che insieme a Silvia Moro ha preso parte alla performance itinerante Spose in viaggio, che consisteva nell’attraversare in autostop 11 paesi teatro di conflitti armati, vestita da sposa. La ragazza, nipote di Piero Manzoni, è morta nel 2008 a Gebze, dopo essere stata stuprata e uccisa da un uomo che le aveva dato un passaggio. Mauro Covacich ripercorre quelli che secondo lui sono stati gli ultimi attimi di vita di Giuseppina Pasqualino di Marineo (il suo vero nome), dal momento in cui sale in macchina con il tizio che la ucciderà.
Ma in altri racconti la ragazza riappare in diversi modi: c’è chi ha sentito della sua morte o chi, per esempio, l’ha ospitata nella sua casa. I nessi, nel libro, sono di questo tipo. E lei non è l’unico personaggio realmente esistito da cui prende spunto l’autore, ci sono anche Karol Wojtyla e un cantante italiano che magari in molti non abbiamo conosciuto e che molti avranno dimenticato, Alessandro Bono. Il racconto basato su quest’ultimo mi ha colpito davvero molto: Covacich parla di quando lui stesso va a casa di amici della sua compagna per commentare una serata del festival di Sanremo ’94 e c’è questo tizio, semisconosciuto, che canta una canzone molto particolare in maniera quasi goffa, con la voce tremolante e la tensione in viso. La compagnia ride di lui e poi ognuno se ne torna a casa sua, ma circa un paio di mesi dopo il protagonista legge sul giornale che quel ragazzo è morto di aids e la canzone, a quel punto interpretabile, era quasi il suo addio al mondo e alla vita.

Insomma, in questo libro è tutto vero: personaggi, esperienze vissute dall’autore, fatti conclamati (come la vicenda di unabomber). Non ci troverete storie inventate e credo che sia proprio questo il suo punto forte.
Devo dire che personalmente alcuni racconti mi hanno emozionato molto e altri quasi per niente, anche se lo stile è sempre e comunque incisivo, forte.

Buona lettura!

Titolo: La sposa
Autore: Mauro Covacich
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 185
Prezzo: 16 
Editore: Bompiani

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota