Briciole: “Il libro di Natale”, “Oggetti solidi”, “Applausi a scena vuota”

Premetto che so di essere pessima, ma in questo periodo sono più iperattiva del solito, faccio mille cose, la testa va per conto suo e non riesco a parlare bene e per esteso di ogni libro che leggo. Devo quindi ricorrere nuovamente alla rubrica Briciole per parlarvi delle mie ultime tre letture, purtroppo non come vorrei, ma è solo per darvi un’idea di quello che ho affrontato e per confrontarmi con voi qualora doveste conoscere questi libri. Mi dispiace moltissimo non riuscire a dire di più perché sono state tre letture veramente belle, un Nobel, un’autrice meravigliosa e quello che forse è il mio scrittore preferito. Ma c’è il Natale, i regali, l’anno che sta finendo (e voglio parlarvi adesso delle letture del 2016, senza sforare), io che ultimamente mi sono data alla pazza gioia e ho bisogno di divertimenti, quindi capirete che il tempo e la concentrazione scarseggiano. Ma andiamo al dunque.

lagerlofnatale1Il libro di Natale di Selma Lagerlöf è una raccolta di racconti che abbiamo scelto come ultima lettura di gruppo del 2016 su LeggoNobel. L’autrice ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1909 ed è stata la prima donna a ricevere questo riconoscimento. Questi racconti, che abbiamo finito di leggere praticamente in due giorni – perché il libro è davvero breve – sono un bel ritratto della Svezia di fine Ottocento / inizio Novecento e sembrano quasi delle favole. Quello che ha colpito molti di noi lettori è come abbia fatto la Lagerlöf a dare un’immagine così vivida e veritiera dell’infanzia quando lei era già più avanti negli anni. Per il resto l’atmosfera natalizia è al centro dei racconti, le famiglie che si siedono a tavola per la cena di Natale, i bambini che aprono i regali, il loro desiderio di trovare un libro sotto l’albero e soprattutto il budino di riso, di cui tocca trovare la ricetta perché sarà parecchio buono!
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 9 gennaio cominceremo a leggere Furore di Steinbeck)
DETTAGLI: Il libro di Natale, Selma Lagerlöf, trad. M. C. Lombardi, Racconti, Letteratura svedese, 120 pp., Iperborea 2012, 12,50 €, 4/5 stelline


cop_woolf-1Oggetti solidi di Virginia Woolf è un gioiellino pubblicato da pochissimo da Racconti edizioni, una casa editrice che non crede assolutamente che i racconti non vendano, e ha ragione. Questa è una raccolta di racconti e prose brevi della grandissima Virginia Woolf, che io amo molto nonostante abbia letto pochissimo, ma forse è più la sua figura, la sua personalità particolare ad affascinarmi da sempre. In ogni caso, sto cominciando a recuperare molte cose.
Questo è un bel libro corposo e io a parlare di racconti sono una frana perché vorrei raccontarveli tutti ma per ovvi motivi non posso. Emerge la personalità di una donna che spesso non è a suo agio con chi la circonda, che vede al di là delle cose a differenza degli altri e a cui sta stretto il sistema di convenzioni sociali dentro cui tutti, volenti o nolenti, siamo intrappolati. In alcuni punti il linguaggio può sembrare poco scorrevole, ma trovo che le traduttrici siano state molto fedeli allo stile della Woolf, quindi chapeau!
DETTAGLI: Oggetti solidi, Virginia Woolf, trad. A. Bottini e F. Duranti, Racconti, Letteratura inglese, 479 pp., Racconti edizioni 2016, 19 €, 4/5 stelline


15420932_10210331403072856_6089163744151106989_nApplausi a scena vuota di David Grossman, uno degli autori che amo di più e che vorrei vincesse il Nobel, ma dirlo sembra quasi una bestialità, perdonatemi. Volutamente non ho ancora letto tutti i suoi libri, voglio sapere che finito uno me ne resterà sempre almeno un altro da parte.
Questo è uno degli ultimi, è del 2014, e vede come protagonista Dova’le, un uomo che sta facendo un singolare spettacolo di cabaret a cui ha invitato un altro signore, Avishai, sua vecchia conoscenza. Lo spettacolo è particolare perché Dova’le sembra avere questioni irrisolte col passato e con quella persona in particolare, e nel suo monologo – in cui a volte tenta di coinvolgere il pubblico – non fa altro che dire grandi verità e snocciolare aneddoti sulla sua vita, come se dovesse dare spiegazioni o restituire qualcosa a qualcuno. Dova’le, tanti anni prima, ha vissuto una situazione angosciante, e a distanza di molto tempo non è ancora venuto a capo della questione, non riesce a trovare la verità o a ritrovare se stesso.
Come tutti i romanzi di Grossman, anche questo è contorto e intenso, e perciò meraviglioso a suo modo. Credo sia un autore che si ama o si odia, perché non penso ci possano essere vie di mezzo. Ti colpisce al cuore oppure no, ma è giusto che sia così.
DETTAGLI: Applausi a scena vuota, David Grossman, trad. A. Shomroni, Romanzo, Letteratura israeliana, 176 pp., Mondadori, 2014, 18,50 €, 4/5 stelline

“Che tu sia per me il coltello” di David Grossman

Amore è il fatto che tu sei per me il coltello
col quale frugo dentro me stesso.

(Ripreso da “Lettere a Milena” di Kafka)

 

12377764_10207275472236495_7826730866705230007_oDavid Grossman rappresenta per me una sicura oasi di pace, lo tengo lì da parte per i momenti bui. Poco tempo fa mi sono trovata mentalmente stressata, ho affrontato tante letture complicate e non sempre piacevoli, quindi ho dovuto concedermi un attimo di tregua leggendo Che tu sia per me il coltello, pescato a caso tra i libri di questo autore. Il romanzo non è proprio recentissimo, ma è stato scritto nel 1998 ed è arrivato in Italia nel ’99 grazie a Mondadori.
La storia è molto semplice: Yair un giorno, in un gruppo di persone, vede una donna che cerca di isolarsi dagli altri, Myriam, e qualche giorno dopo le scrive una lettera proponendole di instaurare un rapporto epistolare. Sembra un vero colpo di fulmine tra le loro anime: iniziano a conoscersi in maniera particolare, aprendo il loro cuore all’altra persona. Il problema è che a lungo andare questa cosa sembra sfuggire di mano a Yair, il quale sente che le parole di Myriam aprono un solco dentro di lui, costringendolo ad una svolta.

Entrambi sono sposati, entrambi hanno un figlio, ma riescono a tirar fuori la loro vera essenza solo attraverso le lettere che si scambiano. La cosa importante in questo romanzo non è un incontro finale tra i due protagonisti, ma il modo in cui un foglio di carta e una penna riescano ad essere una cura contro il grigiore della vita. Non c’è vergogna, né pudore o falsità tra Yair e Myriam, ma trasparenza e profondità. Chissà, probabilmente in un’altra vita sarebbero potuti essere una coppia. O forse, invece, no.
Il libro è diviso in tre parti: nella prima (che forse all’inizio è un po’ più difficile da superare) ci sono le lettere di Yair, dalle quali però si evincono le risposte di Myriam. E c’è, ovviamente, la prima lettera, quella da cui tutto ha inizio.

Myriam,
tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi. A dire il vero ho cercato di non scrivere, sono già due giorni che ci provo, ma adesso mi sono arreso.
Ti ho vista l’altro ieri al raduno del liceo. Tu non mi hai notato, stavo in disparte, forse non potevi vedermi. Qualcuno ha pronunciato il tuo nome e alcuni ragazzi ti hanno chiamato “professoressa”. Eri con un uomo alto, probabilmente tuo marito. È tutto quello che so di te, ed è forse già troppo. Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me.

Come ho detto prima, è un vero e proprio colpo di fulmine tra anime, Yair non riesce a non scriverle, non può trattenersi perché dall’espressione e dai gesti di quella donna capisce che lei, con la sua penna, può essere il coltello con cui colpire nel vivo delle sue ferite per tirare fuori il vero se stesso.
La seconda parte del romanzo è dedicata a Myriam, che scrive su un quaderno le parole che vorrebbe dire al suo amico, mentre nella terza le parti dei due protagonisti s’incastrano e si sovrappongono fino a quando tutta la tensione che si accumula sembra essere rilasciata in maniera esplosiva.
Yair e Myriam scoprono l’importanza dell’immaginazione, scoprono quanto possano essere importanti le parole. Ma attraverso queste lettere si può anche mentire, si può nascondere la parte peggiore di sé, anche perché non è detto che quel lato della nostra personalità sia necessariamente il più importante.

Come vorrei pensare a noi come due persone che si sono fatte un’iniezione di verità, per dirla, finalmente, la verità.

Che tu sia per me il coltello è un libro che lascia dentro una marea di sensazioni che si confondono tra loro, tra le quali è particolarmente difficile mettere ordine. O, almeno, a me ha fatto quest’effetto. Ho lasciato passare un po’ di tempo prima di parlarne, l’ho addirittura finito prima di capodanno, e nonostante ciò non sono riuscita a dire tutto quello che avrei voluto. Credo sia una lettura un po’ complicata per chi nei libri cerca svago o leggerezza, è un romanzo che cattura, in cui bisogna fare molta attenzione, perché non bisogna seguire la trama ma soppesare le parole, capire l’importanza di ognuna di esse.

Buona lettura!

Titolo: Che tu sia per me il coltello
Autore: David Grossman
Traduzione:
 Alessandra Shomroni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1998
Pagine: 330
Prezzo: 10 €
Editore: Mondadori – Oscar

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“A un cerbiatto somiglia il mio amore” di David Grossman

La giovane commessa del negozio di abbigliamento
lo aveva osservato mentre si provava una camicia ed era arrossita.
Orah aveva pensato, orgogliosa:
A un cerbiatto somiglia il mio amore*
.

IMG_20150706_160305Coi romanzi di Grossman io ci vado molto cauta, ne leggo un ogni tanto perché voglio avere la sicurezza di averne sempre uno che ancora non ho letto. Sapere di averli letti tutti mi farebbe sentire smarrita, perché racconta storie di cui a volte si sente il bisogno. C’è chi dice che i suoi libri non siano semplici e scorrevoli, io posso dire che non ho mai avvertito tutta questa pesantezza e che, anzi, ho vissuto delle emozioni indimenticabili.

Oggi vi voglio parlare di A un cerbiatto assomiglia il mio amore, romanzo del 2008 di David Grossman, che secondo il mio modestissimo parere è uno dei più grandi scrittori di oggi. Siamo in Israele, protagonisti della storia sono Orah, Avram e Ilan che, sedicenni, si conoscono in ospedale, nel reparto di isolamento, durante la guerra dei sei giorni. Tra Orah e Avram si crea immediatamente un rapporto speciale ma, andando avanti col tempo, scopriamo che i tre, anche da adulti, sono rimasti molto legati e che addirittura i due ragazzi hanno fatto il servizio militare insieme e che a sposare Orah è stato Ilan. I due hanno avuto un figlio, Adam, ma Orah ha anche un figlio con Avram, Ofer, ed è proprio intorno a lui che gira tutta la storia. Il ragazzo si arruola per partecipare ad una campagna in Cisgiordania e la madre, terrorizzata dall’eventualità che possa arrivare qualcuno a comunicarle la notizia della morte del figlio in guerra, decide di fuggire in luoghi dove non ci sono telefoni, televisori e giornali portandosi dietro un Avram che non è più lo stesso ragazzo sognatore e pieno di vita di un tempo. Veniamo a sapere, infatti, che ha vissuto esperienze terribili quando è stato fatto prigioniero dai nemici, cose che lo hanno cambiato nel profondo e che lo hanno reso quasi un automa. Orah e Avram faranno una passeggiata lunga circa 800 pagine in cui lei racconterà a lui di quel figlio di cui non ha mai voluto sapere nulla e in cui verranno fuori verità troppo a lungo taciute.

Probabilmente Grossman, in alcuni punti, si dilunga nelle descrizioni dei paesaggi e della vegetazione, ma vi assicuro che questo libro è straziante. Questa è una di quelle storie che entrano dentro e non ti lasciano più. È narrata in terza persona ma si capisce che l’autore segue prevalentemente il punto di vista di Orah, una donna che vuole davvero ricomporre quello che nella sua anima gemella si è rotto. Avram, dopo quello che ha patito, sembra aver deciso consapevolmente di staccarsi dalla vita, di limitarsi a vederla da fuori senza parteciparvi attivamente; per questo motivo non ha mai voluto conoscere suo figlio Ofer, per lui sarebbe stato troppo importante, mentre invece vuole sopravvivere, ma non vivere. Credo che il personaggio di Avram sia meraviglioso, che dentro di lui ci sia quel ragazzino sensibile, vivace e dolce che era tanto tempo prima, ma che queste qualità siano state messe in una scatola di ferro resistente a (quasi) ogni tentativo di scasso. Ma il racconto di Orah lo aiuterà molto a capire che vale la pena vivere, che lì fuori c’è un figlio, che nonostante sia in pericolo, vale la pena di conoscere.

Ho letto altre recensioni di A un cerbiatto somiglia il mio amore e ho visto che molte persone si sono annoiate, ma soprattutto che si sono lamentate del finale enigmatico (“mi devo sorbire quasi 800 pagine per non capire se è vivo o morto?”). Vediamo di fare chiarezza: in questo libro non credo che il finale sia la cosa più importante. Non sto facendo uno spoiler. Non è importante sapere se quando Orah e Avram saranno tornati Ofer sia a casa sano e salvo o sia morto in guerra. La cosa importante è che quel figlio nasca davvero nel cuore di suo padre, e che quel cuore riesca ad aprirsi alla vita e alle persone che lo amano una volta per tutte.

Questo romanzo è un capolavoro ed è scritto con una potenza narrativa che difficilmente ho rintracciato in altre letture, probabilmente perché molti dei sentimenti descritti sono stati realmente provati da David Grossman. Leggiamo nella paginetta finale delle note che l’autore ha iniziato a scriverlo nel 2003, poco prima che il suo figlio maggiore Yonatan tornasse dal servizio di leva e che il minore, Uri, partisse a sua volta. Scrivere questo libro probabilmente gli faceva sentire di proteggere Uri, impegnato in guerra, come Orah, parlando di Ofer sentiva di preservarlo da una brutta fine. Ma nel 2006 Uri resta ucciso nelle ultime ore della seconda guerra del Libano. Dopo il lutto, il libro andava concluso, ma questa volta David Grossman sapeva esattamente di che cosa stava parlando, non stava semplicemente scrivendo una storia inventata.

Consiglio questo romanzo a tutte quelle persone che hanno voglia di provare emozioni forti e che non si spaventano di affrontare così tante pagine. Ve lo consiglio davvero, perché è un libro stupendo e non basterebbero 5 stelline per valutarlo.
Buona lettura!

Titolo: A un cerbiatto somiglia il mio amore
Autore: David Grossman
Traduzione:
 Alessandra Shomroni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2008
Pagine: 781
Prezzo: 12 €
Editore: Mondadori – Oscar

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


*Cantico dei cantici, 2,9. Ofer, in ebraico, significa “cerbiatto”.

Pagina 69: “Qualcuno con cui correre”

Il libro di cui vi ho parlato lunedì, Qualcuno con cui correre di David Grossman, mi è piaciuto così tanto che vi ho voluto dedicare tutta questa settimana, fornendovi adesso la pagina 69, in cui Assaf è arrivato alla torre dove abita Teodora e parla con lei di Tamar.

Vi ho già detto praticamente tutto di questo romanzo, quindi adesso mi limito a lasciarvi assaporare questa paginetta.

Buona lettura!

Qualcuno con cui correre di David Grossman

WP_004382«Il gigante aveva un grande giardino con tantissimi alberi da frutta. C’erano albicocchi e peri, peschi e aranci, fichi, ciliegi e limoni».
Teodora aveva passato in rassegna i suoi alberi. La voce della ragazza le piaceva, non tradiva ostilità, al contrario, era una sorta di invito al dialogo e lei se ne era resa conto. Parlava come se stesse raccontando una favola a un bambino, e la sua voce tenera e rilassante era penetrata nei recessi della memoria della suora, propagandosi a ondate.
«Ai bambini del villaggio piaceva giocare nel giardino del gigante» aveva proseguito la ragazza, «arrampicarsi sugli alberi, fare il bagno nel ruscello, rincorrersi nei prati… Mi scusi, signora suora, non le ho nemmeno chiesto se capisce l’ebraico».
Teodora si era riscossa dalla sua dolce fantasticheria. Aveva preso un foglio dalla scrivania, lo aveva arrotolato così da formare a sua volta un piccolo megafono, e con una voce un po’ chioccia, poiché da anni non si cimentava in una conversazione ad alta voce, aveva informato la giovane che lei parlava, scriveva e leggeva molto bene l’ebraico, appreso in gioventù dal signor Eliassaf, insegnante della scuola Tachkamoni, il quale, per incrementare le entrate, dava lezioni private chiunque richiedesse i suoi servigi. Al termine di quel breve ma dettagliato discorso le era sembrato di intravedere un primo, timido sorriso negli occhi della sua interlocutrice.
«Tu non l’hai mai vista sorridere» bisbigliò Teodora ad Assaf, «ha una fossetta qui». Gli sfiorò la guancia e lui ne rimase turbato, come se avesse percepito il calore di Tamar, con la quale, in fondo, non aveva nulla a che spartire. Che c’entrava lui con la sua fossetta? In cuor suo Teodora pensò: “Sei arrossito, signorino mio!” e ad alta voce disse: «Il cuore palpita e spicca il volo quando lei sorride. No, non ridere! Io non esagero mai! Il cuore spicca il volo battendo le ali!».

“Qualcuno con cui correre” di David Grossman
trad. Alessandra Shomroni,
Mondadori editore, ed. 2001,
362 pagine

“Qualcuno con cui correre” di David Grossman

David Grossman mi affascina moltissimo come autore, quindi per Natale mi sono autoregalata tre suoi romanzi (poi ne ho avuto anche un altro tramite uno scambio). Già avevo letto Col corpo capisco e Ci sono bambini a zig zag e, mentre il primo non l’ho assaporato bene perché era la raccolta di due racconti, il secondo mi ha fatta sognare. Mi sono proposta di leggerli tutti, quindi mi sono dedicata a Qualcuno con cui correre, pescato a caso dai “da leggere”. Ci ho messo un po’ di tempo per entrare nella storia, la prima parte è un pochino lenta, ma basta capire bene chi sono i personaggi e cosa fanno e si va avanti con tranquillità, trascinati dallo stile leggero e allo stesso tempo incisivo di Grossman.

WP_004382Qualcuno con cui correre è un romanzo del 2000, parla di un ragazzino di sedici anni, Assaf, che quando i suoi genitori vanno a fare un viaggio in America si mette a lavorare per il municipio della zona. Sta sempre al computer, ma improvvisamente gli viene detto di andare a ritrovare il padrone di un cane randagio. Il cane è un po’ irrequieto e quando comincia a correre trascina Assaf ovunque per fermarsi, alla fine, in una pizzeria, dove il proprietario gli chiede della ragazza padrona della cagnetta, che – si scopre allora – è femmina e si chiama Dinka. Assaf e Dinka, quindi vanno in giro per la città e il ragazzo conosce una serie di personaggi strani, tra cui la suora Teodora, che gli parlano di Tamar, la padrona della cagna, sedici anni anche lei, che a quanto pare ha bisogno d’aiuto. Perché? Perché – e lo scopriamo grazie ad una storia narrata parallelamente a quella di Assaf – Tamar s’è tagliata i capelli a zero e s’è messa a vivere per strada per farsi trovare dagli adescatori che hanno preso suo fratello. L’associazione illegale che finge di essere un ritrovo di giovani artisti, in realtà, sfrutta i ragazzi facendoli esibire per le strade e prendendosi tutto il ricavato, rovinando le vite di questi giovani e portandoli nel tunnel della droga. Shay, il fratello di Tamar, infatti, è nei guai e le ha chiesto aiuto, e lei, forte e coraggiosa intraprende questa strada per salvarlo. Ma come finirà?

Non mi capita quasi mai di lasciarmi trasportare in questo modo da un romanzo, perché difficilmente cedo al melenso e non mi faccio impressionare da ciò che è scontato. Non sono una persona che vuole trovare in un libro qualcosa che conosce, che ha vissuto, per poter dire ai personaggi “sì, capisco come ti senti, so cosa stai provando”. Io ho bisogno di emozioni forti, di cose che non ho mai provato, ho bisogno di confrontarmi con situazioni lontane dal mio vissuto, e Grossman mi ha fatto un grande regalo. Lo ha fatto a me come a tanti altri, ne sono sicura, perché un libro è di tutti, ma per ognuno di noi rappresenta qualcosa di diverso.
Leggere di una persona che molla tutto per aiutare qualcun altro che nemmeno conosce a togliersi dai guai mi ha fatto sognare, mi ha fatto sperare che la generosità non sia più soltanto un sogno. Assaf non ha mai visto Tamar, non ha mai sentito la sua voce, eppure arriva a conoscerla meglio di chiunque altro, inizialmente raccogliendo le testimonianze di chi la conosce, e poi leggendo qualche pagina del diario che lei, così gelosamente, custodiva e che non faceva leggere a nessuno. Ma quando s’incontrano entrambi capiscono che c’è una certa affinità, infatti lei non riesce ad arrabbiarsi per il fatto che lui abbia violato la sua privacy, ne è quasi contenta. Quando lui le dice “non preoccuparti, ho già dimenticato tutto”, lei gli risponde “no, non dimenticare nulla, non dimenticarlo mai”. Sa che nel mondo, davanti al quale ha creato una barriera protettiva per non farsi scoprire (“lei non parlava mai di sé, ascoltava e basta), c’è una persona con cui poter condividere il silenzio, una persona che può capirla fino in fondo e cui “poter correre” in quell’avventura che è la vita.

Personalmente, però, uno dei personaggi che ho adorato di più in questo romanzo è Dinka, la cagnolina, che col suo istinto animale percepisce le vibrazioni delle persone e capisce chi sono i buoni e chi sono i cattivi. È proprio Dinka che accompagna Tamar nel suo progetto pericoloso, senza abbandonarla mai, se non quando, nella confusione, rimane bloccata nella folla e si perde. Ed è sempre Dinka che trova Assaf e lo guida alla scoperta della sua padroncina, che gliela fa conoscere tramite quello che altri sanno di lei, e che gliela farà trovare quando lei ha più bisogno di lui.

La delicatezza di questo racconto e del modo in cui sono descritti i sentimenti e bisogni dell’animo dei personaggi stride in maniera notevole con le atmosfere cupe che riguardano il periodo in cui Tamar vive nel palazzo abbandonato coi malviventi e i ragazzi, come lei, adescati. Ci sono adolescenti che passano le proprie giornate nella sporcizia, che si drogano, pulci sui materassi, malattie e “carcerieri” unti e sudaticci che comandano su tutti regolando turni e luoghi in cui i ragazzi devono esibirsi. Ma se è vero che non si può apprezzare qualcosa fino a quando non si è sperimentato il suo esatto contrario, la bellezza di ciò che unisce Tamar e Assaf quando non si sono neanche conosciuti necessariamente risalta sulla cattiverie e le bassezze dell’essere umano.

E restando in tema di opposti, Qualcuno con cui correre è un romanzo che parla di ogni cosa e del suo contrario: parla di paura e coraggio, del parlare e del saper ascoltare, di voglia di vivere ma anche dell’abisso in cui cadiamo e della paura di non farcela, di solitudine e di bisogno dell’altro, ma anche di tante altre cose che scoprirete leggendolo. Perché, ve lo assicuro, è una vera perla!

Titolo: Qualcuno con cui correre
Autore: David Grossman
Traduzione:
 Alessandra Shomroni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2000 (2001 questa edizione)
Pagine: 362
Prezzo: 10 €
Editore: Mondadori – Oscar

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Ci sono bambini a zigzag” di David Grossman

“Ci sono persone rotonde, mia cara signora,
ci sono bambini a forma, diciamo, di triangolo, perché no,
e ci sono… Ci sono bambini a zigzag!”

WP_003621Amnon Feierberg, detto Nono, è una bambino di quasi tredici anni che sta per celebrare il suo bar-mitzvah e, orfano di madre, vive col papà poliziotto e la sua compagna Gabi. Nono, pochi giorni prima dell’evento, viene mandato a trovare un zio per calmarsi un po’, dato che è un ragazzino molto vivace, e inizia un viaggio in treno che sin dall’inizio si rivela strano. Comincia ad incontrare bizzarri personaggi che si scambiano le identità, come un poliziotto e un prigioniero, che alla fine dei giochi invertono le loro condizioni. A questo punto scopre in una lettera, che gli viene fatta trovare, che il papà e Gabi gli hanno organizzato una serie di sorprese e di enigmi che lui dovrà risolvere, iniziando da una persona che deve individuare nel suo scompartimento e a cui deve chiedere “chi sono?”. Nono, però, per errore o per curiosità, viene attratto da un vecchio in abito bianco che si trova in un altro scompartimento e che sembra saper rispondere alla sua domanda: “Tu sei Amnon Feierberg, ma in casa il tuo signor papà ti chiama Nono”.

È qui che inizia l’avventura di Nono insieme a Felix, che si rivela essere il famoso Felix Glick, ladro di fama internazionale di cui Gabi gli ha sempre parlato di nascosto al papà. L’uomo fa fermare il treno puntando una pistola al macchinista, scende insieme al bambino e lo asseconda in tutto quello che vuole fare, persino conoscere la famosa attrice di teatro che Gabi adorava così tanto, Lola Ciperola, affinché possa chiederle di dargli il suo scialle viola e donarlo alla sua più grande fan. Un giorno, però, Nono scorge i titoli su un giornale e legge di una grande preoccupazione per il bambino rapito da Felix Glick. Non aveva mai pensato di essere stato rapito, credeva che fosse il gioco predisposto da papà e Gabi, ma col tempo capisce che entrambe le ipotesi erano sbagliate. Nono sta facendo un viaggio nel suo passato: capirà, quindi, perché suo padre abbia cancellato ogni traccia della madre e dei nonni materni, perché Gabi gli abbia raccontato, come fosse un patto segreto, di Lola Ciperola e della fabbrica di cioccolato e perché il signor Feierberg fosse un uomo così triste e assetato di giustizia. E soprattutto: chi sono Felix e Lola?

Questo libro volevo leggerlo da un po’ e ne ho approfittato adesso che mi è stato regalato.
Ci sono bambini a zigzag è un romanzo scritto da David Grossman nel 1994 e pubblicato in Italia nel 1996 da Mondadori, che parla di vita, amore, sentimenti e famiglia. Inizialmente è stato pensato come favola per ragazzi, ma si è capito da subito che sarebbe stato una vera perla per un pubblico più adulto. Il tono della storia è, appunto, fiabesco, quasi onirico e tutto viene visto dagli occhi di un bambino che scatena tutta la sua fantasia ma, di contro, fa di tutto per essere realista. Il padre, infatti, lo ha fatto appassionare alla polizia, insegnandogli tanti trucchi del mestiere affinché lui in futuro diventasse un bravo poliziotto. È proprio per questo motivo che Nono alla fine capisce la verità taciuta troppo a lungo sul suo passato, è perfettamente in grado di raccogliere tutti gli indizi che la vita e le persone gli fanno trovare e di “risolvere il caso”. Alla fine è quasi come se questa verità lui l’abbia avuta dentro di sé da sempre, è capace di ricostruire perfino il passato di sua madre senza averle mai parlato, ma accorgendosi che nei suoi 13 anni di vita anche Gabi gli ha sempre raccontato un po’ di lei, Zohara, senza che lui lo sapesse.

A Nono è sempre mancata una figura materna, di Zohara non gli interessa quasi nulla perché in fondo nemmeno l’ha conosciuta, è morta quando lui era troppo piccolo per capire. Ha sempre avuto come punto di riferimento la figura di Gabi, una donna non bella e non appariscente ma piena di vita e gioiosa, che spera un giorno di sposare suo padre. Nono vuole lei come mamma, ma si accorge a un certo punto che è importante sapere chi era e come viveva la sua vera madre, sapere se c’è almeno un po’ di lei nel suo sangue. E lo fa grazie a Felix e ai suoi espedienti quasi teatrali.

Lo stile di Grossman in questo libro è completamente diverso dagli altri, specialmente da quello di Col corpo capisco che ho letto poco tempo fa. Niente di complicato o di poco chiaro: qui è tutto raccontato in modo così delicato e giocoso che il lettore non può non appassionarvisi immediatamente.

Titolo: Ci sono bambini a zigzag
Autore:
 David Grossman
Traduzione:
 Sarah Kaminski e Elena Loewenthal
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1994
Pagine: 336
Prezzo: 9,50 €
Editore: Mondadori – Oscar

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

Da “Ci sono bambini a zigzag”

(…) secondo me, chi dice di sé con tanta fierezza che “adora i bambini” – e sono in molti a dirlo – nel profondo del cuore li considera un’unica, generica creatura, con un’unica faccia e un unico carattere; insomma, gli “appassionati di bambini” li trattano davvero con disprezzo, perché chi ha mai sentito qualcuno proclamare “adoro gli adulti”: non è così? Mentre di “appassionati di bambini” se ne trovano ovunque, e per loro sono tutti dolci e morbidi, fanno solo giochi allegri e ballano tutto il giorno. “Oh” dicono quegli imbecilli cresciuti, “quanto è felice la stagione dell’infanzia!”, così ti viene voglia di lisciare quella loro testa tonta e dire: “Già, e quanto sono felici gli stupidi!”. Bambini: attenzione agli appassionati di bambini! 

[David Grossman, Ci sono bambini a zig-zag,
traduzione di Sarah Kaminski e Elena Loewenthal,
Mondadori, 1994, p. 81]

Immagine dal film “The zizag kid”