“Italia” di Fabio Massimo Franceschelli

14238365_1777329432480642_2723833388496253401_nMentre mi trovo impegnata con l’avventura #LeggoNobel di settembre – che è bella tosta, dato che stiamo leggendo L’urlo e il furore di Faulkner – e ho il progetto di rispettare le tappe prestabilite, ho bisogno di qualche distrazione, quindi oltre a leggere ogni tanto un racconto di Hemingway e qualche stralcio dai diari di Canetti inizio un nuovo romanzo, Italia di Fabio Massimo Franceschelli (Del Vecchio), che fa parte del bottino di Una Marina di libri dello scorso giugno. E faccio bene, perché pur non essendo stupefacente è un libro molto carino e leggero.

Ci troviamo nell’ipermercato La Cattedrale dove inizialmente tutto sembra andare per il verso giusto: c’è chi lavora alle casse, chi nei magazzini, ci sono i dirigenti negli uffici al terzo livello e ci sono anche diversi clienti, alcuni dei quali già lì che stanno facendo la spesa, altri che magari sono per strada o in autobus per recarsi lì. Tutto normale, direte voi, fino a quando non assistiamo a una catena di eventi che mandano in tilt tutto il sistema. In primis il licenziamento di ben diciassette dipendenti, e le relative lettere di comunicazione; poi qualcosa non funziona nell’impianto elettrico, le porte si chiudono, chi è dentro non riesce ad uscire e chi è fuori non può entrare. Nel frattempo i personaggi di questa storia vanno ognuno per la sua strada: i licenziati che fanno una specie di corteo distruttore (alcuni di loro vorrebbero buttare giù tutto l’ipermercato); Irene, bella e disoccupata ragazza madre, si lancia tra le braccia del prete dalla fede un po’ sbilenca Giulio; Luana, lasciata dopo diciassette anni ha una lista di diciassette cose da comprare; Corrado, comico e omosessuale, fa amicizia con una ragazzina capoverdiana, Bea, pure lei spesso discriminata per un motivo diverso; il direttore de La Cattedrale che invece è fuori perché sua moglie stava partorendo e torna all’ipermercato trovandolo nel caos; Conte, il tecnico tuttofare, che ha sniffato cocaina e, impazzito, si avventa su chiunque, inseguito pure dalla guardia Salvatore; la vecchia Italia che ferma ogni persona che passa per farsi prendere qualcosa dagli scaffali più alti. E poi i gabbiani.

Ecco, onestamente non ho capito che c’azzeccavano i gabbiani in tutto questo patatrac. I gabbiani attaccano chiunque, entrano dalla porta del magazzino, che non è bloccata come quelle principali da cui accedono i clienti, e si aggirano tra i locali del tecnico e le corsie del supermercato. I gabbiani che sono un ulteriore elemento di disturbo per una situazione che è già allo sbando di suo. Della serie che “Potrebbe essere peggio – E come? – Potrebbe piovere“. Ecco, potrebbero arrivare i gabbiani. Che poi uno li vede carini in spiaggia e non pensa a quanto in realtà possano essere cattivi. E fidatevi che in questo romanzo sono parecchio aggressivi.

Gabbiani visibilmente arrabbiati. Fonte: Nonciclopedia

Mi piace molto l’idea di Franceschelli di radunare tutti i suoi personaggi dentro un ipermercato, una sorta di micromondo, e di bloccarceli dentro. E mi piacciono anche molto questi personaggi, ognuno coi suoi problemi da risolvere e con una vita che non dà particolari soddisfazioni. Uno, col padre macho che si ritrova, non riesce a fare coming out, anche se tutti hanno capito che è gay; un altro a cui l’abito talare sta stretto e si lancia tra le braccia della prima poveretta che gli capita a tiro, che è appunto poveretta perché ha fatto un figlio con uno che appena ha saputo che è incinta se l’è filata, lasciandola con un bambino (che ormai ha tre anni) a lasciare il proprio curriculum ovunque; Jean-Pierre, che è il capo delle risorse umane, a cui viene dato il compito di dare la lettera di licenziamento a Conte, che è un delinquente imparentato con un assessore e con i mafiosi. Ma quella più divertente è Italia, la vecchietta che quando parla non si capisce praticamente nulla, tanto che alla fine l’autore mette un paio di pagine della traduzione dell’idea che ha lei di Paradiso. Praticamente ho passato più tempo a cercare di capire che cosa dicesse lei che a leggere il resto del libro, comunque è un dialetto del Sud.

Il punto di forza di Italia è l’abilità di Franceschelli di fare un grandissimo minestrone di generi, praticamente costruisce attorno al carattere di ogni personaggio una storia usando un determinato linguaggio e una determinata tecnica narrativa. C’è il grottesco, il thriller (finiscono anche a sparare), la commedia, qualche accenno al dramma e molto altro. A me onestamente i gabbiani hanno ricordato Gli uccelli di Hitchcock – anche se so che il paragone potrebbe risultare incredibile – perché, a parte che sono uccelli pure loro, arrivano minacciosi e fanno un bel casotto.
Ad ogni modo, la storia, che risulta comica e divertente in molti punti, in altri lascia un po’ l’amaro in bocca. La definirei agrodolce, ecco, come agrodolce è la situazione della nostra Italia, quella vera, in cui abbiamo sì tante cose belle, ma in cui tutto è precario.

Consiglio molto questo libro a chi ha voglia di divertirsi un po’ senza impegnarsi troppo, anche perché la scrittura di Franceschelli è semplice e godibile, ma non cade mai nel banale, nonostante i personaggi spesso eccessivi. In una storia come questa, però, lo stereotipo può andar bene, perché è dallo scontro tra gli eccessi che nasce il patatrac.

Buona lettura!

Titolo: Italia
Autore: Fabio Massimo Franceschelli
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 269
Prezzo: 16,50 €
Editore: Del Vecchio

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota


Fabio M. Franceschelli – Ecletticamente ha toccato vari generi letterari: dalla saggistica alla drammaturgia, alla critica e, ora, alla narrativa. Laureato in Storia delle Religioni, ha pubblicato saggi e articoli sui moderni sincretismi religiosi, con particolare attenzione ai culti afrobrasiliani. Per il teatro è autore di drammi, monologhi e commedie rappresentate in Italia e all’estero, oltre che regista e direttore di festival teatrali. È redattore della rivista di drammaturgia contemporanea «Perlascena». Il romanzo Italia, finalista alla XVIII edizione del PREMIO ITALOCALVINO, è il suo esordio in narrativa. Cura il blog ereticobencotto.com.

Pagina 69: “Sul soffitto” di Éric Chevillard

Sul soffitto è un romanzo dell’autore francese Éric Chevillard scritto nel 1997 e pubblicato nel 2015 in Italia da Del Vecchio con una traduzione di Gianmaria Finardi, che ha compiuto un’opera coraggiosissima. Il testo, infatti, penso che avrebbe fatto impazzire chiunque, perché stiamo parlando di un libro complicato sotto tutti i punti di vista. Il linguaggio è particolare, la narrazione, in prima persona, è piena di voli pindarici, di frasi che s’interrompono per seguire il pensiero di chi parla, di sperimentazioni.

La storia, invece, è ancora più particolare: il protagonista da piccolo, su consiglio del medico, ha iniziato a tenere una sedia sulla testa per correggere la sua tendenza a stare curvo, e poi da lì è arrivato all’età adulta sempre con la sua sedia addosso. Metafora della diversità, quest’uomo si sente, appunto, diverso dagli altri, ma migliore di loro, e così conosce altre persone che sono altrettanto stravaganti a modo loro: un ex gruista, una donna che racconta fiabe ai suoi bambini mai nati che continuano a crescerle dentro, e altre varietà umane. Ma la sua stravaganza non impedisce al protagonista di condurre una vita normale. Egli infatti riesce perfino a trovarsi una fidanzata, Méline, che lo accetta per com’è, pure quando negli incontri fisici lui vuole tenersi sempre la sua sedia sulla testa. Ed è proprio Méline che, all’insaputa della sua famiglia, ospita la comunità di persone stravaganti nella sua casa, ma con una particolarità: questi sette individui vivono sul soffitto, a testa in giù, ché tanto poi il sangue arriva anche meglio al cervello. Esattamente come nella copertina, tanto che il lettore è portato ad acchiappare il libro tutte le volte al contrario.

Odio dirlo, perché è una frase fatta e sa di lettore snob, però qua bisogna ribadirlo per forza come avvertenza: non è un libro per tutti, si può cadere facilmente nella confusione e ci si può perdere, nonostante il libro non sia un volumone. Però ne vale la pena, perché capirete di non aver mai letto nulla del genere, è spiazzante, quindi se siete appassionati di tutto ciò che è “diverso” dall’ordinario Sul soffitto fa decisamente per voi.
Io comunque vi lascio un assaggino per farvi un’idea, ma siccome mi è risultato impossibile prenderlo da pagina 69 (perché avrei tagliato a metà una frase lunghissima senza un punto) è un estratto a metà tra pagina 68 e 69. Buona lettura!

IMG_20160625_121555Una precisazione necessaria: non sono per niente soggetto a manie di persecuzione, credo che i rondoni non siano incaricati di sorvegliarmi, che il Sole non sia un proiettore puntato sulla mia persona, che non sia perché pensa a me che la tigre ha fame, piuttosto soffrirei di questa indifferenza della natura nei miei confronti, e delle cose stesse che non afferrano mai la mano che tendo loro, ma sembrerebbe, al di là dei dissidi irriducibili che alterano i rapporti fra gli uomini, che l’accordo sia stato raggiunto su un punto, con una bella unanimità tanto improbabile, attorno a me, contro di me, tacitamente, che sia in verità un dovere per ognuno applicarsi a rovinare la mia tranquillità, il solo ideale che unisca, rovinare la mia tranquillità, l’opera comune che suggella la riconciliazione tra i popoli, tra i sessi, tra le età, l’ingiunzione irresistibile, l’unica legge senza oppositore né contraddittore, come se questa fosse proprio la condizione prima di qualsivoglia progresso, innanzitutto rovinare la mia tranquillità, impresa per cui i volontari non sono mai mancati, molto numerosi e zelanti, non retribuiti, alla quale si sono dedicati anima e corpo, e di buon cuore da sempre, con successo, devo riconoscerlo, e il cui accanimento non si allenta, anzi poiché la Forza Pubblica se ne immischia ora come se la sua missione di mantenimento dell’ordine le imponesse tanto per cominciare di rovinare la mia tranquillità, come se il mondo non dovesse conoscere alcun riposo finché mi godessi anch’io la tranquillità.

“Sul soffitto”, Éric Chevillard, 1997
trad. Gianmaria Finardi, Del Vecchio, 2015,
144 pp., 14 €


Éric Chevillard – Nato nel 1964 a La Roche–sur–Yon, è uno dei più interessanti e originali scrittori francesi. Ha ideato il blog letterario L’Autofictif, molto seguito e discusso in Francia. Ha scritto moltissimi romanzi, tra cui i più famosi sono Mourir m’enrhume, 1987; Le Caoutchouc décidément, 1992; La Nébuleuse du crabe, 1993; Le Vaillant petit tailleur, 2004; Démolir Nisard, 2006; Sans l’orang–outan, 2007; Dino Egger, 2011; Le Désordre azerty, 2014, aggiudicandosi numerosi premi, tra cui il PRIX FÉNÉON, il PRIX WEPLER, il PRIX ROGER–CAILLOIS, il PRIX VIRILO e il PRIX ALEXANDRE–VIALATTE. Nel 2013, inoltre, la traduzione di uno dei suoi primi romanzi, Préhistoire (1994; Prehistoric Times), si è aggiudicata il BEST TRANSLATED BOOK AWARD, premio statunitense assegnato dalla rivista «Open Letters» e dall’università di Rochester. Quasi tutti i romanzi sono pubblicati, in Francia, dalla casa editrice Minuit, famosa per la sua attenzione agli autori di letteratura sperimentale.

Da oggi in libreria “Acqueforti di Buenos Aires” di Roberto Arlt

Nel mio percorso universitario, almeno in quello della specialistica, ho deciso di affrontare lo studio della letteratura ispanoamericana perché avevo voglia di “cambiare aria” e scoprire cose nuove, e in quel periodo sono entrata in contatto con un mondo particolarissimo, di cui faceva parte lo scrittore Roberto Arlt (1900-1942), autore di diversi romanzi come El juguete rabioso o Los lanzallamas. Ma Arlt non nasce come scrittore o drammaturgo (ha scritto anche delle pièce teatrali), bensì come giornalista specialmente per El mundo, quotidiano di Buenos Aires.
Quando ho saputo dell’uscita della traduzione italiana delle sue Aguafuertes porteñas mi sono subito incuriosita e ho voluto leggerle, perché ho avuto la possibilità di studiarne qualcuna in lingua originale ma, si sa, quando sei appassionata di traduzione e letteratura, quello di confrontare originale e tradotto è quasi un bisogno. Così mi sono messa a sfogliarle.

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Acqueforti di Buenos Aires esce in libreria oggi, tradotto da Marino Maiani e Alberto Prunetti per Del Vecchio editore, e raccoglie tutte quelle considerazioni e descrizioni che Roberto Arlt fa con taglio giornalistico e quasi documentaristico (ma con la bellezza e l’incisività dell’acquaforte, da cui prende il nome) della sua Buenos Aires in un periodo, quello del primo Novecento, che la vede cambiare sempre più. Pensiamo alla metamorfosi di una città che accoglie nuovi edifici, nuove tecnologie, tante novità in generale che vanno a contrastare con la povertà già presente che ha un peso troppo grande per non lasciare che qualcuno ne venga inghiottito senza via d’uscita. Arlt ci parla di ladri, sofferenza, stranezze di Buenos Aires, spesso e volentieri con toni forti, e sembra quasi chiedersi se la modernizzazione di quel mondo serva poi a qualcosa, se c’è gente che ne resta comunque fuori. Però deve esserci sempre qualcuno che racconti questa vita, perché, come dice lo stesso autore, uno scrittore così «sta con gli uomini. Questo è quel che conta: stare nell’anima di tutti, assieme a tutti. Da qui la grande allegria: sapere di non essere solo».

Buona lettura!

Roberto Arlt nasce a Buenos Aires nell’aprile del 1900, da una famiglia di origini prussiane. Scrittore, drammaturgo e giornalista, ha avuto una vita tormentata e ricca di eventi, segnata dalla sofferenza per l’educazione severa impostagli in famiglia e da un profondo conflitto con la figura paterna, che ritroviamo infatti in molte sue opere. Espulso a otto anni dalla scuola perché troppo indisciplinato, continuò a studiare da autodidatta, svolgendo i più disparati lavori: imbianchino, commesso, facchino, e cominciando poi a scrivere per diversi giornali, fino a fare del giornalismo la sua professione. Rese conto dei propri viaggi e degli eventi politici del suo tempo proprio nei reportage scritti per i giornali, e fu tra l’altro testimone in prima persona degli eventi della guerra civile spagnola. La sua scrittura romanzesca rompeva con il tradizionalismo e per un certo tempo fu osteggiata, diventando poi modello per gli scrittori della generazione del boom, tra i quali Gabriel García Márquez, Isabel Allende e Jorge Luis Borges. Tra i romanzi più famosi: Il giocattolo rabbioso e I sette pazzi, entrambi già tradotti in Italia. Di grande valore anche i suoi racconti brevi e le sue numerose pièce teatrali.

[Roberto Arlt, Acqueforti di Buenos Aires, 1933,
ed. Del Vecchio, settembre 2014,
collana Formebrevi, pp. 304, brossura, 15 €]

“Concerto per mio padre” di Yasmine Gatha

Un libro dal tono lirico e coeso.
(Stilos)

copertina gathaConcerto per mio padre è un romanzo dell’autrice francese di origine libanese Yasmine Gatha, edito nel 2013 da Del Vecchio. È un libro interessante, scritto con un linguaggio particolare, che sicuramente appartiene più alla sfera orientale che a quella europea.

La Gatha racconta una storia senza tempo, ambientata chissà dove e allo stesso tempo in ogni luogo. Barbe Blanche, un vecchio suonatore di târ, muore e i suoi due figli si recano in un’altra città alla ricerca di un liutaio che cambi le corde allo strumento ricevuto in eredità dal padre. Quella, però, è la città in cui viveva l’uomo che Barbe Blanche tempo prima aveva ucciso, forse per invidia, Mohsen, il più famoso suonatore di târ. Il figlio di Mohsen, a capo della città di Ardabil, non li accoglie bene, anzi li fa imprigionare, fino a quando non accade qualcosa di incredibile: uno dei ragazzi, il maggiore, Hossein, compie una sorta di prodigio, sembra quasi che il fantasma di Mohsen, il musicista profeta, aleggi su tutti loro.

La storia è narrata in prima persona, di volta in volta, da un personaggio diverso. Si mischiano le voci dei figli e della moglie Barbe Blanche, le quali ci portano a conoscere quello che è accaduto molto tempo prima di quando si svolge la vicenda. Scopriamo così i vari punti chiave del libro, il delitto, il tradimento, l’amore e la spiritualità. E tutto ciò è scandito dalla melodia del târ, che sembra di sentire durante la lettura delle pagine di Yasmine Gatha; una melodia a tratti serena e ispiratrice, e a tratti decisamente malinconica. Lo strumento è molto particolare, sembra voler rispondere solo a chi è puro d’animo, come Mohsen e Hossein, sul quale si scoprirà qualcosa di molto importante dalle parole della madre.

Per quanto mi riguarda, credo di avere qualche difficoltà con ciò che è lontano da me che sono un’occidentale. Il modo di raccontare di Yasmine Gatha è particolarmente delicato e sofisticato, l’autrice scava nel profondo dei suoi personaggi e li colloca in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, i quali, però, rappresentano forse il tempo eterno e lo spazio infinito. All’inizio la Gatha dichiara: «Ai miei occhi, scrivere nel terzo millennio, è rallentare il mondo, prendersi il tempo necessario per guardarlo in faccia», e forse è questo lo scopo della sua scelta stilistica, fermarsi e riflettere un momento su ciò che sembra sfuggire ai nostri occhi.

Titolo: Concerto per mio padre
Autore: 
Yasmine Gatha
Traduzione: 
Angelo Molica Franco
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2013
Pagine: 128, brossura
Prezzo: 13 €
Editore: Del Vecchio – Collana Formelunghe

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota

Yasmine Ghata, figlia della poetessa di origine libanese Vénus Khoury Ghata, è nata in Francia nel 1975. Ha studiato alla Sorbona e all’École du Louvre, specializzandosi in arte islamica. Nel 2005 ha pubblicato in Italia per Feltrinelli il suo primo romanzo, La notte dei calligrafi, vincitore nel 2007 del Premio Autore Esordiente alla XXVI edizione del PREMIO GRINZANE-CAVOUR. Sempre con Del Vecchio editore è uscito in Italia La bambina che imparò a non parlare. Nell’intenso La bambina che imparò a non parlare ha spiegato ai suoi lettori come per anni abbia odiato la scrittura proprio perché figlia di una grande poetessa: Vénus Khoury–Ghata. E di come a sei anni, in virtù di questa idiosincrasia, abbia distrutto la macchina da scrivere della madre, dopo averla spiata pomeriggi interi dietro libri aperti che faceva finta di leggere. Sarà l’incontro fortuito a venticinque anni, nell’ala Richelieu del Louvre, con un’iscrizione realizzata dalla nonna – la celebre miniaturista Rikkat Kunt – a farle comprendere che per conoscere la sua storia doveva scriverla. Yasmine Ghata inizierà e continuerà a scrivere per ascoltare da vicino la voce del mondo che le sfugge.