Briciole: “Il gioco del mondo”, “Essere senza destino” e “Piccola osteria senza parole”

Ultimamente ho tralasciato di parlare di alcuni dei libri che ho letto: alcuni non mi hanno entusiasmata e non sapevo da dove partire per raccontarveli, mentre altri non li ho letti con la dovuta intenzione a causa di mie vicissitudini personali che hanno portato la mia testa altrove. Non sono riuscita nemmeno a scrivere qualcosa nella categoria In breve, perché perfino la lunghezza di un post del genere mi avrebbe causato qualche problema. Per questo motivo mi accingo a creare Briciole, una categoria nuova in cui inserirò proprio delle briciole (e non pillole, perché magari il nome era già preso, non ho neanche controllato). Immaginatele un po’ come delle briciole che restano sulla tavola dopo che avete mangiato un panino: impressioni e rimasugli di un qualcosa dopo la lettura. Oggi ve ne propongo tre.

img_20160918_161109Il gioco del mondo di Julio Cortázar l’ho letto insieme al gruppo di lettura Scratchreaders. È un libro del 1963 strutturato in maniera così singolare che ci siamo dovuti suddividere ulteriormente in tre gruppi di lettura diversi ma collegati: #famolotradizionale quelli che lo leggevano seguendo il normale ordine dei capitoli (che si sono fermati al punto in cui l’autore dice che per quel tipo di lettore il libro finisce là); #famolospeciale quelli che lo hanno letto seguendo l’ordine consigliato all’inizio da Cortàzar; #famolocomecepare ovvero libertà assoluta, ognuno sceglieva quali capitoli leggere e in quale ordine. Io mi sono inserita nel primo gruppo e ho seguito le vicende di Oliveira e della maga in modo un po’ stentato, perché se indubbiamente ci sono capitoli meravigliosi, ce ne sono altri che invece sono dispersivi, così tanto che qualcuno s’è perso per strada e non ha portato a termine la lettura.
Vi lascio di seguito la lettura del meraviglioso capitolo 7 fatta dallo stesso Cortàzar in spagnolo. Se capite questa lingua sarà un’esperienza magica ascoltarlo.
DETTAGLI: Il gioco del mondo, Julio Cortázar, 1963, trad. Flaviarosa Nicoletti Rossini, Romanzo, Letteratura argentina, 550 pp., Einaudi 2005, 15,50 €, 3/5 stelline


9788807884900_quartaEssere senza destino di Imre Kertész, Nobel 2002, è il romanzo che abbiamo letto a novembre su LeggoNobel. Il libro, pubblicato per la prima volta in Ungheria nel 1975, è in parte autobiografico perché le vicende vissute dal protagonista, il ragazzino Gyurka, hanno toccato da vicino anche l’autore. Il ragazzo viene preso e portato nei campi di concentramento, ma la sua non è la classica visione atroce che caratterizza tanti altri racconti di questo tipo, no. Gyurka all’inizio la prende come una cosa seria, sta andando a lavorare, vede tutto come ben organizzato, ognuno fa il suo dovere, i pasti sono razionati, chi è bravo va avanti e gli altri spariscono. Piano piano, però, la sua ingenuità diminuisce parallelamente all’aumentare della sua consapevolezza, si rende conto che quelli sono luoghi di morte e inizia a parlarne in un altro modo, senza bisogno di attenuare i fatti o di peggiorarli, perché non sarebbe possibile.
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 12 dicembre leggeremo insieme Il libro di Natale di Selma Lagerlöf)
DETTAGLI: Essere senza destino, Imre Kertész, 1975, trad. B. Griffini, Romanzo, Letteratura ungherese, 223 pp., Feltrinelli 2014, 9 €, 4/5 stelline


cover_9788866324362_270_240Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo l’ho finito proprio oggi e per me è un grande ed enorme NO. Ci ho messo poca attenzione perché mi ha annoiato fin dall’inizio. Ci troviamo a Scovazze, in un paesino del Veneto, e gran parte della storia si svolge in un’osteria gestita da Gilda, vedova di Francone. Lì si muovono una miriade di personaggi tipici del Nord che si trovano all’improvviso a contatto con Salvatore Maria Tempesta, un terrone che entra nel locale e mette un po’ di scompiglio nelle vite di tutti. Ma chi è? Che cosa o chi cerca? Per molti è un finanziere, ma chissà. Nel frattempo nascono amori e amicizie e vengono fuori strani segreti.
Ad alcuni è piaciuto tantissimo e io, infatti, l’ho letto per questo, mi ero lasciata trasportare. Ma poi l’ho finito solamente per scrupolo, e mi dispiace anche.
DETTAGLI: Piccola osteria senza parole, Massimo Cuomo, 2014, Romanzo, Letteratura italiana, 248 pp., edizioni e/o, 17 €, 1/5 stelline

“Basta poco per sentirsi soli” di Grazia Cherchi

Il libro di cui vi parlo oggi, purtroppo, non lo stampano più. Io l’ho letto grazie alla gentilezza della mia amica Elena che, a sua volta, è riuscita ad acquistarlo usato su ebay dopo una difficile ricerca. Basta poco per sentirsi soli è una piccola raccolta di racconti/appunti di Grazia Cherchi, una dei più importanti editor del Novecento, scomparsa vent’anni fa. Il libro, pubblicato inizialmente con l’editore catanese Tringale, è passato poi a E/O e adesso non è più acquistabile. Speriamo che venga ripreso!

Photo Elena Tamborrino

In Basta poco per sentirsi soli si parla di scrittori, soprattutto, ma in generale di rapporti interpersonali. La Cherchi ci racconta alcuni incontri con autori più o meno famosi (ad un certo punto compare Stefano Benni) e della capacità, che ormai in molti hanno perso, di ascoltare l’altra persona. Per questo motivo la lettura di questo gioiellino risulta sempre attuale. Quante volte ci capita, ad esempio, di chiacchierare con le persone e di non riuscire a dire nulla perché siamo totalmente travolti dal loro fiume di parole? Oppure che ci venga fatta una domanda e di non riuscire a rispondere perché quello ha cambiato argomento prima che ci venga data la possibilità aprire bocca. Devo dire che questo tema interessa moltissimo ad una come me, ovvero ad una persona riservata, che non ama parlare solo per dare aria alla bocca e che sta molto attenta ai dettagli. Ecco, mi ha presa completamente perché sono riuscita a ritrovarmi in tutte le situazioni raccontare dalla Cherchi. Ho passato giorni – sì, giorni, perché ho preferito centellinarlo e non leggerlo tutto di seguito – a dire: “Cavolo, questo è successo anche a me! Allora è proprio vero che alla fine siamo tutti uguali”.

Ma il libriccino di cui vi parlo non è soltanto questo. È anche una critica al mondo dell’editoria e del giornalismo da parte di un’addetta ai lavori. Grazia Cherchi parla del fatto che ormai a scrivere i libri non sono più i veri scrittori, ma gente che si improvvisa tale: medici, architetti, magari spunta fuori anche un macellaio che ha storie da raccontare. Dice che – quando lavorava lei, pensate se vedesse la situazione di oggi, poveretta – ogni anno vengono stampati troppi libri, che, praticamente non si capisce più nulla in questo marasma di pubblicazioni. Mi trova assolutamente d’accordo: purtroppo oggi si punta alla quantità, non alla qualità, si pubblica troppa roba che non ha motivo di vedere la luce. Ma tutto per strategie di mercato, perché c’è comunque tantissima gente che la compra e, quindi ok, ti do quello che vuoi perché lo compri e io ci guadagno, che mi frega se poi è un prodotto scadente?

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Per quanto riguarda i giornalisti, Grazia Cherchi è rimasta a quando questi scrivevano i loro pezzi per telefono e lo facevano senza la necessità di sapere tutto di un determinato argomento, come viene fuori nel racconto in cui un tipo deve intervistare lei su un autore di sua conoscenza e le chiede – pensate – dei suoi hobby e non del suo lavoro. Spesso quello che leggiamo sui giornali (e oggi anche in rete) è frutto di un lavoro frettoloso, c’è gente che scrive recensioni senza leggere i libri e che parla di cose che non conosce. Soprattutto oggi, al lettore interessano le curiosità e i gossip, non le cose davvero importanti. Immaginate due ipotetici articoli su D’Annunzio. Secondo voi quale potrebbe interessare di più i lettori: quello sulla sua produzione poetica o quello sui suoi flirt e le sue donne? La risposta mi sembra scontata.

Devo confessarvi che non avevo assolutamente idea di chi fosse Grazia Cherchi prima di leggere la recensione di Elena. Basta poco per sentirsi soli è la storia di una grande donna che ha una sensibilità diversa dalle persone che incontra, cosa che la fa spesso sprofondare nella solitudine, le fa pensare probabilmente che la persona migliore con cui puoi stare sei tu stesso. Su questo siamo un po’ tutti d’accordo, no?

Titolo: Basta poco per sentirsi soli
Autore: Grazia Cherchi
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 1986
Pagine: 84
Prezzo: /
Editore: Tringale, poi E/O

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Storia della bambina perduta” (L’amica geniale vol. 4) di Elena Ferrante

Questa recensione esce, per caso, qualche giorno dopo che le votazioni che hanno portato Elena Ferrante nella cinquina dei finalisti del Premio Strega 2015. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, Storia della bambina perduta è il quarto libro della saga de L’amica geniale di Elena Ferrante, un nome così misterioso e allo stesso tempo ricco di fascino.

Come ho già detto prima, ero scettica sulla fama di quest’autrice (se davvero di una donna si tratta), ma già dal primo volume della storia ho capito che il suo successo è davvero meritato, e ora che l’ho conclusa sono contenta di aver fatto questo percorso. Le vicissitudini di Lila e Lenuccia mi hanno completamente risucchiata e tenuta attaccata alle pagine. Anche se col terzo volume c’è stato un piccolo calo, l’ultimo è stato una grandissima conclusione. Ma dov’eravamo rimasti?
(Per rinfrescarci la memoria: parte 1parte 2parte 3)

Elena è fuggita con Nino, che crede sia l’amore della sua vita. Più avanti si rende conto che l’uomo si comporta allo stesso modo con tutte, sembra quasi che l’unica cosa che veramente gli interessa sia dimostrare alle donne di essere bravo a letto e, anzi, migliore degli altri. Non lascia mai sua moglie, perché non gli conviene, e intreccia storie parallele qua e là. Nel frattempo, Elena e Lila (che è diventata imprenditrice nel campo dell’informatica) rimangono incinte nello stesso periodo, e danno alla luce, rispettivamente, Imma e Tina, due bambine vivaci, intelligenti e solari che saranno la loro gioia fino al tragico evento, che segnerà la vita di Lila. La donna, abituata ad avere sempre il controllo di tutto e ad assistere allo smarginarsi degli altri, inizia a perdere se stessa, a non interessarsi a nulla, a voler lasciare che tutto vada in malora. Ma per Elena ci sarà sempre.

Questo libro, per me, rappresenta la conferma della bellezza del personaggio di Lila, più che di Elena. Lila dimostra di essere umana, fin troppo umana. Sopravvive praticamente a tutto, combatte, cerca di prendere il buono che c’è in ogni situazione, ma la vita le riserva un colpo durissimo proprio nel momento in cui, forse, sta aiutando la sua amica Elena, e da quel colpo non riuscirà a riprendersi mai. La Ferrante scrive in un modo tale che è impossibile non immedesimarsi in questa donna che lentamente perde ogni speranza e a cui non interessa più nulla, e dà alla storia una conclusione che, devo essere sincera, non mi aspettavo.
Dall’altra parte, invece, c’è Elena che tenta di riprendere in mano la sua vita, perché capisce che non può vivere sulle spalle di Pietro e Nino che l’aiutano economicamente, più che altro per le figlie. Inizia a scrivere articoli, un nuovo libro, e ad attivarsi sempre di più, ma così facendo spesso si perde momenti importanti della crescita delle figlie, che cominciano a non sentirsi più a loro agio a Napoli. Insomma, vanno tutti avanti a parte Lila che si ferma e si trascina.

C’è sempre quella storia d’Italia che fa da sfondo alle vicende dei personaggi che per quattro libri abbiamo amato e odiato, e c’è quell’altalena di sentimenti su cui ci ritroviamo leggendo: un po’ li ammiri, un po’ li detesti e vorresti prenderli a sberle (Nino su tutti!). C’è quella curiosità di scoprire chi sono i responsabili delle cose che succedono, e la curiosità di sapere se certi interrogativi avranno una risposta, prima o poi. C’è uno stile impetuoso e aggressivo, ma a tratti delicato di un’autrice che sa il fatto suo. Ma, soprattutto, c’è una degna conclusione ad una storia magica, il cerchio si chiude, anche se non completamente.

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Se ci fossero stati altri volumi li avrei letti, perché Elena Ferrante, per me, è stata una vera e propria rivelazione. Devo confessarvi che per quanto riguarda lo Strega tifo per lei, perché in fin dei conti non m’importa chi sia, quello che è veramente è importante sono i testi, quello che ci dà con le sue parole. A chi interessa se è uomo, donna, alta, magra, robusta, bassa? Dobbiamo per forza darle un volto? Ok, un po’ di curiosità c’è, ma solo perché fin dall’inizio ha mantenuto l’anonimato. Penso che se non l’avesse fatto, ce ne saremmo altamente infischiati. Personalmente, leggo tantissimi autori senza sapere che aspetto abbiano, e mi sta bene così, perché a noi lettori (almeno a quelli veri) interessa la mente di chi scrive, le sue parole.

Titolo: Storia della bambina perduta (L’amica geniale vol. 4)
Autore: Elena Ferrante
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 464
Prezzo: 19,50 €
Editore: e/o

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Storia di chi fugge e di chi resta” (L’amica geniale vol. 3) di Elena Ferrante

WP_004682Continuiamo con la saga de L’amica geniale di Elena Ferrante: questa volta parliamo del terzo volume, ovvero Storia di chi fugge e di chi resta. Ma se non ricordate bene di cosa si tratta, prima di iniziare, vi rimando alla prima e alla seconda parte.

Dove eravamo rimasti? Elena ha appena pubblicato il suo primo libro ispirato all’incontro notturno in spiaggia con Donato Sarratore, avvenuto diversi anni prima, mentre Lila si è rifugiata poco lontano da Napoli insieme a suo figlio Gennaro e ad Enzo, che, innamorato da sempre di lei, le offre ospitalità e non pretende nulla in cambio. La prima sta per sposarsi con Pietro, giovane professore di un’agiata famiglia del nord, per trasferirsi a Firenze, la seconda lavora nella fabbrica di salumi di Bruno Soccavo, una vecchia conoscenza delle due ragazze. Il periodo in cui è ambientata la storia è quello della lotta operaia, un momento in cui la politica sembra essere al centro di tutto: ci sono riunioni, associazioni di comunisti, si stampano fascicoletti in cui vengono denunciate le condizioni assurde dei lavoratori, e allo stesso tempo ci sono anche i fratelli Solara che a Napoli dettano legge e ampliano sempre di più il loro raggio d’azione. Elena e Lila si allontanano, ma finiscono sempre per ritrovarsi quasi come se l’una non potesse esistere senza l’altra, ma questa volta i ruoli si capovolgono: Lila ha già toccato il fondo, quindi non può fare altro che risalire, mentre Elena prima sale in alto (per il matrimonio vantaggioso, la sua cultura e la pubblicazione del libro) e poi quasi perde tutto perché in realtà non ha mai cancellato il passato e il suo vecchio, ma mai accantonato, amore per Nino, che sarà destabilizzante.

Se devo essere sincera questo volume mi è piaciuto un pelino meno del precedente, forse perché preferisco il personaggio di Lila a quello di Elena, e di conseguenza mi è risultato più noioso vedere quest’ultima che affronta determinate avversità. Entrambe fanno degli errori per lo stesso uomo, Nino, che poi non è proprio uno stinco di santo: ai tempi di Lila aveva una ragazza, la lascia, dopo lascia anche Lila e, da quello che racconta Elena, ha figli da altre donne, prima di sposarsi con Eleonora e fare un altro bambino (chapeau!); con Elena invece tradisce la moglie e manda all’aria perfino il suo matrimonio, raccontandole che è lei che ha sempre amato, che Lila è stata uno sbaglio perché aveva trasferito su di lei le qualità che invece vedeva in Elena. Un bla bla bla per nascondere il fatto di essere abbastanza confuso o di essere, invece, perfino troppo furbetto. Comunque la cosa interessante è come le due ragazze gestiscono la situazione: sono adulte, sono (una più o meno) mogli, sono madri, non possono buttare tutto all’aria, ma Lila si prende cura di suo figlio, Elena insegue l’ammmore e le figlie le lascia a Pietro.

Ci ritroviamo sempre davanti a un alternarsi di amore e odio per questi personaggi che, proprio perché sono così veri, spesso e volentieri sbagliano. Nessuno è perfetto e se in un determinato momento apprezzi il fatto che Elena voglia migliorare la sua condizione facendosi una cultura e una bella famiglia, poi la prenderesti a sberle quando butta tutto all’aria per un amore giovanile. Lo stesso succede per Lila, tutto ok quando si mette a studiare programmazione insieme ad Enzo, ma non sei d’accordo quando lei accetta di mettersi al servizio dei Solara per la gestione di un computer che hanno preso. E qui sottolineo che si può non essere d’accordo con la sua scelta, ma di certo se ne capiscono le ragioni: Lila ha un figlio, deve pensare a lui, oltre che a se stessa, e i Solara le offrono uno stipendio stellare, la proposta va accettata, anche perché Michele (innamorato da tempo di lei) non le farebbe mai del male. Elena invece continua a dare l’impressione della brava ragazza che fa tutto quel che deve, ma alla quale basta poco per perdere la rotta. Parliamoci chiaro, non è, tra le due, quella con un carattere più forte. Chi può dire se non abbia ceduto a Nino per dimostrare che la donna che lui ama davvero è lei e la sua amica è stata un errore? Io un dubbio ce l’ho.

Adesso non mi resta che leggere il quarto volume per vedere come si conclude. E, onestamente, spero che facciano quella fiction in tv di cui si parlava un po’ di tempo fa, perché credo che sarebbe davvero seguita.
Se in un primo momento ero scettica per quanto riguarda Elena Ferrante, adesso mi sono fatta una mia idea: mi piace la sua storia, mi piace come scrive e ne comprendo molto bene il successo.

Titolo: Storia di chi fugge e di chi resta (L’amica geniale vol. 3)
Autore: Elena Ferrante
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2013
Pagine: 384
Prezzo: 19,50 €
Editore: e/o

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Storia del nuovo cognome” (L’amica geniale vol. 2) di Elena Ferrante

WP_004641Lo sapete, l’ho detto e ridetto: non mi piace lasciare le cose a metà (a parte un certo libro di Francesco Piccolo che ho dovuto proprio abbandonare perché ne andava della mia salute mentale). Quindi, con un piccolo intervallo per distrarmi, ho deciso di continuare la saga de L’amica geniale di Elena Ferrante leggendo il secondo volume, Storia del nuovo cognome. Confesso che, a differenza del primo libro a cui avevo dato solo tre stelline, questo mi ha colpita in un modo che neanche immaginavo.

Per rinfrescarvi la memoria, vi rimando alla prima parte.

Eravamo rimasti al matrimonio di Lila, la quale vede indosso ad uno dei “rampolli” di una famiglia mafiosa del rione un paio di scarpe che lei stessa aveva disegnato e che significavano molto per lei. Questo rappresenta un chiaro segno che Stefano, il marito, si è piegato ai Solara o che addirittura ha stretto dei patti con loro. Inizia così, già al ricevimento di nozze, il declino di un matrimonio che probabilmente non doveva nemmeno essere celebrato. In questo libro cambiano tante cose, Elena e Lila crescono e la vita diventa sempre più difficile. Si sa, man mano che passano gli anni i problemi diventano sempre più reali e si aprono gli occhi sulla realtà che ci circonda. Questo è quanto succede alle due protagoniste: Lila si rende conto che non sta vivendo, ma che si limita a sopravvivere, rendendo le cose difficili a tutti e facendosi odiare, credendo di innamorarsi di un altro per poi capire troppo tardi (con un bambino in grembo) che era solo fumo, finendo per rovinarsi; Lenù, invece, continua a fare quello che ha sempre fatto, cioè studiare, cercare di andare bene a scuola e all’università e dimostrare di essere migliore dell’amica.

Continua, anche in questo secondo volume, questa competizione tra le due ragazze, che alla fine del libro hanno circa 23 anni. Ma è una competizione a senso unico: Elena cerca di dimostrare a se stessa e agli altri di essere più brava di Lila, di essere, in generale, la brava ragazza che non esce mai dai binari e di cui tutti si fidano; e quando si diploma, s’iscrive all’università e si laurea il suo prestigio aumenta: nel rione, lei è quella istruita a cui tutti chiedono consiglio, dalle cui labbra tutti pendono, perché ha studiato e si elevata ad un livello più alto. Addirittura sembrano essersi dimenticati di averla vista nascere e crescere e perfino i genitori le parlano con timore reverenziale. Lila invece vive il suo periodo romantico (in senso quasi letterario): si trova in mezzo ad una tempesta, porta le emozioni all’eccesso, ma finalmente si sente viva. Vuole lasciare suo marito per stare col suo amante (che è il ragazzo di cui era innamorata Elena), cosa che non può fare in quel tipo di società, neanche quando si scopre che anche Stefano ha una storia con un’altra. E dagli agi a cui era abituata finisce, sporca e malandata, a lavorare in una fabbrica di mortadelle.

La vicenda in Storia del nuovo cognome diventa molto più dinamica rispetto al libro precedente, ma quello che sinceramente mi ha colpito più di tutto il resto è la rabbia che ho provato durante la lettura. C’è una chiara descrizione delle abitudini e del modo di vivere della gente in un rione di una grande città del sud nella metà del secolo scorso; la Ferrante ci fornisce, attraverso i suoi personaggi, uno spaccato della vita vera di quegli anni che, però, da qualche parte, oggi, si conduce ancora. Vediamo uomini che picchiano le mogli perché, lo danno per scontato tutti, una volta sposati ottengono il diritto di fare alla donna ciò che vogliono. E queste mogli lo sanno, infatti accettano tranquillamente la cosa. Vediamo poi l’ignoranza che porta le persone ad essere cattive, violente, ad avere paura di ciò che non conoscono, come una città lontana o un futuro migliore di quello che ci si aspettava. Questo Lila lo ha sempre saputo, perché è un gradino più su rispetto a tutti gli altri, ma ad accorgersene è proprio Elena che, già mentre fa il liceo, ma ancora di più quando torna dall’università, si ritrova in un mondo che non riesce più a riconoscere. Quasi non si ricorda più di essere nata e vissuta tra quella gente così povera dentro e fuori, e quando inizia a frequentare gente socialmente più importante capisce di essere sempre rimasta indietro rispetto a tutti: conoscere una ragazza che parla animatamente di politica col padre e guida la macchina, il suo fidanzato che la invita ad entrare nella sua camera come se fosse una cosa normale, vivere da sola felicemente in un’altra città, scrivere un libro, sono cose che non avrebbe mai immaginato di fare nella sua vita.

Elena Ferrante è davvero brava nella caratterizzazione dei personaggi, soprattutto quando riesce a fartene odiare e poi, improvvisamente, amare qualcuno. Il caso di Lila è lampante. Non ci piace quando è cattiva, quando comanda su tutto e su tutti nel rione, quando è sgarbata, ma poi… ecco che capiamo la sua disperazione, la sua infelicità, i suoi desideri irrealizzati e tutto diventa più chiaro. Ci immedesimiamo in lei e non riusciamo a non provare pena per questa ragazza che nella vita ha sbagliato quasi tutto e ha fatto la cattiva per resistere. Perché nella realtà del rione le donne sono quasi di contorno agli uomini, e a loro devono obbedire, quindi si è fatta forza e per non farsi schiacciare si è comportata con cattiveria. Ma tutto ha un limite, e quando nella sua vita arriva qualcuno che rompe gli equilibri tutto crolla, compresa lei. Non è cattiva come sembra, anzi credo sia il personaggio più bello. Soprattutto rispetto ad Elena e al vuoto interiore che la contraddistingue.

Questo libro è stato davvero una bella lettura e, dopo un piccolo intervallo, ho intenzione di andare avanti con la storia. Del resto, chi mi mette fretta? Preferisco continuare a fare come ho sempre fatto: non leggere due libri di uno stesso autore di seguito, perché ho paura che possa annoiarmi.

Buona lettura!
E, mi raccomando, attenzione alle ultime tre parole dell’ultima pagina: vi faranno cadere dalla sedia!

Titolo: Storia del nuovo cognome (L’amica geniale vol. 2)
Autore: Elena Ferrante
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2012
Pagine: 480
Prezzo: 19,50 €
Editore: e/o

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“L’amica geniale” di Elena Ferrante

Lila comparve nella mia vita in prima elementare
e mi impressionò subito perché era molto cattiva.
Eravamo tutte un po’ cattive, in quella classe,
ma solo quando la maestra Oliviero non poteva vederci.
Lei invece era cattiva sempre.

 

WP_004452Non sappiamo chi si celi dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante, ma fatto sta che, chiunque sia, ha riscosso un grandissimo successo, soprattutto per quanto riguarda la saga de L’amica geniale. Per questo motivo, ma anche per documentarmi su di lei e conoscerla meglio al fine di scrivere un articolo per un altro blog, ho letto il primo romanzo della tetralogia e ho deciso di parlarvene oggi.

Tutto comincia quando Elena Greco viene chiamata al telefono da Rino che vuole avere notizie di sua madre Lila, perché non riesce più a trovarla, sospetta che le sia successo qualcosa di grave. Elena gli dice che non sa nulla e pensa, fra sé e sé, che Lila le ha confessato molte volte di voler sparire, magari cancellando tutte le sue tracce, senza lasciare nulla dietro di sé; quindi dice a Rino di cercare fra le sue cose, e l’uomo non riesce a trovare niente, la madre sembra perfino aver tagliato via la sua immagine dalle foto presenti in casa. Svanita, dissolta, quasi come se non fosse mai esistita. Da questo momento Elena torna indietro col pensiero di circa sessant’anni per narrare (in prima persona) la storia della sua amicizia con Lila.

Lila (ovvero Raffaella Cerullo) è la figlia dello scarparo di un rione napoletano pieno di famiglie non esattamente agiate; è una bambina cattiva, ma molto intelligente. Lenù (Elena), figlia dell’usciere, l’ha conosciuta in prima elementare e, dopo un’iniziale antipatia, le due diventano grandi amiche. Sono due persone molto diverse: Lila ha un’intelligenza fuori dal normale che spesso cerca di nascondere e che riesce a dosare, Elena è brava a scuola, ma tutti i suoi risultati li deve alla competizione che c’è sempre stata tra lei e la sua amica. Lenù non riesce a fare nulla senza paragonarsi a Lila: il suo fidanzato, il suo rendimento scolastico, la sua intelligenza non sono all’altezza di quelli dell’amica. Lila si sposa e lei no, quindi cerca sempre di superarla, e quando crede di esserci riuscita si rende conto che l’amica è rimasta indietro per virtù, non per mancanza di occasioni. La storia, non solo quella delle due ragazze ormai sedicenni, ma anche quella degli altri personaggi (tanti!) presenti nel libro, s’interrompe alla festa del matrimonio di Lila. Il che non penso che rappresenti uno spoiler, perché ci sono altri libri a continuazione.

Devo dire che non sono un’amante delle saghe, perché preferisco i libri in un unico volume che si concludono definitivamente, ma adesso che ho cominciato andrò sicuramente fino in fondo. I personaggi sono davvero tanti, ma per fortuna l’autrice (?) ci fornisce all’inizio una lista delle famiglie, con una piccola descrizione accanto ad ogni persona riguardante la sua occupazione. Al centro di tutto, però, ci sono Elena e Lila, le protagoniste, quelle che vengono caratterizzate più di tutti e la cui crescita personale è il nocciolo del romanzo. Le due ragazze sono indissolubilmente legate. Lila è in apparenza più indipendente di Elena, che invece sembra non riuscire a fare un passo senza sapere cosa fa l’altra; in realtà non lo sappiamo con certezza, perché la narrazione viene fatta con la “voce” di Lenù che ovviamente non può sapere tutti i pensieri della sua amica. Quello che però non ho capito è quale delle due sia l’amica geniale, perché mentre per gran parte del libro pensiamo sia Lila (è sempre più intelligente, più furba, più arguta, più di tutto), ad un certo punto quest’ultima dice ad Elena “sei la mia amica geniale”. Io propenderei per l’ipotesi che il titolo possa adattarsi ad entrambe, che ognuna sia geniale a modo suo.

Chissà se Elena Ferrante sia un uomo o una donna, non posso saperlo, posso solo fare congetture. Il suo stile è elegante, infarcito di espressioni partenopee com’è giusto che sia, in quanto è ambientato in un rione popolare napoletano. Per quanto mi riguarda posso dire che secondo me è davvero una donna, leggendo ho avuto quest’impressione, ma potrei sbagliarmi. Un giorno probabilmente lo sapremo.
Credo che sia un libro senza infamia e senza lode, gli ho dato tre stelline perché è carino, sì, ma niente di troppo esaltante. Andrò sicuramente in fondo alla questione, perché non mi piace lasciare le cose a metà.

Titolo: L’amica geniale
Autore: Elena Ferrante
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2011
Pagine: 400
Prezzo: 18 €
Editore: e/o

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota

“L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery

Madame Michel ha l’eleganza del riccio:
fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza,
ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci,
animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari
e terribilmente eleganti.

 

Anche questa volta mi sono dedicata in grande e voluto ritardo alla lettura di un libro che qualche anno fa ha avuto grande successo. Non mi piace seguire la massa, perché spesso capita che il giudizio o l’entusiasmo degli altri possano in qualche modo influenzarti, quindi per scelta decido di accostarmi ad un’opera quando non se ne parla quasi più. E così ho iniziato a leggere, come secondo libro di questo 2015, L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, romanzo francese del 2006 arrivato in Italia nel 2007, pubblicato da edizioni e/o.

WP_004330Vediamo incrociarsi le storie di due persone: Renée Michel, portinaia ultracinquantenne che non avendo potuto studiare da piccola si è fatta un suo (enorme) bagaglio culturale leggendo, informandosi, ascoltando buona musica e guardando buon cinema, ma che purtroppo è diventata snob nei confronti dei ricchi che abitano nel suo palazzo al numero 7 di rue de Grenelle, persone che – a detta di lei – sono insulse, vuote e indaffarate ad inseguire il nulla; e poi c’è Paloma, dodicenne, figlia di un ex ministro, che è troppo intelligente e brillante per la sua età e, insofferente a quasi tutto e tutti, decide di suicidarsi entro la data del suo compleanno, il 16 giugno. Le due protagoniste hanno una cosa in comune: fingono di essere ciò che non sono. Renée recita perfettamente la parte della portinaia grassoccia, sciatta e ignorante (s’impegna a fare di proposito certi strafalcioni per non dare nell’occhio) e Paloma quella della bambina scema, anche se ha qualche problema, perché quando – per sfuggire a tutti – vuole nascondersi la sua famiglia la crede matta e la porta da un terapeuta.

Ma un giorno, nel palazzo, arriva un nuovo condomino, monsieur Ozu, un sessantenne giapponese molto elegante e cortese, completamente diverso dagli altri inquilini che si comportano che se tutti dovessero inchinarsi al loro passaggio e obbedire ai loro ordini. Ozu conosce Paloma in ascensore e fanno amicizia grazie alla loro passione per i gatti, e poi smaschera Renée quando, ad un incontro in portineria,

«Lei conosceva gli Arthens? Mi hanno detto che era una famiglia decisamente straordinaria» mi chiede.
«No» rispondo sulle mie, «non li conoscevo particolarmente bene, era una famiglia come le altre qui».
«Sì, una famiglia felice» dice madame Rosen visibilmente spazientita.
«Vede, tutte le famiglie felici sono simili fra loro» borbotto per togliermi d’impaccio, «non c’è niente da dire».
«Ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo» mi dice lui guardandomi con aria strana, e di nuovo, all’improvviso, trasalisco.

Renée si tradisce e piano piano inizia a tirar fuori la sua vera personalità e a smettere di recitare la sua parte, esattamente come farà Paloma che sembra ringraziare Ozu per questo, poiché per lei è uno “che cerca le persone e che vede oltre, che guarda la gente con l’aria di dire: ‘ chi sei? vuoi parlare con me? mi fa proprio piacere stare con te'”. Ma come finirà questa storia, dopo che la donna e la bambina saranno uscite allo scoperto?

Questo è ciò su cui m’interrogo anch’io, perché un libro che decolla all’incirca a pagina 70 dopo essere stato noioso e che diventa quasi carino nel momento in cui i caratteri dei personaggi si ammorbidiscono non può finire come nei fatti finisce. Il finale è un pugno nello stomaco e mi sto ancora scervellando sul suo significato. Ovviamente non posso parlarne bene qui, perché farei un grossissimo spoiler, ma se volete ne possiamo parlare altrove. Dirò solo che ci sono due possibili motivazioni: o non sapeva come concludere e ha risolto in maniera sbrigativa, oppure questa fine rappresenta una condanna a chi vuole essere più di quello che è. Ma nel secondo caso, se accostassi i Malavoglia o il Verga a questo romanzetto sarei un’eretica, quindi forse è meglio non chiedersi il perché di certe scelte. Ad ogni modo, questa conclusione ha fatto sì che togliessi una stellina buona al mio giudizio finale. Ma andiamo avanti.

Ho trovato L’eleganza del riccio scritto molto bene, ma i personaggi non risultano molto credibili. Perché una portinaia colta e raffinata dovrebbe far finta di essere una buzzurra? E poi una dodicenne secondo me non si esprimerebbe come Paloma che sembra una cinquantenne. Sono comunque personaggi carini, anche se è difficile, a mio parere, che possano esistere nella realtà.
È un romanzetto che si può leggere senza applicarsi troppo, anche se l’autrice è stata docente di filosofia e si vede (eccome se si vede!): ci sono riferimenti a Nietzsche e al buddhismo, ma anche alla letteratura (specialmente quella russa, il gatto di Renée si chiama Lev e quelli di Ozu Kitty e Levin) e alla storia dell’arte. Ma è tutto molto leggero, niente paura!

Titolo: L’eleganza del riccio
Autore: Muriel Barbery
Traduzione:
 Emanuelle Caillat e Cinzia Poli
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2006 (2007 questa edizione)
Pagine: 321
Prezzo: 18 €
Editore: e/o

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota