Vita su un pianeta nervoso | Matt Haig

Se il mondo moderno ci fa stare male,
allora non ha importanza quello che abbiamo,
perché stare male fa schifo.
E stare male quando ci dicono che non ne abbiamo motivo,
beh, fa ancora più schifo.

 

È un po’ che m’interrogo su come parlarvi di questo libro e finalmente ho deciso di inserire il post nella categoria degli stralci, come citazione. Vita su un pianeta nervoso di Matt Haig (di cui poco tempo prima avevo letto Come fermare il tempo) è uscito per edizioni e/o il 6 febbraio e io da subito ho deciso che dovevo averlo. Avevo capito che, in soldoni, parlava del disturbo d’ansia dalla prospettiva personale dell’autore, che ne soffre, e siccome l’argomento m’incuriosisce molto – come molte altre cose che riguardano la psicologia – sono andata a prenderlo, anche se non subito perché ho avuto qualche difficoltà iniziale a reperirlo. Devo dirvi che mi sono trovata tra le mani un gioiellino, qualcosa che non solo mi ha offerto tanti spunti di riflessione, ma che mi ha anche aiutata a capire molti lati della mia personalità e tanti problemi che affliggono tutti noi senza che spesso ce ne rendiamo conto.

L’assunto da cui parte Haig è che il nostro pianeta diventa sempre più nervoso e noi tante volte non riusciamo a stare al passo con gli eventi, con gli altri, con le situazioni e rischiamo di impazzire con lui. Ma cosa possiamo fare per evitare che ciò accada? Lui, dalla sua esperienza (ho capito che oltre che d’ansia, abbia sofferto o soffra ancora di depressione), cerca di analizzare più elementi possibili per farci capire, e capire insieme a noi, qual è il confine tra noi e gli altri, dove siamo noi e dove si colloca tutto il resto. Quante volte controlliamo i social, le notifiche delle app? Quanto ci mette un completo estraneo a farci infervorare con un commento fastidioso su internet? Quanto sono capaci di creare allarmismo i giornali, la televisione e i siti di cronaca? Quanto ci possiamo sentire soli quando in realtà siamo connessi col mondo? Quanto le strategie di marketing ci fanno sempre sentire inadeguati: troppo grassi, con la pelle troppo secca/grassa, troppo sciatti? Quanto ci sembra di rimanere sempre indietro in questo mondo che va così veloce? Queste sono alcune delle domande a cui cerca di rispondere Haig e su cui vuole focalizzare la sua e la nostra attenzione.

Io non soffro d’ansia, ma quello che ho capito è che basta un attimo per cascarci, basta farsi trascinare troppo da tutto e tutti. Credo che Vita su un pianeta nervoso sia un libro da assumere come una medicina, a piccole dosi giornaliere. Io ho fatto così ed è per questo che ci ho messo circa due mesi a leggerlo, ma vi assicuro che ogni pagina vi resta dentro, spesso non si riesce a passare al capitolo successivo senza aver rimuginato molto su quello appena concluso. Non vedetelo come un libro di saggistica o un manuale di autoaiuto, non è niente di tutto ciò. Per spiegarvi meglio cos’è voglio lasciarvi uno stralcio.
Vi auguro davvero di poterlo leggere, serve a tutti.

Non mi piacciono i centri commerciali, ma non ho più attacchi di panico quando ci vado. La chiave per sopravvivere ai centri commerciali, ai supermercati, ai commenti negativi in rete o a qualunque altra cosa non è ignorarli, o sfuggirli, o combatterli, ma accettare la loro esistenza. Accettare di non avere alcun controllo su di loro, ma solo su noi stessi.
«Perché dopotutto» ha scritto il poeta Henry Wadsworth Longfellow, «la cosa migliore da fare quando piove è lasciar piovere». Sì. Lasciar piovere. Lasciare che il pianeta sia quello che è. Non abbiamo scelta. Ma anche, essere consapevoli dei nostri sentimenti, buoni e cattivi. Sapere cosa funziona per noi e accettare ciò che invece non funziona. Una volta compreso che la pioggia è pioggia, e non la fine del mondo, tutto diventa più facile

 

Titolo: Vita su un pianeta nervoso
Autore: Matt Haig
Traduttore: Silvia Castoldi
Genere: Saggistica
Anno di pubblicazione: 2019
Pagine: 408
Prezzo: 15 €
Editore: edizioni e/o

Come fermare il tempo | Matt Haig

L’unica regola è non innamorarsi.
Ce ne sono altre,  ma questa è la principale.
Non innamorarsi. Non amare. Non sognare l’amore.
Se tieni fede a questa regola, andrà tutto bene.

 

Tom Hazard insegna storia in un liceo, ha l’aspetto di un uomo sulla quarantina e vive nella Londra dei giorni nostri. In realtà, però, Tom ha quattrocentotrentasei anni ed è di origini francesi, e questa è una delle tante vite che ha vissuto finora. Quando era adolescente si è accorto che sì, invecchiava, ma molto lentamente, che un anno di una persona normale corrispondeva a circa quindici anni suoi. Non è come quei vampiri immortali, diciamo che assomiglia di più agli alberi centenari o alle vongole artiche, esseri viventi dotati di una longevità che sembra quasi incredibile. Una volta si è rivolto a un illustre medico che stava portando avanti degli studi sulla progeria, proprio per avere qualche ragguaglio sulla sua disfunzione, che è stata chiamata anageria, ma quel dottore è stato misteriosamente trovato morto qualche giorno dopo. Tom viene a sapere allora che esiste una società, di cui entra a far parte dal momento in cui ne è a conoscenza, di individui vecchissimi che si proteggono fra loro perché sono tutti in pericolo. Anche se non c’è più la caccia alle streghe (la madre di Tom era stata uccisa perché sospettata di aver fatto un incantesimo per mantenere sempre giovane il figlio), bisogna stare attenti agli scienziati che potrebbero voler catturare qualcuno di loro per farne una cavia da laboratorio per eventuali scoperte per contrastare l’invecchiamento cellulare.

Il capo della società degli Albatros (un tempo si pensava che questi fossero animali in grado di vivere per moltissimi anni, ma ora il nome è antiquato), Hendrich, un uomo di circa novecento anni che ha l’aspetto di un settantenne, dice di voler proteggere tutti quelli come lui e di cercare nel mondo, nascosti tra le effimere (chiamano così i “normali”, come quegli insetti il cui ciclo vitale si esaurisce in una giornata), coloro che magari sono alla deriva, si stanno nascondendo e non sanno di non essere soli. Hendrich ha molti contatti, è in grado di creare documenti falsi per le nuove vite di tutti e dà a Tom alcune regole: cambiare vita ogni otto anni, alla fine dei quali gli verrà assegnato un compito, e – la più importante – non innamorarsi. Perché sarebbe difficile innamorarsi di una persona che ci invecchia tra le mani mentre restiamo giovani, e sarebbe un elemento destabilizzante. Infatti lui soffre ancora moltissimo per la perdita di Rose, circa quattrocento anni prima, e sta ancora cercando Marion, la figlia avuta da lei, che a quanto pare ha la sua stessa disfunzione.

Supplicai Dio, lo implorai e cercai di scendere a patti con lui, ma Dio non scese a patti. Dio fu ostinato, sordo e indifferente. E lei morì, e io vissi, e una voragine si spalancò, buia e senza fondo, e io caddi e continuai a cadere per secoli.

Come fermare il tempo è un romanzo di Matt Haig, edito da Edizioni e/o, che ho comprato il mese scorso quando ero in libreria per altri motivi. Sono parecchi anni che non mi capita più di non aver niente da leggere, quindi quando prendo un libro c’è sempre un motivo particolare. Di questo, lo confesso subito, mi aveva attirato la copertina che a quanto pare è stata lasciata uguale all’originale in inglese, è stato solo tradotto il titolo. Io la trovo bellissima, con la clessidra in primo piano. Ovviamente, avevo letto già in rete la sinossi e mi sembrava molto interessante. Devo dire che ho passato qualche giorno in compagnia di una storia appassionante e piacevolissima da leggere, è uno di quei libri che non sono affatto pesanti (che in un momento di festività e di svago ci stanno eccome!) ma che comunque lasciano qualche spunto di riflessione. Non è un libro inconsistente, ecco. Affatto.

Matt Haig e la copertina originale

I capitoli, alcuni dei quali molto brevi, sono un’alternarsi di flashback e ritorni alla Londra di oggi, come pezzetti di un puzzle che si va componendo piano piano perché il lettore possa conoscere la storia di Tom Hazard, professore molto simpatico che insegna la storia quasi come se l’avesse vissuta in prima persona (strano, eh?). Ma la sua vita – che ci racconta in prima persona – è una grande riflessione sul tempo e sul modo in cui lo trascorriamo. Tom si rende conto che è davvero difficile imparare a vivere, che magari ci sono quelli che riescono a farlo e quelli che, invece, dopo quattrocento anni ancora non hanno capito tante cose. Gli viene detto da qualcuno che l’importante è avere uno scopo, un punto fermo che rimanga lì negli anni, qualcosa a cui potersi aggrappare quando tutto intorno a noi sembra cambiare per restare, però, sempre uguale. E lui lo sa, anche da insegnante di storia, che ciclicamente avvengono sempre le stesse cose, le stesse guerre, gli stessi problemi, anche se per motivi in apparenza diversi. Così il cambiamento smette di essere una novità e diminuisce anche la tolleranza nei confronti di chi continua a commettere gli stessi errori.

Ma in questo discorso basato sulla logica non trovano spazio le emozioni che, come dice Tom, non obbediscono alle leggi dell’aritmetica. Proteggere se stessi per paura di essere feriti – per obbedire invece alla regola di Hendrich di non innamorarsi – può provocare un tipo diverso di dolore dovuto a una mancanza importante (tanto che i ricordi di ciò che non ha gli provocano mal di testa che lui chiama “mal di memoria”). È così che con una serie di riflessioni il protagonista capisce di aver passato molto tempo a sopravvivere, più che a vivere, e inizia un percorso di maggiore consapevolezza per ritrovare se stesso.
Ha vissuto tanti anni come quelle “effimere” che non hanno le risorse psicologiche per trascorrere più anni del dovuto, perché si abituano e si annoiano; ha vissuto come bloccato all’interno della stessa canzone per moltissimi tempo. E adesso, in quella Londra di cui conosce ogni angolo, è arrivato il momento di ritrovare il coraggio messo da parte.

L’unico difetto, a mio parere, di questo libro – ma nemmeno di pecca si può parlare – è che in alcuni punti può sembrare un po’ forzato, soprattutto quando Tom racconta che nella sua lunghissima vita ha conosciuto personaggi realmente esistiti: ha suonato il liuto nella compagnia di Shakespeare, ha viaggiato col capitano Cook, ha incontrato in un bar a Parigi i Fitzgerald. Però è una storia e come tale va presa, infatti molti di questi aneddoti sono anche molto divertenti.
Nei ringraziamenti Haig ha incluso anche Benedict Cumberbatch che – scopro – «ha colto il potenziale per un film». Dunque aspettiamo questo film, che secondo me sarà davvero carinissimo.
Nel frattempo, buona lettura e buon inizio d’anno!

Titolo: Come fermare il tempo
Autore: Matt Haig
Traduttore: Silvia Castoldi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 29 agosto 2018
Pagine: 360
Prezzo: 18 €
Editore: e/o

Briciole: “Il gioco del mondo”, “Essere senza destino” e “Piccola osteria senza parole”

Ultimamente ho tralasciato di parlare di alcuni dei libri che ho letto: alcuni non mi hanno entusiasmata e non sapevo da dove partire per raccontarveli, mentre altri non li ho letti con la dovuta intenzione a causa di mie vicissitudini personali che hanno portato la mia testa altrove. Non sono riuscita nemmeno a scrivere qualcosa nella categoria In breve, perché perfino la lunghezza di un post del genere mi avrebbe causato qualche problema. Per questo motivo mi accingo a creare Briciole, una categoria nuova in cui inserirò proprio delle briciole (e non pillole, perché magari il nome era già preso, non ho neanche controllato). Immaginatele un po’ come delle briciole che restano sulla tavola dopo che avete mangiato un panino: impressioni e rimasugli di un qualcosa dopo la lettura. Oggi ve ne propongo tre.

img_20160918_161109Il gioco del mondo di Julio Cortázar l’ho letto insieme al gruppo di lettura Scratchreaders. È un libro del 1963 strutturato in maniera così singolare che ci siamo dovuti suddividere ulteriormente in tre gruppi di lettura diversi ma collegati: #famolotradizionale quelli che lo leggevano seguendo il normale ordine dei capitoli (che si sono fermati al punto in cui l’autore dice che per quel tipo di lettore il libro finisce là); #famolospeciale quelli che lo hanno letto seguendo l’ordine consigliato all’inizio da Cortàzar; #famolocomecepare ovvero libertà assoluta, ognuno sceglieva quali capitoli leggere e in quale ordine. Io mi sono inserita nel primo gruppo e ho seguito le vicende di Oliveira e della maga in modo un po’ stentato, perché se indubbiamente ci sono capitoli meravigliosi, ce ne sono altri che invece sono dispersivi, così tanto che qualcuno s’è perso per strada e non ha portato a termine la lettura.
Vi lascio di seguito la lettura del meraviglioso capitolo 7 fatta dallo stesso Cortàzar in spagnolo. Se capite questa lingua sarà un’esperienza magica ascoltarlo.
DETTAGLI: Il gioco del mondo, Julio Cortázar, 1963, trad. Flaviarosa Nicoletti Rossini, Romanzo, Letteratura argentina, 550 pp., Einaudi 2005, 15,50 €, 3/5 stelline


9788807884900_quartaEssere senza destino di Imre Kertész, Nobel 2002, è il romanzo che abbiamo letto a novembre su LeggoNobel. Il libro, pubblicato per la prima volta in Ungheria nel 1975, è in parte autobiografico perché le vicende vissute dal protagonista, il ragazzino Gyurka, hanno toccato da vicino anche l’autore. Il ragazzo viene preso e portato nei campi di concentramento, ma la sua non è la classica visione atroce che caratterizza tanti altri racconti di questo tipo, no. Gyurka all’inizio la prende come una cosa seria, sta andando a lavorare, vede tutto come ben organizzato, ognuno fa il suo dovere, i pasti sono razionati, chi è bravo va avanti e gli altri spariscono. Piano piano, però, la sua ingenuità diminuisce parallelamente all’aumentare della sua consapevolezza, si rende conto che quelli sono luoghi di morte e inizia a parlarne in un altro modo, senza bisogno di attenuare i fatti o di peggiorarli, perché non sarebbe possibile.
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 12 dicembre leggeremo insieme Il libro di Natale di Selma Lagerlöf)
DETTAGLI: Essere senza destino, Imre Kertész, 1975, trad. B. Griffini, Romanzo, Letteratura ungherese, 223 pp., Feltrinelli 2014, 9 €, 4/5 stelline


cover_9788866324362_270_240Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo l’ho finito proprio oggi e per me è un grande ed enorme NO. Ci ho messo poca attenzione perché mi ha annoiato fin dall’inizio. Ci troviamo a Scovazze, in un paesino del Veneto, e gran parte della storia si svolge in un’osteria gestita da Gilda, vedova di Francone. Lì si muovono una miriade di personaggi tipici del Nord che si trovano all’improvviso a contatto con Salvatore Maria Tempesta, un terrone che entra nel locale e mette un po’ di scompiglio nelle vite di tutti. Ma chi è? Che cosa o chi cerca? Per molti è un finanziere, ma chissà. Nel frattempo nascono amori e amicizie e vengono fuori strani segreti.
Ad alcuni è piaciuto tantissimo e io, infatti, l’ho letto per questo, mi ero lasciata trasportare. Ma poi l’ho finito solamente per scrupolo, e mi dispiace anche.
DETTAGLI: Piccola osteria senza parole, Massimo Cuomo, 2014, Romanzo, Letteratura italiana, 248 pp., edizioni e/o, 17 €, 1/5 stelline

“Basta poco per sentirsi soli” di Grazia Cherchi

Il libro di cui vi parlo oggi, purtroppo, non lo stampano più. Io l’ho letto grazie alla gentilezza della mia amica Elena che, a sua volta, è riuscita ad acquistarlo usato su ebay dopo una difficile ricerca. Basta poco per sentirsi soli è una piccola raccolta di racconti/appunti di Grazia Cherchi, una dei più importanti editor del Novecento, scomparsa vent’anni fa. Il libro, pubblicato inizialmente con l’editore catanese Tringale, è passato poi a E/O e adesso non è più acquistabile. Speriamo che venga ripreso!

Photo Elena Tamborrino

In Basta poco per sentirsi soli si parla di scrittori, soprattutto, ma in generale di rapporti interpersonali. La Cherchi ci racconta alcuni incontri con autori più o meno famosi (ad un certo punto compare Stefano Benni) e della capacità, che ormai in molti hanno perso, di ascoltare l’altra persona. Per questo motivo la lettura di questo gioiellino risulta sempre attuale. Quante volte ci capita, ad esempio, di chiacchierare con le persone e di non riuscire a dire nulla perché siamo totalmente travolti dal loro fiume di parole? Oppure che ci venga fatta una domanda e di non riuscire a rispondere perché quello ha cambiato argomento prima che ci venga data la possibilità aprire bocca. Devo dire che questo tema interessa moltissimo ad una come me, ovvero ad una persona riservata, che non ama parlare solo per dare aria alla bocca e che sta molto attenta ai dettagli. Ecco, mi ha presa completamente perché sono riuscita a ritrovarmi in tutte le situazioni raccontare dalla Cherchi. Ho passato giorni – sì, giorni, perché ho preferito centellinarlo e non leggerlo tutto di seguito – a dire: “Cavolo, questo è successo anche a me! Allora è proprio vero che alla fine siamo tutti uguali”.

Ma il libriccino di cui vi parlo non è soltanto questo. È anche una critica al mondo dell’editoria e del giornalismo da parte di un’addetta ai lavori. Grazia Cherchi parla del fatto che ormai a scrivere i libri non sono più i veri scrittori, ma gente che si improvvisa tale: medici, architetti, magari spunta fuori anche un macellaio che ha storie da raccontare. Dice che – quando lavorava lei, pensate se vedesse la situazione di oggi, poveretta – ogni anno vengono stampati troppi libri, che, praticamente non si capisce più nulla in questo marasma di pubblicazioni. Mi trova assolutamente d’accordo: purtroppo oggi si punta alla quantità, non alla qualità, si pubblica troppa roba che non ha motivo di vedere la luce. Ma tutto per strategie di mercato, perché c’è comunque tantissima gente che la compra e, quindi ok, ti do quello che vuoi perché lo compri e io ci guadagno, che mi frega se poi è un prodotto scadente?

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Per quanto riguarda i giornalisti, Grazia Cherchi è rimasta a quando questi scrivevano i loro pezzi per telefono e lo facevano senza la necessità di sapere tutto di un determinato argomento, come viene fuori nel racconto in cui un tipo deve intervistare lei su un autore di sua conoscenza e le chiede – pensate – dei suoi hobby e non del suo lavoro. Spesso quello che leggiamo sui giornali (e oggi anche in rete) è frutto di un lavoro frettoloso, c’è gente che scrive recensioni senza leggere i libri e che parla di cose che non conosce. Soprattutto oggi, al lettore interessano le curiosità e i gossip, non le cose davvero importanti. Immaginate due ipotetici articoli su D’Annunzio. Secondo voi quale potrebbe interessare di più i lettori: quello sulla sua produzione poetica o quello sui suoi flirt e le sue donne? La risposta mi sembra scontata.

Devo confessarvi che non avevo assolutamente idea di chi fosse Grazia Cherchi prima di leggere la recensione di Elena. Basta poco per sentirsi soli è la storia di una grande donna che ha una sensibilità diversa dalle persone che incontra, cosa che la fa spesso sprofondare nella solitudine, le fa pensare probabilmente che la persona migliore con cui puoi stare sei tu stesso. Su questo siamo un po’ tutti d’accordo, no?

Titolo: Basta poco per sentirsi soli
Autore: Grazia Cherchi
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 1986
Pagine: 84
Prezzo: /
Editore: Tringale, poi E/O

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena