“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo,
il Sumeru.
Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari.
Questo è il mondo per noi.

 

Quest’anno, a differenza delle altre volte, mi era venuta l’idea di leggere i candidati allo Strega, qualcuno se non fossi riuscita a recuperarli tutti. Nei fatti non ci sono riuscita, ma almeno sono arrivata a due: la Ciabatti e Cognetti, ma non perché fossero i favoriti, bensì perché forse erano quelli che mi incuriosivano di più (anche se ne ho da parte qualcun altro ancora da sfogliare). Ed è finita che Cognetti l’ho letto proprio mentre veniva proclamato vincitore.

In questo periodo i romanzi ambientati in montagna si stanno facendo spazio nel mondo letterario e devo dire che la cosa non mi dispiace affatto, forse perché io, nata e cresciuta al mare (ma anche – diciamolo – nel mare), mi sento molto lontana ma allo stesso tempo attratta da certe ambientazioni; mi viene voglia di scoprirle e conoscerle meglio, insomma. È successo coi libri di Morandini ed è stato così anche con Paolo  Cognetti. La montagna è un luogo duro, aspro, freddo, ma che non per forza deve essere visto come nemico. Ne Le otto montagne, infatti, si parla soprattutto di legami, di calore che fa da contrappeso alla neve e all’inverno rigido di quei luoghi del Nord Italia in cui è ambientata la storia di Pietro e Bruno. Il primo è un ragazzino – poi uomo – di città, che ha studiato e ha uno strano rapporto coi genitori, specialmente col padre; l’altro è nato e vissuto sempre in montagna, alleva animali, fa il formaggio e poi diventerà muratore. Molto diversi nella sostanza, i due, nella vita, diventeranno quasi due fratelli, anche perché mentre Pietro è in giro per il mondo a studiare o a lavorare, suo padre tratta Bruno quasi come fosse un figlio.

Ma la montagna non è solo uno sfondo, bensì l’elemento primario da cui è composta l’anima di tutti i personaggi. I genitori di Pietro si sono innamorati e sposati in montagna, passano tutte le estati con il figlio in un paesino ai piedi del Monte Rosa, Grana; la montagna è ciò che Pietro impara dal padre più di tante altre cose, è una cosa da cui si allontanerà tutta la vita, per poi tornarci come se fosse una calamita, un vortice che lo risucchia indietro, in qualsiasi parte del mondo lui si trovi.  Hanno tutti un legame intimo con quei luoghi. Ma ecco, questa intimità io non l’ho percepita appieno, almeno, l’ho intravista solo in superficie.

Io speravo che niente sarebbe mai cambiato, lassù, nemmeno i ruderi bruciati o i mucchi di letame lungo la strada. Che lui e i ruderi e il letame restassero sempre uguali, fermi nel tempo ad aspettare me.

Non ricordo dove ho letto che Le otto montagne è un libro potentissimo, una frase che mi ha fatto iniziare la lettura con aspettative altissime. Alla fine mi sono trovata ad aver letto un romanzo carino, scritto molto bene perché non ci piove, Cognetti sa scrivere, però dobbiamo sempre partire dal presupposto che siamo dotati tutti di una sensibilità diversa e per emozionare me ci vuole qualcosa che colpisca fino in fondo. Con questo romanzo, appunto, non è accaduto e non è affatto perché sono siciliana e quindi non avvezza alla vita di montagna. Sono contenta che l’autore si sia portato a casa sia lo Strega che lo Strega Giovani, ha un bel modo di narrare, di caratterizzare i personaggi e da quello che vedo ha raggiunto altissimi livello di gradimento fra il pubblico (ho tantissimi amici che lo hanno adorato, a differenza di me). Però, confesso, mi sono interrogata sulle dinamiche dell’assegnazione di questo premio, su cosa si basi, e non in relazione a Cognetti, proprio in generale. Ma non apriamo questa parentesi, altrimenti non ne usciamo più.

Buona lettura a chi di voi lo affronterà!

Titolo: Le otto montagne
Autore: Paolo Cognetti
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 208
Prezzo: 18,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspiena

Annunci

Briciole: “La più amata”, “Sconosciute”, “Pastorale americana”

Come altre volte, mi ritrovo a parlarvi brevemente di alcuni libri che per vari motivi non posso o non voglio recensire per bene. Sempre (almeno fino ad ora) a gruppi di tre, così non ci annoiamo e non lasciamo passare letture importanti senza dire almeno due parole. Vi spiego, comunque, di volta in volta, perché scelgo di dire così poco.

La più amata di Teresa Ciabatti è un libro uscito da poco per Mondadori e candidato al Premio Strega 2017. L’autrice, che è anche protagonista e io narrante, all’età di 44 anni (lo ripete fino allo sfinimento) decide di raccontare la storia di suo padre per capire chi fosse in realtà. Era un uomo ricchissimo, rispettato da tutti, un uomo che aveva contatti con gente influente e, chissà, forse anche rapporti con la criminalità, con la massoneria. Teresa ha una personalità molto fragile che sfocia in atteggiamenti aggressivi e presuntuosi e onestamente non riesco a capire (ma nemmeno m’interessa troppo) se questa sia la sua vera indole oppure se si sia creata un personaggio. Sembra voler dire di continuo: “sono una brutta persona, non posso farci niente e nemmeno m’importa”. Ad ogni modo, il libro è coinvolgente e alla fine il ritmo aumenta così tanto che ci sembra di precipitare nel vortice delle emozioni della protagonista. La Ciabatti non si sofferma mai sui grandi eventi, a lei interessa rovistare fra i ricordi privati, tra le piccole cose che possono aiutarla a trovare la verità.
Lo stile è moderno, sembra un lunghissimo sfogo scritto di getto e, sono sincera, non mi ha conquistato perché tendo a preferire una maggiore cura del linguaggio e del periodare.
Perché non voglio dire di più? Perché attorno a questo libro si è creata una polemica a cui non voglio prendere parte neanche indirettamente. Quando abbiamo smesso di parlare di libri e abbiamo iniziato ad attaccare e giudicare gli autori? Io, anzi, non volevo nemmeno parlarne ma ho pensato che due righe le meritasse comunque, giusto per dire che l’ho letto.
DETTAGLI: La più amata, Teresa Ciabatti, Romanzo, Letteratura italiana, 218 pp., Mondadori, 2017, 18 €, 2/5 stelline


Sconosciute di Patrick Modiano (Nobel 2014 per la letteratura) è il libro che abbiamo scelto come lettura del mese di aprile su #LeggoNobel. Si tratta di una raccolta di tre racconti uscita per la prima volta nel 1999 e tradotta da Paola Gallo per Einaudi. Questi testi hanno come protagoniste donne, appunto, sconosciute, che passano come meteore nelle vite altrui o di cui non importa troppo a nessuno. Avete presente quelle persone che non lasciano segni particolari durante il loro cammino? Ecco, queste donne non è che proprio si nascondano, è meglio dire che si mimetizzano. Sconosciute, perché Modiano non ce ne dice neanche il nome, queste ragazze si lasciano una parte della propria vita alle spalle e vanno alla ricerca di qualcos’altro in altri luoghi (una si trasferisce a Parigi, un’altra nel capoluogo francese nemmeno ci arriva, e la terza va a Londra). Sono racconti di solitudine, di paura di affrontare il mondo da sole, di preoccupazione, ma in me non hanno suscitato alcuna emozione. Mi sono distratta molto spesso mentre leggevo, li ho trovati abbastanza piatti.
Anche qui, come nel libro di cui ho parlato più su, linguaggio semplice e non arzigogolato, ma meno moderno e un po’ più curato, frasi semplici e molta leggerezza (in positivo) nel modo di esprimersi. Diciamo che lo stile mi è anche piaciuto, ma le storie e i loro sviluppi mi hanno un po’ annoiata.
DETTAGLI: Sconosciute, Patrick Modiano, trad. Paola Gallo, Racconti, Letteratura francese, 130 pp., Einaudi, 2000, 12 €, 3/5 stelline


Pastorale americana di Philip Roth è un libro che finalmente mi sono decisa a leggere dopo che era stato nella mia wishlist per secoli. Ve ne parlo proprio in breve perché ormai quelli che non lo hanno letto sono rimasti davvero in pochi e quello che dico potrebbero essere cose trite e ritrite. Lo scrittore Nathan Zuckerman (personaggio che ricorre in altri romanzi di Roth) si reca ad una riunione di ex alunni della sua scuola e incontra Jerry Levov che gli racconta ciò che è successo a suo fratello Seymour, detto lo Svedese, uno che da ragazzo era ammirato da tutti per la sua bellezza, per le doti sportive e per fatto che incarnasse l’ideale del giovane americano perfetto. Nel resto del romanzo, Zuckerman ricostruisce una sorta di biografia dello svedese basandosi sui racconti di Jerry e sui fatti di cronaca narrati sui giornali, specialmente quelli relativi alla figlia dell’uomo, che è ricercata per aver messo una bomba all’ufficio postale del suo paese e aver provocato la morte di un uomo.
Quello che viene fuori è il ritratto di un uomo che si è sempre comportato in modo perfetto, ha sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano da lui e, però, non si è mai accorto della sua e dell’altrui infelicità. Lo Svedese ha vissuto nell’illusione, cade dalle nuvole appena capisce che tutto intorno a sé sembra essere falso e che ormai lui non può farci niente. In senso più ampio, quella dello Svedese potrebbe anche essere la storia dell’America, qualcosa che ci è sempre sembrato perfetto ma che al suo interno è piena di contraddizioni, di segreti, di nevrosi.
È il secondo romanzo che leggo di Philip Roth e, mentre il primo non mi era piaciuto, questo me lo sono goduto davvero. Non si riesce a mettere da parte, ci ho messo davvero pochissimo tempo a leggerlo e sono contenta di averlo fatto. Col suo stile semplice ma incisivo Roth mi ha conquistata. Devo andare a recuperare altri suoi libri!
DETTAGLI: Pastorale americana, Philip Roth, 1997, trad. Vincenzo Mantovani, Romanzo, Letteratura americana, 458 pp., Einaudi, 2016, 14 €, 5/5 stelline

“Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

Kazuo Ishiguro è un autore che ho sempre voluto leggere ma a cui mi sono dedicata lo scorso dicembre, quando mi è stato regalato Quel che resta del giorno, il romanzo che narra le vicende di un maggiordomo inglese che fa un viaggio nella campagna inglese e poi finisce per esplorare più ciò che sta nel fondo del suo cuore che quelle terre magnifiche. Tantissime persone mi hanno consigliato, poi, di leggere Non lasciarmi e io da brava l’ho fatto la settimana scorsa, scoprendo una storia bellissima e particolarmente drammatica. Ho trovato, cioè, un libro di quelli belli tosti che piacciono a me. Parlarne, però, mi riesce abbastanza difficile perché, affinché possiate capirlo appieno dovrei svelarvi dei particolari (delle motivazioni, più che altro) che non dovrei nemmeno citare. Ma ci proviamo.

Kathy, Ruth e Tommy sono tre ragazzi che vivono ad Hailsham, un collegio che si trova nella campagna inglese. Non sono esattamente orfani, ma non hanno neanche dei genitori, semplicemente si trovano lì e vengono accuditi da custodi e insegnanti che li preparano ad un tipo di vita particolare: cercano di far sviluppare loro doti artistiche e di farli studiare, danno indicazioni su cosa fare e non fare, come per esempio non bere, non fumare, preservare il proprio corpo e la propria anima, insomma. Perché un giorno saranno donatori e andranno incontro al loro ciclo. Ai ragazzi non è permesso fare troppe domande sul periodo che si trascorre lì, capiranno tutto crescendo: che significa essere donatore? Che cosa fa un assistente? Che significa completare il proprio ciclo? Perché una certa Madame preleva alcuni dei loro disegni e li mette nella sua “galleria” privata?
Ma soprattutto: perché non possono legarsi a chi è diverso da loro? Perché viene detto loro quasi di non innamorarsi, che è permesso avere piccole storie ma solo fra loro? Queste sono solo alcune delle tante domande a cui si darà risposta più avanti, domande che nascono dalla strategia degli insegnanti del “dire e non dire”. E io non posso dirvi altro!

La storia è narrata in prima persona da Kathy, che è legata a Tommy da una grande amicizia. Nonostante ciò, il ragazzo, almeno durante l’adolescenza, sta insieme a Ruth, anche lei amica di Kathy ma in un modo un po’ particolare. Ruth sembra essere una che vuole stare al centro dell’attenzione, che vuole avere il controllo di tante cose ed essere popolare; in realtà anche lei è una persona molto fragile e lo dimostra nei momenti in cui si trova da sola con Kathy e si lascia andare ad attimi di dolcezza inaspettata. Tommy, invece, fin da piccolo, è un ragazzo problematico, ha delle improvvise esplosioni di rabbia, viene messo da parte dagli altri, a volte persino sbeffeggiato; ma Kathy gli è sempre amica, e lui crescendo impara a controllarsi. Ma il suo carattere, l’irruenza che cerca per tutta la vita di tenere a freno, la rabbia che ha dentro sembrano essere una strana forma di consapevolezza di sé e del proprio destino: è come se Tommy sapesse da sempre ciò a cui tutti stanno andando incontro e tentasse di non arrendersi.

Ed effettivamente vanno tutti incontro ad un destino a cui cercheranno in tutti i modi di sfuggire, dando credito a voci di corridoio ma soprattutto al loro cuore. Perché con piccoli accenni chi li ha allevati ha fatto nascere in loro il sospetto di cosa li aspetta, e perfino Kathy immagina come sarà il suo futuro, già da quando si appassiona alla canzone contenuta nella sua cassetta del cuore, quella che dice Non lasciarmi. Una canzone a cui la ragazzina dà un significato speciale, che alla fine potrebbe rivelarsi molto vicino alla verità.

Ciò che rendeva quella cassetta tanto speciale per me era una canzone in particolare, la numero tre, Never Let Me Go.
È un lento, musica d’atmosfera, tipicamente americano, e c’è quel verso che si ripete quando Judy canta: «Non lasciarmi. .. Oh, tesoro… Non lasciarmi…» Avevo undici anni allora, non avevo molta dimestichezza con la musica, ma quella canzone, be’, ne rimasi affascinata. Continuavo a riavvolgere il nastro esattamente nel punto dell’inizio, in modo da poterla ascoltare ogni volta che me se ne offriva l’occasione.

Ma se Non lasciarmi è una storia drammatica, è anche un libro che parla d’amore, di legami (come quello fra Kathy e Tommy, che diventa sempre più forte), di politica e progresso. Ishiguro crea una sorta di distopia, un mondo in cui avvengono pratiche che nella società reale mai potremmo accettare, nello specifico si parla di un’umanità che utilizza alcune persone solo ed esclusivamente per determinati scopi, e quando le ha spolpate fino all’osso le mette via perché ormai inutili. E anche se l’argomento è parecchio forte, l’autore lo tratta con grande delicatezza, mettendo al centro della sua storia tre ragazzini, vittime e ingranaggi di un sistema scellerato, che nascono, crescono, vivono e s’innamorano con la speranza nel cuore. Senza alcun dubbio, quella raccontata è una vicenda che trasmette malinconia, e forse proprio per questo Non lasciarmi è un libro che non si dimentica, che, come si suol dire, “ti lascia qualcosa dentro”. Voltata l’ultima pagina non puoi dimenticarti di Kathy, Ruth e Tommy. Soprattutto di Tommy, un personaggio che, personalmente, ho amato moltissimo per la sua dolcezza.

Per questo penso che sia un libro che non può mancare nelle nostre librerie.

Continuo a pensare a un fiume da qualche parte là fuori, con l’acqua che scorre velocissima. E quelle due persone nell’acqua, che cercano di tenersi strette, più che possono, ma alla fine devono desistere. La corrente è troppo forte. Devono mollare, separarsi. È la stessa cosa per noi. È un peccato, Kath, perché ci siamo amati per tutta la vita. Ma alla fine non possiamo rimanere insieme per sempre.

Titolo: Non lasciarmi
Autore: Kazuo Ishiguro
Traduttore: Paola Novarese
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2005 (2007 questa edizione)
Pagine: 291
Prezzo: 12 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro

15665678_1825339571012961_331241896921654051_nDopo tanto tempo ho finalmente avuto l’occasione di leggere un libro che era nella mia lista desideri da non so quanti anni. Me lo ha regalato Martina, grazie ad una nuova edizione del giochino organizzato da Maria di Scratchbook che l’anno scorso ha portato tra le mie mani Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis. Quello di cui vi parlo oggi è un libro di cui v’innamorate già dal titolo, com’è successo a me, e con il quale poi, durante la lettura, cadete proprio fulminati: Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, da cui è stato tratto anche un bellissimo (mi dicono, io devo ancora vederlo) film con Anthony Hopkins ed Emma Tompson.
È la mia ultima recensione del 2016 e anche l’ultima lettura, dato che non penso di riuscire ad iniziare qualcosa di nuovo tra oggi pomeriggio e domani, perché ultimamente sono davvero una trottola, vado sempre di corsa e tento di godermi la fine di quest’anno che è stato un po’ disastroso per tutti.

Il signor Stevens è un maggiordomo d’altri tempi, uno di quelli con grande dignità e professionalità che nel 1956 ormai non esistono quasi più in Inghilterra. Ha lavorato per molti anni al servizio di Lord Darlington e adesso si trova nella stessa casa, che però è stata comprata (tutta, parte della servitù compresa) dall’americano Mr. Farraday. Quest’ultimo decide di fargli un regalo: dovendo andare fuori, gli consiglia di farsi un viaggio e di svagarsi. Allora Stevens, un po’ titubante, accetta e parte con la Ford del padrone verso la Cornovaglia, attraverso la campagna inglese. Il viaggio, però, se in un primo momento è fisico, poi si trasforma in un’esplorazione della sua anima, diventa interiore perché il maggiordomo inizia a rielaborare il suo passato, le scelte che ha compiuto, quello che gli è mancato e, complice anche la solitudine durante il cammino, realizza che forse non è stato felice.

Stevens è un uomo tutto d’un pezzo, uno che si è sempre comportato come se fosse totalmente anaffettivo, mettendo da parte le proprie preoccupazioni e i propri desideri perché nulla ha mai dovuto infastidire o intralciare la vita familiare dei suoi padroni. Così facendo, quando suo padre è spirato lui non è potuto salire a dargli l’ultimo saluto perché era richiesto nella camera di lord Darlington, quando Miss Kenton ha fatto di tutto per fargli capire che si stava sposando ma era lui che voleva non ha battuto ciglio e l’ha lasciata andare via facendole le congratulazioni, quando gli ospiti del padrone hanno tentato spudoratamente di sbeffeggiarlo non ha fatto altro che incassare e non replicare. Insomma, ha preso alla lettera l’espressione “hanno il coltello dalla parte del manico e devo obbedire”, anche se nessuno gli ha mai detto di comportarsi così. In realtà è sempre stato lui ad avere una visione estrema della dignità, qualcosa su cui torna spesso a riflettere e di cui dibatte in più punti con altri personaggi. Questa dignità viene perfino definita come “non togliersi i panni di dosso in presenza di altre persone”, nel senso di non dover mai dare a nessuno la possibilità di vedere chi siamo, di vedere il nostro dolore, le nostre emozioni o i nostri crolli.

Capirete bene che Stevens, anche se non lo sa, è pieno fino all’orlo di rimpianti e alla fine del suo viaggio, fatte tutte le considerazioni del caso – si accorge realmente che poteva avere una vita migliore e che ha perso tanto – si pone la domanda fondamentale: è troppo tardi per cambiare vita oppure ormai sono rimasto incastrato in questa esistenza, in questa gabbia di ghiaccio che mi sono costruito da solo?
Chiaramente questa riflessione è portata all’estremo, ma siamo spesso in tanti a trovarci bloccati in una condizione e non riusciamo ad uscirne. Magari quando con qualcuno ci comportiamo in un certo modo e continuiamo a farlo perché ormai quello si è fatto quest’idea di noi e ne restiamo imprigionati. O quando crediamo che quel qualcuno si aspetti determinate cose da noi e le facciamo per compiacerlo.
Questo tormento interiore Ishiguro ce lo racconta con la delicatezza e la dignità (che ritorna sempre) di un maggiordomo inglese vecchio stampo a metà del Novecento. Ma mentre Stevens matura, anche il suo linguaggio cambia, quando racconta – in prima persona – le sue tappe e i suoi ricordi all’inizio è molto più duro e asettico, mentre man mano che si va avanti inizia a diventare più umano, scopre la sua interiorità.

Quel che resta del giorno è la storia di un uomo che per tutta la vita non ha fatto altro che reprimersi. Non sappiamo, effettivamente, se soffra per quello che si è precluso, conosciamo solamente il suo passato e le dinamiche del suo viaggio interiore, ma non possiamo arrivare a capire quanto in realtà gli sia mancato, dato che il suo carattere sembra aver compiuto danni irreparabili.
Buona lettura e soprattutto buon anno nuovo, pieno di buone letture e cose positive, che non guastano mai!

Titolo: Quel che resta del giorno
Autore: Kazuo Ishiguro
Traduttore: Maria Antonietta Saracino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1989 (2016 questa edizione)
Pagine: 280
Prezzo: 12€
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Briciole: “Il gioco del mondo”, “Essere senza destino” e “Piccola osteria senza parole”

Ultimamente ho tralasciato di parlare di alcuni dei libri che ho letto: alcuni non mi hanno entusiasmata e non sapevo da dove partire per raccontarveli, mentre altri non li ho letti con la dovuta intenzione a causa di mie vicissitudini personali che hanno portato la mia testa altrove. Non sono riuscita nemmeno a scrivere qualcosa nella categoria In breve, perché perfino la lunghezza di un post del genere mi avrebbe causato qualche problema. Per questo motivo mi accingo a creare Briciole, una categoria nuova in cui inserirò proprio delle briciole (e non pillole, perché magari il nome era già preso, non ho neanche controllato). Immaginatele un po’ come delle briciole che restano sulla tavola dopo che avete mangiato un panino: impressioni e rimasugli di un qualcosa dopo la lettura. Oggi ve ne propongo tre.

img_20160918_161109Il gioco del mondo di Julio Cortázar l’ho letto insieme al gruppo di lettura Scratchreaders. È un libro del 1963 strutturato in maniera così singolare che ci siamo dovuti suddividere ulteriormente in tre gruppi di lettura diversi ma collegati: #famolotradizionale quelli che lo leggevano seguendo il normale ordine dei capitoli (che si sono fermati al punto in cui l’autore dice che per quel tipo di lettore il libro finisce là); #famolospeciale quelli che lo hanno letto seguendo l’ordine consigliato all’inizio da Cortàzar; #famolocomecepare ovvero libertà assoluta, ognuno sceglieva quali capitoli leggere e in quale ordine. Io mi sono inserita nel primo gruppo e ho seguito le vicende di Oliveira e della maga in modo un po’ stentato, perché se indubbiamente ci sono capitoli meravigliosi, ce ne sono altri che invece sono dispersivi, così tanto che qualcuno s’è perso per strada e non ha portato a termine la lettura.
Vi lascio di seguito la lettura del meraviglioso capitolo 7 fatta dallo stesso Cortàzar in spagnolo. Se capite questa lingua sarà un’esperienza magica ascoltarlo.
DETTAGLI: Il gioco del mondo, Julio Cortázar, 1963, trad. Flaviarosa Nicoletti Rossini, Romanzo, Letteratura argentina, 550 pp., Einaudi 2005, 15,50 €, 3/5 stelline


9788807884900_quartaEssere senza destino di Imre Kertész, Nobel 2002, è il romanzo che abbiamo letto a novembre su LeggoNobel. Il libro, pubblicato per la prima volta in Ungheria nel 1975, è in parte autobiografico perché le vicende vissute dal protagonista, il ragazzino Gyurka, hanno toccato da vicino anche l’autore. Il ragazzo viene preso e portato nei campi di concentramento, ma la sua non è la classica visione atroce che caratterizza tanti altri racconti di questo tipo, no. Gyurka all’inizio la prende come una cosa seria, sta andando a lavorare, vede tutto come ben organizzato, ognuno fa il suo dovere, i pasti sono razionati, chi è bravo va avanti e gli altri spariscono. Piano piano, però, la sua ingenuità diminuisce parallelamente all’aumentare della sua consapevolezza, si rende conto che quelli sono luoghi di morte e inizia a parlarne in un altro modo, senza bisogno di attenuare i fatti o di peggiorarli, perché non sarebbe possibile.
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 12 dicembre leggeremo insieme Il libro di Natale di Selma Lagerlöf)
DETTAGLI: Essere senza destino, Imre Kertész, 1975, trad. B. Griffini, Romanzo, Letteratura ungherese, 223 pp., Feltrinelli 2014, 9 €, 4/5 stelline


cover_9788866324362_270_240Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo l’ho finito proprio oggi e per me è un grande ed enorme NO. Ci ho messo poca attenzione perché mi ha annoiato fin dall’inizio. Ci troviamo a Scovazze, in un paesino del Veneto, e gran parte della storia si svolge in un’osteria gestita da Gilda, vedova di Francone. Lì si muovono una miriade di personaggi tipici del Nord che si trovano all’improvviso a contatto con Salvatore Maria Tempesta, un terrone che entra nel locale e mette un po’ di scompiglio nelle vite di tutti. Ma chi è? Che cosa o chi cerca? Per molti è un finanziere, ma chissà. Nel frattempo nascono amori e amicizie e vengono fuori strani segreti.
Ad alcuni è piaciuto tantissimo e io, infatti, l’ho letto per questo, mi ero lasciata trasportare. Ma poi l’ho finito solamente per scrupolo, e mi dispiace anche.
DETTAGLI: Piccola osteria senza parole, Massimo Cuomo, 2014, Romanzo, Letteratura italiana, 248 pp., edizioni e/o, 17 €, 1/5 stelline

#LeggoNobel | “L’urlo e il furore” di William Faulkner

(La vita) «… racconto detto da un idiota, pieno di urlo e di furore,
che non significa nulla.»

(Dal Macbeth di Shakespeare)

 

6-urloUltimamente sembra che nel gruppo di lettura di #LeggoNobel ci stiamo mettendo d’impegno a scegliere romanzi belli tosti. Di sicuro perché un autore vinca il Nobel deve essere tosto di suo, ma i romanzi impegnativi li leggiamo quasi tutti noi. Questa volta, come qualcuno di voi sa, abbiamo affrontato William Faulkner e il popolo, tramite votazione, ha scelto L’urlo e il furore, quindi oggi vi racconto un po’ com’è andata la nostra lettura di settembre/ottobre. C’è da dire, innanzitutto, che sono stati in pochi – o addirittura nessuno – a rispettare le tappe che avevamo stabilito, le cinque settimane che erano state fissate come periodo per non rendere il libro troppo pesante e per dare a tutti il tempo di seguire anche altre letture di gruppo. Quasi tutti, chi per un motivo e chi per un altro, siamo finiti a leggere L’urlo e il furore tutto d’un fiato. Per quanto mi riguarda, dopo qualche incertezza iniziale, ho deciso di finirlo perché avevo paura di perdere il filo e perché avevo altra (troppa) carne sul fuoco in quel momento.

Perché all’inizio sono andata più lentamente? Perché il romanzo che abbiamo affrontato è costruito in maniera complicata e si presenta a più voci. Quella che Faulkner racconta è la storia dei Compson, una famiglia americana del Sud che una volta era ricca e adesso è in decadenza. Si divide in quattro parti che si riferiscono a quattro giorni diversi non consecutivi e sono narrate da quattro personaggi diversi:

  1. la prima, quella che mi ha creato più difficoltà, tratta del sette aprile 1928 e a parlare è Benjy Compson, il figlio di 33 anni che ha un ritardo mentale e viene trattato da tutti come se fosse un bambino;
  2. con la seconda torniamo a diciotto anni prima, al due giugno 1901, e a parlare è Quentin, un altro figlio, che all’epoca era studente ad Harvard e che poi si suicida per qualcosa che riguarda la sorella Candace (Caddy) con cui aveva un rapporto particolare;
  3. nella terza si ritorna al presente, al sei aprile 1928, e la storia è narrata da Jason, l’altro fratello, più cinico e meno attaccato alla famiglia;
  4. nell’ultima invece, relativa all’otto aprile 1928, parla Dilsey, la domestica di colore che ha tre figli e un nipote, e che sembra avere la visione più lucida tra tutti i personaggi.
William Cuthbert Faulkner, nato Falkner (New Albany, 25 settembre 1897 – Byhalia, 6 luglio 1962)

William Cuthbert Faulkner, nato Falkner (New Albany, 25 settembre 1897 – Byhalia, 6 luglio 1962)

Mettendo da parte la complessità del linguaggio usato nelle prime due parti – in cui a parlare sono un ritardato mentale e un ragazzo con problemi che infatti poi si suicida – avrete notato che, togliendo il secondo capitolo che rappresenta un flashback, gli altri tre “giorni” non sono consecutivi, ma sono descritti in un diverso ordine. Mi sono chiesa più volte come sarebbe stato se avessi letto i capitoli cercando di riprodurre l’ordine cronologico della vicenda, cominciando da Quentin, passando da Jason, poi da Benjy per finire con Dilsey. Non so se sarebbe stato più facile ai fini della comprensione, ma di certo avrei stravolto il lavoro di Faulkner.
Altra difficoltà incontrata: i nomi dei personaggi. Alla fine del libro c’è un’appendice in cui viene spiegata bene la storia della famiglia Compson, una parte che lo stesso Faulkner definiva “la chiave di tutto il libro” e che fu inserita nella ristampa del 1946. Qui apprendiamo che nella famiglia ci sono due Quentin, uno dei quattro fratelli Compson e la figlia di Caddy, chiamata così in memoria dello zio; ma ci sono anche due Jason, ovvero il capofamiglia e uno dei figli.

Uno dei personaggi di cui tutti parlano, ma che non ha una voce propria, è proprio Caddy, la sorella che anni prima è andata via di casa per essere rimasta incinta chissà di chi. È la pecora nera della famiglia, amatissima dal fratello Quentin, legatissima a Benjy ed estremamente disprezzata da Jason (che disprezza pure Quentin, la figlia di lei):

Puttana una volta puttana per sempre, dico io. Io dico che sei fortunata se tutto quello che ti preoccupa è il fatto che salta la scuola. Io dico che adesso dovrebbe essere giù in quella cucina, anziché su in camera sua, a spalmarsi la faccia di belletto e ad aspettare che sei negri che non sono neanche capaci di alzarsi da una sedia se non hanno vuotato un tegame di pane e di carne per tenersi in equilibrio le preparino la colazione.

L’urlo e il furore, che Attilio Bertolucci nella postfazione definisce «un poema sinfonico in quattro tempi», è un romanzo difficile a cui devo dedicarmi una seconda volta. Il secondo capitolo che, pur non essendo il più chiaro come linguaggio, secondo me è il più bello, va letto più di una volta perché, se avete una mentalità razionale e che cerca sempre un ordine nel caos come me, farete un papocchio. Al discorso in prima persona che inizialmente tenterete di seguire si sovrappone un flusso di coscienza espresso in corsivo che rompe le frasi a metà, le lascia, le riprende e vi fa perdere il filo. Mi è stato, infatti, consigliato di tornare proprio a quel corsivo e rileggere quello, cosa che appena trovo un attimo di calma farò di sicuro.
Questo romanzo è una sorta di puzzle, bisogna lasciarsi trascinare dalle parole dei Compson senza volere per forza razionalizzare, senza pensare che nel tempo della storia il secondo capitolo dovrebbe venire prima del primo e il terzo pure. Dovete mettere i vari pezzi da parte e alla fine assemblarli per creare un quadro completo della situazione.
Mi verrebbe da dire che Faulkner non è un autore che fa per me, ma devo ancora fare chiarezza intorno a L’urlo e il furore e leggere altri suoi lavori. Durante questa lettura di gruppo, stavo anche leggendo I quarantanove racconti di Hemingway (il mio scrittore del cuore) e all’interno di LeggoNobel mi è stato fatto notare come ciò potesse essere controproducente, dal momento che i due autori sono quasi agli antipodi della letteratura americana. Però magari è la conferma che il mio gusto personale è più orientato verso una scrittura cristallina, chiara, piuttosto che verso i flussi di coscienza e le storie più intricate.

Buona lettura!

Titolo: L’urlo e il furore
Autore: William Faulkner
Traduzione:
 Vincenzo Mantovani
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1929 (1997 questa edizione)
Pagine: 322
Prezzo: 13 € (l’edizione più recente)
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“Il gatto venuto dal cielo” di Hiraide Takashi

La sua risata sembrava chiedermi come potessimo
ritenere ancora un ospite qualcuno che era entrato
così dentro al nostro cuore e alla nostra casa.

 

13329319_10208535493096229_2627559363179214089_oIl gatto venuto dal cielo è un libriccino del 2001 dell’autore giapponese Hiraide Takashi, un breve romanzo che – si legge dalla quarta di copertina – è divenuto un caso editoriale e in Giappone  è addirittura oggetto di culto. Mi è stato regalato l’estate scorsa perché m’interessava, dato che parlava di gatti, ma il suo momento è arrivato solo adesso che mi serviva qualcosa di leggero da mandar giù. E in effetti leggero lo è, pure troppo, così leggero che lo dimentichi alla stessa velocità con cui lo hai letto: in un soffio.

I protagonisti sono una coppia di trentenni il cui matrimonio non va proprio benissimo, sembrano non avere più dialogo, vivono nella noia assoluta quando un giorno entra nelle loro vite una gattina bianca che appartiene ad un bambino loro vicino di casa, ma che fa il giro praticamente di tutto l’isolato. Man mano che passano i giorni i due non solo imparano a conoscere Chibi (la gatta), ma iniziano anche a parlare di più tra loro, e la micia almeno all’inizio rappresenta il pretesto per rivolgersi la parola: oh guarda, eccola, che cosa le diamo da mangiare? dovremmo prepararle una cuccetta, e così via. Perché Chibi è sempre la benvenuta a casa loro, tanto che le hanno approntato una scatola che rappresenta la sua stanza, anche se in ogni caso lei non si fa prendere in braccio e non è particolarmente coccolona. Poi però le cose cambieranno perché i due saranno costretti a cambiare casa e a lasciar andare Chibi (non solo per il cambio di casa), ma la gatta avrà compiuto la sua missione di insegnare loro l’amore e rinsaldare il loro legame.

Questo libro è tipicamente giapponese nel senso che i sentimenti e le emozioni sono affrontati con molta delicatezza e con grande spiritualità. Chibi lascia un segno molto forte nel cuore dei protagonisti, li aiuta a colmare i silenzi dentro cui sembrano affogare e ad innamorarsi di animali così belli, tanto che poi il narratore confessa che prenderanno altri gatti, ma nessuno sarà mai come quella micia così speciale che è passata dalle loro vite per poco tempo. Nonostante questo, dopo la lettura non resta praticamente nulla. Ci sono punti particolarmente poetici e questo bisogna riconoscerlo a Takashi, ma per chi conosce bene i gatti credo che porti completamente fuori strada. Chibi rappresenta un input per la coppia, nel senso che i due si avvicinano per decidere come rapportarsi a lei, ma tra loro e la gatta non si avverte questo grande legame che uno si aspetterebbe: lei semplicemente entra in casa, mangia, sonnecchia, gioca con una pallina e se ne va, punto.

Il fatto che il loro matrimonio sia in caduta libera, poi, non è nemmeno testimoniato dalla narrazione di alcun antefatto, ne sono venuta a conoscenza perché è scritto sulla quarta di copertina, altrimenti non si sarebbe capito nulla. E immaginate quanto deve essere interessante un romanzo in cui si narra di due tizi che conoscono una gatta e s’interrogano su cosa darle da mangiare o sul modo di farla entrare in casa senza che riescano ad entrare anche tutti gli altri animali del giardino. Capirete bene che non mi è sembrata alta letteratura e che sebbene leggere un (qualsiasi) libro non sia mai una perdita tempo, questo me lo sarei anche potuto risparmiare. E sorvoliamo pure sull’ennesimo refuso che trovo in Einaudi: Le sue ricerche si estendevano ad un’ARIA un po’ più vasta. Non  è brutto libro, è semplicemente scialbo, inconsistente. Però dato che mi ha lasciato basita sono andata a vedere se per caso a qualcuno fosse piaciuto e ho visto tra le tante recensioni in siti come Amazon che molti lo hanno trovato bellissimo, che mi pare eccessivo, ma comunque non si sa mai…

Buona lettura, se vorrete provarci ugualmente!

Titolo: Il gatto venuto dal cielo
Autore: Hiraide Takashi
Traduzione:
 Laura Testaverde
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 (2001) 2015 questa edizione
Pagine: 144
Prezzo: 18 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota