L’anno in cui imparai a leggere | Marco Marsullo

Noi adulti non ci domandiamo la normalità
e non ci sorprendiamo per la banalità.
Ma al mondo, di banale, non c’è proprio niente.
Solo che questo, prima di incontrare Lorenzo, io non lo sapevo.

 

Marco Marsullo è un autore che non avevo mai letto fino a quando Francesca Ottobre de Gli Amabili Libri non ha messo su una squadra di blogger in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo, L’anno in cui imparai a leggere. Vi devo confessare che è stato una rivelazione e che per questo motivo recupererò di sicuro i precedenti e starò più attenta ai suoi prossimi lavori. La storia, pubblicata da Einaudi, si fa leggere velocemente e se per gran parte del libro ci si trova a sorridere, si trovano anche tantissimi spunti di riflessione sulle famiglie allargate e sulla genitorialità non necessariamente di sangue.

Protagonista è, infatti, Niccolò, un ragazzo napoletano di venticinque anni che ha pubblicato un libro di successo e ora sta cercando, senza grandi risultati, di scrivere il secondo. Da un po’ di tempo ha conosciuto Simona, una ragazza della sua stessa età di cui si è subito innamorato; lei ha un bambino di quattro anni, Lorenzo, nato da una relazione avuta con un argentino conosciuto in Erasmus. Al bambino è sempre stato detto che il papà, che non ha conosciuto, è andato a lavorare lontano, in Giappone. Simona per Lorenzo ha sacrificato tutto, soprattutto la sua passione più grande, la recitazione, così Niccolò la esorta a riprendere in mano la sua vita e lei si lancia a capofitto in delle rappresentazioni teatrali per le quali, però, dovrà star via un mesetto. A chi chiede di badare al bambino? A Niccolò, ovviamente, che non ha un rapporto molto stretto con lui, anzi. Ma iniziano a lavorarci.
Badare a un bambino di quattro anni, quando tu ne hai solo venticinque e non hai alcuna esperienza in proposito, è molto difficile. Mettici anche che dopo che la madre è partita da pochissimi giorni si presenta in casa un argentino coi capelli ricci e svariati tatuaggi che dice di essere Andrés, il padre del pargolo, che non ha dove alloggiare né i soldi per pagarsi una stanza, e deve rimanere lì con te fino a quando non torna la madre.
I tre vivranno insieme per quasi un anno e loro vite cambieranno per sempre.

Perché i figli non sono solo di chi ci mischia dentro il corredo genetico. I figli sono di chi se ne prende cura, di chi scova un ultimo granello di energia per loro, la sera, dopo una giornata infernale. I figli sono di chi, senza pensarci troppo su e senza una garanzia, si innamora di loro, anche se hanno gli zigomi di un’altra persona.

Entrare nel cuore di un bambino, farsi riconoscere come parte della famiglia deve essere senza dubbio complicato, e Niccolò queste difficoltà le sperimenta tutte: per mostrare la propria autorità basta alzare la voce? cosa bisogna fare per mandarlo a dormire? come si dimostra alla maestra dell’asilo che sei quello a cui la madre lo ha affidato? Questo fino a quando, in un momento di confusione, qualcuno non gli suggerisce che l’unico modo per avvicinarsi a Lorenzo è imparare a parlare la sua lingua. E Niccolò è costretto a imparare un linguaggio fatto di chiarezza, di sincerità, di limpidezza senza illusioni, facendo anche tanti errori. Ma lo farà anche Andrés, tanto che si ritroveranno ad essere tre bambini (due cresciuti e uno non ancora) in un gioco quotidiano. Ma giocando inevitabilmente si cresce perché molto spesso capita che si impari molto più di quanto si creda.

Marco Marsullo racconta la storia di questi tre ragazzi diversissimi fra loro con uno stile fresco, allegro e con una grande tenerezza che emerge da ogni pagina, e lo fa attraverso la voce narrante di Niccolò che scandisce il ritmo con l’alternarsi delle quattro stagioni. Le situazioni in cui si trovano i personaggi sono davvero divertentissime, dal pranzo di Natale (divertentissima la vicina di casa un po’ fuori di testa, Agata, che cerca di brindare con Mengacci attraverso la TV) al tentativo di convincere Lorenzo a tifare Milan o Boca Juniors, dalla prima neve che vedono tutti insieme alla preparazione della recita scolastica. Ci sono due ragazzi che in maniera diversa – uno responsabile e ordinato, l’altro spensierato, disorganizzato ma con un grande cuore – imparano a fare il padre e fanno squadra con un bambino piccolo che, dal canto suo, imparerà ad amarli entrambi. E tutto questo per arrivare a un finale bellissimo di cui ovviamente non dico nulla, ma che mi ha fatta arriva all’ultima pagina coi lucciconi.

Buona lettura!

Titolo: L’anno in cui imparai a leggere
Autore: Marco Marsullo
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 22 ottobre 2019
Pagine: 288
Prezzo: 18 €
Editore: Einaudi


Marco Marsullo è nato a Napoli nel 1985. Ha esordito per Einaudi Stile Libero nel 2013 con Atletico Minaccia Football Club. Nel 2014, sempre per Einaudi Stile Libero, è uscito L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache, nel 2015, I miei genitori non hanno figli, nel 2018, Due come loro e, nel 2019, L’anno in cui imparai a leggere. Insegna scrittura creativa in una scuola elementare della sua città. Il suo sito è www.marcomarsullo.com

L’animale morente | Philip Roth

L’unica ossessione che vogliono tutti: l'”amore”.
Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi?
La platonica unione delle anime?
Io la penso diversamente.
Io credo che tu sia completo prima di cominciare.
E l’amore ti spezza.
Tu sei intero, e poi ti apri in due.

 

Tra una nuova uscita e l’altra cerco sempre di trovare il tempo per recuperare qualcosa che non è proprio recente ma che ha una sua importanza. È il caso di Philip Roth, autore che amo moltissimo e di cui voglio leggere piano piano ogni cosa. Questa volta mi sono concessa un libro piccolino, L’animale morente, pubblicato in originale nel 2001 e per il pubblico italiano nel 2002 da Einaudi, con una traduzione di Vincenzo Mantovani.
Protagonista e voce narrante della storia è David Kepesh, un professore di critica letteraria di sessantadue anni che appare anche in altri romanzi di Roth, come Il seno e Il professore di desiderio (che viene citato più o meno velatamente in questo libro). All’uomo è capitato spesso di intrattenere relazioni con alcune delle sue studentesse ma è quando incontra la ventiquattrenne cubana Consuela Castillo che la sua vita cambia. Lei non è come le altre, la loro non è una semplice relazione erotica; si convince che i seni di Consuela siano i più belli che abbia mai visto e ne è letteralmente ossessionato. Nonostante questo, David porta avanti da molti anni una relazione con una vecchia amante. Il suo atteggiamento nei confronti della vita e delle donne, comunque, influenza anche il figlio quarantaduenne, Kenny, che ha una moglie e una relazione adultera con un’altra ragazza perché – sembrerebbe – l’esempio che ha avuto in famiglia è stato quello di un padre che non sapeva prendersi delle responsabilità ed è finito anche lui sulla stessa strada.

David è combattuto, nonostante il suo interesse per Consuela, non lascia che la relazione vada oltre una forma esclusivamente fisica, si rende conto che è molto più vecchio di lei e che situazioni “più intime” come la conoscenza di familiari (lei poi fa parte di una famiglia benestante) o amici di lei sarebbe imbarazzante per lui. Non saprebbe come gestirla. L’indecisione lo logora. Sa che non troverà mai più un’altra come lei, ma anche Consuela negli anni non conosce più nessuno che ami e rispetti il suo corpo come il suo professore/amante, motivo per cui anni dopo tornerà a chiedergli qualcosa di molto importante.

Il titolo, com’è spiegato a pagina 75, viene da un verso di Yeats: «Consumami il cuore; malato di desiderio | E avvinto a un animale morente | Che non sa cos’è». Ma chi è l’animale morente? David che si strugge di desiderio e ossessione d’amore per una ragazza che non è destinata a lui, o Consuela? Quello che sembra palese è che Roth voglia metterci di fronte al classico legame tra amore e morte, eros e thanatos, un amore fisico e travolgente che però necessariamente deve portare a qualcosa di nefasto, quasi a compensare ciò che di bello e potente ha offerto in precedenza. David è prigioniero di Consuela, ribadisce di continuo la sua libertà lanciandosi anche in una lunghissima dissertazione sulla libertà sessuale degli anni Sessanta, quando le donne hanno cominciato a non sentirsi più legate a quegli stereotipi che le volevano virtuose e gli uomini si sono distaccati un po’ dai legami rigidi. È lui l’incarnazione di quel periodo, ma rimane invischiato nella relazione con questa giovane cubana che gli fa sentire quanto ormai i tempi siano cambiati e quanto lui sia diventato vecchio. Ne è così succube che si sente quasi in competizione con i giovani con cui lei ha avuto delle relazioni prima di lui: uno in particolare le aveva chiesto di osservarla mentre sanguinava nei giorni delle mestruazioni, e allora anche David le chiede la stessa cosa, addirittura va oltre. La potenza dell’attrazione sessuale.

Nonostante le descrizioni accurate o in un certo senso spinte, Roth, da grande scrittore qual è, non cade mai nel volgare, anzi fa emergere il dolore del suo protagonista che si dibatte tra ossessione e razionalità. Non dico di più perché l’autore lo conosciamo tutti, tanto è già stato detto e sicuramente il mio non è un parere nuovo, ma volevo comunque parlare a chi mi legge di questo bellissimo e breve romanzo che ho affrontato nei giorni passati, di quello che trovate nel libro e farvi capire che cosa mi ha lasciato.
A presto col prossimo Roth, allora! Buona lettura.

Titolo: L’animale morente
Autore: Philip Roth
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2002
Pagine: 113
Prezzo: 10 €
Editore: Einaudi

“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo,
il Sumeru.
Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari.
Questo è il mondo per noi.

 

Quest’anno, a differenza delle altre volte, mi era venuta l’idea di leggere i candidati allo Strega, qualcuno se non fossi riuscita a recuperarli tutti. Nei fatti non ci sono riuscita, ma almeno sono arrivata a due: la Ciabatti e Cognetti, ma non perché fossero i favoriti, bensì perché forse erano quelli che mi incuriosivano di più (anche se ne ho da parte qualcun altro ancora da sfogliare). Ed è finita che Cognetti l’ho letto proprio mentre veniva proclamato vincitore.

In questo periodo i romanzi ambientati in montagna si stanno facendo spazio nel mondo letterario e devo dire che la cosa non mi dispiace affatto, forse perché io, nata e cresciuta al mare (ma anche – diciamolo – nel mare), mi sento molto lontana ma allo stesso tempo attratta da certe ambientazioni; mi viene voglia di scoprirle e conoscerle meglio, insomma. È successo coi libri di Morandini ed è stato così anche con Paolo  Cognetti. La montagna è un luogo duro, aspro, freddo, ma che non per forza deve essere visto come nemico. Ne Le otto montagne, infatti, si parla soprattutto di legami, di calore che fa da contrappeso alla neve e all’inverno rigido di quei luoghi del Nord Italia in cui è ambientata la storia di Pietro e Bruno. Il primo è un ragazzino – poi uomo – di città, che ha studiato e ha uno strano rapporto coi genitori, specialmente col padre; l’altro è nato e vissuto sempre in montagna, alleva animali, fa il formaggio e poi diventerà muratore. Molto diversi nella sostanza, i due, nella vita, diventeranno quasi due fratelli, anche perché mentre Pietro è in giro per il mondo a studiare o a lavorare, suo padre tratta Bruno quasi come fosse un figlio.

Ma la montagna non è solo uno sfondo, bensì l’elemento primario da cui è composta l’anima di tutti i personaggi. I genitori di Pietro si sono innamorati e sposati in montagna, passano tutte le estati con il figlio in un paesino ai piedi del Monte Rosa, Grana; la montagna è ciò che Pietro impara dal padre più di tante altre cose, è una cosa da cui si allontanerà tutta la vita, per poi tornarci come se fosse una calamita, un vortice che lo risucchia indietro, in qualsiasi parte del mondo lui si trovi.  Hanno tutti un legame intimo con quei luoghi. Ma ecco, questa intimità io non l’ho percepita appieno, almeno, l’ho intravista solo in superficie.

Io speravo che niente sarebbe mai cambiato, lassù, nemmeno i ruderi bruciati o i mucchi di letame lungo la strada. Che lui e i ruderi e il letame restassero sempre uguali, fermi nel tempo ad aspettare me.

Non ricordo dove ho letto che Le otto montagne è un libro potentissimo, una frase che mi ha fatto iniziare la lettura con aspettative altissime. Alla fine mi sono trovata ad aver letto un romanzo carino, scritto molto bene perché non ci piove, Cognetti sa scrivere, però dobbiamo sempre partire dal presupposto che siamo dotati tutti di una sensibilità diversa e per emozionare me ci vuole qualcosa che colpisca fino in fondo. Con questo romanzo, appunto, non è accaduto e non è affatto perché sono siciliana e quindi non avvezza alla vita di montagna. Sono contenta che l’autore si sia portato a casa sia lo Strega che lo Strega Giovani, ha un bel modo di narrare, di caratterizzare i personaggi e da quello che vedo ha raggiunto altissimi livello di gradimento fra il pubblico (ho tantissimi amici che lo hanno adorato, a differenza di me). Però, confesso, mi sono interrogata sulle dinamiche dell’assegnazione di questo premio, su cosa si basi, e non in relazione a Cognetti, proprio in generale. Ma non apriamo questa parentesi, altrimenti non ne usciamo più.

Buona lettura a chi di voi lo affronterà!

Titolo: Le otto montagne
Autore: Paolo Cognetti
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 208
Prezzo: 18,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspiena

Briciole: “La più amata”, “Sconosciute”, “Pastorale americana”

Come altre volte, mi ritrovo a parlarvi brevemente di alcuni libri che per vari motivi non posso o non voglio recensire per bene. Sempre (almeno fino ad ora) a gruppi di tre, così non ci annoiamo e non lasciamo passare letture importanti senza dire almeno due parole. Vi spiego, comunque, di volta in volta, perché scelgo di dire così poco.

La più amata di Teresa Ciabatti è un libro uscito da poco per Mondadori e candidato al Premio Strega 2017. L’autrice, che è anche protagonista e io narrante, all’età di 44 anni (lo ripete fino allo sfinimento) decide di raccontare la storia di suo padre per capire chi fosse in realtà. Era un uomo ricchissimo, rispettato da tutti, un uomo che aveva contatti con gente influente e, chissà, forse anche rapporti con la criminalità, con la massoneria. Teresa ha una personalità molto fragile che sfocia in atteggiamenti aggressivi e presuntuosi e onestamente non riesco a capire (ma nemmeno m’interessa troppo) se questa sia la sua vera indole oppure se si sia creata un personaggio. Sembra voler dire di continuo: “sono una brutta persona, non posso farci niente e nemmeno m’importa”. Ad ogni modo, il libro è coinvolgente e alla fine il ritmo aumenta così tanto che ci sembra di precipitare nel vortice delle emozioni della protagonista. La Ciabatti non si sofferma mai sui grandi eventi, a lei interessa rovistare fra i ricordi privati, tra le piccole cose che possono aiutarla a trovare la verità.
Lo stile è moderno, sembra un lunghissimo sfogo scritto di getto e, sono sincera, non mi ha conquistato perché tendo a preferire una maggiore cura del linguaggio e del periodare.
Perché non voglio dire di più? Perché attorno a questo libro si è creata una polemica a cui non voglio prendere parte neanche indirettamente. Quando abbiamo smesso di parlare di libri e abbiamo iniziato ad attaccare e giudicare gli autori? Io, anzi, non volevo nemmeno parlarne ma ho pensato che due righe le meritasse comunque, giusto per dire che l’ho letto.
DETTAGLI: La più amata, Teresa Ciabatti, Romanzo, Letteratura italiana, 218 pp., Mondadori, 2017, 18 €, 2/5 stelline


Sconosciute di Patrick Modiano (Nobel 2014 per la letteratura) è il libro che abbiamo scelto come lettura del mese di aprile su #LeggoNobel. Si tratta di una raccolta di tre racconti uscita per la prima volta nel 1999 e tradotta da Paola Gallo per Einaudi. Questi testi hanno come protagoniste donne, appunto, sconosciute, che passano come meteore nelle vite altrui o di cui non importa troppo a nessuno. Avete presente quelle persone che non lasciano segni particolari durante il loro cammino? Ecco, queste donne non è che proprio si nascondano, è meglio dire che si mimetizzano. Sconosciute, perché Modiano non ce ne dice neanche il nome, queste ragazze si lasciano una parte della propria vita alle spalle e vanno alla ricerca di qualcos’altro in altri luoghi (una si trasferisce a Parigi, un’altra nel capoluogo francese nemmeno ci arriva, e la terza va a Londra). Sono racconti di solitudine, di paura di affrontare il mondo da sole, di preoccupazione, ma in me non hanno suscitato alcuna emozione. Mi sono distratta molto spesso mentre leggevo, li ho trovati abbastanza piatti.
Anche qui, come nel libro di cui ho parlato più su, linguaggio semplice e non arzigogolato, ma meno moderno e un po’ più curato, frasi semplici e molta leggerezza (in positivo) nel modo di esprimersi. Diciamo che lo stile mi è anche piaciuto, ma le storie e i loro sviluppi mi hanno un po’ annoiata.
DETTAGLI: Sconosciute, Patrick Modiano, trad. Paola Gallo, Racconti, Letteratura francese, 130 pp., Einaudi, 2000, 12 €, 3/5 stelline


Pastorale americana di Philip Roth è un libro che finalmente mi sono decisa a leggere dopo che era stato nella mia wishlist per secoli. Ve ne parlo proprio in breve perché ormai quelli che non lo hanno letto sono rimasti davvero in pochi e quello che dico potrebbero essere cose trite e ritrite. Lo scrittore Nathan Zuckerman (personaggio che ricorre in altri romanzi di Roth) si reca ad una riunione di ex alunni della sua scuola e incontra Jerry Levov che gli racconta ciò che è successo a suo fratello Seymour, detto lo Svedese, uno che da ragazzo era ammirato da tutti per la sua bellezza, per le doti sportive e per fatto che incarnasse l’ideale del giovane americano perfetto. Nel resto del romanzo, Zuckerman ricostruisce una sorta di biografia dello svedese basandosi sui racconti di Jerry e sui fatti di cronaca narrati sui giornali, specialmente quelli relativi alla figlia dell’uomo, che è ricercata per aver messo una bomba all’ufficio postale del suo paese e aver provocato la morte di un uomo.
Quello che viene fuori è il ritratto di un uomo che si è sempre comportato in modo perfetto, ha sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano da lui e, però, non si è mai accorto della sua e dell’altrui infelicità. Lo Svedese ha vissuto nell’illusione, cade dalle nuvole appena capisce che tutto intorno a sé sembra essere falso e che ormai lui non può farci niente. In senso più ampio, quella dello Svedese potrebbe anche essere la storia dell’America, qualcosa che ci è sempre sembrato perfetto ma che al suo interno è piena di contraddizioni, di segreti, di nevrosi.
È il secondo romanzo che leggo di Philip Roth e, mentre il primo non mi era piaciuto, questo me lo sono goduto davvero. Non si riesce a mettere da parte, ci ho messo davvero pochissimo tempo a leggerlo e sono contenta di averlo fatto. Col suo stile semplice ma incisivo Roth mi ha conquistata. Devo andare a recuperare altri suoi libri!
DETTAGLI: Pastorale americana, Philip Roth, 1997, trad. Vincenzo Mantovani, Romanzo, Letteratura americana, 458 pp., Einaudi, 2016, 14 €, 5/5 stelline

“Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

Kazuo Ishiguro è un autore che ho sempre voluto leggere ma a cui mi sono dedicata lo scorso dicembre, quando mi è stato regalato Quel che resta del giorno, il romanzo che narra le vicende di un maggiordomo inglese che fa un viaggio nella campagna inglese e poi finisce per esplorare più ciò che sta nel fondo del suo cuore che quelle terre magnifiche. Tantissime persone mi hanno consigliato, poi, di leggere Non lasciarmi e io da brava l’ho fatto la settimana scorsa, scoprendo una storia bellissima e particolarmente drammatica. Ho trovato, cioè, un libro di quelli belli tosti che piacciono a me. Parlarne, però, mi riesce abbastanza difficile perché, affinché possiate capirlo appieno dovrei svelarvi dei particolari (delle motivazioni, più che altro) che non dovrei nemmeno citare. Ma ci proviamo.

Kathy, Ruth e Tommy sono tre ragazzi che vivono ad Hailsham, un collegio che si trova nella campagna inglese. Non sono esattamente orfani, ma non hanno neanche dei genitori, semplicemente si trovano lì e vengono accuditi da custodi e insegnanti che li preparano ad un tipo di vita particolare: cercano di far sviluppare loro doti artistiche e di farli studiare, danno indicazioni su cosa fare e non fare, come per esempio non bere, non fumare, preservare il proprio corpo e la propria anima, insomma. Perché un giorno saranno donatori e andranno incontro al loro ciclo. Ai ragazzi non è permesso fare troppe domande sul periodo che si trascorre lì, capiranno tutto crescendo: che significa essere donatore? Che cosa fa un assistente? Che significa completare il proprio ciclo? Perché una certa Madame preleva alcuni dei loro disegni e li mette nella sua “galleria” privata?
Ma soprattutto: perché non possono legarsi a chi è diverso da loro? Perché viene detto loro quasi di non innamorarsi, che è permesso avere piccole storie ma solo fra loro? Queste sono solo alcune delle tante domande a cui si darà risposta più avanti, domande che nascono dalla strategia degli insegnanti del “dire e non dire”. E io non posso dirvi altro!

La storia è narrata in prima persona da Kathy, che è legata a Tommy da una grande amicizia. Nonostante ciò, il ragazzo, almeno durante l’adolescenza, sta insieme a Ruth, anche lei amica di Kathy ma in un modo un po’ particolare. Ruth sembra essere una che vuole stare al centro dell’attenzione, che vuole avere il controllo di tante cose ed essere popolare; in realtà anche lei è una persona molto fragile e lo dimostra nei momenti in cui si trova da sola con Kathy e si lascia andare ad attimi di dolcezza inaspettata. Tommy, invece, fin da piccolo, è un ragazzo problematico, ha delle improvvise esplosioni di rabbia, viene messo da parte dagli altri, a volte persino sbeffeggiato; ma Kathy gli è sempre amica, e lui crescendo impara a controllarsi. Ma il suo carattere, l’irruenza che cerca per tutta la vita di tenere a freno, la rabbia che ha dentro sembrano essere una strana forma di consapevolezza di sé e del proprio destino: è come se Tommy sapesse da sempre ciò a cui tutti stanno andando incontro e tentasse di non arrendersi.

Ed effettivamente vanno tutti incontro ad un destino a cui cercheranno in tutti i modi di sfuggire, dando credito a voci di corridoio ma soprattutto al loro cuore. Perché con piccoli accenni chi li ha allevati ha fatto nascere in loro il sospetto di cosa li aspetta, e perfino Kathy immagina come sarà il suo futuro, già da quando si appassiona alla canzone contenuta nella sua cassetta del cuore, quella che dice Non lasciarmi. Una canzone a cui la ragazzina dà un significato speciale, che alla fine potrebbe rivelarsi molto vicino alla verità.

Ciò che rendeva quella cassetta tanto speciale per me era una canzone in particolare, la numero tre, Never Let Me Go.
È un lento, musica d’atmosfera, tipicamente americano, e c’è quel verso che si ripete quando Judy canta: «Non lasciarmi. .. Oh, tesoro… Non lasciarmi…» Avevo undici anni allora, non avevo molta dimestichezza con la musica, ma quella canzone, be’, ne rimasi affascinata. Continuavo a riavvolgere il nastro esattamente nel punto dell’inizio, in modo da poterla ascoltare ogni volta che me se ne offriva l’occasione.

Ma se Non lasciarmi è una storia drammatica, è anche un libro che parla d’amore, di legami (come quello fra Kathy e Tommy, che diventa sempre più forte), di politica e progresso. Ishiguro crea una sorta di distopia, un mondo in cui avvengono pratiche che nella società reale mai potremmo accettare, nello specifico si parla di un’umanità che utilizza alcune persone solo ed esclusivamente per determinati scopi, e quando le ha spolpate fino all’osso le mette via perché ormai inutili. E anche se l’argomento è parecchio forte, l’autore lo tratta con grande delicatezza, mettendo al centro della sua storia tre ragazzini, vittime e ingranaggi di un sistema scellerato, che nascono, crescono, vivono e s’innamorano con la speranza nel cuore. Senza alcun dubbio, quella raccontata è una vicenda che trasmette malinconia, e forse proprio per questo Non lasciarmi è un libro che non si dimentica, che, come si suol dire, “ti lascia qualcosa dentro”. Voltata l’ultima pagina non puoi dimenticarti di Kathy, Ruth e Tommy. Soprattutto di Tommy, un personaggio che, personalmente, ho amato moltissimo per la sua dolcezza.

Per questo penso che sia un libro che non può mancare nelle nostre librerie.

Continuo a pensare a un fiume da qualche parte là fuori, con l’acqua che scorre velocissima. E quelle due persone nell’acqua, che cercano di tenersi strette, più che possono, ma alla fine devono desistere. La corrente è troppo forte. Devono mollare, separarsi. È la stessa cosa per noi. È un peccato, Kath, perché ci siamo amati per tutta la vita. Ma alla fine non possiamo rimanere insieme per sempre.

Titolo: Non lasciarmi
Autore: Kazuo Ishiguro
Traduttore: Paola Novarese
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2005 (2007 questa edizione)
Pagine: 291
Prezzo: 12 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro

15665678_1825339571012961_331241896921654051_nDopo tanto tempo ho finalmente avuto l’occasione di leggere un libro che era nella mia lista desideri da non so quanti anni. Me lo ha regalato Martina, grazie ad una nuova edizione del giochino organizzato da Maria di Scratchbook che l’anno scorso ha portato tra le mie mani Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis. Quello di cui vi parlo oggi è un libro di cui v’innamorate già dal titolo, com’è successo a me, e con il quale poi, durante la lettura, cadete proprio fulminati: Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, da cui è stato tratto anche un bellissimo (mi dicono, io devo ancora vederlo) film con Anthony Hopkins ed Emma Tompson.
È la mia ultima recensione del 2016 e anche l’ultima lettura, dato che non penso di riuscire ad iniziare qualcosa di nuovo tra oggi pomeriggio e domani, perché ultimamente sono davvero una trottola, vado sempre di corsa e tento di godermi la fine di quest’anno che è stato un po’ disastroso per tutti.

Il signor Stevens è un maggiordomo d’altri tempi, uno di quelli con grande dignità e professionalità che nel 1956 ormai non esistono quasi più in Inghilterra. Ha lavorato per molti anni al servizio di Lord Darlington e adesso si trova nella stessa casa, che però è stata comprata (tutta, parte della servitù compresa) dall’americano Mr. Farraday. Quest’ultimo decide di fargli un regalo: dovendo andare fuori, gli consiglia di farsi un viaggio e di svagarsi. Allora Stevens, un po’ titubante, accetta e parte con la Ford del padrone verso la Cornovaglia, attraverso la campagna inglese. Il viaggio, però, se in un primo momento è fisico, poi si trasforma in un’esplorazione della sua anima, diventa interiore perché il maggiordomo inizia a rielaborare il suo passato, le scelte che ha compiuto, quello che gli è mancato e, complice anche la solitudine durante il cammino, realizza che forse non è stato felice.

Stevens è un uomo tutto d’un pezzo, uno che si è sempre comportato come se fosse totalmente anaffettivo, mettendo da parte le proprie preoccupazioni e i propri desideri perché nulla ha mai dovuto infastidire o intralciare la vita familiare dei suoi padroni. Così facendo, quando suo padre è spirato lui non è potuto salire a dargli l’ultimo saluto perché era richiesto nella camera di lord Darlington, quando Miss Kenton ha fatto di tutto per fargli capire che si stava sposando ma era lui che voleva non ha battuto ciglio e l’ha lasciata andare via facendole le congratulazioni, quando gli ospiti del padrone hanno tentato spudoratamente di sbeffeggiarlo non ha fatto altro che incassare e non replicare. Insomma, ha preso alla lettera l’espressione “hanno il coltello dalla parte del manico e devo obbedire”, anche se nessuno gli ha mai detto di comportarsi così. In realtà è sempre stato lui ad avere una visione estrema della dignità, qualcosa su cui torna spesso a riflettere e di cui dibatte in più punti con altri personaggi. Questa dignità viene perfino definita come “non togliersi i panni di dosso in presenza di altre persone”, nel senso di non dover mai dare a nessuno la possibilità di vedere chi siamo, di vedere il nostro dolore, le nostre emozioni o i nostri crolli.

Capirete bene che Stevens, anche se non lo sa, è pieno fino all’orlo di rimpianti e alla fine del suo viaggio, fatte tutte le considerazioni del caso – si accorge realmente che poteva avere una vita migliore e che ha perso tanto – si pone la domanda fondamentale: è troppo tardi per cambiare vita oppure ormai sono rimasto incastrato in questa esistenza, in questa gabbia di ghiaccio che mi sono costruito da solo?
Chiaramente questa riflessione è portata all’estremo, ma siamo spesso in tanti a trovarci bloccati in una condizione e non riusciamo ad uscirne. Magari quando con qualcuno ci comportiamo in un certo modo e continuiamo a farlo perché ormai quello si è fatto quest’idea di noi e ne restiamo imprigionati. O quando crediamo che quel qualcuno si aspetti determinate cose da noi e le facciamo per compiacerlo.
Questo tormento interiore Ishiguro ce lo racconta con la delicatezza e la dignità (che ritorna sempre) di un maggiordomo inglese vecchio stampo a metà del Novecento. Ma mentre Stevens matura, anche il suo linguaggio cambia, quando racconta – in prima persona – le sue tappe e i suoi ricordi all’inizio è molto più duro e asettico, mentre man mano che si va avanti inizia a diventare più umano, scopre la sua interiorità.

Quel che resta del giorno è la storia di un uomo che per tutta la vita non ha fatto altro che reprimersi. Non sappiamo, effettivamente, se soffra per quello che si è precluso, conosciamo solamente il suo passato e le dinamiche del suo viaggio interiore, ma non possiamo arrivare a capire quanto in realtà gli sia mancato, dato che il suo carattere sembra aver compiuto danni irreparabili.
Buona lettura e soprattutto buon anno nuovo, pieno di buone letture e cose positive, che non guastano mai!

Titolo: Quel che resta del giorno
Autore: Kazuo Ishiguro
Traduttore: Maria Antonietta Saracino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1989 (2016 questa edizione)
Pagine: 280
Prezzo: 12€
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Briciole: “Il gioco del mondo”, “Essere senza destino” e “Piccola osteria senza parole”

Ultimamente ho tralasciato di parlare di alcuni dei libri che ho letto: alcuni non mi hanno entusiasmata e non sapevo da dove partire per raccontarveli, mentre altri non li ho letti con la dovuta intenzione a causa di mie vicissitudini personali che hanno portato la mia testa altrove. Non sono riuscita nemmeno a scrivere qualcosa nella categoria In breve, perché perfino la lunghezza di un post del genere mi avrebbe causato qualche problema. Per questo motivo mi accingo a creare Briciole, una categoria nuova in cui inserirò proprio delle briciole (e non pillole, perché magari il nome era già preso, non ho neanche controllato). Immaginatele un po’ come delle briciole che restano sulla tavola dopo che avete mangiato un panino: impressioni e rimasugli di un qualcosa dopo la lettura. Oggi ve ne propongo tre.

img_20160918_161109Il gioco del mondo di Julio Cortázar l’ho letto insieme al gruppo di lettura Scratchreaders. È un libro del 1963 strutturato in maniera così singolare che ci siamo dovuti suddividere ulteriormente in tre gruppi di lettura diversi ma collegati: #famolotradizionale quelli che lo leggevano seguendo il normale ordine dei capitoli (che si sono fermati al punto in cui l’autore dice che per quel tipo di lettore il libro finisce là); #famolospeciale quelli che lo hanno letto seguendo l’ordine consigliato all’inizio da Cortàzar; #famolocomecepare ovvero libertà assoluta, ognuno sceglieva quali capitoli leggere e in quale ordine. Io mi sono inserita nel primo gruppo e ho seguito le vicende di Oliveira e della maga in modo un po’ stentato, perché se indubbiamente ci sono capitoli meravigliosi, ce ne sono altri che invece sono dispersivi, così tanto che qualcuno s’è perso per strada e non ha portato a termine la lettura.
Vi lascio di seguito la lettura del meraviglioso capitolo 7 fatta dallo stesso Cortàzar in spagnolo. Se capite questa lingua sarà un’esperienza magica ascoltarlo.
DETTAGLI: Il gioco del mondo, Julio Cortázar, 1963, trad. Flaviarosa Nicoletti Rossini, Romanzo, Letteratura argentina, 550 pp., Einaudi 2005, 15,50 €, 3/5 stelline


9788807884900_quartaEssere senza destino di Imre Kertész, Nobel 2002, è il romanzo che abbiamo letto a novembre su LeggoNobel. Il libro, pubblicato per la prima volta in Ungheria nel 1975, è in parte autobiografico perché le vicende vissute dal protagonista, il ragazzino Gyurka, hanno toccato da vicino anche l’autore. Il ragazzo viene preso e portato nei campi di concentramento, ma la sua non è la classica visione atroce che caratterizza tanti altri racconti di questo tipo, no. Gyurka all’inizio la prende come una cosa seria, sta andando a lavorare, vede tutto come ben organizzato, ognuno fa il suo dovere, i pasti sono razionati, chi è bravo va avanti e gli altri spariscono. Piano piano, però, la sua ingenuità diminuisce parallelamente all’aumentare della sua consapevolezza, si rende conto che quelli sono luoghi di morte e inizia a parlarne in un altro modo, senza bisogno di attenuare i fatti o di peggiorarli, perché non sarebbe possibile.
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 12 dicembre leggeremo insieme Il libro di Natale di Selma Lagerlöf)
DETTAGLI: Essere senza destino, Imre Kertész, 1975, trad. B. Griffini, Romanzo, Letteratura ungherese, 223 pp., Feltrinelli 2014, 9 €, 4/5 stelline


cover_9788866324362_270_240Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo l’ho finito proprio oggi e per me è un grande ed enorme NO. Ci ho messo poca attenzione perché mi ha annoiato fin dall’inizio. Ci troviamo a Scovazze, in un paesino del Veneto, e gran parte della storia si svolge in un’osteria gestita da Gilda, vedova di Francone. Lì si muovono una miriade di personaggi tipici del Nord che si trovano all’improvviso a contatto con Salvatore Maria Tempesta, un terrone che entra nel locale e mette un po’ di scompiglio nelle vite di tutti. Ma chi è? Che cosa o chi cerca? Per molti è un finanziere, ma chissà. Nel frattempo nascono amori e amicizie e vengono fuori strani segreti.
Ad alcuni è piaciuto tantissimo e io, infatti, l’ho letto per questo, mi ero lasciata trasportare. Ma poi l’ho finito solamente per scrupolo, e mi dispiace anche.
DETTAGLI: Piccola osteria senza parole, Massimo Cuomo, 2014, Romanzo, Letteratura italiana, 248 pp., edizioni e/o, 17 €, 1/5 stelline