#LeggoNobel | “L’urlo e il furore” di William Faulkner

(La vita) «… racconto detto da un idiota, pieno di urlo e di furore,
che non significa nulla.»

(Dal Macbeth di Shakespeare)

 

6-urloUltimamente sembra che nel gruppo di lettura di #LeggoNobel ci stiamo mettendo d’impegno a scegliere romanzi belli tosti. Di sicuro perché un autore vinca il Nobel deve essere tosto di suo, ma i romanzi impegnativi li leggiamo quasi tutti noi. Questa volta, come qualcuno di voi sa, abbiamo affrontato William Faulkner e il popolo, tramite votazione, ha scelto L’urlo e il furore, quindi oggi vi racconto un po’ com’è andata la nostra lettura di settembre/ottobre. C’è da dire, innanzitutto, che sono stati in pochi – o addirittura nessuno – a rispettare le tappe che avevamo stabilito, le cinque settimane che erano state fissate come periodo per non rendere il libro troppo pesante e per dare a tutti il tempo di seguire anche altre letture di gruppo. Quasi tutti, chi per un motivo e chi per un altro, siamo finiti a leggere L’urlo e il furore tutto d’un fiato. Per quanto mi riguarda, dopo qualche incertezza iniziale, ho deciso di finirlo perché avevo paura di perdere il filo e perché avevo altra (troppa) carne sul fuoco in quel momento.

Perché all’inizio sono andata più lentamente? Perché il romanzo che abbiamo affrontato è costruito in maniera complicata e si presenta a più voci. Quella che Faulkner racconta è la storia dei Compson, una famiglia americana del Sud che una volta era ricca e adesso è in decadenza. Si divide in quattro parti che si riferiscono a quattro giorni diversi non consecutivi e sono narrate da quattro personaggi diversi:

  1. la prima, quella che mi ha creato più difficoltà, tratta del sette aprile 1928 e a parlare è Benjy Compson, il figlio di 33 anni che ha un ritardo mentale e viene trattato da tutti come se fosse un bambino;
  2. con la seconda torniamo a diciotto anni prima, al due giugno 1901, e a parlare è Quentin, un altro figlio, che all’epoca era studente ad Harvard e che poi si suicida per qualcosa che riguarda la sorella Candace (Caddy) con cui aveva un rapporto particolare;
  3. nella terza si ritorna al presente, al sei aprile 1928, e la storia è narrata da Jason, l’altro fratello, più cinico e meno attaccato alla famiglia;
  4. nell’ultima invece, relativa all’otto aprile 1928, parla Dilsey, la domestica di colore che ha tre figli e un nipote, e che sembra avere la visione più lucida tra tutti i personaggi.
William Cuthbert Faulkner, nato Falkner (New Albany, 25 settembre 1897 – Byhalia, 6 luglio 1962)

William Cuthbert Faulkner, nato Falkner (New Albany, 25 settembre 1897 – Byhalia, 6 luglio 1962)

Mettendo da parte la complessità del linguaggio usato nelle prime due parti – in cui a parlare sono un ritardato mentale e un ragazzo con problemi che infatti poi si suicida – avrete notato che, togliendo il secondo capitolo che rappresenta un flashback, gli altri tre “giorni” non sono consecutivi, ma sono descritti in un diverso ordine. Mi sono chiesa più volte come sarebbe stato se avessi letto i capitoli cercando di riprodurre l’ordine cronologico della vicenda, cominciando da Quentin, passando da Jason, poi da Benjy per finire con Dilsey. Non so se sarebbe stato più facile ai fini della comprensione, ma di certo avrei stravolto il lavoro di Faulkner.
Altra difficoltà incontrata: i nomi dei personaggi. Alla fine del libro c’è un’appendice in cui viene spiegata bene la storia della famiglia Compson, una parte che lo stesso Faulkner definiva “la chiave di tutto il libro” e che fu inserita nella ristampa del 1946. Qui apprendiamo che nella famiglia ci sono due Quentin, uno dei quattro fratelli Compson e la figlia di Caddy, chiamata così in memoria dello zio; ma ci sono anche due Jason, ovvero il capofamiglia e uno dei figli.

Uno dei personaggi di cui tutti parlano, ma che non ha una voce propria, è proprio Caddy, la sorella che anni prima è andata via di casa per essere rimasta incinta chissà di chi. È la pecora nera della famiglia, amatissima dal fratello Quentin, legatissima a Benjy ed estremamente disprezzata da Jason (che disprezza pure Quentin, la figlia di lei):

Puttana una volta puttana per sempre, dico io. Io dico che sei fortunata se tutto quello che ti preoccupa è il fatto che salta la scuola. Io dico che adesso dovrebbe essere giù in quella cucina, anziché su in camera sua, a spalmarsi la faccia di belletto e ad aspettare che sei negri che non sono neanche capaci di alzarsi da una sedia se non hanno vuotato un tegame di pane e di carne per tenersi in equilibrio le preparino la colazione.

L’urlo e il furore, che Attilio Bertolucci nella postfazione definisce «un poema sinfonico in quattro tempi», è un romanzo difficile a cui devo dedicarmi una seconda volta. Il secondo capitolo che, pur non essendo il più chiaro come linguaggio, secondo me è il più bello, va letto più di una volta perché, se avete una mentalità razionale e che cerca sempre un ordine nel caos come me, farete un papocchio. Al discorso in prima persona che inizialmente tenterete di seguire si sovrappone un flusso di coscienza espresso in corsivo che rompe le frasi a metà, le lascia, le riprende e vi fa perdere il filo. Mi è stato, infatti, consigliato di tornare proprio a quel corsivo e rileggere quello, cosa che appena trovo un attimo di calma farò di sicuro.
Questo romanzo è una sorta di puzzle, bisogna lasciarsi trascinare dalle parole dei Compson senza volere per forza razionalizzare, senza pensare che nel tempo della storia il secondo capitolo dovrebbe venire prima del primo e il terzo pure. Dovete mettere i vari pezzi da parte e alla fine assemblarli per creare un quadro completo della situazione.
Mi verrebbe da dire che Faulkner non è un autore che fa per me, ma devo ancora fare chiarezza intorno a L’urlo e il furore e leggere altri suoi lavori. Durante questa lettura di gruppo, stavo anche leggendo I quarantanove racconti di Hemingway (il mio scrittore del cuore) e all’interno di LeggoNobel mi è stato fatto notare come ciò potesse essere controproducente, dal momento che i due autori sono quasi agli antipodi della letteratura americana. Però magari è la conferma che il mio gusto personale è più orientato verso una scrittura cristallina, chiara, piuttosto che verso i flussi di coscienza e le storie più intricate.

Buona lettura!

Titolo: L’urlo e il furore
Autore: William Faulkner
Traduzione:
 Vincenzo Mantovani
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1929 (1997 questa edizione)
Pagine: 322
Prezzo: 13 € (l’edizione più recente)
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“Il gatto venuto dal cielo” di Hiraide Takashi

La sua risata sembrava chiedermi come potessimo
ritenere ancora un ospite qualcuno che era entrato
così dentro al nostro cuore e alla nostra casa.

 

13329319_10208535493096229_2627559363179214089_oIl gatto venuto dal cielo è un libriccino del 2001 dell’autore giapponese Hiraide Takashi, un breve romanzo che – si legge dalla quarta di copertina – è divenuto un caso editoriale e in Giappone  è addirittura oggetto di culto. Mi è stato regalato l’estate scorsa perché m’interessava, dato che parlava di gatti, ma il suo momento è arrivato solo adesso che mi serviva qualcosa di leggero da mandar giù. E in effetti leggero lo è, pure troppo, così leggero che lo dimentichi alla stessa velocità con cui lo hai letto: in un soffio.

I protagonisti sono una coppia di trentenni il cui matrimonio non va proprio benissimo, sembrano non avere più dialogo, vivono nella noia assoluta quando un giorno entra nelle loro vite una gattina bianca che appartiene ad un bambino loro vicino di casa, ma che fa il giro praticamente di tutto l’isolato. Man mano che passano i giorni i due non solo imparano a conoscere Chibi (la gatta), ma iniziano anche a parlare di più tra loro, e la micia almeno all’inizio rappresenta il pretesto per rivolgersi la parola: oh guarda, eccola, che cosa le diamo da mangiare? dovremmo prepararle una cuccetta, e così via. Perché Chibi è sempre la benvenuta a casa loro, tanto che le hanno approntato una scatola che rappresenta la sua stanza, anche se in ogni caso lei non si fa prendere in braccio e non è particolarmente coccolona. Poi però le cose cambieranno perché i due saranno costretti a cambiare casa e a lasciar andare Chibi (non solo per il cambio di casa), ma la gatta avrà compiuto la sua missione di insegnare loro l’amore e rinsaldare il loro legame.

Questo libro è tipicamente giapponese nel senso che i sentimenti e le emozioni sono affrontati con molta delicatezza e con grande spiritualità. Chibi lascia un segno molto forte nel cuore dei protagonisti, li aiuta a colmare i silenzi dentro cui sembrano affogare e ad innamorarsi di animali così belli, tanto che poi il narratore confessa che prenderanno altri gatti, ma nessuno sarà mai come quella micia così speciale che è passata dalle loro vite per poco tempo. Nonostante questo, dopo la lettura non resta praticamente nulla. Ci sono punti particolarmente poetici e questo bisogna riconoscerlo a Takashi, ma per chi conosce bene i gatti credo che porti completamente fuori strada. Chibi rappresenta un input per la coppia, nel senso che i due si avvicinano per decidere come rapportarsi a lei, ma tra loro e la gatta non si avverte questo grande legame che uno si aspetterebbe: lei semplicemente entra in casa, mangia, sonnecchia, gioca con una pallina e se ne va, punto.

Il fatto che il loro matrimonio sia in caduta libera, poi, non è nemmeno testimoniato dalla narrazione di alcun antefatto, ne sono venuta a conoscenza perché è scritto sulla quarta di copertina, altrimenti non si sarebbe capito nulla. E immaginate quanto deve essere interessante un romanzo in cui si narra di due tizi che conoscono una gatta e s’interrogano su cosa darle da mangiare o sul modo di farla entrare in casa senza che riescano ad entrare anche tutti gli altri animali del giardino. Capirete bene che non mi è sembrata alta letteratura e che sebbene leggere un (qualsiasi) libro non sia mai una perdita tempo, questo me lo sarei anche potuto risparmiare. E sorvoliamo pure sull’ennesimo refuso che trovo in Einaudi: Le sue ricerche si estendevano ad un’ARIA un po’ più vasta. Non  è brutto libro, è semplicemente scialbo, inconsistente. Però dato che mi ha lasciato basita sono andata a vedere se per caso a qualcuno fosse piaciuto e ho visto tra le tante recensioni in siti come Amazon che molti lo hanno trovato bellissimo, che mi pare eccessivo, ma comunque non si sa mai…

Buona lettura, se vorrete provarci ugualmente!

Titolo: Il gatto venuto dal cielo
Autore: Hiraide Takashi
Traduzione:
 Laura Testaverde
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 (2001) 2015 questa edizione
Pagine: 144
Prezzo: 18 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota

#LeggoNobel | “Troppa felicità” di Alice Munro

12698643_10207658627855146_2402765333191822675_oAlice Munro è una di quegli autori che (credo) mai avrei preso in considerazione se non fosse stato per #LeggoNobel. Sì, questo progetto, insieme ad Elena Tamborrino, è gestito anche da me, quindi potreste obiettare: “Ma perché te lo autoimponi se in altre circostanze non lo avresti mai letto?”. Perché, nonostante io non ami per niente i racconti, lei ha vinto il Nobel per la letteratura nel 2013 perché ritenuta maestra del racconto contemporaneo, quindi un tentativo va fatto. E poi chi lo sa? Magari questi tentativi possono riservare belle sorprese.

E in un certo senso con Troppa felicità è stato così, perché, se in un primo momento sono partita prevenuta aspettandomi racconti smielati di una tipica donna che parla d’amore, mi sono trovata davanti a dieci storie che parlano di donne – ma non solo – le cui vite scorrono tranquille fino a un certo punto ma vengono improvvisamente destabilizzate da qualcosa di più o meno terribile. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di realtà complicate, situazioni estremizzate al fine di impressionare il lettore e colpirlo nel profondo. Un esempio è la prima storia, Dimensioni, che ha come protagonista Doree, una giovane donna sposata con un uomo pazzo e violento che le dà la colpa di tutto, anche dell’atto orribile che lui stesso commetterà per farle del male.

– Sai quando ho chiamato, ieri sera? – disse Lloyd. – Quando ho chiamato, era già successo.
– È stata tutta colpa tua, – disse.

E questo è uno dei racconti che mi hanno impressionata di più perché mi ha ricordato chiaramente molte storie attuali di donne che non riescono a ribellarsi a uomini terribili, che non riescono a venir fuori da certe situazioni o che ci riescono quando forse è troppo tardi. Ma la Munro, nelle sue storie, tocca diversi temi: dall’adulterio in Racconti alla cattiveria insita nell’essere umano in Bambinate, dal rapporto madre-figlio di Buche profonde al modo di seguire le proprie passioni e realizzarsi nella vita di Troppa felicità. E proprio quest’ultimo, che dà il nome all’intera raccolta, è il racconto romanzato della vita di Sof’ja Kovalevskaja, prima donna russa a diventare matematico e fisico e ad ottenere una cattedra universitaria (in Svezia, nel 1889). In un’epoca in cui per le donne era difficile essere indipendenti, Sof’ja per continuare gli studi fuori sposò Vladimir Kovalevskij per convenienza e potè frequentare l’università di Heidelberg (senza il consenso del padre o di un marito una donna non poteva frequentare università europee o laurearsi). Quest’uomo le permise di realizzare il suo sogno, con l’appoggio anche di grandi matematici che per le sue doti la presero sotto la loro ala protettrice.
Credo che questa sia la storia che tra tutte mi sia piaciuta di più, forse perché è dedicata ad un personaggio realmente esistito e che io non conoscevo affatto, una donna che aveva tanto da dare e che è riuscita a farlo quando per tutta la categoria la vita era abbastanza dura.

Bambinate, invece, mi ha fatto molta impressione, perché siamo sempre tutti bravissimi a dire che l’essere umano nasce, per natura, con un cuore puro, ma spesso la vita ci dimostra che non è così. In questo caso si parla di due ragazzine che si accaniscono contro una coetanea con una sorta di ritardo mentale perché provano ribrezzo, quasi schifo nei suoi confronti. È l’atteggiamento di chi non si sa relazionare col diverso e non si sa mettere nei suoi panni. Quindi il comportamento eccessivamente appiccicoso e l’euforia “sgangherata” di una ragazza che vuole solo fare amicizia e dimostrare affetto ad una sua conoscente vengono scambiati per sintomi pietosi e ripugnanti di una malattia che andrebbe debellata.

I bambini, si sa, sono mostruosamente convenzionali, subito pronti a respingere ciò che è sbilenco, mal funzionante, ingestibile.

Non so se leggerò altro di Alice Munro, perchè, come ho già detto, non riesco ad apprezzare al meglio i racconti, ma sicuramente è un’autrice che merita attenzione, lo dimostra il fatto che le sue storie mi abbiano molto colpita (a parte un paio a cui sono rimasta indifferente). Nel frattempo vi comunico che lunedì 21 partiremo con la terza lettura prevista per #LeggoNobel: inizieremo a leggere Lo straniero di Albert Camus. Sarete dei nostri?

Titolo: Troppa felicità
Autore: Alice Munro
Traduzione:
 Susanna Basso
Genere:
 Raccolta di racconti
Anno di pubblicazione:
 2009 (questa edizione 2011)
Pagine: 332
Prezzo: 20 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“Domani nella battaglia pensa a me” di Javier Marías

Il fatto che qualcuno muoia mentre tu continui
a rimanere vivo ti fa sentire come un criminale
per un istante o per una vita.

 

DomaninellabattagliapensaameJavierMariasHo sempre conosciuto Javier Marías come giornalista, specialmente all’università, quando per linguistica spagnola ho analizzato e tradotto diversi suoi testi, ma mai come autore di romanzi. Questa volta ho approfittato di un attimo di pausa da gruppi di lettura e varie per scoprire Domani nella battaglia pensa a me, un libro di cui tutti mi hanno sempre parlato molto bene e confesso che si è rivelato una bella sorpresa. Ad essere sinceri, più di tutto mi ha colpito lo stile, così diverso da quello pungente e da articolo d’opinione a cui ero abituata. Ma prima vi voglio raccontare un po’ di che cosa parla.

Víctor Francés scrive sceneggiature per il cinema, più spesso per le serie televisive, e discorsi per personaggi importanti. Ha rotto con sua moglie da circa tre anni e ad un cocktail ha conosciuto Marta Téllez. Al terzo appuntamento con questa donna, decidono di organizzare una cena a casa di lei, approfittando del fatto che il marito Eduardo è a Londra per lavoro; bisogna solo mettere il bambino a letto e poi la serata può decollare. Mangiano un bel filetto, sorseggiano un po’ di vino, ma quando le cose si fanno serie e stanno per andare a letto insieme Marta improvvisamente si sente male e, dopo aver chiesto a Víctor di abbracciarla, muore. A questo punto, lui non sa che cosa fare: chiamare il marito in Inghilterra? e per dirgli cosa? “Sono l’amante di tua moglie, ed è appena morta mezza nuda tra le mie braccia”? chiamare la sorella di lei? un vicino? ma in quel caso, per togliersi dai guai dovrebbe andar via subito, prima che arrivino, ma il bambino? Alla fine decide di lasciare un piatto con del cibo e un bicchiere di succo di frutta per il piccolo Eugenio (chissà dovesse aver fame o sete) e di andarsene sperando che qualcuno arrivi e scopra che Marta è morta.

Javier Marías Franco (Madrid, 20 settembre 1951), scrittore, traduttore, giornalista e saggista spagnolo.

Da lì, poi, Víctor rimane ossessionato dalla quella serata e si porterà dentro un segreto che quasi scalpita per essere svelato. L’uomo cercherà di conoscere la famiglia di Marta e scoprirà tante cose, soprattutto l’importanza dei punti di vista, delle storie personali che s’intrecciano nella maniera più strana possibile, e soprattutto l’inganno.
Domani nella battaglia pensa a me (il cui titolo è una citazione dal Riccardo III di Shakespeare) non ha una trama troppo complicata, non succede niente di così eclatante dopo le prime pagine – parte proprio col botto – ma quello che sta al centro della storia è l’insieme dei meccanismi che si attivano nella mente del protagonista dopo aver vissuto un evento traumatico. Víctor riflette su se stesso, sulle persone, soprattutto quelle legate a Marta, che sente il bisogno di conoscere come per chiudere il cerchio, e soprattutto sulle relazioni umane. Si accorge che dietro i comportamenti di facciata ci sono cose che spesso non riusciamo nemmeno ad immaginare e che volenti o nolenti siamo in qualche modo tutti collegati, anche da una persona che ha incrociato il nostro cammino (ad esempio due uomini, che magari non si conoscono, ma vanno a letto con la stessa donna sono congiacenti).

Domani nella battaglia pensa a me, e cada la tua spada senza filo.
Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale, e lascia cadere la tua lancia rugginosa.
Che io pesi domani sopra la tua anima, che io sia piombo dentro al tuo petto e finiscano i tuoi giorni in sanguinosa battaglia.
Domani nella battaglia pensa a me, dispera e muori.

Il titolo, come in Shakespeare, è una sorta di maledizione: la donna (Marta morta, allitterazione che, voluta meno, è particolarmente allusiva) resta continuamente nei pensieri di Víctor, come una sorta di fantasma che non vuole lasciarlo andare. Lui non vorrà mai sapere il motivo della morte di lei, ma finirà per scoprire tantissime cose che probabilmente non avrebbe voluto conoscere. E Marías, con uno stile così attento e a tratti morboso, non fa altro che fornirci una serie di riflessioni così profonde sul significato della vita e sui rapporti interpersonali inserendole in questa autobiografia fittizia di un ghostwriter. È tutto un “e se…”, un intrecciarsi di possibili situazioni che possono concretizzarsi o meno, con le rispettive conseguenze, storie che potrebbero nascere e concatenarsi seguendo il normale corso del tempo e inganni che alla fine sono ciò di cui è fatta la nostra vita.

Vivere nell’inganno o essere ingannati è facile, e anzi è la nostra condizione naturale.

Titolo: Domani nella battaglia pensa a me
Autore: Javier Marías
Traduzione:
 Glauco Felici
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1994 (2005 questa edizione)
Pagine: 292
Prezzo: 12 €
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Mancarsi” di Diego De Silva

Il dolore e la felicità sono fatti soprattutto di cianfrusaglie,
paccottiglia, ingombri da soffitta di cui non riusciamo
a disfarci anche quando abbiamo smesso definitivamente di usarli
ed escludiamo che ci possano tornare utili.

 

12747254_10207660294576813_4007834954022227363_oLo so, ho scoperto Diego De Silva molto tardi, ma dopo Terapia di coppia per amanti mi sono messa in testa di recuperare, quindi, dato che per ora sto leggendo Troppa felicità della Munro per #LeggoNobel (e mi sono riproposta di seguire il ritmo di un racconto al giorno) ho pensato di leggiucchiare Mancarsi, romanzo breve del 2012, che volevo centellinare, ma che ho finito in poche ore.
Di che cosa parla? Di Irene e Nicola, due persone, ognuna col proprio vissuto, che non si conoscono e di conseguenza non sanno di essere fatte l’una per l’altra. Lei con (almeno) una relazione importante alle spalle, vuole di più, vuole qualcosa per cui valga la pena buttarsi; lui, vedovo, vuole la stessa cosa. Irene e Nicola frequentano la stessa zona e soprattutto lo stesso bistrot: lei perché lo trova accogliente e ci si sente a casa, lui perché era solito andarci con sua moglie (con cui aveva dei problemi, ma con la quale continuava comunque a stare) ed è convinto che seduto al “loro” tavolo possa sentire meno la mancanza di lei. In quel bistrot Irene e Nicola, sebbene ad orari diversi, hanno sempre preso lo stesso tavolo; loro non lo sanno, ma il cameriere Pavel sì. Irene e Nicola gravitano intorno ad uno stesso luogo, ma continuano a mancarsi, non nel senso che provano nostalgia, bensì perché non si trovano, non riescono a far coincidere i loro tempi, a incontrarsi davvero.
Ma, come nel libro di questo autore che ho affrontato precedentemente, De Silva sul finale introduce quell’elemento di speranza che potrebbe cambiare tutto o niente.

Di Mancarsi ho letto la versione digitale. Se avessi avuto quella cartacea di certo mi sarei ritrovata a sottolineare praticamente tutte ogni riga di ogni pagina, invece ho evidenziato tutto il file sul mio Kindle. Perché? Perché in questo libro al centro di tutto non c’è la trama, ma le considerazioni dei due personaggi principali sulla vita, sull’amore, sulle relazioni, e credo di avervene data un’idea con il mio post precedente.
Quando ho partecipato ad un incontro con l’autore mi sono fatta la mia idea, che è stata ampiamente confermata da quest’ultima lettura: Diego De Silva è una persona molto intelligente, un acuto osservatore della realtà e di certe dinamiche, che se in un primo momento ci fornisce le sue opinioni personali sulle storie che crea, poi lascia a noi lettori il compito di interpretarle, di inventare un finale. Ma soprattutto riempie la sua opera di spunti di riflessione che magari sul momento non cogliamo, ma che ci restano dentro costringendoci poi a rimuginare su varie questioni.

Trovo che Diego De Silva sia molto bravo ad indagare sia nell’animo femminile che in quello maschile, in Mancarsi lo fa in maniera magistrale sottolineando soprattutto ciò che di solito non esprimiamo a parole e che probabilmente nemmeno sappiamo di sapere. Mi riferisco principalmente all’analisi di comportamenti che siamo soliti adottare senza averne piena coscienza. Ma attenzione, Irene e Nicola non sono modelli di comportamento, non tutte le donne sono Irene e non tutti gli uomini sono Nicola. Semplicemente sono due personaggi come tanti, che hanno caratteristiche comuni alla maggior parte di noi, e a partire da questi l’autore crea una storia che avrà o meno una sua evoluzione, perché: il finale è un punto d’arrivo o può essere un punto di partenza? Sta a voi scoprirlo.

Titolo: Mancarsi
Autore: Mancarsi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2012
Pagine: 96
Prezzo: 10 €
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

Da “Mancarsi”

Riporto un passo (è un po’ lunghetto questa volta, non me ne voglia nessuno), che mi è piaciuto in particolar modo, dal libro che ho appena finito di leggere, Mancarsi di Diego De Silva, autore che ho scoperto da poco ma che già apprezzo tantissimo.
Condividete questa riflessione?

– Mi dispiace tanto per la signora. Le volevo telefonare, quando ho saputo, – dice Pavel, mentre Nicola gli lascia la mano e il ricordo di Walter Chiari sfuma insieme all’immagine di lui che lo saluta dalla macchina.
– E perché non l’hai fatto? Ne sarei stato contento.
– Non ho il suo numero.
– Potevi cercarmi sull’elenco, il mio nome lo sai. A proposito, piantala di darmi del lei, mi chiamo Nicola.
Pavel esita, come trattenesse le parole o non trovasse quelle che gli servono.
E Nicola, di rincalzo, gli cerca gli occhi per capire.
– Se non lo faccio subito si offende? – domanda timidamente il ragazzo.
In che senso, scusa?
– È solo che, come le posso dire, non mi viene così da un momento all’altro. Magari la prossima volta?
Nicola annuisce ripetutamente, man mano che il concetto espresso da Pavel prende forma e si dilata, diventando più ampio di quello che comunica.

La gente ha paura di dire quello che pensa. Perché se ne vergogna. Specie se le capita di farsi delle domande un po’ bislacche, ma belle. Tipo perché certe cose vanno in un modo anziché in un altro. E vorrebbe inalberarsi un attimo, ma non lo fa. Vive molto più tranquilla se si associa al pensiero comune, che poi è l’interpretazione ufficiale della realtà, il bugiardino delle relazioni umane. Invece, chi ha pensieri sghembi e si permette addirittura di esprimerli, si complica la vita. Rischia di non piacere. Di essere frainteso, o rifiutato. Di offendere, addirittura. È per questo che le persone nascondono quel che pensano, e in questo modo finiscono per fare quello che non vogliono (e poi non si piacciono): tipo dare del tu a qualcuno così a comando, invece di dire, senza che ci sia niente di male nel dirlo (come ha appena fatto Pavel, appunto) che il passaggio dal lei al tu, specie se il lei è durato a lungo, richiede un clic che o ti scatta o non ti scatta, e non è affatto detto che ti scatti solo perché l’altro te l’ha chiesto; e tu nemmeno hai detto di no, anzi hai tutta l’intenzione di dire sì, solo vorresti che ti venisse spontaneo, vorresti sentirtelo nelle orecchie quel clic.

Invece la pratica delle relazioni sociali è fatta di queste reciprocità dovute all’istante, di adesioni immediate; e se tu ti prendi del tempo o ti limiti anche solo a pensarci prima di dire sì, io mi sento in diritto di biasimarti, anzi addirittura mi offendo.

Funziona così anche nell’amore, dove si tace molto più di quanto si dica. Persino nell’amicizia, che dovrebbe essere il luogo dove la parola non conosce inibizioni e divieti. Ci censuriamo continuamente per paura di deludere, offendere, restare soli. Non difendiamo i nostri pensieri e li svendiamo per poco o niente, barattandoli con la dose minima di quieto vivere che ci lascia in quella tollerabile infelicità che non capiamo nemmeno di cosa sia fatta, esattamente. Siamo piuttosto ignoranti in materia d’infelicità, soprattutto della nostra.

È per via di questa reticenza che quando ritroviamo i nostri pensieri nei libri, sembra che ce li tolgano di bocca con tutte le parole. Allora li rivalutiamo. Ci viene voglia di riprenderceli, di difenderli. In un certo senso, cominciamo a parlare.
Uno scrittore, sta pensando adesso Nicola, fa quello che ha appena fatto Pavel.

[Diego De Silva, “Mancarsi”,
Einaudi, 2011]

#LeggoNobel | “Il libro della giungla” di Rudyard Kipling

“Nessuno può starmi a pari!” dice il Cucciolo, orgoglioso
della sua prima preda; ma la giungla è grande e piccolo
il Cucciolo: che rifletta e stia calmo.

Proverbi di Baloo

 

12469566_10207430829320325_1569956342286476846_oVi ricordate del progetto #LeggoNobel di cui vi ho parlato un po’ di tempo fa? Bene, si è conclusa da poco la prima lettura di gruppo e sono convinta che sia andata bene. L’autore che abbiamo affrontato è Rudyard Kipling con Il libro della giungla, un libro che solitamente si legge da piccoli ma che a seconda dell’età, secondo me, si vede con sguardo diverso. Sì, perché non parliamo semplicemente delle avventure di Mowgli, il cucciolo d’uomo allevato dai lupi (come la Disney, col suo bellissimo cartone, ci ha un po’ abituati a fare), ma anche di tanti altri animali e dei rapporti tra loro o tra loro e gli umani.
Per quanto mi riguarda, ho letto solamente la prima parte (pubblicata nel 1894), riservandomi di dedicarmi alla seconda (del 1895) più in là, mentre qualcuno ha continuato.

Rudyard Kipling nacque in India, vi passò gran parte dell’infanzia e vi ritornò a circa vent’anni per lavorarvi come giornalista. Per questo motivo ebbe modo di conoscere molto bene il mondo animale e di carpire le leggi che lo governano. Dalle prime pagine entriamo in un mondo che sembra così lontano da noi, un mondo in cui gli animali della giungla trovano un bambino ancora molto piccolo e, invece di sbranarlo, lo adottano. È Mamma Lupa, uno dei personaggi più affascinanti de Il libro della giungla, che decide di voler tenere quel cucciolo d’uomo e salvarlo dal nemico (uno fra tutti la tigre Shere Khan). Questa lupa dimostra che la maternità non è solo mettere al mondo un essere vivente, ma anche prendersene cura, insegnargli a vivere in quel mondo, proteggerlo.

“Vuoi ancora tenerlo, Mamma?”
“Tenerlo!” ansimò. È venuto di notte, nudo, solo e affamato; eppure senza paura. Guarda, ha già spinto via uno dei miei piccoli. E quel macellaio zoppo avrebbe voluto ucciderlo, per scappare poi al Waingunga mentre gli abitanti dei villaggi di questo territorio, per vendicarlo, avrebbero organizzato una battuta scacciandoci dai nostri rifugi! Tenerlo? Certo che voglio tenerlo. Stai buono, ranocchietto. O Mowgli, perché Mowgli il Ranocchietto ti chiamerò, verrà il giorno in cui darai la caccia a Shere Khan come lui l’ha data a te”.

Per questo Mowgli sarà sempre fedele al branco, crescendo imparerà a ricambiare l’amore e la protezione che i lupi gli hanno dato quando era ancora in fasce. Incontrerà altri personaggi bellissimi come Akela, il capo dei lupi, l’orso Baloo che insegna le leggi della giungla ai cuccioli, il leale serpente Kaa, o la pantera Bagheera, coraggiosa ed estremamente protettiva nei suoi confronti.
Ma come ho già detto, Il libro della giungla non è solamente la storia di Mowgli, Kipling ci fa incontrare altri animali come la foca bianca Kotick che, vista come strana da tutte le altre foche (che non sono bianche), si allontana per andare a cercare un posto che sia sicuro per tutti, che sia in grado di accogliere tutti per sfuggire al massacro che avviene periodicamente ad opera degli umani. Un massacro di cui l’autore parla con naturalezza, come se fosse una cosa normalissima, mentre oggi al solo pensiero rabbrividiamo (purtroppo, quasi) tutti. C’è la mangusta Rikki-Tikki-Tavi, che viene accolta da una famiglia e ricambierà le loro cure con la protezione dai serpenti Nag e Nagaina. Le manguste, infatti, sembra che siano delle grandi nemiche dei serpenti, sono in grado di sconfiggerli. La storia, vista da qualcuno come una metafora del colonialismo inglese che libera il popolo indiano dalla tirannide dei precedenti padroni per sostituire la libertà con il clima di terrore in cui è abituato a vivere, è stato inizialmente pubblicato sul Pall Mall Magazine e sul St Nicholas Magazine nel 1983 e incluso l’anno dopo nella raccolta de Il libro della giungla.

Non essendo più esattamente una bambina, non mi sono lasciata ammaliare dalle avventure e dalla bellezza degli animali. Ho letto questo libro con piglio analitico e mi ha stupito il fatto che non l’ho considerato per niente un libro per bambini, anzi!
L’edizione che ho scelto per #LeggoNobel è Einaudi Ragazzi, 2009, con una traduzione di Piero Pieroni e illustrazioni di Philippe Mignon. La cosa divertente è stata che, tra tutti i partecipanti alla lettura di gruppo (da cui sono venuti fuori spunti di riflessione e bei commenti, e qualcuno ha anche affrontato la lettura insieme ai suoi alunni a scuola), non si sono trovate due persone che avessero tra le mani la stessa edizione.
Adesso che questa lettura si è conclusa passeremo alla seconda. Ne approfitto per fare un po’ di pubblicità: dal 15 febbraio cominceremo a leggere insieme Troppa felicità di Alice Munro, per chi volesse partecipare ecco qui l’evento a cui partecipare tramite Facebook altrimenti va benissimo farlo anche da Twitter con l’hashtag #LeggoMunro. Speriamo di divertirci insieme anche questa volta.

Nel frattempo, come sempre, buona lettura e buona domenica!

Titolo: Il libro della giungla
Autore: Rudyard Kipling
Traduzione:
 Piero Pieroni
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 1894
Pagine: 232
Prezzo: 11 €
Editore: Einaudi Ragazzi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota