Briciole | La stranezza che ho nella testa / Zero K / Gatti molto speciali / Fedeltà

Torno a lasciarvi qualche altra briciola, qualche spunto letterario su libri che per motivi diversi mi è stato impossibile recensire meglio. Ma vi spiegherò meglio caso per caso.

La stranezza che ho nella testa è un libro dell’autore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura 2006. È stato scelto qualche tempo fa come lettura all’interno del gruppo Facebook LeggoNobel, creato e gestito da Elena Tamborrino e da me, con lo scopo di recuperare insieme gli scrittori insigniti del Nobel e le loro opere. Non avendo mai letto niente di questo autore, non so dirvi se si sia trattato di una scelta infelice o se sia proprio Pamuk a non essere nelle mie corde, fatto sta che questo romanzo del 2014, pubblicato in Italia da Einaudi l’anno successivo, mi è risultato prolisso e noioso in diversi punti. Il protagonista è il giovane Mevlut che al matrimonio di suo cugino vede una ragazza bellissima, che scopre essere una delle sorelle della sposa, e s’innamora così tanto che chiede al fratello dello sposo il suo nome e si fa aiutare a mandarle lettere d’amore mentre è lontano a svolgere il servizio militare. Una volta tornato decide di rapire la ragazza e portarla con sé per sposarla, ma una volta con lei si accorge che i suoi occhi non sono quelli di cui si era innamorato. In lei comunque troverà un’ottima moglie e una splendida madre per le figlie. Chi lo ha ingannato molti anni prima? Perché? Si è trattato realmente di un inganno o un errore casuale? È quello che Pamuk ci racconta in un numero di pagine – a mio parere – eccessivamente superiore al dovuto. In molti passi è difficile addirittura rimanere concentrati perché si rischia di perdere il filo della storia. Nota molto positiva è il fatto che la narrazione è affidata a più voci, ognuna delle quali racconta le vicende (insieme a pensieri, preoccupazioni, paure) dal proprio punto di vista. Per il resto, nonostante la scoperta di tradizioni e usi della Turchia, purtroppo non sono riuscita ad amare questo Nobel.
DETTAGLI: La stranezza che ho nella testa, Orhan Pamuk, trad. Barbara La Rosa Salim, Romanzo, Letteratura turca, 608 pp., Einaudi, 2015, 15 € (in versione Super ET)


Zero K di Don Delillo l’ho ricevuto partecipando a un’iniziativa natalizia della libreria che frequento in cui bisognava acquistare un libro, incartarlo con carta anonima, scriverci una dedica sopra e aspettare un sorteggio che avrebbe accoppiato mittenti e destinatari. Questo è quello che è toccato a me, ed è stato un bene perché da tempo volevo leggere Delillo, autore di cui vedo sempre tessere le lodi ma che purtroppo non conoscevo ancora. Confesso che è stato un romanzo difficile perché, nonostante lo stile non sia per niente complicato, si avverte una profondità e una pesantezza (non in senso negativo) che portano spesso a pensare che qualcosa nel sottotesto ci stia sfuggendo. E a me sicuramente qualcosa è sfuggito, anche perché mi son messa a leggerlo in un periodo movimentato e coi muratori che lavoravano nel palazzo accanto regalandomi mal di testa continui e scarsa concentrazione. Detto questo, però, mi è piaciuto molto (anche se, come avrete capito, avrebbe potuto piacermi ancora di più).
In questo romanzo, pubblicato nel 2016 da Einaudi con una traduzione di Federica Aceto, si affronta il tema della fine non definitiva della vita. Jeff Lockhart, figlio di un milionario, ci racconta che suo padre Ross vuole seguire la seconda moglie Artis, malata terminale, in un processo di ibernazione (a zero gradi Kelvin, da qui il titolo) attuato in una clinica segreta: i corpi verranno congelati in attesa che in futuro ci siano nuove cure, nuove possibilità, ed essi possano finalmente tornare a vivere meglio di prima. Da qui nascono confronti tra padre e figlio sul significato della vita e della morte e sull’effettiva validità della scienza come soluzione ai mali (e quella di Jeff dovrebbe essere quella di Delillo). Ad ogni modo, grazie anche alla descrizione della clinica, si avverte un’atmosfera cupa e fredda che di sicuro lascia il segno.
Qui, come per Pamuk, è la mia unica lettura di questo autore, che mi toccherà approfondire perché è chiaro che una sola esperienza non permette di farsi un’idea chiara.
DETTAGLI: Zero K, Don Delillo, trad. Federica Aceto, Romanzo, Letteratura americana, 244 pp., Einaudi, 2016, 12 €


Gatti molto speciali è il Nobel scelto sempre dal gruppo LeggoNobel dopo Pamuk. A fine febbraio ci siamo dedicati a Doris Lessing, autrice britannica scomparsa qualche anno fa, nel 2013. Abbiamo scelto una lettura abbastanza soft, tralasciando quelle più conosciute che rientrano nella sua produzione. Personalmente non mi aspettavo un libro su gattini pucciosi e teneri, ma non pensavo di trovarmi tra le mani un libro così interessante su queste creature che amo moltissimo e che anche la Lessing amava, anche se in un modo che all’inizio potrebbe sembrare un po’ freddo. La scrittrice Nobel nel 2007 parla del rapporto con questi piccoli felini nelle varie epoche della sua vita, a Teheran da piccola, in Sudafrica poi, e infine a Londra da adulta. Quando era bambina faceva una distinzione tra i gatti che stavano in casa e quelli che selvatici che vivevano fuori e che cercavano di inselvatichire quelli domestici, parla dei genitori che dovevano sopprimere gran parte delle cucciolate perché figuriamoci se in quei territori e a quell’epoca si parlava di sterilizzazione. Nella parte londinese, invece, cambia del tutto tono e si passa a qualcosa che sembra molto introspettivo: ha un rapporto quasi da pari coi suoi gatti, gli uni tentano di leggere nell’animo dell’altra e viceversa. Parla ovviamente di quelli con cui ha instaurato rapporti più profondi e ne analizza il carattere, i diversi tipi di intelligenza e le peculiarità. Davvero una bellissima scoperta.
DETTAGLI: Gatti molto speciali, Doris Lessing, trad. Maria Antonietta Saracino, Autobiografico, Letteratura inglese, 160 pp., Feltrinelli, 2017, 19 €


Fedeltà è l’ultimo romanzo di Marco Missiroli, un libro che faceva già discutere ancor prima che uscisse, non chiedetemi perché. Avendone lette di cotte e di crude (anche abbastanza crude, devo dire, e con toni anche molto accesi), ho deciso di leggermelo e di farmi un’idea. L’autore milanese, pubblicato da Einaudi, come si evince facilmente dal titolo affronta il tema della fedeltà, ma non solo quella coniugale, o almeno della relazione amorosa, ma anche quella verso se stessi, il non rinunciare ai propri sogni, alle proprie aspirazioni o alla propria indole per gli altri. Così ci sono Carlo e Margherita, sposati da un po’ di anni, che vivono quasi costretti in una relazione che non metterebbero mai in discussione, ma che nei fatti sembra star stretta a entrambi: lui, ossessionato per anni da una studentessa di un suo corso, lei invaghita del suo fisioterapista. Cedere a una tentazione permette davvero di eliminarla? E togliersi un pensiero può realmente riportare la serenità nella propria vita? Non lo so, e leggendo questo romanzo non sono nemmeno riuscita a farmene un’idea più chiara, perché anche se l’idea di base mi sembra molto interessante immagino che potesse essere sviluppata in modo diverso, magari più incisivo e doloroso. Mentre mi sembra tutto molto leggero, infatti a me come lettrice lascia pochissimo. Peccato!
DETTAGLI: Fedeltà, Marco Missiroli, Romanzo, Letteratura italiana, 232 pp., Einaudi, 2019, 19 €

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L’uomo che trema | Andrea Pomella

Io sono l’orso,
io sono la minaccia,
io sono il male di cui soffro.

 

Raramente mi metto a leggere libri che già dall’uscita riscuotono molto successo, perché ho un mio percorso personale e quindi non mi piace seguire tutti gli altri. Questa volta, però, è capitato che il 18 settembre Einaudi abbia pubblicato L’uomo che trema di Andrea Pomella, che subito abbiano iniziato a parlarne e scriverne tutti (anche e soprattutto su testate di un certo spessore) e che perfino persone molto vicine a me siano state assorbite da questa ondata di interesse. Così, ancor prima di sapere di cosa parlasse, la curiosità aveva già iniziato a crescere in me. Poi mi sono informata meglio, mi sono procurata il libro e ho iniziato a leggerlo, ma per vari motivi ci ho messo qualche giorno a finirlo, non l’ho divorato. Non c’entra molto la stanchezza dei miei occhi di questo periodo, anche se il cambio di stagione abbatte un po’ tutti, più che altro non volevo che finisse, ero così tanto dentro il libro che ho voluto andare piano appositamente.

Ne L’uomo che trema (che prende il titolo da una pagina di Grande Sertão di João Guimarães Rosa) Andrea Pomella si mette completamente a nudo e ci parla di cosa significhi (per lui, ma in senso più ampio anche per gli altri nella sua condizione) soffrire di depressione maggiore. Se nell’immaginario collettivo spesso la depressione viene scambiata per una tristezza profonda, in questo memoir l’autore spiega al suo lettore che non c’è nulla di più sbagliato, ma che nei fatti un malato vede la realtà in un modo che gli altri non riuscirebbero a immaginare, cioè senza filtri, senza sovrastrutture, senza quel qualcosa che ci annebbia per un attimo la mente e ci fa interpretare gli eventi in modi sempre diversi.

L’opacità è dei sani. Lo è perché il non vedere l’esatta forma delle cose è il dispositivo di natura attraverso il quale ci salviamo da noi stessi.

La depressione è apatia, è mancanza di volontà, è silenzio – come racconta Pomella quando dice che la madre a un certo punto non gli ha più chiesto come stesse ma cosa sentisse. Com’è ovvio che sia, è il racconto di una persona che si trova all’interno di quella dimensione e sarebbe ipocrita dire di comprenderlo appieno se non si prova sulla propria pelle ciò che sente lui. Ma il fatto che sia uno scrittore a parlarne (anche se non ne parla per guarire, non si tratta di scrittura terapeutica), quindi una persona che è abituata a lavorare con le parole, a levigare ogni frase, a scegliere i termini più adatti per dare il senso migliore a ciò che vuole esprimere, è molto importante: forse è la figura che ha più possibilità di tirar fuori una spiegazione e di veicolare il messaggio. E proprio per questo motivo il lettore si sente trasportato nel suo mondo, coinvolto in qualcosa che in realtà gli è estraneo, ma che inizia quasi a sentire, ad adottare il punto di vista di un altro.

Io sono un abusivo, uno che non può permettersi di abitare il mondo in scioltezza. Perciò mi capitano situazioni di questo tipo, per ricordarmi chi sono, o meglio, cosa non sono.

Pomella affronta le varie fasi della sua malattia con continui flashback e rimandi a momenti importanti della sua vita: un lavoro alienante svolto per dieci anni in cui non provava stimoli di alcun tipo; una vacanza nel Chianti in cui pensa alla morte in modo concreto e forse la vede come una fuga dal tormento; il rapporto con il padre che, quando lui era piccolo, si è invaghito di un’altra donna, è andato via e lui non ha più voluto vedere; il nuovo lavoro alla scuola del cinema, che lo fa sentire bene; gli effetti collaterali dei farmaci; la cura presso uno psichiatra che lo teneva a distanza e non si ricordava mai della sua storia clinica; la cura presso un altro psichiatra più giovane, più presente e più bravo. Figure importantissime nella sua vita sono la compagna Grazia e il figlio Mario, entrambi un sostegno per lui. La prima, che in passato ha sofferto di qualche episodio depressivo e che riesce a comprenderlo come nessun altro, e il secondo che nonostante la sua giovanissima età sembra essere dotato di un’intelligenza emotiva fuori dal comune.

– Scappo, – è l’unica parola che mi sento in grado di pronunciare.
– Da cosa?
– Da tutto.
– Tutto non significa niente.
– Tutto significa tutto.
Grazia mi avvolge con le braccia e frena la mia corsa insensata. C’è lei, ed è un miracolo che ci sia, così com’è un miracolo che questo accada qui, nel nostro appartamento a pianterreno, perché se mi fossi trovato a un piano alto avrei cercato senza dubbio scampo saltando giù dal balcone.

Ma anche se il problema principale sono i neurotrasmettitori della serotonina infiacchiti, una grande parte nel processo della malattia l’ha avuta proprio l’abbandono del padre (non da parte del padre, ma esattamente il contrario: è il figlio che ha abbandonato il padre). Sembra che nella vita dell’autore ci sia un nodo che va sciolto, e che abbandonando i rancori, risolvendo qualcosa di irrisolto, si possa avere una speranza in più (riesce a pronunciare la parola “guarigione”). Si rende conto che le ricadute vanno di pari passo con alcuni eventi della sua vita, che sono in relazione alla paura che ha di sé stesso, con la sua disistima. La depressione – racconta – è fatica di essere se stessi, è sentirsi soli in mezzo alla folla, lontani e insignificanti come la Terra nella celebre foto Pale Blue Dot, scattata nel ’90 dalla sonda Voyager 1 da sei miliardi di chilometri di distanza.

Non dirò che è un libro necessario, che è un pugno nello stomaco o un colpo al cuore, perché sono convinta che le frasi fatte – tutte – siano in realtà vuote. Vi dico invece che è una lettura importante e dolorosa che ci può aprire gli occhi su qualcosa che non si vede e che per questo può esser sottovalutato. Mi viene da pensare a quella frase che grossomodo diceva di essere sempre gentili con tutti perché ognuno sta combattendo la sua battaglia in silenzio, e questo è proprio un caso lampante perché la depressione per lungo tempo è stata considerata una non-malattia. Non credo che sia un libro per tutti, ma solo per chi è disposto ad accogliere su di sé il turbamento di un altro, un eventuale dolore e a cercare, anche in minima parte, di comprenderlo.
Oltre a tutto questo, però, e bisogna dirlo, ne L’uomo che trema c’è un Pomella grande conoscitore della letteratura e della musica, che alleggerisce il carico emotivo della sua esperienza con citazioni di un certo livello.

Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»

Dunque, grazie di cuore ad Andrea Pomella per averci consegnato questa confessione che dà finalmente voce a tanti altri che vivono in questa condizione ma che non hanno gli strumenti che ha lui per parlarne, dobbiamo farne tesoro. E buona lettura a tutti.

Titolo: L’uomo che trema
Autore: Andrea Pomella
Genere: Memoir, Autobiografia
Anno di pubblicazione: 18 settembre 2018
Pagine: 216
Prezzo: 18,50 €
Editore: Einaudi


Andrea Pomella è nato a Roma nel 1973. Ha pubblicato delle monografie su Caravaggio e su Van Gogh, I Musei Vaticani (Editrice Musei Vaticani 2007), il saggio 10 modi per imparare a essere poveri ma felici(Laurana 2012) e tre testi narrativi: Il soldato bianco (Aracne 2008), La misura del danno (Fernandel 2013) e Anni luce (Add 2018). Per Einaudi ha pubblicato il memoir L’uomo che trema (2018). Scrive su «Doppiozero» e «minima & moralia».

Da “Pastorale americana” di Philip Roth

Oggi voglio regalarvi un brano dal libro che ho terminato proprio ieri e che mi ha fatto passare giorni bellissimi. È stata una gran lettura, questa, e beccatevi quest’assaggino, ché poi ne parleremo in maniera più approfondita.
Buon primo maggio!

Ewan McGregor (Seymour Levov, “Lo Svedese”) e Jennifer Connelly (Dawn) in una scena del film “American Pastoral” (2016, regia di Ewan McGregor)

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.

[Philip Roth, Pastorale americana, 1997,
trad. Vincenzo Mantovani, Einaudi 2016,
458 pp., 14 €]

“Stirpe” (Trilogia dei Chironi vol. 1) di Marcello Fois

«Guarda questi Chironi, – dicevano – ma chi si credono di essere?
Ma da dove sono venuti? Eh?»

 

fois_stirpe2009Qualche tempo fa mi sono trovata a leggere Luce perfetta di Marcello Fois nell’ambito del premio Mondello, più precisamente per quanto riguarda l’assegnazione del SuperMondello, ovvero una sorta di spareggione finale tra i tre vincitori del Mondello (Fois, Petri e Tonon). Come ho già detto in quella recensione, non sapevo che si trattasse del terzo volume di una trilogia, quindi appena ho smaltito altre letture e mi sono liberata da vari gruppi, ho iniziato il mio percorso di recupero delle parti precedenti di quella storia. Mi sono messa a leggere Stirpe, romanzo del 2009 in cui Fois comincia a narrare gli inizi di una famiglia, quella dei Chironi, che ha una vita abbastanza travagliata.

Sono stata fuori per una breve vacanza in Toscana e la prima parte del libro l’ho letta in modo discontinuo e distratto, ma non ho voluto tornarci sopra, ho preferito andare avanti. Rientrata a casa, ho continuato e, realizzando che avevo comunque assimilato quello che ho letto, ho capito anche che la storia prendeva una sua forma. Siamo nel 1889, Michele Angelo e Mercede sono ancora dei ragazzini e quando si sposano danno inizio alla stirpe Chironi. Avranno dei figli, alcuni dei quali moriranno presto, mentre qualcun altro resisterà e diventerà una colonna portante della famiglia. I Chironi iniziano la loro storia familiare quando l’Italia, anzi la Sardegna, inizia a modernizzarsi, e in quest’aria di novità loro sapranno approfittare della propria abilità scatenando l’invidia dei concittadini. Sono persone sfortunate contro cui il destino spesso si accanisce in maniera feroce, ma non si piegano, sanno andare avanti, e quando sembrano essere stati decimati da una lotta contro forze negative ecco che scoprono nuove risorse.

Sapeva bene che all’infelicità basta affacciarsi un attimo per vanificare anni di felicità.

La storia di questa famiglia va di pari passo con la storia italiana dell’inizio del ‘900: i ragazzi che vanno in guerra, alcuni tornano, altri no, poi la seconda guerra mondiale. E Fois sa esattamente come scegliere le parole, come presentarci le vicende amare dei Chironi senza eccedere, con frasi brevi e crude o battute in sardo che, anche se non vengono comprese, non spezzano il ritmo della narrazione. Ho visto Stirpe come l’inizio della lotta di una famiglia contro un destino avverso che la vuole schiacciare. Ma i Chironi sono forti, perdono qualche battaglia, ma la guerra è lunga e andrà avanti ancora per molto tempo (ricordiamoci che c’è ancora il secondo Novecento da raccontare e altri due romanzi).

Non voglio dirvi troppo perché a parlare di saghe si rischia di strafare. Per i motivi che vi ho già esposto su, non ho letto Stirpe con l’attenzione che avrei dovuto riservargli, almeno all’inizio, ma è un bel libro che rappresenta la premessa per ciò che verrà dopo. Quindi a breve mi dedicherò al secondo volume, ma prima devo fare una piccola pausa e leggere qualcosa di diverso.
Voi l’avete letto?

Titolo: Stirpe
Autore: Marcello Fois
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2009
Pagine: 250
Prezzo: 19 € (SuperCoralli)
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

#LeggoNobel | “Bellezza e tristezza” di Yasunari Kawabata

Non solo non desiderava dimenticarlo,
ma viveva aggrappata alla memoria di lui.
Temeva, anzi, di svuotarsi completamente dimenticandolo,
di diventare null’altro che l’involucro di se stessa.

 

cover-1Nel mese di giugno il gruppo di lettura di #LeggoNobel ha affrontato il primo autore giapponese vincitore del premio Nobel per la letteratura (precisamente nel 1968), Yasunari Kawabata. Il libro che abbiamo scelto di leggere insieme è stato Bellezza e tristezza, un romanzo che affronta diverse tematiche, ma che lo fa con la delicatezza tipica degli orientali e, allo stesso tempo, con grande intensità. Per quanto mi riguarda, Kawabata è stato una grande scoperta e mi sembra di capire che sia stato così anche per altri membri del gruppo di lettura, tanto che, per ingannare il tempo durante la pausa estiva, abbiamo deciso di approfondire questo autore e leggere dall’11 luglio un suo secondo romanzo (una sorta di #LeggoNobel non ufficiale), cioè La casa delle belle addormentate, che ha ispirato il (forse) più famoso Memoria delle mie puttane tristi di Gabriel García Márquez.

Ma torniamo a Bellezza e tristezzaOki è un uomo sulla cinquantina, scrittore ormai affermato, con una moglie e due figli grandi. Quando aveva circa trent’anni (e già era sposato) si è innamorato di Otoko, all’epoca sedicenne, che è rimasta incinta e ha partorito una figlia morta. La madre ha deciso di lasciare Tokyo con la figlia e di trasferirsi a Kyoto, dove nessuno le conosce e sa dei loro trascorsi, anche perché l’uomo nel frattempo ha scritto un romanzo, La sedicenne, in cui racconta la sua storia con Otoko, quindi sono venuti a saperlo tutti. Ma Otoko non ha più incontrato nessun uomo, non si è sposata e oggi, a circa quarant’anni, è un’artista molto apprezzata e vive in una sorta di tempio con una sua giovane allieva, Keiko, con la quale intrattiene anche una relazione amorosa. Oki non ha mai dimenticato Otoko e dopo tanti anni decide di andare a Kyoto per sentire le campane il giorno di capodanno, sperando di incontrare il suo vecchio amore, ma lei si presenta insieme a Keiko, come per paura di restare da sola con lui. Keiko sa bene che nemmeno Otoko ha mai smesso di amare Oki e per questo è parecchio gelosa, così decide di architettare un piano per vendicare la sua amata maestra, anche a costo di coinvolgere la famiglia di Oki.

Scorse veloce il tempo. Per un uomo, tuttavia, lo scorrere del tempo non consiste forse in un’unica corrente, ma in correnti numerose e varie. Proprio come un fiume, il tempo nell’uomo scorre veloce in un senso e in altro senso più lento; ci sono anche dei punti dove il flusso è completamente fermo. Nel cielo il tempo scorre con una velocità uguale per tutti, mentre in questo mondo esso scorre in ciascuno di noi a un ritmo diverso. Non c’è uomo che riesca a scansare il tempo, il quale tuttavia scorre diversamente per ognuno.

Yasunari Kawabata (Osaka, 14 giugno 1899 – Zushi, 16 aprile 1972)

Si tratta sicuramente di una storia drammatica – già ce ne accorgiamo dalle prime pagine – in cui Kawabata tratteggia e approfondisce alla perfezione i caratteri dei personaggi, facendoci capire le ragioni di ognuno e facendoci percepire le loro sofferenze e i loro patimenti. Ma in un romanzo ci deve essere almeno un elemento disturbante, qualcosa che provochi il fastidio del lettore e che metta i bastoni tra le ruote ai protagonisti, e in questo caso l’autore ha inserito Keiko, l’odiosa, incomprensibile, gelosa e folle diciannovenne che causa guai un po’ a tutti.
Otoko e Oki invece ricordano entrambi il loro amore passato quasi come una cosa sacra, che non deve essere infangata in nessun modo, nello specifico lei cerca di dissuadere Keiko dalla sua vendetta, perché nonostante la perdita di sua figlia e del suo Oki le abbia causato molto dolore, capisce che non vale la pena provocare altri guai e farsi più male. E c’è anche la moglie di Oki, una donna tradita quando aveva circa trent’anni, che ha perdonato il marito ma che è stata costretta a convivere per tutta la vita con il fantasma di Otoko, presente nel cuore di Oki e nella mente di tutti a causa del libro La sedicenne.

Di questo libro, a parte le descrizioni di ambienti, paesaggi, arte e usanze tipicamente giapponesi come i campi di té, i tatami, i dipinti orientali con colori tenui, mi è piaciuto soprattutto il fatto che l’autore non si sia nascosto dietro quel velo di timidezza che caratterizza gran parte degli scrittori nipponici. Kawabata osa, non ha paura di chiamare le cose con il loro nome, parla di rapporti omosessuali, della nascita di una bambina morta, di perfidia, di tradimento e lo fa con una grande eleganza che stride con i temi trattati. È sicuramente un autore da conoscere, e questo libro è abbastanza breve, quindi per qualcuno che ha paura di rischiare può essere un buon inizio. Io, come vi ho già detto, leggerò insieme al gruppo di lettura #LeggoNobel un secondo romanzo, non solo per farmi un’idea migliore, ma anche per riuscire a collegarlo a Márquez, altro Nobel che affronteremo più in là.

Buona lettura!

Titolo: Bellezza e tristezza
Autore: Yasunari Kawabata
Traduzione:
 Atsuko Suga
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1965 (2007 questa edizione)
Pagine: 176
Prezzo: 10,50 €
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Terapia di coppia per amanti” di Diego De Silva

Questo è amore, ti dici senza mezzi termini,
altro che chiacchiere.

 

Poco tempo fa ho saputo che tra i vari incontri della libreria che frequento, la Modusvivendi (molto attiva e conosciuta a Palermo), ci sarebbe stato quello con Diego De Silva che sarebbe venuto il 28 gennaio a presentare il suo ultimo romanzo, Terapia di coppia per amanti. Non avevo mai letto nulla di questo autore e ho deciso che avrei partecipato. Di solito, quando non conosco l’autore compro il libro durante o dopo la presentazione, invece questa volta, dati i moltissimi pareri positivi che si andavano accumulando, mi sono lasciata trascinare e l’ho comprato la settimana scorsa, con la speranza di riuscire a leggerlo prima dell’incontro con De Silva. E in effetti ce l’ho fatta, perché l’ho finito praticamente subito e ieri sapevo bene di cosa si stesse parlando.

FB_IMG_1454009446072Viviana e Modesto, i protagonisti, sono entrambi sposati (ma non fra loro), entrambi hanno un figlio, e sono amanti da tre anni. In tutte le relazioni, ufficiali e non, ci può essere un momento di crisi, e a loro due capita proprio questo: sentono che qualcosa non va, ma affrontano la questione in due modi diversi. Modesto (che di cognome fa Fracasso, e di questa bella accoppiata nome-cognome bisogna solo ringraziare quel birbone di suo padre Ferdinando), musicista, è semplice, chiaro, fa ragionamenti lineari e continua a vivere la storia nel presente, preoccupandosi poco di dove si andrà a parare; Viviana, così idealista, complicata, contraddittoria, ipersensibile, così donna, insomma, ci pensa, ci ripensa, se la prende con lui non facendogli capire nemmeno il motivo del suo risentimento, ed elabora un pensiero geniale: bisogna andare a fare terapia di coppia. Ché mica è specificato da qualche parte che questa “coppia” a cui si riferisce la terapia debba essere ufficiale, anche Viviana e Modesto sono una coppia. Quindi si rivolgono (in realtà è lei che ci trascina lui) ad uno psicanalista noto anche in televisione, Vittorio Malavolta, che è bravissimo nel suo mestiere, ma evidentemente lo beccano in un momento sbagliato della sua vita, in quanto anche lui è sposato e impantanato in una relazione clandestina con una venticinquenne schizzata. Roba che per farlo ingelosire manda a lui messaggini indirizzati ad altri facendo finta di sbagliare destinatario. Mentre lui sta lavorando coi nostri due eroi che battibeccano.

Il romanzo è a due voci, Modesto e Viviana si alternano nella narrazione (in prima persona) fornendoci due visioni molto diverse di una stessa questione. Ad un certo punto si aggiunge pure quella di Malavolta, che dovrebbe rappresentare una sorta di arbitro, uno che sappia indicare ai due quale strada prendere e come andare avanti, ma che, invece, è più confuso di loro e fa una figura barbina quando ce li ha entrambi davanti, gli arriva il messaggino della sua Nina e impallidisce. Immaginate le reazioni diverse dei due amanti in terapia: Modesto pensa “stiamo a posto, questo sta nguajato di suo e dovrebbe aiutare noi?”, mentre Viviana lo vede più umano, più sensibile e quindi più capace di aiutarli.

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In realtà Viviana e Modesto sono davvero innamorati, ma si trovano in una situazione difficile: entrambi, presi dalla loro relazione, non si accorgono di non esistere più nelle loro rispettive case, di essere due presenze quasi trasparenti nelle loro famiglie. E sono Eric (come Clapton), il figlio di Modesto, e Paolo, il marito di Viviana, a metterli davanti a questa situazione. Sono svagati, assenti, con la testa sempre altrove. Perché probabilmente hanno iniziato una relazione fatta di momenti rubati e incontri fugaci per combattere il grigiore delle loro vite, ma non avrebbero mai pensato che a distanza di tre anni sarebbero stati ancora lì, inseparabili e, seppur con qualche problemino da risolvere, innamorati e forti. È l’amore che li ha messi nei guai, perché non è così facile lasciare un matrimonio e una casa perché non ci si sta più bene. Hanno smesso da tempo di amare i rispettivi coniugi, ma nessuno dei due chiede all’altro di lasciare il marito o la moglie per sposarsi insieme. Chissà, magari ci sarebbe il rischio di ritrovarsi punto e a capo, magari il loro rapporto è così bello perché non soggetto ai regimi di una classica vita matrimoniale, senza regole.

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Nella mia copia del libro si è staccata la bandella e l’ho usata come segnalibro.

Terapia di coppia per amanti è un libro particolare, secondo me, si traveste da romanzo divertente e leggero ma in realtà al suo interno nasconde tantissimi spunti di riflessione. Ci si ritrova un po’ in entrambi i protagonisti e ci si mette nei loro panni. Io, personalmente, ho adorato Modesto, simpaticissimo e innamorato, che quando si ritrova incasinato va a chiedere consigli al padre Ferdinando (traditore seriale, tanto che la moglie lo ha buttato fuori di casa diversi anni addietro), cinico fino al midollo, che alla fine non lo aiuta poi tanto.
L’incontro con l’autore è stato davvero molto bello, sono stati affrontati diversi aspetti del libro, si è parlato insieme dell’amore, del matrimonio dentro cui spesso ci si chiude solo per stare al sicuro, e di tantissime altre cose che di certo verranno in mente anche a voi quando leggerete questo romanzo che mi ha permesso di scoprire Diego De Silva. Adesso mi tocca recuperare tutto il resto della sua produzione perché sono rimasta proprio folgorata!

Buona lettura!

Titolo: Terapia di coppia per amanti
Autore: Diego De Silva
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 278
Prezzo: 18 €
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Amore, dieci anni dopo” di Julian Barnes

Il tradimento con la T maiuscola succede tra amici,
tra persone che si vogliono bene.

 

11401016_1631732280373692_1206883439506069184_nQualche mese fa ho letto Amore, ecc. di Julian Barnes, un autore che mi è subito piaciuto. Alla fine ho scoperto che c’era una seconda parte e, dopo averla cercata per molto tempo, finalmente sono riuscita a trovarla indovinate dove? Non a Palermo, ma all’aeroporto di Fiumicino, mentre aspettavo di potermi imbarcare sull’aereo. Poi ho aspettato qualche settimana per leggerlo, avevo altra roba per le mani. Comunque anche questa volta mi hanno fatto il 20% di sconto, si vede che becco sempre i momenti migliori per darmi a questa storia.

In Amore, dieci anni dopo ritroviamo i personaggi del libro precedente, appunto, a dieci anni di distanza dal fattaccio (ricordiamo: Stuart sposa Gillian, Gillian s’innamora del migliore amico di suo marito, Oliver, e quindi divorzia da Stuart, poi sposa Oliver, va a vivere con lui, ma un giorno litigano, lui le dà una sberla e va via). Veniamo a sapere che, in realtà, Stuart aveva assistito alla scena perché alloggiava in un albergo proprio di fronte alla casa del suo ex amico e della sua ex moglie. Non si capisce bene se quello che ha visto possa servirgli a togliersi definitivamente dalla testa Gillian (della serie ben ti sta), o ad amarla ancora di più e volerla salvare. In ogni caso, sappiamo anche che nei dieci anni che sono passati Stuart è andato negli USA, ha intrapreso un business che lo ha reso ricco, ha sposato un’americana e ha divorziato dopo cinque anni; Oliver e Gillian, invece, hanno avuto due figlie, ma il loro matrimonio è diventato sempre meno esaltante e si è piegato sempre di più all’abitudine.
Adesso Stuart è tornato, ma non è più il ragazzo goffo e poco interessante di una volta, si è trasformato in un uomo pacato, carismatico e sicuro di sé, se ne accorgono tutti. Anche Oliver è cambiato, o meglio, è cambiata l’impressione che dà di sé agli altri: non appare più come un simpaticone che fa battute pungenti e acute, ma risulta ridicolo e patetico.
Stuart cerca di aiutarli ad uscire dalla mediocrità, ma in realtà è tornato perché non ha mai smesso di amare Gillian e adesso vuole riprendersela.

La narrazione è affidata, anche in questo caso, ai vari personaggi che narrano le vicende dal loro punto di vista, e compaiono anche le figlie di Oliver e Gillian, una delle quali, Marie, mi ha fatta ribaltare dalla sedia più volte, dal momento che a un certo punto dice solo: “Plutogatto. Voglio un gatto. Lo chiamiamo Pluto. Gatto. Plutogatto”.
La cosa bella di questo libro è che non cade mai nel melenso, non è una di quelle storielle in cui due personaggi s’innamorano, si sposano e vivono felici e contenti nel loro castello fatato. Anzi la definirei l’evoluzione di una storia come se ne vedono tante al giorno d’oggi. Rispetto al precedente, lo stile è più aggressivo, come d’altronde il personaggio di Stuart, che adesso dimostra di sapere esattamente cosa fa, di non volersi mettere da parte e, anzi, di essere tornato per riprendersi quello che si è fatto sfilare da sotto il naso per troppa timidezza. È cresciuto e non ha nessuna intenzione di andarsene a mani vuote. Anche se ogni tanto a te, lettore, può venire in mente che in realtà non voglia risposare Gillian, ma solo rovinare il loro matrimonio. Io me lo sono chiesto più volte, poi magari se lo leggete mi potete dire che ne pensate.

Il romanzo esce in Inghilterra nel 2000, a quasi dieci anni di distanza dal precedente, mentre in Italia ci arriva nel 2004, anche qui con una bella copertina. La cosa che mi stupisce è che il traduttore è cambiato e mi chiedo seriamente perché (a meno che non ci siano stati dei motivi gravi, reputo la scelta molto sbagliata); secondo me un traduttore che cura una parte della storia dovrebbe curare anche il seguito, a meno che non gli sia successo niente di brutto. E poi dovrebbe esserci qualcuno messo anche a curare la bozza prima che vada in stampa. Cara Einaudi, io con te non so più che devo fare, alcune bestialità che trovo non riesco a capire se siano refusi o errori nati dall’incompetenza di chi lavora per voi. Se su è già, che appare svariate volte, può essere una correzione automatica (ma comunque dovrebbe essere una persona fisica a controllare e correggere) per su e giù, io non riesco ad accettare che stampiate qualcosa come va a farti fottere. Lo insegnano alla scuola elementare che l’imperativo seconda singolare è va’ e vuole l’apostrofo. Se lo scrivete così sembra che vogliate dire egli va a fare fottere te. Che significa? State più attenti, grazie, perché se anche un libro è bello ci fate passare il piacere della lettura.

Titolo: Amore, dieci anni dopo
Autore: Julian Barnes
Traduzione:
 Susanna Basso
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2000 (2004 questa edizione)
Pagine: 262
Prezzo: 11,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota