In breve: “Festa mobile” di Ernest Hemingway

La Parigi dei bei tempi andati,
quando eravamo molto poveri e molto felici.

 

15844518_1829648237248761_1310775110420641189_oSono già diversi giorni che ho finito di leggere Festa mobile di Ernest Hemingway, ma non sono riuscita a parlarvene perché onestamente non so da dove cominciare. Questo è uno dei motivi per cui, alla fine, ho scelto di farlo “in breve”: ci sarebbero milioni di cose da dire ma, di contro, si tratta del mio autore del cuore e quindi l’emozione, ogni volta che lo leggo, mi travolge e il cervello va in pappa. Balbuzie mentale, vorrei chiamarla. Ad ogni modo, proviamoci.
Hemingway cominciò a scrivere questo libro nell’autunno del 1957, quando si trovava a Cuba, se lo portò in giro nei suoi vari spostamenti e lo concluse nella primavera del ’60, di nuovo a Cuba. In esso troviamo brevi stralci della sua vita a Parigi tra il 1921 e il ’26, da quando, cioè, si era da poco sposato con la sua prima moglie Hadley fino a quando arrivarono i ricchi (leggi Pauline Pfeiffer, quella che divenne la seconda moglie).

Ogni capitolo è dedicato a una situazione o a una persona importante che ha conosciuto durante il suo soggiorno francese o che comunque ha avuto una certa influenza sulla sua vita. Parliamo di Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda (sembra che Ernest fu il primo ad accorgersi dei suoi problemi mentali), Ford Madox Ford e, soprattutto, Gertrude Stein. La signorina Stein, che all’epoca trascorreva la sua vita in libertà con “l’amica che all’epoca viveva con lei”, è stata una figura di riferimento per moltissimi artisti che hanno chiesto spesso i suoi consigli per capire che strada seguire con la loro opera, ed è quella che rivolse ad Ernest in particolare la frase: «Siete tutti una generazione perduta» (anche se poi è stato affermato che la frase fu presa in prestito dal proprietario del garage che si occupava dell’auto della Stein). E quella fu davvero una generazione perduta, una generazione di scrittori che bevevano grandi quantità di alcool, che spendevano i propri soldi per viaggiare e vivere emozioni forti e facevano tutto ciò per combattere il vuoto che minacciava le proprie vite. Una generazione tragica di cui troviamo i maggiori rappresentanti in Festa mobile.

Sapevo ormai che ogni cosa buona o cattiva quando veniva a mancare lasciava un senso di vuoto. Ma se era cattiva il senso di vuoto spariva da sé. Se era buona l’unica cosa da fare per riempire quel vuoto era trovarsi qualcosa di meglio.

Quello che emerge da questi racconti personali è Ernest nella sua spontaneità, nella sua vita vera, non filtrata dai personaggi dai nomi inventati dei romanzi. Il suo amore per Hadley, per il piccolo Bumby, la preoccupazione di avere pochi soldi e di non avere qualcuno che gli pubblicasse i racconti, i momenti di sconforto, i consigli degli amici e della sua mecenate, la confusione scatenata dall’arrivo dei ricchi che ti conquistano con i loro soldi e le loro promesse. Sembra quasi che fino a quel punto Hemingway cercasse una vita fatta di gioie autentiche e pure, che se la sia fatta sfuggire e che poi si sia consumato per il resto della sua esistenza nella più totale infelicità (fino al momento in cui non è stato più capace di “combattere”).
Festa mobile è stato pubblicato circa tre anni dopo la morte di Ernest Hemingway, nel 1964, e non è etichettabile semplicemente come un libro di ricordi. È molto di più: è la testimonianza di un’epoca, di uno stato d’animo, del cuore vero di un uomo che poi non è più tornato.

Buona lettura!

Titolo: Festa mobile
Autore: Ernest Hemingway
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere:
 Autobiografico
Anno di pubblicazione:
 1964 (2013 questa edizione)
Prezzo: 9 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Da “Addio alle armi”

Se la gente porta tanto coraggio in questo mondo, il mondo deve ucciderla per spezzarla, così naturalmente la uccide. Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide. Uccide imparzialmente i molto buoni e i molto gentili e i molto coraggiosi. Se non siete fra questi potete esser certi che ucciderà anche voi, ma non avrà una particolare premura.

[Ernest Hemingay, “Addio alle armi”, 1929,
trad. Fernanda Pivano,
Mondadori, 2007]

New York: Charles Scribner’s Sons, 1929. First edition, first printing.

Pagina 69: “Addio alle armi”

Finalmente ho trovato un po’ di tempo per dedicarmi a una lettura che puntavo da tanto, il mio amato Hemingway. Ho scelto, però, il momento sbagliato, proprio quando avevo la febbre e la testa non mi accompagnava molto, quindi all’inizio è stato un po’ noioso. Addio alle armi è diviso in cinque parti ma, malati o in salute, la prima è la meno interessante di tutte, poi decolla.

La storia è in parte autobiografica, ma non si riesce a distinguere bene quali siano gli eventi inventati da quelli realmente vissuti dall’autore, perché pure quelli veri sono un po’ falsati. Siamo nel periodo della battaglia di Caporetto e Frederic Henry è un tenente americano che svolge l’attività di conducente di ambulanze durante la prima guerra mondiale. È venuto in Italia spinto dai suoi ideali, per partecipare ad una guerra che poi non sembra così bella come aveva immaginato. Un giorno conosce l’affascinante infermiera inglese Catherine Barkley, di cui piano piano s’innamora. Poi viene ferito e trasferito altrove, ma la donna riuscirà a farsi mandare più vicino a lui, anche se non possono confessare la loro storia, perché non permessa.
Il 24 ottobre del 1917 gli italiani crollano a Caporetto e Fred, insieme ad altri soldati, si ritrova in mezzo a parte dell’esercito che batte in ritirata, e al momento di attraversare il Tagliamento viene interrogato e quasi fucilato da chi aveva il compito di eliminare tutti gli ufficiali considerati disertori. Ma riesce a scappare e a raggiungere la sua Catherine che intanto è arrivata a Stresa, ed è incinta. Da lì inizia la fuga di questi due innamorati che devono riuscire a non farsi trovare e a sopravvivere in un clima di guerra e pregiudizi.

I personaggi, come in molti romanzi di Ernest Hemingway sono cupi, ingrigiti da situazioni che non permettono loro di vivere felicemente. Le descrizioni della guerra sono sempre meravigliose, ed è normale che sia così perché l’autore certe situazioni le ha vissute in prima persona, ma quello che mi ha colpito di più è il suo modo di raccontare l’amore. Lo fa in un modo trattenuto, non ci sono passioni travolgenti e disperate: Fred e Catherine sembrano recitare una parte che portano avanti fino alla fine. All’inizio la loro relazione è occasionale, si vedono, chiacchierano, si piacciono un po’ ma non si spingono più in là di questo. Improvvisamente poi nasce qualcosa di diverso, si scoprono innamorati davvero, ma ovviamente Hemingway non era uno che scriveva romanzi rosa e soprattutto scriveva in un periodo in cui forse c’era molta più riservatezza sui sentimenti.

Addio alle armi è stato pubblicato per la prima volta nel 1929, ma in Italia uscì solamente nel 1948 perché era ritenuto offensivo nei confronti delle forze dell’ordine del periodo fascista. L’edizione che possiedo io fa parte della collana I grandi romanzi ed è uscito col Corriere della Sera diversi anni fa; vi è inoltre una bellissima introduzione di Fernanda Pivano che racconta anche del suo rapporto con Hemingway. Il romanzo è veramente bello e voglio condividere con voi la pagina 69 del mio volume.

Addio alle armi di Ernest Hemingway

WP_004105Il sole tramontava e la giornata diventava fresca. Dopo cena sarei andato a trovare Catherine Barkley. Avrei voluto che fosse qui ora. Avrei voluto essere con lei a Milano. Mi sarebbe piaciuto mangiare al Cova e poi scendere per via Manzoni nella sera calda e attraversare e girare lungo il Naviglio e andare in albergo con Catherine Barkley. Forse sarebbe venuta. Forse avrebbe finto che fossi il suo ragazzo che era stato ucciso e saremmo entrati dalla porta principale e il portiere si sarebbe tolto il berretto e io mi sarei fermato al bancone del concierge per prendere la chiave e lei mi avrebbe aspettato all’ascensore e sarebbe salito adagio adagio clicchettando a ogni piano, e poi il nostro piano e il ragazzo avrebbe aperto la porta e si sarebbe fermato lì e lei sarebbe uscita e io sarei uscito e saremmo scesi lungo il corridoio e io avrei messi la chiave nella porta e l’avrei aperta e sarei entrato e poi avrei preso il telefono e avrei chiesto di mandarmi una bottiglia di Capri bianco in un secchiello d’argento pieno di ghiaccio e si sarebbe sentito il ghiaccio contro il secchiello mentre arrivava nel corridoio e il cameriere avrebbe bussato e io avrei detto lo lasci fuori dalla porta per favore. Perché noi non avremmo avuto niente addosso per via del caldo, e la finestra aperta e le rondini che volavano sui tetti delle case e dopo, quando fosse buio e si andasse alla finestra, pipistrellini alla caccia sulle case e giù vicino agli alberi e avremmo bevuto il Capri, e la porta chiusa a chiave e quel caldo e solo un lenzuolo e tutta la notte e ci saremmo amati tutta la notte nella calda notte a Milano. Così avrebbe dovuto essere. Avrei mangiato in fretta e sarei andato a trovare Catherine Barkley.

“Addio alle armi” di Ernest Hemingway,
trad. Fernanda Pivano
RCS Editori, su licenza di Arnoldo Mondadori Editore, ed. 2002,
377 pagine

“Fiesta” di Ernest Hemingway

Non so se ho mai detto di amare moltissimo Hemingway, probabilmente fino ad ora non è capitato. Lo dico adesso: per me è un grandissimo autore, uno di quelli che non hanno bisogno di colpire i lettori con metafore strane, paroloni, e simbolismi vari. A lui bastava narrare una storia, dire semplicemente cosa succedeva, con uno stile quasi giornalistico e asciutto, il resto veniva da sé. E quanto pare veniva bene! Per quanto io lo adori, non ho ancora letto tutto, ma piano piano mi metto in pari e non rimango mai delusa.

10259697_1493752180838370_3444507920944322617_nStavolta ho letto Fiesta, il suo primo romanzo, pubblicato per la prima volta a New York nel 1926. Il titolo completo è Fiesta (Il sole sorgerà ancora) e racconta della vita del protagonista, Jake Barnes, e di alcuni amici, partendo da Parigi per arrivare alla festa di Pamplona. Il gruppo parte dalla città francese con lo scopo di assistere all’encierro, cioè al festival annuale della città spagnola durante il quale i tori, per passare dai recinti all’arena, vengono fatti correre per le strade inseguiti dalle persone. Ogni tanto per qualcuno finisce male, ma non è questo il punto. La storia è considerata autobiografica e i personaggi sono basati su persone reali, rappresentando quella che lo stesso Hemingway, insieme a Gergtrude Stein (sua mentore), definì “generazione perduta”. Ad essa appartenevano tutti quei giovani che avevano raggiunto la maggiore età durante la grande guerra e che, possibilmente vi presero parte.

Jake Barnes, costretto all’impotenza da una ferita riportata in guerra, è innamorato della sua amica lady Brett Ashley, una donna divorziata e molto “vivace”che deve sposare il ricco Mike Campbell. Robert Cohn è un amico di Jake, che si è fatto incastrare in una relazione con Frances, una donna più grande di lui che vuole sposarsi; conosciuta Brett, Robert ne rimane incantato e comincia ad interrogarsi sul rapporto con la fidanzata. Jake e Brett si amano (non completamente, data la sua ferita che però non viene mai descritta) e quando lui le chiede di vivere insieme lei rifiuta. Quando Frances si stacca dal gruppo per far visita a degli amici in Inghilterra (in realtà ci viene quasi mandata), gli amici, insieme al nuovo arrivato Bill, intraprendono il viaggio verso la Spagna, prima separatamente e poi insieme, per poi ritrovarsi e disgregarsi a Pamplona. Si scopre che Brett è stata insieme a Robert, ma poi non sopporta più di vederselo intorno, così scappa insieme a Romero, un giovane e affascinante torero, per poi lasciare anche lui e chiamare Jake e riflettere insieme a lui su quanto sarebbero potuti stare bene se le cose fossero andate diversamente.

La storia è narrata in prima persona da Jake Barnes, un uomo che praticamente s’inganna da solo: è innamorato di una donna di facili(ssimi) costumi ma tenta di non darlo a vedere, di convincersi, quasi, che non sia così, perché sa di non poterla amare come vorrebbe. Per questo motivo si dedica a tutt’altro, pesca con Bill, cerca di godersi la fiesta di Pamplona e si tuffa nell’alcool. Brett, invece, rappresenta pienamente la libertà sessuale degli anni Venti del secolo scorso: non si fa troppi problemi, ha diverse avventure anche di una sola notte, ma rimane comunque legata a Mike, il promesso sposo, che sembra non dolersene troppo. Poi c’è Robert, che è il più introverso di tutti anche perché fin dall’infanzia ha sviluppato complessi d’inferiorità dovuti pure al suo essere ebreo; per farsi forza è diventato pugile, ma a causa dell’amore per Brett viene poi schernito e preso di mira dal resto del gruppo, ricevendo anche insulti antisemiti.
Il personaggio che, comunque, sembra il più equilibrato è Bill, cioè uno dei meno importanti ai fini della storia.

Romanzo a chiave1, Fiesta è l’opera che consacra ufficialmente Ernest Hemingway, ventisettenne, tra i più grandi autori nordamericani del Novecento. Credo che, al di là della storia, il suo modo di raccontare sia unico e suoi personaggi siano descritti perfettamente, come pochissimi altri hanno saputo fare.

Titolo: Fiesta (Il sole sorgerà ancora)
Autore:
 Ernest Hemingway
Traduzione:
 Ettore Capriolo
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1926 (2007 questa edizione)
Pagine: 227
Prezzo: 9 €
Editore: Mondadori – Collana Oscar, Classici moderni

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


  1. Un romanzo a chiave (in lingua francese roman à clef o roman à clé) è un romanzo che descrive la vita reale dietro una facciata di finzione. La “chiave” di solito è un personaggio famoso o, in alcuni casi, l’autore del romanzo. (Wikipedia

Da “Vero all’alba”

Ma avere un cuore da bambino non è una vergogna. È un onore. Un uomo deve comportarsi da uomo. Deve sempre combattere, preferibilmente e saggiamente, con le probabilità a suo favore, ma in caso di necessità deve combattere anche contro qualunque probabilità e senza preoccuparsi dell’esito. Deve seguire i propri usi e le proprie leggi tribali, e quando non può, deve accettare la punizione prevista da queste leggi. Ma non gli si deve dire come un rimprovero che ha conservato un cuore da bambino, un’onestà da bambino, una freschezza e una nobiltà da bambino.

Ernest Hemingway
Mondadori 1999, trad. Laura Grimaldi