Da “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” di Marino Magliani

La nostalgia è il liquido che allaga le terre riarse, il dentrovivere che ci è concesso per riempirlo di nostalgia. Un organo, la pancia che cresce con gli anni. Guai se quel liquido raggiungesse altri organi e arrivasse agli occhi, si farebbe gelatinoso come le meduse, anche se ogni volta si proporrebbe come qualcosa di nuovo, perché i tessuti riarsi del dentrovivere non potrebbero assorbire la stessa nostalgia contenuta nel tempo. Sprofonderebbero. Invece ne contengono solo il ricordo, e assieme al ricordo la nostalgia del presente e quella del futuro, diceva Pereira.

[Marino Magliani, L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi,
Exòrma, 2017,
173 pp., 14,50 €]

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In breve: “Riassunto di fine giornata” di Luciano Del Sette

Il dolore e la felicità dettano gesti
che nelle loro opposte ragioni si somigliano.

 

13406762_1743638502516402_8753135748411350305_nOggi vi parlo in breve di un libro uscito con Exòrma nel 2012, Riassunto di fine giornata di Luciano Del Sette, e non posso dirvi troppo perché la struttura stessa del libro non me lo permette, non perché non mi sia piaciuto, anzi! Si tratta di una raccolta di racconti atipica, perché i ventotto brani che leggerete sono narrati da altrettante voci, tutte differenti per sesso, età, lavoro e chi più ne ha più ne metta. L’io parlante può essere un uomo o una donna, un bambino, un adulto o un anziano, una persona felice o una che è stata illusa dalla vita. E a rendere affascinante questa raccolta è il fatto che nonostante i narratori (tutti in prima persona) siano diversi, tutti questi quadri si vanno incastrando quasi a formare la vita di un singolo individuo che racconta delle sue gioie, dei suoi dolori e dei momenti più o meno significativi della sua vita.

Quasi tutti i brani terminano con una parte in corsivo e Del Sette, alla fine del libro, nel capitoletto Corsivi, ci spiega perché. Nella sua vita gli è capitato di scrivere pagine che non è riuscito ad usare ma che non ha nemmeno avuto il coraggio di buttare via, così le ha conservate; da queste pagine ha preso alcuni frammenti e da ognuno di essi si sono sviluppati i racconti che fanno parte di Riassunto di fine giornata. L’autore, con un linguaggio asciutto, ci presenta delle schegge di tempo, come se fossero istantanee di una vita che potrebbe essere quella di chiunque, fornendo al lettore moltissimi spunti di riflessione.

A un certo punto, si smette di sprecare. Si smette di investire a vanvera sulle persone. Si smette di sprecare la disponibilità del tempo nel conoscere qualcuno senza averne qualcosa, anche un minimo, in cambio. Si smette per una sensazione di inutilità e di età che si affaccia senza preavviso. Si smette per via di una saggezza cinica che ha dalla sua un migliaio di ragioni. Capisci, ti fermi, non sprechi più.

È uno di quei libri che devono essere letti per essere compresi, parlarne così è riduttivo. Assaporatelo, centellinatelo, perché è davvero affascinante.
Buona lettura!

Titolo: Riassunto di fine giornata
Autore: Luciano Del Sette
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 2012
Pagine: 180
Prezzo: 12,90 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


Luciano Del Sette – Giornalista. Scrive da Torino per il quotidiano «il manifesto» e il suo supplemento settimanale «Alias». Per l’etichetta musicale del manifesto ha ideato, coordinato e realizzato I viaggi perduti: cd, libro e dvd cui hanno partecipato attori, musicisti e la redazione della trasmissione televisiva Fuori Orario. Per Radio2 Rai è stato autore e conduttore del contenitore pomeridiano Atlantis. Per Radio3 Rai ha scritto e condotto In viaggio con Kerouac e Figli di un dio minore, e sempre su Radio3 è una delle voci di File Urbani. Per il mensile «E» di Emergency realizza reportage dall’Italia e dall’estero. Sempre per «E», sul sito del mensile, ha un blog, Nota Bene, dedicato alla musica indipendente in Italia e nel mondo.

“In cammino con Stevenson” di Tino Franza, qui e a Una marina di libri 2016

«Il massimo che possiamo aspettarci dal nostro viaggio
è di trovare un amico sincero.
Davvero fortunato è il viaggiatore che ne trova più di uno.»

 

13317083_10208542386348556_7643364247494877285_oIl post che scrivo oggi è qualcosa che sta a metà tra la recensione e l’avviso di un appuntamento molto bello, ma non vi dico nulla adesso, lo capirete alla fine. Il libro di cui vi parlo è In cammino con Stevenson. Viaggio nelle Cévennes di Tino Franza, pubblicato nel 2015 da Exòrma nella collana Scritti traversi che, come si può leggere sul loro sito, «solo riduttivamente può essere collocata nella categoria della letteratura di viaggio». L’autore nel suo viaggio ricalca l’itinerario che Robert Louis Stevenson percorse, con l’asinella Modestine, nelle selvagge Cévennes nell’autunno del 1878 e da cui poi nacque il libro (una sorta di diario di viaggio) Travels with a donkey in Cévennes. Oggi questo percorso prende proprio il nome di Chemin de Stevenson (GR 70) per ricordare il tragitto che il grande autore scozzese percorse in solitaria prima di scrivere il suo resoconto e oggi viene seguito da molta gente spesso affascinata dalla lettura dei Travels. E anche Tino Franza ha deciso di compiere questo cammino per questo motivo:

Volevo inseguire il fantasma di qualcuno, camminare da un luogo a un altro su vecchie piste sterrate; appagare curiosità e assecondare un certo spirito d’avventura; scrivere un libro. Questo volevo.

Le motivazioni di Stevenson, invece, erano ben diverse. Lo scozzese andò nella terra dei Camisardi innanzitutto perché adorava la Francia ed era rimasto affascinato dalle storie della nutrice Cummy sui coventanters scozzesi e sulle similari vicende dei camisardi. Ma c’era dell’altro. Stevenson amava Fanny Osbourne, una donna che aveva conosciuto per caso e di cui si era innamorato immediatamente, nonostante fosse sposata, americana, di dieci anni più grande di lui e avesse dei figli. Era convinto che al termine di questo viaggio avrebbe potuto scrivere un libro e col ricavato raggiungere Fanny in America, senza chiedere nulla ai genitori che erano del tutto contrari a quell’unione. Stevenson all’epoca aveva solo 28 anni, ma sapeva di amare davvero quella donna, tornato dal suo viaggio ne era sempre più convinto, perché, come ci racconta Tino Franza, nei momenti in cui la solitudine gli stava stretta desiderava solo averla accanto per condividere con lei un cielo stellato o i bei paesaggi, e poi, conosciuta lei, le sue abitudini di donnaiolo vennero accantonate. L’anno seguente, nel 1879, Stevenson riuscì nel suo intento, andò da lei a San Francisco, e rimasero insieme fino alla morte di lui, nel 1894.

Stevenson fece il suo viaggio non totalmente da solo, ma  in compagnia dell’asinella Modestine, che alla fine dovette vendere, con molto dolore alla separazione, perché poverina non ce la faceva più; Tino Franza, invece, parte da solo ma incontra alcune persone che lascia e ritrova durante il suo cammino, come Isabelle, una donna con cui sembra ci sia una certa affinità, almeno di anime. Parlando con lei viene fuori un’interessante riflessione sulla necessità della compagnia in viaggi del genere: vanno fatti da soli perché la presenza di qualcun altro potrebbe far rallentare e poi stando per troppo tempo insieme a qualcuno potrebbero venir fuori difetti e aspetti sconosciuti del suo carattere che magari si preferirebbe ignorare. Tutto questo a meno che non si abbia la fortuna di trovare un compagno perfetto, ma è davvero possibile?
Ciononostante a volte il viaggio può essere così duro e spossante che «l’appagante leggerezza del viaggio in solitudine» si potrebbe ribaltare «nel rimpianto di un compagno».

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Il racconto del viaggio è accompagnato da diverse fotografie, sparse qua e là, scattate dallo stesso Franza, che rappresentano una regione abbastanza diversa da quella che vide Stevenson. Consideriamo innanzitutto gli effetti del tempo (sono passati più di cento anni) che cambiano il territorio dal punto di vista fisico; va detto poi che quelle zone oggi sono smorte e disabitate, mentre una volta vi erano villaggi floridi ed esuberanti. Fino al 1878 la regione era stata sovrappopolata e ogni appezzamento di terreno sfruttato al massimo per soddisfare le necessità di tutti; di questo passo non fu più possibile far fronte ai bisogni di tutta la popolazione e così i borghi, in un paio di generazioni, si svuotarono in un susseguirsi di esodi.

Questo libro mi è piaciuto molto, tra le altre cose, perché amo tutto ciò che ruota intorno a personaggi realmente esistiti. Innanzitutto mi ha permesso di scoprire che Stevenson non è solo l’autore de L’isola del tesoro e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, ma fu anche un viaggiatore, per spirito d’avventura e per amore. In più è interessante constatare la differenza tra il viaggio fatto nel 1878 e quello in tempi attuali, cos’è cambiato nel tempo, con quale spirito si affronta oggi un itinerario del genere.
Venerdì 10 giugno, per chi fosse a Palermo in occasione di Una marina di libri, v’informo che alle 18 nel palco centrale dell’Orto Botanico ci sarà un incontro per presentare In cammino con Stevenson insieme all’autore Tino Franza; introduce Ottavio Navarra e interverremo Silvia Bellucci (dell’ufficio stampa Exòrma) ed io, per cercare di mettere in luce gli aspetti più interessanti di questo libro.

Buona lettura!

Titolo: In cammino con Stevenson. Viaggio nelle Cévennes
Autore: Tino Franza
Genere:
 Letteratura di viaggio
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 180
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

#librainstand al SalTo 2016 | Librai di tutta Italia allo stand di Exòrma per adottare un titolo

Anche quest’anno sicuramente molti di voi si recheranno a Salone del libro di Torino, che avrà luogo dal 12 al 16 maggio. Anche a me piacerebbe molto partecipare, ma dalla Sicilia ogni volta è un problema andare ovunque, quindi sono costretta a passare e ad aspettare qualcosa di più vicino. Comunque, oggi non voglio parlarvi delle mie avventure di viaggio, bensì di una bella iniziativa a cui potrete partecipare durante questo grande festival dell’editoria.

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In occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino 2016 Exòrma edizioni ospiterà al suo stand (E63, padiglione 1) librai da tutta Italia. Ogni libraio che aderirà all’iniziativa Librai in stand “adotterà” un titolo del catalogo Exòrma da promuovere ai visitatori durante la mezz’ora che passeranno nel nostro stand.

L’iniziativa Librai in stand nasce con l’intento di coinvolgere e dare spazio a tutti coloro che nel proprio lavoro mettono quotidiana passione e professionalità; a tutti i librai che si impegnano nel seguire i lettori non solo negli acquisti di nuovi libri ma soprattutto nella ricerca e nella scoperta. L’iniziativa verrà sostenuta da una campagna social con fotografie e video relative all’iniziativa. A questo proposito verrà utilizzato l’hashtag (#) #Librainstand.

Cliccate qui per visualizzare l’evento Facebook

Qui di seguito alcune delle librerie che aderiscono all’iniziativa: Libreria Pantaleon (Torino), Libreria Modusvivendi (Palermo), Libreria Vicolo Stretto (Catania), Roma Secret Store (Roma), Le notti Bianche (Vigevano), Libreria Roma (Pontedera), Libreria Ubik (Monterotondo), Libreria Ubik (Foggia), Libri e Letture (libreria online). Ma nel frattempo se ne aggiungono di nuove.

A questo proposito ho chiesto a Fabrizio Piazza della libreria Modusvivendi di Palermo quale libro ha deciso di adottare per #librainstand e perché.
Quale?

Né in cielo né in terra – Paolo Morelli (Exòrma, marzo 2016, 240 pp., 14,50 €)

Questo libro, quello che hanno scritto i protagonisti di Né in cielo né in terra, si spaccia per un remake di Fantasmi a Roma, il film del 1961 di Antonio Pietrangeli con Gassman, Mastroianni e De Filippo.
Un ghostwriter sogna di incontrare i suoi amici di gioventù passati a miglior vita i quali, come nel film, cercano di resistere alla speculazione edilizia che vuole cacciarli dal palazzo diroccato di Trastevere dove si sono rifugiati. Per resistere decidono di scrivere un libro con le loro storie, destinato ad avere grande successo secondo loro, e lui nel sogno si ritrova a dare una mano nella stesura. I loro racconti, le loro avventure comiche sono tutti centrati sul fatto che da vivi erano stati cacciati dalle case del rione nelle quali le loro famiglie abitavano da generazioni e sulle conseguenze di quello sradicamento, di quella diaspora. Le loro vicende esilaranti sono un viaggio nell’anima della città, in ciò che la fa sembrare immobile, indistruttibile e la definisce come eterna.

Perché lo hai scelto e perché dovremmo sceglierlo? Un minicommento che non sveli troppo.

Conoscevo Morelli e già mi piaceva il suo modo svagato di raccontare. Con questo ha superato se stesso. Con un finto remake del film Fantasmi a Roma ha messo in scena una commedia che è anche una metafora della scrittura, per definizione divagante e filosofica. Ci si diverte parecchio. Il colpo di fulmine? “C’è una zona qui nella testa che non è né mia né di nessuno, sono sicuro, una specie di steppa a perdita d’occhio”.

Ringrazio Fabrizio e per concludere: buon SalTo 2016 a tutti e in bocca al lupo ad Exòrma per questa iniziativa!

“Piccolo bestiario indiano” di John Lockwood Kipling

Cari amici, avete passato bene il Natale? Sono arrivati libri in dono? Io ho ricevuto Panorama di Tommaso Pincio e La resistenza del maschio di Elisabetta Bucciarelli, entrambi firmati NN editore, che non leggerò subito perché sono appena arrivati, non è giusto che scavalchino tutti gli altri poveretti che aspettano da tempo di essere letti. C’è una fila ordinata che non si può rompere! Raccontatemi un po’ del vostro Natale libresco.

Nel frattempo, oggi, parliamo di un libro che è come caduto a fagiolo. Un bel giorno ero impegnata a pubblicizzare la prima lettura di #LeggoNobel, quella de Il libro della giunga di Rudyard Kipling, con cui cominceremo l’11 gennaio; mentre invitavo tutti i miei amici di Facebook mi ha scritto Silvia Bellucci (che si occupa di alcuni uffici stampa, tra cui quello di Exòrma) per chiedermi delucidazioni e informarmi che proprio quest’anno (a settembre, se non erro) Exòrma ha pubblicato un libro del padre di Rudyard, John Lockwood Kipling: Piccolo bestiario indiano. Io l’ho letto e vi posso dire che, in soldoni, è una raccolta di leggende, aneddoti, storie e curiosità sugli animali dell’India ai tempi delle colonie. L’elefante, La scimmia, Le vacche e i buoi, I rettili e I richiami degli animali sono alcuni capitoli del volume Beast and Man in India scritto nel 1904.
Qui ve lo presenta direttamente Silvia, in un’intervista per Book in town, il salone-off del Pisa Book festival.

J. L. Kipling fu, con questo libro, fonte d’ispirazione per il figlio e anche una sorta di editor. Egli fu un grandissimo conoscitore delle tradizioni, degli usi e costumi indiani, dato che praticamente appena sposato si trasferì a Bombay, dove nacque Rudyard, e poi a Lahore, dove fu curatore del museo locale e dove rimase fino alla pensione, prima di ritornare in patria.
Leggere la sua opera prima di affrontare quella del figlio, che è quindi, in un certo qual modo, collegata ad essa, credo sia una cosa importante da fare. Personalmente la considero come una sorta di introduzione (e che introduzione!) a quello che andremo a scoprire a gennaio.

Vi lascio qui un’anteprima, presa direttamente dal sito di Exòrma, che riguarda gli elefanti.

Nel suo procedere lentamente, ancheggiando, somiglia più che a ogni altra creatura a quegli anziani e robusti pescatori che trascinano la sciabica a riva nelle località di mare inglesi i cui capaci pantaloni – un caso unico in fatto di abbigliamento – possiedono la stessa rugosa abbondanza orizzontale.
Fu Dickens a dire, tanto tempo fa, che l’elefante si serve dai peggiori sarti del mondo. Eppure quelle grinzose colonne hanno suggerito ai poeti orientali una sorta di grazia femminile, tal che l’espressione “ancheggiare come l’elefante” è la suprema e tipica descrizione dei voluttuosi movimenti muliebri: “La voce dolce del Koil, l’andatura sensuale dell’elefante; il vitino del leone, l’occhio dell’antilope” sono esempi di una lunga serie di varianti descrittive della beltà muliebre.
Né appartengono solo alla poesia tradizionale, ché anzi sono tanto comuni oggi quanto una volta; nel camminare dietro a un elefante, o a una donna, ho colto anch’io, di tanto in tanto, il senso dell’allusione di quelle immagini poetiche, anche se quel paragone, come tanti altri della poesia orientale, è una pura convenzione letteraria.
Il nostro bestione avanza così lentamente che sembra scivolare; al tempo stesso i suoi movimenti hanno qualcosa dell’ondeggiare ritmico e del nobile incedere di una formosa donna indù.

Buona lettura!

Titolo: Piccolo bestiario indiano
Autore: John Lockwood Kipling
Traduzione e cura: Alessandra Contenti
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 144
Prezzo: 13,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“La strage dei congiuntivi” di Massimo Roscia

WP_004413La strage dei congiuntivi è un altro libro che ho letto insieme a Simona, Elena e Nereia per #letturecondivise. In pratica, quando qualcuno fa una proposta di lettura decidiamo di affrontarla insieme e commentarla passo passo su Twitter (o sui nostri profili Facebook), riportando anche foto, stralci e citazioni che ci piacciono (se v’interessa vedere cosa abbiamo scritto e scriviamo cercate su Twitter #StrageCongiuntivi, è l’hashtag di riferimento che abbiamo scelto). Stavolta, dopo aver letto il titolo del libro proposto non mi sono fatta nessuna idea perché non conoscevo né il testo né l’autore, mai sentiti, quindi ho accettato volentieri e mi sono procurata il volumetto.
Forse l’ho finito prima degli altri, ma di certo non è stata una lettura facile e adesso vi spiego perché.

Innanzitutto l’autore: Massimo Roscia. Dal sito di Exòrma leggiamo:

È nato a Roma nel 1970 (qualcuno sostiene nel 1870). Scrittore, critico enogastronomico, docente, condirettore editoriale del periodico «Il Turismo Culturale». Autore di romanzi, saggi, ricerche, guide e vincitore di diversi premi letterari, ha esordito nel 2006 con “Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo”. L’originale noir sul rapporto cibo-nevrosi ha ottenuto in pochi mesi un grande successo di pubblico e di critica. Da qualche anno insegna comunicazione, tecniche di scrittura emozionale, editing, letteratura gastronomica e marketing territoriale. Nei minuti liberi continua a scarabocchiare e a chiedersi cosa fare da grande.

La storia, in poche parole, è questa. L’assessore alla cultura, Bill Gross Donkey, un uomo che data la sua ignoranza con la cultura non c’entra proprio niente, viene ucciso con un colpo di bastone di legno d’ulivo dopo il suo lunghissimo discorso filosofico. Ma chi lo ha ucciso? Sicuramente uno dei cinque personaggi, abbastanza stravaganti, che si ergono a difensori della cultura e della lingua e che per salvare il mondo dallo sfacelo linguistico/culturale, appunto, ucciderebbero. C’è chi è un ex bibliotecario licenziato dall’assessore e trasferito all’ufficio del cimitero, chi è nelle forze dell’ordine, chi è professore, ma tutti condividono la medesima idea: non bisogna arrendersi, non ci si può limitare ad indignarsi e a storcere il naso davanti a tali nefandezze, bisogna reagire e se è il caso, perché no?, togliere di mezzo qualcuno. E in questo caso è stato l’assessore, che viene stroncato da un bastone d’ulivo che ricorda un po’ quello di Atena.

Tutto qui, l’idea è sicuramente originale, come lo è anche la dedica all’inizio, su cui mi sono soffermata molto quando ho aperto il libro.

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Apprezzabile! In fondo bisogna dedicare qualcosa a tutti, anche a quelli a cui nessuno pensa mai.

Ma, per continuare il discorso, originali sono anche la struttura del libro e il modo di scrivere dell’autore. All’inizio di ogni capitolo c’è una piccola “dissertazione” sul numero corrispondente, ma durante la lettura, poi, spesso ci si perde un po’ perché non si capisce bene chi sia a parlare. Ogni capitolo è narrato da una persona diversa, la voce narrante non è sempre uguale. I personaggi risultano un po’ antipatici, ma recitano la parte che è stata assegnata loro da Roscia in quanto difensori all’estremo di una cultura e di una lingua (italiana, nonostante quasi nessun personaggio abbia un nome italiano) che vanno verso la rovina. Quindi, ad esempio, li troviamo impegnati a darsi dei soprannomi che non sono altro che i nomi di grammatici e filosofi dell’età classica, Partenio, Dionisio, Cratete e compagnia bella. E poi si mettono anche a parlare in una lingua che neanche il Petrarca…

Ma quello che ha fatto sì che il libro non mi riuscisse facile da leggere (e che quindi non mi conquistasse) è l’eccessiva quantità di note riscontrabile all’interno. Queste note non sono tutte autentiche, molte sono inventate e divertenti (più in basso ve ne riporto una), ma credo siano troppe, e rimandano a libri che l’autore ha letto (?) e cita. Ma sono davvero troppi, a volte sembra un po’ spocchioso, sembra che voglia fare uno sfoggio di erudizione per mostrarsi superiore. Ad ogni modo secondo me fanno perdere il filo, perché tu che leggi ti trovi continuamente a fare su e giù con gli occhi perché hai paura di perderti qualche chiarimento importante, e poi invece finisce che non le leggi più. E allora a che serve?

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La parte più divertente è sicuramente il lungo discorso dell’assessore Gross Donkey, infarcito di congiuntivi sbagliati, inventati o scambiati col condizionale, di accordi bislacchi tra aggettivi, pronomi e sostantivi corrispondenti, di occlusive sorde che diventano sonore e altre stramberie che voi comuni mortali non potreste nemmeno immaginare. E ci credo che lo fanno fuori, ad un certo punto! Porta davvero all’esasperazione un personaggio che parla così.

Insomma, onestamente a me non è piaciuto, non è stata una lettura adatta a me, ma se anche voi siete stanchi della violenza che si fa giornalmente ai danni della cultura e della nostra lingua magari vi può piacere.

Titolo: La strage dei congiuntivi
Autore: Massimo Roscia
Genere:
 Romanzo, Giallo, Noir
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 324
Prezzo: 15,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota