“Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” di Roy Lewis

Il libro che avete tra le mani è uno dei più
divertenti degli ultimi cinquecentomila anni.

Detto così alla buona è il racconto comico della
scoperta e dell’uso, da parte di una famiglia di uomini
estremamente primitivi, di alcune delle cose più potenti e
spaventose su cui la razza umana abbia mai messo le mani:
il fuoco, la lancia, il matrimonio e così via.

 

13235183_10208457623949549_222527602991344527_oOggi parliamo di un libro che avevo nella mia lista desideri da molto tempo e che è entrato in mio possesso in una maniera molto singolare. Ho partecipato a fine aprile ad un gioco organizzato da Maria Di Biase (del blog Scratchbook, se non la conoscete seguitela perché è proprio brava) in occasione della giornata internazionale del libro, Regaliamo(ci) un libro, in cui ogni partecipante doveva inviare a lei delle liste di 10 libri che avrebbe voluto ricevere, col proprio nome, cognome e indirizzo. Lei, a questo punto, ha fatto gli accoppiamenti e ad ognuno di noi partecipanti qualche giorno dopo è arrivato un libro preso da quella lista, in regalo da una persona che non sapevamo chi fosse, quindi alla fine sono stati una sorpresa sia il libro, sia il mittente. Io ho ricevuto Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis, da parte di una ragazza carinissima che si chiama Adriana e che oltre al libro mi ha mandato un bel bigliettino e una serie di gadget libreschi che mi hanno resa parecchio contenta.

Fatta questa premessa (che non era necessaria, ma a cui tenevo molto sia perché il gioco di Maria mi ha divertita molto, sia perché ho gradito tantissimo il pacchetto che mi ha mandato Adriana), parliamo di questo libro, scritto dall’autore britannico Roy Lewis nel 1960 ed edito in Italia da Adelphi con una traduzione di Carlo Brera. Questo romanzo che si legge in un soffio racconta la storia di un gruppo di uomini scimmia dell’Africa centrale, nella Rift Valley, verso la fine del Pleistocene (la prima delle due epoche del Quaternario, circa 3 milioni di anni fa). Non vorrei sparare castronerie perché non sono esperta del settore, ma i nostri protagonisti dovrebbero essere un gradino più in basso rispetto all’homo sapiens. Comunque, questi personaggi sono molto particolari perché parlano in modo forbito, sanno a che punto dell’evoluzione si trovano, conoscono le glaciazioni, le ere, sanno che se ci sono ancora gli hipparion il Pleistocene non si è ancora concluso, e tante altre cose. Ma il più grande uomo scimmia del Pleistocene è proprio il capo di questa tribù, Edward, un uomo scimmia che vuole essere scienziato, esploratore, inventore e che rappresenta il progresso; infatti scopre il fuoco andandolo a prendere su un vulcano, poi impara a fabbricarlo anche se con qualche difficoltà a contenere la sua potenza, poi inventa l’esogamia (manda i suoi figli a cercarsi le ragazze in un’altra tribù, lasciando stare le proprie sorelle), costruisce armi capendo le caratteristiche di ogni tipo di pietra e di canna o ramo. Insomma, Edward è avanti.

«Il segreto dell’industria moderna è l’uso intelligente dei sottoprodotti» affermava, ma già si accigliava, e di colpo afferrava un bambino piccolo che si muoveva a gattoni, lo sculacciava sonoramente, lo tirava su e aggrediva le mie sorelle: «Quando lo capirete, che a due anni devono già camminare diritti? Vi ripeto che bisogna stroncare la tendenza istintiva a tornare alla locomozione a quattro zampe. Se non perdiamo quel vizio, tutto è perduto! Mani, cervello, tutto! Abbiamo cominciato con la stazione eretta nel lontano Miocene, e se pensate che io tolleri che un branco di ragazzotte neghittose distrugga milioni di anni di progresso, vi sbagliate di grosso. Fate stare in piedi quel marmocchio, signorine, o vi prenderò a legnate sul posteriore; e badate che non scherzo».

Tutto ciò che ho ricevuto insieme al libro.

Contrapposto a lui c’è, però, lo zio Vania, il fratello maggiore di Edward, che di evolversi non ne vuole sapere, lui sta sugli alberi, ha paura del fuoco anche se non gli dispiace scaldarsi un po’ durante l’inverno, e non vuole nemmeno stare in posizione eretta perché gli sembra un abominio. Vania è un reazionario, un conservatore: quando Edward e suo figlio Alexander scoprono il fuoco lui è terrorizzato, dice che quella è colpevole superbia e che dovrebbero stare al loro posto nel percorso dell’evoluzione. E c’è pure un altro fratello, zio Ian, che è un esploratore, gira per il mondo e porta alla sua famiglia notizie di altri clan, delle cose che hanno inventato “all’estero”, ma muore cercando di cavalcare un hipparion.
A raccontare la storia in prima persona, però, è Ernest, uno dei tanti figli di Edward, che riconosce la grandezza di suo padre, i tanti insegnamenti che è riuscito a dare alla sua famiglia durante la sua vita e quasi gli rende omaggio dopo che è morto per uno stupido quanto tragico “errore” durante il collaudo di una sua stessa invenzione.

Ogni capitolo sembra essere dedicato ad un passo avanti dell’uomo durante la sua evoluzione: il fuoco, le armi, le unioni, la difesa personale, la cottura dei cibi e la dieta onnivora, l’allevamento, ecc.. E a quanto pare potrebbe esserci qualche errore dal punto di vista della ricostruzione storica, se vogliamo essere precisi; nella sua presentazione aggiunta nel 1988, infatti, Terry Pratchett scrive che il celebre biologo e naturalista Théodore Monod scrisse per segnalare un paio di errori tecnici, ma precisando che comunque non importava perché «la lettura del libro lo aveva fatto ridere così tanto che era caduto da un cammello nel bel mezzo del Sahara». Quindi Pratchett ci invita a sederci su qualcosa di stabile, prima di leggerlo.
E proprio per lo stile di Lewis (1913-1996), ma anche per i temi seri trattati con grande ironia, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene è un romanzo difficile da inserire in un determinato sottogenere letterario, anche se quello più gettonato sembra la fantascienza. Pubblicato in origine con tre titoli diversi, The evolution man, Once upon an ice age e What we did to father, il romanzo di Roy Lewis è una storia troppo divertente per non essere letta, secondo Fruttero e Lucentini «l’anacronismo a scopi comici è stato usato di frequente in letteratura, ma non ricordiamo esempi più riusciti di questo».

Buona lettura!

Titolo: Il più grande uomo scimmia del Pleistocene
Autore: Roy Lewis
Traduzione:
 Carlo Brera
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 (1960) 2015 questa edizione
Pagine: 178
Prezzo: 10 €
Editore: Adelphi – Gli Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


roy-lewisRoy Lewis (Felixstowe, 6 novembre 1913 – 1996) è stato uno scrittore, giornalista ed editore inglese. Ha lavorato molti anni come giornalista per il «Times» e per l’«Economist». Di Lews, oltre a Il più grande uomo scimmia del Pleistocene (apparso per la prima volta nel 1960), Adelphi ha pubblicato La vera storia dell’ultimo re socialista (1993) e Una passeggiata con Mr Gladstone (1995).

“Fahrenheit 451” di Ray Bradbury

Forse i libri possono aiutarci a uscire un po’ da queste tenebre.
Potrebbero impedirci di ripetere sempre gli stessi errori pazzeschi! (…)
Dio, Millie, non vedi? Un’ora al giorno, due ore, con questi libri, e forse…

 

Immaginate di vivere in un mondo in cui v’insegnano a pensare e ad agire in un certo modo. Voi non vi ponete nemmeno il problema se fare determinate cose sia giusto o meno, deve essere giusto per forza, perché lo dice la legge. Un giorno, però, incontrate una persona che provoca uno squarcio nelle vostre certezze, i dubbi iniziano ad affollare la vostra mente e s’insinua in voi il germe della ribellione.

12525597_10207547063586109_2008238742075024548_oÈ un po’ quello che succede a Guy Montag, un uomo di circa trent’anni che fa il milite del fuoco in un mondo in cui i pompieri appiccano gli incendi, invece di spegnerli. Ormai le case sono tutte antincendio, ad essere bruciati sono i libri e la carta stampata in generale. Nessuno si ribella, la cultura non esiste. L’addestramento per i pompieri viene fatto tramite film e i cittadini, nelle loro case, hanno sulle pareti enormi schermi televisivi che riempiono le loro giornate. Non c’è più il gusto di fare una passeggiata, di sentire il profumo dei fiori o di guardare il cielo azzurro, in strada si va solo in macchina, sfrecciando perché tanto non c’è nessuno che attraversa. La gente corre, fa lavori di routine, è passiva e indifferente, un po’ come Mildred, la moglie di Guy, che non è altro che una presenza che si aggira per casa. Ma un giorno l’uomo passa qualche momento con Clarisse, un’adolescente sua vicina di casa che sembra molto stravagante perché passeggia, parla di uno zio che ricorda i tempi in cui c’era la carta, annusa i fiori ha il piacere di chiacchierare con gli altri.
Dopo un po’ la ragazza misteriosamente scompare, dicono che sia morta, ma quel poco di tempo passato con lei è servito a far nascere in Montag un sentimento nuovo, tanto che un bel giorno, chiamato ad appiccare il fuoco in casa di una vecchia donna che preferisce morire bruciata insieme ai suoi libri piuttosto che abbandonarli, ruba uno di quei volumi e se lo porta a casa. L’uomo, da lì, non riuscirà più a vivere secondo le regole che gli hanno sempre imposto e cercherà di combattere secondo le sue possibilità.

«Cercavo d’immaginarmi» riprese Montag «che cosa si deve provare, a vedere i vigili del fuoco, intendo, bruciare la nostra casa, i nostri libri.»
«Noi non abbiamo libri di sorta.»
«Ma, e se li avessimo?»

Avevo da tanto tempo Fahrenheit 451 nella mia lista personale, ma me lo hanno regalato quest’estate e sono riuscita a leggerlo solo adesso. Ray Bradbury ambienta la sua storia fantascientifica in un futuro imprecisato sicuramente posteriore al 1960. Descrive una realtà distopica, cioè una realtà in cui mai vorremmo trovarci a vivere perché ci spaventa. Ed è proprio questo che Fahrenheit 451 provoca nel lettore: un senso di paura e angoscia, perché è impossibile non mettersi nei panni del protagonista.
Furono tante le cose che ispirarono Bradbury nella scrittura di questo romanzo così particolare. Innanzitutto, l’annientamento della cultura messo in atto con la distruzione della Biblioteca di Alessandria, con il rogo dei libri durante il regime nazista o durante le Grandi Purghe con la repressione guidata da Stalin, in cui anche molti scrittori e poeti furono arrestati e giustiziati. Per quanto riguarda i media, invece, l’autore li vide sempre (soprattutto la televisione) come una minaccia verso la cultura, li considerava una sorta di distrazione dalle cose più importanti. Sviluppò una certa avversione che viene rappresentata in Fahrenheit 451 nelle figure di Mildred e delle sue amiche, che sono quasi completamente succubi degli enormi schermi che hanno nelle loro case. Addirittura uno dei sogni più grandi di Millie è quello di avere tutte e quattro le pareti del suo salotto completamente ricoperte da questi schermi, quasi a creare l’effetto di sentirsi dentro casa i personaggi che appaiono in televisione.

Il titolo di questo libro si riferisce alla temperatura che secondo Bradbury doveva raggiungere la carta per bruciare. In realtà ci sono tantissimi tipi diversi di carta a seconda dello spessore. Questo non viene mai spiegato nel testo, il numero appare solamente sull’elmetto del protagonista Montag.
Quando consideriamo che a Montag basta qualche breve colloquio con una ragazzina per sentir nascere dentro di sé il dubbio se il suo sia un modo di vivere giusto o sbagliato, capiamo che non doveva essere poi così convinto di ciò che gli è sempre stato insegnato. Le sue convinzioni non dovevano essere così forti da farlo sentire al sicuro e felice. Bradbury descrive una realtà sicuramente portata all’estremo (purtroppo nel mondo reale niente è impossibile), ma il protagonista della sua storia a mio avviso vuole rappresentare la speranza che in certe situazioni non tutto è perduto, che spesso ci comportiamo in un certo modo solo per abitudine e perché non ci fermiamo a riflettere. Ma abbiamo sempre e comunque la capacità di pensare, probabilmente ci serve un piccolo input. In questo momento non possono non tornarmi alla mente gli eventi recenti della distruzione di opere d’arte in siti archeologici molto importanti tra Iraq e Siria, ad opera di gente che ha determinate convinzioni. Magari anche tra loro, un giorno, verrà fuori un Guy Montag a cui verrà qualche dubbio su quale sia il giusto modo di agire.

Per quante volte un uomo può andare a fondo e rimanere vivo? Io non posso più respirare.

 Buona lettura!

Titolo: Fahrenheit 451
Autore: Ray Bradbury
Traduzione:
 Giorgio Monicelli
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1953
Pagine: 180
Prezzo: 9 €
Editore: Mondadori
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza