Cuorebomba | Dario Levantino

Un cuorebomba è un debole gentile,
è un fragile forte,
è uno che al posto del cuore c’ha una bomba.

 

Da oggi potete trovare in libreria Cuorebomba, il nuovo romanzo di Dario Levantino che dopo Di niente e di nessuno ci riporta a Palermo, nel quartiere Brancaccio. Rosario ha ormai sedici anni ed è per lui che il padre, che spacciava doping, è stato arrestato; ora vive da solo con la madre che non sembra nemmeno lottare contro l’anoressia. Si è ammalata per il dispiacere di aver scoperto che il marito aveva un’altra famiglia con un’altra donna e che aveva anche un figlio, Jonathan. Rosario cerca di farla mangiare, di badare a lei, di far sì che la casa abbia un aspetto dignitoso, e nel frattempo va a scuola, in un liceo classico in una zona buona di Palermo, dove però si assenta molto spesso perché cerca di racimolare qualche soldo in un supermercato aiutando le persone a portar via la spesa. Ma non è un problema per nessuno, lì, perché lui è il ragazzo di Brancaccio, è partito già svantaggiato in classe. Quando, però, si trova a scrivere un tema, la sua situazione familiare salta all’occhio di una professoressa che gli fa arrivare a casa servizi sociali e forze dell’ordine. Rosario viene così separato dalla madre Maria: lei viene mandata in una clinica per disturbi alimentari, lui in una casa famiglia. Da qui inizia la lotta del ragazzo per ritrovare sua madre e per avere una vita più normale.

Sembra che il protagonista abbia chiaro fin dall’inizio che l’elemento di salvezza nella sua vita può essere solo la famiglia e  si impegna con tutte le forze per cercare di salvaguardarla. Non solo cerca di recuperare la madre, che la famiglia affidataria non vuole fargli sentire né vedere, ma prova anche a mettersi in contatto col fratellastro che, nei fatti, è un estraneo per lui, lo ha visto forse una volta, ma col quale condivide lo stesso padre. Ma non solo. Rosario scopre che anche l’amore può dare una forma diversa alla propria vita, che può costituire un’oasi di pace e una fonte di speranza. Anna, la ragazza di cui è innamorato, è una luce in quell’esistenza piena di disgrazie e problemi.

Nelle sue giornate a far compagnia a Rosario ci sono i libri, uno fra tutti Oliver Twist, con un protagonista che assomiglia a lui, senza famiglia e senza una casa che possa chiamare sua. Grazie alla lettura e alla sua passione per l’epica – da cui vengono fuori riflessioni e parallelismi interessanti, soprattutto per un ragazzo che appare più maturo della sua età – Rosario si sente meno solo in questa vita difficile. Cerca di non arrendersi a un destino che sembra già scritto, quello di un ragazzo nato e cresciuto in un quartiere malfamato che deve necessariamente prendere la strada della delinquenza. Così legge, passa del tempo con Anna nel loro posto segreto (una barca rovesciata sulla spiaggia) o col suo cane Jonathan, a scuola prova a elaborare concetti più profondi che, però, vengono sempre respinti dagli insegnanti che vogliono che ripeta solo quello che hanno spiegato loro.
E le parti relative alla scuola sono quelle più dolorose, perché sembra che proprio lì Rosario cerchi di venir fuori quando invece sono tutti impegnati a tarpargli le ali: un’insegnante di lettere che lo tratta da inferiore perché è “quello di Brancaccio” e da questo non si può sfuggire, il professore di educazione fisica che inizialmente non lo considera per la squadra di calcio della scuola perché non ha pagato un assurdo “contributo volontario” che per una scuola pubblica è un controsenso, o un’altra professoressa che viene scelta come pseudopsicologa a cui interessa solo che lui confermi le diagnosi che lei ha già fatto.

Ma qualcosa ogni tanto gira per il verso giusto. Quando la situazione diventa quasi claustrofobica – la sofferenza di un ragazzino che si sente in trappola, sorvegliato, manipolato e ricattato da chi dovrebbe solo prendersene cura la sentiamo anche noi che leggiamo – due figure importanti lasciano intendere che in fondo una speranza possa esserci per tutti: Battaglia, il precario di filosofia che confessa che da ragazzo è stato come lui, e padre Giovanni, un sacerdote che comprende la situazione di Rosario e senza troppe cerimonie lo supporta e lo aiuta quando è in difficoltà. Padre Giovanni soprattutto gli mette la pulce nell’orecchio:

Ha ragionato sul concetto di “disobbedienza”, una parola che può trarre in inganno perché generalmente è associata ai criminali. Ma come bisognava comportarsi – tuonava padre Giovanni – di fronte a una legge iniqua: obbedire a essa disobbedendo a Dio, o disobbedire a essa obbedendo a Dio? Giuseppe il falegname, sposo di Maria e padre di Gesù, per esempio, aveva disobbedito alle leggi di Erode, che aveva ordinato un massacro di bambini, scappando in Egitto per salvare Gesù; allo stesso modo anche durante la seconda guerra mondiale, cristiani meno famosi di Giuseppe avevano disobbedito alla legge nascondendo ebrei innocenti.
Quello che voleva dire padre Giovanni era un concetto semplice: nel nome dell’amore si deve disobbedire.
Capii improvvisamente che cos’ero.
Ero un disobbediente.

Cuorebomba è una storia di riscatto, di ricerca della salvezza in un mondo che ti vuole abbattere. Con diversi intermezzi di dialetto siciliano, Rosario dimostra che non per forza il luogo in cui sei nato è una condanna e soprattutto che bisogna riuscire a togliersi di dosso le etichette che gli altri ti cuciono addosso.

Buona lettura!

Titolo: Cuorebomba
Autore: Dario Levantino
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 7 novembre 2019
Pagine: 265
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Dario Levantino è nato a Palermo nel 1986. Laureato in Lettere e filosofia nella sua città, oggi è un insegnante di italiano. Cuorebomba è il suo secondo romanzo. La sua opera d’esordio, Di niente e di nessuno (Fazi, 2018), ha vinto il Premio Biblioteche di Roma, il Premio Subiaco Città del Libro e il Premio Leggo Quindi Sono.

Le mezze verità | Elizabeth Jane Howard

Una soluzione provvisoria.
È questo che possiamo essere gli uni per gli altri.

 

Elizabeth Jane Howard è stata una donna intelligente, colta e molto ben inserita nella società culturale; come autrice, per la sua spiccata sensibilità, è stata capace di raccontare i rapporti umani in modo molto attento, ma nella vita vera non è stata così brava a capire le persone, non è mai riuscita a trovare la felicità che avrebbe voluto e meritato. Si è barcamenata tra matrimoni e amanti da cui voleva solo essere apprezzata e amata e dai quali, invece, si è fatta consumare più o meno in fretta.
Nei suoi romanzi c’è tanto di sé e del suo vissuto, la materia prima delle sue storie l’ha sempre trovata nella sua esperienza personale, ed è per questo forse che i suoi lavori sono così belli.
Da oggi troviamo in libreria un altro dei suoi libri, Le mezze verità, tradotto da Manuela Francescon sempre per Fazi. Si tratta di un romanzo il cui tema principale sembra essere l’amore in tutte le sue espressioni – quello vero che trovi una volta nella vita, quello fraterno, quello che amore non è ma basta e avanza per sposarsi e sistemarsi, quello per i figli – ma in cui c’è tanto altro, perfino delle lievi tinte di giallo.

May, vedova di un uomo che amava moltissimo, si è sposata con Herbert (il Colonnello), un uomo che sembra non farle mancare niente ma che più di questo non le dà, anzi, pare che gli importi solo di se stesso. Lei ha già due figli, Oliver ed Elizabeth, lui ha Alice. May ha ereditato dei soldi da una zia e con questi  Herbert le ha fatto comprare una casa enorme in campagna, un maniero che è costato moltissimo e in cui lei, dato che lui è spesso fuori, si sente molto sola. Oliver è un ragazzo intelligente, brillante, ma che non si impegna davvero in nulla e forse non sa neanche lui cosa vuol fare (pensa di sistemarsi con una ragazza insulsa ma ricca), mentre Elizabeth, più giovane, ha un cuore grande e per guadagnare, mentre vive col fratello a Londra, si affida a un’agenzia che le procura degli ingaggi in casa di persone ricche per le quali deve cucinare delle cene particolari. È così che conosce John Cole, un uomo che la stregherà e le stravolgerà la vita. Dato che i figli sono tutti fuori casa, May rimane da sola col Colonnello, del quale scoprirà la vera anima.

Se ci sono elementi che vengono fuori solo verso la fine, è anche vero che bisogna stare molto attenti fin dall’inizio a piccoli indizi che la Howard dissemina qua e là nella caratterizzazione dei suoi personaggi, specialmente di Herbert, un uomo che appare solo tronfio e preso da se stesso. Degli altri, invece, è bravissima a descrivere le miserie: Alice ha una così scarsa stima di sé che accetta la prima proposta che di matrimonio che riceve, si sposa per andar via di casa (e dal padre) ma finisce per essere più triste e sconsolata di prima; May, anche lei in un matrimonio-trappola, cerca sfogo in una strana società conosciuta come la Lega, presieduta da un fantomatico dottor Sedum; Elizabeth sperimenta la più grande delle illusioni e il più grande dei dolori. Tutti i personaggi fanno fatica in qualche modo nelle loro vite, perfino quelli che sembrano averne di più il controllo.

Ma la penna elegante di Elizabeth Jane Howard dimostra che in fin dei conti nessuno ha mai il vero controllo della propria vita o di quella degli altri, perché c’è qualcosa di imprevedibile che agisce sempre su tutti noi e che scombina le carte. A tratti molto ironico, questo romanzo sembra un po’ contrapporre personaggi maschili e femminili, cosa che purtroppo non sembra poi neanche così anacronistica. Presi nelle loro insicurezze, gli uomini tendono a prevaricare le donne anche a causa di un difetto di comunicazione, sono mezze verità quelle che si raccontano fra loro o che lasciano venire a galla.
E anche qui, come nel resto della sua produzione, la Howard dà una grandissima importanza alle case, agli edifici. Il maniero, Monk’s Close, dove vive May è un posto freddo, troppo grande, che non fa sentire a proprio agio nessuno, tutti vogliono scappare da lì, il Colonnello che è sempre fuori, Elizabeth e Oliver che vanno a Londra e viaggiano; solo May è costretta a rimanerci e ne soffre moltissimo. Gli altri cercano solo il loro posto nel mondo, un posto, appunto, dove sentirsi a casa, ma non è detto che ci riescano.

Dedicato al fratello Colin, questo libro all’uscita (1969) fu definito dal Sunday Times “narrativa da rivista femminile”. Nulla di più sbagliato secondo me. Se si va oltre la superficie si scopre tutt’altro.
Buona lettura!

Titolo: Le mezze verità
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 17 ottobre 2019
Pagine: 330
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi


Elizabeth Jane Howard – (Londra, 1923 – Bungay, 2014) Figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina del balletto russo, ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie subite da parte del padre. Donna bellissima e inquieta, ha vissuto al centro della vita culturale londinese della seconda metà del Novecento e ha avuto una vita privata burrascosa, costellata di una schiera di amanti e mariti, fra i quali lo scrittore Kingsley Amis. Da sempre amata dal pubblico, solo di recente Howard ha ricevuto il plauso della critica. Scrittrice prolifica, è autrice di quindici romanzi. La saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo. Oltre ai cinque volumi della saga, Fazi Editore ha pubblicato i romanzi Il lungo sguardoAll’ombra di Julius e Cambio di rotta.

Company Parade (Lo specchio nel buio, vol. 1) | Margaret Storm Jameson

Una giovane donna arriva a Londra
nel mese immediatamente successivo all’armistizio.
È inesperta, povera, ambiziosa e sfiduciata.
Quella che segue è la sua storia.

 

Margaret Storm Jameson, autrice che non conoscevo, è stata la donna dei primati: è stata la prima donna a laurearsi in inglese all’università di Leeds, la prima donna a ricevere una borsa di studio per una tesi post-laurea a Leeds, e la prima donna a presiedere l’English PEN. È stata una che si è saputa fare strada quando non era ancora usuale che una donna raggiungesse determinati traguardi. Anche a lei toccò, come ad altre che l’hanno preceduta, pubblicare i suoi primi lavori con uno pseudonimo maschile; lei era nata nel 1891 a Whitby, a quell’epoca non era solito che una donna ragazza di essere un genio o che addirittura arrivasse a pubblicare romanzi (e lo sappiamo che per tanto tempo i romanzi sono stati non solo appannaggio degli uomini, ma anche un genere letterario considerato basso perché di intrattenimento). Nell’introduzione a Company Parade – il primo volume della trilogia de Lo specchio nel buio pubblicato da Fazi il 3 ottobre – Nadia Terranova la definisce “Margaret la geniale” e lo fa a buon diritto, dato che fu una donna quasi rivoluzionaria per quegli anni.

Hervey Russel, la protagonista del suo romanzo, la ricorda molto: è una donna che vuole sfondare, vuole realizzarsi e solo con le sue forze. A 24 anni lascia il marito a casa, affida il figlio di tre anni a una persona che può prendersene cura e dalla provincia si trasferisce a Londra in cerca di un lavoro. Inizia a scrivere per la pubblicità, ma senza grossi risultati, dato che la sua vera passione è la letteratura. Non vede l’ora di tornare nella sua stanza per mettere mano al romanzo che sta scrivendo e che spera venderà. Il marito Penn è un ufficiale di terra dell’Air Force, la tradisce e lei stessa non è sicura di amarlo e di esserne mai stata innamorata; mentre a Londra ci sono due suoi vecchissimi amici, Philip e T. S. che sono due ex soldati (amici di David Renn, l’uomo con cui Hervey lavora) che vorrebbero fondare un giornale. La ragazza si ritrova totalmente immersa nella scena culturale londinese del 1918 dove però si sente ancora molto forte la fine della guerra, è un momento di fervore in cui tutti – nessuno escluso – stanno cercando di ricostruire la loro vita e di fare qualcosa di nuovo.

Nella prefazione la stessa Storm Jameson spiega che, come indica il titolo, in questo romanzo c’è una parata di personaggi, ognuno dei quali ha un suo ruolo e deve fare la sua apparizione, fosse anche per una volta sola, e tutto per dare l’illusione della contemporaneità.
Nonostante sia stato pubblicato per la prima volta nel 1934, oggi, nel 2019, appare molto attuale, al centro c’è la donna che cerca di affermarsi da sola, cerca di ottenere la sua emancipazione per non vivere all’ombra e alle dipendenze del marito, che poi, nel caso di Penn, quello di Hervey, è svogliato e poco intraprendente (è la madre a consigliargli di prendersi una seconda laurea, perché non riesce a capire bene cosa voglia fare). La nostra protagonista decide che per uscire dalla mediocrità di una vita noiosa a casa deve tuffarsi nel mondo che davvero la attira, quello intellettuale, culturale. Solo che, come tutte le donne, lo sappiamo, ci si lancia portandosi dietro tutti suoi turbamenti e le sue insicurezze.
Ma accanto a Hervey ci sono altri personaggi femminili che spiccano nel romanzo e che sembrano lontani anni luce dagli uomini ancora turbati dall’esperienza della guerra. C’è Evelyn Lamb, la moglie di T. S., che è un’autorità nel panorama editoriale; o anche Delia che ha avuto il coraggio di abbandonare il marito violento.

Dichiaratamente femminista, Margaret Storm Jameson ha scritto una storia femminista per l’epoca, sicuramente non immaginando che oggi il problema del lavoro per le donne (da conciliare con la famiglia) sarebbe stato ancora così grande. Dobbiamo ancora combattere per avere riconoscimenti e diritti che dovrebbero essere alla base della società odierna e che purtroppo invece sono stati conquistati solo a parole e non nei fatti.
Forse leggere Company Parade può darci un po’ di forza in più.

Titolo: Company Parade
Autore: Margaret Storm James
Traduttore: Velia Februari
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 3 ottobre 2019
Pagine: 404
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi


Margaret Storm Jameson – Nata in una famiglia di costruttori di navi, è stata una giornalista e scrittrice inglese. Nel 1919, a Londra, lavorò per un anno come copywriter per una grande agenzia pubblicitaria. Tra il 1923 e il 1925 è stata la rappresentante in Inghilterra dell’editore americano Alfred A. Knopf. Suffraggetta e femminista, nel 1939 è diventata la prima donna presidente della British section of International pen. Liberale e antinazista, ha scritto l’introduzione all’edizione inglese del Diario di Anna Frank nel 1952. Nel 1952 venne insignita del ruolo di delegata delll’Unesco Congress of the Arts. È stata un’autrice molto prolifica, tra romanzi, racconti, saggi letterari e critici, e un’autobiografia in due volumi.

Rosamund (La famiglia Aubrey, vol. 3) | Rebecca West

«M’infastidisce vedere che le cose accadono
e poi scivolano via
e noi non possiamo più metterci le mani sopra».

 

Oggi esce in libreria Rosamund di Rebecca West, ed è arrivato il momento di salutare anche la trilogia della famiglia Aubrey (pubblicata da Fazi con la traduzione di Francesca Frigerio), la storia di quegli artisti squattrinati che avevamo seguito mentre cercavano di sbarcare il lunario con la vendita di qualche mobile appartenuto a qualche lontano parente e che, intanto, continuavano a studiare musica seguendo la loro inclinazione (la madre, Clare era un’ex pianista di fama). Nel secondo volume li abbiamo lasciati poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, quando la tranquillità di una famiglia diversa dalle altre ma molto unita viene inevitabilmente turbata dal caos. Gli Aubrey subiscono qualche perdita, Clare e Richard Quin non ci sono più e si avverte quel germe della distruzione di quel piccolo nucleo sicuro e felice, distruzione che in questo terzo capitolo della saga raggiunge una dimensione sempre più ampia. La storia è sempre narrata in prima persona da Rose, gemella di Mary, che attraverso i suoi occhi ci permette di vedere tutti i cambiamenti che nel bene e nel male sconvolgono la sua famiglia con il timore che quell’antica felicità possa andare perduta per sempre.

Adesso siamo negli anni Venti, Mary e Rose sono diventate due pianiste molto importanti che conducono una vita da celebrità: girano l’America per tenere concerti, vanno negli alberghi migliori, hanno ottimi contatti e moltissime conoscenze e sono acclamate dal pubblico. Ma ciò che pone un freno alla loro gioia è proprio il pubblico; si rendono conto che molti di quelli che le seguono sono persone poco o per nulla educate alla musica, sono volgari, sembra che addirittura fingano di amare l’arte perché è un requisito per far parte di una società di un certo tipo. Il pubblico non capisce, non si cala nella bellezza della musica, non prova le emozioni che dovrebbe provare, e questo, soprattutto in Rose, crea un disagio esistenziale che a un certo punto la porta a pensare di abbandonare tutto. Ma è solo un momento di confusione, perché in realtà non capisce cosa vuole e deve far chiarezza tra i suoi sentimenti (proprio perché ce n’è uno nuovo che non comprende ancora: l’amore).

Guardo il pubblico e penso a quanto è detestabile e ho paura che possa correre sul palco e trascinarmi con sé e perdo la testa dal disgusto.

Ci si aspetta che in un romanzo intitolato Rosamund la figura centrale sia proprio Rosamund, la cugina delle ragazze Aubrey, ma così è e non è allo stesso tempo. Non sappiamo tutto ciò che accade alla ragazza, ma scopriamo che improvvisamente lascia il suo lavoro da infermiera – una cosa che amava tanto fare – per sposare Nestor, un uomo ricco e volgare che non si addice per niente a una ragazza moralmente (e non solo) superiore a tutti loro. Rosamund è stata sempre considerata da Rose e Mary come un essere al di là delle bassezze, una che come Richard Quin riusciva a capire le persone, a vederne le intenzioni e ad avere una visione più ampia della vita e dei sentimenti. Il fatto che se ne sia andata via con un uomo così terribile è uno shock per tutti: nessuno ne capisce il motivo, ma nessuno, per amore della ragazza, riesce a dire apertamente che potrebbe averlo fatto per interesse.
Nonostante questo passaggio della vita di Rosamund (e, di riflesso, delle Aubrey) occupi una piccola parte del libro, la presenza della cugina sembra che pervada ogni pagina: Rosamund c’è sempre, nei pensieri e nel cuore di tutti, ovunque sia, magari in Australia o chissà dove in viaggio col marito.

«Perché non ammetterete mai che io ero l’unica a casa ad aver sempre dimostrato buon senso riguardo alle cose? Ho sempre avuto ragione su tutto, e avevo ragione su Rosamund. Mi aspettavo proprio che lei facesse una cosa simile».
Poi sbottò nuovamente: «Non vi vergognate? Non vi vergognate di averla sempre anteposta a me?».

Cordelia sembra essere l’unica a non essere turbata dal comportamento della cugina e dopo il matrimonio di Rosamund ha la sua piccola rivincita sulle sorelle che l’hanno sempre messa da parte a favore dell’altra, solo perché non aveva doti particolari e non è mai stata davvero parte della famiglia.
Mary invece sembra ad ogni pagina sempre più lontana da Rose, le due si accorgono di non essere più uguali come una volta, anche i loro gusti sono ormai diversi, alla soglia della mezza età. Tutti i membri della famiglia sembrano alla deriva, l’unico posto di ritrovo è il Dog and Duck, il pub sul Tamigi dove sono tutti insieme, con Len, Milly, Lily, Queenie e il signor Morpurgo, personaggio che fin dal primo volume ha vegliato su questa famiglia da quando Piers è scomparso. Fuori da quella piccola cerchia di amore e comprensione, Rose (e chissà, forse anche Mary) si sente incompresa, bistrattata o fintamente adulata. Ma non sa ancora che qualcosa di bellissimo la sta aspettando.

Devo confessare che questo capitolo conclusivo della trilogia della West mi è sembrato un po’ più lento rispetto agli altri, l’ho trovato meno pieno di eventi ma più denso di ragionamenti, considerazioni e dialoghi. Non c’è più quell’atmosfera un po’ magica che era parte della storia, se non nei ricordi di Rose, ma non lo vedo tanto come una perdita di brio del romanzo quanto come il passaggio definitivo della protagonista (e dei protagonisti) all’età matura. È finita la magia, adesso comincia la realtà.
Con l’eleganza descrittiva che abbiamo già avuto modo di conoscere nei precedenti volumi, Rebecca West ci racconta un cambiamento – non la conclusione di una storia, come potrebbe sembrare – che non è solo temporale (dal primo dopoguerra alla crisi del ’29), ma riguarda soprattutto l’interiorità di tutti i personaggi. Le ragazze smettono di essere bambine, smettono di aggrapparsi l’una all’altra e iniziano a vivere ognuna la propria vita. Questo lo si nota anche nel modo diverso che ha la voce narrante di ricordare il passato o di raccontarlo agli altri, di interpretarlo. Il significato delle cose e degli eventi cambia, man mano che ci si allontana da essi. Una nuova vita, dunque.

Con l’augurio di una buona lettura vi segnalo anche la campagna sconti di Fazi: fino al 5 ottobre c’è uno sconto del 25% su tutto il catalogo, e ci sono moltissimi titoli interessanti, tra cui proprio la saga della famiglia Aubrey!

Titolo: Rosamund
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 12 settembre 2019
Pagine: 422
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Jalna | Mazo de la Roche

Il 4 luglio Fazi ha pubblicato il primo volume di una saga canadese che tra gli anni Venti e Cinquanta ebbe un enorme successo: Jalna di Mazo de la Roche, un’autrice che nonostante la sua fama la portasse oltre il confini nazionali, visse sempre molto appartata diventando una figura misteriosa e controversa. I volumi di questa saga dovrebbero essere sedici (l’autrice li scrisse tra il 1927 e il 1958), quindi prepariamoci a questa storia che ci terrà incollati alle pagine per un bel po’ di tempo. Io nel frattempo ho letto il primo – in anteprima, ma purtroppo non sono riuscita a parlane nel giorno dell’uscita – e ve lo voglio raccontare a grandi linee, perché con le saghe è sempre un po’ difficile trattenersi e riuscire a non disseminare spoiler qua e là. Ci sono tantissimi personaggi, ma per fortuna all’inizio troviamo un albero genealogico che ci aiuta a tenere le fila del discorso.

Siamo negli anni Venti, la famiglia Whiteoak ha origini inglesi trapiantata in Canada verso la fine dell’Ottocento ed è proprietaria di una tenuta che è stata chiamata Jalna, in onore della città indiana dove il capitano Philip Whiteoak diversi anni prima ha conosciuto la sua Adeline Court. Oggi Adeline è alla soglia del suo centesimo compleanno e insieme a figli e nipoti non vede l’ora di festeggiarlo, ma la quiete della famiglia viene quasi sconvolta principalmente dai matrimoni di due dei suoi nipoti: quello di Piers con Pheasant (figlia illegittima di Maurice, vicino di casa che una volta era fidanzato con Meg Whiteoak e che l’ha tradita), e quello di Eden con Alayne, una dolce e indipendente americana che lavora nella casa editrice per cui il ragazzo ha pubblicato le sue poesie. Le due nuore sono molto diverse, ma provocheranno dei turbamenti in tutti i membri della famiglia, anche nel più piccolo, Wakefield, che ha una decina d’anni e ama essere viziato.

Anche in questa, come in altre saghe che ci ha proposto Fazi, la storia gira intorno a una grande casa, un luogo che funge da collante per una famiglia che forse, al suo interno, ha tante crepe. La tenuta si identifica nella famiglia che la abita e, viceversa, la famiglia che la abita si identifica nella tenuta: l’una non potrebbe esistere senza l’altra, i Whiteoak sono l’essenza della propria dimora, un luogo chiuso che difficilmente lascia entrare l’estraneo. In questo caso Pheasant e Alayne vengono accolte, ma non con gioia, la prima presentata a matrimonio già avvenuto, l’altra inizialmente con la convinzione che sia ricca e possa portare qualcosa di buono, poi con sospetto. Ma molto tempo prima la stessa cosa era avvenuta con il secondo matrimonio di Philip Whiteoak (non il capostipite, ma il figlio omonimo) con la governante Mary, madre di quattro dei suoi sei figli.
La grande casa è descritta nel dettaglio soprattutto all’arrivo di Alayne, che la vede «come un frutto maturo nella luce dorata, avvolta in un rosso manto di vite vergine, circondata da prati appena rasati». Nella descrizione di quando Philip e Adelina la fecero costruire sembra di trovarsi in un sogno, con quei muri di mattoni rossi, il grande portico di pietra, i camini che sbuffano verso il cielo. E raramente la narrazione si allontana da Jalna, quando succede si ritorna subito “a casa”.

Non mi piacciono i paragoni, quindi non dirò se questa saga abbia dei punti in comune coi più  famosi Cazalet, anche perché, onestamente, non credo che ce ne siano. I personaggi sono diversissimi fra loro, ognuno con un carattere ben definito e anche forte, sono pratici e poco raffinati, e la dimostrazione di ciò è che Eden, con la sua poesia, e Finch, con la sua passione per la musica, vengono considerati dei fannulloni a differenza degli altri che pensano alla terra, alla gestione della tenuta. Spicca fra tutti Renny, il primo nipote di Adeline, che dovrebbe avere circa trentotto anni ed è stato tacitamente proclamato da tutti capofamiglia perché si occupa di mandare avanti la baracca, di dirimere questioni e placare litigi, e di mettere una buona parola per tutti. È proprio Renny, a mio parere, il personaggio più bello e quello che, almeno in questo primo volume di una storia che dovrebbe raccontarci cento anni della famiglia Whiteoak, scopre più cose su se stesso.
Mazo de la Roche alterna momenti di serietà a una grande ironia, lo stile è fluido, i dialoghi si susseguono velocemente, anche se all’inizio forse si parte in maniera un po’ lenta con le avventure e le monellerie di un piccolo Wakefield alle prese con la sua giornata fatta di compiti, bibite e merende. Ma ci si mette poco a entrare nel vivo della storia. Se questa è solo la premessa, l’introduzione, aspettiamo con ansia il prossimo volume delle vicende dei Whiteoak.

Buona lettura!

Titolo: Jalna
Autore: Mazo de la Roche
Traduttore: Sabina terziani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 4 luglio 2019
Pagine: 382
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi


Mazo de la Roche – È stata una delle più importanti e prolifiche scrittrici del ventesimo secolo, un’icona della letteratura canadese. Cresciuta leggendo Lewis Carroll, che ha plasmato la sua immaginazione, divenne famosa a livello internazionale grazie alla pubblicazione di Jalna nel 1927 e fu la prima donna a vincere il prestigioso Atlantic Monthly Prize, che al tempo ammontava a 10.000 dollari. Ma mentre quasi tutti conoscevano i suoi libri, nessuno sapeva nulla della sua vita privata, che rimase sempre avvolta in un fitto mistero. Con l’aumentare della sua popolarità, aumentava anche il suo desiderio di riservatezza, tanto da farle costruire una figura pubblica fittizia. Visse quasi tutta la vita insieme a Caroline Clement, che ufficialmente aveva adottato come sorella, convivenza che allora era chiamata “Boston marriage”. Insieme adottarono due bambini. Una figura tanto misteriosa e controversa da ispirare un film sulla sua vita, The Mystery of Mazo de la Roche.

L’anno nuovo | Juli Zeh

Parlano a lungo della memoria umana,
della coscienza e si domandano se la realtà
non sia altro che la somma di tutte le storie
che le persone raccontano costantemente a se stesse.

 

Dicono che la mente umana funzioni in maniera misteriosa, che sia un meccanismo incredibilmente perfetto ma che, allo stesso tempo, sia facilmente manipolabile. Alcuni studiosi pensano che i primi ricordi che abbiamo si basino su fotografie e racconti e che, addirittura, sia possibile produrre immagini mentali dal nulla mostrando a persone adulte istantanee di ciò che in realtà non hanno mai vissuto. Creare ricordi falsi, cioè. Però in qualche modo la verità rimane, o dovrebbe rimanere, nascosta in qualche cassettino della nostra mente, non viene eliminata del tutto, e spesso è alla base di comportamenti strani o disturbi mentali di qualche tipo che affliggono l’individuo che ha rimosso o volutamente accantonato gli eventi.

Henning, con la moglie Theresa e i figli Jonas e Bibbi, decide di partire da Gottinga per passare le vacanze di capodanno a Lanzarote, nelle Canarie. Affitta una casetta, si prepara a un cenone di capodanno un po’ fuori dagli schemi (riesce a prenotare solo per il primo turno in un grande albergo, alle 18, e la moglie sembra flirtare tutta la sera con un francese), e programma di fare tanto ciclismo, la sua passione. Del resto su Internet c’è scritto che Lanzarote è l’isola del ciclismo. Così un giorno prende la bicicletta e si avvia verso Femés, un villaggio lì vicino. Solo che a un certo punto, preso dai pensieri e dalla paura che ha degli attacchi di panico – che lui chiama LA COSA – che lo turbano, non si sente bene e si ritrova vicino a una casa che sembra disabitata. Lì per fortuna ci abita Lisa, una donna tedesca che lo soccorre offrendogli da bere, da mangiare e un po’ di riposo. Lisa ama dipingere le pietre, esattamente come faceva la madre di Henning, e in quel momento è sola perché il marito è andato a passare le vacanze in Germania. Mentre chiacchierano, lei decide di fargli vedere quella casa che tanto ama, il posto più bello del mondo, ma all’improvviso Henning ha come un’illuminazione: non è la prima volta che si trova lì, quando ci è già stato? E perché non se lo ricordava?

Questa è la storia che ci racconta Juli Zeh – che ha avuto molto successo di recente con Turbine – nel suo nuovo romanzo, L’anno nuovo, che trovate in libreria da oggi per Fazi editore. È un libro che, confesso, mi ha incuriosito moltissimo perché m’interessano in particolar modo le storie in cui è coinvolta la mente umana. Quello che accade nella nostra testa mi affascina molto perché nonostante pensiamo che il cervello sia una macchina perfetta molto spesso succede qualcosa che sembra inspiegabile.

Henning non vuole logorare la propria famiglia con le sue nevrosi. Vuole essere un uomo che valga la pena amare. Vuole ridere di più, fare battute, relegare a uno spazio minuscolo le piccole catastrofi quotidiane. Vuole abbracciare Theresa più spesso, perdere meno le staffe con i bambini, uscire di più e vedere gli amici. Non può essere così difficile.

Henning è una di quelle persone che apparentemente non hanno alcun problema: ha un’ottima moglie, due figli bellissimi, un lavoro in casa editrice che, seppure per mezza giornata, non gli fa mancare nulla. Però sembra che questi ruoli gli stiano stretti, certe volte vorrebbe non provare tutta quella fatica, litiga con Theresa e sente dei moti di rabbia perfino verso la figlia piccola, Bibbi. È come se tutto il suo mondo si restringesse sempre di più fino a stritolarlo, trema, vorrebbe sparire. E di questi attacchi di panico in un primo momento non parla alla moglie, non ci riesce. È proprio il breve soggiorno nell’isoletta che gli permette – senza che lui se ne renda conto – di scavare dentro se stesso per capire la causa del suo problema. Per ricordare quell’episodio che gli era quasi costato la vita e che per vari motivi il suo cervello aveva accantonato.

Femés [Fonte: Lanzarote retreats]

Da lì parte un lunghissimo flashback in cui veniamo a sapere cosa è successo in quella stessa casa molti anni prima, un ricordo, venuto fuori grazie a un déjà-vu, che fa precipitare il lettore all’interno di un vortice di sensazioni terribili. La penna di Juli Zeh riesce a rendere perfettamente la paura e l’ansia che può provare un bambino che si rende conto di avere addosso il peso di una situazione difficile e la responsabilità di una sorellina di due anni. Ansia e paura aumentano sempre di più, man mano che Henning ricorda, fino a diventare terrore e disperazione che devono per forza sfociare in qualcosa di più grande. Ed è proprio questo che, quando la narrazione torna al momento presente, fa sì che quell’isola così bella e serena da paradiso si trasformi in un attimo in una specie di inferno.

Curiosi?
Buona lettura!

Titolo: L’anno nuovo
Autore: Juli Zeh
Traduttore: Madeira Giacci
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 27 giugno 2019
Pagine: 178
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi

Avviso di chiamata | Delia Ephron

«Da quando hai l’avviso di chiamata?».
«Da mesi».
«Mesi?».
«Ce l’hanno tutti. Non ti sei accorta che quando chiami
qualcuno non trovi mai occupato?
Il segnale di occupato è praticamente obsoleto.
Dio mio, Eve, ma su quale pianeta vivi?».

 

Per quanto mi riguarda il telefono è uno strumento di cui farei volentieri a meno, detesto sentirlo squillare e non mi piace per niente ricevere o fare telefonate. Faccio un’eccezione per i messaggi, che vedo come una forma di comunicazione più rilassata e meno urgente. Immaginate dunque che prova di coraggio sia stato per me leggere un romanzo quasi completamente basato su gente che si telefona di continuo e che, anzi, usa l’avviso di chiamata per interrompere le telefonate altrui. Sì, perché in Avviso di chiamata, il nuovo libro di Delia Ephron che esce oggi per Fazi, la protagonista Eve Mozell passa moltissimo tempo al telefono coi suoi familiari. Lei ha quarantaquattro anni, vive a Los Angeles e si occupa di organizzare eventi; è sposata, ha un figlio adolescente che le dà qualche preoccupazione (ha anche fatto un piccolo incidente) e un padre ricoverato al reparto di psichiatria geriatrica. Lou è ormai anziano, ma quando era giovane era uno sceneggiatore famoso; la testa non gli ha mai funzionato troppo bene, in più beveva, aveva episodi depressivi o voleva sposare ogni donna che gli si avvicinava. Anche per questo la moglie un giorno se n’è andata, lasciando ad occuparsi di lui Eve e le sue sorelle: Georgia, la maggiore, direttrice di una rivista di moda, e Maddy, la più piccola, che è un’attrice ma viene licenziata dalla soap a cui lavora perché è rimasta incinta.

In questa famiglia fuori dagli schemi, Eve trova spesso – ma non sempre – conforto nelle telefonate con le sue sorelle, con cui si sfoga per i problemi che ha a casa, per quelli che le dà il padre (sembra essere lei ad occuparsene sempre, mentre Georgia e Maddy sono più distanti) e anche per il lavoro. In più c’è anche suo padre che quando gli gira alza la cornetta e la chiama, anche più volte di seguito per dirle sempre la stessa cosa.

Dal film “Avviso di chiamata” (Hanging up), Diane Keaton, Meg Ryan e Lisa Kudrow

La materia per questo romanzo Delia Ephron la trova nella sua famiglia: entrambi i suoi genitori erano sceneggiatori e alcolisti (la madre è morta proprio di cirrosi), ha avuto tre sorelle di cui una più brillante di tutte, con cui la competizione è stata forte. Si tratta proprio di Nora Ephron, famosa sceneggiatrice e regista scomparsa nel 2012, con la quale, tra l’altro, ha lavorato a un adattamento cinematografico di questo romanzo (2000), con Diane Keaton, Meg Ryan, Lisa Kudrow e Walter Matthau. Come accade a Delia nella realtà, anche per Eve (e Maddy) è difficile conciliare l’affetto che prova per Georgia come sorella con quel sentimento di rivalità che in gran parte le trasmette il padre, il quale non fa altro che sottolineare quanto la maggiore delle sue figlie sia in gamba, quanto sia all’apice della carriera, quanto sia una donna di successo. Ma l’autrice racconta quello che potrebbe essere spinoso con grande ironia, rendendo il romanzo anche molto divertente.

Tra un flashback e l’altro, in cui conosciamo eventi passati della famiglia Mozell, per capire anche quelli presenti, il ritmo è spesso scandito dall’arrivo di queste telefonate che interrompono la narrazione oppure la accelerano all’improvviso.
Avviso di chiamata è il racconto di relazioni familiari per nulla semplici, ma spesso problematiche: ognuno sembra completamente assorbito dalla sua vita, ma in fin dei conti riesce sempre ad esserci per gli altri. Fra loro c’è sempre il telefono, strumento allo stesso tempo disturbante e confortante: se la maggior parte delle volte rappresenta una sorta di collante fra persone che vivono anche distanti l’una dall’altra, è anche vero che queste telefonate continue fanno spesso perdere il filo dei ragionamenti o dei dialoghi ai personaggi stessi; anzi, è anche il mezzo attraverso cui entrano nella vita di Eve due personaggi, il dottor Kunundar (l’uomo con cui suo figlio ha fatto un incidente) e sua madre, che avranno una funzione importante nella vicenda.

Buona lettura!

Titolo: Avviso di chiamata
Autore: Delia Ephron
Traduttore: Enrica Budetta
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 20 giugno 2019
Pagine: 334
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


Delia Ephron – Romanziera, sceneggiatrice, drammaturga e giornalista americana, è nata a New York nel 1944. È la sorella della più nota Nora Ephron, con la quale ha collaborato a diversi progetti, fra cui il film C’è posta per te. Fazi Editore ha pubblicato Siracusa nel 2018.