In breve: “Allontanarsi” (La saga dei Cazalet vol. 4) di Elizabeth Jane Howard

1497533588404879800727Finalmente sono riuscita a dedicarmi a un libro che aspettavo da tanto tempo, il quarto volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, e come c’era da aspettarsi l’ho divorato. Questa volta ho deciso di parlarne in breve perché si tratta comunque di una saga, non posso ripetere continuamente ciò che vale per tutti i volumi e non posso nemmeno dare dettagli sulla trama perché rischio di fare dei bruttissimi spoiler (la storia va sempre avanti e con essa i personaggi). Comunque, per chi volesse rinfrescarsi la memoria, qui ci sono la PRIMA, la SECONDA e la TERZA parte della storia. Adesso vi parlo un po’ della quarta.

Avevamo lasciato i nostri Cazalet a guerra ormai finita – siamo nel 1945 e c’è stato da poco lo sbarco in Normandia. Adesso li ritroviamo intenti a riorganizzarsi, a riprendere la vita normale che non conducevano da tanto tempo: ci sono, ancora per poco, i razionamenti di cibo, le tessere per il vestiario, e nessuno ha grandissime possibilità economiche. Gli adulti sono invecchiati, i bambini sono diventati ragazzi, le ragazze ormai giovani donne, qualcuno è tornato, qualcun altro non c’è più e la vita continua per tutti. È così che, come dice il titolo, ci si allontana, specialmente i più giovani prendono la loro strada, come Polly che ormai lavora come arredatrice, Clary che sta scrivendo un romanzo o Teddy a cui è stato affidato un impiego all’interno dell’azienda di legnami di famiglia. C’è qualche grande sconvolgimento, ma rientra tutto nell’ordine naturale delle cose: amori che finiscono e amori che nascono, vite che finiscono e vite che nascono.

Quello che però stupisce in questo quarto episodio della saga è il personaggio di Archie Lestrange che è entrato in sordina quasi all’inizio della storia come un vecchio amico di Rupert e adesso è diventato a buon diritto uno dei protagonisti principali, tanto che ci sono interi capitoli dedicati a lui e non appare solo in quelli relativi agli altri. È la spalla su cui piangere di tutta la famiglia Cazalet, un punto fermo, quello che, come figura, si è evoluto di meno nel corso della vicenda perché già all’inizio era quello saggio, intelligente e riflessivo della combriccola. Tutti, grandi e piccoli, si confidano con lui (perfino la Duchessa), gli raccontano i propri segreti coscienti del fatto che è come una botte di ferro. La differenza con le prime tre parti della storia, però, sta nel fatto che adesso Archie non è più una comparsa nelle storie altrui, ma ha preoccupazioni, desideri e sogni tutti suoi che verranno a galla piano piano, con la pacatezza che contraddistingue il suo carattere.

Mi sembra superfluo ribadire che il linguaggio della Howard è delicato, con una chiara impronta femminile e attento ai più piccoli dettagli. Allontanarsi – come il resto della saga di cui fa parte – è un libro facile, scorrevole, ma non per questo banale, anche se sembra che ogni libro sia più bello del precedente, come a creare un crescendo di emozioni che culminerà con l’ultima parte. Sono dell’idea che sia davvero semplice appassionarsi ai Cazalet e a una storia così tipicamente inglese (se vi piace quel genere). Adesso non vedo l’ora che esca il prossimo, ma ci sarà qualche mese da aspettare, mi dicono.
Nel frattempo buona lettura!

Titolo: Allontanarsi
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1996 (2017 questa edizione)
Pagine: 670
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Confusione” (La saga dei Cazalet vol. 3) di Elizabeth Jane Howard

«Ma ci saranno altre cose, vero?» disse Polly,
non avendo idea di quali potessero essere.
«Certo che ci sono. La fine della guerra…
e poi papà che torna a casa, e poi dovremo riadattarci,
perché saremo troppo grandi per farci comandare dagli adulti…
e ci saranno pane bianco e banane
e libri che non sembrano già vecchi quando li compri.
E tu avrai la tua casa, Poll! Pensa a questo»

 

cover-673x1024La prossima volta che dico che le saghe non mi piacciono ricordatemi quanto ho gioito e penato per i Cazalet, per favore. Finito il secondo volume, ho atteso con ansia l’uscita del terzo a metà settembre e adesso finalmente me lo sono potuto leggere con calma (in realtà non troppa perché l’ho proprio divorato in pochi giorni). La storia della famiglia Cazalet non può non trascinare noi lettori in un vero e proprio vortice di emozioni dal quale è parecchio difficile riemergere: ci si fanno grosse risate ma in molti altri punti mi sono perfino ritrovata con i lacrimoni. Per chi non avesse letto nulla di questa saga di Elizabeth Jane Howard, consiglio un breve riassunto della PRIMA PARTE e della SECONDA PARTE. Se sapete di cosa parlo, allora andiamo avanti, anche se nell’introduzione al romanzo si fa il punto della situazione perché – si sa – tra l’uscita di un libro e dell’altro ci si può anche dimenticare di quello che è successo.
Avevamo lasciato la nostra grande e bella famiglia all’attacco di Pearl Harbor, invece Confusione comincia circa un anno dopo, all’indomani della morte di uno dei personaggi, che adesso non vi dico chi è, me nel volume precedente si capiva che sarebbe finita così.

Louise si è sposata con Michael e deve fare i conti con la madre ingombrante di lui, una donna che odia le altre donne e che manovra il figlio a suo piacimento. Ha anche avuto un bambino, ma non sembra gioire della maternità né dare il giusto amore al piccolo Sebastian. La vita matrimoniale non è come se l’era aspettata e Michael non è come si è sempre comportato (giusto per dare un po’ ragione a chi definisce il matrimonio come la tomba dell’amore). Gli adulti – o meglio, coloro che nei volumi precedenti erano adulti – invecchiano, i loro capelli diventano più bianchi ma più o meno hanno sempre le stesse preoccupazioni: il generale perde sempre di più la vista, la povera Rachel deve barcamenarsi tra la famiglia e il suo amore per Sid, Villy bada praticamente a tutti i bambini ancora piccoli, Edward ha combinato grossi pasticci con una delle sue amanti (quella a cui è più affezionato), Hugh gli fa da confidente ma senza appoggiarlo e nel frattempo vede crescere i suoi figli, Zoë ha solo 28 anni ma gliene sono capitate di tutti i colori e si ritrova sola. I ragazzi vanno a scuola, Polly e Clary – sempre più unite – si trasferiscono a Londra e tutti questi ex bambini adesso adulti si trovano catapultati nella società.

Se ognuno di loro sembra andare per la sua strada, c’è un personaggio che, introdotto ne Il tempo dell’attesa, acquista sempre più spessore e che sembra fare da collante: Archie, il vecchio amico di Rupert che è quasi diventato uno di famiglia. Tutti si confidano con lui, c’è chi perfino si è innamorata di lui e glielo confessa, chi lo considera una sorta di padre putativo o un’ancora di salvezza per non naufragare. Tutti attendono la fine della guerra, specialmente Clary, l’unica che non si è mai arresa, che ha sempre mantenuto viva la speranza che Rupert possa tornare e che gli scrive meravigliose lettere/diario, che potrà leggere se tornerà, in cui racconta tutto quello che succede a casa e fuori. Queste lettere sono un vero e proprio colpo al cuore, sono l’espressione di una bambina forte che cresce e va diventando sempre più una donna, di qualcuno dal cuore puro che va contro tutti guidata dall’amore per suo padre.

Uno degli aspetti peggiori del fatto che tu manchi da casa ormai da così tanto tempo – due anni e nove mesi – è che, anche se ti penso spesso, ho costantemente la sensazione di perdere dei ricordi. È come se lentamente tu ti allontanassi e sparissi pian piano dal mio orizzonte. È una cosa che odio. Se è questo che la gente intende quando parla di “superare il dolore”, allora a me non interessa. Io voglio avere di te lo stesso ricordo vivido e completo che avevo quando ha telefonato quel tale per dirci che eri disperso.

La storia si conclude nel maggio del 1945, quando ormai lo sbarco in Normandia c’è stato, quando sono stati scoperti gli orrori dei campi di sterminio – a tal proposito, c’è un personaggio che viene mandato lì a documentare la situazione e poi non regge al dolore visto e immaginato – e la Germania si è arresa incondizionatamente. E quello che noi appassionati dei Cazalet ci aspettavamo da centinaia e centinaia di pagine succede, finalmente succede. Ecco, però non vi dico cos’è, sta a voi scoprirlo, e non andate a curiosare nelle ultime pagine perché vi guastate il piacere del romanzo. Io alla fine, ve lo posso dire, ho pianto moltissimo, anche se mi sono venute in mente tantissime domande soprattutto sulle implicazioni di questo finale così atteso: “e adesso?”. Sì, perché finito Confusione aspetto trepidante il quarto romanzo della saga e, se sono felice di averla letta, in alcuni momenti rimpiango di non averla affrontata una volta pubblicati tutti i romanzi. Aspettare tra una parte e l’altra è snervante! Dovrò distrarmi con qualcos’altro.

Lo stile, in Confusione, cambia un po’ rispetto ai libri precedenti: da una parte è normale che sia così perché molti che erano bambini adesso sono cresciuti, anche se non hanno ancora perso completamente l’innocenza e la purezza di cuore; dall’altra parte, invece, c’è la guerra e in un tale clima nessuno può considerarsi immune al cambiamento di prospettive e di desideri. Ad ogni modo l’eleganza della Howard è sempre una garanzia, soprattutto dove vengono trattati temi importanti come l’omosessualità, l’adulterio e la morte.
Non so dirvi se ciò dipenda dal mio entusiasmo, ma questo mi è sembrato il più appassionante dei tre volumi letti fino ad ora. Il primo l’ho visto più come una premessa, una presentazione dei personaggi, mentre dal secondo la vicenda ha cominciato a diventare più seria e dinamica e adesso la Howard ci tiene proprio incollati alle pagine. A dispetto della mole del libro, bisogna dire che ci si impiega pochissimo a leggerlo.

Non avete ancora cominciato questa saga? E che cosa state aspettando?
Buona lettura!

Titolo: Confusione
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1993 (2016 questa edizione)
Pagine: 528
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Il tempo dell’attesa” (La saga dei Cazalet vol. 2) di Elizabeth Jane Howard

«Ho capito cosa vuoi dire. È una specie di trappola.
Uno non dice le cose alle persone a cui vuole bene.
Invece io penso che più vuoi bene a qualcuno, più dovresti dirgli tutto,
anche le cose brutte. Credo che dirsi le cose sia il più grande gesto d’amore».
Mise il braccio intorno a Polly.
«Non devi mai più portare da sola un peso simile. Promettilo!».

 

tempo-attesa-ligt-240x366In uno dei post precedenti vi avevo detto quanto mi ero appassionata al primo volume della saga dei Cazalet della Howard e, ora che sono andata avanti col secondo, non posso fare altro che confermare e ribadire quanto avevo affermato. Sono davvero contenta di essermi tuffata nella storia di questa grande famiglia squisitamente inglese tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta (almeno fino ad ora), e probabilmente ho capito che le saghe in fondo mi piacciono perché mi permettono di tenermi stretti più a lungo determinati personaggi.
Nel primo volume avevamo lasciato i nostri Cazalet con la sicurezza che l’Inghilterra non sarebbe entrata in guerra, ma adesso le cose sono un po’ cambiate e gli uomini vengono chiamati alle armi, specialmente Edward e Rupert (perché il loro fratello Hugh ha già perso una mano nella guerra precedente). La famiglia deve arrangiarsi come può: le case di Londra, dove abitano tutti inverno, vengono chiuse e si trasferiscono tutti nella grande Home Place, la casa di campagna, servitù e istitutrice comprese. Le donne stanno in casa ma cercano di rendersi utili, c’è chi cuce vestiti, chi presta servizio in una sorta di ospedale approntato da quelle parti e chi deve fare i conti con uno stato fisico non ottimale. Louise, la figlia maggiore di Edward, sta inseguendo la sua grande passione per il teatro, studia recitazione ed entra in una piccola compagnia di attori a Londra, cosa che le fa anche conoscere il mondo con le sue meraviglie e il suo squallore.

E adesso Louise camminava a passi cauti nel buio fitto intorno alla casa, superava il campo da tennis e varcava il piccolo cancello del recinto dell’orto. Faceva un gran freddo e c’era una nebbiolina che creava un senso di sospensione perfetto per un’avventura. Lui aveva una voce meravigliosa, anche quando bisbigliava. La incantava. Era così bello avere qualcuno tutto per sé, qualcuno che l’amava tanto! Cominciava a capire cosa ci fosse di tanto bello nell’amore.

Questo romanzo mi è sembrato più dinamico del precedente, ci sono più avvenimenti importanti e molti personaggi crescono notevolmente. Se devo essere sincera, ho adorato fin da subito Polly e Clary, due ragazzine che qui ho proprio amato alla follia. Sono in un’età in cui cominciano a vedere le cose brutte della vita, ma la loro innocenza permette loro di affrontarle con tenacia, speranza e profondità che dopo un po’ di anni si perde.
Molti dei capitoli sono dedicati esclusivamente ad un personaggio di volta in volta diverso, altri invece sono fatti di spezzoni relativi alla famiglia in generale. Una delle storie che più mi ha appassionato è quella di Louise, una ragazza di circa diciotto anni che in realtà non mi fa impazzire, ma che credo sia nel periodo più interessante della sua vita e in un momento storico parecchio importante. Conosce l’amore, forse, conosce i bombardamenti, conosce un padre che le dedica un po’ troppe attenzioni e col quale teme di trovarsi da sola, conosce la menzogna e il tradimento, e tante altre cose di cui si rende conto ora che sta diventando un’adulta a tutti gli effetti.

Di questo libro ho deciso di non dire troppo perché, trattandosi di una saga, posso solo parlare dell’evoluzione di personaggi e trama, ma per quanto riguarda lo stile e il linguaggio di Elizabeth Jane Howard siamo sempre lì: eleganza, temi importanti trattati in modo soave (non leggero, perché si potrebbe confondere con banale) e grande capacità di far immedesimare il lettore. Dopo Il tempo dell’attesa, comincia il mio personale tempo dell’attesa… del terzo volume, che non vedo proprio l’ora di leggere. Sì, i libri sono abbastanza corposi, potreste obiettare, ma vedrete che ne vale la pena.

Buona lettura!

Titolo: Il tempo dell’attesa
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1991 (2016 questa edizione)
Pagine: 640
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Da “Il tempo dell’attesa” (La saga dei Cazalet vol. 2) di Elizabeth Jane Howard

«Il fatto è che mi sento inutile». E senza alcun preavviso le spuntò una lacrima. «Voglio dire, so che quello che provo non conta perché c’è la guerra e via dicendo, però io queste cose le provo lo stesso. Proprio non capisco che cosa ci sto a fare qua. Mi sento come se dovessi guardare in faccia il senso della vita, ma sono anche consapevole che farlo può essere molto pericoloso…».
«In che senso pericoloso?».
«Come se dopo non ci fosse ritorno. Come se facendolo vedrei qualcosa che non potrei più dimenticare. Voglio dire…», aggiunse cercando di apparire noncurante, «e se non ci fosse alcun senso?».
«A che ti riferisci esattamente?».
«Metti che niente avesse importanza? Che la guerra non fosse significativa, perché noi non siamo che minuscole cose che per puro caso si muovono e provano sentimenti?».
«Cose fatte da Dio, vuoi dire?».
«No! Nemmeno questo. Fatte da nessuno. Lo vedi? Ora ci sto pensando, e non voglio!».
«Be’», disse Clary, spezzando un dente del pettine che si stava passando fra i capelli. «Questo non è possibile perché noi proviamo dei sentimenti. Mi presti la tua crema? Grazie. Se tu fossi solo un giocattolo ingegnoso, non proveresti la sensazione che essere tale sia orribile. Credimi, i sentimenti possono essere molto brutti, ma non puoi dire che non sono niente. Che ti piaccia o no, tu puoi pensare, provare emozioni e scegliere, e lo fai continuamente».

[Il tempo dell’attesa, La saga dei Cazalet vol.2,
Elizabeth Jane Howard, 1991
trad. Manuela Francescon, Fazi 2016]

“Gli anni della leggerezza” (La saga dei Cazalet vol. 1) di Elizabeth Jane Howard

«Di certo non volere la guerra è un desiderio giusto.
E allora, se le preghiere funzionano,
perché Dio permette che ci siano le guerre?»

 

anni-leggerezza_cazalet1-light-673x1024Negli ultimi tempi i miei ritmi di lettura hanno subito un notevole rallentamento e lo potete vedere anche dalla distanza che passa su questo blog tra un post e l’altro. Non è tanto l’estate – anche se devo confessare che tra mare e sole mi sento abbastanza stanca – quanto il fatto che per ora ci sono le olimpiadi e non riesco a stare più di tanto senza guardare incontri e gare alla tv. Sì, sono anche una grande appassionata di sport. Poi in questi giorni ho un’ospite in casa e quindi mi metto a fare altro (mi sono data alla decorazione di barattoli di vetro, sto imparando a dipingerci sopra coi colori adatti), ma non è finita qui: mi sono impegnata nella lettura di alcuni libri che… No, non ve lo dico perché mantengo il silenzio stampa, ma ve ne parlerò.
Ad ogni modo, pur non amando le saghe, perché non mi piace attaccarmi troppo ad uno stesso autore e stare lì ad aspettare con trepidazione che esca il nuovo volume, mi sono lanciata alla scoperta di una storia familiare inglese che mi ha preso molto: sto parlando della famiglia Cazalet, creata da Elizabeth Jane Howard e suddivisa in (credo) cinque volumi di cui due sono già stati pubblicati in Italia da Fazi e il terzo sta per uscire i primi di settembre.

In quello che ho letto io, Gli anni della leggerezza, c’è quella che potremmo definire l’introduzione di tutta la saga. La Howard, autrice britannica scomparsa due anni fa che non conoscevo ma di cui mi sono innamorata già da subito – consideriamolo un colpo di fulmine, ma per me è molto facile con gli inglesi – ci racconta la storia dei Cazalet, una tipica famiglia benestante inglese, numerosa ma quanto basta, servitù compresa, nel periodo tra il 1937 e il ’38. È importante tenere sempre a portata di mano l’albero genealogico che si trova nelle prime pagine, perché specialmente all’inizio ci si può perdere in questo marasma di nonni, figli, nipotini, bambinaie, cuoche, aiuto cuoche e personaggi vari con cui ancora non abbiamo grande familiarità. Non so se avete mai visto la serie britannica Downton Abbey, ma se la conoscete, ecco, questo libro me la ricorda molto.

albero genealogico

I Cazalet sono proprietari di un’industria di legnami che rende molto bene, ma della famiglia vi lavorano solo William (il padre) e i due figli maggiori (Hugh ed Edward). Rachel è nubile e Rupert, invece, è un artista, uno spirito più libero. In questa famiglia, apparentemente unita e forte, ci sono tanti segreti e tanti non detti, come ad esempio l’omosessualità di Rachel, innamorata, in maniera però molto casta, della sua migliore amica Sid, mezza ebrea; le varie scappatelle di Edward alle spalle della moglie Viola; le strane attenzioni dello stesso Edward per la figlia maggiore Louise nel pieno dell’adolescenza; l’amore mai dimenticato di Rupert per la prima moglie Isobel, morta dando alla luce il loro secondo figlio; gli strani comportamenti di Zoe, la seconda moglie di Rupert, frivola e parecchio confusa su ciò che vuole davvero. Per non parlare dell’universo dei bambini, l’ultima generazione Cazalet, divisi tra i più grandi e i più piccoli, con le loro gioie e i loro dolori.

Storicamente, lo abbiamo detto, siamo nel periodo tra il ’37 e il ’38, e i nostri personaggi si trovano quasi a ridosso della Seconda Guerra Mondiale. Le notizie arrivano loro tramite la radio o le loro conoscenze, ma noi ci sentiamo quasi nel loro salotto mentre discutono o fuori, tra gli alberi, quando Rachel confessa le sue paure a Sid e Polly, nascosta su un ramo, sente quel che ai bambini gli adulti preferiscono non dire. È un periodo in cui l’Inghilterra non sa se verrà coinvolta in questa guerra, in cui Hitler viene visto come un povero pazzo che sta cercando di combinare danni in Europa. I Cazalet hanno paura di una nuova guerra (già Hugh, anni prima, ha perso una mano) e dei bombardamenti, così li troviamo tutti impegnati a procurarsi le maschere antigas.
Elizabeth Jane Howard, con la sua scrittura elegante, contrappone i discorsi seri degli adulti a quelli spesso più frivoli dei ragazzini e dei bambini, alcuni dei quali stanno crescendo e cominciano a capire come va la vita. Nello specifico Polly, la figlia maggiore di Hugh, che nello stesso tempo è molto informata su quello che succede nel mondo ma che si preoccupa principalmente di trovare una maschera antigas piccola che vada bene per il suo gatto.
La storia si conclude con la notizia che Chamberlain ha comunicato che l’Inghilterra non sta per entrare in guerra, e siamo alla fine dell’estate del 1938.

La Duchessa apparteneva a un sesso e a una generazione la cui opinione non era richiesta se non per malattie infantili e faccende casalinghe, ma questo non voleva dire che non avesse preoccupazioni più serie: semplicemente, queste facevano parte del vasto repertorio di argomenti di cui non si parlava e men che meno si discuteva tra donne, e non perché, come nel caso delle funzioni corporee, fosse sconveniente, ma perché era del tutto inutile che le donne s’interrogassero sulla politica e sulle vicende del genere umano. Le donne sapevano che il mondo era governato dagli uomini, che il potere lo avevano loro e che, dal potere corrotti, alla minima provocazione mettevano mano alle armi per averne di più, mentre le donne erano costrette a patire le peggiori ingiustizie.

La saga dei Cazalet è quindi inserita in una cornice storia molto chiara ma parla anche di rapporti di coppia, vita familiare, legami tra genitori e figli o tra matrigne e figliastri, di ricchezza e povertà e di tanto altro. La Howard ci fa vivere un pezzo di storia europea e mondiale attraverso gli occhi di una grande famiglia inglese, dandoci la possibilità di adottare tantissimi punti di vista, tutti diversi tra loro per l’età e il sesso dei personaggi. È una storia a cui ci si appassiona facilmente e io, per quanto mi riguarda, non vedo l’ora di recuperare il secondo volume in attesa poi del terzo (anche se mi piacerebbe leggere tutto di questa autrice). Se amate le saghe, ma anche se non le amate, vi consiglio vivamente questo romanzo. Buona lettura!

Titolo: Gli anni della leggerezza
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1990 (2015 questa edizione)
Pagine: 606
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Elizabeth Jane Howard – Figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina del balletto russo, ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie subite dal padre. Donna bellissima e inquieta, ha vissuto al centro della vita culturale londinese della seconda metà del Novecento e ha avuto una vita privata burrascosa, costellata di una schiera di amanti e mariti, fra i quali lo scrittore Kingsley Amis. Da sempre amata dal pubblico, solo di recente Howard ha ricevuto il plauso della critica. Scrittrice prolifica, è autrice di quindici romanzi. La saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo, con un milione di copie vendute. Nel 2014 Fazi Editore ha pubblicato il suo romanzo Il lungo sguardo. Di prossima pubblicazione anche i cinque volumi della saga dei Cazalet.

“Io sono Kurt” di Paolo Restuccia

Abbiamo vent’anni solo per ricordarli quando ne avremo quaranta.

 

12898332_10207992008909464_7703647607778975725_oAndrea Brighi è un popolare dj sulla quarantina e uno dei proprietari del famoso Blue Flash di Roma, insieme alla moglie Rita e al fratello di lei, Tiziano, che gli ha affidato dei soldi da depositare in un conto in Svizzera. Ma, durante il tragitto, Andrea decide di deviare verso la pensione Ghega a Trieste facendo sì che tutto il suo passato riaffiori e quasi lo catturi. Vent’anni prima infatti, lui era Kurt, un giovane dj che lavorava per Diavolo Biondo (Stefano Zanchi) a Radio Punto Nord e spesso faceva serate in discoteca tra donne, alcool e droghe. Zanchi gli ha rubato dieci milioni di vecchie lire e Andrea vorrebbe trovarlo per farseli restituire, ma si trova invischiato in un giro di delinquenti, prostitute e strani personaggi che lo terranno bloccato in quella pensione ad ore in cui da ragazzo alloggiava.

La cosa particolare di Io sono Kurt è il continuo alternarsi di presente e passato: i numerosi flashback non solo stridono con ciò che vive adesso il protagonista, ma allo stesso tempo sembrano anche essere una copia più squallida e invecchiata di quello che ha fatto in gioventù. Nadia, la ragazzina ribelle che lo seduce e lo catapulta nei suoi affari loschi, ricorda tanto Anna, la studentessa di matematica di cui era innamorato vent’anni prima, una ragazza molto strana e dalla dubbia moralità. Il cognato Tiziano e Diavolo Biondo sono entrambi uomini che non si fanno problemi quando si tratta di guadagnare soldi, e in effetti sono diventati molto ricchi, anche se hanno due personalità molto diverse. Il soggiorno alla pensione Ghega serve ad Andrea Brighi a rivedere il suo passato, forse per capirlo davvero doveva tornare vent’anni dopo nello stesso luogo in cui tutto era iniziato.

Andrea da ragazzo aveva scelto come nome d’arte Kurt, ma più che uno pseudonimo questo era per lui una parte della sua personalità, una persona diversa da Andrea Brighi, più trasgressiva e spensierata di lui. E a quarant’anni, al suo ritorno a Trieste, Kurt, messo da parte per tanto tempo, viene fuori di nuovo e cerca quasi di prendere il sopravvento sull’uomo più pacato e adulto. Quando c’è Andrea non c’è Kurt, e quando c’è Kurt non c’è Andrea.

I capitoli, molto brevi, sono scanditi dalla musica: è impossibile leggere questo libro senza percepire questa sorta di colonna sonora che ci accompagna per circa 270 pagine (potete trovare le canzoni del libro su questa pagina o cercare la playlist “Io sono Kurt” del profilo fazieditore su Spotify). Anche l’evoluzione della musica è un aspetto molto importante di questo romanzo, le canzoni che Kurt passava alla radio o sceglieva per le serate, per la maggior parte, oggi sembrano obsolete, dimenticate, vecchie esattamente come un quarantenne che giochi a fare il ragazzino e tenti disperatamente di sentirsi giovane. Ovviamente non vale per tutte le canzoni citate da Paolo Restuccia, perché ci sono anche dei veri capolavori. Quello che mi ha lasciato davvero un segno perché ha un valore quasi profetico nell’ambito della storia è Perfect day di Lou Reed, con la frase che resta in mente ad Andrea e che si ripete alla fine della canzone:

You’re going to reap just what you sow.
(Raccoglierai solo ciò che hai seminato)

Io sono Kurt di Paolo Restuccia è un romanzo uscito il 17 marzo per Fazi, che fa parte della collana Darkside di cui vi ho parlato nel post di qualche giorno fa. In effetti, può essere considerato un noir un po’ particolare più per le atmosfere che per gli eventi: lo squallore della pensione Ghega, la sporcizia del luogo e di molti personaggi, la trasgressione e la disillusione del protagonista hanno sulla nostra immaginazione un effetto molto più potente del furto della borsa coi soldi di Tiziano o del rapimento di uno strano individuo da parte di Nadia e dei suoi scagnozzi.
Buona lettura!

Titolo: Io sono Kurt
Autore: Paolo Restuccia
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 17 marzo 2016
Pagine: 272
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


Paolo Restuccia – È il regista del noto programma satirico di Radio2 Il ruggito del coniglio, in cui è amichevolmente definito “The genius”. Lavora alla Rai dal 1987: dal 1991 al 1993, ha condotto 3131 e, come regista, autore e conduttore, ha preso parte a diversi programmi radiofonici, tra i qualiDentro la sera, A che punto è la notte, Luna permettendo, Buono Domenico, Permesso di soggiorno, Coniglio Relax. Insieme a Enrico Valenzi, è il fondatore della Scuola di scrittura Omero di Roma, la prima aperta in Italia, attiva dal 1988. Ha pubblicato il manuale La palestra dello scrittore, le parole e la forma (Omero, 2010) e il romanzo La strategia del tango (Gaffi, 2014).

 

“Il sesto giorno” di Rosanna Rubino

La legge della sopravvivenza,
l’unica che Ronnie conosceva.

 

921327_10207948538902741_5211008236516278220_oRecentemente l’editore Fazi ha presentato Darkside, una nuova collana dedicata alle varie sfumature del giallo – dal noir al thriller, dal crime alla mistery fiction – e che mira ad investigare la natura controversa dell’uomo senza filtri né censure. Io ho letto due dei romanzi appena pubblicati, del primo parliamo oggi, dell’altro più avanti. Il sesto giorno di Rosanna Rubino è la storia di Ronnie Rosso, un trentacinquenne nigerino fuggito dalla sua terra e arrivato in Italia su un barcone a dodici anni. Ronnie, nella casa famiglia dove ha abitato per un po’ di tempo, si è appassionato ai linguaggi di programmazione e, una volta adulto, ha creato una piattaforma web di audio sharing, Talentik, che oggi è uno dei siti più visitati dopo Facebook, Youtube e Google. Nel giro di sei giorni, Talentik verrà quotato in borsa, rendendo Ronnie uno degli uomini più ricchi del pianeta, ma nel frattempo il protagonista incontrerà Ragazzo, un aspirante giornalista a cui racconterà la sua vera storia e a cui affiderà il segreto che si porta dentro da diversi anni.

Ronnie non dimentica mai il suo passato, soprattutto Anna, la donna italiana che quando era piccolo faceva la volontaria nel suo villaggio e che è stata uccisa in Niger durante un’operazione di pulizia etnica. Anna gli raccontava sempre che a Milano aveva una figlia, Mirjam, e quando lui è fuggito ha portato con sé la foto della bambina, più piccola di lui di pochi anni. Oggi vuole trovarla, come per chiudere il cerchio, per raccontarle di sua madre e di quello che aveva fatto per lui. Le due donne, madre e figlia, sembrano essere l’unica cosa importante per Ronnie, dal momento che solo loro tre vengono indicati nel romanzo col loro nome proprio, mentre tutti gli altri sono qualificati dal loro lavoro o da qualche caratteristica particolare: Ragazzo, Giornalista, Avvocato, Cameriera, Guardia del corpo. Questo è uno degli elementi che mi hanno colpito di più, insieme al modo che ha l’autrice di indagare nell’animo di Ronnie e di svelare i suoi segreti tramite l’intervista che l’uomo decide di rilasciare a Ragazzo (di cui alla fine si saprà il nome, quasi come se il giovane fosse diventato importante per Ronnie).

«La prima cosa da fare, se vuoi capirci qualcosa di un uomo, è scoprire che bambino è stato», disse Ronnie. «Conosci i segreti del bambino e avrai l’adulto in pugno».

Questo è quello che dice Ronnie a Ragazzo quando gli racconta la sua storia, una storia che non si trova su alcun sito internet né in alcun giornale, perché non è mai stata condivisa con nessuno. Ragazzo ha l’esclusiva e la possibilità di diventare famoso molto rapidamente per essere il primo a diffondere certe verità.
Ronnie è un uomo freddo e forte, che nella vita ha imparato che i soldi sono la cosa più importante, che se non ce li hai non puoi vivere bene; ma il suo vissuto personale gli ha insegnato pure che, anche se perdesse tutto, potrebbe comunque ricominciare da zero: lo ha già fatto una volta, può rifarlo. In un’Italia che va verso la recessione, in una Milano in cui le proteste infuriano per le strade, Ronnie vuole mantenersi distaccato ma qualcosa lo turba così tanto da non lasciarlo dormire un attimo per cinque giorni. Ma per quanto sia freddo, mostra un reale interessamento per Mirjam, probabilmente per devozione nei confronti della madre, e per Ragazzo (che non se la passa proprio benissimo): è come se in qualche modo sentisse il bisogno di fare qualcosa per loro ma temesse di farlo.

Rosanna Rubino indaga nell’animo di Ronnie con uno stile e un linguaggio che contribuiscono anche a creare l’atmosfera cupa del noir e dei dialoghi rapidi che ne accelerano il ritmo. L’impressione è quella di trovarsi in una città grigia, polverosa e caotica, ma di stare in una bolla silenziosa insieme al protagonista che psicologicamente è sempre distante da tutto e tutti.
Il romanzo è diviso in cinque capitoli più un epilogo, in cui seguiamo le giornate di Ronnie con le indicazioni degli orari: la sua corsa mattutina, le sue conversazioni con Voce (la sua assistente personale), il suo Avvocato che gli porta rancore da tempo, la sua ricerca di Mirjam e i suoi racconti in prima persona per l’intervista a Ragazzo.

Ho trovato Il sesto giorno un romanzo molto interessante, la voglia di scoprire che cosa sarebbe successo alla fine del quinto giorno, praticamente, ha fatto sì che divorassi questo libro.
Buona lettura!

Titolo: Il sesto giorno
Autore: Rosanna Rubino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 17 marzo 2016
Pagine: 256
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


Rosanna Rubino – Nata a Napoli, vive a Milano. Architetto, specialista in marketing e comunicazione, consulente nel settore real estate, ha collaborato con il Politecnico di Milano, la Comunità Europea e l’Istituto Europeo di Design. Ha esordito nel 2013 con il romanzo Tony Tormenta (Fanucci), ottenendo un grande successo di critica. È mamma di Sophie, una bimba di sei anni.