Avviso di chiamata | Delia Ephron

«Da quando hai l’avviso di chiamata?».
«Da mesi».
«Mesi?».
«Ce l’hanno tutti. Non ti sei accorta che quando chiami
qualcuno non trovi mai occupato?
Il segnale di occupato è praticamente obsoleto.
Dio mio, Eve, ma su quale pianeta vivi?».

 

Per quanto mi riguarda il telefono è uno strumento di cui farei volentieri a meno, detesto sentirlo squillare e non mi piace per niente ricevere o fare telefonate. Faccio un’eccezione per i messaggi, che vedo come una forma di comunicazione più rilassata e meno urgente. Immaginate dunque che prova di coraggio sia stato per me leggere un romanzo quasi completamente basato su gente che si telefona di continuo e che, anzi, usa l’avviso di chiamata per interrompere le telefonate altrui. Sì, perché in Avviso di chiamata, il nuovo libro di Delia Ephron che esce oggi per Fazi, la protagonista Eve Mozell passa moltissimo tempo al telefono coi suoi familiari. Lei ha quarantaquattro anni, vive a Los Angeles e si occupa di organizzare eventi; è sposata, ha un figlio adolescente che le dà qualche preoccupazione (ha anche fatto un piccolo incidente) e un padre ricoverato al reparto di psichiatria geriatrica. Lou è ormai anziano, ma quando era giovane era uno sceneggiatore famoso; la testa non gli ha mai funzionato troppo bene, in più beveva, aveva episodi depressivi o voleva sposare ogni donna che gli si avvicinava. Anche per questo la moglie un giorno se n’è andata, lasciando ad occuparsi di lui Eve e le sue sorelle: Georgia, la maggiore, direttrice di una rivista di moda, e Maddy, la più piccola, che è un’attrice ma viene licenziata dalla soap a cui lavora perché è rimasta incinta.

In questa famiglia fuori dagli schemi, Eve trova spesso – ma non sempre – conforto nelle telefonate con le sue sorelle, con cui si sfoga per i problemi che ha a casa, per quelli che le dà il padre (sembra essere lei ad occuparsene sempre, mentre Georgia e Maddy sono più distanti) e anche per il lavoro. In più c’è anche suo padre che quando gli gira alza la cornetta e la chiama, anche più volte di seguito per dirle sempre la stessa cosa.

Dal film “Avviso di chiamata” (Hanging up), Diane Keaton, Meg Ryan e Lisa Kudrow

La materia per questo romanzo Delia Ephron la trova nella sua famiglia: entrambi i suoi genitori erano sceneggiatori e alcolisti (la madre è morta proprio di cirrosi), ha avuto tre sorelle di cui una più brillante di tutte, con cui la competizione è stata forte. Si tratta proprio di Nora Ephron, famosa sceneggiatrice e regista scomparsa nel 2012, con la quale, tra l’altro, ha lavorato a un adattamento cinematografico di questo romanzo (2000), con Diane Keaton, Meg Ryan, Lisa Kudrow e Walter Matthau. Come accade a Delia nella realtà, anche per Eve (e Maddy) è difficile conciliare l’affetto che prova per Georgia come sorella con quel sentimento di rivalità che in gran parte le trasmette il padre, il quale non fa altro che sottolineare quanto la maggiore delle sue figlie sia in gamba, quanto sia all’apice della carriera, quanto sia una donna di successo. Ma l’autrice racconta quello che potrebbe essere spinoso con grande ironia, rendendo il romanzo anche molto divertente.

Tra un flashback e l’altro, in cui conosciamo eventi passati della famiglia Mozell, per capire anche quelli presenti, il ritmo è spesso scandito dall’arrivo di queste telefonate che interrompono la narrazione oppure la accelerano all’improvviso.
Avviso di chiamata è il racconto di relazioni familiari per nulla semplici, ma spesso problematiche: ognuno sembra completamente assorbito dalla sua vita, ma in fin dei conti riesce sempre ad esserci per gli altri. Fra loro c’è sempre il telefono, strumento allo stesso tempo disturbante e confortante: se la maggior parte delle volte rappresenta una sorta di collante fra persone che vivono anche distanti l’una dall’altra, è anche vero che queste telefonate continue fanno spesso perdere il filo dei ragionamenti o dei dialoghi ai personaggi stessi; anzi, è anche il mezzo attraverso cui entrano nella vita di Eve due personaggi, il dottor Kunundar (l’uomo con cui suo figlio ha fatto un incidente) e sua madre, che avranno una funzione importante nella vicenda.

Buona lettura!

Titolo: Avviso di chiamata
Autore: Delia Ephron
Traduttore: Enrica Budetta
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 20 giugno 2019
Pagine: 334
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


Delia Ephron – Romanziera, sceneggiatrice, drammaturga e giornalista americana, è nata a New York nel 1944. È la sorella della più nota Nora Ephron, con la quale ha collaborato a diversi progetti, fra cui il film C’è posta per te. Fazi Editore ha pubblicato Siracusa nel 2018.

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Elizabeth Jane Howard. Un’innocenza pericolosa | Artemis Cooper

Non poteva liberarsi della sensazione
che stare da sola fosse la prova di un fallimento,
della propria incapacità di far funzionare un rapporto d’amore,
indipendentemente da quanto spesso ci provasse.

 

Più volte ho ammesso di essere una grande fan di Elizabeth Jane Howard e soprattutto della sua fortunatissima saga dei Cazalet e per questo motivo, dopo molto tempo, ho deciso di leggere la biografia dell’autrice a cura di Artemis Cooper che Fazi ha pubblicato qualche anno fa e che ho ricevuto in regalo nello scorso Secret Santa organizzato da un gruppo di lettura che seguo. Quando uno scrittore ti piace così tanto è interessante conoscerlo meglio, capire come è arrivato a scrivere quello a cui ti sei appassionato, capire quanto c’è di quell’autore nei suoi personaggi, nelle sue storie e nella sua produzione in generale. È esattamente questo, infatti, che è accaduto leggendo Un’innocenza pericolosa, il racconto delle vicende personali di Jane Howard: ho scoperto ad esempio che le tre primogenite dei Cazalet, Louise, Polly e Clary sono tre sfaccettature della personalità dell’autrice: quella più libera e artistica, quella più legata alla casa e agli affetti, e la scrittrice sognatrice; ho scoperto che Viola Cazalet è Kit Somervell, la madre di Jane, ex ballerina che abbandona il sogno di una vita a favore del matrimonio e della famiglia; ho scoperto che Edward Cazalet è David, il padre di Jane, così confuso dalla figlia che cresce da arrivare a metterle le mani addosso. Ma non solo la saga, una parte di lei è anche in Cressy di All’ombra di Julius, anche gli altri romanzi sono basati molto sull’esperienza personale della Howard, su tutto quello che le è accaduto durante la sua lunga vita.

È stata una donna che emanava fascino ovunque andasse, gli uomini si innamoravano di lei al primo sguardo, intorno a lei gravitavano personalità di rilievo nell’ambito della cultura, poteva avere tutto ciò che voleva, eppure ha vissuto una vita all’insegna dell’infelicità. Si è sposata tre volte, l’ultima delle quali con Kingsley Amis (Martin, il suo figliastro è diventato ciò che è oggi proprio grazie a lei che si è interessata alla sua istruzione, e lo scrive in un articolo sul Mail on Sunday dopo la sua morte), ha avuto altre relazioni anche con uomini sposati che non l’hanno mai messa in cima alle loro priorità, non ha mai incontrato qualcuno che accettasse ogni parte di lei o che almeno, a lungo andare non se ne stancasse. È stata perfino vittima, ormai anziana, di un matto che l’ha sedotta facendole credere di essere tutt’altra persona. E nonostante tutti i problemi che ha avuto nei rapporti con i familiari e nelle relazioni amorose, stupisce quanto invece nei libri riesca ad essere lucida e a descrivere in maniera perfetta certe dinamiche sentimentali: di certo aveva una sensibilità spiccata, ma di fatto forse era più brava nella teoria che nella pratica.

Quando ho cominciato a fare le ricerche per questo libro, c’era sempre una domanda che continuavo a pormi: una donna che scrive così bene dell’amore e dell’inganno, e che nei propri romanzi coglie con tanta lucidità le motivazioni dei personaggi, come può commettere tanti errori nella sua vita personale? Adesso capisco che questa domanda metteva il carro davanti ai buoi. Era il suo vivere con questa estrema intensità emotiva; il suo buttarsi a capofitto nelle situazioni senza valutarne i rischi; il suo non riuscire a controllare la propria immaginazione impulsiva: tutto ciò faceva di Jane la romanziera che era.

Elizabeth Jane Howard è morta nel 2014, ma ci ha lasciato moltissimi romanzi, alcuni dei quali abbiamo letto, altri invece li scopriremo piano piano (mi è giunta voce che stiano lavorando a una sua nuova traduzione, io devo ancora recuperare Il lungo sguardo). Una cosa sicura è che è stata sottovalutata per molto tempo, la cosa più semplice che accada a una come lei è essere scambiata per “la donna che scrive romanzi da donne” quando invece si tratta di una persona che ha un particolare talento per l’introspezione e, invece di scrivere romanzi che abbiano la Storia al centro di tutto, si dedica a scrivere libri in cui al centro ci sono delle persone e il modo in cui reagiscono alla Storia e al cambiamento. Era una donna che voleva un giardino curato e una casa sempre piena di ospiti, non voleva stare da sola, perché forse, nonostante fosse una donna alta, imponente e un personaggio culturalmente importante, non è mai riuscita a sentirsi così forte da non appoggiarsi a nessuno, da non sentire il bisogno di essere amata per esistere.

Questi sono solo alcuni dei motivi per approfondire una figura così importante e affascinante, e il libro non appare affatto come un mucchio di testimonianze e appunti affastellati uno sull’altro, ma sembra proprio il romanzo della vita di Jane Howard. Se poi avete già letto qualcosa di suo, oltre ai suoi libri inizierete ad amare anche lei.
Buona lettura!

Titolo: Elizabeth Jane Howard. Un’innocenza pericolosa
Autore: Artemis Cooper
Traduttore: Franca Di Muzio e Nazzareno Mataldi
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 457
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi


Artemis Cooper – È autrice di diversi libri, fra cui Cairo in the War, 1939-1945, Writing at the Kitchen Table: The Authorized Bio- graphy of Elizabeth David e, più di recente, Patrick Leigh Fermor: An Adventure. Con il marito, Antony Beevor, ha scritto Paris After the Liberation, 1944-1949. Ha curato due raccolte di lettere oltre a Words of Mercury, un’antologia dell’opera di Patrick Leigh Fermor; e, con Colin Thubron, ha curato The Broken Road, volume conclusivo della trilogia europea di Fermor.

Il guardiano della collina dei ciliegi | Franco Faggiani

Solo chi chiude tutti i conti con il passato
può riuscire a guardare oltre l’orizzonte
e a perdonare se stesso.

 

Shizo Kanakuri era un ragazzo giapponese nato a Tamana nel 1891. Aveva solo 21 anni quando nel 1912 venne convocato dal suo Paese per partecipare alle olimpiadi di Stoccolma. Era la prima volta che il Giappone portava qualche atleta, e infatti ne portava solo due. Shizo avrebbe partecipato alla maratona, che si sarebbe tenuta il 14 luglio. All’epoca i collegamenti non erano semplici come oggi: Kanakuri partì il 16 maggio in treno da Shinbashi per Tsuruga; da qui si imbarcò per Vladivostok, dove prese la Transiberiana per Mosca; dopo 18 giorni di viaggio, il 2 giugno, arrivò a Stoccolma. Il giorno della gara, il 14 luglio, la temperatura era così alta (circa 32 gradi) che un concorrente perse addirittura la vita, dato che a causa del regolamento non si poteva nemmeno fermare per un ristoro. Shizo non era abituato a tutto quel caldo, e a circa 30 km di percorso (dei 40,2 totali), spossato, vide da lontano una persona in un giardino che gli faceva cenno di avvicinarsi; pensò che, essendo buona la sua posizione, non avrebbe perso molto tempo se fosse andato a bere un po’ d’acqua. Quello spettatore gli offrì un po’ di succo di lampone – secondo altre fonti era succo d’arancia, ma non è importante – lui si sedette un attimo e da quel momento non si seppe più dove fosse finito il maratoneta giapponese. La polizia lo cercò per molto tempo, addirittura in Svezia fu dato per disperso.

Nella realtà Shizo Kanakuri si addormentò sulla poltrona nel giardino dell’uomo che gli aveva offerto ristoro, sparì dalla circolazione per un po’, di sicuro per il disonore (perfino l’imperatore aveva puntato tanto su di lui per dar lustro al Paese), e riapparve qualche anno dopo, quando gareggiò alle olimpiadi del ’20 e del ’24, dove, rispettivamente, arrivò sedicesimo e non classificato (per ritiro). Molti anni dopo un giornalista s’interessò alla storia del maratoneta scomparso, che però era ricomparso, e, dopo essersi fatto raccontare cosa accadde quel 14 luglio, decise, in occasione dei cinquant’anni dei giochi olimpici (quindi nel 1967) di invitarlo a Stoccolma in modo da fargli completare la gara del 1912, riprendendo da dove si era fermato: Kanakuri registrò così il tempo assurdo e incredibile di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi. Nonostante ciò, è considerato il padre della maratona giapponese.

Se questa è la storia reale, Franco Faggiani, nel suo nuovo romanzo che esce proprio oggi per Fazi, Il guardiano della collina dei ciliegi, vola con la fantasia e immagina che la vita di Shizo Kanakuri sia stata diversa e, per certi versi, più interessante e allo stesso tempo riservata. Faggiani ci racconta che il ragazzo, inizialmente confuso anche lui su cosa gli fosse accaduto dopo essersi dissetato, si vergognò così tanto per la delusione data al padre, all’imperatore e a tutto il Giappone, che intraprese un percorso di espiazione prima entrando nella Legione Straniera, dove cambia nome, e poi finendo di nuovo nel suo Paese, ma in un posto dimenticato da tutti. Arriva così in un paesino, dove conosce delle persone che si affezionano a lui e lo assumono come guardiano della collina dei ciliegi, praticamente un bosco di meravigliosi yamazakura, dei quali lui si dovrà prendere cura. Sarà lì che trascorrerà un’enorme parte della sua vita, nascosto e lontano da tutto e da tutti.
La natura offrirà a Shizo moltissimi insegnamenti e soprattutto gli darà moltissimo tempo per riflettere, ma la sua esistenza non sarà fatta solo di serenità, dimenticanza e gioie.

Faggiani, che non conoscevo perché non ho letto La manutenzione dei sensi uscito l’anno scorso sempre per Fazi, è molto abile nella descrizione dei luoghi e allo stesso tempo di fondere atmosfere fisiche e stati d’animo dei personaggi, specialmente del protagonista. Per gran parte della narrazione sembra quasi di trovarsi sulla collina, nella sua piccola dimora o tra quei ciliegi così speciali che sembrano diventare dei giganti buoni, delle divinità da venerare con costanza.

È un ciliegio selvatico delle montagne. Il più resistente al freddo e alla siccità. E anche il più longevo. Il suo tronco può diventare maestoso e salire nel cielo fino a trenta metri; anche lassù in primavera sbocciano i suoi fiori bianchi dai petali di neve. Lo yamazakura, signore, è il gran sacerdote degli alberi.

È tra questi alberi che avviene la vera crescita di Shizo Kanakuri, la sua maturazione spirituale che gli permette di ritrovare se stesso e andare oltre ciò che considera il suo peccato più grande, quello per cui è convinto di dover essere punito. Ma l’isolamento – anche se finalizzato a una redenzione – può diventare una prigione? Può trasformarsi in una punizione? È anche questa la riflessione che il lettore fa, ancor prima che arrivi a farla il protagonista, e che può trasformare nella nostra mente quel luogo di pace in qualcosa da cui bisogna in qualche modo prendere le distanze. In fondo, il cambiamento è alla base della vita di ogni essere umano, ciò che non cambia mai può diventare una condanna all’immobilità.

Fioritura dei ciliegi in Giappone (Fonte: siviaggia.it)

In questo romanzo Faggiani, per l’ambientazione e i personaggi, si avvicina molto a quello stile narrativo giapponese, molto delicato, che fa sembrare sempre tutto leggero, come se la vicenda fosse ambientata in un sogno, che non ha, insomma, quell’esigenza più occidentale di addentrarsi nel pantano dei sentimenti forti e sguazzarci dentro. Ovviamente non del tutto, perché l’autore non fa parte della tradizione letteraria orientale, ma il tentativo è forte e risulta credibile.
Sempre per quanto riguarda l’ambientazione, Faggiani afferma non solo di aver studiato luoghi, abitudini, persone e tradizioni del Giappone e della Svezia, ma di essere stato anche fisicamente a Stoccolma e aver avuto la possibilità di visitare lo stadio olimpico, che oggi è molto simile a com’era nel 1912 – fu inaugurato un mese prima dell’inizio dei Giochi. Sono certa che respirare quell’atmosfera sia stato importante per immedesimarsi in Kanakuri.
Infine, uno spazio importante viene dato alla corsa e al suo significato secondo i giapponesi. Non va considerata solo come una pratica sportiva o un’abitudine salutare, ma in Giappone sembra sia una vera e propria filosofia di vita, qualcosa che permette di rivelare l’essenza dell’essere umano. Di questo ci si accorge soprattutto leggendo la prima parte del romanzo, quella in cui si raccontano i duri allenamenti di Shizo anche (ma non solo) in vista della partecipazione alle olimpiadi: si ha quasi l’impressione che non siano volti a temprare il corpo del ragazzo, ma la sua mente.

Buona lettura!

Titolo: Il guardiano della collina dei ciliegi
Autore: Franco Faggiani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2 maggio 2019
Pagine: 232
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Franco Faggiani vive a Milano e fa il giornalista. Ha lavorato come reporter nelle aree più calde del mondo. Ha scritto manuali sportivi, guide, biografie, ma da sempre alterna alla scrittura lunghe e solitarie esplorazioni in montagna. Con il romanzo La manutenzione dei sensi (Fazi 2018), già tradotto in Olanda, vincitore del Premio Parco Majella, del Premio letterario Città delle Fiaccole e finalista al Premio Cortina 2018 e al premio Wondy 2019, ha ottenuto un grande successo di critica e di pubblico.

È tempo di ricominciare (Figlie di una nuova era vol. 2) | Carmen Korn

Rudi aveva trascritto su un foglio
una poesia di Mascha Kaléko per Ruth (…)

La notte
Che genera la paura
Contiene anche
Le stelle
E la
Luna.

Se vi ricordate, qualche mese fa vi avevo parlato di una saga tedesca che mi aveva letteralmente fatta innamorare, iniziata con Figlie di una nuova era, un romanzo ambientato ad Amburgo tra gli anni successivi alla prima guerra mondiale e la fine della seconda. Le quattro protagoniste, Henny, Käthe, Ida e Lina, così diverse tra loro, si trovano tutte a vivere un periodo storico particolarmente difficile che va dalla ripresa dopo il primo conflitto mondiale fino al crollo di quella tranquillità temporaneamente recuperata che sfocia nello scoppio della seconda guerra. Il primo volume si concludeva proprio nel dicembre del 1948, in una Amburgo devastata in cui i nostri protagonisti stavano metaforicamente rovistando tra le macerie per recuperare ciò che la guerra aveva tolto loro. Qualcuno, come Käthe e sua madre Anna, era stato deportato, qualcun altro si trova lontano in Russia, altri cercano di dar vita a nuove attività per risollevare le proprie sorti e quelle del Paese. Ma il colpo di scena più grande era stato proprio quando Henny ha visto Käthe di sfuggita sul tram e ha capito che forse era riuscita a tornare a casa.

E in effetti, in È tempo di ricominciare, secondo volume della trilogia di Carmen Korn che trovate in libreria da oggi, Henny passerà molto tempo a cercare la sua amica che, però, è sicura che a denunciare lei e sua madre alla Gestapo per aver ospitato in casa un fuggiasco sia stato Ernst Lühr, il secondo marito di Henny, con cui crede che lei sia ancora sposata. Henny in realtà lo ha lasciato ed è finalmente riuscita ad avvicinarsi all’uomo di cui è stata innamorata fin dall’inizio, il dottor Theo Unger. Lina e Louise sono impegnate con la libreria Landmann (chiamata così in onore di Kurt, il loro amico tanto amato da tutti) che sembra andare molto bene perché in un momento di rinascita la gente è propensa a comprare libri e a rifugiarsi nel mondo della cultura; su questa libreria investono tanto, perché rappresenta un simbolo materiale di rinascita. Ida aveva avuto una figlia con il cinese Tian, l’uomo che amava e per cui aveva lasciato suo marito, ma forse il loro amore si nutriva della disperazione e delle avversità, o forse le mancano gli agi a cui Campmann (che nel frattempo si compiace di essere caduto in piedi) l’aveva abituata; si annoia in questa nuova dimensione coniugale, ma vede crescere Florentine, che diventa una bellissima ragazza dai tratti esotici.

Quanto sarebbero piaciute a Kurt Landmann tutte quelle novità.

In questo romanzo, sorprendente continuazione del primo della saga, la Korn ci racconta la vita dei suoi personaggi dal marzo del 1949 al novembre del ’69 (all’inizio, per fortuna, c’è una sorta di riassunto delle vicende di ogni personaggio, per rinfrescarci la memoria). Vent’anni, dunque, in cui accade di tutto, vent’anni di eventi storici e cambiamenti importanti a cui tutti devono abituarsi: i progressi tecnologici, come l’arrivo della televisione nelle case di tante persone, o l’uso dei frigoriferi; i miglioramenti in campo medico, come la diffusione della pillola anticoncezionale o diversi tipi di interventi (tra i protagonisti ci sono ostetriche e ginecologi); l’uomo che sbarca sulla Luna e l’evento trasmesso in TV; l’omosessualità che è un reato ma diventa qualcosa a tutti si abituano sempre di più; ci sono perfino i Beatles alle prime armi che fanno concerti nei piccoli locali, o il Festival di Sanremo. Insomma, i tempi cambiano e con essi cambiano anche le persone.
Le protagoniste, che erano figlie e madri, le ritroviamo madri e perfino nonne. Assistiamo dunque a un cambio generazionale che porta con sé tante novità e un nuovo modo di condurre le proprie vite.

L’autrice tocca vari argomenti anche importanti, e come aveva fatto anche in precedenza, continua a raccontarci un’unica storia cambiando sempre il punto di vista, facendocela vedere attraverso gli occhi di un personaggio di volta in volta diverso. Ognuno di questi cerca in qualche modo di tornare alla vita, ma non per tutti il percorso è lo stesso. Per qualcuno è più semplice, anche grazie agli affetti di cui si circonda; per qualcun altro ci vuole più tempo, dati i traumi troppo grandi; per altri, invece, non sembra esserci redenzione, via d’uscita, come Ernst Lühr, che non smetterà mai di abbracciare gli ideali nazisti e rimarrà solo, abbandonato da tutti, perfino dal figlio Klaus che ha praticamente ripudiato a causa della sua omosessualità (a riprova del fatto che si raccoglie ciò che si è seminato). Il desiderio di tutti è quello di ritrovare la serenità che da lungo tempo manca, però, purtroppo, nessuno di loro si sentirà mai al sicuro: anche quando le cose sembrano andare per il verso giusto si avverte comunque quella preoccupazione, quel timore che la prossima sciagura sia dietro l’angolo. E storicamente, lo sappiamo, ci saranno ancora diversi problemi, ma la Korn ci racconterà nel prossimo volume di questa bellissima saga come Henny, Käthe, Ida, Lina e tutti gli altri affronteranno ciò che li aspetta.

Ma certo che era felice, lo era ogni volta che faceva un bilancio della sua vita. Forse aveva solo paura che tutto questo le venisse strappato di nuovo.

Buona lettura!

Titolo: È tempo di ricominciare
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 8 aprile 2019
Pagine: 564
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

I provinciali | Jonathan Dee

Erano tutti ancora vivi.
Erano ancora le stesse, brutte persone che erano sempre state.
Avrebbero dimenticato quei momenti,
perché la gente fa così, dimentica quello che prova.
Tutti ridiventano animali.
Tutti ridiventano selvaggi.

 

Mark Firth si trova a New York perché ha affidato i suoi soldi a un truffatore ed è stato contattato da un avvocato che ha promesso di farglieli riavere, se non tutti almeno in parte. L’avvocato però non c’è, perché poche ore prima si sono verificati gli attacchi terroristici dell’11 settembre ed è rimasto, spaventato, con la famiglia. Dopo una strana notte in compagnia di un altro che come lui ha visto sparire tutti i suoi soldi, Mark decide di tornare a casa, nella cittadina di Howland, dove tra l’altro hanno anche organizzato una veglia per lui, a causa della preoccupazione per quel concittadino che si trovava per caso vicino al luogo del disastro. A casa lo attendono la figlia Haley e la moglie Karen che, dopo che il marito ha perso tutti quei soldi, si mette a lavorare per aumentare le entrate.
Howland è una piccola comunità dove tutti si conoscono fra loro. Gran parte dell’economia gira intorno ai miliardari che vengono da fuori e che si sono comprati – o fatti costruire là – la casa estiva dove passare qualche weekend o tutta la stagione calda. Ricconi che pur essendo un’enorme fonte di reddito per tutti, sono detestati dalla popolazione di questo paese così piccolo che addirittura non c’è nemmeno una stazione di polizia, ma solo un agente, Constable, che deve pensare a tutto.
Un giorno però arriva Philip Hadi, un ex gestore di hedge fund, magnate di Wall Street, che lì si era fatto costruire una casa (enorme, ma sobria, non eccessiva) per le vacanze qualche anno prima. Il fatto è che adesso ci è venuto a vivere in pianta stabile perché – qualcuno ha riferito a qualcun altro che qualcuno gli ha detto che – ha saputo da fonti attendibili che ci saranno altri attacchi a New York e lui se n’è andato per mettersi al sicuro. Così decide di far installare ulteriori impianti  di sicurezza da Mark, che si occupa di costruzioni e lavori di questo genere.
La vita scorre tranquilla, l’amministrazione di Howland è disastrosa come sempre, ma un giorno Hadi decide di fare il grande passo e candidarsi come primo consigliere (il sindaco). Rinuncia allo stipendio, finanzia attività sull’orlo del fallimento, aiuta economicamente altri che non ce la fanno, si occupa della sicurezza della cittadina sempre a sue spese e molte cose sembrano andare meglio.

Fino a quando non entrano in gioco i sospetti. Il fratello di Mark, Gerry, gestisce un blog in cui si lamenta – sotto pseudonimo – della politica del suo paesino, e gli viene mente che sì, molte questioni di soldi sono state risolte, ma non sarà mica che Hadi si sta comprando la fedeltà dei cittadini? Per Mark è fuori discussione, ha sempre visto Hadi come un esempio da seguire, un uomo saggio, sobrio, un leader che tra l’altro lo ha anche ispirato a lasciar perdere tutte le sue piccole attività e a ingrandirsi. Il malcontento si estende a macchia d’olio e bisognerà risolvere anche questa situazione.

E c’era qualcos’altro, in Hadi, una noncuranza, un anticarisma, che paradossalmente lo attraeva. Questi erano gli uomini che controllavano il mondo. Non gliene fregava niente di quello che la gente pensava di loro. Forse era proprio questo, almeno in parte, a distinguere Mark da uomini come Hadi: sapeva di non possedere la loro spietatezza, ma forse la risposta era ancora più semplice, forse dava troppa importanza all’idea di dover piacere a tutti.

I provinciali è un romanzo di Jonathan Dee pubblicato da Fazi che trovate da oggi nelle librerie. I provinciali sono i personaggi di questa storia, abituati alla monotonia della loro piccola comunità, che vanno in tilt appena l’elemento di novità, Hadi, irrompe nella loro quotidianità. È davvero una via d’uscita dai loro problemi o rappresenta un rischio, un pericolo? Ognuno di loro reagisce in maniera diversa a questa situazione, sono tutti insoddisfatti e arrabbiati ma in modi diversi e per motivi diversi. In un gioco di cambi repentini di punti di vista, Dee salta da un personaggio all’altro come se ci fosse un riflettore che di volta in volta illuminasse ogni singolo “provinciale”. Barrett è arrabbiato perché trova solo piccoli ingaggi e deve richiedere di continuo il sussidio di disoccupazione, Gerry perché per lui tutto va malissimo, Candace (altra sorella dei Firth) perché è stata declassata da vicepreside a insegnante di scienze (poi Hadi la fa assumere come bibliotecaria), il padre dei Firth perché sua moglie ha la demenza senile e lo sta facendo impazzire, Karen perché suo marito è irresponsabile e credulone e vede tutto nero. Howland sembra dunque essere una metafora dell’America tutta, dove arriva un uomo ricchissimo che dice di avere la soluzione a tutto, che non ha bisogno di rubare soldi a nessuno perché ne ha già tanti di suo, che sembra andare avanti con il consenso di tutti. Vi fa pensare a qualcosa?

Questo di Dee è un romanzo che mi è sembrato molto intelligente tra le altre cose, come ho già detto, proprio per il fatto di zoomare di volta in volta su una questione (o su un tipo umano) diversa, ma confesso che in partenza ho avuto l’impressione che fosse un po’ lento. C’è un capitolo 0, prima che inizi la storia di cui vi ho parlato su, narrato in prima persona da quel personaggio che, essendo stato truffato come Mark, si ritrova con lui nello studio legale per incontrare gli avvocati che promettono di fargli riavere i soldi che ha perso. Narrazione diversa, stile diverso, più tagliente, più “cattivo”, oserei dire. In un primo momento, finito il capitolo zero, ti chiedi perché sia stato inserito, a parte il motivo ovvio, e cioè che spiega perché Mark sia a New York e in quale momento storico. Io l’ho visto anche come l’introduzione del personaggio di Mark, un giovane americano belloccio, in forma, di una piccola cittadina, uomo retto e perbene (a tratti mi ha ricordato lo Svedese di Roth, se me la lasciate passare) ma soprattutto credulone e fiducioso, per niente sospettoso e che non si rende neanche conto che nella sua stessa famiglia ci sono grossi contrasti e piccole ribellioni (anche la figlia Haley inizia a diventare battagliera).

Jonathan Dee, che è stato finalista al premio Pulitzer nel 2011, alterna toni seri ad altri più ironici che servono a smorzare la tensione. La vicenda è fittizia ma fa riflettere parecchio su come in fondo giri tutto intorno al denaro, anche nei piccoli centri (che in realtà rappresentano tutti i luoghi e nessun luogo).

Buona lettura!

Titolo: I provinciali
Autore: Jonathan Dee
Traduttore: Stefano Bortolussi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: (2017) 4 aprile 2019
Pagine: 440
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi


Jonathan Dee – Insegna scrittura alla Columbia University e alla New School, collabora con il «New York Times Magazine» e «Harper’s» ed è stato editor della «Paris Review». Ha scritto sette romanzi fra cui I privilegiati, finalista al Pulitzer 2011. I provinciali è il suo ultimo libro.

Nel cuore della notte (La famiglia Aubrey, vol. 2) | Rebecca West

Eppure che altro c’è di utile al mondo oltre all’amore?

 

Da oggi potete trovare in libreria Nel cuore della notte, il secondo volume della trilogia inglese di Rebecca West iniziata l’anno scorso con La famiglia Aubrey, pubblicata da Fazi con una traduzione di Francesca Frigerio. Per rinfescarci la memoria (ma potete anche leggere il post linkato) diciamo che al centro della vicenda c’è una famiglia di artisti con qualche problema finanziario: Piers è uno scrittore che spende più soldi di quanti ne abbia, Clare è un’ex pianista di fama che ormai non fa più concerti, Cordelia è la figlia maggiore che s’impunta nello studio del violino, le gemelle Mary e Rose studiano pianoforte con la madre e il più piccolo, Richard Quin è sempre coccolato. Alla fine del primo volume, abbiamo lasciato madre e figli che risolvono la mancanza di soldi con la vendita di quadri di valore (il cui valore, però, Clare aveva nascosto a Piers preoccupandosi che lui potesse buttar via anche quelli) e che affrontano l’improvvisa sparizione del padre. Cordelia purtroppo ha ricevuto una brutta delusione col violino, le è stato detto che è priva di talento, ed è questa sua mancanza di talento che la fa apparire così diversa e distante da tutto il resto della famiglia. Le gemelle hanno ricevuto delle borse di studio per intraprendere una carriera da pianiste e Richard Quin sta cercando di capire quale sia il suo strumento o, in una visione più ampia, la sua strada nel mondo.

Nel cuore della notte si svolge pochi anni dopo. Sugli Aubrey veglia adesso il signor Morpurgo, un uomo facoltoso che ha sempre ammirato Piers, lo ha aiutato e gli ha offerto sempre la sua amicizia incondizionatamente e ora, dopo la sua scomparsa, si prende cura della sua famiglia. La storia è narrata ancora una volta in prima persona da Rose, che insieme a Mary studia pianoforte con maestri più importanti e ha iniziato anche a fare qualche concerto, cosa che permette a tutti di avere qualche piccola entrata in più. Cordelia sembra essersi ripresa dalla delusione che ha fatto sì che la sua carriera venisse praticamente stroncata sul nascere, ma è indecisa su cosa fare, se diventare assistente di un commerciante d’arte, o se rassegnarsi ad essere una ragazza carina come tante altre che può aspirare solo a un buon matrimonio, senza realizzarsi in altri modi. Richard Quin è diventato un ragazzino assennato e furbo che conosce il mondo e tanta gente importante e sa farsi amare da tutti, decide di andare a Oxford a studiare e chissà se potrà riuscirci. Infine, la cugina Rosamund, ragazza molto carina e dolce, amata da tutti, ha trovato quella che (a ragione, all’interno di questo romanzo) chiama “la sua musica”, dato che sembra sia priva di talento musicale: è diventata un’infermiera, per il bisogno di aiutare gli altri.

E, da quello che ho appreso, sembra che la trilogia degli Aubrey, nell’idea di base di Rebecca West, dovesse essere dedicata proprio a Rosamund, mentre nei fatti al centro della storia c’è Rose, che narra le vicende della sua famiglia una cinquantina d’anni dopo i fatti, quando è ormai già adulta, attraverso il filtro dei suoi pensieri e dei suoi giudizi, spesso molto feroci e spietati, soprattutto nei confronti di Cordelia. Anche in questo romanzo, pubblicato trent’anni dopo il primo, si avverte il forte contrasto tra la famiglia protagonista e gli altri personaggi, tutti inseriti nell’epoca di fine Ottocento, inizio Novecento. Rose è adolescente, ma si rende conto che gli altri vivono in maniera diversa da loro, che si vestono, parlano in modo diverso, che la loro casa non ha niente a che vedere con quelle degli altri. E che anche le loro visioni del futuro sono differenti: le altre ragazze pensano a trovare un buon partito e sposarsi, loro devono riuscire in qualcosa, devono costruirsi un avvenire, nello specifico lei e Mary vogliono essere ottime pianiste e guadagnare dei soldi con i concerti (anche se ogni tanto lei stessa ha qualche segno di cedimento, come può capitare a tutti). Il punto è, però, che per Rose non sono gli Aubrey ad essere svantaggiati o inferiori al resto – almeno – della popolazione di Londra: sono gli altri, in quanto privi di talento, a doversi affannare in occupazioni o pensieri così banali. Non hanno il dono dell’amore per la musica, l’arte che li eleva culturalmente e spiritualmente al di sopra di tutto e tutti. Ed è questo che rende Nel cuore della notte, tra le altre cose, un romanzo femminista, e che fa pensare che Rose sia il personaggio che si fa portavoce del pensiero della sua autrice, Rebecca West.

Cordelia, invece, tutto questo lo ha sempre sofferto e lo soffre ancora, e per questo motivo si attira tutte le critiche di Rose e del resto della famiglia, a parte Clare che è un po’ più morbida nei suoi confronti, come se sapesse qualcosa che i suoi figli non sanno. La madre è il personaggio che, forse, più di tutti soffre la scomparsa e la mancanza di Piers, che pur non essendoci fisicamente rimane sempre nelle vite di tutti come un fantasma che li osserva senza essere visto. Fino alla fine Clare non smette di amarlo e pensare a lui.

Uno stacco importante, una svolta si avverte con l’arrivo della guerra, nel 1914, quando ancora non si capisce se l’Inghilterra parteciperà al conflitto e poi, invece, inizia a mietere tante vittime. La tranquillità, l’apparente atmosfera di serenità, musica, gioia per le piccole cose (lavarsi i capelli e mangiare tutti insieme le castagne davanti al camino), viene improvvisamente turbata e questo rappresenta un cambiamento irreversibile che forse collega questo romanzo all’ultimo volume della trilogia. Gli Aubrey però sono una famiglia forte, che ha saputo dimostrare in più occasioni di far fronte alle avversità e sono sicura che ne vedremo delle belle.
Rebecca West racconta attraverso il linguaggio di un’adolescente molto matura per la sua età una storia fuori dalle righe, atipica, forse, rispetto all’epoca in cui è ambientata. È la storia di una famiglia unita che, legata dall’amore per l’arte e per la musica passa attraverso diverse difficoltà e non riesce mai ad uscirne indenne, ma non per questo ne viene indebolita. E poi c’è anche quel tocco di magia che pervade ogni pagina del libro, la presenza di Piers che aleggia su tutti, gli spiriti maligni che Clare e le figlie sono riuscite a scacciare da casa di Rosamund e Constance e quello che accade alla stessa Clare (e io assolutamente non ve lo dico!).

Insomma, misteri, affetti, legami, difficoltà, in questo libro, apparentemente più lento ma di sicuro più drammatico del precedente, ci troviamo tantissimo. Buona lettura!

Titolo: Nel cuore della notte
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 gennaio 2019
Pagine: 404
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Foschia | Anna Luisa Pignatelli

«Perché i buoni non vincono mai?»,
le chiesi una sera, reagendo così a quella perenne mancanza di speranza,
mentre il vento s’accaniva contro il tetto di Lupaia.
«La vita sta dalla parte dei malvagi».

 

Tre anni fa, esattamente a fine gennaio 2016, Fazi ha pubblicato Ruggine, un romanzo di una bellezza così struggente che non sono riuscita a dimenticare. Leggendo molti libri è inevitabile che la memoria perda qualche dettaglio o che addirittura non ci si ricordi più nulla di qualcosa che, forse, non ci ha poi colpito troppo. Io Ruggine me lo ricordo alla perfezione, mi ricordo di quella vecchina nel suo paesino toscano che col suo gatto Ferro viveva una vita di resistenza nei confronti di chi lì non ce la voleva. Tutto merito dell’autrice, Anna Luisa Pignatelli, che aveva saputo creare e raccontare una storia in modo così originale.
Qualche tempo fa ho saputo che la Pignatelli sarebbe tornata in libreria dal 24 gennaio con un nuovo romanzo, Foschia, che ho avuto la possibilità di leggere nei primi giorni di questo nuovo anno. È stato il mio primo libro letto nel 2019, praticamente divorato in due giorni perché, come prevedevo, l’autrice si è riconfermata una grande penna. Anche se non vi ho trovato quella grande malinconia di fondo che avevo riscontrato nell’opera precedente (che forse era data dal fatto che la protagonista fosse una donnina anziana e sola), la storia di Marta – personaggio più giovane e dal carattere più libero – probabilmente è ancora più forte, anche per i temi trattati.

Marta è una donna sulla trentina, fa l’attrice di teatro e vive in America. È malata e ci dice quasi da subito che la sua infanzia e la sua adolescenza sono state difficili, e che suo padre le ha fatto qualcosa che l’ha spinta a fuggire, così inizia a raccontare la sua storia dall’inizio. Da piccola ha vissuto col padre Lapo – la cui madre, dopo aver perso un figlio e il marito, è tornata in America, sua terra natale – la madre Teresa e il fratello Antonio a Lupaia, un podere nelle campagne toscane che la famiglia Neri considerava quasi un luogo magico. Lapo è un importante critico d’arte, fisicamente bello, aitante e dotato di grande carisma e fascino, mentre Teresa è uno spirito libero, una donna anticonformista, sensibile e fortemente connessa con la natura. I genitori si sono sempre fatti chiamare per nome dai figli, mai mamma e papà. Teresa spesso viene ricoverata in manicomio, fino a quando non si toglie la vita, cosa che viene considerata da Marta come un atto di viltà, ma solo in un primo momento, perché da adulta molte cose le saranno più chiare.

Ghismonda (Bernardino Mei)

Marta ammira questo padre così colto, che la coinvolge nel suo amore per l’arte (le fa conoscere la Ghismonda di Bernardino Mei, a cui lei somiglia molto e che ha una sua importanza all’interno del libro) e che spesso giustifica in tanti dei suoi comportamenti. È bello, Lapo, e quando lei è nel fiore della sua adolescenza nasce una sorte di attrazione molto particolare e pericolosa. Quando lui si risposa con Dora, una donna molto ricca che colleziona opere d’arte e che era già presente nella loro vita da prima che Teresa morisse, Marta e Antonio, dopo la vendita di Lupaia, devono trasferirsi a casa della matrigna, Torre al Salto, un posto molto grande, austero ma in cui non si sentirà mai a casa. Grazie anche alla figlia di Dora, Clotilde.

Volevo essere libera e al contempo avevo la sensazione angosciosa di brancolare in una densa foschia, senza una visione concreta della vita, incapace di riconoscere la mia strada.
Una foschia che era soprattutto in me, che ottenebrava la mia giovinezza, in cerca di ideali e di verità, e ne vanificava l’audacia.

La ragazza, che narra la storia in prima persona, vive in una specie di gabbia dorata in cui apparentemente non le manca nulla. Lì, però, niente è suo, si sente estranea all’ambiente e alle persone che lo abitano, si sente in trappola e nutre per anni il desiderio di scappare, cosa che alla fine, come si evince dal fatto che ormai vive in America, riesce a fare.
La vita di Marta è avvolta dalla foschia come la campagna toscana: ci sono tanti segreti intorno a lei, si rende conto che le vengono taciute tante verità ma soprattutto che il tempo che passa le permette di capire e interpretare diversamente tanti eventi. Teresa era davvero pazza? Era colpa del gene della follia presente nella sua famiglia, o le è accaduto qualcosa che alla fine l’ha spezzata definitivamente? Lapo è davvero un critico d’arte così onesto o guadagna facendo perizie false? Chi è realmente? È così ambiguo che a volte lei stessa non riesce a capire se è un padre amorevole o uno che pensa solo ad essere il più bravo, il vincente, il migliore.
Di certo c’è che, grazie al personaggio di Lapo, la Pignatelli inserisce nel romanzo la sua passione per l’arte. Io che non sono troppo ferrata mi sono divertita molto a cercare in rete le opere citate quando Marta le scopre sui libri o quando il padre la porta per monasteri o musei a scoprirle.

E restando in tema di personaggi, ce n’è uno meraviglioso. Marta è sola, ha un fratello perso nei fatti suoi e indolente, un padre impegnato a primeggiare, una madre che si arrende, una matrigna e una sorellastra che la disprezzano e una nonna americana che quasi non se ne cura nemmeno; ed è per questo motivo che tutta la luce della storia si concentra su Gesuina, una donna che a Lupaia si occupava delle faccende domestiche e accudiva Teresa e che ora non può andare oltre il cancello di Torre al Salto. Gesuina sembra quasi un angelo custode per Marta, riappare nei suoi momenti più importanti, quasi a farle sentire un po’ di calore quando ne ha più bisogno. E, manco a dirlo, sono i momenti in cui mi sono commossa di più.

Foschia è una storia di legami familiari, della loro importanza e della misura in cui possano arrivare ad essere complicati. Cosa può provocare il dolore quando ti viene inflitto per tanto tempo? Ce lo racconta Marta.

Titolo: Foschia
Autore: Anna Luisa Pignatelli
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 24 gennaio 2019
Pagine: 200
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi

 

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