Briciole | La stranezza che ho nella testa / Zero K / Gatti molto speciali / Fedeltà

Torno a lasciarvi qualche altra briciola, qualche spunto letterario su libri che per motivi diversi mi è stato impossibile recensire meglio. Ma vi spiegherò meglio caso per caso.

La stranezza che ho nella testa è un libro dell’autore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura 2006. È stato scelto qualche tempo fa come lettura all’interno del gruppo Facebook LeggoNobel, creato e gestito da Elena Tamborrino e da me, con lo scopo di recuperare insieme gli scrittori insigniti del Nobel e le loro opere. Non avendo mai letto niente di questo autore, non so dirvi se si sia trattato di una scelta infelice o se sia proprio Pamuk a non essere nelle mie corde, fatto sta che questo romanzo del 2014, pubblicato in Italia da Einaudi l’anno successivo, mi è risultato prolisso e noioso in diversi punti. Il protagonista è il giovane Mevlut che al matrimonio di suo cugino vede una ragazza bellissima, che scopre essere una delle sorelle della sposa, e s’innamora così tanto che chiede al fratello dello sposo il suo nome e si fa aiutare a mandarle lettere d’amore mentre è lontano a svolgere il servizio militare. Una volta tornato decide di rapire la ragazza e portarla con sé per sposarla, ma una volta con lei si accorge che i suoi occhi non sono quelli di cui si era innamorato. In lei comunque troverà un’ottima moglie e una splendida madre per le figlie. Chi lo ha ingannato molti anni prima? Perché? Si è trattato realmente di un inganno o un errore casuale? È quello che Pamuk ci racconta in un numero di pagine – a mio parere – eccessivamente superiore al dovuto. In molti passi è difficile addirittura rimanere concentrati perché si rischia di perdere il filo della storia. Nota molto positiva è il fatto che la narrazione è affidata a più voci, ognuna delle quali racconta le vicende (insieme a pensieri, preoccupazioni, paure) dal proprio punto di vista. Per il resto, nonostante la scoperta di tradizioni e usi della Turchia, purtroppo non sono riuscita ad amare questo Nobel.
DETTAGLI: La stranezza che ho nella testa, Orhan Pamuk, trad. Barbara La Rosa Salim, Romanzo, Letteratura turca, 608 pp., Einaudi, 2015, 15 € (in versione Super ET)


Zero K di Don Delillo l’ho ricevuto partecipando a un’iniziativa natalizia della libreria che frequento in cui bisognava acquistare un libro, incartarlo con carta anonima, scriverci una dedica sopra e aspettare un sorteggio che avrebbe accoppiato mittenti e destinatari. Questo è quello che è toccato a me, ed è stato un bene perché da tempo volevo leggere Delillo, autore di cui vedo sempre tessere le lodi ma che purtroppo non conoscevo ancora. Confesso che è stato un romanzo difficile perché, nonostante lo stile non sia per niente complicato, si avverte una profondità e una pesantezza (non in senso negativo) che portano spesso a pensare che qualcosa nel sottotesto ci stia sfuggendo. E a me sicuramente qualcosa è sfuggito, anche perché mi son messa a leggerlo in un periodo movimentato e coi muratori che lavoravano nel palazzo accanto regalandomi mal di testa continui e scarsa concentrazione. Detto questo, però, mi è piaciuto molto (anche se, come avrete capito, avrebbe potuto piacermi ancora di più).
In questo romanzo, pubblicato nel 2016 da Einaudi con una traduzione di Federica Aceto, si affronta il tema della fine non definitiva della vita. Jeff Lockhart, figlio di un milionario, ci racconta che suo padre Ross vuole seguire la seconda moglie Artis, malata terminale, in un processo di ibernazione (a zero gradi Kelvin, da qui il titolo) attuato in una clinica segreta: i corpi verranno congelati in attesa che in futuro ci siano nuove cure, nuove possibilità, ed essi possano finalmente tornare a vivere meglio di prima. Da qui nascono confronti tra padre e figlio sul significato della vita e della morte e sull’effettiva validità della scienza come soluzione ai mali (e quella di Jeff dovrebbe essere quella di Delillo). Ad ogni modo, grazie anche alla descrizione della clinica, si avverte un’atmosfera cupa e fredda che di sicuro lascia il segno.
Qui, come per Pamuk, è la mia unica lettura di questo autore, che mi toccherà approfondire perché è chiaro che una sola esperienza non permette di farsi un’idea chiara.
DETTAGLI: Zero K, Don Delillo, trad. Federica Aceto, Romanzo, Letteratura americana, 244 pp., Einaudi, 2016, 12 €


Gatti molto speciali è il Nobel scelto sempre dal gruppo LeggoNobel dopo Pamuk. A fine febbraio ci siamo dedicati a Doris Lessing, autrice britannica scomparsa qualche anno fa, nel 2013. Abbiamo scelto una lettura abbastanza soft, tralasciando quelle più conosciute che rientrano nella sua produzione. Personalmente non mi aspettavo un libro su gattini pucciosi e teneri, ma non pensavo di trovarmi tra le mani un libro così interessante su queste creature che amo moltissimo e che anche la Lessing amava, anche se in un modo che all’inizio potrebbe sembrare un po’ freddo. La scrittrice Nobel nel 2007 parla del rapporto con questi piccoli felini nelle varie epoche della sua vita, a Teheran da piccola, in Sudafrica poi, e infine a Londra da adulta. Quando era bambina faceva una distinzione tra i gatti che stavano in casa e quelli che selvatici che vivevano fuori e che cercavano di inselvatichire quelli domestici, parla dei genitori che dovevano sopprimere gran parte delle cucciolate perché figuriamoci se in quei territori e a quell’epoca si parlava di sterilizzazione. Nella parte londinese, invece, cambia del tutto tono e si passa a qualcosa che sembra molto introspettivo: ha un rapporto quasi da pari coi suoi gatti, gli uni tentano di leggere nell’animo dell’altra e viceversa. Parla ovviamente di quelli con cui ha instaurato rapporti più profondi e ne analizza il carattere, i diversi tipi di intelligenza e le peculiarità. Davvero una bellissima scoperta.
DETTAGLI: Gatti molto speciali, Doris Lessing, trad. Maria Antonietta Saracino, Autobiografico, Letteratura inglese, 160 pp., Feltrinelli, 2017, 19 €


Fedeltà è l’ultimo romanzo di Marco Missiroli, un libro che faceva già discutere ancor prima che uscisse, non chiedetemi perché. Avendone lette di cotte e di crude (anche abbastanza crude, devo dire, e con toni anche molto accesi), ho deciso di leggermelo e di farmi un’idea. L’autore milanese, pubblicato da Einaudi, come si evince facilmente dal titolo affronta il tema della fedeltà, ma non solo quella coniugale, o almeno della relazione amorosa, ma anche quella verso se stessi, il non rinunciare ai propri sogni, alle proprie aspirazioni o alla propria indole per gli altri. Così ci sono Carlo e Margherita, sposati da un po’ di anni, che vivono quasi costretti in una relazione che non metterebbero mai in discussione, ma che nei fatti sembra star stretta a entrambi: lui, ossessionato per anni da una studentessa di un suo corso, lei invaghita del suo fisioterapista. Cedere a una tentazione permette davvero di eliminarla? E togliersi un pensiero può realmente riportare la serenità nella propria vita? Non lo so, e leggendo questo romanzo non sono nemmeno riuscita a farmene un’idea più chiara, perché anche se l’idea di base mi sembra molto interessante immagino che potesse essere sviluppata in modo diverso, magari più incisivo e doloroso. Mentre mi sembra tutto molto leggero, infatti a me come lettrice lascia pochissimo. Peccato!
DETTAGLI: Fedeltà, Marco Missiroli, Romanzo, Letteratura italiana, 232 pp., Einaudi, 2019, 19 €

Le assaggiatrici | Rosella Postorino | #BlogNotesMaggio

Fra le pareti bianche della mensa,
quel giorno diventai un’assaggiatrice di Hitler.
Era l’autunno del ’43, avevo ventisei anni,
cinquanta ore di viaggio, settecento chilometri addosso.

 

Il tema di questa seconda settimana del #maggiodeilibri in collaborazione con #BlogNotesMaggio è #LettureLibertà. Ho riflettuto molto sul libro di cui parlare, perché comunque preferisco sempre parlarvi di un libro nello specifico piuttosto che trattare un argomento in maniera troppo libera e dispersiva. Alla fine ho fatto cadere la mia scelta su un romanzo uscito qualche mese fa e che ha riscosso un buon successo. Si tratta di una storia ambientata in un periodo in cui di libertà ce n’era ben poca; siamo nella Germania della Seconda Guerra Mondiale e la nostra protagonista è una donna molto vicina a Hitler, una che pur essendo berlinese e non ebrea si è trovata in trappola, a rischiare quotidianamente la vita: un’assaggiatrice.

Ne Le assaggiatrici di Rosella Postorino, uscito a gennaio per Feltrinelli, viene raccontata la storia di alcune donne che sono costrette tutti i giorni ad assaggiare i pasti destinati al Führer per evitare che venga avvelenato. Rosa Sauer è una ragazza che nell’autunno del ’43 è fuggita da Berlino e dai bombardamenti, e si è rifugiata a Gross-Partsch a casa dei suoceri, i genitori del marito Gregor che nel frattempo è dovuto andare a combattere. Rosa si trova a compiere la sua missione insieme ad altre donne, tutte molto diverse tra loro ma con lo stesso timore che ogni pasto per loro sarà l’ultimo. Ci sono le Invasate, che amano follemente Hitler e sono quasi orgogliose del ruolo che ricoprono, e quelle che invece capiscono la situazione e pensano chi ai figli, chi alla famiglia lasciata alle spalle, chi a salvarsi la pelle perché è un’ebrea che si spaccia per ariana, e chi al marito che è stato dato per disperso e chissà se tornerà (è proprio il caso di Gregor). Controllate continuamente dalle guardie – soprattutto il tenente Ziegler che intreccerà una relazione con Rosa – queste ragazze condivideranno molto più che un compito pericolosissimo.

Questo era l’amore, una bocca che non morde. O la possibilità di azzannare a tradimento, come un cane che si ribella al padrone.

Sono sempre molto attratta dai libri che trattano temi relativi alla Seconda Guerra Mondiale, quindi era inevitabile che prima o poi finissi a leggere questo. La particolarità di questo romanzo è che la figura di Hitler, pur essendo importante e storicamente centrale, viene un po’ messa da parte facendo sì che i riflettori restino puntati su chi rischia la vita per lui. In primo piano c’è Rosa, con la sua paura di non rivedere mai più Gregor e la scoperta del sentimento per Albert Ziegler; c’è Elfriede, che combatte una battaglia segreta e solitaria quasi nella tana del lupo; c’è Leni, giovane e ingenua, che crede di innamorarsi di un soldato e invece ne esce a pezzi. Ma soprattutto c’è la consapevolezza di non poter sfuggire a questa realtà: nessuna di loro può ritrovare la libertà, a meno che la guerra non finisca. Tutti sembrano coscienti che Hitler perderà, ma non possono sottrarsi ai loro compiti. Quando Rosa un giorno non si presenta, arrivano le guardie a casa per prelevarla e portarla ad assaggiare.

Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.

L’atmosfera che si respira nel romanzo è di oppressione, c’è una sensazione di claustrofobia che è difficile da superare per il lettore. Nonostante la paura, il dolore, l’assenza di libertà, però, emergono sentimenti, si creano legami di amicizia, di amore, di solidarietà che danno luce alla situazione in cui si muovono i personaggi. Situazione che rappresenta solo un piccolo tassello di qualcosa di enormemente più grande e spaventoso. Ma certe grandi storie, per essere comprese appieno, devono essere quasi vivisezionate e raccontate approfondendo ogni loro aspetto. Credo sia il modo migliore per vederne il marcio.

La Postorino, nelle note finali, dichiara di essersi imbattuta nel 2014 nella storia di Margot Wölk, l’ultima assaggiatrice di Hitler ancora in vita. L’autrice si appassiona alla figura di questa donna che non aveva mai parlato della sua esperienza, ma che a novantasei anni aveva deciso di tirar fuori tutto e raccontare al mondo qual era stato il suo ruolo in quella vicenda. La Postorino si documenta, indaga, qualche mese dopo riesce ad avere il suo indirizzo di Berlino, ma arriva troppo tardi perché è morta da poco. A quel punto si chiede perché Margot l’abbia colpita così tanto, immagina cosa avrebbe fatto lei (Rosella) al suo posto e lo fa raccontare a Rosa. E direi che ci riesce proprio bene perché Le assaggiatrici si fa leggere con grande trasporto.

Buona lettura!

Titolo: Le assaggiatrici
Autore: Rosella Postorino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 gennaio 2018
Pagine: 285
Prezzo:  17 €
Editore: Feltrinelli


Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978) è cresciuta in provincia di Imperia, vive e lavora a Roma. Ha esordito con il racconto In una capsula, incluso nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere(Einaudi Stile Libero, 2004). Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007; Feltrinelli, 2018; Premio Rapallo Carige Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero, 2009; Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis) e Il corpo docile (Einaudi Stile Libero, 2013; Premio Penne), la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (in Working for Paradise, Bompiani, 2009), Il mare in salita (Laterza, 2011) e Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018). È fra gli autori di Undici per la Liguria (Einaudi, 2015).


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Briciole: “Il gioco del mondo”, “Essere senza destino” e “Piccola osteria senza parole”

Ultimamente ho tralasciato di parlare di alcuni dei libri che ho letto: alcuni non mi hanno entusiasmata e non sapevo da dove partire per raccontarveli, mentre altri non li ho letti con la dovuta intenzione a causa di mie vicissitudini personali che hanno portato la mia testa altrove. Non sono riuscita nemmeno a scrivere qualcosa nella categoria In breve, perché perfino la lunghezza di un post del genere mi avrebbe causato qualche problema. Per questo motivo mi accingo a creare Briciole, una categoria nuova in cui inserirò proprio delle briciole (e non pillole, perché magari il nome era già preso, non ho neanche controllato). Immaginatele un po’ come delle briciole che restano sulla tavola dopo che avete mangiato un panino: impressioni e rimasugli di un qualcosa dopo la lettura. Oggi ve ne propongo tre.

img_20160918_161109Il gioco del mondo di Julio Cortázar l’ho letto insieme al gruppo di lettura Scratchreaders. È un libro del 1963 strutturato in maniera così singolare che ci siamo dovuti suddividere ulteriormente in tre gruppi di lettura diversi ma collegati: #famolotradizionale quelli che lo leggevano seguendo il normale ordine dei capitoli (che si sono fermati al punto in cui l’autore dice che per quel tipo di lettore il libro finisce là); #famolospeciale quelli che lo hanno letto seguendo l’ordine consigliato all’inizio da Cortàzar; #famolocomecepare ovvero libertà assoluta, ognuno sceglieva quali capitoli leggere e in quale ordine. Io mi sono inserita nel primo gruppo e ho seguito le vicende di Oliveira e della maga in modo un po’ stentato, perché se indubbiamente ci sono capitoli meravigliosi, ce ne sono altri che invece sono dispersivi, così tanto che qualcuno s’è perso per strada e non ha portato a termine la lettura.
Vi lascio di seguito la lettura del meraviglioso capitolo 7 fatta dallo stesso Cortàzar in spagnolo. Se capite questa lingua sarà un’esperienza magica ascoltarlo.
DETTAGLI: Il gioco del mondo, Julio Cortázar, 1963, trad. Flaviarosa Nicoletti Rossini, Romanzo, Letteratura argentina, 550 pp., Einaudi 2005, 15,50 €, 3/5 stelline


9788807884900_quartaEssere senza destino di Imre Kertész, Nobel 2002, è il romanzo che abbiamo letto a novembre su LeggoNobel. Il libro, pubblicato per la prima volta in Ungheria nel 1975, è in parte autobiografico perché le vicende vissute dal protagonista, il ragazzino Gyurka, hanno toccato da vicino anche l’autore. Il ragazzo viene preso e portato nei campi di concentramento, ma la sua non è la classica visione atroce che caratterizza tanti altri racconti di questo tipo, no. Gyurka all’inizio la prende come una cosa seria, sta andando a lavorare, vede tutto come ben organizzato, ognuno fa il suo dovere, i pasti sono razionati, chi è bravo va avanti e gli altri spariscono. Piano piano, però, la sua ingenuità diminuisce parallelamente all’aumentare della sua consapevolezza, si rende conto che quelli sono luoghi di morte e inizia a parlarne in un altro modo, senza bisogno di attenuare i fatti o di peggiorarli, perché non sarebbe possibile.
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 12 dicembre leggeremo insieme Il libro di Natale di Selma Lagerlöf)
DETTAGLI: Essere senza destino, Imre Kertész, 1975, trad. B. Griffini, Romanzo, Letteratura ungherese, 223 pp., Feltrinelli 2014, 9 €, 4/5 stelline


cover_9788866324362_270_240Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo l’ho finito proprio oggi e per me è un grande ed enorme NO. Ci ho messo poca attenzione perché mi ha annoiato fin dall’inizio. Ci troviamo a Scovazze, in un paesino del Veneto, e gran parte della storia si svolge in un’osteria gestita da Gilda, vedova di Francone. Lì si muovono una miriade di personaggi tipici del Nord che si trovano all’improvviso a contatto con Salvatore Maria Tempesta, un terrone che entra nel locale e mette un po’ di scompiglio nelle vite di tutti. Ma chi è? Che cosa o chi cerca? Per molti è un finanziere, ma chissà. Nel frattempo nascono amori e amicizie e vengono fuori strani segreti.
Ad alcuni è piaciuto tantissimo e io, infatti, l’ho letto per questo, mi ero lasciata trasportare. Ma poi l’ho finito solamente per scrupolo, e mi dispiace anche.
DETTAGLI: Piccola osteria senza parole, Massimo Cuomo, 2014, Romanzo, Letteratura italiana, 248 pp., edizioni e/o, 17 €, 1/5 stelline

“Donne che amano troppo” di Robin Norwood

Il colore della copertina varia a seconda delle edizioni. Questa è rosa, ma ci sono quelle in celeste.

Il colore della copertina varia a seconda delle edizioni. Questa è rosa, ma ci sono quelle in celeste.

Ho iniziato a leggere Donne che amano troppo lo scorso maggio e l’ho finito solo pochi giorni fa perché, non essendo un romanzo, ho preferito accompagnarlo ad altre letture e centellinarlo. Mi aspettavo qualcosa di estremamente femminista e sentimentale, invece mi sono dovuta ricredere.

Robin Norwood è una psicoterapeuta americana specializzata in terapia della famiglia, che si è occupata principalmente di persone affette da dipendenza (tossicodipendenza, alcolismo, ecc.). Nel suo libro, che nella versione italiana riporta una bella presentazione di Dacia Maraini, espone, analizza e commenta diversi casi di donne che per i più svariati motivi hanno amato troppo e in maniera malata i loro uomini. Spesso quello che lega queste donne ai loro compagni è un amore malato, oppure non si tratta di amore, bensì di paura o solitudine. Sono donne incapaci di vivere un sentimento normale, e questo le porta a rovinare se stesse e i rapporti con gli altri. Le cause di tale comportamento, spiega la Norwood, sono di norma da ricercare nel loro passato: una ragazza che ha vissuto in casa con un padre alcolizzato crede di poter amare un uomo con una dipendenza (non necessariamente da alcool) perché crede di saperlo gestire e/o poterlo salvare. E così via.
Molto spesso succede anche che, una volta che l’uomo in questione è guarito perché ha scelto di salvare il suo lavoro, la sua famiglia e la sua vita, la donna che ama troppo sente che nella sua relazione non c’è più uno scopo, che il suo bisogno di aiutare non può essere soddisfatto e quindi lascia il suo compagno o diventa intrattabile e gli rende la vita impossibile, in modo che sia poi lui a lasciarla.

Robin Norwood specifica più volte, nel suo libro, che il fatto che si sia concentrata sulle donne non significa che siano solo loro ad amare troppo. Si è trovata a seguire più donne che uomini e poi, per una differenza di carattere – che, ammettiamolo, esiste! – le donne hanno una maggiore tendenza a portare all’estremo i loro sentimenti e a cadere nei tranelli di un amore malato. L’autrice, anche se in maniera non esplicita, tende a ribadire più volte il concetto che non tutti gli uomini causano questo danno alle donne. C’è un intero capitolo incentrato sugli uomini “amati” dalle donne che amano troppo, in cui questi raccontano che cosa hanno provato nel rapporto con le loro compagne, che cosa significa trovarsi in determinate situazioni. E si tratta di uomini che hanno conosciuto quelle donne dopo che sono uscite da rapporti malati, o dei cosiddetti “uomini sbagliati” che poi sono guariti e hanno ripreso in mano le loro vite.

Amare troppo
è calpestare, annullare se stesse
per dedicarsi completamente
a cambiare
un uomo “sbagliato” per noi
che ci ossessiona,
naturalmente senza riuscirci.

Amare in modo sano
è imparare ad accettare e amare
prima di tutto se stesse,
per poter poi costruire
un rapporto gratificante e sereno
con un uomo “giusto” per noi.

Non è detto che noi lettori dobbiamo per forza ritrovarci nelle situazioni esposte dalla Norwood, perché non a tutti capita di essere invischiati in storie di questo genere, ma quello che è certo è che Donne che amano troppo ci può insegnare tanto. Devo dire, in tutta onestà, che mi ha dato gli strumenti necessari per guardare la realtà da una prospettiva diversa, come se adesso riuscissi a mettermi da parte e vedere le cose da lontano, con maggiore lucidità. Il libro non è una critica al genere maschile, ma un messaggio per le donne: fate attenzione, lavorate su voi stesse, cercate di fare un’autoanalisi, di scoprire perché siete portate ad innamorarvi sempre dell’uomo sbagliato, cercate di capire perché reagite in un certo modo e, se vedete che certe situazioni vi fanno stare male, uscitene, lasciate quel compagno che vi sta rovinando la vita. Molto spesso noi donne abbiamo la sindrome della crocerossina, pensiamo che il prossimo possa essere aiutato, mentre non è così. Alcune persone non possono essere salvate (almeno, non a costo di rovinare anche noi stesse) e altre, invece, devono essere aiutate da chi è abituato – e abilitato – a gestire determinate cose (gruppi di sostegno, terapisti, medici, ecc.).

Credo che sia un libro che tutte le donne dovrebbero leggere, e non per una questione di femminismo perché, come sapete, io non sto molto dietro a queste cose, anzi quando diventa eccessivo m’infastidisce. No. Dovreste leggerlo per imparare a non sbagliare dall’esperienza di donne che hanno sbagliato amando troppo. Perché amare è bello, ma il “troppo” indica eccesso, e l’eccesso non è mai buono.

Titolo: Donne che amano troppo
Autore: Robin Norwood
Traduzione:
 Enrica Bertoni
Genere:
 Saggistica, psicologia
Anno di pubblicazione:
 1985 (in Italia prima edizione 1989)
Pagine: 306
Prezzo: 9 € (il prezzo varia a seconda delle edizioni, che sono tantissime)
Editore: Feltrinelli

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza