Briciole: “Il gioco del mondo”, “Essere senza destino” e “Piccola osteria senza parole”

Ultimamente ho tralasciato di parlare di alcuni dei libri che ho letto: alcuni non mi hanno entusiasmata e non sapevo da dove partire per raccontarveli, mentre altri non li ho letti con la dovuta intenzione a causa di mie vicissitudini personali che hanno portato la mia testa altrove. Non sono riuscita nemmeno a scrivere qualcosa nella categoria In breve, perché perfino la lunghezza di un post del genere mi avrebbe causato qualche problema. Per questo motivo mi accingo a creare Briciole, una categoria nuova in cui inserirò proprio delle briciole (e non pillole, perché magari il nome era già preso, non ho neanche controllato). Immaginatele un po’ come delle briciole che restano sulla tavola dopo che avete mangiato un panino: impressioni e rimasugli di un qualcosa dopo la lettura. Oggi ve ne propongo tre.

img_20160918_161109Il gioco del mondo di Julio Cortázar l’ho letto insieme al gruppo di lettura Scratchreaders. È un libro del 1963 strutturato in maniera così singolare che ci siamo dovuti suddividere ulteriormente in tre gruppi di lettura diversi ma collegati: #famolotradizionale quelli che lo leggevano seguendo il normale ordine dei capitoli (che si sono fermati al punto in cui l’autore dice che per quel tipo di lettore il libro finisce là); #famolospeciale quelli che lo hanno letto seguendo l’ordine consigliato all’inizio da Cortàzar; #famolocomecepare ovvero libertà assoluta, ognuno sceglieva quali capitoli leggere e in quale ordine. Io mi sono inserita nel primo gruppo e ho seguito le vicende di Oliveira e della maga in modo un po’ stentato, perché se indubbiamente ci sono capitoli meravigliosi, ce ne sono altri che invece sono dispersivi, così tanto che qualcuno s’è perso per strada e non ha portato a termine la lettura.
Vi lascio di seguito la lettura del meraviglioso capitolo 7 fatta dallo stesso Cortàzar in spagnolo. Se capite questa lingua sarà un’esperienza magica ascoltarlo.
DETTAGLI: Il gioco del mondo, Julio Cortázar, 1963, trad. Flaviarosa Nicoletti Rossini, Romanzo, Letteratura argentina, 550 pp., Einaudi 2005, 15,50 €, 3/5 stelline


9788807884900_quartaEssere senza destino di Imre Kertész, Nobel 2002, è il romanzo che abbiamo letto a novembre su LeggoNobel. Il libro, pubblicato per la prima volta in Ungheria nel 1975, è in parte autobiografico perché le vicende vissute dal protagonista, il ragazzino Gyurka, hanno toccato da vicino anche l’autore. Il ragazzo viene preso e portato nei campi di concentramento, ma la sua non è la classica visione atroce che caratterizza tanti altri racconti di questo tipo, no. Gyurka all’inizio la prende come una cosa seria, sta andando a lavorare, vede tutto come ben organizzato, ognuno fa il suo dovere, i pasti sono razionati, chi è bravo va avanti e gli altri spariscono. Piano piano, però, la sua ingenuità diminuisce parallelamente all’aumentare della sua consapevolezza, si rende conto che quelli sono luoghi di morte e inizia a parlarne in un altro modo, senza bisogno di attenuare i fatti o di peggiorarli, perché non sarebbe possibile.
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 12 dicembre leggeremo insieme Il libro di Natale di Selma Lagerlöf)
DETTAGLI: Essere senza destino, Imre Kertész, 1975, trad. B. Griffini, Romanzo, Letteratura ungherese, 223 pp., Feltrinelli 2014, 9 €, 4/5 stelline


cover_9788866324362_270_240Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo l’ho finito proprio oggi e per me è un grande ed enorme NO. Ci ho messo poca attenzione perché mi ha annoiato fin dall’inizio. Ci troviamo a Scovazze, in un paesino del Veneto, e gran parte della storia si svolge in un’osteria gestita da Gilda, vedova di Francone. Lì si muovono una miriade di personaggi tipici del Nord che si trovano all’improvviso a contatto con Salvatore Maria Tempesta, un terrone che entra nel locale e mette un po’ di scompiglio nelle vite di tutti. Ma chi è? Che cosa o chi cerca? Per molti è un finanziere, ma chissà. Nel frattempo nascono amori e amicizie e vengono fuori strani segreti.
Ad alcuni è piaciuto tantissimo e io, infatti, l’ho letto per questo, mi ero lasciata trasportare. Ma poi l’ho finito solamente per scrupolo, e mi dispiace anche.
DETTAGLI: Piccola osteria senza parole, Massimo Cuomo, 2014, Romanzo, Letteratura italiana, 248 pp., edizioni e/o, 17 €, 1/5 stelline

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“Donne che amano troppo” di Robin Norwood

Il colore della copertina varia a seconda delle edizioni. Questa è rosa, ma ci sono quelle in celeste.

Il colore della copertina varia a seconda delle edizioni. Questa è rosa, ma ci sono quelle in celeste.

Ho iniziato a leggere Donne che amano troppo lo scorso maggio e l’ho finito solo pochi giorni fa perché, non essendo un romanzo, ho preferito accompagnarlo ad altre letture e centellinarlo. Mi aspettavo qualcosa di estremamente femminista e sentimentale, invece mi sono dovuta ricredere.

Robin Norwood è una psicoterapeuta americana specializzata in terapia della famiglia, che si è occupata principalmente di persone affette da dipendenza (tossicodipendenza, alcolismo, ecc.). Nel suo libro, che nella versione italiana riporta una bella presentazione di Dacia Maraini, espone, analizza e commenta diversi casi di donne che per i più svariati motivi hanno amato troppo e in maniera malata i loro uomini. Spesso quello che lega queste donne ai loro compagni è un amore malato, oppure non si tratta di amore, bensì di paura o solitudine. Sono donne incapaci di vivere un sentimento normale, e questo le porta a rovinare se stesse e i rapporti con gli altri. Le cause di tale comportamento, spiega la Norwood, sono di norma da ricercare nel loro passato: una ragazza che ha vissuto in casa con un padre alcolizzato crede di poter amare un uomo con una dipendenza (non necessariamente da alcool) perché crede di saperlo gestire e/o poterlo salvare. E così via.
Molto spesso succede anche che, una volta che l’uomo in questione è guarito perché ha scelto di salvare il suo lavoro, la sua famiglia e la sua vita, la donna che ama troppo sente che nella sua relazione non c’è più uno scopo, che il suo bisogno di aiutare non può essere soddisfatto e quindi lascia il suo compagno o diventa intrattabile e gli rende la vita impossibile, in modo che sia poi lui a lasciarla.

Robin Norwood specifica più volte, nel suo libro, che il fatto che si sia concentrata sulle donne non significa che siano solo loro ad amare troppo. Si è trovata a seguire più donne che uomini e poi, per una differenza di carattere – che, ammettiamolo, esiste! – le donne hanno una maggiore tendenza a portare all’estremo i loro sentimenti e a cadere nei tranelli di un amore malato. L’autrice, anche se in maniera non esplicita, tende a ribadire più volte il concetto che non tutti gli uomini causano questo danno alle donne. C’è un intero capitolo incentrato sugli uomini “amati” dalle donne che amano troppo, in cui questi raccontano che cosa hanno provato nel rapporto con le loro compagne, che cosa significa trovarsi in determinate situazioni. E si tratta di uomini che hanno conosciuto quelle donne dopo che sono uscite da rapporti malati, o dei cosiddetti “uomini sbagliati” che poi sono guariti e hanno ripreso in mano le loro vite.

Amare troppo
è calpestare, annullare se stesse
per dedicarsi completamente
a cambiare
un uomo “sbagliato” per noi
che ci ossessiona,
naturalmente senza riuscirci.

Amare in modo sano
è imparare ad accettare e amare
prima di tutto se stesse,
per poter poi costruire
un rapporto gratificante e sereno
con un uomo “giusto” per noi.

Non è detto che noi lettori dobbiamo per forza ritrovarci nelle situazioni esposte dalla Norwood, perché non a tutti capita di essere invischiati in storie di questo genere, ma quello che è certo è che Donne che amano troppo ci può insegnare tanto. Devo dire, in tutta onestà, che mi ha dato gli strumenti necessari per guardare la realtà da una prospettiva diversa, come se adesso riuscissi a mettermi da parte e vedere le cose da lontano, con maggiore lucidità. Il libro non è una critica al genere maschile, ma un messaggio per le donne: fate attenzione, lavorate su voi stesse, cercate di fare un’autoanalisi, di scoprire perché siete portate ad innamorarvi sempre dell’uomo sbagliato, cercate di capire perché reagite in un certo modo e, se vedete che certe situazioni vi fanno stare male, uscitene, lasciate quel compagno che vi sta rovinando la vita. Molto spesso noi donne abbiamo la sindrome della crocerossina, pensiamo che il prossimo possa essere aiutato, mentre non è così. Alcune persone non possono essere salvate (almeno, non a costo di rovinare anche noi stesse) e altre, invece, devono essere aiutate da chi è abituato – e abilitato – a gestire determinate cose (gruppi di sostegno, terapisti, medici, ecc.).

Credo che sia un libro che tutte le donne dovrebbero leggere, e non per una questione di femminismo perché, come sapete, io non sto molto dietro a queste cose, anzi quando diventa eccessivo m’infastidisce. No. Dovreste leggerlo per imparare a non sbagliare dall’esperienza di donne che hanno sbagliato amando troppo. Perché amare è bello, ma il “troppo” indica eccesso, e l’eccesso non è mai buono.

Titolo: Donne che amano troppo
Autore: Robin Norwood
Traduzione:
 Enrica Bertoni
Genere:
 Saggistica, psicologia
Anno di pubblicazione:
 1985 (in Italia prima edizione 1989)
Pagine: 306
Prezzo: 9 € (il prezzo varia a seconda delle edizioni, che sono tantissime)
Editore: Feltrinelli

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Giuda” di Amos Oz

11127655_1621487824731471_425405066963424666_nOggi vi parlo di un libro che ho acquistato mesi fa e che ho deciso di leggere adesso perché evidentemente era arrivato il suo momento. Ho iniziato un po’ in maniera stentata perché me lo sono portato in vacanza e non sono affatto come quelle persone ossessive che dicono di leggere 24 ore al giorno, no, io mi sono goduta la vacanza prima di tutto. Comunque avevo troppe aspettative e forse proprio per questo sono rimasta delusa. Stiamo parlando di Giuda di Amos Oz.

Shemuel Asch è un ragazzo corpulento sui venticinque anni, timido, dalla lacrima facile, emotivo e asmatico. Un giorno la sua famiglia subisce una crisi finanziaria e non è più in grado di sostenerlo negli studi universitari, quindi, proprio mentre sta scrivendo una tesi sul personaggio di Giuda Iscariota, abbandona lo studio e risponde ad un annuncio che trova in caffetteria. L’impiego consisterebbe in cinque ore al giorno di conversazione con un vecchio invalido in cambio di vitto, alloggio e un discreto stipendio. Si presenta all’indirizzo indicato, conosce Gershom Wald e la quarantacinquenne Atalia Abrabanel e accetta il lavoro. Si trasferisce così nella mansarda della casa ed è sempre più incuriosito da queste due persone, non capisce quale rapporto le leghi, ma capisce che ci sono tanti segreti e dolori mai dimenticati.
Col tempo scopre che quel vecchietto, coltissimo intellettuale, che passa le giornate a chiacchierare al telefono con gli amici, ha perso il figlio Micah il 2 aprile del 1948, gli è stato ucciso barbaramente durante il conflitto arabo-israeliano. Atalia non è altro che la nuora di Gershom Wald, nonché la vedova di Micah, una donna misteriosa e affascinante che ormai ha perso la fiducia nell’universo maschile e non riesce più a legarsi a nessuno perché considera tutti gli uomini inetti. Nonostante questo, anche lei si porta dentro il dolore per la morte di quell’uomo che è stato suo marito solo per un anno. Ma Atalia è anche la figlia di Shaltiel Abrabanel, personaggio notissimo a tutti e definito “traditore” perché era l’unico che credeva che il conflitto si potesse risolvere pacificamente con una mediazione ed era amico di molti leader arabi.

Da questo personaggio “traditore”, Amos Oz si indirizza, per bocca di Shemuel, verso una rivalutazione storico-religiosa di Giuda. Shemuel dichiara subito di essere ateo, ma di aver sempre amato il personaggio così carismatico di Gesù. Scrive la sua tesi soffermandosi su Giuda Iscariota, cercando di riscattarne la memoria. Secondo lui, in realtà, non avrebbe tradito Gesù, ma sarebbe stato addirittura l’unico a credere davvero nella sua divinità. Quella dei trenta denari doveva essere una scusa perché Giuda, di suo, era molto ricco e non poteva fare certe cose per una cifra così modesta. Sempre secondo Shemuel, Giuda voleva creare la situazione perfetta perché Gesù dimostrasse di essere il figlio di Dio, pensava che una volta crocifisso ci sarebbe stato il miracolo e sarebbe sceso illeso dalla croce. Invece Gesù morì, chiedendo a Dio perché lo avesse abbandonato, e Giuda, compreso l’errore di valutazione si sarebbe impiccato.

“Giuda Iscariota è dunque l’ideatore, l’organizzatore, il regista e il produttore del dramma della crocifissione.” (p. 168)

“E Giuda, il cui scopo e senso della vita s’infransero sotto i suoi occhi sgomenti, Giuda che capì di aver causato con le proprie mani la morte dell’uomo che più amava e ammirava, se ne andò a impiccarsi. Così”, scrisse Shemuel sul suo quaderno, “così morì il primo cristiano. L’ultimo cristiano. L’unico cristiano.” (p. 169)

Poi ci sono altre parti in cui Oz riporta uno stralcio di un libro in cui si pensa che fosse stato addirittura Gesù a chiedere a Giuda di fare tutto questo, suscitando il suo sgomento, e un paio di capitoli in cui a parlare è lo stesso Giuda che confessa di aver amato Gesù come un dio ma di averlo forse sopravvalutato.

Inizialmente è difficile cogliere questo nesso tra i due traditori, perché la storia di Abrabanel viene fuori più lentamente rispetto a quella di Giuda, lo si capisce verso la metà del libro. Forse è per questo motivo che Giuda risulta un po’ noioso. C’è questo ragazzo, Shemuel, che innanzitutto fa innervosire il lettore, perché sembra essere privo di volontà, si lascia trasportare dalle situazioni e gli viene da piangere praticamente in ogni momento. E per quanto Oz descriva nei minimi particolari fisici e caratteriali Shemuel, il personaggio risulta sempre poco chiaro, tanto che devo confessare di non aver capito che cosa gli passi per la testa alla fine. Davvero, non ho capito come si conclude la storia, ma non posso parlarvene perché rischierei di fare un megaspoiler, ma se lo avete letto spiegatemi voi perché per me non ha alcun senso.

Ero molto curiosa di leggere questo romanzo perché altri autori israeliani mi erano piaciuti molto, perché nonostante lo sfondo di gran parte dei loro libri sia il conflitto arabo-israeliano ognuno sviluppa il tema in maniera diversa. Però, come ho già detto, è stato una delusione, mi è risultato piatto. So benissimo che la storia è quasi tutta basata sull’introspezione, ma non è così interessante da leggere. Ciò non significa che non leggerò altri romanzi di questo scrittore con cui ho cominciato male. Spero che la prossima vada meglio!

Titolo: Giuda
Autore: Amos Oz
Traduzione:
 Elena Loewenthal
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 327
Prezzo: 18 €
Editore: Feltrinelli – Narratori

Giudizio personale: spienaspienasmezzasvuotasvuota

“L’infinito nel palmo della mano” di Gioconda Belli

“Per vedere il mondo in un granello di sabbia
E il paradiso in un fiore selvatico
Tieni l’infinito nel palmo della mano
E l’Eternità in un’ora.”

(William Blake)

WP_004639L’infinito nel palmo della mano è un libro a cui mai mi sarei accostata di mia iniziativa, e non chiedetemi perché, non saprei rispondere. Forse sono poco propensa a leggere autrici donne oppure il titolo non mi diceva molto. Invece è successo questo: Paola di Un baule pieno di gente, tempo fa, ha organizzato un evento sul suo blog in cui chi dava l’adesione entro un certo termine veniva accoppiato ad un altro utente e doveva spedirgli un libro, a seconda degli interessi o della wishlist del ricevente. Il libro sospeso, s’intitolava l’iniziativa. E così Francesca mi ha mandato questo libretto, che ho veramente gradito, quindi brava Francesca, ci hai preso!

Gioconda Belli, giornalista, poetessa e scrittrice nata in Nicaragua nel 1948, ci racconta una storia che tutti conosciamo, ma lo fa in un modo particolare: affronta il tema della creazione soffermandosi su Adamo ed Eva. Chi erano? Che cosa facevano? Come mai sono stati condannati a soffrire, e con loro tutte le generazioni future?
Innanzitutto fu creato Adamo, da un mucchietto di terra che fu mossa da un soffio divino. Adamo si addormentò e da una sua costola nacque la donna, Eva. I due vissero felici e beati nel grande giardino, dove gli animali abitavano in armonia e li riconoscevano, dove c’era ogni genere di pianta e di fiore e dove niente li turbava. Elohim li aveva avvertiti solamente di non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. Ma sappiamo come andò a finire: Eva, incuriosita dal serpente, mangiò il fico (sì, per la Belli si tratta di un fico) e spinse Adamo a fare lo stesso. Improvvisamente la terra cominciò a tremare sotto i loro piedi e si trovarono espulsi da quella stupenda realtà che tanto bene conoscevano.

A questo punto comincia la parte più bella del romanzo, quella in cui vengono fuori le vere personalità di questi personaggi mitici che ci affascinano così tanto. L’uomo e la donna si trovano a fare i conti con la parte tragica della vita, imparano che alcuni animali vogliono attaccarli, che per tenersi in forze bisogna uccidere le bestie e mangiarle, conoscono il caldo e il freddo, la notte e il giorno. Ma, cosa bellissima e drammatica allo stesso tempo, scoprono l’amore e le pulsioni sessuali, segno che nel castigo c’è anche qualcosa di positivo.

Se non avessimo mangiato quel frutto, non avrei mai assaggiato un fico o un’ostrica, non avrei visto l’Araba Fenice risorgere dalle sue ceneri, non avrei conosciuto la notte, né avrei saputo cosa significa sentirmi sola quando tu non ci sei.

Eva sanguina; poi si unisce ad Adamo pensando che sia bello perché, dato che prima era stata posta dentro di lui, si possa tornare a stare così bene adesso che lui è dentro di lei; poi vede la sua pancia crescere e conosce il dolore e la gioia del parto. Nascono due gemelli, Caino e Luluwa, poi altri due, Abele ed Aklia, tutti diversi dai genitori perché hanno l’ombelico. Ed è proprio quando gli esseri umani iniziano a crescere e moltiplicarsi che si scopre il vero dolore, la gelosia, la morte.

Gioconda Belli (Managua, 9 dicembre 1948), poetessa, giornalista e scrittrice nicaraguense.

Non vi dico come finisce, posso solo dirvi che è qualcosa di geniale, qualcosa che richiama la letteratura sudamericana che unisce il magico al reale. Gioconda Belli sembra dirci che per cancellare i mali del mondo, invece di andare avanti, bisogna tornare indietro fino a quando non c’erano e riprendere da lì.
L’infinito nel palmo della mano è un romanzo delicato e forte allo stesso tempo. Quello che ho amato di più è stato il modo dell’autrice di rendere reali il primo uomo e la prima donna, di caratterizzarli e immaginare il loro smarrimento, le loro paure e la loro felicità, il loro non sapere assolutamente nulla di ciò che accade. Perché quando noi nasciamo e cresciamo sappiamo già a cosa andiamo incontro, un ragazzo sa che gli crescerà la barba, una donna sa come funzionano i cicli e che cosa è il parto. Immaginate l’Adamo e la Eva di cui parla la Belli, sono due persone che non hanno alcuna idea di ciò che stanno vivendo: una peluria che comincia a crescere, il dolore più o meno atroce in seguito ad una ferita, la pancia che comincia a crescere chissà per quale motivo, gli animali che li attaccano inferociti quando poco prima vivevano tutti insieme felicemente.

Il lettore s’immedesima nei protagonisti di questo racconto, ne percepisce le preoccupazioni, segue le loro vicende con grandissima curiosità e si lascia trasportare volentieri in questa storia che l’autrice ha avuto modo di conoscere leggendo antichi testi biblici nella biblioteca di un parente. A Gioconda Belli è venuto in mente di esplorare una storia nota da una prospettiva nuova, scoprendone risvolti ignoti, e sembra essere giunta alla conclusione che in realtà il peccato originale non è stato conseguente ad una disobbedienza. Guardiamolo da un altro punto di vista: Elohim stesso ha dato ad Adamo ed Eva la libertà di scegliere tra Bene e Male ed eventualmente di sbagliare, è stato lui a non impedire che succedesse, perché se avesse voluto che noi umani conoscessimo solo il Bene non avrebbe piazzato lì quell’albero e non avrebbe detto di non mangiarne i frutti. Forse ha voluto che iniziassimo a dare un nome alle cose, che scoprissimo l’amore e la sofferenza.

Chissà!

Titolo: L’infinito nel palmo della mano
Autore: Gioconda Belli
Traduzione:
 Tiziana Gibilisco
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2008 (2009 questa edizione)
Pagine: 197
Prezzo: 14 €
Editore: Feltrinelli

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Ma le stelle quante sono” di Giulia Carcasi

WP_004395Qualche tempo fa avevo letto un piccolo brano di Giulia Carcasi che mi era piaciuto un sacco, quindi ho messo l’autrice nella mia wishlist per cercare qualcos’altro di suo e vedere se mi riusciva ugualmente gradito. È successo, poi, che mi sia messa a fare degli scambi e che mi sia capitato di trovare Ma le stelle quante sono, romanzo del 2005. Sapevo benissimo che era una cosa leggera, ma mi sono detta che poteva servire a riposarmi la mente da cose più pesanti, quindi mi sono data alla lettura.

Ma le stelle quante sono è diviso in due parti: inizia con Alice che racconta in prima persona l’ultimo periodo dell’ultimo anno di liceo, con l’esame di maturità, i primi errori in amore e la conquista del sentimento vero; poi girate il libro al contrario e c’è la stessa storia raccontata da Carlo, dal punto di vista di un ragazzo, quindi. Ai due diciottenni succede pressappoco quello che tutti vivono a quell’età: ci si lancia tra le braccia della persona sbagliata, si cambia il proprio modo di vivere perché ci si sente strani e si vuol piacere agli altri per non restare soli, c’è chi vuol copiare la versione dal compagno più bravo, o qualche professore che fa quello che gli pare perché sa di avere il coltello dalla parte del manico. È facile ritrovarsi in Alice e Carlo, forse troppo facile.

Così facile che il romanzo appare scontato, banale, ma credo che ogni libro vada letto a suo tempo. Questo forse è più indicato per le adolescenti. Per quanto mi riguarda l’età critica l’ho lasciata alle spalle da tempo, anzi quella fase penso di averla proprio saltata, forse perché all’euforia dei quindicenni impazziti intorno a me ho reagito in modo diverso, ignorando quello che mi sembrava assurdo. Ma qui non c’entro io, c’entra il fatto che sicuramente avere diciotto anni e voler essere se stessi a volte è difficile, e in questo libro sembra esserlo più per Carlo che per Alice. Lei è sempre la stessa, con la sua agendina e le sue scarpe da ginnastica si chiude nel suo mondo, mentre lui a un certo punto si sente un secchione, uno strano, e comincia a vestirsi come gli altri, a fumare, a comportarsi come la massa, ma fortunatamente Alice lo ferma in tempo e gli fa capire che, come dice la sua tesina agli esami, sottovaluta “l’importanza di ascoltare se stessi“.

Non ho moltissimo da dire su Ma le stelle quante sono, potrei dirvi che, dato che Alice e Carlo raccontano in prima persona, lo stile è molto giovanile, ma anche l’autrice è giovanissima. Potrei dirvi che la parte della ragazza risulta più verosimile rispetto a quella del ragazzo, perché c’è comunque una donna che scrive. Ma mi fermerei qui, perché mi sembra una lettura adolescenziale e non fa molto per me.
Come ho già detto, è un libro che non mi ha conquistata, ma se siete lettori giovani o lettori adulti che vogliono rituffarsi nell’età giovanile e rivivere i turbamenti tipici di quell’età va più che bene.

Titolo: Ma le stelle quante sono
Autore: Giulia Carcasi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2005
Pagine: 232
Prezzo: 10 €
Editore: Feltrinelli

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota

“Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer

9788807702174_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleUn bel titolo, vero? Poetico, evocativo, un titolo che ti fa immaginare un libro profondo e magari che non tratti di baggianate. Questo è il motivo per cui l’ho preso. Peccato che poi, dentro, ci abbia trovato tutt’altro. Peccato davvero, perché pure la copertina mi piaceva moltissimo. Eppure un sacco di gente me ne aveva tessuto le lodi, “bellissimo”, “carinissimo”, “fa sognare”… Ma facciamo le cose per bene, raccontiamo prima di cosa parla, per chi ancora non lo avesse letto.

Un bel giorno Emmi Rothner deve inviare un’email all’indirizzo della rivista Like per disdire un abbonamento, ma invece di digitare “like” digita “leike” e la comunicazione arriva ad un certo Leo Leike, che alla terza lettera che gli arriva decide di dire finalmente alla signora che ha sbagliato indirizzo. Piano piano Emmi e Leo iniziano a chattare e a restare incuriositi l’uno dall’altra, perché dietro uno schermo non si vede con chi si ha a che fare e spesso si gioca ad immaginare le persone. Lei ha 34 anni ed è sposata con un uomo molto più grande di lei che ha due figli da un matrimonio precedente, lui ha 36 anni e si occupa di psicolinguistica e al momento del casuale “incontro” telematico sta svolgendo una ricerca sulla comunicazione dei sentimenti attraverso il linguaggio nelle email. Ma tutto questo non se lo dicono subito, anzi giocano a restare riservati, facendo un tentativo di incontrarsi “al buio”, senza descriversi, per vedere se in un bar affollato si riconoscono. E in effetti, anche non parlandosi, sembrano aver capito chi è l’altro. Ma andando avanti, oltre all’amicizia, sembra nascere qualcosa di nuovo che non si sa dove porterà Emmi e Leo.

Già come trama non mi sembra molto interessante, anche se da quello che avevo letto era più carina. Però si sa, sulla quarta di copertina cercano sempre di metterci cose belle per invogliarci, mica ci dicono “questo libro non ha niente di speciale, la storia è piatta”, no? È un semplice incontro casuale e telematico tra due persone, come potrebbero essercene tanti al giorno d’oggi. A chi non è mai capitato di mettersi a chattare con qualcuno che non si conosce di presenza? Forse non a Glattauer, che rende in maniera secondo me troppo forzata questa volontà di conoscersi. È poco spontaneo, sembra quasi che non venga da sé, che loro “debbano” e non “vogliano” sapere con chi stanno parlando.
A parte il fatto che non ci sono parti romanzate, il libro è tutto scritto sotto forma di raccolta di email, e dato che ogni tanto la stessa persona ne scrive due, o anche tre, di seguito si può far fatica a capire chi sia a parlare.

Per quanto riguarda i personaggi, devo dire proprio che Emmi è pessima. È una giovane donna che probabilmente si è volontariamente ingabbiata in un matrimonio che non le dà molto, anche se ha un marito devoto e due figli acquisiti che le vogliono bene. Forse non conosce altro nella vita, e riesce particolarmente antipatica, appiccicosa, gelosa e civettuola, ma di quella civetteria del tipo “lodami, lodami, che poi ti faccio sentire in colpa perché ti sei avvicinato troppo a me”. Rimprovera continuamente Leo se parte e non le dice nulla e lo accusa di vedersi con qualcuna, per poi pentirsene quando lui torna e le dice che è stato ad un congresso; spesso lo tratta male sfoderando un’ironia che ironia non è, dicendogli che probabilmente lui non capisce il suo senso dell’umorismo; indugia su dettagli del suo fisico accusando lui di pensare continuamente al sesso, quando è lei che tira fuori l’argomento per attirare l’attenzione dell’uomo. Ecco, Emmi è questo genere di donna, io non capisco chi possa trovarla simpatica e tifare per lei.
Leo invece lo trovo intelligente. Si informa continuamente del rapporto di Emmi con suo marito, perché se dovesse nascere qualcosa tra di loro non vuole rovinare una famiglia. Lei non fa altro che dirgli che è libera, esce con chi le pare, dorme fuori, fa quello che vuole e al marito va bene. Ma Leo fa uscire fuori la vera Emmi, forse perché essendo un esperto di linguaggio saprà pure usarlo bene in certe situazioni. Lui crolla solamente nei momenti in cui ha bevuto un po’, ma per il resto sa mantenere un certo distacco ed è l’unico dei due a sembrare una persona responsabile.

Se volete saperlo, il titolo deriva da un’email di Emmi, che chiede a Leo se gli ha mai raccontato del vento del nord, che le entra dalla finestra di notte e le fa sentire freddo. Ecco come sfornare un bel titolo togliendo dal suo vero contesto una frase bellina che, da sola, è scollegata da tutto quanto.

È già tornato dal teatro? Non riesco a dormire, stasera. Le ho mai raccontato del vento del Nord? Quando tengo la finestra aperta è insopportabile. Sarebbe bello se mi scrivesse qualche altra parola. Anche solo “Allora chiuda la finestra”. Al che ribatterei: Con la finestra chiusa non riesco a dormire.

Le ho mai raccontato del vento del nord è un libro che si legge velocemente, ma che a mio parere non ha niente di particolare. Un po’ noioso.

N.b. So che esiste un sequel, La settima onda. Se deciderò di farmi ancora del male lo leggerò.

Titolo: Le ho mai raccontato del vento del nord
Autore: Daniel Glattauer
Traduzione:
 Leonella Basiglini
Genere:
 Romanzo (epistolare?)
Anno di pubblicazione:
 2010
Pagine: 256
Prezzo: 15 €
Editore: Feltrinelli

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota

In breve: “Moonlight shadow” di Banana Yoshimoto

Prego con tutto il cuore che solo l’immagine della
ragazza che ero resti per sempre al tuo fianco.

Grazie di avermi salutato agitando la mano.
Grazie di avermi salutato agitando la mano
molte, molte volte.

 

41EjOEQvcwL._AA258_PIkin4,BottomRight,-42,22_AA280_SH20_OU29_Se avete poco tempo e volete leggere un romanzo leggero e che tocca il cuore, allora Moonlight shadow di Banana Yoshimoto è l’ideale. È uno degli ebook della collana Zoom Feltrinelli che ho preso l’anno scorso a 0,99 € e sono riuscita a leggerlo solo adesso. Solitamente questi libriccini li uso come intervallo tra le parti dei romanzi grandi. Ci ho messo un’oretta a leggerlo, di quanto è breve, ma mi è piaciuto molto.
La Yoshimoto, in questo romanzo che è la sua tesi di laurea ed è tratto da Kitchen, affronta il tema della morte e del distacco. La protagonista, Satsuki, un giorno ha perso improvvisamente il suo fidanzato Hitoshi e si trascina dietro il rimpianto di non avergli potuto dire addio. Il ragazzo è morto in un grave incidente mentre stava riaccompagnando a casa la ragazza di suo fratello Hiiragi, la dolcissima Yumiko, così Satsuki e Hiiragi si trovano soli a condividere questo grandissimo dolore: una ha perso il suo ragazzo, l’altro suo fratello e la sua fidanzata; una va a correre nel punto che le ricorda Hitoshi, l’altro continua ad andare a scuola con la divisa di Yumiko per ricordarla, e nessuno gli dice nulla perché tutti capiscono cosa prova.
Un giorno, però, spunta dal nulla Urara, una ragazza allo stesso tempo misteriosa e gioviale, che farà un grandissimo regalo a Satsuki, permettendole di chiudere (per quanto possibile) una ferita da troppo tempo aperta.

Ovviamente non è un libro per i lettori più sofisticati e la Yoshimoto sa benissimo di non essere una che scrive classici, ma a volte sorprende, perché magari in un determinato momento hai bisogno di qualcosa di diverso e lei te lo dà. Nella vita capita quasi a tutti di avere qualcosa in sospeso, in questo caso di non riuscire a dire addio (per vari motivi) a qualcuno che scompare improvvisamente dalla nostra esistenza non facendoci capire nemmeno perché. L’autrice cerca di dire che prima o poi il momento di mettere un punto arriva per tutti, solo che qui lo fa grazie ad una sorta di fenomeno atmosferico molto suggestivo, alle prime luci del giorno. Questo perché per quanto soffriamo dobbiamo comunque andare avanti, non possiamo restare aggrappati al passato perché ci perdiamo il futuro, e chi non c’è più di sicuro non vorrebbe questo.

Non è un libro che si ricorda a lungo, ma sul momento lascia delle belle sensazioni perché la storia si completa e infonde positività.

Titolo: Moonlight shadow
Autore: Banana Yoshimoto
Traduzione:
 Giorgio Amitrano
Genere:
 Romanzo breve
Anno di pubblicazione:
 2012
Dimensioni: 560 Kb, formato Kindle
Prezzo: 0,99 €
Editore: Feltrinelli – Collana Zoom

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota