“Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer

9788807702174_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleUn bel titolo, vero? Poetico, evocativo, un titolo che ti fa immaginare un libro profondo e magari che non tratti di baggianate. Questo è il motivo per cui l’ho preso. Peccato che poi, dentro, ci abbia trovato tutt’altro. Peccato davvero, perché pure la copertina mi piaceva moltissimo. Eppure un sacco di gente me ne aveva tessuto le lodi, “bellissimo”, “carinissimo”, “fa sognare”… Ma facciamo le cose per bene, raccontiamo prima di cosa parla, per chi ancora non lo avesse letto.

Un bel giorno Emmi Rothner deve inviare un’email all’indirizzo della rivista Like per disdire un abbonamento, ma invece di digitare “like” digita “leike” e la comunicazione arriva ad un certo Leo Leike, che alla terza lettera che gli arriva decide di dire finalmente alla signora che ha sbagliato indirizzo. Piano piano Emmi e Leo iniziano a chattare e a restare incuriositi l’uno dall’altra, perché dietro uno schermo non si vede con chi si ha a che fare e spesso si gioca ad immaginare le persone. Lei ha 34 anni ed è sposata con un uomo molto più grande di lei che ha due figli da un matrimonio precedente, lui ha 36 anni e si occupa di psicolinguistica e al momento del casuale “incontro” telematico sta svolgendo una ricerca sulla comunicazione dei sentimenti attraverso il linguaggio nelle email. Ma tutto questo non se lo dicono subito, anzi giocano a restare riservati, facendo un tentativo di incontrarsi “al buio”, senza descriversi, per vedere se in un bar affollato si riconoscono. E in effetti, anche non parlandosi, sembrano aver capito chi è l’altro. Ma andando avanti, oltre all’amicizia, sembra nascere qualcosa di nuovo che non si sa dove porterà Emmi e Leo.

Già come trama non mi sembra molto interessante, anche se da quello che avevo letto era più carina. Però si sa, sulla quarta di copertina cercano sempre di metterci cose belle per invogliarci, mica ci dicono “questo libro non ha niente di speciale, la storia è piatta”, no? È un semplice incontro casuale e telematico tra due persone, come potrebbero essercene tanti al giorno d’oggi. A chi non è mai capitato di mettersi a chattare con qualcuno che non si conosce di presenza? Forse non a Glattauer, che rende in maniera secondo me troppo forzata questa volontà di conoscersi. È poco spontaneo, sembra quasi che non venga da sé, che loro “debbano” e non “vogliano” sapere con chi stanno parlando.
A parte il fatto che non ci sono parti romanzate, il libro è tutto scritto sotto forma di raccolta di email, e dato che ogni tanto la stessa persona ne scrive due, o anche tre, di seguito si può far fatica a capire chi sia a parlare.

Per quanto riguarda i personaggi, devo dire proprio che Emmi è pessima. È una giovane donna che probabilmente si è volontariamente ingabbiata in un matrimonio che non le dà molto, anche se ha un marito devoto e due figli acquisiti che le vogliono bene. Forse non conosce altro nella vita, e riesce particolarmente antipatica, appiccicosa, gelosa e civettuola, ma di quella civetteria del tipo “lodami, lodami, che poi ti faccio sentire in colpa perché ti sei avvicinato troppo a me”. Rimprovera continuamente Leo se parte e non le dice nulla e lo accusa di vedersi con qualcuna, per poi pentirsene quando lui torna e le dice che è stato ad un congresso; spesso lo tratta male sfoderando un’ironia che ironia non è, dicendogli che probabilmente lui non capisce il suo senso dell’umorismo; indugia su dettagli del suo fisico accusando lui di pensare continuamente al sesso, quando è lei che tira fuori l’argomento per attirare l’attenzione dell’uomo. Ecco, Emmi è questo genere di donna, io non capisco chi possa trovarla simpatica e tifare per lei.
Leo invece lo trovo intelligente. Si informa continuamente del rapporto di Emmi con suo marito, perché se dovesse nascere qualcosa tra di loro non vuole rovinare una famiglia. Lei non fa altro che dirgli che è libera, esce con chi le pare, dorme fuori, fa quello che vuole e al marito va bene. Ma Leo fa uscire fuori la vera Emmi, forse perché essendo un esperto di linguaggio saprà pure usarlo bene in certe situazioni. Lui crolla solamente nei momenti in cui ha bevuto un po’, ma per il resto sa mantenere un certo distacco ed è l’unico dei due a sembrare una persona responsabile.

Se volete saperlo, il titolo deriva da un’email di Emmi, che chiede a Leo se gli ha mai raccontato del vento del nord, che le entra dalla finestra di notte e le fa sentire freddo. Ecco come sfornare un bel titolo togliendo dal suo vero contesto una frase bellina che, da sola, è scollegata da tutto quanto.

È già tornato dal teatro? Non riesco a dormire, stasera. Le ho mai raccontato del vento del Nord? Quando tengo la finestra aperta è insopportabile. Sarebbe bello se mi scrivesse qualche altra parola. Anche solo “Allora chiuda la finestra”. Al che ribatterei: Con la finestra chiusa non riesco a dormire.

Le ho mai raccontato del vento del nord è un libro che si legge velocemente, ma che a mio parere non ha niente di particolare. Un po’ noioso.

N.b. So che esiste un sequel, La settima onda. Se deciderò di farmi ancora del male lo leggerò.

Titolo: Le ho mai raccontato del vento del nord
Autore: Daniel Glattauer
Traduzione:
 Leonella Basiglini
Genere:
 Romanzo (epistolare?)
Anno di pubblicazione:
 2010
Pagine: 256
Prezzo: 15 €
Editore: Feltrinelli

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In breve: “Moonlight shadow” di Banana Yoshimoto

Prego con tutto il cuore che solo l’immagine della
ragazza che ero resti per sempre al tuo fianco.

Grazie di avermi salutato agitando la mano.
Grazie di avermi salutato agitando la mano
molte, molte volte.

 

41EjOEQvcwL._AA258_PIkin4,BottomRight,-42,22_AA280_SH20_OU29_Se avete poco tempo e volete leggere un romanzo leggero e che tocca il cuore, allora Moonlight shadow di Banana Yoshimoto è l’ideale. È uno degli ebook della collana Zoom Feltrinelli che ho preso l’anno scorso a 0,99 € e sono riuscita a leggerlo solo adesso. Solitamente questi libriccini li uso come intervallo tra le parti dei romanzi grandi. Ci ho messo un’oretta a leggerlo, di quanto è breve, ma mi è piaciuto molto.
La Yoshimoto, in questo romanzo che è la sua tesi di laurea ed è tratto da Kitchen, affronta il tema della morte e del distacco. La protagonista, Satsuki, un giorno ha perso improvvisamente il suo fidanzato Hitoshi e si trascina dietro il rimpianto di non avergli potuto dire addio. Il ragazzo è morto in un grave incidente mentre stava riaccompagnando a casa la ragazza di suo fratello Hiiragi, la dolcissima Yumiko, così Satsuki e Hiiragi si trovano soli a condividere questo grandissimo dolore: una ha perso il suo ragazzo, l’altro suo fratello e la sua fidanzata; una va a correre nel punto che le ricorda Hitoshi, l’altro continua ad andare a scuola con la divisa di Yumiko per ricordarla, e nessuno gli dice nulla perché tutti capiscono cosa prova.
Un giorno, però, spunta dal nulla Urara, una ragazza allo stesso tempo misteriosa e gioviale, che farà un grandissimo regalo a Satsuki, permettendole di chiudere (per quanto possibile) una ferita da troppo tempo aperta.

Ovviamente non è un libro per i lettori più sofisticati e la Yoshimoto sa benissimo di non essere una che scrive classici, ma a volte sorprende, perché magari in un determinato momento hai bisogno di qualcosa di diverso e lei te lo dà. Nella vita capita quasi a tutti di avere qualcosa in sospeso, in questo caso di non riuscire a dire addio (per vari motivi) a qualcuno che scompare improvvisamente dalla nostra esistenza non facendoci capire nemmeno perché. L’autrice cerca di dire che prima o poi il momento di mettere un punto arriva per tutti, solo che qui lo fa grazie ad una sorta di fenomeno atmosferico molto suggestivo, alle prime luci del giorno. Questo perché per quanto soffriamo dobbiamo comunque andare avanti, non possiamo restare aggrappati al passato perché ci perdiamo il futuro, e chi non c’è più di sicuro non vorrebbe questo.

Non è un libro che si ricorda a lungo, ma sul momento lascia delle belle sensazioni perché la storia si completa e infonde positività.

Titolo: Moonlight shadow
Autore: Banana Yoshimoto
Traduzione:
 Giorgio Amitrano
Genere:
 Romanzo breve
Anno di pubblicazione:
 2012
Dimensioni: 560 Kb, formato Kindle
Prezzo: 0,99 €
Editore: Feltrinelli – Collana Zoom

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“Un viaggio chiamato vita” di Banana Yoshimoto

coverUn viaggio chiamato vita è un libro di Banana Yoshimoto edito da Feltrinelli nel 2010. Non è un romanzo, anzi lo collocherei nel genere della saggistica. Mi è stato regalato quest’inverno e mi sono messa a leggerlo solo adesso perché funziona così: per prendere un libro in mano (ogni libro) e decidere di cominciarlo bisogna sentire l’ispirazione del momento.
La Yoshimoto ha scritto dei piccoli capitoletti di varia lunghezza (una, massimo quattro pagine) in cui racconta le sue impressioni sui viaggi che ha fatto o considerazioni varie su esperienze che ha vissuto in prima persona. Quelle sui viaggi sono più che altro nella prima parte e un po’ anche nella seconda. La terza invece si riferisce sostanzialmente alla sua vita privata: la morte del suo cane, la nascita del suo bambino, il rapporto coi genitori e con altre persone importanti che hanno incrociato il suo cammino di vita.
Devo dire che non mi è dispiaciuto affatto leggerlo, perché credo che offra molti spunti di riflessione, soprattutto per quanto riguarda la contrapposizione tra oriente e occidente, che l’autrice stessa sente in maniera molto forte. Ma la sente in negativo, perché sembra confessare (non lo dice chiaramente) ai lettori che i tantissimi viaggi che ha fatto per il mondo le hanno aperto la mente e le hanno permesso di capire quali sono i punti deboli del suo paese.
A tal proposito vi lascio un pezzo che mi ha colpita particolarmente e che si riferisce ad un suo viaggio in Sicilia, a Palermo, che è la mia città. Mi è piaciuto molto innanzitutto perché questa donna, asiatica e così lontana dal nostro modo di vivere, scende dall’aereo praticamente dall’altra parte del mondo e sembra introiettare fin da subito i sentimenti e le disposizioni d’animo di noi siciliani. In secondo luogo, pochi giorni fa sono andata a prendere in aeroporto una mia parente che veniva a trovarci da Roma e, ripensando alle parole della Yoshimoto, mi sono ritrovata a pensare, col sorriso sulle labbra, che vivo in un posto bellissimo e che chiunque venga qui se ne rende conto.

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Poco tempo fa, sono andata per la prima volta in Sicilia.

Siccome mi era stato detto da tutte le persone che conoscevano l’Italia che Palermo è una città pericolosa (persino alcuni italiani mi avevano detto che avrei fatto meglio a girare senza borsa, o con una borsa della quale non mi importava di essere derubata, e con dentro solo cose di scarso valore!), stavo in guardia più o meno come quando sono andata in Sud America. Ma nel momento stesso in cui ho messo piede a terra in aeroporto, mi sono resa conto che era tutto così bello che non mi importava più di niente. Il cielo azzurro e le montagne maestose. Di sera la strada che portava in città era bloccata dal traffico, ma nella luce di quel tramonto c’era una bellezza dimenticata, di cui avevo come nostalgia. La sensazione di pace quando la giornata volge al termine, la felicità di tornare a casa, e quindi la felicità di vivere in quella terra: doveva essere questo ciò che la gente provava. Era una bella serata. Quella sensazione mi aveva invaso il cuore. Circondati da quel sole e da quell’azzurro, è naturale che nasca quel gusto particolare per la ceramica azzurra e gialla. Quando la si trasferisce nell’umidità del Giappone, diventa fredda. Desideravo con tutto il cuore vivere in quella città, gustare il vino sul calar della sera, e mangiare insieme alle persone a cui voglio bene. Non erano tante le città che facevano scaturire in me simili pensieri. Senza contare che qualcuno del personale dell’albergo mi aveva detto che ultimamente furti e scippi erano diminuiti, e che ormai erano più pericolose Roma o Napoli.

Abbiamo passeggiato per la città, osservato strane chiese in cui diverse culture si mescolavano in modo bizzarro, ci siamo immersi nel silenzio dei chiostri, abbiamo partecipato ai festeggiamenti per la Pasqua, mangiato tra le risate, bevuto un po’ troppo, girato per i mercati. Le persone dei quartieri poveri si affacciavano alla finestra e mentre chiacchieravano si divertivano a guardare la strada. E gli immigrati osservavano in silenzio la loro fede, sotto quel cielo meraviglioso, chiaro nonostante fosse ormai sera.

Quel modo di vivere ha lasciato in me una sensazione che non dimenticherò facilmente. Ebbi l’impressione di vedere riconfermata la formula “questa è la vita che fa per me”. Perché in Giappone questo non succede? mi sono chiesta.

 

Tramonto da Capaci, foto di Rodolfo Castronovo

 

Titolo: Un viaggio chiamato vita
Autore:
 Banana Yoshimoto
Traduzione:
 Gala Maria Follaco
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2010
Pagine: 192
Prezzo: 13 €
Editore: Feltrinelli

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In breve: “Perché si dice addio” di Giulia Carcasi

Ho deciso di creare una nuova categoria per le recensioni di certi libri o racconti su cui non c’è troppo da dire, ma che ho letto e magari mi sono piaciuti anche. A volte capita che la loro lunghezza sia talmente breve che più di tanto non puoi esprimerti e per parlarne basta qualche frase che serva a renderne l’idea. Ho deciso di dare queste recensioni il nome di In breve.
A tal proposito, voglio parlare di un racconto che ho letto pochi giorni fa in dieci minuti, Perché si dice addio di Giulia Carcasi. È un testo della collana Zoom di Feltrinelli (ne ho parlato tempo fa, sono estratti da libri o racconti brevi che trovate su Amazon a 0,99 €). L’ho letto perché volevo fare una piccolissima pausa tra la seconda e la terza parte de I fratelli Karamazov, e mi è piaciuto davvero molto.

Ci sono persone che hanno difficoltà a legarsi, ad instaurare rapporti sentimentali duraturi, e la protagonista di questo racconto parla di sé in prima persona riferendosi probabilmente all’unico uomo a cui abbia provato a dare una chance. Dopo diversi addii seriali a vari ragazzi, questo sembra essere l’ennesimo “usciamo per un po’, poi ti dico che non funziona e ciao”, ma lui ha resistito, quando lei provava ad allontanarsi lui, invece di andarsene, persisteva facendole capire che sarebbe rimasto e non ci avrebbe rinunciato. Così, piano piano, si è innamorata e lui le mancava anche quando era con lei. Ma qualcosa a volte va storto e la paura ha il sopravvento sull’amore, così finisce tutto in una bolla di sapone, quasi come se fosse regolato da un destino che non fa sconti a nessuno.
Un racconto brevissimo, ma intenso, sembra un po’ un incrocio tra una dichiarazione d’amore arrivata tardi e il rimpianto di aver mollato. Mi sa che cercherò qualcos’altro di questa autrice.

Ti ho amato perché certe volte non riuscivo a essere forte, volevo solo scivolarti tra le braccia e sentirti dire tutto passa, tutto passa, pure se non era vero, tutto passa, tranne noi, certo, tranne noi. Ti ho amato perché se non mangiavo avevo qualcuno che mi sgridava, perché mi mettevi a tradimento lo zucchero nel tè, perché se mi estraevano i denti del giudizio e avevo la faccia gonfia, mi volevi baciare uguale (…)

Titolo: Perché si dice addio
Autore:
 Giulia Carcasi
Genere: 
Racconto
Anno di pubblicazione:
 2012
Dimensioni: 423 kb, formato kindle
Prezzo: 0,99 €
Editore: Feltrinelli – Collana Zoom

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“Madame Bovary” di Gustave Flaubert

Madame Bovary è un romanzo dell’autore francese Gustave Flaubert, considerato uno dei primi esempi di letteratura realista. Pubblicato nel 1856, narra le vicissitudini di Emma Rouault, ragazza di campagna con desideri di lusso e sogni che vanno al di là della sua condizione, la quale un giorno sposa Charles Bovary, medico che ha curato la gamba del padre e che è rimasto vedovo da poco. Charles è innamoratissimo di sua moglie, ma la ragazza sembra particolarmente annoiata da questo matrimonio che delude le sue aspettative. Emma infatti non si aspettava un uomo così tranquillo, dedito al suo lavoro, accondiscendente e che si accontenta di ciò che ha. Vorrebbe balli, bei vestiti, mobili e soprattutto quelle emozioni che la vita non le dà.
Da Tostes, dove abitavano, i coniugi Bovary si trasferiscono a Yonville, un villaggio che può fornire ad Emma meno svaghi del precedente. In una locanda, però, conosce Léon, uno studente di giurisprudenza con cui piano piano sente di avere delle affinità. Il ragazzo, tuttavia, parte per motivi di studio per Parigi e la signora Bovary poco dopo intreccia una relazione romantica con Rodolphe, un ricco proprietario terriero. I due sembrano innamoratissimi e dopo qualche mese progettano addirittura una fuga insieme. Tra l’altro, l’amore che Emma prova per Rodolphe è direttamente proporzionale al disgusto nei confronti di Charles, quel marito che ormai rappresenta per lei un peso. La sera prima di scappare, dopo essersi ancora una volta dichiarati reciprocamente il loro amore, Rodolphe manda un biglietto ad Emma e le dice che per salvare l’onore della sua famiglia e di suo marito, è meglio che questa fuga non si faccia e che addirittura i due non si vedano più. Allora Emma, sedotta e abbandonata da quello per cui in realtà il loro era soltanto un passatempo, sprofonda in una grave depressione, dalla quale però riesce ad uscire qualche mese dopo, impegnandosi nelle attività più svariate.
Un giorno a Charles viene in mente che andare a teatro potrebbe giovare alla salute della moglie e così i due vanno a Rouen per assistere all’opera. Là incontrano Léon, e l’antica fiamma che si era spenta con la partenza di lui si riaccende, così da far sbocciare quell’amore che non era riuscito a nascere prima. Emma inizia a sperperare il suo denaro, confusa dalla felicità che crede di provare, s’indebita e il marito non si accorge praticamente di nulla. Tutto questo fino all’inevitabile, tragico epilogo.

Una pagina del manoscritto originale di Madame Bovary. Cliccate sull’immagine per maggiori dettagli. (La Biblioteca municipale di Rouen ha scansionato di scansionare tutte le pagine e metterle sul suo sito a disposizione degli appassionati.)

Come ho detto in molti altri casi, perché un libro sia bello non deve necessariamente avere un protagonista simpatico, e faccio questa premessa perché Emma Bovary non mi è entrata nel cuore. Ma penso che comunque l’autore non avesse in realtà lo scopo di farcela piacere. Emma è una donna eccessivamente sognatrice, convinta che la vita debba essere come quella dei romanzi che leggeva da ragazzina: feste, balli, turbamenti ed emozioni continue. In realtà si trova a sposare un uomo che ha l’unico difetto di essere noioso e di non accorgersi di tutto quello che succede intorno a lui. Non è una di quelle donne che sono infelici perché segregate in casa a fare i mestieri, o alle quali vengono tarpate le ali. No, lei è una che fa quello che vuole, che, su consiglio stesso di Charles, si reca una volta alla settimana a Rouen da sola a “prendere lezioni di pianoforte”, cosa che in realtà non fa perché ha appuntamento con l’amante Léon. Ed è forse a causa di questa grande libertà che quello che ha sembra non bastarle mai. Si potrebbe pensare che l’adulterio, nel suo caso, sia la logica conseguenza di una vita con un marito così. Un marito che in realtà è un brav’uomo, senza grandi sogni o aspirazioni, contento di quello che ha e innamorato di una moglie che prova disgusto per quella sua specie di indolenza. Magari sarò moralista, ma condanno lo stesso la scelta di Emma di buttarsi tra le braccia di altri uomini per noia. Che poi si annoiava pure degli uomini con cui tradiva Charles, dopo un po’.

Ogni sorriso nascondeva uno sbadiglio di noia, ogni gioia una maledizione, tutti i piaceri, il disgusto, e i baci più appassionati lasciavano sulla bocca soltanto l’irrealizzabile desiderio di una voluttà più grande.

Che dire degli altri personaggi? Il signor Homais è il farmacista di Yonville, un uomo che si considera quasi uno scienziato e un uomo di mondo, nonostante non si sia mai allontanato troppo dal suo villaggio. Sta sempre al centro dell’attenzione scrivendo anche articoli per il giornale di Rouen e fa di tutto per ottenere la Legion d’Onore, che alla fine riesce ad avere. In fin dei conti è un semplice uomo borghese che pensa di essere molto di più di ciò che in realtà è. Lheureux, invece, è il principale responsabile della rovina dei Bovary. Egli è un mercante particolarmente furbo e manipolatore che raggira Emma approfittando spesso della sua debolezza; la costringe quasi a comprare cose che non potrebbe permettersi, assecondando la sua smania di vivere nel lusso. Quando lei non ha più i soldi per pagare, riesce ad incastrarla in un girotondo di cambiali da cui non riuscirà ad uscire, cadendo nella disperazione.

Per quanto riguarda il linguaggio, è sempre scelto con cura, lo stesso Flaubert ha sempre dichiarato di cercare le mot juste, dando alla sua prosa quella perfezione che in fondo non era da tutti. Io ovviamente non l’ho letto in francese perché, sebbene lo capisca abbastanza, non sarei in grado di affrontare un intero romanzo. Anzi ho avuto la sfortuna di scegliere un’edizione che sconsiglio ai lettori, quella di Crescere Edizioni. L’ho comprata in una bancarella (non di usato), incellofanata, per poi accorgermi, all’apertura, che non veniva nemmeno specificato il nome del traduttore, l’anno di pubblicazione, il numero di edizione… nulla. Ecco, se decidete di comprare questo libro, scegliete delle edizioni più valide, meglio ancora se vi forniscono una prefazione o un’introduzione che inquadri autore, periodo storico e un minimo di critica. Perché, specialmente chi non conosce Flaubert, la Francia di quel periodo o le tendenze letterarie dell’epoca può rimanere spiazzato. Per questo motivo nella scheda del libro a fine post vi do informazioni su un’altra edizione che sicuramente è migliore.

Titolo: Madame Bovary
Autore:
 Gustave Flaubert
Traduzione: 
Roberto Carifi
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1856 (2009 questa edizione)
Pagine: 368
Prezzo: 8,50 €
Editore: Feltrinelli

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Ricordi di un vicolo cieco (Zoom)” di Banana Yoshimoto

❗ PREMESSA: Ribadisco il significato di Zoom. La Feltrinelli ha creato una collana chiamata così che focalizza la sua attenzione su estratti da raccolte di racconti, saggi, ecc. Questo di cui sto per parlare è un racconto, non un libro intero. Ve lo dico perché quando ho comprato sei racconti Zoom credevo che fossero libri, quindi voglio evitarvi di fare lo stesso errore.

WP_003037È il secondo racconto che leggo della Yoshimoto e mi è piaciuto più del primo, forse perchè il tema è per me più coinvolgente.
Racconti di un vicolo cieco è un estratto dall’omonima raccolta e parla di una ragazza, Mimi, che deve affrontare una grande delusione amorosa ma trova accanto a sé un amico di cui sente di aver bisogno. Mimi infatti è fidanzata da tempo con Takanashi, il quale è andato a vivere per lavoro in un’altra città. I due sono fidanzati nel vero senso della parola e aspettano che lui torni a casa per sposarsi. Ma col passare del tempo lui si fa sentire sempre meno, non risponde alle telefonate e ai messaggi, e lei ingenuamente pensa che sia a causa del lavoro. Un giorno, dopo essersi confidata con la sorella, Mimi senza annunciarsi va da Takanashi e scopre che il ragazzo si è fatto una vita parallela con un’altra donna e che prima o poi glielo avrebbe detto. Sconvolta, la ragazza cerca di superare il trauma e la Yoshimoto col suo stile dolce e garbato ci comunica gli stati d’animo di Mimi che sembra quasi aver perso ogni punto di riferimento e deve affrontare il fatto che le sue certezze sono crollate.

Ad aggravare la situazione c’è un prestito di un milione di yen che Mimi aveva fatto a Takanashi e che lui non le ha mai restituito. Con quei soldi aveva comprato la macchina che avrebbero dovuto usare insieme da fidanzati e poi da sposati. E forse è questa la cosa che sconvolge di più Mimi: l’offesa di aver dato molto e non aver meritato nulla, anzi di essere pure stata rimpiazzata. Lei non sa come comportarsi perché ridurre tutto al denaro significa cadere in basso, ma per fortuna c’è Nishiyama al suo fianco, pronto ad ascoltarla e confortarla.

Nishiyama è un ragazzo che ha subito un grande trauma da piccolo, per colpa di suo padre, ma è cresciuto diventando una persona estremamente sensibile ed equilibrata. Forse l’amico perfetto per quella Mimi che invece è un po’ sprovveduta e ha bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi. Perchè non tutti sanno bastare a se stessi, alcuni hanno bisogno di avere dei punti di riferimento.

Io personalmente non amo troppo i racconti, perché essendo brevi mi coinvolgono poco, quindi sono solita leggere soprattutto romanzi. Questo mi ha colpito in particolar modo per il tema trattato, ci ho trovato molti spunti di riflessione. Ho pensato, per esempio, al fatto che spesso ci si affida totalmente a qualcuno non mettendo in conto che quel qualcuno può toglierci il suo sostegno e alla fine che succede? Crolliamo. Ho pensato a questo tipo di rischio, insomma. Però la parte bella di Ricordi di un vicolo cieco credo sia il modo in cui l’autrice esprime quanto succede nella protagonista. La Yoshimoto racconta i turbamenti interiori di Mimi in maniera davvero delicata, scavando in fondo al groviglio di sentimenti che è difficile separare. Allo stesso tempo però ritroviamo un particolare tipo di introspezione che credo sia tipico di quella zona del mondo: non c’è chi si strappa i capelli per una delusione d’amore, bensì vediamo come si affronta il dolore con dignità e voglia di ripartire, nonostante tutto.

Titolo: Ricordi di un vicolo cieco
Autore:
 Banana Yoshimoto
Traduzione: G. Amitrano
Genere: Racconto
Anno di pubblicazione: 2012
Grandezza: 346 Kb (formato Kindle)
Prezzo: 0,99 €
Editore:  Feltrinelli  (Collana “Zoom”)

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“La luce che c’è dentro le persone (Zoom)” di Banana Yoshimoto

L’estate scorsa ho visto su Amazon dei libri a 0,99 € e mi sono sbizzarrita, ne ho comprati sei. Però non ho visto che accanto ai titoli c’era la dicitura Zoom. Che significa? Ve lo faccio spiegare direttamente dal sito Feltrinelli.

“Zoom è la nuova collana di Feltrinelli tutta digitale.
Una nuova idea di libro: economico, veloce e maneggevole.
A 0,99 € a titolo.

In Zoom troverai i libri che finora non si potevano fare. Perché la cara, amatissima carta ha pur sempre i suoi limiti. In Zoom troverai racconti, romanzi a puntate, guide, saggi e interventi editi e inediti. Testi brevi ma di altissima qualità, liberati nella loro essenza più pura dalle nuove possibilità di distribuzione digitale. 

Libri piccoli solo per le loro dimensioni e il loro prezzo. Libri che sanno rimanere nella mente a lungo, come una bella canzone, e che come una canzone possono essere scelti e gustati uno alla volta. E poi gustati di nuovo, e di nuovo…”

Ecco. Praticamente sono degli estratti, e non i libri interi. Io non lo sapevo. Non che sia una grande perdita perché sono sempre buoni materiali di lettura, ma sono rimasta un po’ delusa. Pensavo di avere in mano dei libri e mi sono ritrovata con dei racconti, che tra l’altro non leggo quasi mai perché non mi coinvolgono in quanto sono troppo brevi per me.

Comunque ho iniziato con questo della Yoshimoto e l’ho gradito, per quanto potessi. Non mi sono appassionata troppo perchè a leggerlo ci ho messo quindici minuti, ma l’ho trovato ben scritto e scorrevole. Se volete saperne di più vi lascio la mia recensione.

La luce che c’è dentro le persone di Banana Yoshimoto: la storia di un’amicizia indimenticabile.

Questa perla, che si legge massimo in un quarto d’ora, vede come protagonista una scrittrice che ricorda con nostalgia la sua amicizia con Makoto, il suo primo amico ed amore, forse. Makoto era un bambino che veniva da una famiglia ricca che si occupava di dolci. Da piccoli passavano moltissimo tempo insieme, soprattutto a casa di lei perchè lui, lì, ci stava più volentieri che nella sua grande casa. Un giorno però…

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Voi conoscete questa autrice? E poi, domandone: regalerete dei libri per Natale?