In breve: “La battaglia navale” di Marco Malvaldi

Un lavoro d’indagine vero, sul campo, è molto più simile alla battaglia navale. All’inizio spari alla cieca, e non cogli niente, ma è fondamentale che tu ti ricordi dove hai sparato, perché anche il fatto che lì tu non abbia trovato nulla è una informazione. (…) A un certo punto, quando prendi qualcosa senza affondarlo, capisci che devi continuare a sparare nei quadratini adiacenti, ma con criterio. Se ne becchi due di fila, sai che il terzo colpo lo devi sparare sulla stessa linea. Davanti o dietro, non lo sai, ma sai che è solo questione di tempo. Ecco, il nostro lavoro è così.

 

Leggo in ritardo rispetto all’uscita (2016) questo giallo di Malvaldi targato Sellerio perché questo autore lo tengo sempre come riserva allegra per periodi bui.
Siamo sempre a Pineta. Questa volta, viene ritrovato il corpo di una donna e la comunità ucraina è concorde nel riconoscimento: si tratta di Olga, giovane e bella badante. Dato che ci è scappato il morto, arriva la combriccola dei “prostatici quattro”, i vecchietti del BarLume, che si devono impicciare sempre e comunque, stavolta con il supporto del compagno Mastrapasqua, nostalgico comunista, che ha alle spalle dieci anni in Ucraina e ricorda la lingua. Massimo il barrista è ormai fidanzato col vicequestore Alice Martelli e forse l’amore lo ha un po’ spento, anche se il personaggio funziona sempre. Solita solfa (che in fondo ci piace): delitto, indagini ufficiali, indagini non ufficiali dei vecchietti, indizi qua, indizi là, un piccolo errore, si accende la lampadina e Massimo svela il mistero.
A me di Malvaldi piace moltissimo il taglio scientifico/ironico che dà alle sue storie, i ragionamenti sono lineari, il linguaggio chiaro e divertente mi ha conquistata dal primo romanzo della serie del BarLume. Solo che, in fin dei conti, direi che: letto uno, letti tutti. Ci sono battute di spirito, qualche pasticcio qua e là, il Rimediotti che parla attraverso un marchingegno elettronico perché è stato operato alla laringe è simpaticissimo, si imparano cose nuove (non avevo idea prima di adesso di cosa fossero il fattoriale e il sampling bias), ma non spacca come al solito. E non saprei dire se è perché questo è meno brillante degli altri o perché ci stiamo un po’ abituando alla minestra.
Giudizio comunque positivo, anche se non stellare.

(La battaglia navale, Marco Malvaldi,
Sellerio, 2016, 179 pp., 13 €)

 

Dalla pagina Facebook: https://www.facebook.com/bibliotecadibabele/photos/a.2173646676182247.1073741840.1432387010308221/2214676242079290/?type=3&theater

“La strage dei congiuntivi” di Massimo Roscia

WP_004413La strage dei congiuntivi è un altro libro che ho letto insieme a Simona, Elena e Nereia per #letturecondivise. In pratica, quando qualcuno fa una proposta di lettura decidiamo di affrontarla insieme e commentarla passo passo su Twitter (o sui nostri profili Facebook), riportando anche foto, stralci e citazioni che ci piacciono (se v’interessa vedere cosa abbiamo scritto e scriviamo cercate su Twitter #StrageCongiuntivi, è l’hashtag di riferimento che abbiamo scelto). Stavolta, dopo aver letto il titolo del libro proposto non mi sono fatta nessuna idea perché non conoscevo né il testo né l’autore, mai sentiti, quindi ho accettato volentieri e mi sono procurata il volumetto.
Forse l’ho finito prima degli altri, ma di certo non è stata una lettura facile e adesso vi spiego perché.

Innanzitutto l’autore: Massimo Roscia. Dal sito di Exòrma leggiamo:

È nato a Roma nel 1970 (qualcuno sostiene nel 1870). Scrittore, critico enogastronomico, docente, condirettore editoriale del periodico «Il Turismo Culturale». Autore di romanzi, saggi, ricerche, guide e vincitore di diversi premi letterari, ha esordito nel 2006 con “Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo”. L’originale noir sul rapporto cibo-nevrosi ha ottenuto in pochi mesi un grande successo di pubblico e di critica. Da qualche anno insegna comunicazione, tecniche di scrittura emozionale, editing, letteratura gastronomica e marketing territoriale. Nei minuti liberi continua a scarabocchiare e a chiedersi cosa fare da grande.

La storia, in poche parole, è questa. L’assessore alla cultura, Bill Gross Donkey, un uomo che data la sua ignoranza con la cultura non c’entra proprio niente, viene ucciso con un colpo di bastone di legno d’ulivo dopo il suo lunghissimo discorso filosofico. Ma chi lo ha ucciso? Sicuramente uno dei cinque personaggi, abbastanza stravaganti, che si ergono a difensori della cultura e della lingua e che per salvare il mondo dallo sfacelo linguistico/culturale, appunto, ucciderebbero. C’è chi è un ex bibliotecario licenziato dall’assessore e trasferito all’ufficio del cimitero, chi è nelle forze dell’ordine, chi è professore, ma tutti condividono la medesima idea: non bisogna arrendersi, non ci si può limitare ad indignarsi e a storcere il naso davanti a tali nefandezze, bisogna reagire e se è il caso, perché no?, togliere di mezzo qualcuno. E in questo caso è stato l’assessore, che viene stroncato da un bastone d’ulivo che ricorda un po’ quello di Atena.

Tutto qui, l’idea è sicuramente originale, come lo è anche la dedica all’inizio, su cui mi sono soffermata molto quando ho aperto il libro.

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Apprezzabile! In fondo bisogna dedicare qualcosa a tutti, anche a quelli a cui nessuno pensa mai.

Ma, per continuare il discorso, originali sono anche la struttura del libro e il modo di scrivere dell’autore. All’inizio di ogni capitolo c’è una piccola “dissertazione” sul numero corrispondente, ma durante la lettura, poi, spesso ci si perde un po’ perché non si capisce bene chi sia a parlare. Ogni capitolo è narrato da una persona diversa, la voce narrante non è sempre uguale. I personaggi risultano un po’ antipatici, ma recitano la parte che è stata assegnata loro da Roscia in quanto difensori all’estremo di una cultura e di una lingua (italiana, nonostante quasi nessun personaggio abbia un nome italiano) che vanno verso la rovina. Quindi, ad esempio, li troviamo impegnati a darsi dei soprannomi che non sono altro che i nomi di grammatici e filosofi dell’età classica, Partenio, Dionisio, Cratete e compagnia bella. E poi si mettono anche a parlare in una lingua che neanche il Petrarca…

Ma quello che ha fatto sì che il libro non mi riuscisse facile da leggere (e che quindi non mi conquistasse) è l’eccessiva quantità di note riscontrabile all’interno. Queste note non sono tutte autentiche, molte sono inventate e divertenti (più in basso ve ne riporto una), ma credo siano troppe, e rimandano a libri che l’autore ha letto (?) e cita. Ma sono davvero troppi, a volte sembra un po’ spocchioso, sembra che voglia fare uno sfoggio di erudizione per mostrarsi superiore. Ad ogni modo secondo me fanno perdere il filo, perché tu che leggi ti trovi continuamente a fare su e giù con gli occhi perché hai paura di perderti qualche chiarimento importante, e poi invece finisce che non le leggi più. E allora a che serve?

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La parte più divertente è sicuramente il lungo discorso dell’assessore Gross Donkey, infarcito di congiuntivi sbagliati, inventati o scambiati col condizionale, di accordi bislacchi tra aggettivi, pronomi e sostantivi corrispondenti, di occlusive sorde che diventano sonore e altre stramberie che voi comuni mortali non potreste nemmeno immaginare. E ci credo che lo fanno fuori, ad un certo punto! Porta davvero all’esasperazione un personaggio che parla così.

Insomma, onestamente a me non è piaciuto, non è stata una lettura adatta a me, ma se anche voi siete stanchi della violenza che si fa giornalmente ai danni della cultura e della nostra lingua magari vi può piacere.

Titolo: La strage dei congiuntivi
Autore: Massimo Roscia
Genere:
 Romanzo, Giallo, Noir
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 324
Prezzo: 15,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota

“Il canotto insanguinato” di Augusto De Angelis

WP_004295Come qualcuno di voi sa, spesso mi dedico alla riscoperta di autori italiani un po’ dimenticati e da un po’ di tempo mi è nata una passione per Augusto De Angelis, uno scrittore che ha vissuto in un periodo molto difficile della storia del nostro paese, quello fascista. Lui era un antifascista e per degli articoli scritti su un giornale fu arrestato; ma la sua fine arrivò nel 1944 quando, in seguito ad una discussione fu pestato da un repubblichino fino alla morte che arrivò qualche giorno dopo. La sua carriera, quindi, fu molto breve e comprende, tra le altre cose, circa una ventina di romanzi polizieschi in cui ricorre il personaggio del commissario Carlo De Vincenzi della squadra mobile di Milano. Alcuni dei suoi scritti vennero pubblicati postumi o ripubblicati negli anni Sessanta e ultimamente la Sellerio sta riproponendo parte di questi romanzi.

Il canotto insanguinato è del 1936, ma la casa editrice palermitana lo ha ripubblicato proprio nell’estate del 2014, sempre con la sua classica copertina blu e che tanto ci piace. La storia comincia quando viene ritrovato un canotto pieno di sangue e si sospetta che sia morta la signorina Paulette Garat, anche se non se ne trova il corpo. Il primo indiziato è il russo Ivan Kiergine, amante della donna, che però si rifiuta di parlare mostrando grande dignità e rispetto per Paulette. De Vincenzi lo interroga fino allo sfinimento, ma senza risultato, quindi lo libera e decide di portarselo dietro durante le indagini tra Milano, Sanremo, Nizza, Strasburgo e la Germania. Nel frattempo inizieranno ad accumularsi cadaveri e a comparire strani personaggi. Il commissario alla fine riuscirà a capire che cosa è realmente successo e cosa ne è stato della donna scomparsa.

Augusto De Angelis e la nipote Marcella (da wikipedia)

Quello che colpisce in questo romanzo è che, come era accaduto per Il mistero delle tre orchidee che abbiamo già affrontato, i cattivi sono sempre stranieri: in quella situazione politica l’Italia doveva mostrare di essere un paese giusto e in cui la giustizia funzionava. Niente delinquenti, insomma, quelli venivano da fuori. La storia non è assolutamente scontata e l’autore ci fa mettere nei panni del commissario, che assiste confuso alla serie di omicidi e fatti strani che gli si presenta. Noi fino alla fine accumuliamo indizi, ma ce ne manca uno che faccia incastrare bene i fatti tra loro e che dia un senso alla vicenda.

Il linguaggio, certo, non è modernissimo, ma è un giallo godibilissimo e sicuramente fatto meglio di molti gialletti odierni. Purtroppo, a parte qualche eccezione, oggi si mira eccessivamente all’aspetto psicologico dei personaggi lasciando in ombra la trama, che in un poliziesco deve essere la parte più importante, tanto che si può avere qualche difficoltà a collegare i fatti. È un romanzo che consiglio agli appassionati del genere e a chi volesse tornare indietro, fino ai primi del Novecento, per riscoprire autori che stiamo dimenticando e che si sono trovati a scrivere in condizioni in cui non era affatto facile.

Titolo: Il canotto insanguinato
Autore: Augusto De Angelis
Genere: Romanzo, poliziesco
Anno di pubblicazione: 1936, ripubblicato nel 2014
Pagine: 376
Prezzo: 14 €
Editore: Sellerio

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Argento vivo” di Marco Malvaldi

WP_003010Ultima lettura, finito la settimana scorsa e fatto fuori in due giorni, Argento vivo è un libro che si legge tutto d’un fiato, anche perchè i capitoli si concludono come gli episodi di un telefilm, quando ti piazzano quell’evento finale prima della puntata successiva, che tu dici “oh caspita, e poi???”. E poi praticamente ti ritrovi alle tre e mezza di notte che il sonno non lo senti e ridi come una scema, che eri partita da pagina 42 e inspiegabilmente sei a pagina 172. Una lettura leggera e divertentissima che consiglio a tutti voi, soprattutto se siete stressati oppure oberati di lavoro e volete distrarvi.

Io Marco Malvaldi lo venero da qualche anno, l’ho scoperto per caso (ho letto la Trilogia del Barlume) e non l’ho più dimenticato. Devo però recuperare qualche suo romanzo, ma per Natale mi arriverà tutto ciò che mi sono persa. Ha un modo di scrivere ironico e acuto che inevitabilmente conquista chi legge. Se non lo conoscete, provate!

Questa è la mia recensione per Leggeremania.

Argento vivo di Marco Malvaldi: un garbuglio di storie che non vi farà staccare dalle pagine.

Argento vivo è un romanzo del toscano Marco Malvaldi edito da Sellerio e pubblicato nel 2013. L’autore lo avevo conosciuto qualche anno fa, quando mi è stata regalata la Trilogia del Barlume, e di lui mi hanno colpita lo stile ironico, e allo stesso tempo pulito, e le trame, spesso ingarbugliate ma con un’architettura logica incredibile. Del resto è un chimico, quindi l’impostazione un po’ scientifica – non negli argomenti…

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