Buon anno, con qualche anticipazione!

Un anno si conclude oggi e uno nuovo comincerà domani. Non mi va di fare bilanci, ma dico solo che me lo sono goduto diversamente dagli altri. Mi sono dedicata alle mie letture più lentamente e in maniera più consapevole, senza pensare di dover fare una corsa contro il tempo per leggere più dell’anno precedente, o per riuscire a metterci dentro più cose possibili. Ho anche abbandonato un libro – cosa che non accadeva da tantissimo – perché mi sono resa conto che stavo perdendo tempo e non ci stavo capendo assolutamente niente. Insomma, quello che vado imparando ogni anno che passa (e non solo in relazione alle letture, ma alla vita in generale) è che ciò che importa è quanto serenamente riusciamo a trascorrere il tempo che abbiamo, senza affannarci o voler fare più di ciò che riusciamo a fare. Perché nessuno poi ci dà un premio, anzi, al massimo ci viene l’ansia.

Dunque, non parliamo dell’anno appena trascorso, di cui non vi faccio il riassunto delle letture che potete comunque trovare nel calendario qui a fianco o scorrendo indietro i vecchi post; parliamo invece del 2019. Credo sia scontato dire che sarà un anno meraviglioso ecc., posso solo augurarvi che sia il più sereno e tranquillo possibile, che si possa stare lontani dalla negatività. Per questo motivo voglio chiudere il 2018 e iniziare il 2019 con delle anticipazioni letterarie che sono uscite sul blog di GoodBook.it, La scimmia dell’inchiostro, qualche giorno fa. Una è mia, le altre sono di altre amiche blogger molto in gamba. Pronti? Via!

Auguri!

novita arrivo 2019 blog

Aspettiamo il nuovo anno pregustandoci già tutte le novità che leggeremo. Ecco quelle più attese dalle nostre book-blogger: otto romanzi che usciranno nella prima metà dell’anno (ma attenzione, le date d’uscita sono indicative) e un libro che non sappiamo se uscirà nel 2019, ma che attendiamo con trepidazione!

Continua a leggere…

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Cambio di rotta | Elizabeth Jane Howard

Quando ti liberi di qualcosa che ti sembrava difficile abbandonare,
poi hai la sensazione che quella cosa non sia mai esistita.

Ti senti più leggero e anche un po’ stupido.

 

Esce oggi in libreria un romanzo di Elizabeth Jane Howard che Fazi ci propone sempre con la preziosa traduzione di Manuela Francescon: Cambio di rotta. E io sono molto felice di annunciarvelo perché, come sapete, ho una passione sfrenata per questa autrice inglese. Il libro è uscito nel 1959 e all’epoca fu inserito nella lista dei migliori libri dell’anno da “The Sunday Times”. In più, da quello che leggo, è in fase di lavorazione un film tratto da questo romanzo, che vede come regista e protagonista Kristin Scott Thomas (bisognerà correre a vederlo). Ma passiamo alla storia.

Emmanuel e Lillian Joyce sono una coppia dell’alta borghesia ebraica londinese: lui è un famosissimo drammaturgo sessantaduenne di umilissime origini che è riuscito a crearsi una posizione di tutto rispetto; lei, quasi cinquantenne, è una donna molto fragile, di salute cagionevole, e raffinata. I due non hanno una casa fissa, abituati come sono a girare per il mondo insieme al manager di Em, Jimmy Sullivan, un trentenne che si occupa praticamente di tutto. Non viaggiano solo per seguire per teatri le commedie scritte da Emmanuel, ma si concedono anche numerose vacanze. Comunque,  la segretaria di Mr. Joyce, Gloria, è stata licenziata proprio prima che il gruppo partisse per New York (la ragazza è stata una delle tantissime scappatelle dell’uomo) e bisogna trovarne una nuova. Lillian per caso conosce Sarah, che viene rinominata Alberta (i Joyce hanno avuto una bambina, Sarah, che è morta molto presto) e che sembra fare al caso loro. È una ragazza molto pacata, dolce e genuina che proviene dalla campagna ma che a quel punto si trova in un mondo del tutto diverso, pieno di bei vestiti, ristoranti costosi e agi. Il suo fascino inizia a colpire Em e Jimmy e suscita il timore di Lillian che possa diventare l’ennesimo flirt di suo marito, ma quando i quattro andranno in Grecia per una vacanza ci sarà un vero e proprio cambio di rotta nelle vite di tutti.

«Diceva che ad abbracciare forte un segnale stradale, a un certo punto ci si affeziona al punto da scordarsi che cos’è, a cosa serve. È spiacevole ma può succedere, a un segnale stradale. Quello che cercava di dire è che le persone non sono fatte per essere dei punti di riferimento come li intendo io: o forse invece sì, ma nessuno è all’altezza di un compito simile».

Ogni capitolo è riferito a un personaggio diverso e al suo personale punto di vista, strategia che ci aiuta a capire meglio ogni aspetto della storia e i rapporti personali che si instaurano tra i quattro protagonisti (che, per la stessa ragione, sono caratterialmente molto approfonditi). Riusciamo a vedere la crescita di ognuno di loro, il cambiamento che avviene da quando Alberta arriva nelle loro vite e quasi li costringe a guardare tutto da una prospettiva diversa: Jimmy s’interroga sulla sua totale dipendenza da Em, Lillian inizia a rendersi conto di recitare da anni il ruolo della donna fragile, gelosa e capricciosa, ed Emmanuel capisce che l’unica donna che dovrebbe amare e a cui dovrebbe far riferimento è la moglie. Se Alberta inizialmente sembra a Lillian una minaccia, la donna poi si rende conto che la ragazza (ha solo diciannove anni) non ha interessi particolari, e inizia quasi a provare affetto nei suoi confronti. E il fatto che abbia lo stesso nome della figlia scomparsa probabilmente influisce.

Elizabeth Jane Howard, con lo stile elegante che la contraddistingue, racconta la mondanità e gli agi della classe borghese di fine anni Cinquanta e ci propone una riflessione sui noi stessi e sulle scelte compiute nella vita. Tutti i personaggi si interrogano sul loro vissuto e si rendono conto di essere arrivati a un punto in cui cambiare rotta è necessario ma non forzato, bensì quasi naturale, come se avessero esaurito le energie spese fino a quel momento. Ed è una cosa in cui è facilissimo rispecchiarsi perché si tratta di un processo che più o meno tutti mettiamo in atto nella vita.

Buona lettura!

Titolo: Cambio di rotta
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 6 settembre 2018
Pagine: 363
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi

 

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Vi segnalo inoltre che dal 5 settembre al 5 ottobre ci sarà una bella promozione Fazi: trovate tutti i libri del catalogo con lo sconto del 25%. Io ne approfitterei!

Parti con GoodBook.it | Vacanze letterarie in India

Per il periodo estivo, che coincide quasi per tutti con le vacanze, GoodBook.it dà vita sempre a iniziative molto carine. Questa volta si è deciso di creare un’agenzia di viaggi virtuale in cui ogni blogger che partecipa a “Parti con GoodBook.it” ha il compito di segnalare una località e far viaggiare i lettori attraverso consigli libreschi ambientati lì. Per quanto mi riguarda, ho scelto l’India, un Paese che sento molto, molto lontano da me, ma che comunque mi ha fatto piacere scoprire anche solo letterariamente. Anche se l’estate ormai sta finendo (ma siamo pur sempre ad agosto e poi il tempo per viaggiare non finisce mai!), passo ora a consigliarvi qualche bella storia che potete leggere se sognate anche voi di andare un giorno in India.

Cuccette per signora di Anita Nair  Nella stazione ferroviaria di Bangalore Akhila, una quarantacinquenne single e senza figli, sta per realizzare il sogno di una vita: prendere il treno e fare un viaggio da sola. Nello suo scompartimento ci sono altre cinque donne molto diverse tra loro per estrazione sociale e per età: una è anziana e non è mai riuscita a sperimentare la propria autosufficienza, un’altra ha solo quattordici anni ma è già molto matura, un’altra ancora è sposata con un marito tiranno. Ognuna di loro inizia a raccontare la propria storia alle altre e tutte si sentiranno meno sole. Fino al 1998 alla stazione di Bangalore c’era uno sportello della biglietteria dedicato ad anziani, portatori di handicap e donne, come sui treni c’erano anche le cuccette per signora (ladies coupé) da cui prende il titolo questo romanzo.
È una bella storia che ci mostra uno spaccato della vita delle donne indiane (il romanzo è del 2001, quindi sono già passati 17 anni) e c’è molto da riflettere sulla condizione della donna in generale in diversi paesi. Ci sono donne che contano poco senza il marito, che devono pensare attentamente a come vestirsi per non suscitare il desiderio negli uomini incontrati per strada, che devono obbedire all’uomo in modo incondizionato. Leggendolo sembra quasi di sentire i profumi dell’India e di vederne i colori. E ci sono anche delle ricette tipiche alla fine del libro!
[trad. Francesca Diano, Guanda, 2012]

Vidhana Souda, Bangalore [Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Vidhana_Soudha%5D

Passaggio in India di Edward Morgan Forster – Siamo a Chandrapore, una cittadina fittizia nei pressi del Gange, e la signora Moore è arrivata per incontrare il figlio Ronny, funzionario lì da molto tempo, insieme a quella che sarà sua nuora, Adela Quested. Negli anni del colonialismo inglese in cui l’Islam e la burocrazia islamica si fronteggiano, Adela non vuole essere la classica turista, ma vuole venire a contatto con la vera India. Conosce, così, Aziz, un giovane medico che ha studiato in Inghilterra e che rappresenta una guida perfetta. Le due donne vanno quindi in gita col ragazzo e Adela, entrata da sola nelle grotte di Marabar, esce da lì molto turbata (cosa le sarà accaduto?) e accusa Aziz di averla aggredita. Finiscono così nelle aule di tribunale, dando vita a uno scontro tra civiltà diverse pieno di pregiudizi e razzismo.
Con questo romanzo del 1924, Forster – autore britannico che forse ha conosciuto la fama più da morto che da vivo, grazie alle trasposizioni cinematografiche delle sue opere – fornisce una rappresentazione che potremmo definire ancora molto attuale del confronto tra l’Io e l’Altro che sfocia nello scontro tra Oriente e Occidente. L’autore definiva questo libro, che è considerato il suo grande capolavoro, come “il mio romanzo indiano influenzato da Proust”.
[trad. A. Motti, Mondadori, 2017]

La moglie di Jumpa Lahiri – A Calcutta, i fratelli Subhash e Udayan sono così simili fisicamente che, nonostante tra loro ci sia una differenza d’età di poco più di un anno, molta gente li scambia. Sono però molto diversi per carattere: il primo più pacato, riflessivo e ubbidiente coi genitori, il secondo più estroverso, impetuoso e vivace. Ovviamente prenderanno strade diverse: Subhash parte per gli USA e diventa uno studioso, mentre Udayan prende parte alle rivolte maoiste contro le ingiustizie subite dai contadini e sposa per amore Gauri, una studentessa di filosofia. Ma ecco che avviene la tragedia. A quel punto Subhash sente che è il momento di tornare a Calcutta e prendersi cura di ciò che ha lasciato il fratello, anche del cuore di Gauri, la moglie.
Se lo sfondo politico dell’India degli anni Settanta, tra rivolte e terrorismo, è importante, non è mai, però, in primo piano, non arriva mai a mettere in ombra la storia familiare di questi personaggi che vengono quasi visti crescere.
[trad. M. F. Oddera, Guanda, 2013]

A questo punto non mi resta che augurarvi buon viaggio in questo luogo meraviglioso del mondo!

La famiglia Aubrey | Rebecca West | In libreria da oggi

Oh, la musica parla della vita, suppongo,
e specialmente di quello che della vita non riusciamo a comprendere,
altrimenti le persone non si darebbero la pena
di raccontarlo per mezzo delle note.

 

Quando qualche mese fa ho terminato l’ultimo volume della saga dei Cazalet mi sono sentita un po’ smarrita perché i personaggi che avevo amato così tanto mi stavano lasciando e si era chiuso un capitolo importante della mia vita da lettrice, ma un’amica mi ha anticipato che più in là sarebbe uscita una nuova saga familiare, sempre per Fazi e sempre di un’autrice inglese, che, chissà, magari mi avrebbe fatta appassionare come quella della Howard. Immaginate allora la mia felicità quando mi è stata data la possibilità di leggere in anteprima il primo volume di questa trilogia che vede come protagonista la famiglia Aubrey, una famiglia fuori dagli schemi che vive nella Londra di fine Ottocento. Questa storia era già stata pubblicata da Mattioli qualche anno fa e proprio oggi esce in libreria con Fazi editore che la ripropone al pubblico italiano e la fa riscoprire a chi ancora non la conosceva.

Gli Aubrey, usciti dalla penna di Rebecca West, sono una famiglia di artisti: la madre Clare è una pianista di grande talento che non si esibisce più ma adesso insegna pianoforte alle figlie Mary e Rose (voce narrante); Cordelia è la figlia maggiore, aspirante violinista che non si rende conto di non avere alcun talento musicale nonostante qualcuno la incoraggi; Richard Quin, l’unico maschio, il più piccolo dei figli, che non si sa ancora che strumento sceglierà di suonare; e infine Piers, il padre, scrittore di pamphlet e articoli che, quando non è impegnatissimo nel suo studio, gioca d’azzardo ed è costretto a vendere gli antichi mobili di famiglia. In casa Aubrey si respira musica, si sente di continuo qualcuno che si esercita con l’archetto o che prova le scale al piano, ma ci sono tanti problemi finanziari, bisogna stare attenti al centesimo o, se proprio non si riesce a sbarcare il lunario, vendere qualcosa che sta a cuore a tutti. Ma i membri della famiglia sono molto uniti, quello che può sembrare normale in una giornata, come lavarsi i capelli, diventa un momento festoso in cui si mangiano le castagne insieme davanti al fuoco. Solo Cordelia sembra essere un po’ più lontana dagli altri, spesso presa in giro o trattata non troppo bene perché non avendo talento non riesce ad entrare nella piccola cerchia di musicisti Aubrey.

Penso che voi tre siate stati molto felici. Ma dubito che Cordelia si sia goduta ogni singolo momento della sua infanzia. Ogni cosa è stata un tormento per lei. Non è egoista. Non è quello che è mancato a lei che la angoscia, ma quello che è mancato a tutti noi. Ha odiato il fatto che avessimo dei vestiti tanto trasandati e una casa tanto sgangherata. Ha odiato il fatto che fossi sempre in tremendo ritardo nel pagare l’affitto al cugino Ralph. Ha odiato il fatto che avessimo pochissimi amici. (…) Avrebbe voluto vivere una vita come quella delle altre ragazze a scuola.

A lei, al contrario degli altri, pesa tanto dover portare abiti sdruciti e rammendati più e più volte, non invitare amici a casa, non poter essere come gli altri, avere una mamma e delle sorelle che vestono in modo trasandato. Mentre gli altri vivono in un’atmosfera quasi magica, Cordelia sente molto la mancanza di ciò che non ha avuto e non ha. Cerca, come tutti gli Aubrey, di capire quale sia la sua strada, s’impegna molto col violino, riesce ad avere qualche ingaggio non solo per contribuire alle spese familiari con quel poco con cui viene pagata, ma anche per potersene un giorno andare da questa famiglia che non rispecchia il suo modo di essere. E non nego che, nonostante tutto, è il personaggio che mi ha colpito di più, anche perché Rose, che ci racconta la storia in prima persona, spesso ne parla in termini non troppo amorevoli.

Quella degli Aubrey è una storia molto bella di cui questo primo volume rappresenta più che altro una premessa importante a quello che sicuramente verrà dopo. I ragazzi sono ancora piccoli e, anche se hanno da sempre a che fare con le difficoltà della vita, stanno cercando di capire che strada prendere (saranno necessariamente musicisti? questo mestiere permetterà loro di guadagnarsi il pane? staremo a vedere). Tutte le vicende sono narrate attraverso il filtro di Rose che ormai è una donna, sono passati una cinquantina d’anni dai fatti di cui parla, da quando era solo una ragazzina che spesso non capiva tante cose – il che mi fa pensare che probabilmente lei stessa non è una fonte del tutto attendibile, non per la veridicità dei fatti, ma per l’interpretazione infantile che ne dà. Lo stile della West è sobrio e allo stesso tempo intrigante (inserisce elementi di fantastico nei suoi racconti, ma senza mai spacciarli per concreti), e il libro si legge molto facilmente, per cui mi sembra una lettura parecchio adatta all’estate se state cercando qualcosa di non troppo pesante.

Buona lettura!

Titolo: La famiglia Aubrey
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 5 luglio 2018
Pagine: 430
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi

 

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Rebecca West – Nata Cicely Isabel Fairfield a Londra, prese il suo pseudonimo dall’omonimo personaggio di Ibsen, un’eroina ribelle. Nel corso della sua lunga vita travagliata e romanzesca è stata scrittrice, giornalista, critica letteraria, instancabile viaggiatrice, femminista ante litteram e politicamente impegnata. Amica di Virginia Woolf e amante di H.G. Wells, Rebecca West viene considerata una delle più raffinate prosatrici del ventesimo secolo. La trilogia degli Aubrey, ispirata alla storia familiare dell’autrice, è stata indicata da Alessandro Baricco in risposta alla domanda «Quale libro ti porteresti su un’isola deserta?».

All’ombra di Julius | Elizabeth Jane Howard

Julius ha sempre vissuto, o cercato di vivere, secondo principi più alti.
Non secondo i suoi sentimenti verso qualcuno in particolare,
ma semmai secondo i suoi sentimenti nei confronti dell’umanità.

 

Chi mi segue abitualmente sa che negli ultimi anni mi sono appassionata a un’autrice inglese che con la sua saga mi ha fatto macinare in pochissimo tempo centinaia di pagine e mi ha conquistato con il suo stile elegante e delicato, Elizabeth Jane Howard (che ho conosciuto con la sua bellissima storia familiare dei Cazalet). Ora sono molto felice di parlarvi di un altro suo libro che esce proprio oggi grazie a Fazi, All’ombra di Julius, che ho potuto leggere in anteprima già da un po’ e di cui non vedevo l’ora di raccontare.

La storia in poche parole è questa. Siamo intorno al 1960 e Julius Grace è morto ormai da vent’anni dopo aver compiuto un gesto eroico: pur non capendo nulla di imbarcazioni ne ha presa una ed è andato a recuperare alcuni uomini feriti a Dunkerque senza però poter riabbracciare i suoi cari. Oggi, la sua figlia maggiore, Cressida, bellissima vedova di trentasette anni, è una pianista non eccezionale e si trascina da una storia con un uomo sposato all’altra, mentre la minore, Emma, di ventisette, lavora nella casa editrice di famiglia e non ha mai avuto una vera relazione. Esme, la vedova di Julius, quasi sulla sessantina, è ancora una donna elegante e affascinante ma non si è più risposata; anzi, dopo la morte del marito è stata improvvisamente lasciata anche dal suo amante Felix, di ben quattordici anni più giovane. Questi quattro personaggi si troveranno a passare un fine settimana in campagna (insieme a Dan, uno che non c’entra niente con loro se non per il fatto che pubblica poesie per la casa editrice di Emma) e a tirar fuori, dopo anni, tutto ciò che si sono portati dentro.

Ma come si fa a rendersi felici? È questo che vorrei sapere. Non saperlo mi spinge a tentare di arrangiarmi con quello che ho. Una prospettiva davvero meschina.

Anche in questo romanzo, la Howard sceglie di dedicare ogni capitolo a un personaggio diverso, permettendo così al lettore di approfondire la conoscenza di una determinata figura. Ci racconta la storia passata e presente di ognuno di essi così da farci capire i motivi delle loro azioni prima ancora che siano loro a spiegarli agli altri. Riusciamo a comprendere il turbamento di Emma di fronte a molti uomini e il comportamento diametralmente opposto di Cressy che, invece, per paura di essere sola, si concede a chi le dà attenzioni ma non amore. Felix, che ormai non ha più ventitré anni, è cresciuto ed è diventato un uomo responsabile che sa cosa vuole; o ancora Dan che, vecchio stampo com’è, riesce ad uscire da certi schemi mentali. E infine Esme, che deve fare i conti col passato e chiudere il suo capitolo più importante. Su tutti aleggia l’ombra di Julius, non presente fisicamente ma di sicuro con lo spirito.

Aveva scoperto con amarezza che più dai per scontato qualcuno – considerandolo magari incompatibile o noioso – più senti la sua mancanza nel momento in cui ti lascia o muore.

Il personaggio più bello, a mio parere è Cressy, una donna che si mostra a chiunque la circondi in tutta la sua imperfezione e in tutta la sua fragilità. Non nasconde mai di aver paura della solitudine, di non provare vero amore o di averlo provato e, per questo, essere stata spezzata più volte. Però questi pezzettini di sé li rimette sempre insieme, si rialza e va avanti lanciandosi in nuove avventure senza alcun timore di lasciarsi sopraffare e cadere di nuovo. Perché nella vita lei rischia, in fondo è tosta e chi dice che in realtà la sua grande forza non sia proprio questa fragilità? Questo abituarsi a prendere botte dal destino e sentire sempre meno dolore.
Io non ho letto la biografia della Howard a cura di Artemis Cooper pubblicata sempre da Fazi, ma chi lo ha fatto mi dice che forse Cressy è il personaggio in cui è presente di più l’autrice, la ricorda molto. Ed è un ottimo motivo per mettere quest’altro libro nella lista di quelli da leggere.

«Quelli come te parlano sempre come se io avessi deliberatamente scelto la situazione più brutta e squallida. Non è così che funziona. Quando sei…”libera”» – a Felix non sfuggì il suo disagio nel pronunciare quella parola – «è normale volere qualcuno. Qualcuno a cui voler bene. Certo, all’inizio pensi di sapere bene cosa vuoi. Però succede che non lo trovi. Allora cominci a domandarti se la persona che vorresti esiste davvero. Ti chiedi: ma se lo trovassi, lo vorrei ancora? E nel frattempo gli anni passano e tu sei lì, sempre libera, sempre ansiosa d’innamorarti».

Elizabeth Jane Howard riesce a trattare qualsiasi argomento, anche il più basso moralmente, con grande maestria, un po’ come aveva fatto nella saga dei Cazalet. A questo punto non aspettiamo altro che escano tutti i suoi romanzi, ma nel frattempo gustatevi questo capolavoro, perché ne vale proprio la pena.
Buona lettura!

Titolo: All’ombra di Julius
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1965 (9-04-2018 per Fazi)
Pagine: 328
Prezzo:  20 €
Editore: Fazi

 

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Elizabeth Jane Howard (Londra, 1923 – Bungay, 2014) Figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina del balletto russo, ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie subite da parte del padre. Donna bellissima e inquieta, ha vissuto al centro della vita culturale londinese della seconda metà del Novecento e ha avuto una vita privata burrascosa, costellata di una schiera di amanti e mariti, fra i quali lo scrittore Kingsley Amis. Da sempre amata dal pubblico, solo di recente Howard ha ricevuto il plauso della critica. Scrittrice prolifica, è autrice di quindici romanzi. La saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo. Fazi Editore ha pubblicato il romanzo Il lungo sguardo e i cinque volumi della saga: Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesa, ConfusioneAllontanarsi e Tutto cambia.

La valigia del blogger: quali libri porto in vacanza

Ogni anno per tantissimi lettori si pone il problema di scegliere quali libri portare in vacanza, ma per me la situazione è un po’ diversa. Se è vero che ho tantissimi volumi che si accumulano durante l’inverno (compresi quelli in digitale), bisogna considerare che l’estate non la passo molto lontano, ma mi limito a spostarmi di qualche chilometro, verso la zona “balneare” di Palermo. Per questo motivo i libri che devo ancora leggere posso benissimo portarli tutti con me, ma dato che Goodbook mi ha chiesto di parlarvi della lista dei 5 libri che porto in valigia, ne ho scelto solo qualcuno, nello specifico quelli che leggerò sicuramente (perché poi si sa, mai fare programmi, potrebbe anche cambiare tutto).

Moby Dick – Herman Melville (Feltrinelli)

Moby Dick è un libro che volevo leggere da tantissimo tempo e nell’ultimo periodo mi ricicciava fuori in continuazione da altri testi, come se volesse dirmi che era arrivato il suo momento. C’erano varie edizioni (tra cui una meravigliosa con le illustrazioni) ma alla fine ho scelto l’economica Feltrinelli, più che altro perché di libri ne compro a vagonate, quindi se posso risparmiare qualche euro, senza però rinunciare alla qualità, lo faccio volentieri. Ma parliamo di qualche euro che userò per acquistare altri libri ancora, quindi non è poi una gran soluzione.
Comunque, dato che sarò al mare in questi mesi caldi, la scelta di tuffarmi nella storia di una (anzi della) balena mi sembra più che azzeccata.

Overlove – Alessandra Minervini (LiberAria)

Overlove è un libro che ho comprato a Una marina di libri perché volevo conoscere meglio la casa editrice LiberAria. È il romanzo d’esordio di Alessandra Minervini e affronta il tema dell’amore extraconiugale; ci si chiede cosa si sia disposti a fare per amore, e la risposta è che ci si può anche lasciare. Immagino che sicuramente sarà una lettura più leggera rispetto alla balena, ma sono certa che troverò parecchi spunti di riflessione dato che non cadremo nel banale.

Atonement (Espiazione) – Ian McEwan (Vintage Books in lingua originale, Einaudi in italiano)

Atonement è un libro che ho comprato qualche anno fa e che ogni estate mi porto dietro. Non l’ho ancora letto, ma adesso sembra che sia arrivato il suo momento. L’ho acquistato in inglese perché McEwan in italiano l’ho già conosciuto, ma voglio scoprire il suo stile in lingue originale (e poi essendo una traduttrice è sempre un ottimo esercizio, no?). Il film sono anni che tento di evitarlo con ottimi risultati, quindi quando avrò finito il libro finalmente lo vedrò. Ma non raccontatemi nulla!

Lasciar andare – Philip Roth (Einaudi)

Di Philip Roth avevo letto solo Lamento di Portnoy e non mi era piaciuto poi tanto, ma lo scorso ottobre ho comprato all’aeroporto di Pisa Pastorale Americana, che ho amato alla follia. Per questo (e per l’entusiasmo travolgente di altri amici lettori) ho deciso di continuare a conoscere meglio questo autore che tutti pensano debba vincere il Nobel prima o poi, e ho preso Lasciar andare. Ora sembra che io sia attratta dai libroni, ma in estate va così, non m’interessano le robe leggere, sono più rilassata e quindi anche più concentrata e reattiva, avendo più tempo a disposizione.

M*A*S*H – Richard Hooker (SUR)

Anche questo è stato comprato a Una marina di libri, il festival letterario che si è svolto a Palermo nella prima parte di giugno. Ne avevo sentito parlare qualche mese prima, quando erano venuti gli editori stessi a parlare della casa editrice SUR, e lo avevo segnato sulla mia wishlist. E anche da questo – leggo – è stato tratto un film di successo (e anche un telefilm). È un romanzo “scatenato e irriverente” sulle avventure di tre giovani medici militari che lavorano in un ospedale da campo. Mi aveva incuriosito molto, ma ne saprò parlare meglio quando lo avrò terminato.

Ma come ho già detto, ci saranno molti altri libri che leggerò, tra cui un Hemingway, che è sempre nel mio cuore e mi guarda da un po’ languido dallo scaffale. Voi che cosa avete portato in valigia?
Buone letture!

“Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo” di Alleyne Ireland

«Non dimenticate mai che sono cieco,
e che per la maggior parte del tempo soffro.»

 

Goodbook.it con l’inizio del 2017 ha dato vita a un progetto parecchio interessante che consiste nel focalizzare l’attenzione ogni mese su un editore diverso. Il mese di marzo è dedicato ad Add Editore e io ho il piacere di parlarvi di una delle loro ultime pubblicazioni, una novità uscita proprio da pochi giorni, una biografia su un personaggio che molti di voi conosceranno anche solo per sentito dire: Joseph Pulitzer. Leggere questo libro mi ha fatto venire in mente che spesso dovremmo – o meglio, dovrei, perché è una riflessione che ho fatto pensando alle mie letture – concentrarci di più sul genere letterario delle biografie, per conoscere meglio determinate personalità che hanno lasciato il segno. Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo, scritto nel 1914 da Alleyne Ireland, uno dei segretari di Pulitzer, arriva in Italia quest’anno, con una traduzione di Alessandra Maestrini, proprio in occasione del centenario della prima assegnazione del premio Pulitzer (1917, appunto), un premio statunitense considerato la più grande onorificenza nazionale per giornalismo, successi letterari e composizioni musicali.

A narrare, ovviamente in prima persona, è Alleyne Ireland, giornalista e scrittore inglese, nonché formidabile viaggiatore, che ebbe l’onore e il privilegio di essere uno dei segretari di J. P., come veniva chiamato dai collaboratori più stretti. L’occasione gli fu data da un articolo sul giornale che diceva più o meno che si stava cercando, come segretario e accompagnatore per un gentiluomo, una persona intelligente, di mezza età, che avesse viaggiato e letto molto e che fosse disposto a vivere all’estero. Ireland rispose e si trovò a dover fare una serie di colloqui, alcuni anche parecchio complicati dato che i suoi esaminatori cercavano di trovare i suoi punti deboli, prima di scoprire chi fosse il gentiluomo da accompagnare e di essere assunto. Pulitzer era ormai cieco – Ireland poi racconta della rottura del vaso sanguigno nell’occhio che lo portò a non vedere più nulla – ma le sue facoltà intellettuali restarono intatte, se addirittura non si potenziarono. Era un uomo dalla cultura vastissima, dalla memoria immensa e dalla grande determinazione. Dopo la Guerra Civile non aveva i soldi nemmeno per pagarsi un letto al French’s Hotel; in breve tempo divenne reporter del Westliche Post, in meno di dieci anni arrivò ad essere direttore e co-proprietario, la sua ascesa fu rapidissima; si comprò il French’s Hotel, lo rase al suolo e vi fece erigere il Pulitzer Building, dove collocò la sede del World.

«Quello che dico è che i giornali che negli Stati Uniti alterano le notizie, che pubblicano ciò che sanno essere falso, non arrivano a una mezza dozzina. Ma se pensassi di non aver fatto di meglio, mi vergognerei di possederne uno. Non è sufficiente astenersi dal pubblicare notizie false, non è abbastanza fare attenzione a evitare gli errori che possano nascere dall’ignoranza, la trascuratezza, la stupidità di uno o più dei molti uomini che maneggiano le notizie prima che vengano pubblicate. Bisogna fare molto di più; bisogna fare in modo che tutti coloro che hanno un qualche rapporto con la testata – redattori, reporter, corrispondenti, revisori, correttori di bozze – credano che l’accuratezza sia per un giornale ciò che la virtù è per una donna.»

Ireland, nel racconto del suo rapporto con J. P., non fa altro che ribadire la sua ammirazione per questa figura così geniale e così dotata che ha cambiato la storia del giornalismo creando uno stile nuovo che tuttora è dominante almeno nella stampa oltreoceano. Se il libro è pieno di descrizioni anche degli ambienti frequentati da Pulitzer, e di conseguenza dal suo biografo, come l’interno della villa o del panfilo su cui J. P. amava passare gran parte della sua vita, molto spazio viene dato al carattere spesso un po’ brusco del protagonista. Essendo una persona molto colta e intelligente, c’era da aspettarsi che non gli piacesse trascorrere il suo tempo con persone che in qualche modo non fossero stimolanti; per questo motivo amava circondarsi di uomini che eccellessero in diversi campi. Quello che, però, faceva sempre era, come dice Ireland stesso, divertirsi a trovare crepe nell’armatura intellettuale degli altri. Pulitzer cercava falle, voleva far cadere i suoi interlocutori che, per quanto fossero speciali, a volte cascavano davvero.

Joseph Pulitzer (Makó, 10 aprile 1847 – Charleston, 29 ottobre 1911) all’età di 34 anni

Pulitzer era inoltre un uomo che spesso diventava nervoso, anche a causa della cecità che era pur sempre una limitazione, specie per uno come lui. Ciò aveva fatto sì che gli altri sensi si acuissero e quello che gli dava più fastidio erano i rumori, che per ovvi motivi avvertiva in maniera più intensa rispetto agli altri. Spesso, quindi, soffriva di forti mal di testa che lo portavano ad essere particolarmente scontroso e irascibile; una volta passati, però, sempre pronto a scusarsi e tornare sui suoi passi. L’unica cosa che inspiegabilmente sembrava non dargli disturbo, quando forse avrebbe dovuto, dice Ireland, era il pianto dei bambini, perché probabilmente era un indizio di vita.

Alleyne Ireland, con uno stile elegante tipico di un uomo della sua epoca, tratteggia la figura di un Joseph Pulitzer già avanti negli anni (lo conobbe, infatti, nell’ultima parte della sua vita). Come ho già detto in parte, ci racconta J. P. nel bene e nel male, cioè nei suoi momenti di nervosismo e in quelli di estrema gentilezza, senza dimenticare mai il grande uomo che è stato. È un memoir lucido e veritiero anche perché fatto in prima persona da chi visse per un periodo di tempo al suo fianco, e possiamo considerarlo un omaggio di Ireland a un uomo che ha cambiato la storia della carta stampata, nonché il racconto di un periodo storico, quello precedente alla Prima guerra mondiale.
Personalmente, sono contentissima di averlo letto. Confesso di non essermi preoccupata, in precedenza, di approfondire la conoscenza di questo personaggio così importante (siamo sempre lì: penso che dovrei dedicare più tempo alle biografie!), ma ora che l’ho fatto penso che mi abbia arricchito molto.

Buona lettura!

Titolo: Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo
Autore: Alleyne Ireland
Traduttore: Alessandra Mestrini
Genere:
 Biografia
Anno di pubblicazione:
 1914 (2017 questa edizione)
Pagine: 192
Prezzo: 16 €
Editore: Add editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

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Alleyne Ireland è nato a Manchester nel 1871 ed è morto nel 1951. È stato giornalista per molti anni si è occupato delle colonie dell’impero inglese. Ireland ha vissuto a lungo in Australia, Canada, India, Birmania, Indocina, Filippine e nella Giaia inglese. Ha scritto diversi libri di viaggio e a fatto parte dello staff del “World” il quotidiano diretto da Joseph Pulitzer.