I provinciali | Jonathan Dee

Erano tutti ancora vivi.
Erano ancora le stesse, brutte persone che erano sempre state.
Avrebbero dimenticato quei momenti,
perché la gente fa così, dimentica quello che prova.
Tutti ridiventano animali.
Tutti ridiventano selvaggi.

 

Mark Firth si trova a New York perché ha affidato i suoi soldi a un truffatore ed è stato contattato da un avvocato che ha promesso di farglieli riavere, se non tutti almeno in parte. L’avvocato però non c’è, perché poche ore prima si sono verificati gli attacchi terroristici dell’11 settembre ed è rimasto, spaventato, con la famiglia. Dopo una strana notte in compagnia di un altro che come lui ha visto sparire tutti i suoi soldi, Mark decide di tornare a casa, nella cittadina di Howland, dove tra l’altro hanno anche organizzato una veglia per lui, a causa della preoccupazione per quel concittadino che si trovava per caso vicino al luogo del disastro. A casa lo attendono la figlia Haley e la moglie Karen che, dopo che il marito ha perso tutti quei soldi, si mette a lavorare per aumentare le entrate.
Howland è una piccola comunità dove tutti si conoscono fra loro. Gran parte dell’economia gira intorno ai miliardari che vengono da fuori e che si sono comprati – o fatti costruire là – la casa estiva dove passare qualche weekend o tutta la stagione calda. Ricconi che pur essendo un’enorme fonte di reddito per tutti, sono detestati dalla popolazione di questo paese così piccolo che addirittura non c’è nemmeno una stazione di polizia, ma solo un agente, Constable, che deve pensare a tutto.
Un giorno però arriva Philip Hadi, un ex gestore di hedge fund, magnate di Wall Street, che lì si era fatto costruire una casa (enorme, ma sobria, non eccessiva) per le vacanze qualche anno prima. Il fatto è che adesso ci è venuto a vivere in pianta stabile perché – qualcuno ha riferito a qualcun altro che qualcuno gli ha detto che – ha saputo da fonti attendibili che ci saranno altri attacchi a New York e lui se n’è andato per mettersi al sicuro. Così decide di far installare ulteriori impianti  di sicurezza da Mark, che si occupa di costruzioni e lavori di questo genere.
La vita scorre tranquilla, l’amministrazione di Howland è disastrosa come sempre, ma un giorno Hadi decide di fare il grande passo e candidarsi come primo consigliere (il sindaco). Rinuncia allo stipendio, finanzia attività sull’orlo del fallimento, aiuta economicamente altri che non ce la fanno, si occupa della sicurezza della cittadina sempre a sue spese e molte cose sembrano andare meglio.

Fino a quando non entrano in gioco i sospetti. Il fratello di Mark, Gerry, gestisce un blog in cui si lamenta – sotto pseudonimo – della politica del suo paesino, e gli viene mente che sì, molte questioni di soldi sono state risolte, ma non sarà mica che Hadi si sta comprando la fedeltà dei cittadini? Per Mark è fuori discussione, ha sempre visto Hadi come un esempio da seguire, un uomo saggio, sobrio, un leader che tra l’altro lo ha anche ispirato a lasciar perdere tutte le sue piccole attività e a ingrandirsi. Il malcontento si estende a macchia d’olio e bisognerà risolvere anche questa situazione.

E c’era qualcos’altro, in Hadi, una noncuranza, un anticarisma, che paradossalmente lo attraeva. Questi erano gli uomini che controllavano il mondo. Non gliene fregava niente di quello che la gente pensava di loro. Forse era proprio questo, almeno in parte, a distinguere Mark da uomini come Hadi: sapeva di non possedere la loro spietatezza, ma forse la risposta era ancora più semplice, forse dava troppa importanza all’idea di dover piacere a tutti.

I provinciali è un romanzo di Jonathan Dee pubblicato da Fazi che trovate da oggi nelle librerie. I provinciali sono i personaggi di questa storia, abituati alla monotonia della loro piccola comunità, che vanno in tilt appena l’elemento di novità, Hadi, irrompe nella loro quotidianità. È davvero una via d’uscita dai loro problemi o rappresenta un rischio, un pericolo? Ognuno di loro reagisce in maniera diversa a questa situazione, sono tutti insoddisfatti e arrabbiati ma in modi diversi e per motivi diversi. In un gioco di cambi repentini di punti di vista, Dee salta da un personaggio all’altro come se ci fosse un riflettore che di volta in volta illuminasse ogni singolo “provinciale”. Barrett è arrabbiato perché trova solo piccoli ingaggi e deve richiedere di continuo il sussidio di disoccupazione, Gerry perché per lui tutto va malissimo, Candace (altra sorella dei Firth) perché è stata declassata da vicepreside a insegnante di scienze (poi Hadi la fa assumere come bibliotecaria), il padre dei Firth perché sua moglie ha la demenza senile e lo sta facendo impazzire, Karen perché suo marito è irresponsabile e credulone e vede tutto nero. Howland sembra dunque essere una metafora dell’America tutta, dove arriva un uomo ricchissimo che dice di avere la soluzione a tutto, che non ha bisogno di rubare soldi a nessuno perché ne ha già tanti di suo, che sembra andare avanti con il consenso di tutti. Vi fa pensare a qualcosa?

Questo di Dee è un romanzo che mi è sembrato molto intelligente tra le altre cose, come ho già detto, proprio per il fatto di zoomare di volta in volta su una questione (o su un tipo umano) diversa, ma confesso che in partenza ho avuto l’impressione che fosse un po’ lento. C’è un capitolo 0, prima che inizi la storia di cui vi ho parlato su, narrato in prima persona da quel personaggio che, essendo stato truffato come Mark, si ritrova con lui nello studio legale per incontrare gli avvocati che promettono di fargli riavere i soldi che ha perso. Narrazione diversa, stile diverso, più tagliente, più “cattivo”, oserei dire. In un primo momento, finito il capitolo zero, ti chiedi perché sia stato inserito, a parte il motivo ovvio, e cioè che spiega perché Mark sia a New York e in quale momento storico. Io l’ho visto anche come l’introduzione del personaggio di Mark, un giovane americano belloccio, in forma, di una piccola cittadina, uomo retto e perbene (a tratti mi ha ricordato lo Svedese di Roth, se me la lasciate passare) ma soprattutto credulone e fiducioso, per niente sospettoso e che non si rende neanche conto che nella sua stessa famiglia ci sono grossi contrasti e piccole ribellioni (anche la figlia Haley inizia a diventare battagliera).

Jonathan Dee, che è stato finalista al premio Pulitzer nel 2011, alterna toni seri ad altri più ironici che servono a smorzare la tensione. La vicenda è fittizia ma fa riflettere parecchio su come in fondo giri tutto intorno al denaro, anche nei piccoli centri (che in realtà rappresentano tutti i luoghi e nessun luogo).

Buona lettura!

Titolo: I provinciali
Autore: Jonathan Dee
Traduttore: Stefano Bortolussi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: (2017) 4 aprile 2019
Pagine: 440
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi


Jonathan Dee – Insegna scrittura alla Columbia University e alla New School, collabora con il «New York Times Magazine» e «Harper’s» ed è stato editor della «Paris Review». Ha scritto sette romanzi fra cui I privilegiati, finalista al Pulitzer 2011. I provinciali è il suo ultimo libro.

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Briciole | La stranezza che ho nella testa / Zero K / Gatti molto speciali / Fedeltà

Torno a lasciarvi qualche altra briciola, qualche spunto letterario su libri che per motivi diversi mi è stato impossibile recensire meglio. Ma vi spiegherò meglio caso per caso.

La stranezza che ho nella testa è un libro dell’autore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura 2006. È stato scelto qualche tempo fa come lettura all’interno del gruppo Facebook LeggoNobel, creato e gestito da Elena Tamborrino e da me, con lo scopo di recuperare insieme gli scrittori insigniti del Nobel e le loro opere. Non avendo mai letto niente di questo autore, non so dirvi se si sia trattato di una scelta infelice o se sia proprio Pamuk a non essere nelle mie corde, fatto sta che questo romanzo del 2014, pubblicato in Italia da Einaudi l’anno successivo, mi è risultato prolisso e noioso in diversi punti. Il protagonista è il giovane Mevlut che al matrimonio di suo cugino vede una ragazza bellissima, che scopre essere una delle sorelle della sposa, e s’innamora così tanto che chiede al fratello dello sposo il suo nome e si fa aiutare a mandarle lettere d’amore mentre è lontano a svolgere il servizio militare. Una volta tornato decide di rapire la ragazza e portarla con sé per sposarla, ma una volta con lei si accorge che i suoi occhi non sono quelli di cui si era innamorato. In lei comunque troverà un’ottima moglie e una splendida madre per le figlie. Chi lo ha ingannato molti anni prima? Perché? Si è trattato realmente di un inganno o un errore casuale? È quello che Pamuk ci racconta in un numero di pagine – a mio parere – eccessivamente superiore al dovuto. In molti passi è difficile addirittura rimanere concentrati perché si rischia di perdere il filo della storia. Nota molto positiva è il fatto che la narrazione è affidata a più voci, ognuna delle quali racconta le vicende (insieme a pensieri, preoccupazioni, paure) dal proprio punto di vista. Per il resto, nonostante la scoperta di tradizioni e usi della Turchia, purtroppo non sono riuscita ad amare questo Nobel.
DETTAGLI: La stranezza che ho nella testa, Orhan Pamuk, trad. Barbara La Rosa Salim, Romanzo, Letteratura turca, 608 pp., Einaudi, 2015, 15 € (in versione Super ET)


Zero K di Don Delillo l’ho ricevuto partecipando a un’iniziativa natalizia della libreria che frequento in cui bisognava acquistare un libro, incartarlo con carta anonima, scriverci una dedica sopra e aspettare un sorteggio che avrebbe accoppiato mittenti e destinatari. Questo è quello che è toccato a me, ed è stato un bene perché da tempo volevo leggere Delillo, autore di cui vedo sempre tessere le lodi ma che purtroppo non conoscevo ancora. Confesso che è stato un romanzo difficile perché, nonostante lo stile non sia per niente complicato, si avverte una profondità e una pesantezza (non in senso negativo) che portano spesso a pensare che qualcosa nel sottotesto ci stia sfuggendo. E a me sicuramente qualcosa è sfuggito, anche perché mi son messa a leggerlo in un periodo movimentato e coi muratori che lavoravano nel palazzo accanto regalandomi mal di testa continui e scarsa concentrazione. Detto questo, però, mi è piaciuto molto (anche se, come avrete capito, avrebbe potuto piacermi ancora di più).
In questo romanzo, pubblicato nel 2016 da Einaudi con una traduzione di Federica Aceto, si affronta il tema della fine non definitiva della vita. Jeff Lockhart, figlio di un milionario, ci racconta che suo padre Ross vuole seguire la seconda moglie Artis, malata terminale, in un processo di ibernazione (a zero gradi Kelvin, da qui il titolo) attuato in una clinica segreta: i corpi verranno congelati in attesa che in futuro ci siano nuove cure, nuove possibilità, ed essi possano finalmente tornare a vivere meglio di prima. Da qui nascono confronti tra padre e figlio sul significato della vita e della morte e sull’effettiva validità della scienza come soluzione ai mali (e quella di Jeff dovrebbe essere quella di Delillo). Ad ogni modo, grazie anche alla descrizione della clinica, si avverte un’atmosfera cupa e fredda che di sicuro lascia il segno.
Qui, come per Pamuk, è la mia unica lettura di questo autore, che mi toccherà approfondire perché è chiaro che una sola esperienza non permette di farsi un’idea chiara.
DETTAGLI: Zero K, Don Delillo, trad. Federica Aceto, Romanzo, Letteratura americana, 244 pp., Einaudi, 2016, 12 €


Gatti molto speciali è il Nobel scelto sempre dal gruppo LeggoNobel dopo Pamuk. A fine febbraio ci siamo dedicati a Doris Lessing, autrice britannica scomparsa qualche anno fa, nel 2013. Abbiamo scelto una lettura abbastanza soft, tralasciando quelle più conosciute che rientrano nella sua produzione. Personalmente non mi aspettavo un libro su gattini pucciosi e teneri, ma non pensavo di trovarmi tra le mani un libro così interessante su queste creature che amo moltissimo e che anche la Lessing amava, anche se in un modo che all’inizio potrebbe sembrare un po’ freddo. La scrittrice Nobel nel 2007 parla del rapporto con questi piccoli felini nelle varie epoche della sua vita, a Teheran da piccola, in Sudafrica poi, e infine a Londra da adulta. Quando era bambina faceva una distinzione tra i gatti che stavano in casa e quelli che selvatici che vivevano fuori e che cercavano di inselvatichire quelli domestici, parla dei genitori che dovevano sopprimere gran parte delle cucciolate perché figuriamoci se in quei territori e a quell’epoca si parlava di sterilizzazione. Nella parte londinese, invece, cambia del tutto tono e si passa a qualcosa che sembra molto introspettivo: ha un rapporto quasi da pari coi suoi gatti, gli uni tentano di leggere nell’animo dell’altra e viceversa. Parla ovviamente di quelli con cui ha instaurato rapporti più profondi e ne analizza il carattere, i diversi tipi di intelligenza e le peculiarità. Davvero una bellissima scoperta.
DETTAGLI: Gatti molto speciali, Doris Lessing, trad. Maria Antonietta Saracino, Autobiografico, Letteratura inglese, 160 pp., Feltrinelli, 2017, 19 €


Fedeltà è l’ultimo romanzo di Marco Missiroli, un libro che faceva già discutere ancor prima che uscisse, non chiedetemi perché. Avendone lette di cotte e di crude (anche abbastanza crude, devo dire, e con toni anche molto accesi), ho deciso di leggermelo e di farmi un’idea. L’autore milanese, pubblicato da Einaudi, come si evince facilmente dal titolo affronta il tema della fedeltà, ma non solo quella coniugale, o almeno della relazione amorosa, ma anche quella verso se stessi, il non rinunciare ai propri sogni, alle proprie aspirazioni o alla propria indole per gli altri. Così ci sono Carlo e Margherita, sposati da un po’ di anni, che vivono quasi costretti in una relazione che non metterebbero mai in discussione, ma che nei fatti sembra star stretta a entrambi: lui, ossessionato per anni da una studentessa di un suo corso, lei invaghita del suo fisioterapista. Cedere a una tentazione permette davvero di eliminarla? E togliersi un pensiero può realmente riportare la serenità nella propria vita? Non lo so, e leggendo questo romanzo non sono nemmeno riuscita a farmene un’idea più chiara, perché anche se l’idea di base mi sembra molto interessante immagino che potesse essere sviluppata in modo diverso, magari più incisivo e doloroso. Mentre mi sembra tutto molto leggero, infatti a me come lettrice lascia pochissimo. Peccato!
DETTAGLI: Fedeltà, Marco Missiroli, Romanzo, Letteratura italiana, 232 pp., Einaudi, 2019, 19 €

L’animale morente | Philip Roth

L’unica ossessione che vogliono tutti: l'”amore”.
Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi?
La platonica unione delle anime?
Io la penso diversamente.
Io credo che tu sia completo prima di cominciare.
E l’amore ti spezza.
Tu sei intero, e poi ti apri in due.

 

Tra una nuova uscita e l’altra cerco sempre di trovare il tempo per recuperare qualcosa che non è proprio recente ma che ha una sua importanza. È il caso di Philip Roth, autore che amo moltissimo e di cui voglio leggere piano piano ogni cosa. Questa volta mi sono concessa un libro piccolino, L’animale morente, pubblicato in originale nel 2001 e per il pubblico italiano nel 2002 da Einaudi, con una traduzione di Vincenzo Mantovani.
Protagonista e voce narrante della storia è David Kepesh, un professore di critica letteraria di sessantadue anni che appare anche in altri romanzi di Roth, come Il seno e Il professore di desiderio (che viene citato più o meno velatamente in questo libro). All’uomo è capitato spesso di intrattenere relazioni con alcune delle sue studentesse ma è quando incontra la ventiquattrenne cubana Consuela Castillo che la sua vita cambia. Lei non è come le altre, la loro non è una semplice relazione erotica; si convince che i seni di Consuela siano i più belli che abbia mai visto e ne è letteralmente ossessionato. Nonostante questo, David porta avanti da molti anni una relazione con una vecchia amante. Il suo atteggiamento nei confronti della vita e delle donne, comunque, influenza anche il figlio quarantaduenne, Kenny, che ha una moglie e una relazione adultera con un’altra ragazza perché – sembrerebbe – l’esempio che ha avuto in famiglia è stato quello di un padre che non sapeva prendersi delle responsabilità ed è finito anche lui sulla stessa strada.

David è combattuto, nonostante il suo interesse per Consuela, non lascia che la relazione vada oltre una forma esclusivamente fisica, si rende conto che è molto più vecchio di lei e che situazioni “più intime” come la conoscenza di familiari (lei poi fa parte di una famiglia benestante) o amici di lei sarebbe imbarazzante per lui. Non saprebbe come gestirla. L’indecisione lo logora. Sa che non troverà mai più un’altra come lei, ma anche Consuela negli anni non conosce più nessuno che ami e rispetti il suo corpo come il suo professore/amante, motivo per cui anni dopo tornerà a chiedergli qualcosa di molto importante.

Il titolo, com’è spiegato a pagina 75, viene da un verso di Yeats: «Consumami il cuore; malato di desiderio | E avvinto a un animale morente | Che non sa cos’è». Ma chi è l’animale morente? David che si strugge di desiderio e ossessione d’amore per una ragazza che non è destinata a lui, o Consuela? Quello che sembra palese è che Roth voglia metterci di fronte al classico legame tra amore e morte, eros e thanatos, un amore fisico e travolgente che però necessariamente deve portare a qualcosa di nefasto, quasi a compensare ciò che di bello e potente ha offerto in precedenza. David è prigioniero di Consuela, ribadisce di continuo la sua libertà lanciandosi anche in una lunghissima dissertazione sulla libertà sessuale degli anni Sessanta, quando le donne hanno cominciato a non sentirsi più legate a quegli stereotipi che le volevano virtuose e gli uomini si sono distaccati un po’ dai legami rigidi. È lui l’incarnazione di quel periodo, ma rimane invischiato nella relazione con questa giovane cubana che gli fa sentire quanto ormai i tempi siano cambiati e quanto lui sia diventato vecchio. Ne è così succube che si sente quasi in competizione con i giovani con cui lei ha avuto delle relazioni prima di lui: uno in particolare le aveva chiesto di osservarla mentre sanguinava nei giorni delle mestruazioni, e allora anche David le chiede la stessa cosa, addirittura va oltre. La potenza dell’attrazione sessuale.

Nonostante le descrizioni accurate o in un certo senso spinte, Roth, da grande scrittore qual è, non cade mai nel volgare, anzi fa emergere il dolore del suo protagonista che si dibatte tra ossessione e razionalità. Non dico di più perché l’autore lo conosciamo tutti, tanto è già stato detto e sicuramente il mio non è un parere nuovo, ma volevo comunque parlare a chi mi legge di questo bellissimo e breve romanzo che ho affrontato nei giorni passati, di quello che trovate nel libro e farvi capire che cosa mi ha lasciato.
A presto col prossimo Roth, allora! Buona lettura.

Titolo: L’animale morente
Autore: Philip Roth
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2002
Pagine: 113
Prezzo: 10 €
Editore: Einaudi

Briciole | Dimentica di respirare / Gli inconvenienti della vita / Vite efferate di papi

Era da un po’ che non spargevo briciole, vero? Ecco, sono tornata a lasciarvi brevi spunti letterari riguardanti libri di cui per vari motivi non mi sono sentita di parlare in modo più esteso. Spesso capita che non riesca a trovare il tempo di scrivere subito della mia ultima lettura e quindi, nonostante gli appunti presi, l’entusiasmo diminuisce e tante cose le dimentico; o capita che magari un libro non mi conquisti completamente ma che non riesca a definirlo brutto (cosa che, comunque, controllando i toni, non dovrebbe avvenire mai perché quel “brutto” è offensivo per tutto il lavoro che c’è dietro), e che, però, ne voglia parlare lo stesso. Bene, fatta questa premessa, vi riporto qui di seguito quei libri che ho letto in tempi più o meno recenti ma che non ho voluto far cadere nel dimenticatoio.

Dimentica di respirare è un romanzo della bolzanina Kareen De Martin Pinter uscito per Tunué nel 2018 nella collana Romanzi diretta da Vanni Santoni. Devo dire che per una la cui paura più grande, forse, è quella di annegare e soffocare non si tratta di una lettura ideale, quindi l’ho considerata una sfida. La storia è quella di Giuliano che fin da piccolo impara a smettere di respirare e a trattenere il fiato più che può sott’acqua; cresciuto, incontra un allenatore di fama e come apneista professionista deciderà di stabilire un nuovo record di apnea, ma un giorno si sveglia con una tosse molto brutta e le analisi dimostrano che ha una brutta patologia. Giuliano, però, non vuole spegnersi piano piano in preda a una lunga agonia, ma sceglie di farla finita in un altro modo, un modo che però rappresenterà un viaggio nel suo passato, nei luoghi oscuri del proprio vissuto, per mezzo del quale riuscirà a far luce su ciò che dentro di sé non ha mai dimenticato.
La vicenda è narrata in prima persona dal protagonista che ci permette così di finire nei meandri della sua mente, di esplorare i suoi stati d’animo quasi fino a farli nostri, a sentire ciò che sente lui. Questo accade soprattutto nei momenti in cui i suoi ricordi si mischiano a ciò che il suo cervello elabora quasi in una dimensione onirica. E qui, confesso, spesso mi sono persa perché non sono riuscita a capire sempre dove lui stia ricordando o stia sognando, o se quelle visioni siano solo allucinazioni. In questi punti, grande rilevanza hanno le ama, le pescatrici giapponesi che si tuffavano nude e andavano giù in apnea, che appaiono molto spesso e provengono dai ricordi di un viaggio di Giuliano in Giappone.
Ecco, qui è proprio il caso di dirlo, non è un libro che si legge tutto d’un fiato: il fiato bisogna spezzarlo, bisogna dimenticare di respirare per procedere in modo più corretto. E questo probabilmente è il motivo per cui, purtroppo, non mi ha conquistata del tutto (nonostante il giudizio pur sempre positivo).
DETTAGLI: Dimentica di respirare, Kareen De Martin Pinter, Romanzo, Letteratura italiana, 113 pp., Tunuè, 14 €


Gli inconvenienti della vita è l’ultima fatica di Peter Cameron di cui avevo letto solo Andorra, alcuni anni fa (lui simpaticissimo, lo incontrai anche in libreria). Non avevo assolutamente idea di che tipo di libro fosse perché ho preso l’ebook alla cieca – ogni tanto lo faccio – e ho iniziato a leggerlo in un momento di distrazione. Arrivata circa a metà del libro mi accorgo che girando pagina la storia cambia, quindi mi rendo conto che non è un romanzo, ma si tratta di racconti, due, abbastanza lunghi. Nel primo si parla di una coppia omosessuale, uno è un avvocato, l’altro è uno scrittore in crisi creativa che non riesce a scrivere e prova disagio anche in altri aspetti della vita, perfino nel rapporto col compagno; nel secondo, la vita di un uomo e una donna sposati da molto tempo viene movimentata da un’inondazione che ha distrutto la casa di un’altra famiglia, che quindi sarà ospite da loro per un po’ di tempo, portando più la moglie che il marito a riflettere sull’apatia in cui sono caduti.
In entrambi i racconti viene descritto l’equilibrio precario sia delle coppie che dei singoli che si sentono quasi bloccati all’interno di queste vite ormai atrofizzate. Si avverte il loro disagio – quello dello scrittore che non ha neanche più voglia di farsi aiutare dallo psicanalista e della moglie che vorrebbe introdurre un elemento di cambiamento nella propria routine – e lo si avverte chiaramente. Devo confessare, però, che nonostante l’eleganza dello stile di Cameron, la sua bravura come narratore, neanche queste storie sono arrivate a toccare il mio animo (da lettrice e non). Peccato, perché per me Adelphi è sempre una garanzia!
DETTAGLI: Gli inconvenienti della vita, Peter Cameron, trad. G. Oneto, Racconti, Letteratura americana, 122 pp., Adelphi, 16 €


Qualche tempo fa mi sono accorta che non avevo mai letto niente dell’editore Quodlibet, così ho chiesto qualche consiglio e fra le altre cose ho acquistato Vite efferate di papi, un libro di Dino Baldi che ho centellinato e mi ha sorpreso. Si tratta di una rassegna, molto spesso ironica, delle opere di (quasi) tutti i papi che la storia abbia conosciuto (dal primo vescovo di Roma fino al 1800 inoltrato), ma non quelle buone, bensì le più oscene, efferate, come recita il titolo. Ci sono tanti personaggi che neanche immagineremmo, compresa la papessa Giovanna o Gregorio Magno che prima di diventare papa sposò la madre (curiosamente col mio gruppo LeggoNobel stavo leggendo nello stesso periodo L’eletto di Thomas Mann che parla proprio di questa storia).
È paradossale che certi crimini siano avvenuti proprio alla corte papale, dove si predica (il bene) ed evidentemente negli anni si è razzolato molto male.
Il testo di Baldi, filologo classico e scrittore, è abbastanza corposo, è un volumetto di 516 pagine che però non risulta mai pesante proprio perché l’autore ci rende la storia interessantissima. Non si tratta di un libro di denuncia e non ha alcun fine moralistico, va preso come una semplice narrazione di fatti realmente (?). Ora non mi resta che recuperare un altro libro di Baldi sempre a cura di Quodlibet, Morti favolose degli antichi, che è precedente ma dello stesso tipo.
DETTAGLI: Vite efferate di papi, Dino Baldi, Saggistica, Letteratura italiana, 516 pp., Quodilibet, 19€

L’Opera Galleggiante | John Barth

Una cosa che mi piace molto è quando, mentre leggi un libro, trovi uno spunto, un suggerimento per un altro titolo. Quando ho letto L’amore a vent’anni di Giorgio Biferali veniva citato L’Opera Galleggiante di John Barth, un romanzo che sono andata a cercare immediatamente su Google e che mi sono segnata in lista. Poi l’ho comprato e me lo sono letto nei giorni passati, godendomelo per bene senza fretta, e vi devo confessare che per me è stato una scoperta incredibile, cominciando dal fatto che non conoscevo l’autore, che invece in America è uno degli scrittori più importanti e, in pratica, il fondatore della narrativa postmoderna. A ispirarmi è stata la trama, una roba potenzialmente “allegra”, come al mio solito. Todd Andrews nel giugno del 1937 è un brillante avvocato, conduce una vita borghese nel Maryland e si intrattiene ogni tanto con Jane, la moglie del suo caro amico Harrison Mack (fautore del ménage à trois), erede di una grossa azienda di sottaceti. Quel particolare giorno – il 21? Non se lo ricorda bene – si alza e capisce che la risposta a tutto è il suicidio, quindi quello sarà il suo ultimo giorno sul pianeta. Però qualcosa non funziona e cambia idea, così vent’anni dopo in questa Opera ci spiega i motivi per cui quel giorno non ha messo fine alla sua vita.

La storia raccontata in questo libro, che rappresenta l’esordio letterario di Barth ma anche il suo capolavoro, si articola in una sola giornata, da quando Todd si alza la mattina a quando va a dormire la sera; viene narrato tutto quello che in quel particolare giorno gli è capitato. Ma il tempo si dilata, perché ci sono sempre premesse da fare, flashback, chiarimenti, salti avanti e indietro, così spesso da far sì che le digressioni siano più dei fatti della giornata fatale. A un certo punto il lettore potrebbe aspettarsi di “sentirsi dire” dal narratore che quello che gli ha appena detto non c’entri niente con quella storia, o potrebbe temere di continuo di perdere il filo, ma non succede mai. È sempre tutto orchestrato alla perfezione.

È un’opera galleggiante, amici, piena zeppa di curiosità, di melodramma, di spettacolo, di istruzione e di divertimento, ma scorre via volente o nolente secondo la marea della mia prosa vagante: l’avvisterete, poi la perderete di vista, poi la rivedrete; e senza dubbio vi ci vorranno grandissimi sforzi di attenzione e di fantasia – insieme a non poca pazienza, se siete lettori comuni – per non perdere di vista la trama mentre vi naviga sotto gli occhi e poi vi sfugge alla vista.

Nel primo capitolo, che si intitola Accordando il mio pianoforte, Todd-Barth fa delle premesse importanti. Innanzitutto ne approfitta per presentarsi, per spiegarci chi è, perché non gli piace entrare direttamente nel vivo della situazione, ma pensa che si debba fare un piccolo passo alla volta, costruire un racconto in modo graduale. Ci dice che è un avvocato, che vive in al Dorset Hotel dove paga il conto ogni giorno, che ha una relazione con la moglie del suo migliore amico, e che ha sofferto solo di una grave prostatite anni prima e ora l’unico suo problema è un difettuccio al cuore che potrebbe ucciderlo in qualsiasi momento. Ma ci racconta anche che ha dato quel nome alla sua storia perché il 21 giugno del 1937 (è quasi sicuro che sia stato quel giorno, ma potrebbe essere il 22, chissà) perché gli è capitato di salire su uno showboat chiamato L’Unica e Inimitabile Opera Galleggiante di Adam. Ed ecco che Barth si lancia nella metanarrazione: Todd sta scrivendo un’opera che prende il nome da un’imbarcazione su cui è messo in scena uno spettacolo teatrale. Ma non è finita qui, perché nel corso del libro, Todd spiega anche che da tantissimi anni sta scrivendo un’Indagine, di cui raccoglie numerosi appunti – che mette continuamente in ordine in delle cassette da frutta – volta a capire le cause del suicidio del padre; indagine che, però, finisce per diventare una riflessione anche su sé stesso, sul rapporto col genitore e sulle ragioni per farla finita.

In partenza, L’opera Galleggiante non ha niente di speciale, non c’è un mistero da risolvere dato che già sappiamo come andrà a finire: Todd è ancora vivo, non si è suicidato, altrimenti non sarebbe qui a raccontarcelo. La bellezza di questo libro sta nel modo in cui il protagonista narratore ci parla di sé e della sua disillusione, del suo profondo cinismo che quasi spinge un altro a suicidarsi (che sia anche questo che lo fa desistere dal compiere il gesto?), di come anche lui galleggi: non c’è niente di particolarmente esaltante nella sua vita, ma quando pensa di farla finita cambia idea e continua a rimanere a galla senza andare a fondo.
È un romanzo che a circa cinquant’anni di distanza dalla pubblicazione è sempre un capolavoro e che stupisce per l’intensità. E io l’ho trovato geniale, nello stile così curato, nell’introspezione, nell’esplorazione dei conflitti interiori di Todd, nel fatto che il protagonista non sia ammantato da un’aura tragica ma che, anzi, sia perfettamente lucido e padrone di sé. E soprattutto nel modo di raccontare, ad esempio quando divide la narrazione in due colonne differenti perché a ciò che si appresta a dire vuole anteporre due premesse necessarie fatte da punti di vista differenti ma egualmente importanti, che vanno lette insieme (se ce la fate siete eroi).

Oggi vi ho parlato di un gran libro, segnatevelo.
Buona lettura!

Titolo: L’Opera Galleggiante
Autore: John Barth
Traduttore: Martina Testa / Henry Furst
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1967 (2018 questa edizione)
Pagine: 368
Prezzo: 15 €
Editore: minimum fax

Vincoli | Kent Haruf

Certo che non è giusto. Niente in questa faccenda è giusto.
La vita non lo è.  E tutti i nostri pensieri su come
dovrebbe essere non servono a un cavolo, a quanto pare.
Tanto vale che tu lo sappia subito.

 

Kent Haruf è un autore che mi ha conquistata subito, fin dal primo libro che NN editore ha pubblicato con la traduzione di Fabio Cremonesi. Quando ho saputo che sarebbe uscito Vincoliin libreria proprio da oggi – ho deciso che ovviamente l’avrei letto, ma questa volta ho avuto la possibilità di farlo in anteprima ed essendomi ripromessa di non parlarne prima di oggi non immaginate quanto è stato difficile tenere la bocca chiusa e non dire quanto me lo sono gustato. Come nei romanzi che abbiamo già conosciuto, anche questa storia è ambientata nel fittizio villaggio rurale di Holt, in Colorado, in quel posto che conosciamo già bene e nel quale ci orientiamo già come fossimo a casa nostra. Non appaiono personaggi citati nella trilogia della pianura o ne Le nostre anime di notte, ma l’aria che si respira, le terre brulle e i campi difficili da coltivare, perfino l’Holt Cafè, ci risultano familiari. Anche se dobbiamo vedere tutto esattamente al contrario, dato che questo è il primo dei libri pubblicati da Haruf (per questo il sottotitolo è Alle origini di Holt) e, come scrive il traduttore nelle note finali, qui troviamo moltissime descrizioni che nei romanzi successivi diventeranno sempre più scarne, come se l’autore sapesse che ormai abbiamo una tale dimestichezza col suo microcosmo da non averne più bisogno.

E ritroviamo anche quella polvere che non sta solo sulle strade o su pavimenti e oggetti, ma che avvolge e penetra l’animo dei personaggi stessi, soprattutto quello della protagonista, Edith Goodnough. Il narratore della storia è Sanders Roscoe che viene raggiunto in casa da un giornalista venuto da Denver a fargli domande su ciò che è accaduto ai Goodnough; non gli racconterà nulla, ma in compenso dirà tutto a noi lettori, fin dal principio. Roy Goodnough era partito ottantadue anni prima dall’Iowa con la moglie Ada e si era stabilito a Holt, forse con l’idea di trovare della buona terra su cui coltivare qualcosa; lui era un uomo meschino, cattivo, insensibile, mentre lei una donna più debole e minuta. Dopo aver avuto Edith e poi, dopo due anni, Lyman, Ada morì e lasciò i bambini in balìa di un padre terribile. Crebbero insieme al figlio della vicina, John Roscoe (il padre del narratore), di sette anni più grande di Edith. Sempre a contatto tra loro, John s’innamorò di Edith e le propose di sposarlo, ma Roy deciso com’era a dominare sulle vite dei figli – come già faceva, dato che per un incidente col trattore gli erano state mozzate quasi tutte le dita delle mani – si amputa l’ultimo dito rimastogli perché la ragazza si sottometta del tutto e rimanga chiusa in casa ad accudirlo a vita. Cosa che farà sempre, fino alla morte del padre tantissimi anni più tardi.

Ecco, sono passati quasi cinquantacinque anni, una vita intera, e lei ancora non ha imparato a dire a se stessa qualcosa che assomigli a un infinito sì.

Sandy racconta la vita sprecata di una donna che avrebbe potuto avere molto di più e che, forse per un eccessivo senso del dovere, si è sacrificata, anche per il fratello che per un lungo periodo riesce a stare lontano da un padre così cattivo. È una storia di solitudine, quella di Edith, di rinuncia a qualsiasi cosa di positivo si possa aspirare: l’amore, una famiglia, la felicità, affetti, realizzazione personale. Non esce mai dai binari che il padre le ha creato e imposto, ma anche questo probabilmente rappresenta un atto di coraggio, non è per forza sintomo di arrendevolezza. È una donna dalla smisurata forza interiore, quella che decide di rinunciare a se stessa per qualcuno che ogni giorno della sua vita la fa pentire di averlo fatto; eppure lei va avanti senza nemmeno sperare che questa tortura finisca il più presto possibile. Vede che tutto scorre senza la sua partecipazione: John sposa un’altra donna e ha un figlio, Lyman va a conoscere il mondo fuori da Holt (da cui lei fino alla vecchiaia non uscirà). E tutto questo Haruf, attraverso Sanders Roscoe, lo racconta con grande delicatezza ma senza cadere mai nel patetico. Non si lascia mai andare a pietismi perché il suo scopo non è suscitare nel lettore quel sentimento di compassione per Edith che pure sarebbe spontaneo, bensì mostrarci la dignità con cui questa donna ha affrontato ogni giorno della sua vita imprigionata nei “vincoli” familiari e non solo.

Fino all’atto di coraggio più grande che compie, quello che nessuno di noi conosce fino alla fine del romanzo. Perché sì, nelle prime pagine Sandy rifiuta di parlare col giornalista di Edith e di ciò che è successo, ma non lo dice subito nemmeno a noi: si prende tutto il tempo necessario, perché prima di spiegarci le motivazioni della sua amica vuole prima spiegarci chi è, che cosa l’ha portata, ormai ottantenne ricoverata in ospedale e controllata a vista da un agente di polizia, a quel punto. E per farlo ha bisogno di raccontarci tutta la sua storia per intero, senza tralasciare nulla (questo può farlo perché in un bellissimo momento padre-figlio John Roscoe gli rivela la giovinezza di Edith).
Si crea, dunque, questa attesa spasmodica di sapere che cosa sia successo, capendo già dall’inizio, però, che l’ultimo pezzo del puzzle, il più importante, lo troveremo solo alla fine.

Buona lettura!

Titolo: Vincoli
Autore: Kent Haruf
Traduttore: Fabio Cremonesi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 5 novembre 2018
Pagine: 264
Prezzo: 18 €
Editore: NN editore


Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize. NN Editore ha pubblicato tutti i libri della trilogia ambientata nella cittadina di Holt, compreso Le nostre anime di notte, uscito postumo nel 2017.

Hannah Coulter | Wendell Berry

Questa è la storia della mia vita,
che mentre vivevo ha gravato sulle mie spalle,
mi ha incalzata e mi ha impegnata fino allo spasimo,
e che oggi sembra soltanto il ricordo di un sogno.

 

Lo so, divento monotematica e parlo ancora della mia esperienza a Una marina di libri, però qui sono costretta a farlo perché si tratta di una premessa importante. Come ho già detto l’altra volta sono stata a dare una mano allo stand Giuntina; se a destra avevo il bar, a sinistra ci siamo trovate ad avere come vicini Mauro e Alberto di Lindau, una casa editrice torinese che conoscevo solo per sentito dire e che ho avuto modo, quindi, in quei giorni, letteralmente di scoprire. Non so perché ancora non avessi letto niente, non c’è un motivo particolare, ma devo dirvi che hanno un catalogo parecchio interessante. Morale della favola, mi sono portata a casa ben tre volumi, e di uno di questi parleremo oggi, perché fa parte di una sorta di saga ambientata a Port William, un villaggio rurale fittizio situato nel Kentucky. L’autore di questi romanzi che hanno come collegamento essenzialmente questo setting o qualche personaggio che può apparire qua e là – e quindi non devono essere letti seguendo un ordine preciso – è Wendell Berry, uno statunitense classe 1934, che oltre ad essere scrittore, poeta e critico è anche agricoltore, attivista ecologista e pacifista. Come mi spiegavano i ragazzi di Lindau, potrebbe essere uno di quei pochi scrittori a vedere tutta la sua opera pubblicata con traduzione finché è ancora in vita.

Port William in tutta la sua realtà e il suo mistero, in tutte le sue luci e le sue ombre, con il suo nome che costituisce esso stesso un enigma. Per quale ragione costruire mai un villaggio sulla cima o comunque sul fianco di una collina, a mezzo miglio dal fiume, dandogli il nome di «porto»?
Gli abitanti di Port William si sono sentiti ripetere quella domanda all’infinito e alla fine ci hanno fatto il callo. Ben Feltner, il nonno di Virgil, dava sempre la stessa risposta: «Quando hanno costruito Port William non sapevano esattamente dove sarebbe passato il fiume».

Il romanzo che ho letto io è Hannah Coulter, dal nome della protagonista che ci narra la sua storia in prima persona. Hannah è nata in una famiglia molto umile, abita in una fattoria con la nonna e il padre, perché la mamma non c’è più. Quando il padre si risposa con una donna che ha già due figli da un primo matrimonio, Hannah viene cresciuta e protetta dalla nonna che le insegna come stare al mondo e le fa capire anche quando è ora di prendere la sua strada. Si trasferisce così in una stanza in affitto nella casa di una vecchia amica della nonna, si trova un lavoro come segretaria e mette da parte qualche soldino. A quel punto, conosce Virgil Feltner, di cui piano piano s’innamora e che sposerà. Ma l’idillio dura poco, perché il ragazzo viene mandato in guerra per non tornare mai più. Hannah, con una bambina che non conoscerà mai suo padre, ci mette qualche anno per guarire da questo dolore, e quando realizza che la vita va avanti s’innamora (stavolta di un amore diverso e più maturo) di Nathan Coulter, che le darà una vita felice e altri due figli.

Il tempo non si arresta. La vita non si ferma ad aspettare che tu sia pronta per cominciare a vivere.

A raccontare questa storia, che è una sorta di testamento o di autobiografia, a seconda di come la si veda, è una Hannah ormai anziana che sa di aver vissuto una vita tutto sommato felice; di dolori ne ha avuti molti, ma capisce che sono nell’ordine naturale delle cose. Nel villaggio di Port William, di cui non è originaria ma in cui è approdata quando ha iniziato ad essere indipendente, ormai sono rimasti in pochi, i figli (e i figli dei figli) dei suoi coetanei sono andati via per studiare all’università o per farsi una vita altrove. I tempi cambiano e i ragazzi non vogliono più campare di agricoltura o allevamento, ma c’è chi diventa insegnante, chi si interessa alle tecnologie e all’informatica e chi inizia studiando agraria e finisce per fare ricerca. Hannah vive nella casa che Nathan le ha costruito e che ora qualcuno vuole che venga fagocitata dal mercato immobiliare. È l’effetto del passare del tempo.
Ma in questi luoghi non ci sono soltanto quei pochi figli-dei-figli-di che hanno scelto di continuare ad essere agricoltori, bensì anche i fantasmi di chi non c’è più, che continuano a rivivere nel ricordo di ognuno dei personaggi, nello specifico di Hannah.

Con Hannah Coulter devo confessarvi che mi si è aperto un mondo. Volevo scoprire questi romanzi di Port William di cui tanti mi avevano parlato così bene e non sapevo da quale iniziare, così mi hanno consigliato questo dicendomi che probabilmente era quello più rappresentativo dello stile di Wendell Berry. Che dire? Sono stata catturata fin dalle prime pagine da questo modo di raccontare non troppo veloce – perché Hannah ormai è anziana, non ha fretta di gettare parole nel calderone tutte insieme – ma allo stesso tempo così intenso, e soprattutto mi sono dimenticata fin da subito che lo scrittore fosse un uomo. Sì, perché Berry non fa parlare Hannah semplicemente adottando un linguaggio femminile, ma si cala proprio nella mente di una donna, si pone i problemi di una donna, ne prende in prestito la mentalità.

Adesso non mi resta che recuperare gli altri romanzi ambientati a Port William, luogo che già sento di conoscere (alla fine del libro c’è anche una cartina del villaggio). Io di mio sono un’amante di questo tipo di storie, quelle che non hanno necessariamente una trama fitta di avvenimenti, ma che non sono altro che i racconti della vita di qualcuno. Questo è stato un’esperienza incredibile e se non lo conoscete ancora correte a leggerlo.
Buona lettura!

Titolo: Hannah Coulter
Autore: Wendell Berry
Traduttore: Vincenzo Perna
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 276
Prezzo: 19 €
Editore: Lindau


Wendell Berry (5 agosto 1934) è un romanziere, poeta e critico culturale, ma anche agricoltore, attivista ecologista, pacifista. Autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, ha ricevuto una lunga serie di riconoscimenti e fellowship e ha insegnato in diverse università nordamericane. Critico di quella che chiama l’«economia faustiana» del nostro tempo, Wendell Berry intreccia la riflessione poetica e spirituale sui valori della vita rurale con i temi del rispetto ambientale e dell’agricoltura sostenibile, pronunciando una condanna impietosa dell’American Way of Life. Oggi vive con la moglie in una fattoria del natio Kentucky. Jayber Crow è il suo primo romanzo tradotto in italiano.