Un’altra occupazione | Joshua Cohen

A quanto pare aveva fatto un errore di calcolo a pensare
che lasciando Israele avrebbe potuto evitare Israele.

 

Tra una lettura e l’altra (veramente tante in questo periodo) sono riuscita a inserire un libro che mi aveva molto incuriosito quando ho ricevuto la newsletter di Codice. Si tratta di Un’altra occupazione di Joshua Cohen, uscito a fine aprile con una traduzione di Claudia Durastanti. La storia è quella di due ragazzi ebrei che hanno terminato i tre anni del servizio militare obbligatorio in Israele e, come fanno in tanti, hanno pensato di prendersi un anno sabbatico per cambiare aria, esplorare un po’ il mondo e disintossicarsi da un clima di disciplina ferrea. Uno dei due, Yoav, ha un parente della madre che vive a New York, David King, titolare di un’impresa di traslochi, e col suo amico Uri va in America a dare una mano allo zio che comunque è sempre in cerca di ragazzi che non abbiano grandi pretese in quanto a paga.

Il lavoro non era così diverso.
Si trattava sempre di entrare in una casa e perlustrare le stanze piano per piano. Alla ricerca di persone, di beni personali. Far evacuare le persone prima di eliminarne i beni personali.

Yoav e Uri sono convinti che lì sarà diverso, ma si renderanno conto che in fondo non è cambiato molto dalla loro esperienza nell’esercito: buttare giù porte, rubare oggetti, rompere mobili, sfrattare le persone. Qui Cohen inserisce, tra le righe, una riflessione sulla militarizzazione degli sfratti nell’America della crisi economica, ma rende la questione ancora più complicata aggiungendovi il problema dell’essere ebrei negli Stati Uniti, altra cosa per niente facile. Per loro, come per David King, le loro origini rappresentano quasi una sfida per quanto riguarda la vita in America, non riescono mai a sentirsi completamente integrati col resto della popolazione.

In Un’altra occupazione, l’autore però non racconta solo di Yoav, Uri e David King, ma approfondisce le storie di tanti altri personaggi che in un modo o nell’altro gravitano attorno a loro, inserendo anche moltissimi flashback che aiutano, pezzo per pezzo, a ricostruire una sorta di puzzle che alla fine ci porta alla domanda: quello del traslocatore è davvero un’altra occupazione rispetto a quello che abbiamo vissuto nell’esercito in Israele? Ma lo spunto di riflessione non è solo questo, bensì siamo portati a chiederci come, più in generale, chi è abituato a servire l’esercito, a sottostare a ordini e comandi, quasi, direi, a non avere una propria volontà, riesca a sperimentare la libertà. Come si reagisce? Come si fa a capire cosa si può fare e cosa no, soprattutto in un paese totalmente diverso dal tuo?

Alcuni ragazzi ci andavano giù pesante, irrompevano nelle case degli sconosciuti, smantellavano i mobili, portavano via i mobili, rompevano oggetti a caso per sbaglio, e anche non per sbaglio, facevano dei furtarelli insignificanti per caso, e anche non per caso, o sempre in maniera superficiale, scorticando i linoleum, lasciando tutto vuoto, lasciando tutto un casino: chi avrebbe detto che la vita sotto l’esercito lo avrebbe preparato per fare traslochi?
Il che significava che fare traslochi era… cosa? Un dovere? Una vocazione superiore? Un lavoro? Un’altra occupazione?

Cohen ha uno stile giovane, fresco e scorrevole, ma devo confessarvi che – per quanto giudichi positivamente il libro – non sono riuscita ad appassionarmi troppo alla lettura. Probabilmente è a causa dei tanti approfondimenti sui personaggi o per i flashback sparsi qua e là che, nei fatti, mi hanno un po’ fatto confondere e a volte fatto perdere il filo del discorso. Detto questo, è un libro che non può essere letto se non con molta attenzione, perché si rischia di non cogliere i collegamenti o, ad esempio, le similitudini tra le esperienze dei due ragazzi come soldati e traslocatori.

Buona lettura!

Titolo: Un’altra occupazione
Autore: Joshua Cohen
Traduttore: Claudia Durastanti
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 256
Prezzo: 18 €
Editore: Codice

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Non chiamarmi col mio nome | James Purdy

Era una di quelle interminabili feste mortifere
in cui tutti fingono, dove nessuno conosce nessuno
e dove si può spingere la gente giù dalle finestre
senza che nessuno se ne accorga fino al mattino dopo.

 

Non chiamarmi col mio nome è una raccolta di racconti di James Purdy pubblicata quest’anno dalla casa editrice Racconti. L’ho acquistata innanzitutto attratta dalla copertina, ma sono stata anche molto incuriosita da quanto è scritto sulla seconda e sulla terza. Nella bio di Purdy infatti è scritto che è molto conosciuto come autore poco conosciuto; in effetti io non lo conosco affatto, quindi mi documento un po’ e scopro vari articoli in cui gente ben più ferrata in materia di me ne tesse le lodi più sperticate. Da quello che scopro, infatti, Purdy è un autore dalla grande cultura classica che non ha mai incontrato il favore del grande pubblico e non ha mai partecipato ai salotti letterari e intellettuali, ma è (stato) amato e osannato da personaggi celebri (come Franzen, Vidal e David Means, che ha scritto un’introduzione a questo libro, tradotta da Stefano Friani), e anche imitato da vari scrittori che però hanno avuto più successo di lui.

Perché non ha riscosso grandi consensi? Perché fondamentalmente – l’ho capito anche io leggendo i racconti da cui è composta la raccolta – Purdy parla in modo elegantissimo e formale di cose che la società americana del suo tempo ha voluto tenere nascoste, disagi di singoli personaggi (che spesso si estendono anche a chi li circonda) che pulsano sotto un mantello di moralismo quasi intransigente. Un critico disse che i suoi racconti e romanzi sono stati «il fiume sotterraneo che ha attraversato il paesaggio americano senza mai venire alla luce».
Un uomo sposato con una donna da tanti anni che non ha mai confessato la sua omosessualità; una moglie che non riesce ad accettare di dover prendere il cognome del marito e che fuori da un locale viene percossa da lui in malo modo; un’insegnante quasi sessantenne che cammina nuda per strada, si rifugia a casa di un suo ex studente e non riesce ad ammettere di essere stata violentata («Non posso dirglielo, Winston… Ho sessant’anni.»). Sono tutti personaggi che, attraverso il filtro Purdy, vorrebbero uscire dagli schemi, palesare ciò che hanno dentro e che li affligge, ma per i quali forse non esiste una via di scampo. Sono condannati a rimanere dentro il sistema di cui fanno parte.

Avrebbe voluto urlare o dargli una spinta, avrebbe voluto dirgli di volere “almeno” qualcosa, qualsiasi cosa per un momento soltanto, così che anche lei potesse volere qualcosa. Voleva che volesse qualcosa per poter volere qualcosa anche lei, ma sapeva che non avrebbe voluto più niente di niente.

A dare il titolo alla raccolta è uno dei racconti contenuti in essa, precisamente quello in cui la moglie non vuole prendere il cognome del marito. Quello a cui ho pensato dopo aver letto le prime short stories, e che mi si è confermato nella mente quando le ho finite tutte, è che più che Non chiamarmi col mio nome Purdy ci dice: non chiamiamo le cose col loro nome, perché non possiamo farlo. Mi sembra tutta una critica al popolo americano. Tutte le storie lasciano l’amaro in bocca, una volta terminate, perché i protagonisti non sembrano trovare una via d’uscita dalla loro condizione, nonostante siano lì a soffrire e scalpitare per qualcosa che non si può dire fuori dalle mura domestiche o addirittura che non si può tradurre in parole.

James Purdy affronta temi scomodi, quei temi che hanno fatto sì che cadesse nel dimenticatoio perché – come dice David Means nell’introduzione, che bisognerebbe rileggere dopo aver finito la raccolta – era un rinnegato che non si è mai adeguato alle regole del suo tempo e aveva lettori devoti alla sua opera. Accende i riflettori sul sordido, sul disagio personale dei singoli individui e lo fa principalmente affidandosi a ciò che tralascia di dire, non ai dati che rivela.

Come si legge un racconto di Purdy? A cosa bisogna fare attenzione? Tutte le short stories, per loro natura, sono frammenti allusivi di una narrazione più grande. Sono strumenti di estrema precisione, e richiedono al lettore di completare il testo, sentendo su di sé le implicazioni di ogni gesto.

Ho apprezzato molto questi racconti e devo dire che sono rimasta affascinata dallo stile di James Purdy, mi è venuta voglia di approfondire la conoscenza di quest’autore in cui non mi ero mai imbattuta. Se davvero è grande come dicono, allora grazie a Racconti Edizioni per averlo ripreso e riproposto al pubblico italiano che, ne sono sicura, lo apprezzerà molto.
Buona lettura!

Titolo: Non chiamarmi col mio nome
Autore: James Purdy
Traduttore: Floriana Bossi
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 228
Prezzo: 17 €
Editore: Racconti edizioni


James Purdy (Hicksville, 17 luglio 1914 – New York, 13 marzo 2009)

“Post Office” di Charles Bukowski

“L’oceano,” dissi, “guardalo, laggiù, si rompe sulla spiaggia,
va e viene, non si ferma mai. E là sotto i pesci,
i poveri pesci che combattono per la vita, che si mangiano a vicenda.
Noi siamo come quei pesci, solo che siamo quassù.
Una mossa sbagliata ed è finita. È bello essere un campione.
È bello sapere qual è la mossa giusta.”

 

Mi capita spesso, per i motivi più svariati, di snobbare autori che credo non facciano per me. Uno di questi è Charles Bukowski, che ho sempre visto parecchio lontano da me in quanto a stile e che è troppo di moda, le sue citazioni sempre più inflazionate e spesso in bocca a gente che i  suoi libri non li ha nemmeno aperti. Ora, non credo che per sentirsi più intellettuali basti riempirsi la bocca di parolacce e termini presi dai più bassi registri linguistici, ma comunque alla fine ho ceduto perché per varie ragioni mi è venuto il dubbio che potessi aver fatto un errore di valutazione. Mi sono messa a leggere Post Office per cercare di capire quest’autore, l’ho fatto con le migliori intenzioni e in maniera quasi del tutto oggettiva.

Il protagonista del romanzo è Henry Chinaski, un postino sui generis che passa la vita tra alcol, sesso e corse dei cavalli. Bukowski lo ha creato a propria immagine e somiglianza, lui stesso ha lavorato per anni alle poste, ha avuto problemi con l’alcool e varie esperienze sessuali (che poi racconta nei romanzi). Data la sua scarsa lucidità, non fa altro che ricevere e collezionare ammonimenti dalla direzione delle poste, mentre se la spassa con le donne e si ritira a casa sempre ubriaco (una volta viene pure arrestato). Insomma, la trama non è così particolare da destare stupore o da colpire il lettore, e forse è proprio questo – insieme ad altri fattori – il motivo per cui l’autore è stato così osannato dal pubblico e si trova un po’ in tutte le librerie nelle nostre case. Quella che Bukowski racconta è una parte della vita di Chinaski caratterizzata, praticamente, dal nulla, è come se ci fosse un vuoto all’interno del quale il protagonista si muove da un’amante all’altra, da un rimprovero all’altro, senza quasi opporre resistenza. Si lascia trascinare dagli eventi in un mondo sordido, esprimendosi in modo squallido, leggendolo si avverte quella sensazione di sporco che caratterizza gli ambienti e la gente con cui entra in contatto (mi viene in mente adesso il collega delle poste sudaticcio, ma di quel sudore stantio di giorni, o il cane sporco di fango, con le mosche perennemente addosso, che nessuno pulisce).

Questo libro non ha fatto nascere in me la passione per Charles Bukowski, l’ho letto cercando di rintracciare ciò che di profondo poteva esserci in tutta questa storia e penso di non averlo trovato del tutto. Per certo posso dire di aver capito che ciò che caratterizza la vita di Chinaski (e non so se anche di Bukowski, dato che non lo conosco bene) è una mancanza di sentimenti, di punti fermi; insomma, è capace di andare da una parte all’altra, di cambiare casa, amante, di lasciare un lavoro e non fare nulla, senza avere la preoccupazione di aver perso qualcosa di importante.
Andando su Wikipedia, nella pagina dedicata all’autore, mi sono imbattuta in una sua citazione, in cui dice che «la vita è profonda nella sua semplicità», e forse è proprio da qui che bisogna partire per leggere Bukowski, un po’ com’era stato con Stoner (che non sto per niente paragonando a lui, ma il concetto è sempre quello): anche quando non succedono grandi cose, c’è comunque qualcosa da raccontare, e in quel qualcosa ci può essere una profondità che non ci aspetteremmo se non guardassimo con occhio attento.

Come ho detto all’inizio, lo stile di questo autore non mi è congeniale, io prediligo una prosa più elegante, un linguaggio più curato (devo essere onesta, a volte ho provato fastidio). Giorni fa mi è capitato di leggere alcune sue poesie sfogliando un libro (La canzone dei folli. Poesie II) e alcune mi erano anche piaciute. Mi sa che tra me e Bukowski, comunque, non è finita qui, proverò a leggere qualcos’altro, magari deciderò di persistere con le poesie o mi darò ai racconti, chissà. Nel frattempo, fatemi sapere che ne pensate.

Buona lettura!

Titolo: Post Office
Autore: Charles Bukowski
Traduttore: S. Viciani
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1971 (2017 questa edizione)
Pagine: 192
Prezzo: 5 €
Editore: TEA

Giudizio personale: spiena

In breve: “M*A*S*H” di Richard Hooker

In questi giorni ho finalmente messo mano a un libro che volevo leggere da un po’, sponsorizzatissimo sia da parecchi lettori che dall’editore stesso, M*A*S*H di Richard Hooker, pubblicato quest’anno da SUR (però scritto nel 1968). Ho scoperto un libro divertentissimo e molto ironico che narra le vicende di alcuni chirurghi militari in un ospedale da campo in Corea, il 4077° MASH (Mobile Army Surgical Hospital), appunto. Protagonisti assoluti sono innanzitutto Occhio di Falco Pierce, il Duca Forrest e Trappolone John, due simpaticoni che nel loro campo sono medici eccellenti, ma che in quanto a disciplina avrebbero qualcosa da imparare da gente più tranquilla. I capitoli non sono altro che episodi della loro vita nel MASH negli otto mesi di permanenza lì, mesi in cui ne combinano di tutti i colori facendosi, però, tanti amici e divertendosi un mondo tra un’operazione d’urgenza e l’altra. Riescono a rimettere al proprio posto colleghi presuntuosi che vogliono comandare, a far credere a un collega che vuole suicidarsi di essere morto e risorto, e a organizzare una partita di football americano contro un altro MASH.

Insieme a loro ci sono molti altri personaggi molto simpatici che fanno fare tante risate al lettore e ognuno di questi è indicato con un soprannome altrettanto ironico, perché in fondo Hooker (pseudonimo di H. Richard Hornberger) vuole raccontare in maniera esilarante qualcosa che ha conosciuto di persona: l’autore stesso è stato un chirurgo americano che ha prestato servizio come ufficiale medico nella guerra di Corea.
M*A*S*H ha avuto così tanto successo che ne hanno tratto sia un film (di Robert Altman) che una serie tv tra quelle di maggior successo negli Stati Uniti e nel mondo. Ecco, magari recuperare tutte le puntate della serie potrebbe essere scomodo, dato che è vecchiotta e sono sempre 250 episodi, però il film lo voglio vedere.

Se state cercando qualcosa di divertente con cui passare qualche oretta credo proprio che questo sia il libro che fa per voi!
Buona lettura.

Titolo: MAS*H
Autore: Richard Hooker
Traduttore: Marco Rossari
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1968 (2017 questa edizione)
Pagine: 251
Prezzo: 16,50 €
Editore: SUR

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena

Da “Moby Dick” di Herman Melville

Immagine tratta dal film “Heart of the sea – Le origini di Moby Dick” (Ron Howard, 2015)

Oh, uomo! Ammira e prendi a tuo modello la balena! Tu pure resta caldo in mezzo al ghiaccio. Tu pure vivi in questo mondo senza appartenergli. Sii freddo all’equatore; mantieni il sangue fluido al polo. Come la grande cupola di San Pietro e come la grande balena, conserva, oh uomo!, in tutte le stagioni la tua propria temperatura.

[Herman Melville, Moby Dick, 1851,
trad. Alessandro Ceni, Feltrinelli 2007,
689 pp., 12 €]

Da “Stamattina stasera troppo presto” di James Baldwin

Dire tutto è uno dei metodi più efficaci per serbare dei segreti. I segreti nascosti nel cuore della mezzanotte stanno semplicemente aspettando di essere trascinati alla luce, la luce di uno sfortunato mezzogiorno, come sempre accade. Ma i segreti avvolti nello splendore della sincerità non si faranno scoprire nemmeno dai più abili e testardi investigatori, perché la luce cambia di continuo, e dimostra che non ci si può assolutamente fidare della vista.

[James Baldwin, Stamattina stasera troppo presto,
trad. Luigi Ballerini, Racconti Edizioni, 2016,
281 pp, 16 €]

Tempo fa dissi che di racconti ne leggevo pochi, e in effetti è vero perché io sono più una da romanzi, anzi da polpettoni (intesi come libroni, non come robe noiose). Ultimamente, però, ho scoperto tanti bei racconti, anche grazie a case editrici che puntano su quelli e che, per farlo, selezionano roba di alto livello. Questa volta mi sono imbattuta in James Baldwin, col suo Stamattina stasera troppo presto, tradotto da Luigi Ballerini per Racconti edizioni, e devo dirvi che ho trovato un libro di grande spessore e un autore che ha una grande potenza narrativa. In soldoni, questi racconti sono parti di un percorso biografico dello stesso Baldwin che si fa portatore della civiltà nera americana, con i suoi problemi, le sue tradizioni e le sue contraddizioni interne. C’è chi si dà alla musica, chi partecipa ai sermoni, chi ascolta i cori gospel, c’è il bambino che viene per la prima volta a contatto con la parola “negro” pronunciata in modo dispregiativo da un bianco e non la capisce. I protagonisti di questi racconti, però, non sono sempre neri. Ce n’è uno in particolare, narrato dal punto di vista di un uomo bianco che descrive le violenze nei confronti dei neri, e questo, confesso, è quello che mi ha colpito di più non solo per le immagini che evoca ma per la durezza della narrazione.
Baldwin ha uno stile aggressivo, forte, che non si risparmia proprio perché questa lotta lui l’ha vissuta ed è stato dalla parte dei vessati, dei “deboli”, e sa di cosa parla.
Buona lettura!

“Brighton” di Michael Harvey

Quanto tempo era che non leggevo un buon thriller? Non saprei. Di norma non è il mio genere prediletto (molto spesso gli autori finiscono per allungare troppo il brodo senza motivo), ma Brighton di Michael Harvey, pubblicato di recente da Nutrimenti, mi ha incuriosito perché ho visto che se ne diceva un gran bene. Quindi mi sono messa a leggerlo, anche se purtroppo in maniera molto lenta all’inizio perché stavo facendo un lavoro che mi ha un po’ fuso il cervello (che è anche il motivo per cui era da tanto che non scrivevo qui e, soprattutto, che non scrivevo cose più serie). Fortunatamente, poi mi sono lasciata andare e mi sono concentrata molto meglio, gondendomi il romanzo per come avrei dovuto.

Brighton è un sobborgo nord occidentale di Boston ed è una zona malfamata in cui regnano violenza e criminalità e dove in tempi meno recenti erano situati i macelli; qui sono ambientate le due parti da cui è composto il libro: 1975 e 2002. Kevin Pearce incontra per la prima volta Bobby Scales sulla riva di un fiume mentre sta uccidendo un cane che ha subito maltrattamenti per evitargli altre sofferenze. I due diventano amici e sarà proprio Bobby che nel 1975 “si prenderà cura” di Kevin quando, in seguito a un omicidio nel quale entrambi rimangono coinvolti, gli dice di andare via da Brighton e non tornare mai più. E così fa, infatti, Kevin, che nel 2002 è un giornalista investigativo di tutto rispetto a Boston e ha appena ricevuto la notizia, ancora ufficiosa, di aver vinto il Premio Pulitzer. Succede, però, che a Brighton viene uccisa una donna che in realtà era un’agente sotto copertura e Lisa, la ragazza di Kevin che si occupa delle indagini, chiede aiuto al giovane giornalista perché magari conosce luoghi e persone e può facilitare il suo lavoro. Ma purtroppo lui si troverà a fare i conti col passato, perché il caso si dimostrerà parecchio difficile e potrebbe riportare a galla vecchi ricordi e questioni irrisolte.

Brighton è un thriller che non ha niente di scontato e questo è il motivo principale per cui mi è piaciuto. In nessuna pagina, tranne in quelle finali, vi riesce di capire quale possa essere la verità che si cela dietro gli omicidi e gli strani avvenimenti che coinvolgono i personaggi. Questo perché Harvey segue principalmente il personaggio di Kevin, ignaro lui stesso di tante cose, manovrato da alcuni e protetto da altri.
Ma quello di cui parlo oggi non è solo un romanzo crime, è anche una storia di legami familiari e non, nello specifico su quello tra Kevin e Bobby e quelli tra Kevin e le sorelle. Non sempre i legami di sangue si dimostrano più forti degli altri, ci sono certe famiglie con tante mele marce, come quella dei Pearce in cui, come sosteneva la vecchia nonna, Kevin era l’unico brillante, l’unico che avrebbe fatto strada, mentre gli altri erano ordinari. È Bobby che tiene veramente al protagonista; è lui che lo manda via da Brighton quando potrebbe trovarsi nei guai per assicurargli un futuro; è sempre lui che, quando torna da giornalista nei suoi luoghi natali, nonostante tutti i suoi problemi lo protegge a sua insaputa. Ma, quando toccherà a lui, Kevin sarà in grado di ricambiare la sua protezione confermando ancora una volta la loro amicizia.

Lo stesso Michael Harvey è cresciuto a Brighton e probabilmente è per questo che gli è riuscito così bene raccontare la sua storia mettendosi nei panni di Kevin Pearce. Lui “conosce” le persone di cui parla nel libro; in un video dice: «Molti dei ragazzi con cui sono cresciuto hanno combinato cose meravigliose, altri a trent’anni erano morti o in galera». E in fin dei conti la vicenda gira tutta intorno alla diversità dei percorsi intrapresi da quelli che nel 1975 erano bambini e ora sono adulti: c’è chi è diventato qualcuno e chi non è riuscito a sfuggire alla miseria, al crimine e alla malavita e, anzi, ne è stato risucchiato.
Brighton è davvero un bel libro! Me lo aspettavo un po’, visto da chi mi era arrivato il consiglio, ma per me è stato una conferma del fatto che i thriller buoni ci sono e bisogna scovarli!

Buona lettura!

Titolo: Brighton
Autore: Michael Harvey
Traduzione: Nicola Manuppelli
Genere:
 Thriller
Anno di pubblicazione:
 maggio 2017
Pagine: 368
Prezzo: 19 €
Editore: Nutrimenti

Giudizio personale: spienaspienaspiena


Michael Harvey è autore di sette romanzi che hanno scalato le classifiche di vendita negli Stati Uniti. È anche giornalista investigativo e autore di documentari, attività per la quale ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui una nomination agli Oscar. È stato coautore e produttore della serie tv Cold Case Files, ottenendo una candidatura agli Emmy Award. Con Brighton si è consacrato come uno dei maggiori scrittori americani di thriller degli ultimi anni. I diritti cinematografici del libro sono stati acquistati dalla GK Films di Graham King, produttore di molti film di successo tra cui The Departed di Martin Scorsese, vincitore di quattro premi Oscar.