“Le nostre anime di notte” di Kent Haruf

Sto parlando di attraversare la notte insieme.
E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici.
Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire.
Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?

 

16722684_10210990881759411_5642372498764312145_oLo aspettavo con ansia e finalmente a metà febbraio è uscito: Le nostre anime di notte, edito da NN e tradotto ancora una volta dal buon Fabio Cremonesi, è esattamente il libro che mi aspettavo di avere tra le mani. Chi mi segue da più tempo – anche se ultimamente vado a rilento – sa che l’anno scorso mi sono innamorata in modo rapido e folle di Kent Haruf, e non occorre che vi metta i link delle recensioni della Trilogia della Pianura perché potete andare nella pagina dell’elenco degli autori trattati in ordine alfabeti e lo trovate alla H. Questo scrittore, che purtroppo ci ha lasciati nel 2014 (e dico purtroppo perché probabilmente ci avrebbe regalato tanta altra roba di grande livello), mi ha conquistata col suo stile che in alcuni momenti mi ha ricordato quello asciutto ma incisivo di Hemingway e che in generale è sempre stato all’altezza delle situazioni narrate. Devo dire che l’unica pecca del romanzo che ho finito di leggere qualche giorno fa è che finisce subito, è breve, ma in compenso ci lascia tanto.

Addie Moore, vedova ormai da un po’, un giorno decide di andare a far visita al suo vicino, Louis Waters, solo anche lui, per chiedergli se vuole passare le notti da lei a parlare e a farsi compagnia. L’uomo inizialmente rimane turbato, più che altro perché Holt è una piccola cittadina e la gente parla, ma poi accetta e va a trascorrere la notte da Addie. L’esperienza è estremamente positiva, i due iniziano a conoscersi meglio, a mettere a nudo le proprie anime e raccontarsi tutto ciò che non sanno l’una dell’altro: scoprono, infatti, di non essere stati sempre felici e di essersi tenuti dentro dolori che sarebbe stato meglio tirar fuori. Se in un primo momento tutto va come deve, dato che Louis alle prime luci del mattino fa ritorno a casa sua per non dare nell’occhio, la piccola comunità in cui vivono inizia a spettegolare su queste due persone che chissà che cosa fanno, come mai non si vergognano, alla loro età, ma dove si è mai vista una cosa del genere… E ci si mette anche Gene, il figlio di Addie, a tentare di dividere la madre da Louis, Gene che dovrebbe badare alla sua famiglia, in particolare al figlio Jamie che ha lasciato tutta l’estate a casa della nonna per risolvere i problemi con sua moglie. È a questo punto che Addie e Louis saranno costretti a prendere una decisione: continuare a vivere in questa bolla felice o cedere alla cattiveria di chi li circonda e smettere di vedersi?

Amo questo mondo fisico.
Amo questa vita insieme a te.
E il vento e la campagna, il cortile, la ghiaia sul vialetto.
L’erba, Le notti fresche.
Stare a letto nel buio a parlare con te.

Addie e Louis sono due persone che hanno ormai superato la settantina e sono rimaste sole. Entrambi vedovi, hanno deciso di farsi compagnia e, se in altri contesti potrebbe essere una cosa normale, a Holt – piccola città nei dintorni di Denver, Colorado, in cui sono ambientati tutti i romanzi di Kent Haruf – sembra una cosa fuori da ogni logica. Le persone ne parlano, si chiedono come mai questi due anzianotti non abbiano alcuna vergogna a sbandierare una relazione che (chissà per quale motivo) appare sconveniente, soprattutto per Louis che, lo sanno tutti, una volta ha lasciato la moglie per vivere con un’altra e poi è tornato a casa più per dovere che per amore. Ma ciò che traspare dalle parole dei protagonisti è che non c’è più tempo, la vecchiaia avanza e chissà quanta vita resta ancora da vivere, bisogna godersi l’ultima parte del cammino. È quello che il traduttore Fabio Cremonesi nella nota finale definisce come un senso di urgenza, spinge Addie e Louis a fare cose che non avrebbero mai pensato prima.

Quello che colpisce è la tenerezza che avvolge la relazione tra i due anziani (e che speriamo di vedere presto nel film che stanno girando con Jane Fonda e Robert Redford che dovrebbe uscire quest’anno), una relazione fatta di attenzioni e di condivisione, qualcosa che forse dovrebbe essere la regola per ogni tipo di rapporto, ma a cui spesso si arriva in età già adulta o addirittura avanzata. Addie e Louis non si nascondono nulla, lui le racconta senza peli sulla lingua come sia stato tradire la moglie e andare a vivere con un’altra, lei invece gli parla della morte della figlia, sviscerando quel dolore e quelle sensazioni che si è tenuta dentro molto a lungo perché per “delicatezza” nessuno ha mai fatto cenno a quegli eventi.
Ma la tenerezza sta anche nelle parole con cui Haruf descrive Jamie, il nipotino di Addie. È quello stesso mix di dolcezza e delicatezza che l’autore dedica ad altri bambini o a vecchi fratelli burberi in altri suoi romanzi. In effetti, rispetto agli altri libri, questo mi è sembrato leggermente diverso, più che altro per lo stile che appare più positivo e addolcito (forse c’entra il fatto che lo stesso autore era già avanti negli anni e malato quando lo ha scritto?). Per quanto riguarda elementi che ricorrono, invece, mi viene in mente l’inesorabilità di certi destini, che però lascia intatta la speranza dei personaggi: è come se Haruf lasciasse sempre una porticina aperta, come se volesse dire “deve andare così, ma c’è qualcosa che possiamo sempre fare, possiamo fare una piccola lotta contro tutto e tutti”.

Una chicca: ad un certo punto Addie e Louis parlano di andare a teatro perché metteranno in scena delle vicende ambientate a Holt, uno spettacolo su due fratelli che accolgono in casa una ragazza incinta, storie sicuramente inventate dato che in quel paesino non ci sono mai stati individui del genere. Poi si chiedono come sarebbe se scrivessero un libro su di loro. Uno scherzetto metaletterario niente male!
Se Haruf vi aveva già conquistato, con Le nostre anime di notte potete andare sul sicuro.
Buona lettura!

Questo libro è per chi è stato a Holt e non vede l’ora di tornarci, ma è soprattutto per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato.

Titolo: Le nostre anime di notte
Autore: Kent Haruf
Traduttore: Fabio Cremonesi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015 (2017 questa edizione)
Prezzo: 17 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Briciole: “Panorama”, “La vegetariana”, “Furore”

Ritorno dopo una ventina di giorni di silenzio per parlarvi di alcuni libri che o mi hanno preso poco o di cui non sono riuscita a raccontare sul momento dimenticando molti dettagli. E mi dispiace molto in entrambi i casi, ma tra un impegno e l’altro purtroppo non si riesce a star dietro a tutto.

15977693_10210660749866320_2941111850295580373_nPanorama di Tommaso Pincio. È un libro che parla anche di libri. Ottavio Tondi è uno che ha rinunciato ad altre professioni per fare il lettore, ma non è un lettore normale, lui dedica la sua vita alla lettura ed è responsabile anche del successo di un grande best seller. È quasi venerato, tanto che lo invitano addirittura a leggere in pubblico, e la gente lo ammira, estasiata. Ottavio però ha anche un’ossessione per Ligeia Tissot, una donna conosciuta su un social network, Panorama, appunto. Non l’ha mai vista né incontrata, ma ha solo visto negli anni le foto del suo letto disfatto, cosa che lo ha spinto ad iniziare a scrivere. Appunti di ciò che lei gli faceva vedere nelle foto. Intorno a questo personaggio ruota tutta una storia a cui bisogna prestare parecchia attenzione, senza fermarsi solo a leggere le parole. Ci sono diversi spunti di riflessione che, andando troppo velocemente (e può succedere perché il libro è breve), si rischia di non cogliere, come ad esempio il ruolo dei social network oggi, la situazione dell’editoria e l’idolatria nei confronti di certe figure, oppure ancora le strane pulsioni umane e il voyeurismo, il desiderio di ficcare il naso nelle vite altrui.
DETTAGLI: Panorama, Tommaso Pincio, Romanzo, Letteratura italiana, 200 pp., NN editore 2015, 13 €, 4/5 stelline


16422591_1841309649415953_172744979047600112_oLa vegetariana di Han Kang è un romanzo che ho deciso di leggere come breve intervallo tra robe più corpose, ma che non credo di aver apprezzato molto, come invece hanno fatto altri. La storia è quella di Yeong-hye, una donna che una notte fa un sogno sanguinoso e raccapricciante e improvvisamente decide di diventare vegetariana. Se qui da noi la cosa può sembrare normale, nella società della protagonista è quasi un sacrilegio: la famiglia accoglie la scelta con rabbia e inizia a trattarla come se fosse pazza, l’unico che non la critica e, anzi, tenta di avvicinarsi a lei è il marito della sorella. In realtà Yeong-Ye può davvero essere instabile mentalmente, ma il suo disagio interiore (quello che ha nei confronti della carne) inizia a venire fuori piano piano fino a quando non diventa un disagio totale, nei confronti di quasi ogni essere animale, e sprofonda nell’anoressia nervosa.
Questo libro non mi ha presa, non mi sono sentita trasportare dalla sofferenza della protagonista e addirittura c’è qualcosa che mi ha infastidito, anche se non saprei dirvi cosa perché davvero non sono riuscita a capire. Potrebbe essere il modo di raccontare la storia, il linguaggio che cambia per ciascuna delle tre parti di cui La vegetariana è composto.
DETTAGLI: La vegetariana, Han Kang, trad. Milena Zemira Ciccimarra, 2007, Romanzo, Letteratura sudcoreana, 177 pp., Adelphi 2016, 18 €, 2/5 stelline


15941206_10210560732485948_6420604488741780400_nFurore di John Steinbeck lo abbiamo letto all’interno del gruppo di lettura di LeggoNobel. La storia inizia quando Tom Joad esce di galera, torna a casa e non trova più nessuno, tutto è cambiato. In realtà la sua famiglia si è già messa in marcia per andare a cercare una vita migliore in California, luogo quasi fiabesco in cui troveranno lavoro, la natura è rigogliosa e tutto sarà più facile. Ma non sarà così facile perché verranno trattati da fuggiaschi ovunque arrivino e mentre perdono pezzi vengono anche rifiutati. Cambiando molte parole ci ritroviamo a leggere la storia di molte persone che oggi fuggono dai loro luoghi d’origine per avere più denaro e benefici in posti che credono siano migliori, ma che in realtà non lo sono, anche perché poco aperti a ricevere il prossimo. Il linguaggio di Steinbeck si adatta perfettamente a quello dei personaggi, gente poco istruita che spesso ricorre a frasi fatte e proverbi per mostrare una saggezza popolare che, però, in certe situazioni serve a poco. Ci sono punti molto belli e punti che non mi hanno trasmesso nulla, quindi il mio giudizio globale è esattamente a metà tra un estremo e l’altro della scaletta di stelline. Non l’ho apprezzato come avrei dovuto e mi dispiace molto. Ho confermato però la mia impressione che il 99% dei romanzi americani è contraddistinto dalla presenza della polvere.
DETTAGLI: Furore, John Steinbeck, trad. Sergio Claudio Perroni, 1939, Romanzo, Letteratura americana, 633 pp., Bompiani 2013, 11,90 €, 3/5 stelline

In breve: “Festa mobile” di Ernest Hemingway

La Parigi dei bei tempi andati,
quando eravamo molto poveri e molto felici.

 

15844518_1829648237248761_1310775110420641189_oSono già diversi giorni che ho finito di leggere Festa mobile di Ernest Hemingway, ma non sono riuscita a parlarvene perché onestamente non so da dove cominciare. Questo è uno dei motivi per cui, alla fine, ho scelto di farlo “in breve”: ci sarebbero milioni di cose da dire ma, di contro, si tratta del mio autore del cuore e quindi l’emozione, ogni volta che lo leggo, mi travolge e il cervello va in pappa. Balbuzie mentale, vorrei chiamarla. Ad ogni modo, proviamoci.
Hemingway cominciò a scrivere questo libro nell’autunno del 1957, quando si trovava a Cuba, se lo portò in giro nei suoi vari spostamenti e lo concluse nella primavera del ’60, di nuovo a Cuba. In esso troviamo brevi stralci della sua vita a Parigi tra il 1921 e il ’26, da quando, cioè, si era da poco sposato con la sua prima moglie Hadley fino a quando arrivarono i ricchi (leggi Pauline Pfeiffer, quella che divenne la seconda moglie).

Ogni capitolo è dedicato a una situazione o a una persona importante che ha conosciuto durante il suo soggiorno francese o che comunque ha avuto una certa influenza sulla sua vita. Parliamo di Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda (sembra che Ernest fu il primo ad accorgersi dei suoi problemi mentali), Ford Madox Ford e, soprattutto, Gertrude Stein. La signorina Stein, che all’epoca trascorreva la sua vita in libertà con “l’amica che all’epoca viveva con lei”, è stata una figura di riferimento per moltissimi artisti che hanno chiesto spesso i suoi consigli per capire che strada seguire con la loro opera, ed è quella che rivolse ad Ernest in particolare la frase: «Siete tutti una generazione perduta» (anche se poi è stato affermato che la frase fu presa in prestito dal proprietario del garage che si occupava dell’auto della Stein). E quella fu davvero una generazione perduta, una generazione di scrittori che bevevano grandi quantità di alcool, che spendevano i propri soldi per viaggiare e vivere emozioni forti e facevano tutto ciò per combattere il vuoto che minacciava le proprie vite. Una generazione tragica di cui troviamo i maggiori rappresentanti in Festa mobile.

Sapevo ormai che ogni cosa buona o cattiva quando veniva a mancare lasciava un senso di vuoto. Ma se era cattiva il senso di vuoto spariva da sé. Se era buona l’unica cosa da fare per riempire quel vuoto era trovarsi qualcosa di meglio.

Quello che emerge da questi racconti personali è Ernest nella sua spontaneità, nella sua vita vera, non filtrata dai personaggi dai nomi inventati dei romanzi. Il suo amore per Hadley, per il piccolo Bumby, la preoccupazione di avere pochi soldi e di non avere qualcuno che gli pubblicasse i racconti, i momenti di sconforto, i consigli degli amici e della sua mecenate, la confusione scatenata dall’arrivo dei ricchi che ti conquistano con i loro soldi e le loro promesse. Sembra quasi che fino a quel punto Hemingway cercasse una vita fatta di gioie autentiche e pure, che se la sia fatta sfuggire e che poi si sia consumato per il resto della sua esistenza nella più totale infelicità (fino al momento in cui non è stato più capace di “combattere”).
Festa mobile è stato pubblicato circa tre anni dopo la morte di Ernest Hemingway, nel 1964, e non è etichettabile semplicemente come un libro di ricordi. È molto di più: è la testimonianza di un’epoca, di uno stato d’animo, del cuore vero di un uomo che poi non è più tornato.

Buona lettura!

Titolo: Festa mobile
Autore: Ernest Hemingway
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere:
 Autobiografico
Anno di pubblicazione:
 1964 (2013 questa edizione)
Prezzo: 9 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Sylvia” di Leonard Michaels

Lei si è lasciata di nuovo cadere all’indietro, facendo smorfie d’odio,
ghignando e contorcendosi come un’epilettica.
Poi si è tirata su, mi ha dato uno schiaffo, e ha detto:
“Non riesco a capire perché non mi adori”

 

sylvia-344x540Domani con il gruppo di LeggoNobel cominceremo una nuova avventura, stavolta affronteremo Imre Kertész, premio Nobel 2002, e dato che volevo una lettura breve per passare il weekend (nonostante avessi già due libri in lettura, di cui uno di racconti e uno di saggistica) mi sono lanciata su un libretto abbastanza recente, uscito lo scorso settembre per Adelphi: Sylvia, di Leonard Michaels. Come capita molto spesso, non ho nemmeno letto la sinossi, ho cominciato il libro e mi sono lasciata trasportare dalla storia. Quando l’ho finito – ci vogliono poche ore – ho scoperto che Sylvia altri non è che la prima moglie di Michaels, l’autore, e in questo libretto rosso viene raccontata la tragica storia di questa donna problematica.

Non so se è solo un problema mio che non riesco quasi mai ad entrare nel vivo di un libro fin dalla prima pagina, oppure se effettivamente Sylvia cominci in modo un po’ lento, fatto sta che bisogna concedergli qualche pagina noiosetta (ma necessaria, in quanto premessa di quel che verrà) per decollare. Nel 1960 Leonard è un giovane che ha concluso i suoi studi universitari e post-universitari e non ha un dottorato, sa solo che vuole scrivere, si definisce come «un uomo di ventisette anni iperspecializzato, che fumava sigarette e non sapeva descriversi meglio che dicendo “Mi piace molto leggere”». Un giorno, casualmente, conosce Sylvia, una ragazza bellissima e sensuale di diciannove anni, coi capelli neri lunghi che le cadono sopra le spalle e la frangia che quasi le copre gli occhi. Passa pochissimo, davvero poco, e i due finiscono insieme spinti da una sorta di chimica, una forza di attrazione quasi magnetica che non permette loro di lasciarsi. Infatti vanno subito a vivere insieme e più avanti si sposano. Tutto normale, diremmo, se non fosse che il loro rapporto non è sano.

Sembra che l’unico modo che ha Sylvia di mostrare il proprio bisogno d’amore sia di far male a Leonard, di ferirlo psicologicamente e fisicamente per dirgli quanto lo ama e quanto lui sia necessario nella sua vita. Gli dice di andarsene, ma non è quello che vuole; lo umilia mandandolo a comprarle i tamponi in piena notte solo per farsi una risatina al pensiero di ciò che verrà in mente alla gente che lo vede; gli dà la colpa di tutto ciò che succede, perfino del fatto che lui abbia il coraggio di addormentarsi dopo l’ennesimo litigio. E Leonard che fa? Niente, è follemente innamorato di Sylvia e si lascia ferire sempre, forse anche perché quello rappresenta per lui un modo di accudire questa ragazza. Sa che una volta sono anche finiti sulla bocca di tutti, quando un suo amico ha sentito della gente che abita nel loro stesso palazzo parlare di certi litigi parecchio rumorosi. Non riesce a scrivere nulla, le droghe consumate insieme ad amici e colleghi peggiorano la situazione. Ma Leonard in realtà non lo sa: sarà così anche tra le altre coppie? avranno tutti i loro problemi? Forse, ma non di questo tipo.

Mi cullavo nell’idea che ogni uomo e ogni donna che vivevano insieme fossero come Sylvia e me. Ogni coppia, ogni matrimonio, erano malati. Quest’idea, come un salasso, mi purgava. Ero infelicemente normale, ero normalmente infelice. Qualunque cosa la gente pensasse di me, io potevo pensarla di loro.

Coi continui riferimenti ai primi anni ’60, Michaels ci racconta sotto forma di diario la storia di com’è nato il suo amore per Sylvia e di com’è finito con il suicidio di lei. È davvero difficile, a parte – ripeto – le prime pagine, riuscire a non farsi trasportare dai sentimenti di Leonard e Sylvia e dalla follia di lei. Io, lettore, non posso fare altro che mettermi nei panni di una donna che soffre e che non riesce a dimostrare in altro modo l’amore che prova per il suo uomo e il bisogno che ha di lui. L’idea per cui devo far del male ad una persona per chiederle attenzioni può sembrare assurda a mente fredda, ma nell’ambito della storia di Leonard Michaels sembra avere una sua triste logica. È comprensibile che lui, alla fine, non ce la faccia quasi più e i due decidano di allontanarsi ma ormai si sono fatti del male a vicenda, l’uno non può esistere senza l’altra perché, come ha detto uno psichiatra da cui sono andati, loro due si nutrono l’uno dell’altra. Ed è così che la follia di Sylvia diventa contagiosa, s’insinua nella mente di Leonard e anche un po’ in quella di noi che leggiamo la loro storia.

 Buona lettura!

Titolo: Sylvia
Autore: Leonard Michaels
Traduttore: Vincenzo Vergani 
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 settembre 2016
Pagine: 129
Prezzo: 16 €
Editore: Adelphi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

#LeggoNobel | “L’urlo e il furore” di William Faulkner

(La vita) «… racconto detto da un idiota, pieno di urlo e di furore,
che non significa nulla.»

(Dal Macbeth di Shakespeare)

 

6-urloUltimamente sembra che nel gruppo di lettura di #LeggoNobel ci stiamo mettendo d’impegno a scegliere romanzi belli tosti. Di sicuro perché un autore vinca il Nobel deve essere tosto di suo, ma i romanzi impegnativi li leggiamo quasi tutti noi. Questa volta, come qualcuno di voi sa, abbiamo affrontato William Faulkner e il popolo, tramite votazione, ha scelto L’urlo e il furore, quindi oggi vi racconto un po’ com’è andata la nostra lettura di settembre/ottobre. C’è da dire, innanzitutto, che sono stati in pochi – o addirittura nessuno – a rispettare le tappe che avevamo stabilito, le cinque settimane che erano state fissate come periodo per non rendere il libro troppo pesante e per dare a tutti il tempo di seguire anche altre letture di gruppo. Quasi tutti, chi per un motivo e chi per un altro, siamo finiti a leggere L’urlo e il furore tutto d’un fiato. Per quanto mi riguarda, dopo qualche incertezza iniziale, ho deciso di finirlo perché avevo paura di perdere il filo e perché avevo altra (troppa) carne sul fuoco in quel momento.

Perché all’inizio sono andata più lentamente? Perché il romanzo che abbiamo affrontato è costruito in maniera complicata e si presenta a più voci. Quella che Faulkner racconta è la storia dei Compson, una famiglia americana del Sud che una volta era ricca e adesso è in decadenza. Si divide in quattro parti che si riferiscono a quattro giorni diversi non consecutivi e sono narrate da quattro personaggi diversi:

  1. la prima, quella che mi ha creato più difficoltà, tratta del sette aprile 1928 e a parlare è Benjy Compson, il figlio di 33 anni che ha un ritardo mentale e viene trattato da tutti come se fosse un bambino;
  2. con la seconda torniamo a diciotto anni prima, al due giugno 1901, e a parlare è Quentin, un altro figlio, che all’epoca era studente ad Harvard e che poi si suicida per qualcosa che riguarda la sorella Candace (Caddy) con cui aveva un rapporto particolare;
  3. nella terza si ritorna al presente, al sei aprile 1928, e la storia è narrata da Jason, l’altro fratello, più cinico e meno attaccato alla famiglia;
  4. nell’ultima invece, relativa all’otto aprile 1928, parla Dilsey, la domestica di colore che ha tre figli e un nipote, e che sembra avere la visione più lucida tra tutti i personaggi.
William Cuthbert Faulkner, nato Falkner (New Albany, 25 settembre 1897 – Byhalia, 6 luglio 1962)

William Cuthbert Faulkner, nato Falkner (New Albany, 25 settembre 1897 – Byhalia, 6 luglio 1962)

Mettendo da parte la complessità del linguaggio usato nelle prime due parti – in cui a parlare sono un ritardato mentale e un ragazzo con problemi che infatti poi si suicida – avrete notato che, togliendo il secondo capitolo che rappresenta un flashback, gli altri tre “giorni” non sono consecutivi, ma sono descritti in un diverso ordine. Mi sono chiesa più volte come sarebbe stato se avessi letto i capitoli cercando di riprodurre l’ordine cronologico della vicenda, cominciando da Quentin, passando da Jason, poi da Benjy per finire con Dilsey. Non so se sarebbe stato più facile ai fini della comprensione, ma di certo avrei stravolto il lavoro di Faulkner.
Altra difficoltà incontrata: i nomi dei personaggi. Alla fine del libro c’è un’appendice in cui viene spiegata bene la storia della famiglia Compson, una parte che lo stesso Faulkner definiva “la chiave di tutto il libro” e che fu inserita nella ristampa del 1946. Qui apprendiamo che nella famiglia ci sono due Quentin, uno dei quattro fratelli Compson e la figlia di Caddy, chiamata così in memoria dello zio; ma ci sono anche due Jason, ovvero il capofamiglia e uno dei figli.

Uno dei personaggi di cui tutti parlano, ma che non ha una voce propria, è proprio Caddy, la sorella che anni prima è andata via di casa per essere rimasta incinta chissà di chi. È la pecora nera della famiglia, amatissima dal fratello Quentin, legatissima a Benjy ed estremamente disprezzata da Jason (che disprezza pure Quentin, la figlia di lei):

Puttana una volta puttana per sempre, dico io. Io dico che sei fortunata se tutto quello che ti preoccupa è il fatto che salta la scuola. Io dico che adesso dovrebbe essere giù in quella cucina, anziché su in camera sua, a spalmarsi la faccia di belletto e ad aspettare che sei negri che non sono neanche capaci di alzarsi da una sedia se non hanno vuotato un tegame di pane e di carne per tenersi in equilibrio le preparino la colazione.

L’urlo e il furore, che Attilio Bertolucci nella postfazione definisce «un poema sinfonico in quattro tempi», è un romanzo difficile a cui devo dedicarmi una seconda volta. Il secondo capitolo che, pur non essendo il più chiaro come linguaggio, secondo me è il più bello, va letto più di una volta perché, se avete una mentalità razionale e che cerca sempre un ordine nel caos come me, farete un papocchio. Al discorso in prima persona che inizialmente tenterete di seguire si sovrappone un flusso di coscienza espresso in corsivo che rompe le frasi a metà, le lascia, le riprende e vi fa perdere il filo. Mi è stato, infatti, consigliato di tornare proprio a quel corsivo e rileggere quello, cosa che appena trovo un attimo di calma farò di sicuro.
Questo romanzo è una sorta di puzzle, bisogna lasciarsi trascinare dalle parole dei Compson senza volere per forza razionalizzare, senza pensare che nel tempo della storia il secondo capitolo dovrebbe venire prima del primo e il terzo pure. Dovete mettere i vari pezzi da parte e alla fine assemblarli per creare un quadro completo della situazione.
Mi verrebbe da dire che Faulkner non è un autore che fa per me, ma devo ancora fare chiarezza intorno a L’urlo e il furore e leggere altri suoi lavori. Durante questa lettura di gruppo, stavo anche leggendo I quarantanove racconti di Hemingway (il mio scrittore del cuore) e all’interno di LeggoNobel mi è stato fatto notare come ciò potesse essere controproducente, dal momento che i due autori sono quasi agli antipodi della letteratura americana. Però magari è la conferma che il mio gusto personale è più orientato verso una scrittura cristallina, chiara, piuttosto che verso i flussi di coscienza e le storie più intricate.

Buona lettura!

Titolo: L’urlo e il furore
Autore: William Faulkner
Traduzione:
 Vincenzo Mantovani
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1929 (1997 questa edizione)
Pagine: 322
Prezzo: 13 € (l’edizione più recente)
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“Savage Lane” di Jason Starr

«I sogni, beh, sono le cose da cui ci si risveglia»
(Raymond Carver, La Briglia – Cattedrale)

 

9788899246037Nell’ultimo periodo pubblico recensioni a singhiozzo perché mi trovo in due gruppi di lettura (uno gestito anche da me e un altro che mi piace moltissimo, ve ne parlerò quando sarà il momento) e perché leggo libri corposi. Ho fatto, nel frattempo, altre cose che hanno preso del tempo e ripreso le mie attività annuali, a parte un po’ la mancanza di voglia di stare seduta al computer a scrivere. Ad ogni modo, nel fine settimana passato ho letto Savage Lane, un romanzo di Jason Starr tradotto da Barbara Merendoni che mi ha permesso di conoscere Parallelo45 Edizioni e il loro marchio editoriale Unorosso (che si occupa di letteratura straniera). Questo libro, americanissimo, è un thriller abbastanza soft costruito su personaggi instabili e pettegolezzi. Adesso vi spiego meglio.

Mark e Deb Berman sono sposati da tanti anni e adesso sono solo due coniugi annoiati, che non si capiscono più neanche tanto, uniti solo dai due figli, Riley, adolescente, e Justin, più piccolo. Lui si occupa di finanza, come tutti quelli che abitano nel loro quartiere, lei è casalinga e bada ai figli accompagnandoli qua e là. Deb una sera, a una cena dai vicini, vede suo marito prendere la mano a Karen, una bellissima donna divorziata che abita proprio accanto a casa loro e i cui due figli, Matthew ed Elana, hanno la stessa età dei suoi. Da tempo pensava che Mark e Karen avessero una relazione – data la loro eccessiva vicinanza- e prende quello che vede come una conferma. In realtà i due sono amici, soprattutto da quando Karen si è separata dal marito, corrono insieme, si mandano messaggi e tutto quanto; ma mentre per Karen si tratta solo di amicizia, per Mark è molto di più: è innamorato e, cosa ancora più grave, è convinto che anche lei lo sia, giustificando le sue uscite con altri uomini come tentativi di farlo ingelosire e portarlo a dichiararsi. Mark ha perso il lume della ragione e vede la realtà solo nel modo in cui vuole vederla, e aspetta con ansia il momento di lasciare Deb per coronare il suo sogno d’amore con Karen.

Ma un giorno, improvvisamente, Deb (che beve un po’ troppo e ha già fatto una grossa scenata al country club prendendosi letteralmente per i capelli con Karen) sparisce, non torna più a casa e gli unici a preoccuparsi sono i figli. Mark è convinto che la moglie stia facendo i suoi giochetti, ma quando vede che dopo due giorni non è ancora tornata si preoccupa pure lui. La lotta furibonda con Karen l’hanno vista tutti, qualcuno l’aveva pure ripresa col cellulare e messa online e quindi chi è la prima sospettata della scomparsa di Deb? Karen. In più tutti dicono che tra lei e Mark c’è una relazione, e quindi trovano una soluzione perfetta: Karen ha ucciso Deb per poter stare con lui e ha nascosto il corpo. Però nessuno immagina ciò che veramente è accaduto.

In Savage Lane i personaggi sono tutti particolarmente irritanti e instabili, e per vari motivi gli unici ad essere lucidi sono Karen e il detective Walsh, che indaga sul fatto. Deb beve, non sa quello che vuole e combina un pasticcio dietro l’altro; Mark sembra invasato e poi comincia a cambiare idea molto rapidamente su tutto (all’inizio ama Karen e poi la incolpa della scomparsa della moglie); Riley si rifiuta di accettare la realtà perché è troppo assurda per lei; Owen, un ragazzo che incrocia le strade di tutti gli altri, è il più problematico di tutti, anche per la sua storia familiare. Verrebbe voglia di prenderli tutti a scapaccioni e la rabbia sale ancora di più quando i pettegolezzi su Karen si diffondono e apparentemente niente riesce a placarli: tutti si raccontano l’uno con l’altro che è una donna facile, che esce con tanti uomini e che può anche essere un’assassina. La realtà è che si basa tutto sui segreti che ognuno conserva dentro di sé, sui non detti, su cose che davvero potrebbero sconvolgere tutti se venissero a galla.

Lo stile di Jason Starr è chiaro, la storia scorre bene e velocemente e Savage Lane è una lettura semplice, un ottimo passatempo. Per quanto mi riguarda, però, come gusti sono sempre orientata su romanzi più sostanziosi e questo si è dimostrato eccessivamente leggero, infatti l’ho letto in pochissimo tempo. Se cercate qualcosa per distrarvi è un ottimo libro, anche se per i motivi che ho già citato vi farà incavolare un sacco; se, invece, siete abituati ad altro, non fa per voi.

Buona lettura!

Titolo: Savage Lane
Autore: Jason Starr
Traduttore: Barbara Merendoni
Genere:
 Thriller
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 298
Prezzo: 15 €
Editore: Parallelo45 – Unorosso, Collana Hoboken

Giudizio personale: spienaspienasmezzasvuotasvuota

Che ti racconto? | “I fatti di Owl Creek Bridge” di Ambrose Bierce

Ambrose Gwinnett Bierce (Horse Cave Creek, 24 giugno 1842 – …scomparso a Chihuahua l’11 gennaio 1914).

Dopo averci pensato tanto, mi sono decisa a creare una nuova categoria in cui parlare di racconti singoli, senza recensire intere raccolte: Che ti racconto?. Probabilmente non vi inserirò moltissimi post perché, come sapete, leggo più romanzi, ma è giusto segnalare racconti belli quando dovessi trovarne.
Oggi vi voglio parlare di Ambrose Bierce, un autore che ho scoperto qualche giorno fa, quando ho tradotto un suo lavoro per “Altri Animali“, il blog di Racconti edizioni (una casa editrice nata quest’anno che pubblica solo racconti e su cui potete leggere una bella intervista sul blog Scratchbook di Maria Di Biase). Bierce è stato uno scrittore e giornalista statunitense che scrisse tantissimi racconti, molti dei quali sono considerati i migliori del XIX secolo. Scrisse storie di guerra, di fantasmi e perfino poesie, ma il suo interesse più grande probabilmente fu il soprannaturale, il fantastico che irrompe nel quotidiano, da cui nacquero racconti macabri e dell’orrore.
E il mistero aleggia anche sulla sua morte, di cui davvero poco si sa: scomparve improvvisamente a 71 anni nel 1914 in Messico, dove si era recato come reporter un anno prima. Secondo una tradizione locale venne fucilato dagli uomini di Pancho Villa che lo consideravano una spia, secondo altri sarebbe morto in seguito alle ferite riportate in battaglia. Altri ancora ipotizzano che si sia suicidato.

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Immagine dal film del 1962 “La Rivière du hibou”

I fatti di Owl Creek Bridge (An occurrence at Owl Creek Bridge o A dead man’s dream) è un racconto del 1891 che parla di un uomo che sta per essere impiccato su un ponte e che mi è piaciuto molto soprattutto per il finale inaspettato. Da quello che ho letto in giro, pare sia il più bello di Ambrose Bierce, e oltre al fatto che sono state realizzate varie trasposizioni cinematografiche, è stato d’ispirazione per altri lavori molto famosi come Il miracolo segreto, racconto di Borges contenuto in Finzioni, e perfino il film Donnie Darko, che abbiamo visto in tanti. E credetemi che dopo aver letto questa short story capirete tutti i collegamenti con altre opere.
Adesso vi lascio al racconto, che su “Altri animali” è inserito nella rubrica “Il racconto del martedì”, una storia che potete leggere molto rapidamente. Io comunque approfondirò la conoscenza con Bierce perché è stato proprio una bella scoperta.

Come al solito, buona lettura!

Un uomo stava in piedi su un ponte ferroviario nell’Alabama del Nord, guardando l’acqua che scorreva veloce dieci metri sotto di lui. Le mani dell’uomo erano dietro la sua schiena, i polsi legati con una corda. Una fune gli stringeva forte il collo. Era agganciata a una solida trave sulla sua testa e il resto gli ricadeva indietro all’altezza delle ginocchia. Alcune tavole sconnesse poggiate sulle traversine che sorreggono le rotaie sostenevano lui e i suoi carnefici, due soldati semplici dell’esercito federale, comandati da un sergente che nella vita civile avrebbe potuto essere un vice sceriffo. A poca distanza, sulla stessa piattaforma provvisoria, c’era un ufficiale nell’uniforme del suo grado, armato. Era un capitano. Una sentinella a ogni estremità del ponte stava impalata…

… continua a leggere su “Altri Animali”.