Briciole | Dimentica di respirare / Gli inconvenienti della vita / Vite efferate di papi

Era da un po’ che non spargevo briciole, vero? Ecco, sono tornata a lasciarvi brevi spunti letterari riguardanti libri di cui per vari motivi non mi sono sentita di parlare in modo più esteso. Spesso capita che non riesca a trovare il tempo di scrivere subito della mia ultima lettura e quindi, nonostante gli appunti presi, l’entusiasmo diminuisce e tante cose le dimentico; o capita che magari un libro non mi conquisti completamente ma che non riesca a definirlo brutto (cosa che, comunque, controllando i toni, non dovrebbe avvenire mai perché quel “brutto” è offensivo per tutto il lavoro che c’è dietro), e che, però, ne voglia parlare lo stesso. Bene, fatta questa premessa, vi riporto qui di seguito quei libri che ho letto in tempi più o meno recenti ma che non ho voluto far cadere nel dimenticatoio.

Dimentica di respirare è un romanzo della bolzanina Kareen De Martin Pinter uscito per Tunué nel 2018 nella collana Romanzi diretta da Vanni Santoni. Devo dire che per una la cui paura più grande, forse, è quella di annegare e soffocare non si tratta di una lettura ideale, quindi l’ho considerata una sfida. La storia è quella di Giuliano che fin da piccolo impara a smettere di respirare e a trattenere il fiato più che può sott’acqua; cresciuto, incontra un allenatore di fama e come apneista professionista deciderà di stabilire un nuovo record di apnea, ma un giorno si sveglia con una tosse molto brutta e le analisi dimostrano che ha una brutta patologia. Giuliano, però, non vuole spegnersi piano piano in preda a una lunga agonia, ma sceglie di farla finita in un altro modo, un modo che però rappresenterà un viaggio nel suo passato, nei luoghi oscuri del proprio vissuto, per mezzo del quale riuscirà a far luce su ciò che dentro di sé non ha mai dimenticato.
La vicenda è narrata in prima persona dal protagonista che ci permette così di finire nei meandri della sua mente, di esplorare i suoi stati d’animo quasi fino a farli nostri, a sentire ciò che sente lui. Questo accade soprattutto nei momenti in cui i suoi ricordi si mischiano a ciò che il suo cervello elabora quasi in una dimensione onirica. E qui, confesso, spesso mi sono persa perché non sono riuscita a capire sempre dove lui stia ricordando o stia sognando, o se quelle visioni siano solo allucinazioni. In questi punti, grande rilevanza hanno le ama, le pescatrici giapponesi che si tuffavano nude e andavano giù in apnea, che appaiono molto spesso e provengono dai ricordi di un viaggio di Giuliano in Giappone.
Ecco, qui è proprio il caso di dirlo, non è un libro che si legge tutto d’un fiato: il fiato bisogna spezzarlo, bisogna dimenticare di respirare per procedere in modo più corretto. E questo probabilmente è il motivo per cui, purtroppo, non mi ha conquistata del tutto (nonostante il giudizio pur sempre positivo).
DETTAGLI: Dimentica di respirare, Kareen De Martin Pinter, Romanzo, Letteratura italiana, 113 pp., Tunuè, 14 €


Gli inconvenienti della vita è l’ultima fatica di Peter Cameron di cui avevo letto solo Andorra, alcuni anni fa (lui simpaticissimo, lo incontrai anche in libreria). Non avevo assolutamente idea di che tipo di libro fosse perché ho preso l’ebook alla cieca – ogni tanto lo faccio – e ho iniziato a leggerlo in un momento di distrazione. Arrivata circa a metà del libro mi accorgo che girando pagina la storia cambia, quindi mi rendo conto che non è un romanzo, ma si tratta di racconti, due, abbastanza lunghi. Nel primo si parla di una coppia omosessuale, uno è un avvocato, l’altro è uno scrittore in crisi creativa che non riesce a scrivere e prova disagio anche in altri aspetti della vita, perfino nel rapporto col compagno; nel secondo, la vita di un uomo e una donna sposati da molto tempo viene movimentata da un’inondazione che ha distrutto la casa di un’altra famiglia, che quindi sarà ospite da loro per un po’ di tempo, portando più la moglie che il marito a riflettere sull’apatia in cui sono caduti.
In entrambi i racconti viene descritto l’equilibrio precario sia delle coppie che dei singoli che si sentono quasi bloccati all’interno di queste vite ormai atrofizzate. Si avverte il loro disagio – quello dello scrittore che non ha neanche più voglia di farsi aiutare dallo psicanalista e della moglie che vorrebbe introdurre un elemento di cambiamento nella propria routine – e lo si avverte chiaramente. Devo confessare, però, che nonostante l’eleganza dello stile di Cameron, la sua bravura come narratore, neanche queste storie sono arrivate a toccare il mio animo (da lettrice e non). Peccato, perché per me Adelphi è sempre una garanzia!
DETTAGLI: Gli inconvenienti della vita, Peter Cameron, trad. G. Oneto, Racconti, Letteratura americana, 122 pp., Adelphi, 16 €


Qualche tempo fa mi sono accorta che non avevo mai letto niente dell’editore Quodlibet, così ho chiesto qualche consiglio e fra le altre cose ho acquistato Vite efferate di papi, un libro di Dino Baldi che ho centellinato e mi ha sorpreso. Si tratta di una rassegna, molto spesso ironica, delle opere di (quasi) tutti i papi che la storia abbia conosciuto (dal primo vescovo di Roma fino al 1800 inoltrato), ma non quelle buone, bensì le più oscene, efferate, come recita il titolo. Ci sono tanti personaggi che neanche immagineremmo, compresa la papessa Giovanna o Gregorio Magno che prima di diventare papa sposò la madre (curiosamente col mio gruppo LeggoNobel stavo leggendo nello stesso periodo L’eletto di Thomas Mann che parla proprio di questa storia).
È paradossale che certi crimini siano avvenuti proprio alla corte papale, dove si predica (il bene) ed evidentemente negli anni si è razzolato molto male.
Il testo di Baldi, filologo classico e scrittore, è abbastanza corposo, è un volumetto di 516 pagine che però non risulta mai pesante proprio perché l’autore ci rende la storia interessantissima. Non si tratta di un libro di denuncia e non ha alcun fine moralistico, va preso come una semplice narrazione di fatti realmente (?). Ora non mi resta che recuperare un altro libro di Baldi sempre a cura di Quodlibet, Morti favolose degli antichi, che è precedente ma dello stesso tipo.
DETTAGLI: Vite efferate di papi, Dino Baldi, Saggistica, Letteratura italiana, 516 pp., Quodilibet, 19€

Annunci

L’Opera Galleggiante | John Barth

Una cosa che mi piace molto è quando, mentre leggi un libro, trovi uno spunto, un suggerimento per un altro titolo. Quando ho letto L’amore a vent’anni di Giorgio Biferali veniva citato L’Opera Galleggiante di John Barth, un romanzo che sono andata a cercare immediatamente su Google e che mi sono segnata in lista. Poi l’ho comprato e me lo sono letto nei giorni passati, godendomelo per bene senza fretta, e vi devo confessare che per me è stato una scoperta incredibile, cominciando dal fatto che non conoscevo l’autore, che invece in America è uno degli scrittori più importanti e, in pratica, il fondatore della narrativa postmoderna. A ispirarmi è stata la trama, una roba potenzialmente “allegra”, come al mio solito. Todd Andrews nel giugno del 1937 è un brillante avvocato, conduce una vita borghese nel Maryland e si intrattiene ogni tanto con Jane, la moglie del suo caro amico Harrison Mack (fautore del ménage à trois), erede di una grossa azienda di sottaceti. Quel particolare giorno – il 21? Non se lo ricorda bene – si alza e capisce che la risposta a tutto è il suicidio, quindi quello sarà il suo ultimo giorno sul pianeta. Però qualcosa non funziona e cambia idea, così vent’anni dopo in questa Opera ci spiega i motivi per cui quel giorno non ha messo fine alla sua vita.

La storia raccontata in questo libro, che rappresenta l’esordio letterario di Barth ma anche il suo capolavoro, si articola in una sola giornata, da quando Todd si alza la mattina a quando va a dormire la sera; viene narrato tutto quello che in quel particolare giorno gli è capitato. Ma il tempo si dilata, perché ci sono sempre premesse da fare, flashback, chiarimenti, salti avanti e indietro, così spesso da far sì che le digressioni siano più dei fatti della giornata fatale. A un certo punto il lettore potrebbe aspettarsi di “sentirsi dire” dal narratore che quello che gli ha appena detto non c’entri niente con quella storia, o potrebbe temere di continuo di perdere il filo, ma non succede mai. È sempre tutto orchestrato alla perfezione.

È un’opera galleggiante, amici, piena zeppa di curiosità, di melodramma, di spettacolo, di istruzione e di divertimento, ma scorre via volente o nolente secondo la marea della mia prosa vagante: l’avvisterete, poi la perderete di vista, poi la rivedrete; e senza dubbio vi ci vorranno grandissimi sforzi di attenzione e di fantasia – insieme a non poca pazienza, se siete lettori comuni – per non perdere di vista la trama mentre vi naviga sotto gli occhi e poi vi sfugge alla vista.

Nel primo capitolo, che si intitola Accordando il mio pianoforte, Todd-Barth fa delle premesse importanti. Innanzitutto ne approfitta per presentarsi, per spiegarci chi è, perché non gli piace entrare direttamente nel vivo della situazione, ma pensa che si debba fare un piccolo passo alla volta, costruire un racconto in modo graduale. Ci dice che è un avvocato, che vive in al Dorset Hotel dove paga il conto ogni giorno, che ha una relazione con la moglie del suo migliore amico, e che ha sofferto solo di una grave prostatite anni prima e ora l’unico suo problema è un difettuccio al cuore che potrebbe ucciderlo in qualsiasi momento. Ma ci racconta anche che ha dato quel nome alla sua storia perché il 21 giugno del 1937 (è quasi sicuro che sia stato quel giorno, ma potrebbe essere il 22, chissà) perché gli è capitato di salire su uno showboat chiamato L’Unica e Inimitabile Opera Galleggiante di Adam. Ed ecco che Barth si lancia nella metanarrazione: Todd sta scrivendo un’opera che prende il nome da un’imbarcazione su cui è messo in scena uno spettacolo teatrale. Ma non è finita qui, perché nel corso del libro, Todd spiega anche che da tantissimi anni sta scrivendo un’Indagine, di cui raccoglie numerosi appunti – che mette continuamente in ordine in delle cassette da frutta – volta a capire le cause del suicidio del padre; indagine che, però, finisce per diventare una riflessione anche su sé stesso, sul rapporto col genitore e sulle ragioni per farla finita.

In partenza, L’opera Galleggiante non ha niente di speciale, non c’è un mistero da risolvere dato che già sappiamo come andrà a finire: Todd è ancora vivo, non si è suicidato, altrimenti non sarebbe qui a raccontarcelo. La bellezza di questo libro sta nel modo in cui il protagonista narratore ci parla di sé e della sua disillusione, del suo profondo cinismo che quasi spinge un altro a suicidarsi (che sia anche questo che lo fa desistere dal compiere il gesto?), di come anche lui galleggi: non c’è niente di particolarmente esaltante nella sua vita, ma quando pensa di farla finita cambia idea e continua a rimanere a galla senza andare a fondo.
È un romanzo che a circa cinquant’anni di distanza dalla pubblicazione è sempre un capolavoro e che stupisce per l’intensità. E io l’ho trovato geniale, nello stile così curato, nell’introspezione, nell’esplorazione dei conflitti interiori di Todd, nel fatto che il protagonista non sia ammantato da un’aura tragica ma che, anzi, sia perfettamente lucido e padrone di sé. E soprattutto nel modo di raccontare, ad esempio quando divide la narrazione in due colonne differenti perché a ciò che si appresta a dire vuole anteporre due premesse necessarie fatte da punti di vista differenti ma egualmente importanti, che vanno lette insieme (se ce la fate siete eroi).

Oggi vi ho parlato di un gran libro, segnatevelo.
Buona lettura!

Titolo: L’Opera Galleggiante
Autore: John Barth
Traduttore: Martina Testa / Henry Furst
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1967 (2018 questa edizione)
Pagine: 368
Prezzo: 15 €
Editore: minimum fax

Vincoli | Kent Haruf

Certo che non è giusto. Niente in questa faccenda è giusto.
La vita non lo è.  E tutti i nostri pensieri su come
dovrebbe essere non servono a un cavolo, a quanto pare.
Tanto vale che tu lo sappia subito.

 

Kent Haruf è un autore che mi ha conquistata subito, fin dal primo libro che NN editore ha pubblicato con la traduzione di Fabio Cremonesi. Quando ho saputo che sarebbe uscito Vincoliin libreria proprio da oggi – ho deciso che ovviamente l’avrei letto, ma questa volta ho avuto la possibilità di farlo in anteprima ed essendomi ripromessa di non parlarne prima di oggi non immaginate quanto è stato difficile tenere la bocca chiusa e non dire quanto me lo sono gustato. Come nei romanzi che abbiamo già conosciuto, anche questa storia è ambientata nel fittizio villaggio rurale di Holt, in Colorado, in quel posto che conosciamo già bene e nel quale ci orientiamo già come fossimo a casa nostra. Non appaiono personaggi citati nella trilogia della pianura o ne Le nostre anime di notte, ma l’aria che si respira, le terre brulle e i campi difficili da coltivare, perfino l’Holt Cafè, ci risultano familiari. Anche se dobbiamo vedere tutto esattamente al contrario, dato che questo è il primo dei libri pubblicati da Haruf (per questo il sottotitolo è Alle origini di Holt) e, come scrive il traduttore nelle note finali, qui troviamo moltissime descrizioni che nei romanzi successivi diventeranno sempre più scarne, come se l’autore sapesse che ormai abbiamo una tale dimestichezza col suo microcosmo da non averne più bisogno.

E ritroviamo anche quella polvere che non sta solo sulle strade o su pavimenti e oggetti, ma che avvolge e penetra l’animo dei personaggi stessi, soprattutto quello della protagonista, Edith Goodnough. Il narratore della storia è Sanders Roscoe che viene raggiunto in casa da un giornalista venuto da Denver a fargli domande su ciò che è accaduto ai Goodnough; non gli racconterà nulla, ma in compenso dirà tutto a noi lettori, fin dal principio. Roy Goodnough era partito ottantadue anni prima dall’Iowa con la moglie Ada e si era stabilito a Holt, forse con l’idea di trovare della buona terra su cui coltivare qualcosa; lui era un uomo meschino, cattivo, insensibile, mentre lei una donna più debole e minuta. Dopo aver avuto Edith e poi, dopo due anni, Lyman, Ada morì e lasciò i bambini in balìa di un padre terribile. Crebbero insieme al figlio della vicina, John Roscoe (il padre del narratore), di sette anni più grande di Edith. Sempre a contatto tra loro, John s’innamorò di Edith e le propose di sposarlo, ma Roy deciso com’era a dominare sulle vite dei figli – come già faceva, dato che per un incidente col trattore gli erano state mozzate quasi tutte le dita delle mani – si amputa l’ultimo dito rimastogli perché la ragazza si sottometta del tutto e rimanga chiusa in casa ad accudirlo a vita. Cosa che farà sempre, fino alla morte del padre tantissimi anni più tardi.

Ecco, sono passati quasi cinquantacinque anni, una vita intera, e lei ancora non ha imparato a dire a se stessa qualcosa che assomigli a un infinito sì.

Sandy racconta la vita sprecata di una donna che avrebbe potuto avere molto di più e che, forse per un eccessivo senso del dovere, si è sacrificata, anche per il fratello che per un lungo periodo riesce a stare lontano da un padre così cattivo. È una storia di solitudine, quella di Edith, di rinuncia a qualsiasi cosa di positivo si possa aspirare: l’amore, una famiglia, la felicità, affetti, realizzazione personale. Non esce mai dai binari che il padre le ha creato e imposto, ma anche questo probabilmente rappresenta un atto di coraggio, non è per forza sintomo di arrendevolezza. È una donna dalla smisurata forza interiore, quella che decide di rinunciare a se stessa per qualcuno che ogni giorno della sua vita la fa pentire di averlo fatto; eppure lei va avanti senza nemmeno sperare che questa tortura finisca il più presto possibile. Vede che tutto scorre senza la sua partecipazione: John sposa un’altra donna e ha un figlio, Lyman va a conoscere il mondo fuori da Holt (da cui lei fino alla vecchiaia non uscirà). E tutto questo Haruf, attraverso Sanders Roscoe, lo racconta con grande delicatezza ma senza cadere mai nel patetico. Non si lascia mai andare a pietismi perché il suo scopo non è suscitare nel lettore quel sentimento di compassione per Edith che pure sarebbe spontaneo, bensì mostrarci la dignità con cui questa donna ha affrontato ogni giorno della sua vita imprigionata nei “vincoli” familiari e non solo.

Fino all’atto di coraggio più grande che compie, quello che nessuno di noi conosce fino alla fine del romanzo. Perché sì, nelle prime pagine Sandy rifiuta di parlare col giornalista di Edith e di ciò che è successo, ma non lo dice subito nemmeno a noi: si prende tutto il tempo necessario, perché prima di spiegarci le motivazioni della sua amica vuole prima spiegarci chi è, che cosa l’ha portata, ormai ottantenne ricoverata in ospedale e controllata a vista da un agente di polizia, a quel punto. E per farlo ha bisogno di raccontarci tutta la sua storia per intero, senza tralasciare nulla (questo può farlo perché in un bellissimo momento padre-figlio John Roscoe gli rivela la giovinezza di Edith).
Si crea, dunque, questa attesa spasmodica di sapere che cosa sia successo, capendo già dall’inizio, però, che l’ultimo pezzo del puzzle, il più importante, lo troveremo solo alla fine.

Buona lettura!

Titolo: Vincoli
Autore: Kent Haruf
Traduttore: Fabio Cremonesi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 5 novembre 2018
Pagine: 264
Prezzo: 18 €
Editore: NN editore


Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize. NN Editore ha pubblicato tutti i libri della trilogia ambientata nella cittadina di Holt, compreso Le nostre anime di notte, uscito postumo nel 2017.

Hannah Coulter | Wendell Berry

Questa è la storia della mia vita,
che mentre vivevo ha gravato sulle mie spalle,
mi ha incalzata e mi ha impegnata fino allo spasimo,
e che oggi sembra soltanto il ricordo di un sogno.

 

Lo so, divento monotematica e parlo ancora della mia esperienza a Una marina di libri, però qui sono costretta a farlo perché si tratta di una premessa importante. Come ho già detto l’altra volta sono stata a dare una mano allo stand Giuntina; se a destra avevo il bar, a sinistra ci siamo trovate ad avere come vicini Mauro e Alberto di Lindau, una casa editrice torinese che conoscevo solo per sentito dire e che ho avuto modo, quindi, in quei giorni, letteralmente di scoprire. Non so perché ancora non avessi letto niente, non c’è un motivo particolare, ma devo dirvi che hanno un catalogo parecchio interessante. Morale della favola, mi sono portata a casa ben tre volumi, e di uno di questi parleremo oggi, perché fa parte di una sorta di saga ambientata a Port William, un villaggio rurale fittizio situato nel Kentucky. L’autore di questi romanzi che hanno come collegamento essenzialmente questo setting o qualche personaggio che può apparire qua e là – e quindi non devono essere letti seguendo un ordine preciso – è Wendell Berry, uno statunitense classe 1934, che oltre ad essere scrittore, poeta e critico è anche agricoltore, attivista ecologista e pacifista. Come mi spiegavano i ragazzi di Lindau, potrebbe essere uno di quei pochi scrittori a vedere tutta la sua opera pubblicata con traduzione finché è ancora in vita.

Port William in tutta la sua realtà e il suo mistero, in tutte le sue luci e le sue ombre, con il suo nome che costituisce esso stesso un enigma. Per quale ragione costruire mai un villaggio sulla cima o comunque sul fianco di una collina, a mezzo miglio dal fiume, dandogli il nome di «porto»?
Gli abitanti di Port William si sono sentiti ripetere quella domanda all’infinito e alla fine ci hanno fatto il callo. Ben Feltner, il nonno di Virgil, dava sempre la stessa risposta: «Quando hanno costruito Port William non sapevano esattamente dove sarebbe passato il fiume».

Il romanzo che ho letto io è Hannah Coulter, dal nome della protagonista che ci narra la sua storia in prima persona. Hannah è nata in una famiglia molto umile, abita in una fattoria con la nonna e il padre, perché la mamma non c’è più. Quando il padre si risposa con una donna che ha già due figli da un primo matrimonio, Hannah viene cresciuta e protetta dalla nonna che le insegna come stare al mondo e le fa capire anche quando è ora di prendere la sua strada. Si trasferisce così in una stanza in affitto nella casa di una vecchia amica della nonna, si trova un lavoro come segretaria e mette da parte qualche soldino. A quel punto, conosce Virgil Feltner, di cui piano piano s’innamora e che sposerà. Ma l’idillio dura poco, perché il ragazzo viene mandato in guerra per non tornare mai più. Hannah, con una bambina che non conoscerà mai suo padre, ci mette qualche anno per guarire da questo dolore, e quando realizza che la vita va avanti s’innamora (stavolta di un amore diverso e più maturo) di Nathan Coulter, che le darà una vita felice e altri due figli.

Il tempo non si arresta. La vita non si ferma ad aspettare che tu sia pronta per cominciare a vivere.

A raccontare questa storia, che è una sorta di testamento o di autobiografia, a seconda di come la si veda, è una Hannah ormai anziana che sa di aver vissuto una vita tutto sommato felice; di dolori ne ha avuti molti, ma capisce che sono nell’ordine naturale delle cose. Nel villaggio di Port William, di cui non è originaria ma in cui è approdata quando ha iniziato ad essere indipendente, ormai sono rimasti in pochi, i figli (e i figli dei figli) dei suoi coetanei sono andati via per studiare all’università o per farsi una vita altrove. I tempi cambiano e i ragazzi non vogliono più campare di agricoltura o allevamento, ma c’è chi diventa insegnante, chi si interessa alle tecnologie e all’informatica e chi inizia studiando agraria e finisce per fare ricerca. Hannah vive nella casa che Nathan le ha costruito e che ora qualcuno vuole che venga fagocitata dal mercato immobiliare. È l’effetto del passare del tempo.
Ma in questi luoghi non ci sono soltanto quei pochi figli-dei-figli-di che hanno scelto di continuare ad essere agricoltori, bensì anche i fantasmi di chi non c’è più, che continuano a rivivere nel ricordo di ognuno dei personaggi, nello specifico di Hannah.

Con Hannah Coulter devo confessarvi che mi si è aperto un mondo. Volevo scoprire questi romanzi di Port William di cui tanti mi avevano parlato così bene e non sapevo da quale iniziare, così mi hanno consigliato questo dicendomi che probabilmente era quello più rappresentativo dello stile di Wendell Berry. Che dire? Sono stata catturata fin dalle prime pagine da questo modo di raccontare non troppo veloce – perché Hannah ormai è anziana, non ha fretta di gettare parole nel calderone tutte insieme – ma allo stesso tempo così intenso, e soprattutto mi sono dimenticata fin da subito che lo scrittore fosse un uomo. Sì, perché Berry non fa parlare Hannah semplicemente adottando un linguaggio femminile, ma si cala proprio nella mente di una donna, si pone i problemi di una donna, ne prende in prestito la mentalità.

Adesso non mi resta che recuperare gli altri romanzi ambientati a Port William, luogo che già sento di conoscere (alla fine del libro c’è anche una cartina del villaggio). Io di mio sono un’amante di questo tipo di storie, quelle che non hanno necessariamente una trama fitta di avvenimenti, ma che non sono altro che i racconti della vita di qualcuno. Questo è stato un’esperienza incredibile e se non lo conoscete ancora correte a leggerlo.
Buona lettura!

Titolo: Hannah Coulter
Autore: Wendell Berry
Traduttore: Vincenzo Perna
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 276
Prezzo: 19 €
Editore: Lindau


Wendell Berry (5 agosto 1934) è un romanziere, poeta e critico culturale, ma anche agricoltore, attivista ecologista, pacifista. Autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, ha ricevuto una lunga serie di riconoscimenti e fellowship e ha insegnato in diverse università nordamericane. Critico di quella che chiama l’«economia faustiana» del nostro tempo, Wendell Berry intreccia la riflessione poetica e spirituale sui valori della vita rurale con i temi del rispetto ambientale e dell’agricoltura sostenibile, pronunciando una condanna impietosa dell’American Way of Life. Oggi vive con la moglie in una fattoria del natio Kentucky. Jayber Crow è il suo primo romanzo tradotto in italiano.

Da grande | Jami Attenberg

Per così tanto tempo ho creduto di non essere adeguata,
ma ora capisco che non esiste nulla a cui doversi adeguare,
c’è solo quello che decido di fare.
C’è ancora tempo, penso.
Ho ancora un sacco di tempo.

 

Quest’anno a Una marina di libri mi è capitato di improvvisarmi libraia per quattro giorni allo stand della casa editrice Giuntina (esperienza molto bella per cui li ringrazio ancora, mi sono divertita davvero!), di cui nei momenti di bassa affluenza di pubblico mi sono studiata per bene tutto il catalogo. Quello che non ho comprato me lo sono segnato nella wishlist, da leggere in futuro. Il libro di cui vi parlo oggi lo avevo già appuntato nella lista di quelli da acquistare, anche perché l’autrice l’avevo già conosciuta con I Middlestein, la storia di una coppia ebrea di Chicago che a un certo punto scoppia perché lei mangia troppo (la stessa casa editrice ha poi pubblicato Santa Mazie, ma devo ancora recuperarlo); ora Jami Attenberg è tornata per il pubblico italiano con Da grande, un romanzo tradotto da Viola Di Grado e che mi è piaciuto moltissimo.

Andrea Bern è una donna ormai sulla quarantina che nella vita non ha costruito nulla, sembra che abbia sempre assistito al passare del tempo senza evolversi. Mentre tutti intorno a lei si fidanzano, si sposano, fanno figli, si lanciano nel lavoro e pensano alle loro carriere, lei non ha mai avuto una relazione stabile, il desiderio di farsi una famiglia o di continuare a seguire le proprie passioni – l’arte nello specifico, che ha abbandonato quando il suo mentore l’ha mollata – e anzi fa uso di stupefacenti e alcool. Andrea viene da una famiglia in cui il padre è morto di overdose, la mamma era un’attivista, una femminista, e il fratello un musicista che si è sposato e ha avuto una bambina che a causa dei gravi problemi di salute ha i giorni contati. Nessuna particolare gioia nella sua vita, quindi. O no?

Le persone non fanno altro che architettare nuove vite. Lo so perché non li rivedo mai più una volta che trovano quelle neovite. Fanno figli o si trasferiscono in nuove città o semplicemente in nuovi quartieri oppure detesti che si siano sposati o loro odiano te e cominciano a fare i turni di notte o cominciano ad allenarsi per una maratona o smettono di andare nei locali o vanno in terapia o capiscono che non gli piaci più o muoiono. Succede costantemente. Tranne che a me. Io non ho costruito nulla di nuovo. Io sono quella che viene lasciata alle spalle.

Ci sono quelle storie e quei personaggi che per vari motivi sentiamo particolarmente vicini a noi, e nello specifico Andrea mi ricorda tante di quelle riflessioni che le donne spesso fanno, e che di conseguenza anche io ho fatto così tante volte. Lei non riesce a trovare la felicità perché molte volte si sente bloccata da qualcosa che in fin dei conti è se stessa, non ci riesce perché forse il fatto che tutti in qualche modo vadano avanti mentre lei è ferma la scoraggia. Soprattutto, non ci riesce perché il presupposto che si debba per forza unire la propria vita a quella di un altro è fondato sul nulla. In un primo momento non si rende conto che le relazioni mordi e fuggi, le storie con persone palesemente sbagliate per lei non la aiutano a fare passi avanti, anzi peggiorano la situazione, perché per essere pronti per qualcosa di serio bisogna capire chi siamo da soli. E nemmeno dall’analista Andrea riesce a trovare un aiuto concreto, se non quando decide di liberarsene. Forse deve rendersi conto di dover toccare il fondo per iniziare a darsi una mossa.

Ma la storia non è tutta incentrata su Andrea e sul suo presente. È piena di flashback che ci fanno immaginare con chiarezza momenti del passato della famiglia Bern, ci fanno conoscere meglio la storia della madre, del padre e del rapporto della protagonista con gli altri. E questi altri sono i personaggi le cui storie s’intrecciano alla sua: c’è la collega Nina, la migliore amica Indigo (una bellissima donna nera che ha una vita opposta alla sua), il fratello, la cognata che se da ragazza era stupenda adesso sembra una rosa appassita, e gli uomini con cui ha varie relazioni. Andrea passa troppo tempo a confrontare la propria vita con quella degli altri, a differenza di tutti si afferma come donna che odia il proprio lavoro, che non vuole diventare madre e che non vuole seguire i canoni prestabiliti dalla società.

«Nessuno mi ha chiesto cosa voglio io, però» dico. Se mi voglio sposare, se voglio un fidanzato, niente. Forse non mi voglio sposare, forse non mi sono mai immaginata in abito da sposa, non una volta in vita mia.
«Tutte le donne lo vogliono» dice.
Questo non è vero, ovviamente. Io ne sono la prova vivente, proprio di fronte ai suoi occhi. Ma succede una cosa strana quando dici a un uomo che non ti vuoi sposare: non ti credono. Pensano che tu stia mentendo a te stessa o a loro o che li stai ingannando in qualche modo e finisce che ti senti peggio solo per aver detto la verità. Ma io non voglio essere d’accordo con lui.

Mi piace molto la narrazione in seconda persona nel primo capitolo, permette di immedesimarsi meglio nella protagonista ed entrare più a fondo nei suoi problemi, prima di passare alla prima persona. Sembra che Andrea voglia dire: “Immagina come mi sento io, ok, ci sei? Adesso ti parlo di me”. Strategia riuscitissima, tra l’altro, perché la Attenberg ottiene il suo scopo: è impossibile non entrare nella mente di Andrea, non capirla e non voler stare dalla sua parte. Soprattutto se a leggere è una donna, sono sicura che quella fase l’abbiano passata un po’ tutte; per Andrea è stata più lunga, perché è durata fino alla quarantina, ma per molte altre sarà durata il tempo di un intermezzo tra una relazione e un’altra.
Ed è utile, nella narrazione, anche l’uso dei periodi molto lunghi e con poca punteggiatura, servono ad aumentare il ritmo e dare l’idea di un elenco di cose (come nel primo stralcio inserito precedentemente) che Andrea sente di dover fare per assomigliare agli altri e non riesce a fare.

Da grande è un romanzo che mi ha coinvolto tanto, e che nello specifico consiglio a tutte le persone che in un certo senso si sentono bloccate nella propria vita. Se non avete paura di porvi delle domande, di scavare in profondità nel vostro animo e capire davvero che cosa non va, allora questo libro lo sentirete vostro com’è successo a me.
Buona lettura!

Titolo: Da grande
Autore: Jami Attenberg
Traduttore: Viola Di Grado
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 24 maggio 2018
Pagine: 150
Prezzo: 15 €
Editore: Giuntina

8 | Dustin Lance Black

È questo che abbiamo fatto.
Abbiamo messo sotto processo la paura e il pregiudizio.

 

Nei giorni passati mi è arrivato un suggerimento di lettura molto interessante non solo come esperienza-libro ma soprattutto per il suo valore storico, politico e sociale. Si tratta di  8, una sceneggiatura per una rappresentazione teatrale che Dustin Lance Black (premio Oscar 2009 come migliore sceneggiatura per il film Milk) ha scritto sui fatti accaduti in California nel 2009. Il titolo prende il nome dalla Proposition 8, un referendum tenutosi nel novembre del 2008 nello stato della California, in cui si chiedeva l’abolizione del diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso che era stato concesso qualche mese prima, a maggio dello stesso anno. In seguito all’approvazione della Proposition 8, però fu presentato un ricorso alla Corte Suprema della California da chi sosteneva che il matrimonio fosse un diritto inalienabile di ogni essere umano. Il ricorso fu respinto in quanto l’emendamento era parte integrante della costituzione californiana. La battaglia fu trasferita nelle corti federali, dove ebbe luogo il processo raccontato in 8, che si concluse anni dopo con la vittoria dei ricorrenti.

Il libro, tradotto da Chiara Messina per Triskell edizioni, vede come protagoniste due coppie gay (due uomini e due donne) che hanno preso parte al processo, coi loro legali, il giudice Walker e il legale della difesa. Black, nella prefazione, dice di aver avuto il privilegio di sedere in tribunale durante i fatti che racconta – perché è stato anche vietato l’ingresso alle telecamere, nonostante l’importanza epocale dell’evento – e di aver visto l’unico esperto chiamato in causa a testimoniare contro le unioni gay prima crollare davanti alla mancanza di prove, e poi addirittura cambiare opinione. La difesa non è riuscita a portare prove importanti a sostegno della propria tesi, basandosi solo su fantomatici studi o dicerie secondo cui i bambini hanno bisogno di una figura materna e una paterna per crescere, o che un aumento dei matrimoni gay avrebbe significato una diminuzione di quelli eterossessuali. Fa riflettere come a un certo punto l’unica risposta del legale della difesa sia “Non lo so”.

Ma cosa rende così importante 8? E perché ha senso per il pubblico italiano leggere un dramma teatrale che mette in scena la conquista di un diritto legale in un altro paese? La vera forza di 8 sta nel dimostrare in modo evidente come certe prese di posizione da parte dei sostenitori del matrimonio eterosessuale come unica unione legittima risultino insostenibili, se non apertamente ridicole, in un’aula di tribunale. Che certi pregiudizi, di fronte al giuramento di dire tutta la verità nient’altro che la verità, appaiano davvero difficili da sostenere.

[Dall’introduzione di Matteo B. Bianchi]

Oggi il matrimonio tra persone dello stesso sesso è legale in tutti gli stati dell’Unione, ma ci si è arrivati a piccoli passi, e 8 è la testimonianza del duro lavoro che nello specifico è stato fatto in California. La vicenda contenuta in 8 si basa sulla trascrizione di documenti processuali e l’autore dichiara di non aver mai chiesto compensi per portarla in teatro. Alle rappresentazioni hanno preso parte grandi star del cinema che così hanno dimostrato il loro sostegno alla causa, parliamo di Morgan Freeman, Matt Bomer, Brad Pitt, George Clooney, Kevin Bacon, Jaime Lee Curtis. Lo stesso Black, da attivista il cui scopo è quello di raggiungere obiettivi significativi, dichiara di concedere l’opera a chiunque voglia portare avanti la battaglia.

Quest’opera è una piccola offerta a quella causa, per questo non ho mai richiesto un compenso per la sua rappresentazione, e mai lo farò. Se leggete questa sceneggiatura e le riconoscete un valore, trovate un palco. È vostra.

Buona lettura!

Titolo: 8
Autore: Dustin Lance Black
Traduttore: Chiara Messina
Genere: Testo teatrale
Anno di pubblicazione: 26 giugno 2018
Pagine: 74
Prezzo: 3,99 € in digitale, 10 € print on demand
Editore: Triskell


Dustin Lance Black è uno sceneggiatore, regista e attivista sociale. Ha vinto un Oscar e due WGA award per la migliore sceneggiatura originale di Milk, il film biografico sull’attivista per i diritti civili Harvey Milk, interpretato da Sean Penn. È anche uno dei membri fondatori dell’American Foundation for Equal Rights (AFER) che, grazie agli avvocati Davis Boise e Ted Boise, ha portato a termine con successo le cause federali per l’eguaglianza dei matrimoni delle coppie omosessuali in California e Virginia, decretando l’abrogazione della discriminatoria Proposition 8, approvata in California nel 2008.

Un’altra occupazione | Joshua Cohen

A quanto pare aveva fatto un errore di calcolo a pensare
che lasciando Israele avrebbe potuto evitare Israele.

 

Tra una lettura e l’altra (veramente tante in questo periodo) sono riuscita a inserire un libro che mi aveva molto incuriosito quando ho ricevuto la newsletter di Codice. Si tratta di Un’altra occupazione di Joshua Cohen, uscito a fine aprile con una traduzione di Claudia Durastanti. La storia è quella di due ragazzi ebrei che hanno terminato i tre anni del servizio militare obbligatorio in Israele e, come fanno in tanti, hanno pensato di prendersi un anno sabbatico per cambiare aria, esplorare un po’ il mondo e disintossicarsi da un clima di disciplina ferrea. Uno dei due, Yoav, ha un parente della madre che vive a New York, David King, titolare di un’impresa di traslochi, e col suo amico Uri va in America a dare una mano allo zio che comunque è sempre in cerca di ragazzi che non abbiano grandi pretese in quanto a paga.

Il lavoro non era così diverso.
Si trattava sempre di entrare in una casa e perlustrare le stanze piano per piano. Alla ricerca di persone, di beni personali. Far evacuare le persone prima di eliminarne i beni personali.

Yoav e Uri sono convinti che lì sarà diverso, ma si renderanno conto che in fondo non è cambiato molto dalla loro esperienza nell’esercito: buttare giù porte, rubare oggetti, rompere mobili, sfrattare le persone. Qui Cohen inserisce, tra le righe, una riflessione sulla militarizzazione degli sfratti nell’America della crisi economica, ma rende la questione ancora più complicata aggiungendovi il problema dell’essere ebrei negli Stati Uniti, altra cosa per niente facile. Per loro, come per David King, le loro origini rappresentano quasi una sfida per quanto riguarda la vita in America, non riescono mai a sentirsi completamente integrati col resto della popolazione.

In Un’altra occupazione, l’autore però non racconta solo di Yoav, Uri e David King, ma approfondisce le storie di tanti altri personaggi che in un modo o nell’altro gravitano attorno a loro, inserendo anche moltissimi flashback che aiutano, pezzo per pezzo, a ricostruire una sorta di puzzle che alla fine ci porta alla domanda: quello del traslocatore è davvero un’altra occupazione rispetto a quello che abbiamo vissuto nell’esercito in Israele? Ma lo spunto di riflessione non è solo questo, bensì siamo portati a chiederci come, più in generale, chi è abituato a servire l’esercito, a sottostare a ordini e comandi, quasi, direi, a non avere una propria volontà, riesca a sperimentare la libertà. Come si reagisce? Come si fa a capire cosa si può fare e cosa no, soprattutto in un paese totalmente diverso dal tuo?

Alcuni ragazzi ci andavano giù pesante, irrompevano nelle case degli sconosciuti, smantellavano i mobili, portavano via i mobili, rompevano oggetti a caso per sbaglio, e anche non per sbaglio, facevano dei furtarelli insignificanti per caso, e anche non per caso, o sempre in maniera superficiale, scorticando i linoleum, lasciando tutto vuoto, lasciando tutto un casino: chi avrebbe detto che la vita sotto l’esercito lo avrebbe preparato per fare traslochi?
Il che significava che fare traslochi era… cosa? Un dovere? Una vocazione superiore? Un lavoro? Un’altra occupazione?

Cohen ha uno stile giovane, fresco e scorrevole, ma devo confessarvi che – per quanto giudichi positivamente il libro – non sono riuscita ad appassionarmi troppo alla lettura. Probabilmente è a causa dei tanti approfondimenti sui personaggi o per i flashback sparsi qua e là che, nei fatti, mi hanno un po’ fatto confondere e a volte fatto perdere il filo del discorso. Detto questo, è un libro che non può essere letto se non con molta attenzione, perché si rischia di non cogliere i collegamenti o, ad esempio, le similitudini tra le esperienze dei due ragazzi come soldati e traslocatori.

Buona lettura!

Titolo: Un’altra occupazione
Autore: Joshua Cohen
Traduttore: Claudia Durastanti
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 256
Prezzo: 18 €
Editore: Codice