In breve | Tempo variabile | Jenny Offill

La mia paura numero uno è l’accelerazione dei giorni.
A quanto pare non esiste una cosa del genere,
ma giuro che la sento.

 

Il 12 marzo è uscito il nuovo romanzo di Jenny Offill, Tempo variabile, edito da NN editore e tradotto da Gioia Guerzoni. Ed è uscito nel periodo giusto, dobbiamo riconoscerlo. Infatti, Lizzie, la protagonista è seriamente preoccupata da una grande minaccia che, nel suo caso, è il cambiamento climatico con tutte le sue conseguenze disastrose (la nostra sappiamo bene qual è). Lei è una bibliotecaria, ha un marito, Ben, e un figlio, Eli; deve continuamente dividersi tra loro e il fratello Henry, che a volte sembra tenere insieme i propri pezzi col nastro adesivo. Ex tossicodipendente, è sempre sul punto di ricascarci e di combinare pasticci anche in campo sentimentale. Se questo non bastasse, Sylvia, un’amica esperta di cambiamento climatico, propone a Lizzie, come secondo lavoro, di rispondere alle email che arrivano sul suo podcast da parte di persone ossessionate e terrorizzate dalla catastrofe, persone ansiose le cui paure avranno un impatto anche su di lei.
Tempo variabile è un romanzo dalla struttura particolare che però abbiamo già visto nella produzione della Offill: è un insieme di frammenti, riflessioni, pensieri, stralci che si legano insieme, anche se magari non ce ne rendiamo conto sul momento, dando ancora più forza alla storia. Questo caos lo si ritrova anche nella vita di Lizzie, così impegnata a prendersi cura di tutti (perfino di quelli che inviano le domande al blog) e a tenere le fila dei suoi affetti che spesso perde di vista il centro della propria vita. Il tutto condito da ironia e umorismo che però lasciano l’amaro in bocca.
Buona lettura!

Titolo: Tempo variabile
Autore: Jenny Offill
Traduttore: Gioia Guerzoni
Genere: Romanzo
Data di pubblicazione: 12 marzo 2020
Pagine: 167
Prezzo: 16 €
Editore: NN

La prossima volta il fuoco | James Baldwin

Non dar peso alle parole di nessuno, neanche alle mie:
fidati solo della tua esperienza.
Sii consapevole delle tue origini:
se sai da dove vieni, potrai arrivare dovunque.

 

La prossima volta il fuoco di James Baldwin è una delle ultime pubblicazioni di Fandango, non la più recente, in realtà, è uscito il 20 febbraio, ma sapete già che sono rimasta un po’ indietro con tutto e sto cercando di recuperare, concentrazione permettendo. Si tratta della raccolta di un paio di lettere dell’autore statunitense che avevo conosciuto un po’ di tempo fa con dei bellissimi racconti curati dai ragazzi di Racconti edizioni, Stamattina, stasera troppo presto Come in quei testi, anche nelle lettere Baldwin affronta la questione nera ma non in maniera romanzata, bensì più intima e personale. Nella prima si rivolge al nipote, che si chiama James come lui, e lo avverte sulla sua condizione di nero nell’America degli anni Sessanta. Il ragazzo, confinato in un ghetto, ha davanti a sé un destino già scritto, un percorso deciso da altri – bianchi – ancor prima che nascesse. Non avrà gli stessi diritti dei bianchi, mai, o almeno chissà fino a quando. Sarà sempre inferiore a uno che ha la pelle più chiara della sua.
Nell’altra lettera Baldwin si lascia andare a riflessioni molto importanti anche in campo religioso, sull’ipocrisia della religione cristiana – fondata su un omicidio (Cristo che deve morire in croce) e nata in una parte del mondo dove non avevano la pelle bianca – e sull’Islam (conosce Elijah Muhammad, un attivista e religioso statunitense a capo di Nation of Islam).

Sono due lettere che fanno molto male, anche se il libro è breve la lettura non è facile. Lo sguardo di Baldwin – le lettere sono del 1963 – è disperato e sconsolato, lui è convinto che non ci sarà mai un miglioramento per la condizione di vita dei neri, a un certo punto dice addirittura che «è estremamente improbabile che i neri riescano a raggiungere il potere negli Stati Uniti, perché rappresentano circa un nono della popolazione di questo paese». Anche se, indubbiamente, c’è ancora moltissima strada da fare, chissà cosa direbbe adesso, dopo che l’America ha avuto un presidente di colore per ben due mandati.
Qui di seguito vi propongo uno stralcio da questo libro perché possiate farvene un’idea migliore.

Occorre grande forza e grande astuzia per assalire senza mai stancarsi, come hanno fatto per tanto tempo i negri d’America, la solida e sprezzante fortezza della supremazia bianca. Occorre una grande tempra morale per non odiare colui che ti schiaccia sotto il peso del suo odio, e un miracolo ancor più grande di intuizione e di carità per non insegnare l’odio ai propri figli. I ragazzi e le ragazze di colore che affrontano oggi le folle fanatiche discendono da un antico lignaggio di improbabili aristocratici: gli unici veri aristocratici che questo paese abbia prodotto. E dico “questo paese” perché l’ambiente in cui sono cresciuti era in tutto e per tutto americano. Essi hanno tagliato nella montagna della supremazia bianca la pietra della loro personalità. Ho perciò un grandissimo rispetto per quell’esercito, mai da nessuno celebrato, di uomini e donne di colore che si trascinavano per i vicoli e bussavano alle porte di servizio dicendo “Sì, signore” e “No, signora” per poter comprare un tetto nuovo per la scuola, nuovi libri, un nuovo laboratorio di chimica, nuovi letti per i dormitori e nuovi dormitori.

Buona lettura!

Titolo: La prossima volta il fuoco
Autore: James Baldwin
Traduttore: Attilio Veraldi
Genere: Saggistica, Lettere
Data di pubblicazione: 20 febbraio 2020
Pagine: 118
Prezzo: 14 €
Editore: Fandango

Avviso di chiamata | Delia Ephron

«Da quando hai l’avviso di chiamata?».
«Da mesi».
«Mesi?».
«Ce l’hanno tutti. Non ti sei accorta che quando chiami
qualcuno non trovi mai occupato?
Il segnale di occupato è praticamente obsoleto.
Dio mio, Eve, ma su quale pianeta vivi?».

 

Per quanto mi riguarda il telefono è uno strumento di cui farei volentieri a meno, detesto sentirlo squillare e non mi piace per niente ricevere o fare telefonate. Faccio un’eccezione per i messaggi, che vedo come una forma di comunicazione più rilassata e meno urgente. Immaginate dunque che prova di coraggio sia stato per me leggere un romanzo quasi completamente basato su gente che si telefona di continuo e che, anzi, usa l’avviso di chiamata per interrompere le telefonate altrui. Sì, perché in Avviso di chiamata, il nuovo libro di Delia Ephron che esce oggi per Fazi, la protagonista Eve Mozell passa moltissimo tempo al telefono coi suoi familiari. Lei ha quarantaquattro anni, vive a Los Angeles e si occupa di organizzare eventi; è sposata, ha un figlio adolescente che le dà qualche preoccupazione (ha anche fatto un piccolo incidente) e un padre ricoverato al reparto di psichiatria geriatrica. Lou è ormai anziano, ma quando era giovane era uno sceneggiatore famoso; la testa non gli ha mai funzionato troppo bene, in più beveva, aveva episodi depressivi o voleva sposare ogni donna che gli si avvicinava. Anche per questo la moglie un giorno se n’è andata, lasciando ad occuparsi di lui Eve e le sue sorelle: Georgia, la maggiore, direttrice di una rivista di moda, e Maddy, la più piccola, che è un’attrice ma viene licenziata dalla soap a cui lavora perché è rimasta incinta.

In questa famiglia fuori dagli schemi, Eve trova spesso – ma non sempre – conforto nelle telefonate con le sue sorelle, con cui si sfoga per i problemi che ha a casa, per quelli che le dà il padre (sembra essere lei ad occuparsene sempre, mentre Georgia e Maddy sono più distanti) e anche per il lavoro. In più c’è anche suo padre che quando gli gira alza la cornetta e la chiama, anche più volte di seguito per dirle sempre la stessa cosa.

Dal film “Avviso di chiamata” (Hanging up), Diane Keaton, Meg Ryan e Lisa Kudrow

La materia per questo romanzo Delia Ephron la trova nella sua famiglia: entrambi i suoi genitori erano sceneggiatori e alcolisti (la madre è morta proprio di cirrosi), ha avuto tre sorelle di cui una più brillante di tutte, con cui la competizione è stata forte. Si tratta proprio di Nora Ephron, famosa sceneggiatrice e regista scomparsa nel 2012, con la quale, tra l’altro, ha lavorato a un adattamento cinematografico di questo romanzo (2000), con Diane Keaton, Meg Ryan, Lisa Kudrow e Walter Matthau. Come accade a Delia nella realtà, anche per Eve (e Maddy) è difficile conciliare l’affetto che prova per Georgia come sorella con quel sentimento di rivalità che in gran parte le trasmette il padre, il quale non fa altro che sottolineare quanto la maggiore delle sue figlie sia in gamba, quanto sia all’apice della carriera, quanto sia una donna di successo. Ma l’autrice racconta quello che potrebbe essere spinoso con grande ironia, rendendo il romanzo anche molto divertente.

Tra un flashback e l’altro, in cui conosciamo eventi passati della famiglia Mozell, per capire anche quelli presenti, il ritmo è spesso scandito dall’arrivo di queste telefonate che interrompono la narrazione oppure la accelerano all’improvviso.
Avviso di chiamata è il racconto di relazioni familiari per nulla semplici, ma spesso problematiche: ognuno sembra completamente assorbito dalla sua vita, ma in fin dei conti riesce sempre ad esserci per gli altri. Fra loro c’è sempre il telefono, strumento allo stesso tempo disturbante e confortante: se la maggior parte delle volte rappresenta una sorta di collante fra persone che vivono anche distanti l’una dall’altra, è anche vero che queste telefonate continue fanno spesso perdere il filo dei ragionamenti o dei dialoghi ai personaggi stessi; anzi, è anche il mezzo attraverso cui entrano nella vita di Eve due personaggi, il dottor Kunundar (l’uomo con cui suo figlio ha fatto un incidente) e sua madre, che avranno una funzione importante nella vicenda.

Buona lettura!

Titolo: Avviso di chiamata
Autore: Delia Ephron
Traduttore: Enrica Budetta
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 20 giugno 2019
Pagine: 334
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


Delia Ephron – Romanziera, sceneggiatrice, drammaturga e giornalista americana, è nata a New York nel 1944. È la sorella della più nota Nora Ephron, con la quale ha collaborato a diversi progetti, fra cui il film C’è posta per te. Fazi Editore ha pubblicato Siracusa nel 2018.

Meglio sole che nuvole | Jane Alison

J è una donna ormai matura, con un matrimonio fallito e una sfilza di relazioni andate male alle spalle, che decide di tornare a casa a Miami insieme al suo gatto Buster. Nel residence vicino al mare dove si trasferisce, un posto molto particolare e allo stesso tempo fatiscente (qualcuno manomette di continuo la spa degli uomini, ci sono strani allagamenti in più punti), si porta dietro tutti i suoi pensieri e Ovidio, che la tiene così impegnata nel suo lavoro di traduttrice dal latino tra un bagno nella piscina a clessidra, il pensiero alla madre anziana e una camminata veloce. J è sola, non nel vero senso della parola perché stringe amicizia con alcuni condomini, ha qualche amica che vede o sente ogni tanto e poi si prende cura del suo gatto, così vecchio che ormai deve portare un pannolino; è sola in quanto non accompagnata da un uomo. A lei sembra pesare molto, così dopo la separazione dal marito rifà una rapida carrellata delle sue relazioni passate, ma si rende conto che qualcosa non funziona. È lei che si è chiusa all’amore o sono gli uomini che ha frequentato a non essere abbastanza, ad essere deludenti e a non valerne la pena? Posto che la colpa non sta mai da una parte sola, quando non puoi cambiare lo stato delle cose puoi almeno cambiare il tuo atteggiamento nei confronti del problema.

Ma dare un taglio a cosa di preciso? Questo devo chiedermi.
Non sono stati forse decenni di comico disastro?
Dovrebbe essere una buona cosa dare un taglio a un disastro?

J, che come quasi tutti gli altri personaggi del libro (a parte Buster e Virgil) viene nominata solo con l’iniziale del suo nome, è la protagonista di Meglio sole che nuvole, un romanzo di Jane Alison pubblicato da NN editore nel 2018 con una traduzione di Laura Noulian. Non so se la definizione di “romanzo” sia la più azzeccata, dato che più che altro è una raccolta di pensieri e frammenti di vita della narratrice, pezzetti della sua storia personale che s’incastrano con il lavoro di traduzione di Ovidio, una miscela di riflessioni che prendono spunto dalle storie e dagli stralci del poeta romano – alcuni palesi, altri più nascosti che dobbiamo scovare noi se ne abbiamo gli strumenti. Forse perché J esca dal suo impasse sono necessari la saggezza di Ovidio, i suoi insegnamenti. Forse deve imparare a guardare meglio ciò che ha e a concentrarsi meno su ciò che le manca, ammesso che le manchi davvero.

Miami (Fonte: EF Italia)

Il concetto più importante di questo libro, infatti, sembra essere quello che ci viene in mente lette le prime tre parole del titolo: meglio sole che… male accompagnate (e il titolo non ha nulla a che vedere con l’originale che è Nine Island). J capisce che l’amore che aveva dentro, quello di cui era capace, forse lo ha già dato quasi tutto, che quello che resta può decidere benissimo per conto suo a chi rivolgerlo: al suo gatto, a sua madre, ai pochi amici, a un’anatra che sembra ferita o a ciò che preferisce. Nonostante ci sia sempre qualcuno pronto a dirle (e a dirci – a chi non capita di continuo?) che deve trovarsi un uomo, che la condizione ottimale della vita sia dividerla con qualcuno coinvolto con lei in una relazione intima, s’interroga sul concetto di amore e si rende conto che non c’è bisogno di sentirsi costretti a raggiungere traguardi che secondo gli altri sono naturali. Il traguardo più importante è stare bene con se stessi, raggiungere il proprio equilibrio, meglio soli che mal accompagnati, dunque, e meglio sole che nuvole, così da avere un cielo sereno. E non è affatto una sconfitta, anzi forse è perfino un segno di forza.

Ti amerò per sempre, qualsiasi cosa accada”, mi ha sussurrato mio marito una delle ultime notti insieme, prima che finalmente ci arrendessimo.

E forse questo è sufficiente. È sufficiente avere ricevuto un po’ d’amore, un tempo. Anche se non ha funzionato a lungo. Forse è sufficiente averne ricevuto in passato, e adesso vivere solo con i suoi frammenti, e non c’è proprio niente di male se dedichi l’amore che ancora ti resta a un vecchio gatto o a un’anatra, ai pochi cari amici, a tua madre. Sull’arca non tutti sono in coppia.

Tra capitoli più lunghi e pagine con pensieri e commenti veloci anche di pochissime righe, ho trovato questo libro molto interessante e pieno di spunti di riflessione. Sono quegli stessi pensieri che prima o poi è capitato a molti di fare nella vita, magari in quei momenti di stasi tra le nostre vicende sentimentali. Sembrano quasi degli appunti, quelli di J, che poi magari è Jane, confrontando la sua storia con la bio dell’autrice. Appunti sviluppati piano piano fino a trasformarsi nelle fondamenta di una vita futura. Chi può dirlo?

Buona lettura!

Titolo: Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami
Autore: Jane Alison
Traduttore: Laura Noulian
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 269
Prezzo: 18 €
Editore: NN editore


Jane Alison è nata a Canberra, ma è cresciuta negli Stati Uniti, dove ha studiato Lettere classiche e Scrittura creativa. Ha esordito nel 2001 con il romanzo The Love-Artist, incentrato sulla figura di Ovidio, ed è autrice di romanzi, racconti e saggi apparsi su New York Times, Washington Post, Boston Globe. Dopo aver vissuto in Germania e a Miami, si è trasferita a Charlottesville e insegna Scrittura creativa all’università della Virginia.