Sin rumbo | Eugenio Cambaceres

La nera spirale di fumo, portata dal vento,
si stendeva nel cielo come un immenso velo di crespo da lutto.

 

Ho letto praticamente subito uno dei libri che ho acquistato a Una marina di libri un paio di settimane fa, ovvero Sin rumbo, un romanzo che l’argentino Eugenio Cambaceres ha scritto nel 1885 e che Arkadia editore ha proposto al pubblico italiano lo scorso maggio con una traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfè. Se solitamente le letterature dei paesi del centro e del sud America non mi esaltano, questo libro invece mi è piaciuto molto perché non ci sono quelle atmosfere sognanti e fiabesche che vi si trovano il più delle volte ma, anzi, considerando il periodo in cui è stato scritto, è da inserire nella corrente letteraria del realismo, con elementi di naturalismo. Ne viene fuori la storia reale e concreta di Andrés, un giovane uomo benestante, proprietario di una hacienda agricola e di varie mandrie di animali da allevamento; non gli manca niente, e passa la vita tra un divertimento e l’altro, viaggi e donne. Intreccia una relazione con Donata, la figlia di un suo fidato dipendente, ma la ragazza a un certo punto rimane incinta e lui invece di assumersi le sue responsabilità va a Buenos Aires a fare la bella vita: gioco d’azzardo, donne (anche sposate, da cui derivano scandali) e teatri. Ma è consapevole del fatto che non è questa la vita che ha sempre sognato, e che si sta solo trascinando da un’emozione passeggera all’altra, così, anche a causa dei vari debiti che nel frattempo ha accumulato, decide di tornare a casa e dare un senso alla sua esistenza.

Era forse nello spreco di forze vitali della sua natura, nel suo passato, in quel passato vergognoso di dissolutezza e dissipazione, che basava la sua sciocca presunzione?
Che mete aveva inseguito, che tracce aveva lasciato, che cosa aveva fatto, in tutta la sua vita, di buono, degno, nobile, utile, o quantomeno sensato?

Però per Andrés le cose non sembrano facili, è come se il destino ce l’avesse con lui e non gli perdonasse i suoi errori e il suo errare. Mi ha fatto pensare un po’ ai Malavoglia di Verga e a quella visione pessimistica che permeava il romanzo intero: anche qui, quando il protagonista decide di cambiar vita, di migliorarsi, se in un primo momento qualcosa funziona, poi viene perseguitato dalle disgrazie e gli piomba addosso un senso di ineluttabilità. Per questo è un uomo senza rotta (come recita il titolo nella sua traduzione), è un uomo che odia la vita e a cui non viene perdonato di averla amata per un momento, di aver avuto delle aspirazioni che sono state completamente schiacciate dalla cruda realtà.

Anche il linguaggio e lo stile del romanzo sono figli del loro tempo. C’è una grande ricerca di particolari, un soffermarsi sui dettagli che indica che l’autore dà loro parecchia importanza (nell’enumerazione di animali e piante, soprattutto). Ogni personaggio, poi, si esprime in un registro linguistico differente a seconda della sua estrazione sociale e del luogo in cui vive: se, per esempio, la levatrice che ha fatto partorire Donata parla una lingua umile, rozza e concettualmente piena di pregiudizi e diffidenza nei confronti di chi è più in alto (i medici), nella grande Buenos Aires, che a quel tempo era in piena espansione, si parla di teatri, si canta l’opera, ci si esprime in modo quasi poetico e si fanno discorsi infiorettati. E appunto il teatro – come riconosce Marfè nella postfazione – è metafora della città intera: una farsa, una recita. E nel naturalismo di Zola si indagava, tra le altre cose, proprio su come un determinato contesto sociale potesse influenzare le parole e le azioni dei personaggi.

Nel romanzo di Cambaceres c’è molto di autobiografico, lo spleen (la noia di vivere) di Andrés è la stessa di Eugenio. Anche l’autore viaggiò molto ed ebbe una relazione scandalosa con una donna sposata (fu anche sfidato a un duello che però non fu mai combattuto). La storia di Sin rumbo, che è il suo terzo romanzo, servì a Cambaceres a confrontarsi con la cultura e la letteratura europea, nello specifico quella francese, e a uscire dai confini dell’Argentina, cosa che fecero anche altri autori, riunibili tutti nella generación del ochenta.

Sin rumbo è stato per me una bella scoperta, non conoscevo questa parte della letteratura argentina così vicina a quella europea e a quelle tendenze stilistiche che, lo confesso, amo in particolare. Non è una lettura particolarmente allegra e forse per questo mi è piaciuta, ma non è solo questo il motivo per cui ve ne consiglio la lettura, com’è ovvio che sia. Spero di avervi dato parecchi motivi per leggere questo romanzo.

Buona lettura!

Titolo: Sin rumbo
Autore: Eugenio Cambaceres
Traduttore: Marino Magliani e Luigi Marfè
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: maggio 2018
Pagine: 157
Prezzo: 14,50 €
Editore: Arkadia


Eugenio Cambaceres – Figlio di un chimico francese stabilitosi in Argentina nel 1833 e di una argentina di origini inglesi, Eugenio Cambaceres studiò al Colegio Nacional Central e diventò avvocato, scegliendo presto la politica. Nel 1870 fu eletto deputato e venne nominato segretario del Club del Progreso, di cui più tardi fu anche vicepresidente. Nel 1876 una relazione con una soprano di Buenos Aires, Emma Wizjiak, sfociò in uno scandalo: il marito di lei lo sfidò a duello, ma poi per paura fuggì in Europa prima dello scontro. Negli anni seguenti Cambaceres si allontanò dalla vita  politica, dedicandosi interamente alla letteratura. Viaggiò a lungo in Francia e si legò a un’altra artista, l’italiana Luisa Bacichi, che sposò nel 1887 e dalla quale ebbe una figlia. Cambaceres fu tra gli scrittori della Generación del ochenta, che introdusse in Argentina il naturalismo di Émile Zola. Il suo romanzo più importante, Sin rumbo (1885), non era ancora stato pubblicato in Italia. Tra le altre opere si ricordano Potpourri, silbidos de un vago (1882), Musica sentimental (1884) e En la sangre (1887). Morì di tisi nel 1888 a Buenos Aires, al ritorno da un viaggio in Europa.

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Briciole: “Il gioco del mondo”, “Essere senza destino” e “Piccola osteria senza parole”

Ultimamente ho tralasciato di parlare di alcuni dei libri che ho letto: alcuni non mi hanno entusiasmata e non sapevo da dove partire per raccontarveli, mentre altri non li ho letti con la dovuta intenzione a causa di mie vicissitudini personali che hanno portato la mia testa altrove. Non sono riuscita nemmeno a scrivere qualcosa nella categoria In breve, perché perfino la lunghezza di un post del genere mi avrebbe causato qualche problema. Per questo motivo mi accingo a creare Briciole, una categoria nuova in cui inserirò proprio delle briciole (e non pillole, perché magari il nome era già preso, non ho neanche controllato). Immaginatele un po’ come delle briciole che restano sulla tavola dopo che avete mangiato un panino: impressioni e rimasugli di un qualcosa dopo la lettura. Oggi ve ne propongo tre.

img_20160918_161109Il gioco del mondo di Julio Cortázar l’ho letto insieme al gruppo di lettura Scratchreaders. È un libro del 1963 strutturato in maniera così singolare che ci siamo dovuti suddividere ulteriormente in tre gruppi di lettura diversi ma collegati: #famolotradizionale quelli che lo leggevano seguendo il normale ordine dei capitoli (che si sono fermati al punto in cui l’autore dice che per quel tipo di lettore il libro finisce là); #famolospeciale quelli che lo hanno letto seguendo l’ordine consigliato all’inizio da Cortàzar; #famolocomecepare ovvero libertà assoluta, ognuno sceglieva quali capitoli leggere e in quale ordine. Io mi sono inserita nel primo gruppo e ho seguito le vicende di Oliveira e della maga in modo un po’ stentato, perché se indubbiamente ci sono capitoli meravigliosi, ce ne sono altri che invece sono dispersivi, così tanto che qualcuno s’è perso per strada e non ha portato a termine la lettura.
Vi lascio di seguito la lettura del meraviglioso capitolo 7 fatta dallo stesso Cortàzar in spagnolo. Se capite questa lingua sarà un’esperienza magica ascoltarlo.
DETTAGLI: Il gioco del mondo, Julio Cortázar, 1963, trad. Flaviarosa Nicoletti Rossini, Romanzo, Letteratura argentina, 550 pp., Einaudi 2005, 15,50 €, 3/5 stelline


9788807884900_quartaEssere senza destino di Imre Kertész, Nobel 2002, è il romanzo che abbiamo letto a novembre su LeggoNobel. Il libro, pubblicato per la prima volta in Ungheria nel 1975, è in parte autobiografico perché le vicende vissute dal protagonista, il ragazzino Gyurka, hanno toccato da vicino anche l’autore. Il ragazzo viene preso e portato nei campi di concentramento, ma la sua non è la classica visione atroce che caratterizza tanti altri racconti di questo tipo, no. Gyurka all’inizio la prende come una cosa seria, sta andando a lavorare, vede tutto come ben organizzato, ognuno fa il suo dovere, i pasti sono razionati, chi è bravo va avanti e gli altri spariscono. Piano piano, però, la sua ingenuità diminuisce parallelamente all’aumentare della sua consapevolezza, si rende conto che quelli sono luoghi di morte e inizia a parlarne in un altro modo, senza bisogno di attenuare i fatti o di peggiorarli, perché non sarebbe possibile.
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 12 dicembre leggeremo insieme Il libro di Natale di Selma Lagerlöf)
DETTAGLI: Essere senza destino, Imre Kertész, 1975, trad. B. Griffini, Romanzo, Letteratura ungherese, 223 pp., Feltrinelli 2014, 9 €, 4/5 stelline


cover_9788866324362_270_240Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo l’ho finito proprio oggi e per me è un grande ed enorme NO. Ci ho messo poca attenzione perché mi ha annoiato fin dall’inizio. Ci troviamo a Scovazze, in un paesino del Veneto, e gran parte della storia si svolge in un’osteria gestita da Gilda, vedova di Francone. Lì si muovono una miriade di personaggi tipici del Nord che si trovano all’improvviso a contatto con Salvatore Maria Tempesta, un terrone che entra nel locale e mette un po’ di scompiglio nelle vite di tutti. Ma chi è? Che cosa o chi cerca? Per molti è un finanziere, ma chissà. Nel frattempo nascono amori e amicizie e vengono fuori strani segreti.
Ad alcuni è piaciuto tantissimo e io, infatti, l’ho letto per questo, mi ero lasciata trasportare. Ma poi l’ho finito solamente per scrupolo, e mi dispiace anche.
DETTAGLI: Piccola osteria senza parole, Massimo Cuomo, 2014, Romanzo, Letteratura italiana, 248 pp., edizioni e/o, 17 €, 1/5 stelline

“Scritto sulla tua terra” di Mauro Libertella

È possibile diventare scrittori quando il nostro cognome
appartiene già a uno scrittore consacrato?

 

scrHéctor Libertella è stato un noto scrittore argentino ed è morto nel 2010 perché l’alcool, piano piano, lo ha consumato, anche se ad ucciderlo definitivamente è stato un cancro. Scritto sulla tua terra è un libro di Mauro Libertella, il figlio, anche lui autore, che sembra cercare una riconciliazione affettiva con quel padre tanto amato.
La narrazione ha inizio quattro anni dopo la morte di Héctor, avvenuta nel 2006 e, al contrario di quanto ci si possa aspettare, non è straziante o disperata, ma serena. Mauro elenca e lega tra loro i ricordi legati alla figura di suo padre, anche tornando indietro di molti anni, ci parla delle cose che facevano insieme, di come si sia accorto del suo vizio, ma senza giudicarlo. Non gli dà la colpa di essersi praticamente ucciso da solo, come invece fa chi gli dice “Tuo padre si è suicidato a rate”, frase che gli resterà impressa nella mente per sempre.

La cosa che colpisce tantissimo è che Mauro riflette sulla pubblicazione dell’autobiografia di suo padre, L’architettura del fantasma, avvenuta pochi giorni dopo la sua morte, che sembra quasi un’anticipazione del tragico evento. Un evento che, però, lui accetta e che probabilmente lo aiuta a sentirsi ancora più vicino ad Héctor, anche se lui non c’è più. Andare nei bar che lui frequentava, passare dalle zone in cui lui bazzicava, adesso ha tutto un altro significato, come anche incontrare i suoi vecchi amici oppure ordinare, nei locali, quello che beveva lui.
Ma se Mauro cerca in qualche modo di legarsi più a suo padre, tenta anche di affermare la sua identità individuale, di scindere se stesso dal mito del grande autore e di non essere il “figlio di”.

Ancora una volta Caravan edizioni ci dà la possibilità di scoprire, grazie alla traduzione di Vincenzo Barca, la letteratura sudamericana e con Scritto sulla tua terra riusciamo ad accostarci non a uno, ma a due autori argentini: Héctor e Mauro Libertella. Due autori legati da parentela ma che hanno due identità differenti.

Buona lettura!

Titolo: Scritto sulla tua terra
Autore: Mauro Libertella
Traduzione:
 Vincenzo Barca
Genere:
 (Auto)biografico
Anno di pubblicazione:
2015
Pagine: 112
Prezzo: 9,50 €
Editore: Caravan

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“La cameriera di Artaud” di Verónica Nieto

COVER Prov LA CAMERIERASiamo negli anni Quaranta, in un ospedale psichiatrico francese durante l’occupazione nazista. Amélie Lévy è una ragazzina che a causa di certi disturbi della personalità viene ricoverata nell’istituto di Rodez. La madre non se ne occupa poi tanto, all’inizio le ha detto che sarebbe stata lì per poco, ma il tempo è passato e le sue lettere arrivano sempre più di rado. La giovane passa le sue giornate leggendo libri o aiutando in cucina, ma un giorno arriva un nuovo ospite del manicomio: l’artista Antonin Artaud. Il direttore dell’ospedale decide che sarà proprio Amélie a occuparsi di lui e a diventare la sua cameriera personale. La ragazza inizia a leggere i libri che le vengono prestati da Artaud e a cambiare la sua visione del mondo: se prima, anche solo leggendo la Bibbia, vedeva le lettere che diventavano formichine e se ne andavano via, adesso la sua realtà si ferma e assume contorni sempre più definiti. Amélie riuscirà ad andare dritta verso la guarigione e verso la configurazione di un’identità propria.

Antonin ArtaudAntonin Artaud fu un commediografo, scrittore, attore teatrale e regista francese, vissuto dal 1896 al 1948 e famoso soprattutto per il Teatro della crudeltà, una forma di teatro da lui ideata che presupponeva l’abbandono di qualsiasi elemento non concordante alla fine della rappresentazione in favore di uno spettacolo in cui movimento, gesto, luce e parola si fondessero completamente. Leggendo la sua biografia, veniamo a sapere che da piccolo soffrì di una grave forma di meningite che fu considerata la causa di molti altri disturbi, tra cui diversi episodi di depressione e la dipendenza da oppiacei. Nel romanzo di Verònica Nieto viene raccontata quella parte della sua vita in cui è stato ricoverato nel sanatorio di Rodez del dr. Ferdière (che appare tra i personaggi), alla quale giunge precisamente nel 1943 (e da cui andrà via nel 1946, due anni prima di morire). In questa clinica, il direttore, sperimentò la tecnica dell’elettroconvulsione e dell’arte terapia; la prima, nello specifico, al tempo era vista come l’unico modo possibile per curare determinati disturbi psichici.

La storia, ne La cameriera di Artaud, è vista dalla prospettiva di Amélie (e narrata da lei in prima persona), che, data la sua origine ebraica, deve mutare il suo cognome in Levier per essere un po’ meno riconoscibile. Questa è una cosa interessante, perché sarà parte dei disturbi di personalità della ragazza: c’è quasi uno sdoppiamento tra Amélie Levier, quella che entra a Rodez, e Amélie Lévy, quella che era prima di arrivare al sanatorio e quella che probabilmente tornerà ad essere quando ne uscirà, dopo l’incontro con Artaud.
Il lettore si ritrova nei meandri della mente umana, e soprattutto i personaggi si muovono in uno spazio chiuso dove forse non tutti sono così pazzi come vogliono lasciar credere. La protagonista vive un percorso di crescita individuale che la Nieto, col suo stile delicato, ci fa vivere insieme a lei soffermandosi spesso su ciò che non è ovvio, ciò che potrebbe apparire secondario e meno importante. L’autrice vuole affrontare il tema della vita negli istituti psichiatrici, ma lo fa con garbo e soprattutto con leggerezza e a volte una velata ironia.

La cameriera di Artaud è un romanzo non lunghissimo ma molto interessante, pubblicato da Valigie Rosse nella collana Gli Asteroidi (diretta da Tiziano Camacci), e uscirà tra qualche giorno, a luglio 2015. La collana è contraddistinta da una nota musicale in apertura, una sorta di di introduzione firmata da un cantautore italiano. Questa volta, ad occuparsene, è stato Tommaso Novi, voce, piano e fischio del gruppo Gatti Mezzi, che scrive:

Passiamo molto tempo a interrogarci sulla propria follia, nel tentativo di distinguere i sogni dalla realtà e nella ricerca di qualcuno da amare.

Quando avremo mollato ogni ormeggio che ci tiene composti e immobili in questa melma di normalità, nessuno ci priverà della dignità, niente ci impedirà di consumare la vita con gioia e coraggio, se porteremo dentro di noi la storia di Amélie Levier.

La terremo dentro al nostro orecchio, Amélie, comoda, serena. Lei potrà sussurrarci che i veri folli sono là fuori, lontani dai nostri sensi. I veri folli si ammazzano a vicenda al gioco stolto della guerra ignorando la poesia e le nuvole di zucchero.

Buona lettura!

Titolo: La cameriera di Artaud
Autore: Verónica Nieto
Traduzione:
 Alessio Casalini
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 160
Prezzo: 12 €
Editore: Valigie Rosse

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

 


camarera-artaud-premio-novela-villa-libro-ese-limite-difuso-cordura-locura_1_699847Verónica Nieto è nata nella provincia di Cordoba in Argentina, ma si è presto trasferita in Spagna dove attualmente vive. Nel 2000 si è laureata presso l’Università di Malaga e successivamente, nel 2003, si è laureata in Teoria della letteratura e Letterature Comparate presso l’Università di Barcellona. Ha poi intrapreso la strada dell’editoria. Al momento lavora per le redazioni di Círculo de Lectores, Libros del Asteroide o Galaxia Gutenberg. Ha scritto racconti e romanzi che hanno avuto un ottimo successo di pubblico e ricevuto numerosi premi, tra questi La camarera de Artaud che vede ora la prima traduzione italiana.

In breve: “Serpenti” di Daniel Krupa

caravan_krupa_cover_6mm_29ago14_sc_72Vi voglio presentare un romanzo che esce in libreria proprio oggi, 5 novembre 2014, primo libro dell’argentino Daniel Krupa tradotto in italiano dall’editore Caravan, che spesso si occupa di letteratura sudamericana: Serpenti.

La storia è molto semplice, i protagonisti sono tre ragazzi tardoadolescenti che decidono di fare una vacanza e si stabiliscono in una estancia vicino la foresta, nella provincia di Misiones, tra Brasile e Paraguay. La gita, però, non sarà affatto tranquilla, ai tre amici ne succederanno di tutti i colori. Innanzitutto soffriranno un caldo asfissiante e poi si metteranno anche a fare uno strano intruglio, una sorta di zuppa fatta con funghi allucinogeni che modificherà la loro percezione della realtà. In più, Fanta, uno dei tre, che all’inizio della vacanza s’è fatto male giocando a pallone e si porta dietro il dolore e l’infezione della ferita, ha anche paura dei serpenti e si è documentato quasi in modo ossessivo. Sembra quasi che questi serpenti velenosi siano ovunque. Finiranno perfino insieme ad una prostituta per quella che sarà la loro grottesca iniziazione sessuale.

Serpenti è un romanzo molto particolare, man mano che si va avanti si ha continuamente la sensazione di confondere la realtà con le allucinazioni dei protagonisti, alla fine la stessa prostituta sembra diventare quasi un mostro agli occhi dei ragazzi. La vicenda è proprio grottesca, ma a tratti diventa comica, perché necessariamente il dramma deve alleggerirsi. Lo stile di Krupa è giovane, moderno e soprattutto fluido, si fa leggere velocemente.

Titolo: Serpenti
Autore: Daniel Krupa
Traduzione:
 Vincenzo Barca
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 112
Prezzo: 9,50 €
Editore: Caravan

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota

 

Daniel Krupa è nato nel marzo del 1977 a Berisso, in Argentina. Scrive per i periodici “El Planeta Urbano”, “G7” e “Página/12” (Argentina), oltre che per “Gatopardo” (Colombia) e “Zona de Obras” (Spagna). Oltre a Serpientes (2009), ha pubblicato i romanzi Cerca (2006), Madrid (2008) e Gelp! (2013). Vive a La Plata.

Da oggi in libreria “Acqueforti di Buenos Aires” di Roberto Arlt

Nel mio percorso universitario, almeno in quello della specialistica, ho deciso di affrontare lo studio della letteratura ispanoamericana perché avevo voglia di “cambiare aria” e scoprire cose nuove, e in quel periodo sono entrata in contatto con un mondo particolarissimo, di cui faceva parte lo scrittore Roberto Arlt (1900-1942), autore di diversi romanzi come El juguete rabioso o Los lanzallamas. Ma Arlt non nasce come scrittore o drammaturgo (ha scritto anche delle pièce teatrali), bensì come giornalista specialmente per El mundo, quotidiano di Buenos Aires.
Quando ho saputo dell’uscita della traduzione italiana delle sue Aguafuertes porteñas mi sono subito incuriosita e ho voluto leggerle, perché ho avuto la possibilità di studiarne qualcuna in lingua originale ma, si sa, quando sei appassionata di traduzione e letteratura, quello di confrontare originale e tradotto è quasi un bisogno. Così mi sono messa a sfogliarle.

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Acqueforti di Buenos Aires esce in libreria oggi, tradotto da Marino Maiani e Alberto Prunetti per Del Vecchio editore, e raccoglie tutte quelle considerazioni e descrizioni che Roberto Arlt fa con taglio giornalistico e quasi documentaristico (ma con la bellezza e l’incisività dell’acquaforte, da cui prende il nome) della sua Buenos Aires in un periodo, quello del primo Novecento, che la vede cambiare sempre più. Pensiamo alla metamorfosi di una città che accoglie nuovi edifici, nuove tecnologie, tante novità in generale che vanno a contrastare con la povertà già presente che ha un peso troppo grande per non lasciare che qualcuno ne venga inghiottito senza via d’uscita. Arlt ci parla di ladri, sofferenza, stranezze di Buenos Aires, spesso e volentieri con toni forti, e sembra quasi chiedersi se la modernizzazione di quel mondo serva poi a qualcosa, se c’è gente che ne resta comunque fuori. Però deve esserci sempre qualcuno che racconti questa vita, perché, come dice lo stesso autore, uno scrittore così «sta con gli uomini. Questo è quel che conta: stare nell’anima di tutti, assieme a tutti. Da qui la grande allegria: sapere di non essere solo».

Buona lettura!

Roberto Arlt nasce a Buenos Aires nell’aprile del 1900, da una famiglia di origini prussiane. Scrittore, drammaturgo e giornalista, ha avuto una vita tormentata e ricca di eventi, segnata dalla sofferenza per l’educazione severa impostagli in famiglia e da un profondo conflitto con la figura paterna, che ritroviamo infatti in molte sue opere. Espulso a otto anni dalla scuola perché troppo indisciplinato, continuò a studiare da autodidatta, svolgendo i più disparati lavori: imbianchino, commesso, facchino, e cominciando poi a scrivere per diversi giornali, fino a fare del giornalismo la sua professione. Rese conto dei propri viaggi e degli eventi politici del suo tempo proprio nei reportage scritti per i giornali, e fu tra l’altro testimone in prima persona degli eventi della guerra civile spagnola. La sua scrittura romanzesca rompeva con il tradizionalismo e per un certo tempo fu osteggiata, diventando poi modello per gli scrittori della generazione del boom, tra i quali Gabriel García Márquez, Isabel Allende e Jorge Luis Borges. Tra i romanzi più famosi: Il giocattolo rabbioso e I sette pazzi, entrambi già tradotti in Italia. Di grande valore anche i suoi racconti brevi e le sue numerose pièce teatrali.

[Roberto Arlt, Acqueforti di Buenos Aires, 1933,
ed. Del Vecchio, settembre 2014,
collana Formebrevi, pp. 304, brossura, 15 €]

“Quando parlavamo con i morti” di Mariana Enríquez

caravan_enriquez_cover_31mar14-mini1Quando parlavamo con i morti è una raccolta di tre racconti della scrittrice e giornalista argentina Mariana Enríquez, edita da Caravan Edizioni a maggio 2014. Non sono solita leggere racconti, perché spesso li trovo scritti male e, data la breve lunghezza, la conclusione è fatta troppo in fretta, non si capisce niente. Stavolta sono rimasta piacevolmente sorpresa, perché in fondo qui una conclusione non c’è.

Mi spiego meglio. Il genere di questi racconti è il soprannaturale, un po’ mistery, diciamo, e da brava argentina la Enríquez sembra seguire quel filone della letteratura sudamericana che si limita a raccontarci quello che succede senza spiegarcene le cause, in modo tale che siamo noi lettori ad immaginarlo. E la paura (o angoscia, inquietudine, chiamiamola come vogliamo) è direttamente proporzionale alla nostra immaginazione. Mi ricorda certi brani di autori ben più famosi e che hanno fatto storia, che narravano di avvenimenti strani o addirittura assurdi quasi come se fossero normali, ma dando loro quella leggera sfumatura di mistero che poi s’insinuava nella mente di chi leggeva fino a fargli immaginare le cose più incredibili.

Nel primo racconto, Quando parlavamo con i morti, che dà il titolo alla raccolta, ci sono delle ragazzine che comprano una tavola ouija e fanno un gioco intorno a un tavolo per comunicare con i morti. In particolare ce n’è una che ha perso entrambi i genitori e vorrebbe mettersi in contatto con loro. Nei fatti riescono a parlare con qualcuno, ma uno spirito dice che una di loro “disturba” il rito, e succederà qualcosa di molto strano.
Le cose che abbiamo perso nel fuoco racconta di una donna sfigurata che gira per la metropolitana di Buenos Aires dicendo ai passanti che suo marito l’ha ridotta in quello stato gettandole sul viso dell’alcol e poi accendendo un fiammifero. Ma di lì a poco anche tante altre donne iniziano ad essere sfigurate e, anzi, a gettarsi nel fuoco per poco tempo, non per morire, quasi come fosse un gesto estremo di ribellione. È una cosa che sembra quasi premeditata, ma perché?
Bambini che tornano, infine, è quello che mi ha colpita di più, forse perché è il più lungo, anzi mi ha ricordato un po’ una serie tv (sì, sono appassionata anche di telefilm) che ho visto recentemente e che s’intitolava “Resurrection”. La protagonista del racconto è Mechi, una ragazza che lavora in un ufficio che si occupa di bambini e adolescenti scomparsi, che, per qualche strano motivo, resta molto colpita dalle foto di una ragazzina sparita, Vanadis. Un giorno il suo amico giornalista Pedro le dice che ha trovato un video in cui si vedeva Vanadis in condizioni abbastanza brutte (poi si scopre essere morta), ma dopo un po’ Mechi incontra la ragazzina seduta in un parco, quasi in stato di shock. Non fa in tempo a raccontarlo a Pedro che questo le dice che in un altro parco è riapparso un altro bambino, sparito da tempo, nelle stesse condizioni. Inizia così la ri-apparizione di altri bambini e adolescenti scomparsi a Buenos Aires, spuntano tutti nei parchi, anche quelli di cui si aveva la certezza che fossero morti. Che cosa sta succedendo? Pedro scappa in Brasile per paura, Mechi invece sceglie di restare e capire.

Inizialmente le tre storie possono sembrare distanti, ma in realtà sono tutte ambientate a Buenos Aires e pervase da quell’alone di mistero che, più che a storie inventate, sembra legato all’Argentina nella sua globalità. In fondo, sembra un po’ strano che determinate correnti come il realismo magico, il fantastico et similia vengano tutti dalla stessa zona, no? Probabilmente quell’esigenza di raccontare qualcosa in termini metaforici persiste da molto tempo.
Ed è importante notare anche che le protagoniste dei racconti sono tutte donne. In modo particolare in Le cose che abbiamo perso nel fuoco, sembra che si difenda una causa, quella delle donne argentine che per protesta si lanciano volontariamente in dei roghi organizzati da altre donne. La giusta interpretazione però deve darla chi legge.
Secondo me, questi racconti sono molto interessanti, sia dal punto di vista della forma che da quello dei contenuti. Forse sarebbe stato bello sviluppare ulteriormente l’ultimo, magari ne sarebbe uscito un romanzo. Però c’è anche da dire che in questo particolare genere il racconto, spesso, è il miglior espediente per raccontare il mistero: è breve, ti lancia un input e tu devi coglierlo e svilupparlo da te.

Titolo: Quando parlavamo con i morti
Autore:
 Mariana Enríquez
Traduzione:
 Simona Cossentino e Serena Magi
Genere: 
Racconti
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 112
Prezzo: 9,50 €
Editore: Caravan – Collana “Bagaglio a mano”

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

 

Mariana Enríquez (Buenos Aires, 1973) è giornalista e scrittrice. Collabora con Radar, supplemento di Página/12 e con le riviste TXT, La mano e El Guardián. Ha pubblicato Cómo desaparecer completamente (2004), Los peligros de fumar en la cama (2009) e Alguien camina sobre tu tumba (2013). Predilige le atmosfere dark, ma se altrove ha sperimentato il genere horror (come in No entren al 1408, antologia miscellanea dedicata a Stephen King), nei tre racconti di Quando parlavamo con i morti la paura ha sempre connotati metafisici e metaforici, con richiami alla storia politica dell’Argentina e alla condizione della donna.