“Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere” di Marco Truzzi

Cosa succede sulle frontiere? Che significato hanno oggi?
Dove sono? E dove siamo noi?
Quali fossili culturali si incontrano andando per confini?

 

Oggi voglio parlarvi di un libro che non conoscete ancora perché uscirà il 16 marzo, tra due giorni, una novità di Exòrma che si colloca nella collana Scritti traversi, dedicata alla letteratura di viaggio. Si tratta di Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere, del giornalista e scrittore Marco Truzzi, che ha deciso di percorrere i confini dello spazio Schengen e di esplorare le frontiere di un’Europa che sembra vacillare sempre di più. Lungo il suo cammino si trova a contatto con le realtà dei diversi luoghi e con le persone che stanno all’interno e al di fuori dei confini. Se nei luoghi del Nord Europa, come la Scandinavia, l’emergenza non si percepisce ai massimi livelli ma ci sono solo le testimonianze della gente che non vuole estranei nel proprio territorio, in altri posti più a Sud, quelli più soggetti all’approdo di migranti e rifugiati, come Melilla, Calais o Ventimiglia, ci sono tantissime persone che rimangono bloccate e non possono oltrepassare il confine, nemmeno per raggiungere parenti che si trovano dall’altra parte.

“Il filo spinato corre a circa un metro dalla nostra faccia. Là in fondo c’è il bosco delle betulle, esattamente dove svettavano le ciminiere dei forni.” (pag. 157)

In Ungheria, tra l’altro, esiste un muro di fil di ferro eretto per tenere lontani i siriani. L’invenzione è dell’americano Joseph Farwell Glidden, che nel 1874 la brevettò e in seguito divenne ricco. Inizialmente l’idea era di recintare i lotti di terra privati nel west, poi è andata diversamente.

È il narratore onnisciente. La voce in terza persona. L’elemento anonimo cui assegnare le colpe. Il filo spinato delle trincee, dei campi di concentramento, il filo spinato dei confini e quello dei muri. Il filo spinato delle ideologie e delle burocrazie. Il filo spinato degli egoismi.

Tutto questo per arrivare al più vasto campo profughi d’Europa, tra Grecia e Macedonia, a Idomeni, dove addirittura a difendere i confini c’è l’esercito macedone.
Marco Truzzi, insieme al fotoreporter Ivano Di Maria (autore di gran parte delle fotografie che trovate nel libro), ha intrapreso il viaggio sulle frontiere della zona Schengen tra il 2015 e il 2016 per documentare la situazione di questi “confini” e dimostrare che in fondo essi sono labili, cambiano, a volte perfino si annullano. I muri crollano, vengono abbattuti, poi eretti nuovamente. Come dichiara l’autore stesso all’Avvenire: «Mi viene il sospetto che sia più facile innalzare un muro che farlo crollare.» E in effetti è proprio così, soprattutto in quelle zone dove chi difende i confini è più proiettato verso il passato che verso il futuro e si rifiuta di abbattere quei muri più mentali che fisici – che lascerebbero entrare estranei nella propria casa, zone dove s’incontra una quiete che è solo apparente.

Devo dire che ho letto questo libro con molta attenzione e credo sia parecchio utile per farsi un’idea di quello che ci succede intorno, perché è il racconto di chi ha percorso i nostri confini e ha incontrato la gente che cerca di entrare e quella che vive all’interno. È un racconto, pieno di testimonianze orali e visive, della situazione che stiamo vivendo in questo momento e non solo. Dico non solo perché è ovvio che ciò che accade oggi è il risultato del passato.

Davvero molto interessante!

Titolo: Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere
Autore: Marco Truzzi
Genere:
 Letteratura di viaggio
Data di pubblicazione:
 16 marzo 2017
Pagine: 168
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena


Marco Truzzi (Correggio, 1975). Giornalista, laureato in Filosofia, ha conseguito un master all’Università di Urbino in ambito editoriale. Ha pubblicato articoli e racconti in antologie, riviste, giornali, web e radio. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo, Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere (Instar), con cui ha vinto il premio Rhegium Julii, il premio Fortunato Seminara e il premio Bagutta come migliore opera prima e che attualmente è in corso di traduzione per gli Stati Uniti. Nel 2015 è stato uno degli 8 autori selezionati per Syntagma Square, progetto di romanzo corale europeo.

Da “Viaggiatori nel freddo” di Sparajuri

Marina [Cvetaeva] ha attraversato il secolo sempre sull’abisso con il filo a piombo, con la vertigine. E forse è sbagliato rappresentarla con sembianze umane, meglio un quadro astratto di Suetin o di Malevič. O uno spartito musicale, che sbiadisce e scompare appena diventa suono. Un susseguirsi di note e annientamento. Oppure potremmo immaginarla come una macchia luminosa, un asterisco, un punto croce. Se le avessero chiesto consiglio, avrebbe sicuramente accettato la mia interpretazione, invece l’hanno fatta così, preferendo il classico monumento naturalista e psicologico. Il suo corpo adulto, piegato e immobile. Le ginocchia e i gomiti flessi. Le mani che sorreggono la testa grave, lo sguardo in basso. La vita che le rotola addosso come il macigno di Sisifo. Quando vediamo questo monumento dobbiamo fare un lungo respiro e immaginare che tutta la gravità del metallo si possa da un momento all’altro librare in un veloce passaggio d’ombre tra cavalli in fiamme e le piroette di un valzer.

[“Viaggiatori nel freddo”, Sparajurij,
Exòrma, 2015,
237 pp., 15,90 €]

 

15844693_10210554154401500_3499666303565243245_oLeggo Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura e mi accorgo di quanto sia profonda la mia ignoranza per quanto riguarda la letteratura russa. Purtroppo, a parte qualche caso isolato, ho sempre avuto difficoltà con questi autori, perché li ho spesso giudicati troppo prolissi, troppo introspettivi e mi sono persa tra le loro parole. Con delle eccezioni, ripeto. Ma credo sia anche una questione di età in cui li si legge; devo riprenderne molti perché forse questo potrebbe essere il momento giusto. Chi può saperlo?
Ma nonostante queste mie difficoltà, lo scorso giugno, a Una marina di libri, ho voluto acquistare questo bel libro di Sparajurij che già dal titolo mi affascinava molto e che rappresenta un viaggio tra le vie di Mosca e sui treni notturni per esplorare i luoghi della grande letteratura russa. Il risultato è che, non solo mi sono innamorata di autori che non ho mai affrontato, ma che adesso mi è anche venuto il forte desiderio di andarci, in quei luoghi. Perché leggendo queste pagine è inevitabile che succeda, sembra quasi di incrociare questi personaggi per strada, di vederli passare mentre vivono le loro vite. Nello stralcio che ho condiviso con voi, nello specifico, si parla del monumento di Marina Cvetaeva, una grande scrittrice e poetessa russa che da tantissimo tempo mi affascina (insieme ad Anna Achmatova, anche lei “presente” nel libro) ma che purtroppo non ho affrontato se non a piccole dosi.
L’idea che Viaggiatori nel freddo è che per quanto siamo andati avanti nel tempo, per quanto gli autori citati non ci siano più, essi sono ancora presenti nella memoria e nelle vene di Mosca, anzi ne rappresentano quasi il cuore pulsante, perché ogni angolo della città sembra ricordarli e celebrarli. Ovviamente, poi, è molto più semplice “percepirli” quando si ha una cultura letteraria in quel campo come nel caso di Sparajurij, che è un nome unico che sta a rappresentare un collettivo di scrittori nato alla fine degli anni Novanta. A scrivere in questo volume sono Elisa Baglioni, che si dedica alla traduzione di narratori e poeti moscoviti contemporanei, e Francesco Ruggiero, fondatore di Sparajurij, che si occupa di letteratura russa contemporanea. Io, anche senza avere la loro esperienza, sono riuscita a seguire con grande trasporto il loro racconto di viaggio e ad appassionarmi alla lettura; questo per dirvi che non è detto che dobbiate essere dei grandi esperti per leggere Viaggiatori nel freddo.
Adesso non mi resta che andare a cercare tutto quello che di russo riesco a trovare e leggerlo!


Elisa Baglioni (1980) ha vissuto a Mosca per diversi anni. Si dedica alla traduzione di narratori e poeti moscoviti contemporanei.
Francesco Ruggiero (1977) è fondatore di sparajurij e redattore del periodico «Atti Impuri». Si occupa di letteratura russa contemporanea.
Sparajurij è un collettivo che nasce alla fine del secolo scorso per sperimentare ogni forma di “scrittura totale” integrando elementi diversi, verbali, visivi e performativi, della parola. Al video Un appunto importante è stato assegnato il primo remio al DoctorClip, Festival italiano di videoclip di poesia nato a Roma nel 2005. Dopo la raccolta di racconti .noibimbiatomici, edito da Celid nel 2001, pubblica prose e poesie su antologie e riviste letterarie.
Dal 2005 cura la collana Maledizioni, dedicata alle voci nuove della poesia italiana di ricerca e dal 2010 il luogo di scritture di Atti Impuri, proponendo testi inediti dei più originali scrittori e poeti italiani ed europei.

“Artico nero” di Matteo Meschiari

Io non cerco la verità, mi interessa l’intensità.
Ovviamente provo a dire la verità,
ma provo dirla in un modo che è già invenzione.

 

cop_artico_neroSi dice spesso che i libri rappresentano un meraviglioso modo di evadere dalla realtà quotidiana. Quando siamo stanchi e stressati leggiamo un bel romanzo, una raccolta di racconti o un bel saggio e dimentichiamo tutto quello che ci opprime. Ma se non fate come me, che ho snobbato per anni un genere molto importante non perché non mi piacesse ma perché preferivo altro, allora saprete che la letteratura di viaggio forse è quella che ci può permettere davvero di immaginarci altrove mentre siamo ancora seduti sul divano di casa nostra. Io mi sono accostata a questo genere da pochissimo – da quest’anno, precisamente – e me ne sono proprio innamorata perché, almeno con la mente, riesco a fare viaggi e percorsi che probabilmente nella vita non mi capiterà mai di fare.

Oggi vi voglio parlare di un libro che grazie ad Exòrma ho letto in anteprima ma che deve uscire la settimana prossima, il 17 novembre: Artico nero, di Matteo Meschiari. Non è semplice incasellare questo testo in un genere ben preciso perché, anche se potrebbe sembrare un saggio, in realtà vi si raccontano sette storie – inventate, immaginate, ma verosimili e sicuramente accadute a qualcuno in un tempo passato – ambientate tra i ghiacci in Siberia, in Groenlandia, in Norvegia o comunque all’estremo nord del mondo. Un genere che si definisce antropofiction.  Artico nero, del resto, si colloca nella collana Scritti traversi, nella quale il viaggio rappresenta allo stesso tempo il tema principale dei libri ma anche un pretesto da cui partire per raccontare storie, raccogliere fotografie, parlare d’arte, di storia o di antropologia. Ed è proprio di antropologia che parla Meschiari nelle storie contenute nel suo libro, storie di popolazioni che vivono nell’artico e che nel tempo vengono minacciate e spesso annientate da chi è più forte e più organizzato o semplicemente dai cambiamenti climatici.

A tratti sembra di trovarsi nelle abitazioni di questi popoli, dimore fredde ma estremamente resistenti se pensiamo alle condizioni in cui vengono costruite e all’uso che se ne deve fare, abitazioni che spesso consistono in un’unico locale in cui si fa tutto. Si parla di donne, magari di quelle che fanno parte di piccole tribù che devono fare i conti con l’enorme macchina dell’impero russo.

Dato che le donne europee scarseggiavano, ci si accontentava di quelle locali. I clan pagavano tributi ai Russi in grano, pellicce e donne. Queste, letteralmente mercificate, venivano acquistate, vendute, possedute, cedute e scambiate da coloni, mercanti e soldati. Gli ufficiali le usavano come concubine, gli uomini ordinari come schiave in casa. Questo accelerò la dissoluzione dei clan nativi perché l’economia domestica si reggeva su ruoli complementari. Cucina, cucito, cura dei figli, raccolta. La partenza delle donne lasciò il deserto. Ostaggi, schiave, concubine.

Donne di cui è semplicistico parlare al plurale, perché ognuna ha avuto la sua storia (di cui magari non sappiamo nulla) e perché non è possibile capire la drammaticità di cosa è stato se non le si affronta singolarmente. Per questo motivo Meschiari inventa – come fa anche in altri capitoli e per altri argomenti – una storia su una ragazza X e le cuce tutto intorno situazioni e vicende che con certezza sono accadute ad altre come lei.
Ma quello che in Artico nero mi ha colpito di più riguarda i segreti nascosti tra i ghiacci e, più precisamente, i segreti pericolosi. Noi profani non abbiamo alcuna idea di ciò che potrebbe essere nascosto nel ghiaccio, di quello che in questo momento potrebbe trovarsi in uno stato di vita sospesa e che a causa del surriscaldamento globale potrebbe tornare fuori. Nel 2016, dopo 75 anni di letargo, in Siberia centrale è tornato a colpire l’antrace, il carbonchio, un batterio che produce endospore che possono sopravvivere nel terreno, infetta gli erbivori e sopravvive fino a quando ha materiale biologico sufficiente da aggredire. Basta bere dell’acqua che adesso è liquida ma che per tanti anni è stata congelata col batterio dentro, o magari basta che una tribù di passaggio affamata si cibi di una renna congelata nel permafrost e riemersa con lo scioglimento del ghiaccio. E questo è solo uno degli esempi che l’autore ci fornisce nel libro perché possiamo farci un’idea di quello a cui piano piano stiamo andando incontro. Se ci pensate è inquietante.

Come ho detto prima, Artico nero non è un volume di saggistica, almeno non in senso stretto. Per questo motivo non c’è alcuna possibilità di annoiarsi, un po’ perché ogni argomento viene affrontato con una storia che funge da esempio e dimostrazione, e un po’ perché Matteo Meschiari ci parla con uno stile veloce e semplice che ci fa entrare completamente nell’atmosfera ghiacciata che il libro racconta.

Vi va di fare un viaggio nell’artico? Sì? Buona lettura, allora!

Titolo: Artico nero
Autore: Matteo Meschiari
Genere:
 Romanzo-saggio, antropofiction
Anno di pubblicazione:
 17 novembre 2016
Pagine: 168
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Matteo Meschiari (Modena, 1968) insegna antropologia e geografia all’Università di Palermo. Studia il paesaggio in letteratura, la wilderness, il camminare, lo spazio percepito e vissuto presso varie culture di interesse etnografico. Ha pubblicato le sue ricerche con Sellerio, Liguori e Quodlibet. Nel 1997 ha fondato lo Studio Italiano di Geopoetica, affiliato all’Institut International de Géopoétique, creato dal poeta scozzese Kenneth White. Scrive testi di saggistica, narrativa e poesia.

“Come ti scopro l’America” di Emanuela Crosetti

Ma io l’America la volevo scoprire dentro le parole degli stessi americani,
quelle che ti arrivano senza domande, incapaci di prendersi sul serio;
quelle abbandonate sui banconi appiccicaticci di qualche diner
o scivolate durante un interminabile e sperduto pieno di benzina.

 

Layout 1Ultimamente mi sono trovata per diversi motivi ad affrontare un genere letterario che prima ho un po’ messo da parte, non per snobismo, ma perché sono sempre stata più appassionata di romanzi. Sto parlando della letteratura di viaggio, che siamo soliti considerare il mero racconto dello spostamento da un luogo all’altro di colui o colei che decide di scrivere un libro o un diario. In un racconto di viaggio, però, c’è molto di più e spesso ce lo dimentichiamo: c’è l’incontro con l’altro, c’è la scoperta di luoghi che sono geograficamente ma anche fisicamente lontanissimi da quelli a cui siamo abituati, c’è la conoscenza di usi, tradizioni e anche cibi nuovi, ma soprattutto c’è tutto un processo di crescita dell’autore (o del narratore) che non va mai sottovalutato.

Poco tempo fa ho letto Come ti scopro l’America di Emanuela Crosetti, uscito il 30 giugno nella collana Scritti traversi di Exòrma Edizioni, una collana che si occupa appunto di questo genere letterario molto importante. L’autrice nel 2014 è partita da sola per ripercorrere il cammino che tra il 1804 e il 1806 Meriwether Lewis e William Clark intrapresero, inviati dal presidente Thomas Jefferson, alla ricerca del famoso Passaggio a Nord Ovest, superando le Montagne Rocciose per arrivare alle coste del Pacifico. Emanuela Crosetti, fotografa e appassionata di storia americana, porta con sé i diari di Lewis e Clark per scoprire un nuovo Ovest, a distanza di circa duecento anni da quella spedizione che viene considerata una delle più grandi esplorazioni del Nord America. Così la narrazione dell’autrice che, in modo sempre molto ordinato e puntiglioso ci parla di tutte le sue tappe non tralasciando nemmeno i piccoli paesi in cui non c’è nulla a parte qualche vecchio palazzone e una stazione ferroviaria, è spesso inframmezzata da stralci dei diari dei due famosi predecessori, cosicché assistiamo non solo ad un confronto tra le descrizioni di territori, persone e usanze di ieri e di oggi, ma anche tra lo stato d’animo di Lewis e Clark e quello di Emanuela, che sicuramente ha vita più facile, dati i tempi più moderni, ma è pur sempre sola in dei luoghi che spesso si rivelano inospitali.

mappa

Da Saint Louis al Pacifico, il tragitto che Lewis e Clark percorsero tra il 1804 e il 1806.

«È pericoloso girare da sola», mi dice. «Non hai paura?».
Se le rispondessi di sì, penserebbe di avere ragione, di poter in qualche modo influenzare la mia decisione e farmi cambiare idea. Le rispondo di no, che non ho paura e che non capisco perché dovrei averne.
«Dove andrai domani?», mi chiede.
«New Town e Willinston», le rispondo.
Silenzio. Sembra ancora più preoccupata.
Mi prende la mano: «Potrei essere tua madre… non potrei dormire stanotte nel saperti laggiù, in quella terra di cani senza casa».

A questo proposito bisogna dire che l’idea che ci facciamo spesso di un’America amichevole e libera stride molto con l’esperienza della Crosetti, che in qualche cittadina – specialmente in quelle più desolate – viene guarda con sospetto, qualcuno le chiede addirittura cosa ci faccia una ragazza da sola in un luogo del genere o le consiglia di andare via e di non spostarsi sola quando fa buio. Questo, certo, è uno degli svantaggi di viaggiare da soli, uno svantaggio non trascurabile.

«Mi stai simpatica anche se non voglio sapere cosa ci fai qui a Billings da sola alle nove di sera. Come mai sei qui? No, non importa, non me lo dire. Piuttosto, avrai fame. Ma non metterti a cercare un posto dove mangiare perché non c’è nulla di aperto a quest’ora. Ti conviene chiuderti in camera, andare a letto e aspettare domattina. Ma lo so, non sono affari miei!».
Una raffica di considerazioni per un trionfo di ottimismo.

Per fortuna, l’autrice fa anche diversi incontri più tranquilli e produttivi, conosce tantissime persone disposte a raccontarle delle storie, ad aiutarla nel suo viaggio e a darle consigli.
Ma uno degli aspetti sicuramente più interessanti di Come ti scopro l’America, comunque, al di là degli incontri con gli abitanti dei vari luoghi o delle pietanze tipiche (spesso pesantissime e difficilmente digeribili), è il grande numero di fotografie inserite tra le pagine. Emanuela Crosetti è anche una fotografa, ed è una garanzia per la bellezza degli scatti presenti nel libro, che ci permettono di immaginare ciò che ci racconta di aver visto anche senza viverlo di persona e di percepire perfino, con la nostra fantasia, profumi e atmosfere tipicamente americani, lontani anni luce da quello a cui siamo abituati.
Non solo, ma alla fine del libro troverete anche una lista di canzoni che fanno da colonna sonora al viaggio della Crosetti, tra cui i Pearl Jam, Johnny Cash e Bruce Springsteen.

Ad ogni modo, la letteratura di viaggio va affrontata, non penso di riuscire a trasmettervi come vorrei la bellezza di questo libro, solo leggendolo si riescono a vivere insieme all’autrice le emozioni di un percorso fatto di nuove scoperte. Quindi, se vi va di fare un viaggio in America, non dovete assolutamente lasciarvi scappare Come ti scopro l’America.

Titolo: Come ti scopro l’America
Autore: Emanuela Crosetti
Genere:
 Letteratura di viaggio
Anno di pubblicazione:
 30 giugno 2016
Pagine: 360
Prezzo: 17,50 €
Editore: Exòrma
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Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Emanuela Crosetti è giornalista e fotografa. Ha collaborato con riviste nazionali musicali quali Buscadero, Jam, Chitarre e alla realizzazione di fotografie per libri come Summer Of Love del produttore dei Beatles George Martin (Coniglio Editore), Nessuna Resa Mai, biografia di Massimo Priviero (Meridiano Zero), Happy, biografia di Keith Richards (Meridiano Zero), Figli dei Fiori Figli di Satana, Delitti Rock (Arcana Editore), Psycho Killer (Edizioni Ultra) e La storia del rock (Hoepli) di Ezio Guaitamacchi.
Presente come fotoreporter a Oslo nel 2009 per il conferimento del Premio Nobel per la Pace a Barack Obama. Ha condotto interviste ad artisti di fama internazionale: Lou Reed, Patty Smith, Jethro Tull, Hot Tuna, Steve Hackett, Skunk Anansie, Willy DeVille, Hevia, Dream Theater, PFM, Negrita, Fiorella Mannoia e molti altri.
Oltre 400 gli artisti fotografati, tra cui: U2, Paul McCartney, Rolling Stones, Bruce Springsteen, Bob Dylan, David Gilmour, The Who, Sting, Muse, Oasis. Ha esposto alla Mostra del Cinema di Venezia e allo Jesolo Music Festival.

“In cammino con Stevenson” di Tino Franza, qui e a Una marina di libri 2016

«Il massimo che possiamo aspettarci dal nostro viaggio
è di trovare un amico sincero.
Davvero fortunato è il viaggiatore che ne trova più di uno.»

 

13317083_10208542386348556_7643364247494877285_oIl post che scrivo oggi è qualcosa che sta a metà tra la recensione e l’avviso di un appuntamento molto bello, ma non vi dico nulla adesso, lo capirete alla fine. Il libro di cui vi parlo è In cammino con Stevenson. Viaggio nelle Cévennes di Tino Franza, pubblicato nel 2015 da Exòrma nella collana Scritti traversi che, come si può leggere sul loro sito, «solo riduttivamente può essere collocata nella categoria della letteratura di viaggio». L’autore nel suo viaggio ricalca l’itinerario che Robert Louis Stevenson percorse, con l’asinella Modestine, nelle selvagge Cévennes nell’autunno del 1878 e da cui poi nacque il libro (una sorta di diario di viaggio) Travels with a donkey in Cévennes. Oggi questo percorso prende proprio il nome di Chemin de Stevenson (GR 70) per ricordare il tragitto che il grande autore scozzese percorse in solitaria prima di scrivere il suo resoconto e oggi viene seguito da molta gente spesso affascinata dalla lettura dei Travels. E anche Tino Franza ha deciso di compiere questo cammino per questo motivo:

Volevo inseguire il fantasma di qualcuno, camminare da un luogo a un altro su vecchie piste sterrate; appagare curiosità e assecondare un certo spirito d’avventura; scrivere un libro. Questo volevo.

Le motivazioni di Stevenson, invece, erano ben diverse. Lo scozzese andò nella terra dei Camisardi innanzitutto perché adorava la Francia ed era rimasto affascinato dalle storie della nutrice Cummy sui coventanters scozzesi e sulle similari vicende dei camisardi. Ma c’era dell’altro. Stevenson amava Fanny Osbourne, una donna che aveva conosciuto per caso e di cui si era innamorato immediatamente, nonostante fosse sposata, americana, di dieci anni più grande di lui e avesse dei figli. Era convinto che al termine di questo viaggio avrebbe potuto scrivere un libro e col ricavato raggiungere Fanny in America, senza chiedere nulla ai genitori che erano del tutto contrari a quell’unione. Stevenson all’epoca aveva solo 28 anni, ma sapeva di amare davvero quella donna, tornato dal suo viaggio ne era sempre più convinto, perché, come ci racconta Tino Franza, nei momenti in cui la solitudine gli stava stretta desiderava solo averla accanto per condividere con lei un cielo stellato o i bei paesaggi, e poi, conosciuta lei, le sue abitudini di donnaiolo vennero accantonate. L’anno seguente, nel 1879, Stevenson riuscì nel suo intento, andò da lei a San Francisco, e rimasero insieme fino alla morte di lui, nel 1894.

Stevenson fece il suo viaggio non totalmente da solo, ma  in compagnia dell’asinella Modestine, che alla fine dovette vendere, con molto dolore alla separazione, perché poverina non ce la faceva più; Tino Franza, invece, parte da solo ma incontra alcune persone che lascia e ritrova durante il suo cammino, come Isabelle, una donna con cui sembra ci sia una certa affinità, almeno di anime. Parlando con lei viene fuori un’interessante riflessione sulla necessità della compagnia in viaggi del genere: vanno fatti da soli perché la presenza di qualcun altro potrebbe far rallentare e poi stando per troppo tempo insieme a qualcuno potrebbero venir fuori difetti e aspetti sconosciuti del suo carattere che magari si preferirebbe ignorare. Tutto questo a meno che non si abbia la fortuna di trovare un compagno perfetto, ma è davvero possibile?
Ciononostante a volte il viaggio può essere così duro e spossante che «l’appagante leggerezza del viaggio in solitudine» si potrebbe ribaltare «nel rimpianto di un compagno».

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Il racconto del viaggio è accompagnato da diverse fotografie, sparse qua e là, scattate dallo stesso Franza, che rappresentano una regione abbastanza diversa da quella che vide Stevenson. Consideriamo innanzitutto gli effetti del tempo (sono passati più di cento anni) che cambiano il territorio dal punto di vista fisico; va detto poi che quelle zone oggi sono smorte e disabitate, mentre una volta vi erano villaggi floridi ed esuberanti. Fino al 1878 la regione era stata sovrappopolata e ogni appezzamento di terreno sfruttato al massimo per soddisfare le necessità di tutti; di questo passo non fu più possibile far fronte ai bisogni di tutta la popolazione e così i borghi, in un paio di generazioni, si svuotarono in un susseguirsi di esodi.

Questo libro mi è piaciuto molto, tra le altre cose, perché amo tutto ciò che ruota intorno a personaggi realmente esistiti. Innanzitutto mi ha permesso di scoprire che Stevenson non è solo l’autore de L’isola del tesoro e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, ma fu anche un viaggiatore, per spirito d’avventura e per amore. In più è interessante constatare la differenza tra il viaggio fatto nel 1878 e quello in tempi attuali, cos’è cambiato nel tempo, con quale spirito si affronta oggi un itinerario del genere.
Venerdì 10 giugno, per chi fosse a Palermo in occasione di Una marina di libri, v’informo che alle 18 nel palco centrale dell’Orto Botanico ci sarà un incontro per presentare In cammino con Stevenson insieme all’autore Tino Franza; introduce Ottavio Navarra e interverremo Silvia Bellucci (dell’ufficio stampa Exòrma) ed io, per cercare di mettere in luce gli aspetti più interessanti di questo libro.

Buona lettura!

Titolo: In cammino con Stevenson. Viaggio nelle Cévennes
Autore: Tino Franza
Genere:
 Letteratura di viaggio
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 180
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena