Briciole: “La più amata”, “Sconosciute”, “Pastorale americana”

Come altre volte, mi ritrovo a parlarvi brevemente di alcuni libri che per vari motivi non posso o non voglio recensire per bene. Sempre (almeno fino ad ora) a gruppi di tre, così non ci annoiamo e non lasciamo passare letture importanti senza dire almeno due parole. Vi spiego, comunque, di volta in volta, perché scelgo di dire così poco.

La più amata di Teresa Ciabatti è un libro uscito da poco per Mondadori e candidato al Premio Strega 2017. L’autrice, che è anche protagonista e io narrante, all’età di 44 anni (lo ripete fino allo sfinimento) decide di raccontare la storia di suo padre per capire chi fosse in realtà. Era un uomo ricchissimo, rispettato da tutti, un uomo che aveva contatti con gente influente e, chissà, forse anche rapporti con la criminalità, con la massoneria. Teresa ha una personalità molto fragile che sfocia in atteggiamenti aggressivi e presuntuosi e onestamente non riesco a capire (ma nemmeno m’interessa troppo) se questa sia la sua vera indole oppure se si sia creata un personaggio. Sembra voler dire di continuo: “sono una brutta persona, non posso farci niente e nemmeno m’importa”. Ad ogni modo, il libro è coinvolgente e alla fine il ritmo aumenta così tanto che ci sembra di precipitare nel vortice delle emozioni della protagonista. La Ciabatti non si sofferma mai sui grandi eventi, a lei interessa rovistare fra i ricordi privati, tra le piccole cose che possono aiutarla a trovare la verità.
Lo stile è moderno, sembra un lunghissimo sfogo scritto di getto e, sono sincera, non mi ha conquistato perché tendo a preferire una maggiore cura del linguaggio e del periodare.
Perché non voglio dire di più? Perché attorno a questo libro si è creata una polemica a cui non voglio prendere parte neanche indirettamente. Quando abbiamo smesso di parlare di libri e abbiamo iniziato ad attaccare e giudicare gli autori? Io, anzi, non volevo nemmeno parlarne ma ho pensato che due righe le meritasse comunque, giusto per dire che l’ho letto.
DETTAGLI: La più amata, Teresa Ciabatti, Romanzo, Letteratura italiana, 218 pp., Mondadori, 2017, 18 €, 2/5 stelline


Sconosciute di Patrick Modiano (Nobel 2014 per la letteratura) è il libro che abbiamo scelto come lettura del mese di aprile su #LeggoNobel. Si tratta di una raccolta di tre racconti uscita per la prima volta nel 1999 e tradotta da Paola Gallo per Einaudi. Questi testi hanno come protagoniste donne, appunto, sconosciute, che passano come meteore nelle vite altrui o di cui non importa troppo a nessuno. Avete presente quelle persone che non lasciano segni particolari durante il loro cammino? Ecco, queste donne non è che proprio si nascondano, è meglio dire che si mimetizzano. Sconosciute, perché Modiano non ce ne dice neanche il nome, queste ragazze si lasciano una parte della propria vita alle spalle e vanno alla ricerca di qualcos’altro in altri luoghi (una si trasferisce a Parigi, un’altra nel capoluogo francese nemmeno ci arriva, e la terza va a Londra). Sono racconti di solitudine, di paura di affrontare il mondo da sole, di preoccupazione, ma in me non hanno suscitato alcuna emozione. Mi sono distratta molto spesso mentre leggevo, li ho trovati abbastanza piatti.
Anche qui, come nel libro di cui ho parlato più su, linguaggio semplice e non arzigogolato, ma meno moderno e un po’ più curato, frasi semplici e molta leggerezza (in positivo) nel modo di esprimersi. Diciamo che lo stile mi è anche piaciuto, ma le storie e i loro sviluppi mi hanno un po’ annoiata.
DETTAGLI: Sconosciute, Patrick Modiano, trad. Paola Gallo, Racconti, Letteratura francese, 130 pp., Einaudi, 2000, 12 €, 3/5 stelline


Pastorale americana di Philip Roth è un libro che finalmente mi sono decisa a leggere dopo che era stato nella mia wishlist per secoli. Ve ne parlo proprio in breve perché ormai quelli che non lo hanno letto sono rimasti davvero in pochi e quello che dico potrebbero essere cose trite e ritrite. Lo scrittore Nathan Zuckerman (personaggio che ricorre in altri romanzi di Roth) si reca ad una riunione di ex alunni della sua scuola e incontra Jerry Levov che gli racconta ciò che è successo a suo fratello Seymour, detto lo Svedese, uno che da ragazzo era ammirato da tutti per la sua bellezza, per le doti sportive e per fatto che incarnasse l’ideale del giovane americano perfetto. Nel resto del romanzo, Zuckerman ricostruisce una sorta di biografia dello svedese basandosi sui racconti di Jerry e sui fatti di cronaca narrati sui giornali, specialmente quelli relativi alla figlia dell’uomo, che è ricercata per aver messo una bomba all’ufficio postale del suo paese e aver provocato la morte di un uomo.
Quello che viene fuori è il ritratto di un uomo che si è sempre comportato in modo perfetto, ha sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano da lui e, però, non si è mai accorto della sua e dell’altrui infelicità. Lo Svedese ha vissuto nell’illusione, cade dalle nuvole appena capisce che tutto intorno a sé sembra essere falso e che ormai lui non può farci niente. In senso più ampio, quella dello Svedese potrebbe anche essere la storia dell’America, qualcosa che ci è sempre sembrato perfetto ma che al suo interno è piena di contraddizioni, di segreti, di nevrosi.
È il secondo romanzo che leggo di Philip Roth e, mentre il primo non mi era piaciuto, questo me lo sono goduto davvero. Non si riesce a mettere da parte, ci ho messo davvero pochissimo tempo a leggerlo e sono contenta di averlo fatto. Col suo stile semplice ma incisivo Roth mi ha conquistata. Devo andare a recuperare altri suoi libri!
DETTAGLI: Pastorale americana, Philip Roth, 1997, trad. Vincenzo Mantovani, Romanzo, Letteratura americana, 458 pp., Einaudi, 2016, 14 €, 5/5 stelline

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“Il posto” di Annie Ernaux

Quello sforzo per riaggrapparsi al mondo
significava proprio che se ne stava allontanando.

 

Lo scorso fine settimana mi sono trovata un paio di giorni liberi da altre letture in attesa di cominciarne una condivisa lunedì, quindi ho cercato di impegnarli con un libro breve, che mi coprisse esattamente sabato e domenica. L’ho trovato: si tratta di un romanzo di Annie Ernaux che l’anno scorso è stato la prima missione di Modus Legendi, cioè Il posto. Un anno fa l’iniziativa di Billy il vizio di leggere (che poco tempo fa ha coinvolto Neve, cane, piede di Claudio Morandini) è riuscita a portare in classifica questo libriccino grazie all’aiuto di una grandissima quantità di lettori consapevoli, persone che hanno scelto – e scelgono sempre – la qualità e hanno voluto premiarla. La particolarità di quest’atto di ribellione è che Il posto è un libro pubblicato per la prima volta in Francia nel 1983 e arrivato in Italia solo nel 2014 (quindi nemmeno una delle ultime uscite).

Insomma, dicevamo. Il posto è un libro piccolino, poco più di cento pagine, in cui una figlia parla di suo padre partendo dall’evento doloroso della morte di lui. È stato un contadino, poi un operaio, poi ha deciso di aprire una sorta di bar-drogheria che col tempo ha finito per essere sostituito da un supermercato, in una piccola cittadina in Normandia; è stato un uomo che ha sempre voluto mantenere una certa dignità nonostante fosse di umili origini, anche quando la figlia prende un’altra strada, studia e sposa un ragazzo socialmente più in alto di lei, uno che infatti non va mai a far visita ai suoceri.

Naturalmente, nessuna gioia di scrivere, in questa impresa in cui mi attengo più che posso a parole e frasi sentite davvero, talvolta sottolineandole con dei corsivi. Non per indicare al lettore un doppio senso e offrirgli così il piacere di una complicità, che respingo invece in tutte le forme che può prendere, nostalgia, patetismo o derisione. Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre, in cui anch’io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un’altra.

La protagonista narra la storia senza fronzoli o piagnistei, lo fa anzi con molta serietà e con l’atteggiamento dignitoso trasmessole dall’educazione dei suoi genitori. Il linguaggio è semplice ma allo stesso tempo (e proprio per questo motivo) incisivo, forte, senza slanci – slanci che, mancano anche in senso affettivo nella ricostruzione del passato. E questo stile così “crudo” ha anche la funzione di marcare l’allontanamento di questa figlia dai luoghi e dalle persone che rappresentano le proprie origini, c’è una sorta di freddezza che chiunque può percepire.
Annie Ernaux non ci racconta una storia incredibile, non parla di un personaggio avventuroso, fantastico o fuori dagli schemi. Il padre è un uomo comune, umile e dignitoso, nella cui vita non accade niente di particolare. Semplicemente, lei lo vede con altri occhi man mano che il divario che si forma tra un ceto sociale e un altro aumenta. E ogni storia vale la pena di essere raccontata (mi viene da pensare a Stoner).

Non ho letto altro della Ernaux, ma mi sembra di capire i suoi romanzi siano tutti, o comunque in gran parte, autobiografici, quindi, dato che la cosa m’incuriosisce e il suo stile mi è piaciuto, cercherò altri suoi libri. Non ho ben capito a cosa si riferisca il titolo: qual è il posto? Quello in cui viveva il padre, il posto delle sue origini a cui la voce narrante torna col cuore quando lui muore? Voi, se lo avete già letto che interpretazione date a questo titolo?

Se invece non lo avete ancora letto, cogliete l’occasione! Buona lettura!

Titolo: Il posto
Autore: Annie Ernaux
Traduttore: Lorenzo Flabbi
Genere:
 Romanzo autobiografico
Anno di pubblicazione:
 1983 (2014 questa edizione)
Pagine: 114
Prezzo: 10 €
Editore: L’Orma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena

“Faber” di Tristan Garcia

Era fatto così: ricostruiva tutto ciò che amava
con mattoni di odio e di rabbia,
per ritrovarcisi prigioniero, alla fine, da solo.

 

cover_faber_webCome saprete, sono una lettrice onnivora e instancabile, tanto che da qualche anno non riesco più a leggere un solo libro alla volta. Questa pila di libri cominciati sul mio comodino è il motivo principale per cui spesso vado molto lenta nella pubblicazione delle varie recensioni, se leggessi come le persone normali sarei molto più rapida, ma dobbiamo accontentarci. Metteteci anche che ogni tanto mi vengono botte di sonno allucinanti, attacchi di stanchezza micidiale e momenti di scarsa concentrazione, e allora non ne usciamo più. Ma ecco, oggi vi parlo di un libro che ho finito ieri e che, pur essendo molto particolare (o forse proprio per questo), mi è piaciuto molto.
Si tratta di Faber, del francese Tristan Garcia, pubblicato da NN Editore lo scorso 22 settembre con una bella traduzione di Sarah De Sanctis. L’autore del romanzo oltre che scrittore è anche filosofo, quindi immaginate un romanzo pieno di spunti di riflessione, di passaggi importanti e di riferimenti che, però, come dice la traduttrice nella nota finale, il lettore non francese potrebbe non cogliere. Ma la storia creata da Garcia, con il suo ritmo non lineare e quel sapore di “mito”, ci coinvolge e ci tiene attaccati alle pagine.

Faber – Mehdi Faber, in realtà, ma si fa chiamare solo col cognome – è sempre stato bellissimo, occhi scuri, riccioli neri, un’aria da essere superiore, sempre popolare e al di là di ogni cosa terrena. Fin da bambino è stato più maturo degli altri, ha affascinato e intimorito i suoi compagni e i suoi amici. Faber è un ragazzo di origini magrebine che arriva nel paese fittizio di Mornay a 8 anni, non ha più i genitori e viene adottato da una coppia non troppo giovane che lo ama molto. A scuola crea un legame molto forte con Madeleine e Basile, due ragazzini che sembrano un po’ timidi e in balia dei vari bulletti, e quest’amicizia andrà avanti anche man mano che i tre cresceranno. Ma Maddie e Baz non esistono senza Faber, è lui il centro del gruppetto, quello intorno al quale ruotano le loro vite: lui li ammalia, loro lo seguono in tutto senza porsi domande.
Ma se Faber, dal latino, può voler dire “fabbro, creatore”, nella realtà il nostro protagonista è un distruttore: ha la capacità di rovinare tutti coloro che entrano in contatto con lui, di annientare legami, quasi come se fosse un dio cattivo (lui in realtà pensa di essere il diavolo) ha delle manifestazioni di malvagità che impressionano chi gli sta accanto. Ma amici e familiari gli vogliono molto bene e lo proteggono, sempre e comunque. Almeno fino a quando non riemergono dal sogno e decidono che basta così.

C’era qualcosa di naturale nel suo modo di essere una cosa a parte.

Tutta questa storia, adesso, immaginatela intrecciata alla filosofia, alla politica degli anni Novanta (perché è il periodo in cui il protagonista è un adolescente e inizia ad essere cosciente di quello che accade), alle sette che credono in entità oscure, a una sorta di magia “nera” in tutti i sensi – Estelle, una ragazza bellissima dalla pelle scura, si ritiene un po’ strega e con una specie di rituale permette a Faber di ricordare cose che la sua testa vuole rimuovere. Pensate alle ribellioni giovanili, alle occupazioni dei licei, a ragazzi che iniziano a occuparsi di politica con un fervore che si può avere solo a quell’età, quando ti lasci trasportare dall’entusiasmo e dai tuoi ideali senza essere troppo diplomatico. Ecco, lì c’è Faber, è quello che tutti seguono.
Come ho detto prima, Garcia racconta questa storia come se si trattasse di un mito. Nelle scuole, dopo che Faber è andato via, si parla ancora di lui, di quell’ex studente magnifico sotto tutti i punti di vista, un essere leggendario che chiunque vorrebbe emulare. Basile ha scritto parti di un romanzo su di lui e sull’amicizia che lo legava a lui e a Maddie e a cosa è successo dopo che si sono divisi. La vicenda è narrata seguendo i periodi principali della vita del protagonista (l’infanzia, l’adolescenza) ma con il presente che continuamente cerca di intrufolarsi per collegarsi al passato. Ne viene fuori una sorta di puzzle che si va ricomponendo da solo man mano che si va avanti nella lettura: ogni pezzo va al suo posto e ogni rapporto di causa ed effetto viene spiegato.

Nei primi giorni in cui l’ho letto sono andata ad un ritmo abbastanza lento, ma questo libro, in parte autobiografico, va lento con poche pause, perché secondo me c’è la possibilità di perdere qualcosa. Ma come ho già detto, sono una lettrice iperattiva che ama saltellare da un libro all’altro e ormai credo di non essere più in grado di tornare indietro. Comunque, credo di non aver perso il filo del libro, anzi!
E non l’ho ancora detto perché ho voluto dare più importanza al romanzo, ma anche questo mi ha conquistato per l’immagine di copertina che, lo si capisce dopo averlo finito, fa pensare a Faber, Baz e Maddie e all’intreccio delle loro vite.

Buona lettura!

Questo libro è per chi ama osservare le sfumature bianco argento del fuoco, per chi ascoltava gli Smashing Pumpkins negli anni Novanta, per chi da bambino ha inventato un codice segreto per sfuggire ai nemici, e per chi crede che il futuro sia più antico del passato e che l’adolescenza sia l’ultima libertà che ancora abbiamo.

Titolo: Faber
Autore: Tristan Garcia
Traduttore: Sarah De Sanctis
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 22 settembre 2016
Pagine: 400
Prezzo: 19 €
Editore: NN Editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


Tristan Garcia è nato a Tolosa nel 1981. Ha studiato Filosofia alla École Normale Supérieure di Parigi. È autore di diversi romanzi, tra cui La parte migliore degli uomini pubblicato in Italia nel 2011 da Guanda, Le Saut de Malmö et autres nouvelles, Les Cordelettes de BrowserMémoires de la jungle, Faber e 7, vincitore del Prix du Livre Inter 2016, pubblicati in Francia da Gallimard.

Pagina 69: “Sul soffitto” di Éric Chevillard

Sul soffitto è un romanzo dell’autore francese Éric Chevillard scritto nel 1997 e pubblicato nel 2015 in Italia da Del Vecchio con una traduzione di Gianmaria Finardi, che ha compiuto un’opera coraggiosissima. Il testo, infatti, penso che avrebbe fatto impazzire chiunque, perché stiamo parlando di un libro complicato sotto tutti i punti di vista. Il linguaggio è particolare, la narrazione, in prima persona, è piena di voli pindarici, di frasi che s’interrompono per seguire il pensiero di chi parla, di sperimentazioni.

La storia, invece, è ancora più particolare: il protagonista da piccolo, su consiglio del medico, ha iniziato a tenere una sedia sulla testa per correggere la sua tendenza a stare curvo, e poi da lì è arrivato all’età adulta sempre con la sua sedia addosso. Metafora della diversità, quest’uomo si sente, appunto, diverso dagli altri, ma migliore di loro, e così conosce altre persone che sono altrettanto stravaganti a modo loro: un ex gruista, una donna che racconta fiabe ai suoi bambini mai nati che continuano a crescerle dentro, e altre varietà umane. Ma la sua stravaganza non impedisce al protagonista di condurre una vita normale. Egli infatti riesce perfino a trovarsi una fidanzata, Méline, che lo accetta per com’è, pure quando negli incontri fisici lui vuole tenersi sempre la sua sedia sulla testa. Ed è proprio Méline che, all’insaputa della sua famiglia, ospita la comunità di persone stravaganti nella sua casa, ma con una particolarità: questi sette individui vivono sul soffitto, a testa in giù, ché tanto poi il sangue arriva anche meglio al cervello. Esattamente come nella copertina, tanto che il lettore è portato ad acchiappare il libro tutte le volte al contrario.

Odio dirlo, perché è una frase fatta e sa di lettore snob, però qua bisogna ribadirlo per forza come avvertenza: non è un libro per tutti, si può cadere facilmente nella confusione e ci si può perdere, nonostante il libro non sia un volumone. Però ne vale la pena, perché capirete di non aver mai letto nulla del genere, è spiazzante, quindi se siete appassionati di tutto ciò che è “diverso” dall’ordinario Sul soffitto fa decisamente per voi.
Io comunque vi lascio un assaggino per farvi un’idea, ma siccome mi è risultato impossibile prenderlo da pagina 69 (perché avrei tagliato a metà una frase lunghissima senza un punto) è un estratto a metà tra pagina 68 e 69. Buona lettura!

IMG_20160625_121555Una precisazione necessaria: non sono per niente soggetto a manie di persecuzione, credo che i rondoni non siano incaricati di sorvegliarmi, che il Sole non sia un proiettore puntato sulla mia persona, che non sia perché pensa a me che la tigre ha fame, piuttosto soffrirei di questa indifferenza della natura nei miei confronti, e delle cose stesse che non afferrano mai la mano che tendo loro, ma sembrerebbe, al di là dei dissidi irriducibili che alterano i rapporti fra gli uomini, che l’accordo sia stato raggiunto su un punto, con una bella unanimità tanto improbabile, attorno a me, contro di me, tacitamente, che sia in verità un dovere per ognuno applicarsi a rovinare la mia tranquillità, il solo ideale che unisca, rovinare la mia tranquillità, l’opera comune che suggella la riconciliazione tra i popoli, tra i sessi, tra le età, l’ingiunzione irresistibile, l’unica legge senza oppositore né contraddittore, come se questa fosse proprio la condizione prima di qualsivoglia progresso, innanzitutto rovinare la mia tranquillità, impresa per cui i volontari non sono mai mancati, molto numerosi e zelanti, non retribuiti, alla quale si sono dedicati anima e corpo, e di buon cuore da sempre, con successo, devo riconoscerlo, e il cui accanimento non si allenta, anzi poiché la Forza Pubblica se ne immischia ora come se la sua missione di mantenimento dell’ordine le imponesse tanto per cominciare di rovinare la mia tranquillità, come se il mondo non dovesse conoscere alcun riposo finché mi godessi anch’io la tranquillità.

“Sul soffitto”, Éric Chevillard, 1997
trad. Gianmaria Finardi, Del Vecchio, 2015,
144 pp., 14 €


Éric Chevillard – Nato nel 1964 a La Roche–sur–Yon, è uno dei più interessanti e originali scrittori francesi. Ha ideato il blog letterario L’Autofictif, molto seguito e discusso in Francia. Ha scritto moltissimi romanzi, tra cui i più famosi sono Mourir m’enrhume, 1987; Le Caoutchouc décidément, 1992; La Nébuleuse du crabe, 1993; Le Vaillant petit tailleur, 2004; Démolir Nisard, 2006; Sans l’orang–outan, 2007; Dino Egger, 2011; Le Désordre azerty, 2014, aggiudicandosi numerosi premi, tra cui il PRIX FÉNÉON, il PRIX WEPLER, il PRIX ROGER–CAILLOIS, il PRIX VIRILO e il PRIX ALEXANDRE–VIALATTE. Nel 2013, inoltre, la traduzione di uno dei suoi primi romanzi, Préhistoire (1994; Prehistoric Times), si è aggiudicata il BEST TRANSLATED BOOK AWARD, premio statunitense assegnato dalla rivista «Open Letters» e dall’università di Rochester. Quasi tutti i romanzi sono pubblicati, in Francia, dalla casa editrice Minuit, famosa per la sua attenzione agli autori di letteratura sperimentale.

“Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau. Riflessioni sul suicidio” di Madame de Staël

13123215_10208345616229426_6919910396632423438_oOggi vi parlerò di un libro a cui ho dovuto dedicare un po’ di tempo in più rispetto agli altri. Me lo sono portato in viaggio una decina di giorni fa, ma sono riuscita a leggere solamente parte dell’introduzione. No, non era un testo da affrontare a singhiozzo, quindi l’ho letto per bene e concluso quando sono rientrata a casa. Non è un romanzo ma un saggio, o meglio, una raccolta di due saggi di Madame de Staël pubblicata da Bibliosofica con una nuova traduzione più moderna di Andrea Inzerillo e a cura (e con un’introduzione) di Livio Ghersi.

Madame de Staël, nata Anne-Louise Germaine Necker, nacque a Parigi il 22 aprile del 1766 e visse in anni molto importanti dal punto di vista storico: vide la Rivoluzione Francese, il periodo del Terrore, il Direttorio, l’ascesa al potere di Napoleone, l’impero napoleonico e poi la restaurazione dei Borbone. Era una persona molto colta, sua madre Suzanne nello specifico teneva a Parigi un salotto frequentato da persone di rilievo in campo letterario, artistico e politico in cui ogni tanto si vedevano personaggi come Diderot; lei, piccolina, stava seduta su uno sgabello accanto alla mamma, e ascoltava attentamente imparando l’arte della conversazione. Non era particolarmente bella, e il fatto stesso che si sposò quasi ventenne era forse un segno del suo aspetto fisico (di solito le ragazze prendevano marito intorno ai sedici anni). Ma se esteriormente non colpiva, interiormente era dotata di grande cultura e capacità critica, caratteristiche che nella vita le causarono qualche problema.

Germaine era prima di tutto una donna e le donne, in quegli anni, non dovevano impicciarsi in ambiti che non erano di loro competenza, come la politica: per questi motivi ebbe un rapporto conflittuale con la madre che invece stava sempre al suo posto. Fu sicuramente una donna diversa dalle altre, perché l’essere nata in una famiglia facoltosa le permise di godere di diversi privilegi, ma era pur sempre una donna. Faceva suo il meglio del pensiero dell’Illuminismo, si sentiva parte della specie umana e credeva nel miglioramento costante dell’umanità, parlava alla Francia e all’Europa ma non venne mai considerata francese per via delle sue origini svizzere.
Napoleone, in particolar modo, fu uno dei più colpiti dalla critica di Madame de Staël, tutto ciò che lei scriveva gli risultava sgradito. Viaggiò molto – anche in Italia, in cui decise di ambientare Corinne ou l’Italie e in cui scrisse un importante contributo Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni – e fu molto perseguitata. Sposò il barone de Staël-Holstein e amò anche altri uomini, nel 1803 fu interdetta da Parigi dove potè ritornare solo dopo la fine dell’impero napoleonico (e dove morì il 14 luglio del 1817).

Bibliosofica ha pubblicato da pochissimo Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau. Riflessioni sul suicidio, un volumetto che racchiude due dei tre saggi che Madame de Staël pubblicò con l’editore francese Nicolle appena rientrata a Parigi nel 1816. Il libro, che si propone in primis di far conoscere meglio al pubblico questa figura così importante nel panorama storico-culturale europeo, è curato da Livio Ghersi che con una bella ed esaustiva introduzione ce la fa quasi riscoprire per poi lasciare la parola direttamente a lei al suo pensiero.
In Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau ( pubblicate nel 1788, dieci anni dopo la morte di Rousseau) cerca di riabilitare la memoria di questo grande autore che al momento della sua morte, nel 1778, veniva isolato e schernito dagli altri illuministi che davano seguito alla diceria che si fosse suicidato. Diceria a cui la stessa autrice diede credito. Madame de Staël (nome che mantenne anche dopo il divorzio) non ebbe molta fiducia nel pensiero politico di Rousseau ma di sicuro ne riconobbe lo spessore intellettuale.

Rousseau sognava, più che esistere, e i casi della sua vita avvenivano più nella sua mente che fuori di lui.

(…)

Si credeva destinato a soffrire, e non agiva contro il suo destino.

L’altro saggio, Riflessioni sul suicidio, invece, prese spunto da un fatto che aveva richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica: il suicidio del poeta von Kleist e della sua amante Henriette Vogel in Prussia il 21 ottobre 1811. Quando lo scrisse, nel 1812, comunque, si trovava particolarmente incline alla tristezza e molto depressa, stato d’animo che peggiorò ulteriormente quando nel 1813 suo figlio Albert, ufficiale dell’esercito svedese e non ancora ventenne, rimase ucciso in duello. In questo saggio affronta l’atteggiamento dell’essere umano di fronte alla morte, parlando del suicidio come di un atto compiuto da una persona consapevole di quel che fa e fisicamente in grado di realizzare il progetto di darsi la morte, ma è comunque un atto di egoismo, dal momento che il suicida restringe la propria visione del mondo a se stesso e non vede più tutto ciò che gli sta intorno. Questi pensieri rappresentano il frutto di una sorta di crisi mistica dell’autrice, che non fu altro che il riemergere della sua fede religiosa.

Nel mio percorso di studi mi è capitato diverse volte di incontrare qua e là Madame de Staël, specialmente per quanto riguarda il suo articolo sulle traduzioni, ma questo libro mi ha dato la possibilità di conoscerla meglio e credo che sia un ottimo strumento per chiunque volesse accostarsi ad un personaggio così importante e un po’ messo da parte negli ultimi tempi. Ve lo consiglio davvero!

Buona lettura!

Titolo: Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau. Riflessioni sul suicidio
Autore: Madame de Staël
Cura e introduzione: Livio Ghersi
Traduzione:
 Andrea Inzerillo
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 168
Prezzo: 12 €
Editore: Bibliosofica

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Un amore di Salinger” di Frédéric Beigbeder

I momenti in cui lo metteva alla prova erano orribili:
tutt’a un tratto gli veniva voglia di alzarsi e di tornare a casa da solo,
si sentiva uno spilungone di merda.

 

13086739_10208302571873344_7384869810611598429_oUn amore di Salinger è un libro dell’autore francese Frédéric Beigbeder uscito in Francia nel 2014 col titolo Oona & Salinger e pubblicato in Italia da Mondadori il 12 aprile 2016 con una traduzione di Giovanni Pacchiano. L’ho comprato qualche giorno fa perché improvvisamente diversi miei contatti hanno iniziato a parlarne e, mossa dalla curiosità, mi sono detta che dovevo leggerlo anch’io. Nonostante non mi sia ancora dedicata all’opera omnia di J. D. Salinger, devo dire che è un autore che mi ha sempre affascinata molto, ho amato, tra le altre cose, Franny e Zooey e ancor di più Il giovane Holden, che fino a questo momento ho letto solo tre volte e che conto di rileggere presto o tardi, perché mi sono accorta che ogni rilettura me lo fa vedere sotto una luce diversa. Ma ciò che mi incuriosisce più di tutto il resto è la vita vera di questo scrittore, le sue esperienze, il fatto che dal 1965 non pubblicò più niente e che si ritirò nella sua solitudine a Cornish fino al 2010, anno in cui morì (molti non se ne davano più pensiero, credevano fosse già morto da tempo).

Oona O’Neill (Warwirck, 13 maggio 1925 – Corsier-sur-Vevey, 27 settembre 1991)

Il titolo italiano del libro di cui vi parlo oggi è abbastanza romantico, ma quello originale in francese è più esplicativo. Un amore di Salinger, infatti, è una sorta di ricostruzione romanzata della relazione che Jerry Salinger ebbe con Oona O’Neill, figlia del premio Nobel Eugene O’Neill e, più tardi, moglie di Charlie Chaplin. Nel 1941 lei aveva solo 14 anni ed era una delle tre ragazzine (con Carol Marcus e Gloria Vanderbilt) che gravitavano intorno a Truman Capote, mentre lui a 21 anni stava cominciando a scribacchiare racconti che uscivano sulle riviste; lei si comportava (chissà se lo era davvero) da bambina ribelle, sempre in lotta contro un padre assente ma duro, lui era uno spilungone serio e maturo. Molte cose non le possiamo sapere perché alla fine lo stesso Beigbeder confessa che né i Salinger, né i Chaplin gli hanno mai dato la possibilità di leggere la corrispondenza tra Jerry e Oona, quindi possiamo solo immaginare, farci domande e seguire il filo logico dell’autore che inventa una storia verosimile – ma non vera, attenzione! – su questi due ragazzi che vissero una breve e casta storia d’amore o un’infatuazione. Si amavano? Chi lo sa. Di sicuro il fatto che lei fosse figlia di un grande scrittore ebbe una parte molto importante nell’ossessione di Jerry per Oona, almeno per come ne parla Beigbeder sembra essere così.

Jerome David Salinger (New York, 1º gennaio 1919 – Cornish, 27 gennaio 2010)

Beigbeder, in questo libro che sta a metà tra il romanzo e la saggistica (perché sì, oltre alla parte inventata c’è una cornice storia vera), ci racconta che Oona e Jerry si conobbero in un locale, lo Stork, e che si frequentarono per un po’ di tempo. Poi lui dovette partire per la guerra e fu un’esperienza che lo segnò nel profondo, tanto che – sembra – in tutta la sua produzione si sente l’eco di ciò che fu costretto a vedere e subire in quegli anni: lo sbarco in Normandia, la liberazione dei campi di concentramento, corpi di ebrei ammassati e corpi di soldati che esplodevano davanti a lui.
[E qui faccio una piccola parentesi: sono da sempre convinta che prima di leggere un determinato autore ci si debba informare sulla sua vita, perché sicuramente le sue vicende personali sono rintracciabili nei suoi scritti e, anzi, ci aiutano a capirli meglio. Chiusa parentesi.]
Nel frattempo Oona, diciottenne, conobbe Charlie Chaplin (all’epoca 53 anni), e dopo poco tempo, contro l’opinione pubblica, lo sposò. Salinger, saputa la notizia, le scrisse diverse lettere piene di rancore, in cui addirittura la sbeffeggiava per la sua scelta e offendeva Chaplin, un vecchio a cui interessava la carne fresca. In realtà tutto ciò è paradossale perché lo stesso Salinger, poi, passerà la vita a cercare donne parecchio più giovani di lui, come saprete se avete letto le biografie su questo autore o se anche avete visto il documentario del 2013 di Shane Salerno. Comunque Oona trascorse anni felici con suo marito, ebbe ben otto figli e, rimasta vedova, sentì moltissimo la mancanza del suo Tramp. E questo è tutto reale. Quello che non è reale, invece, ma solo perché la verità è nascosta, è che secondo Beigbeder Jerry e Oona si scrissero anche quando lei era sposata, e dopo la morte di Chaplin s’incontrarono in un caffè per vedersi un’ultima volta.

Oona e Charlie Chaplin nel 1944

Un amore di Salinger è una lettura piacevole, almeno fino a un certo punto. Sono piacevoli le incursioni dell’autore che si tiene sempre in bella vista, per darci l’idea che lui sta lì a raccontarci la storia, non tenta di nascondersi dietro le parole, anzi fa diversi parallelismi tra quegli anni e il nostro mondo attuale. Il suo voler fare il simpaticone, però, a lungo andare stanca, pecca di eccessiva piacioneria, e non perché una biografia di questo tipo debba essere seria, ma credo abbia un po’ perso il senso della misura.
Detto questo, ci sono diverse parti belle. Quelle che, personalmente, ho preferito sono il capitolo sull’incontro con Ernest Hemingway (che ve lo dico a fare? lo sapete che ho una passione sfrenata per lui), conosciuto durante l’avanzata dalla Normandia verso la Germania, dove lui era corrispondente di guerra da Parigi, e con cui rimase poi in contatto epistolare, e le parti su Charlie Chaplin. Se da questo libro si evince che Salinger non potesse soffrire Charlie Chaplin, Beigbeder ne parla sempre con grande tenerezza, ci si arriva quasi a commuovere leggendo le descrizioni di quest’uomo ormai vecchio che sembra vergognarsi di amare una ragazzina e di essere amato da lei, di un uomo che ha finalmente trovato la sua anima gemella e che con lei ne passò di tutti i colori: nel 1952, mentre partito con la sua famiglia per una vacanza in Europa, gli Stati Uniti, considerandolo antiamericano, decretarono che non era più idoneo e non sarebbe più potuto tornare indietro. Per questo motivo si stabilì in Svizzera e tornò in America solo nel 1972 quando andò a ritirare il premio Oscar alla carriera e fu protagonista della più lunga standing ovation nella storia dell’Academy Awards.

Ho dato a Un amore di Salinger tre stelline perché è un bel libro, ma mi aspettavo qualcosa di diverso. Confesso che a penalizzarlo è anche l’ultima parte, in cui Beigbeder parla della sua relazione con la compagna Lara e, onestamente non ho capito che cosa c’entri, mi sembra abbastanza fuori luogo.

Buona lettura!

Titolo: Un amore di Salinger
Autore: Frédéric Beigbeder
Traduzione:
 Giovanni Pacchiano
Genere:
 Romanzo/Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2014 (12 aprile 2016 in Italia)
Pagine: 257
Prezzo: 19 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota


Frédéric Beigbeder è nato a Neuilly-sur-Seine nel 1965. Scrittore e critico letterario, è noto all’opinione pubblica francese per le sue posizioni provocatorie. Ha scritto numerosi romanzi, tutti di spunto autobiografico, che hanno ottenuto un ampio successo di pubblico e di critica. In Italia sono già stati pubblicati Lire 26.900 (Feltrinelli 2001), L’amore dura tre anni (Feltrinelli, 2003) e Windows on the world (Bompiani, 2004).

#LeggoNobel | “Lo straniero” di Albert Camus

In fondo non c’è idea cui non si finisca per fare l’abitudine.

 

3144077-9788845277634Conoscevo Albert Camus, premio Nobel per la letteratura 1957, già con La peste e L’uomo in rivolta: il primo, anni fa, lo amai tanto, il secondo, abbastanza difficile e filosofico, mi ha confusa fin troppo quando l’ho letto qualche mese fa con il gruppo di lettura Scratchmade gestito da Maria Di Biase. Per la terza “puntata” di #LeggoNobel, che vedeva come protagonista questo grande autore, scelto dal pubblico tramite votazione (era arrivato secondo dopo la Munro nella tripletta proposta), abbiamo scelto di leggere Lo straniero, un libro che, se all’inizio ci ha po’ fatto storcere il naso per il carattere del protagonista, alla fine ha fatto sì che il messaggio di Camus passasse.

Meursault è un uomo di origine francese che vive ad Algeri. La storia comincia con la morte della madre in un’ospizio che si trova fuori città, un luogo che deve raggiungere per partecipare ai funerali. Fin dai primi momenti si capisce quanto Mersault sia indifferente alle emozioni: non gli interessa vedere la madre morta, non prova tristezza, anzi considera l’evento – che dovrebbe essere triste per tutti – come un intoppo, qualcosa che gli impedisce di condurre la sua vita normale. Ma, per fortuna, si tratta solo di pochi giorni, poi potrà tornare a lavorare ad Algeri. Dopo il funerale incontra una sua ex collega, Marie, con cui intreccia una relazione amorosa, anch’essa arida, almeno per lui. Lei lo ama e vorrebbe sposarlo, ma lui prova solo desiderio fisico, nient’altro.
Un giorno si trova, quasi senza accorgerne, a commettere un delitto. Verrà messo in prigione e sottoposto ad un processo (la parte più bella del libro), in cui più che l’omicidio sembra si stia giudicando la sua indifferenza nei confronti del mondo.

Ognuno dei capitoli iniziali di questo romanzo sembra affrontare l’indifferenza di Mersault verso un oggetto diverso. Vediamo che non gli interessa niente della famiglia e nello specifico della morte di sua madre, per lui è solo un contrattempo. Non gli interessa nemmeno l’amicizia, ad esempio con le persone che abitano nel suo palazzo o con i colleghi. L’amore, poi, è qualcosa di sconosciuto: è indicativa la scena in cui Marie gli chiede se la ama e se voglia sposarla e lui risponde che non sa, forse non la ama, ma se vuole possono sposarsi, tanto non è nulla di importante, se glielo chiedesse un’altra lui le direbbe la stessa cosa. Non gli importa nemmeno della vita, la vede come qualcosa di transitorio e insignificante; quando il capo gli propone di trasferirsi lontano per dirigere un nuovo ufficio, lui risponde che in fondo fa lo stesso, qui o lì, che tanto non si cambia mai di vita e tutte le vite si equivalgono. Ma al processo accade qualcosa: mentre tutti, più che l’omicidio commesso, sembrano condannare la sua freddezza, un sentimento emerge dal ghiaccio, e cioè la rabbia. Meursault si arrabbia, è furioso, e questo indica che sotto sotto anche lui deve avere un’anima.

Ciò che è inevitabile nella lettura de Lo straniero è un cambiamento di prospettiva da parte del lettore. Il punto di vista da cui è narrata la storia è quello del protagonista, ma se in un primo momento detestiamo lui e il suo nichilismo, dopo un po’ (circa a metà del romanzo) riusciamo quasi a comprenderlo, a capire le sue ragioni. Non si fa altro che ribadire quanto sia arido dentro, ma chi dice che questo non sia l’unico modo di salvarsi davvero? È consapevole che ogni avvenimento più o meno triste non ha praticamente nessun effetto su un mondo che continuerà sempre ad andare avanti. Ogni cosa brutta verrà dimenticata, ogni crimine verrà superato e ogni pagina verrà voltata. Inevitabilmente. A che serve strepitare tanto, se poi tutti verremo dimenticati? Le emozioni, soprattutto quelle forti, i legami, i sentimenti ci danno l’impressione di vivere davvero la nostra vita, ma secondo me tutti abbiamo pensato almeno una volta che il non provare nulla in un certo senso ci preservi e ci tenga al sicuro dai crolli. Poi magari non riusciamo a farlo, perché questo non è un comportamento che ci possiamo autoimporre di adottare ma, specialmente dopo qualche duro colpo, abbiamo fatto tutti una riflessione del genere.

Forse nemmeno allo stesso Camus piaceva tanto il suo protagonista, oppure sì, chi può saperlo? Fatto sta che Lo straniero è un romanzo geniale che ci permette di vedere le cose da una prospettiva diversa, se ci lasciamo trasportare dalle parole. Perché credo che per capire appieno un libro, e il messaggio che mediante questo un autore vuole trasmettere, ci si debba immergere completamente nella storia, lasciando da parte i giudizi, le antipatie e i preconcetti.
Sono sicura che molti di voi lo avranno letto. Ma mi rivolgo a tutti, anche a chi non lo ha mai letto: che cosa ne pensate di un comportamento del genere? Mi piacerebbe discuterne insieme.

Intanto, se vorrete partecipare alla nostra prossima lettura di gruppo, iscrivetevi all’evento #LeggoNobel: affronteremo seguendo delle tappe Auto da fé di Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura 1981. Vi aspettiamo!

Buona lettura!

Titolo: Lo straniero
Autore: Albert Camus
Traduzione:
 Sergio Claudio Perroni (Introduzione di Roberto Saviano)
Genere:
 Romanzo filosofico
Anno di pubblicazione:
 1942 (questa edizione 2015)
Pagine: 157
Prezzo: 12 €
Editore: Bompiani

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena