In breve: “La casa delle belle addormentate” di Yasunari Kawabata

Per i vecchi che pagavano quel denaro, giacere
accanto a una ragazza così rappresentava una gioia senza pari.
Poiché lei non apriva mai gli occhi, i vecchi non avvertivano
nessun complesso d’inferiorità, veniva loro concessa
illimitata libertà nelle fantasie e nei ricordi sessuali.

 

downloadA noi di #LeggoNobel Bellezza e tristezza era piaciuto così tanto che abbiamo pensato di approfondire la conoscenza di Yasunari Kawabata leggendo un altro suo romanzo, La casa delle belle addormentate, famoso tra le altre cose per essere stato d’ispirazione per Memoria delle mie puttane tristi di Gabriel García Márquez. Abbiamo sfruttato un po’ di giorni di questo luglio, dato che adesso siamo ufficialmente fermi per una pausa estiva, in vista della lettura di Faulkner a settembre.
Come dice il titolo stesso, la vicenda si svolge principalmente in una sorta di casa d’appuntamenti in cui sono soliti andare uomini abbastanza avanti negli anni per giacere con ragazze bellissime ma addormentate. La donna prende un sonnifero molto forte e il vecchio che la raggiunge nella stanza la trova già addormentata: deve prendere anche lui un sonnifero (meno potente) e appisolarsi accanto a lei. Ma le regole sono chiare, non bisogna approfittare delle ragazze, neppure infilare loro le dita in bocca. Semplicemente si va lì per dormire insieme. Ovviamente non si può andar lì molto spesso perché nessuno vuole prendersi la responsabilità di dare troppe volte di fila a degli anziani un sonnifero che potrebbe destabilizzarli e far loro del male.

In questo libro sembra mancare una storia, una trama solida, però l’attenzione è tutta concentrata sulle reazioni e sui pensieri del protagonista Eguchi, 67 anni, quando si trova in questa casa. Inizialmente vi si reca perché, ormai vedovo ma ancora sessualmente attivo, vuole misurarsi con la sua vecchiaia, ma capisce che quegli incontri gli servono a rivivere il suo passato, a fargli rivivere la vita sentimentale che ormai si è lasciato alle spalle.
I giapponesi hanno una sensibilità diversa dalla nostra, non minore o maggiore, semplicemente diversa, e probabilmente danno molta attenzione a quelle che per noi sono sottigliezze. Ad esempio, in questo romanzo brevissimo, Kawabata, quasi con una delicatissima pennellata, cerca di raffigurare quello che in un certo contesto e ad una certa età è la sensualità: qualcosa che non sta necessariamente nell’incontro carnale (anche perché tra un uomo così vecchio e una ragazza così giovane potrebbe risultare ridicolo), ma anche nella contemplazione di una bellezza dormiente. Come dice nella postfazione Yukio Mishima, «è una cosa assai rara in letteratura rendere con tale vivezza il senso di una vita individuale mediante la descrizione di figure dormienti».

La casa delle belle addormentate è davvero breve, si legge in un paio d’ore ma, purtroppo, a parte un sapore orientale, i colori del mondo dagli occhi a mandorla, ci lascia davvero poco. Ma, come ho già detto, forse è perché siamo troppo occidentali per cogliere certi particolari che per loro hanno maggiore rilevanza.
Buona lettura!

Titolo: La casa delle belle addormentate
Autore: Yasunari Kawabata
Traduttore: Mario Teti
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1961 (2001 questa edizione)
Prezzo: 9,50 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienasmezzasvuotasvuotasvuota

#LeggoNobel | “Bellezza e tristezza” di Yasunari Kawabata

Non solo non desiderava dimenticarlo,
ma viveva aggrappata alla memoria di lui.
Temeva, anzi, di svuotarsi completamente dimenticandolo,
di diventare null’altro che l’involucro di se stessa.

 

cover-1Nel mese di giugno il gruppo di lettura di #LeggoNobel ha affrontato il primo autore giapponese vincitore del premio Nobel per la letteratura (precisamente nel 1968), Yasunari Kawabata. Il libro che abbiamo scelto di leggere insieme è stato Bellezza e tristezza, un romanzo che affronta diverse tematiche, ma che lo fa con la delicatezza tipica degli orientali e, allo stesso tempo, con grande intensità. Per quanto mi riguarda, Kawabata è stato una grande scoperta e mi sembra di capire che sia stato così anche per altri membri del gruppo di lettura, tanto che, per ingannare il tempo durante la pausa estiva, abbiamo deciso di approfondire questo autore e leggere dall’11 luglio un suo secondo romanzo (una sorta di #LeggoNobel non ufficiale), cioè La casa delle belle addormentate, che ha ispirato il (forse) più famoso Memoria delle mie puttane tristi di Gabriel García Márquez.

Ma torniamo a Bellezza e tristezzaOki è un uomo sulla cinquantina, scrittore ormai affermato, con una moglie e due figli grandi. Quando aveva circa trent’anni (e già era sposato) si è innamorato di Otoko, all’epoca sedicenne, che è rimasta incinta e ha partorito una figlia morta. La madre ha deciso di lasciare Tokyo con la figlia e di trasferirsi a Kyoto, dove nessuno le conosce e sa dei loro trascorsi, anche perché l’uomo nel frattempo ha scritto un romanzo, La sedicenne, in cui racconta la sua storia con Otoko, quindi sono venuti a saperlo tutti. Ma Otoko non ha più incontrato nessun uomo, non si è sposata e oggi, a circa quarant’anni, è un’artista molto apprezzata e vive in una sorta di tempio con una sua giovane allieva, Keiko, con la quale intrattiene anche una relazione amorosa. Oki non ha mai dimenticato Otoko e dopo tanti anni decide di andare a Kyoto per sentire le campane il giorno di capodanno, sperando di incontrare il suo vecchio amore, ma lei si presenta insieme a Keiko, come per paura di restare da sola con lui. Keiko sa bene che nemmeno Otoko ha mai smesso di amare Oki e per questo è parecchio gelosa, così decide di architettare un piano per vendicare la sua amata maestra, anche a costo di coinvolgere la famiglia di Oki.

Scorse veloce il tempo. Per un uomo, tuttavia, lo scorrere del tempo non consiste forse in un’unica corrente, ma in correnti numerose e varie. Proprio come un fiume, il tempo nell’uomo scorre veloce in un senso e in altro senso più lento; ci sono anche dei punti dove il flusso è completamente fermo. Nel cielo il tempo scorre con una velocità uguale per tutti, mentre in questo mondo esso scorre in ciascuno di noi a un ritmo diverso. Non c’è uomo che riesca a scansare il tempo, il quale tuttavia scorre diversamente per ognuno.

Yasunari Kawabata (Osaka, 14 giugno 1899 – Zushi, 16 aprile 1972)

Si tratta sicuramente di una storia drammatica – già ce ne accorgiamo dalle prime pagine – in cui Kawabata tratteggia e approfondisce alla perfezione i caratteri dei personaggi, facendoci capire le ragioni di ognuno e facendoci percepire le loro sofferenze e i loro patimenti. Ma in un romanzo ci deve essere almeno un elemento disturbante, qualcosa che provochi il fastidio del lettore e che metta i bastoni tra le ruote ai protagonisti, e in questo caso l’autore ha inserito Keiko, l’odiosa, incomprensibile, gelosa e folle diciannovenne che causa guai un po’ a tutti.
Otoko e Oki invece ricordano entrambi il loro amore passato quasi come una cosa sacra, che non deve essere infangata in nessun modo, nello specifico lei cerca di dissuadere Keiko dalla sua vendetta, perché nonostante la perdita di sua figlia e del suo Oki le abbia causato molto dolore, capisce che non vale la pena provocare altri guai e farsi più male. E c’è anche la moglie di Oki, una donna tradita quando aveva circa trent’anni, che ha perdonato il marito ma che è stata costretta a convivere per tutta la vita con il fantasma di Otoko, presente nel cuore di Oki e nella mente di tutti a causa del libro La sedicenne.

Di questo libro, a parte le descrizioni di ambienti, paesaggi, arte e usanze tipicamente giapponesi come i campi di té, i tatami, i dipinti orientali con colori tenui, mi è piaciuto soprattutto il fatto che l’autore non si sia nascosto dietro quel velo di timidezza che caratterizza gran parte degli scrittori nipponici. Kawabata osa, non ha paura di chiamare le cose con il loro nome, parla di rapporti omosessuali, della nascita di una bambina morta, di perfidia, di tradimento e lo fa con una grande eleganza che stride con i temi trattati. È sicuramente un autore da conoscere, e questo libro è abbastanza breve, quindi per qualcuno che ha paura di rischiare può essere un buon inizio. Io, come vi ho già detto, leggerò insieme al gruppo di lettura #LeggoNobel un secondo romanzo, non solo per farmi un’idea migliore, ma anche per riuscire a collegarlo a Márquez, altro Nobel che affronteremo più in là.

Buona lettura!

Titolo: Bellezza e tristezza
Autore: Yasunari Kawabata
Traduzione:
 Atsuko Suga
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1965 (2007 questa edizione)
Pagine: 176
Prezzo: 10,50 €
Editore: Einaudi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Il gatto venuto dal cielo” di Hiraide Takashi

La sua risata sembrava chiedermi come potessimo
ritenere ancora un ospite qualcuno che era entrato
così dentro al nostro cuore e alla nostra casa.

 

13329319_10208535493096229_2627559363179214089_oIl gatto venuto dal cielo è un libriccino del 2001 dell’autore giapponese Hiraide Takashi, un breve romanzo che – si legge dalla quarta di copertina – è divenuto un caso editoriale e in Giappone  è addirittura oggetto di culto. Mi è stato regalato l’estate scorsa perché m’interessava, dato che parlava di gatti, ma il suo momento è arrivato solo adesso che mi serviva qualcosa di leggero da mandar giù. E in effetti leggero lo è, pure troppo, così leggero che lo dimentichi alla stessa velocità con cui lo hai letto: in un soffio.

I protagonisti sono una coppia di trentenni il cui matrimonio non va proprio benissimo, sembrano non avere più dialogo, vivono nella noia assoluta quando un giorno entra nelle loro vite una gattina bianca che appartiene ad un bambino loro vicino di casa, ma che fa il giro praticamente di tutto l’isolato. Man mano che passano i giorni i due non solo imparano a conoscere Chibi (la gatta), ma iniziano anche a parlare di più tra loro, e la micia almeno all’inizio rappresenta il pretesto per rivolgersi la parola: oh guarda, eccola, che cosa le diamo da mangiare? dovremmo prepararle una cuccetta, e così via. Perché Chibi è sempre la benvenuta a casa loro, tanto che le hanno approntato una scatola che rappresenta la sua stanza, anche se in ogni caso lei non si fa prendere in braccio e non è particolarmente coccolona. Poi però le cose cambieranno perché i due saranno costretti a cambiare casa e a lasciar andare Chibi (non solo per il cambio di casa), ma la gatta avrà compiuto la sua missione di insegnare loro l’amore e rinsaldare il loro legame.

Questo libro è tipicamente giapponese nel senso che i sentimenti e le emozioni sono affrontati con molta delicatezza e con grande spiritualità. Chibi lascia un segno molto forte nel cuore dei protagonisti, li aiuta a colmare i silenzi dentro cui sembrano affogare e ad innamorarsi di animali così belli, tanto che poi il narratore confessa che prenderanno altri gatti, ma nessuno sarà mai come quella micia così speciale che è passata dalle loro vite per poco tempo. Nonostante questo, dopo la lettura non resta praticamente nulla. Ci sono punti particolarmente poetici e questo bisogna riconoscerlo a Takashi, ma per chi conosce bene i gatti credo che porti completamente fuori strada. Chibi rappresenta un input per la coppia, nel senso che i due si avvicinano per decidere come rapportarsi a lei, ma tra loro e la gatta non si avverte questo grande legame che uno si aspetterebbe: lei semplicemente entra in casa, mangia, sonnecchia, gioca con una pallina e se ne va, punto.

Il fatto che il loro matrimonio sia in caduta libera, poi, non è nemmeno testimoniato dalla narrazione di alcun antefatto, ne sono venuta a conoscenza perché è scritto sulla quarta di copertina, altrimenti non si sarebbe capito nulla. E immaginate quanto deve essere interessante un romanzo in cui si narra di due tizi che conoscono una gatta e s’interrogano su cosa darle da mangiare o sul modo di farla entrare in casa senza che riescano ad entrare anche tutti gli altri animali del giardino. Capirete bene che non mi è sembrata alta letteratura e che sebbene leggere un (qualsiasi) libro non sia mai una perdita tempo, questo me lo sarei anche potuto risparmiare. E sorvoliamo pure sull’ennesimo refuso che trovo in Einaudi: Le sue ricerche si estendevano ad un’ARIA un po’ più vasta. Non  è brutto libro, è semplicemente scialbo, inconsistente. Però dato che mi ha lasciato basita sono andata a vedere se per caso a qualcuno fosse piaciuto e ho visto tra le tante recensioni in siti come Amazon che molti lo hanno trovato bellissimo, che mi pare eccessivo, ma comunque non si sa mai…

Buona lettura, se vorrete provarci ugualmente!

Titolo: Il gatto venuto dal cielo
Autore: Hiraide Takashi
Traduzione:
 Laura Testaverde
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 (2001) 2015 questa edizione
Pagine: 144
Prezzo: 18 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota

In breve: “Moonlight shadow” di Banana Yoshimoto

Prego con tutto il cuore che solo l’immagine della
ragazza che ero resti per sempre al tuo fianco.

Grazie di avermi salutato agitando la mano.
Grazie di avermi salutato agitando la mano
molte, molte volte.

 

41EjOEQvcwL._AA258_PIkin4,BottomRight,-42,22_AA280_SH20_OU29_Se avete poco tempo e volete leggere un romanzo leggero e che tocca il cuore, allora Moonlight shadow di Banana Yoshimoto è l’ideale. È uno degli ebook della collana Zoom Feltrinelli che ho preso l’anno scorso a 0,99 € e sono riuscita a leggerlo solo adesso. Solitamente questi libriccini li uso come intervallo tra le parti dei romanzi grandi. Ci ho messo un’oretta a leggerlo, di quanto è breve, ma mi è piaciuto molto.
La Yoshimoto, in questo romanzo che è la sua tesi di laurea ed è tratto da Kitchen, affronta il tema della morte e del distacco. La protagonista, Satsuki, un giorno ha perso improvvisamente il suo fidanzato Hitoshi e si trascina dietro il rimpianto di non avergli potuto dire addio. Il ragazzo è morto in un grave incidente mentre stava riaccompagnando a casa la ragazza di suo fratello Hiiragi, la dolcissima Yumiko, così Satsuki e Hiiragi si trovano soli a condividere questo grandissimo dolore: una ha perso il suo ragazzo, l’altro suo fratello e la sua fidanzata; una va a correre nel punto che le ricorda Hitoshi, l’altro continua ad andare a scuola con la divisa di Yumiko per ricordarla, e nessuno gli dice nulla perché tutti capiscono cosa prova.
Un giorno, però, spunta dal nulla Urara, una ragazza allo stesso tempo misteriosa e gioviale, che farà un grandissimo regalo a Satsuki, permettendole di chiudere (per quanto possibile) una ferita da troppo tempo aperta.

Ovviamente non è un libro per i lettori più sofisticati e la Yoshimoto sa benissimo di non essere una che scrive classici, ma a volte sorprende, perché magari in un determinato momento hai bisogno di qualcosa di diverso e lei te lo dà. Nella vita capita quasi a tutti di avere qualcosa in sospeso, in questo caso di non riuscire a dire addio (per vari motivi) a qualcuno che scompare improvvisamente dalla nostra esistenza non facendoci capire nemmeno perché. L’autrice cerca di dire che prima o poi il momento di mettere un punto arriva per tutti, solo che qui lo fa grazie ad una sorta di fenomeno atmosferico molto suggestivo, alle prime luci del giorno. Questo perché per quanto soffriamo dobbiamo comunque andare avanti, non possiamo restare aggrappati al passato perché ci perdiamo il futuro, e chi non c’è più di sicuro non vorrebbe questo.

Non è un libro che si ricorda a lungo, ma sul momento lascia delle belle sensazioni perché la storia si completa e infonde positività.

Titolo: Moonlight shadow
Autore: Banana Yoshimoto
Traduzione:
 Giorgio Amitrano
Genere:
 Romanzo breve
Anno di pubblicazione:
 2012
Dimensioni: 560 Kb, formato Kindle
Prezzo: 0,99 €
Editore: Feltrinelli – Collana Zoom

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“Un viaggio chiamato vita” di Banana Yoshimoto

coverUn viaggio chiamato vita è un libro di Banana Yoshimoto edito da Feltrinelli nel 2010. Non è un romanzo, anzi lo collocherei nel genere della saggistica. Mi è stato regalato quest’inverno e mi sono messa a leggerlo solo adesso perché funziona così: per prendere un libro in mano (ogni libro) e decidere di cominciarlo bisogna sentire l’ispirazione del momento.
La Yoshimoto ha scritto dei piccoli capitoletti di varia lunghezza (una, massimo quattro pagine) in cui racconta le sue impressioni sui viaggi che ha fatto o considerazioni varie su esperienze che ha vissuto in prima persona. Quelle sui viaggi sono più che altro nella prima parte e un po’ anche nella seconda. La terza invece si riferisce sostanzialmente alla sua vita privata: la morte del suo cane, la nascita del suo bambino, il rapporto coi genitori e con altre persone importanti che hanno incrociato il suo cammino di vita.
Devo dire che non mi è dispiaciuto affatto leggerlo, perché credo che offra molti spunti di riflessione, soprattutto per quanto riguarda la contrapposizione tra oriente e occidente, che l’autrice stessa sente in maniera molto forte. Ma la sente in negativo, perché sembra confessare (non lo dice chiaramente) ai lettori che i tantissimi viaggi che ha fatto per il mondo le hanno aperto la mente e le hanno permesso di capire quali sono i punti deboli del suo paese.
A tal proposito vi lascio un pezzo che mi ha colpita particolarmente e che si riferisce ad un suo viaggio in Sicilia, a Palermo, che è la mia città. Mi è piaciuto molto innanzitutto perché questa donna, asiatica e così lontana dal nostro modo di vivere, scende dall’aereo praticamente dall’altra parte del mondo e sembra introiettare fin da subito i sentimenti e le disposizioni d’animo di noi siciliani. In secondo luogo, pochi giorni fa sono andata a prendere in aeroporto una mia parente che veniva a trovarci da Roma e, ripensando alle parole della Yoshimoto, mi sono ritrovata a pensare, col sorriso sulle labbra, che vivo in un posto bellissimo e che chiunque venga qui se ne rende conto.

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Poco tempo fa, sono andata per la prima volta in Sicilia.

Siccome mi era stato detto da tutte le persone che conoscevano l’Italia che Palermo è una città pericolosa (persino alcuni italiani mi avevano detto che avrei fatto meglio a girare senza borsa, o con una borsa della quale non mi importava di essere derubata, e con dentro solo cose di scarso valore!), stavo in guardia più o meno come quando sono andata in Sud America. Ma nel momento stesso in cui ho messo piede a terra in aeroporto, mi sono resa conto che era tutto così bello che non mi importava più di niente. Il cielo azzurro e le montagne maestose. Di sera la strada che portava in città era bloccata dal traffico, ma nella luce di quel tramonto c’era una bellezza dimenticata, di cui avevo come nostalgia. La sensazione di pace quando la giornata volge al termine, la felicità di tornare a casa, e quindi la felicità di vivere in quella terra: doveva essere questo ciò che la gente provava. Era una bella serata. Quella sensazione mi aveva invaso il cuore. Circondati da quel sole e da quell’azzurro, è naturale che nasca quel gusto particolare per la ceramica azzurra e gialla. Quando la si trasferisce nell’umidità del Giappone, diventa fredda. Desideravo con tutto il cuore vivere in quella città, gustare il vino sul calar della sera, e mangiare insieme alle persone a cui voglio bene. Non erano tante le città che facevano scaturire in me simili pensieri. Senza contare che qualcuno del personale dell’albergo mi aveva detto che ultimamente furti e scippi erano diminuiti, e che ormai erano più pericolose Roma o Napoli.

Abbiamo passeggiato per la città, osservato strane chiese in cui diverse culture si mescolavano in modo bizzarro, ci siamo immersi nel silenzio dei chiostri, abbiamo partecipato ai festeggiamenti per la Pasqua, mangiato tra le risate, bevuto un po’ troppo, girato per i mercati. Le persone dei quartieri poveri si affacciavano alla finestra e mentre chiacchieravano si divertivano a guardare la strada. E gli immigrati osservavano in silenzio la loro fede, sotto quel cielo meraviglioso, chiaro nonostante fosse ormai sera.

Quel modo di vivere ha lasciato in me una sensazione che non dimenticherò facilmente. Ebbi l’impressione di vedere riconfermata la formula “questa è la vita che fa per me”. Perché in Giappone questo non succede? mi sono chiesta.

 

Tramonto da Capaci, foto di Rodolfo Castronovo

 

Titolo: Un viaggio chiamato vita
Autore:
 Banana Yoshimoto
Traduzione:
 Gala Maria Follaco
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2010
Pagine: 192
Prezzo: 13 €
Editore: Feltrinelli

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota

“Io sono un gatto” di Sōseki Natsume

EDGT4228gQualche settimana fa sono passata in libreria per partecipare ad una lettura dei brani, secondo noi, più belli di Gabriel García Márquez e non sono riuscita ad uscirne a mani vuote. La mia attenzione è stata attirata da un libro sulla cui copertina era disegnato un gatto intento a guardare un uccello (poi ho scoperto che la foto era di Cartier-Bresson). Mi sono avvicinata e ho letto meglio il titolo: Io sono un gatto. Dato il mio amore smisurato per i gatti, potevo mai resistere a tale tentazione? Ovviamente no, quindi ho letto un po’ di cosa parlava la storia e qualche informazione sull’autore, da me totalmente sconosciuto anche perché è (o meglio, era) giapponese, e io con la letteratura orientale non vado molto forte. Ma ho pensato: “Caro Natsume Sōseki – o Sōseki Natsume, perché in giapponese non capisco come funzionino i nomi -, io non ti conosco e voglio sapere chi sei, ti porto a casa con me!”.

Andando quindi avanti con la mia missione del compriamo/leggiamo libri a caso ché magari ci scappa una scoperta grandiosa, sono tornata a casa con questo libro (circa 470 pagine, quindi corposetto) e sono riuscita a cominciarlo solo la scorsa settimana. La storia è raccontata dal punto di vista di un gatto che non ha un nome, ma che è un felino molto particolare. Innanzitutto è un finissimo osservatore, e ci racconta tutto ciò che succede intorno a lui in modo audace, scettico e spesso arguto, quasi come se fosse un filosofo. Il protagonista/narratore ha come padrone uno strano professore, Kushami, che fa delle cose folli, come cimentarsi nella prosa inglese (come Sōseki, egli insegna inglese), recita canti nō in bagno guadagnandosi il soprannome di “maestro delle latrine” da parte dei vicini, e accoglie altri strani personaggi nella sua casa. Uno di questi amici è Meitei, vecchio compagno di scuola e collega di Kushami.

085782b0-cba4-447b-88c7-36db2012b89bIl gatto si trova a descriverci tutti i componenti di questo gruppo di umani pazzi, ma non si capisce bene se siano pazzi sul serio o solo agli occhi di questo animale, che non riesce a capire il motivo di tante stramberie. In realtà, nel libro, non succede quasi nulla, i personaggi non “crescono”, non cambiano e non fanno niente di diverso dagli altri giorni; il centro di tutto è il modo di analizzare la realtà che ha il gatto: abitudini e passatempi normali riescono a diventare quasi strani. Vi lascio una pagina in cui il micio racconta, con parole sue, una partita di baseball a cui assiste scambiandola per una sorta di guerriglia (clicca sulla foto di lato).
Anche l’ambientazione è poco varia. Dobbiamo immaginare una storia vista completamente dagli occhi di un animale che si muove dentro casa e che quando va fuori non si allontana troppo. Per questo motivo conosciamo benissimo l’abitazione di Kushami, le sue abitudini e vicini, come il signor Kaneda, ricchissimo e potentissimo uomo d’affari che cerca di intimorire quelli socialmente più in basso, e la Nasona, sua moglie, insieme a quelli della scuola Le Nuvole Calanti.

Sōseki Natsume

Nonostante fossi un po’ preoccupata di fronte ad un romanzo giapponese, devo dire che mi sono trovata davanti ad una cosa strana: Sōseki non solo sembra essere un contemporaneo (a dispetto del fatto che è morto nel 1916), ma il suo modo di narrare non sembra neanche così lontano da quello occidentale. Ho appreso (perché conviene sempre documentarsi, prima di cominciare con un autore sconosciuto) che studiò lingua e letteratura inglese, e che poi per queste materie assunse la cattedra all’Università Imperiale del Giappone. Forse è per questo che è considerato il padre del romanzo giapponese moderno, perché nonostante racconti di un paese asiatico in un momento di transizione (visto per di più dagli occhi di un gatto) e citi usanze e termini giapponesi (raccolti in un glossario alla fine del libro), apre completamente le porte ad un tipo di narrazione prettamente occidentale.

Io sono un gatto è un romanzo veramente divertente, pieno di riflessioni sulla natura umana ma scevro di quella pesantezza ed eccessiva profondità di temi che, spesso, la letteratura asiatica sembra portare con sé. In una cornice di banalità, è un piccolo gatto a fare la differenza.

Titolo: Io sono un gatto
Autore:
 Sōseki Natsume
Traduzione:
 Antonietta Pastore
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1905 (2011 questa edizione)
Pagine: 479
Prezzo: 9 €
Editore: Beat (Biblioteca Editori Associati di Tascabili), da Neri Pozza

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Ricordi di un vicolo cieco (Zoom)” di Banana Yoshimoto

❗ PREMESSA: Ribadisco il significato di Zoom. La Feltrinelli ha creato una collana chiamata così che focalizza la sua attenzione su estratti da raccolte di racconti, saggi, ecc. Questo di cui sto per parlare è un racconto, non un libro intero. Ve lo dico perché quando ho comprato sei racconti Zoom credevo che fossero libri, quindi voglio evitarvi di fare lo stesso errore.

WP_003037È il secondo racconto che leggo della Yoshimoto e mi è piaciuto più del primo, forse perchè il tema è per me più coinvolgente.
Racconti di un vicolo cieco è un estratto dall’omonima raccolta e parla di una ragazza, Mimi, che deve affrontare una grande delusione amorosa ma trova accanto a sé un amico di cui sente di aver bisogno. Mimi infatti è fidanzata da tempo con Takanashi, il quale è andato a vivere per lavoro in un’altra città. I due sono fidanzati nel vero senso della parola e aspettano che lui torni a casa per sposarsi. Ma col passare del tempo lui si fa sentire sempre meno, non risponde alle telefonate e ai messaggi, e lei ingenuamente pensa che sia a causa del lavoro. Un giorno, dopo essersi confidata con la sorella, Mimi senza annunciarsi va da Takanashi e scopre che il ragazzo si è fatto una vita parallela con un’altra donna e che prima o poi glielo avrebbe detto. Sconvolta, la ragazza cerca di superare il trauma e la Yoshimoto col suo stile dolce e garbato ci comunica gli stati d’animo di Mimi che sembra quasi aver perso ogni punto di riferimento e deve affrontare il fatto che le sue certezze sono crollate.

Ad aggravare la situazione c’è un prestito di un milione di yen che Mimi aveva fatto a Takanashi e che lui non le ha mai restituito. Con quei soldi aveva comprato la macchina che avrebbero dovuto usare insieme da fidanzati e poi da sposati. E forse è questa la cosa che sconvolge di più Mimi: l’offesa di aver dato molto e non aver meritato nulla, anzi di essere pure stata rimpiazzata. Lei non sa come comportarsi perché ridurre tutto al denaro significa cadere in basso, ma per fortuna c’è Nishiyama al suo fianco, pronto ad ascoltarla e confortarla.

Nishiyama è un ragazzo che ha subito un grande trauma da piccolo, per colpa di suo padre, ma è cresciuto diventando una persona estremamente sensibile ed equilibrata. Forse l’amico perfetto per quella Mimi che invece è un po’ sprovveduta e ha bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi. Perchè non tutti sanno bastare a se stessi, alcuni hanno bisogno di avere dei punti di riferimento.

Io personalmente non amo troppo i racconti, perché essendo brevi mi coinvolgono poco, quindi sono solita leggere soprattutto romanzi. Questo mi ha colpito in particolar modo per il tema trattato, ci ho trovato molti spunti di riflessione. Ho pensato, per esempio, al fatto che spesso ci si affida totalmente a qualcuno non mettendo in conto che quel qualcuno può toglierci il suo sostegno e alla fine che succede? Crolliamo. Ho pensato a questo tipo di rischio, insomma. Però la parte bella di Ricordi di un vicolo cieco credo sia il modo in cui l’autrice esprime quanto succede nella protagonista. La Yoshimoto racconta i turbamenti interiori di Mimi in maniera davvero delicata, scavando in fondo al groviglio di sentimenti che è difficile separare. Allo stesso tempo però ritroviamo un particolare tipo di introspezione che credo sia tipico di quella zona del mondo: non c’è chi si strappa i capelli per una delusione d’amore, bensì vediamo come si affronta il dolore con dignità e voglia di ripartire, nonostante tutto.

Titolo: Ricordi di un vicolo cieco
Autore:
 Banana Yoshimoto
Traduzione: G. Amitrano
Genere: Racconto
Anno di pubblicazione: 2012
Grandezza: 346 Kb (formato Kindle)
Prezzo: 0,99 €
Editore:  Feltrinelli  (Collana “Zoom”)

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota