Quello che voleva essere | Carol Swain

Post brevissimo, oggi, per i motivi che vi spiegherò più giù!

Vi voglio presentare un libro che esce oggi per Tunué, un libro di cui mi riesce difficile parlare perché è la prima volta che leggo un fumetto e non so bene come raccontarvelo.
Si tratta di Quello che voleva essere di Carol Swain, che ho iniziato a leggere praticamente per caso attratta dalla sinossi e che, però, ho finito subito, in un pomeriggio.
Non sono per niente in grado di parlare dei disegni, che nella loro semplicità – con un tratto tutt’altro che iper-definito che conferisce alla storia un’atmosfera di mistero e rende quasi palpabile la solitudine della protagonista e dell’altro personaggio sulla cui morte lei indaga – occupano gran parte del libro, dato che i dialoghi in molti punti sono ridotti all’osso.
Helen è una ragazzina che vive in un villaggio del Galles, ama la natura, è una birdwatcher e ha un diario su cui annota ciò che osserva nel mondo. Un giorno un agricoltore le racconta di Emrys, un “uccello raro” che si è suicidato in una fattoria lì vicino. Allora inizia a indagare e scopre che Emrys, come le raccontano gli animali di quella fattoria, “non aveva piume e non poteva volare”, era quello voleva essere, cioè qualcosa che cozzava con ciò che la società impone alla gente. Da qui, Helen inizia un viaggio alla scoperta della libertà di poter essere ciò che si vuole, di andare contro il pensiero comune e di autoaffermarsi.
Io l’ho trovato bellissimo, di una tenerezza struggente e quello che volevo era raccontarvelo in qualche modo, anche se non sapevo bene come.
Buona lettura!

Titolo: Quello che voleva essere
Autore: Carol Swain
Traduttore: Omar Martini
Genere: Graphic novel
Anno di pubblicazione: 7 marzo 2019
Pagine: 176
Prezzo: 19 €
Editore: Tunué


Carol Swain – è nata nel 1962 a Londra e cresciuta in Galles. La sua prima opera è stata Way Out Strips pubblicata da Fantagraphics Books, da allora ha pubblicato alcuni graphic novel come autrice completa e storie a fumetti sulle antologie di tutto il mondo. Vive a Londra.

 

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Briciole | La stranezza che ho nella testa / Zero K / Gatti molto speciali / Fedeltà

Torno a lasciarvi qualche altra briciola, qualche spunto letterario su libri che per motivi diversi mi è stato impossibile recensire meglio. Ma vi spiegherò meglio caso per caso.

La stranezza che ho nella testa è un libro dell’autore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura 2006. È stato scelto qualche tempo fa come lettura all’interno del gruppo Facebook LeggoNobel, creato e gestito da Elena Tamborrino e da me, con lo scopo di recuperare insieme gli scrittori insigniti del Nobel e le loro opere. Non avendo mai letto niente di questo autore, non so dirvi se si sia trattato di una scelta infelice o se sia proprio Pamuk a non essere nelle mie corde, fatto sta che questo romanzo del 2014, pubblicato in Italia da Einaudi l’anno successivo, mi è risultato prolisso e noioso in diversi punti. Il protagonista è il giovane Mevlut che al matrimonio di suo cugino vede una ragazza bellissima, che scopre essere una delle sorelle della sposa, e s’innamora così tanto che chiede al fratello dello sposo il suo nome e si fa aiutare a mandarle lettere d’amore mentre è lontano a svolgere il servizio militare. Una volta tornato decide di rapire la ragazza e portarla con sé per sposarla, ma una volta con lei si accorge che i suoi occhi non sono quelli di cui si era innamorato. In lei comunque troverà un’ottima moglie e una splendida madre per le figlie. Chi lo ha ingannato molti anni prima? Perché? Si è trattato realmente di un inganno o un errore casuale? È quello che Pamuk ci racconta in un numero di pagine – a mio parere – eccessivamente superiore al dovuto. In molti passi è difficile addirittura rimanere concentrati perché si rischia di perdere il filo della storia. Nota molto positiva è il fatto che la narrazione è affidata a più voci, ognuna delle quali racconta le vicende (insieme a pensieri, preoccupazioni, paure) dal proprio punto di vista. Per il resto, nonostante la scoperta di tradizioni e usi della Turchia, purtroppo non sono riuscita ad amare questo Nobel.
DETTAGLI: La stranezza che ho nella testa, Orhan Pamuk, trad. Barbara La Rosa Salim, Romanzo, Letteratura turca, 608 pp., Einaudi, 2015, 15 € (in versione Super ET)


Zero K di Don Delillo l’ho ricevuto partecipando a un’iniziativa natalizia della libreria che frequento in cui bisognava acquistare un libro, incartarlo con carta anonima, scriverci una dedica sopra e aspettare un sorteggio che avrebbe accoppiato mittenti e destinatari. Questo è quello che è toccato a me, ed è stato un bene perché da tempo volevo leggere Delillo, autore di cui vedo sempre tessere le lodi ma che purtroppo non conoscevo ancora. Confesso che è stato un romanzo difficile perché, nonostante lo stile non sia per niente complicato, si avverte una profondità e una pesantezza (non in senso negativo) che portano spesso a pensare che qualcosa nel sottotesto ci stia sfuggendo. E a me sicuramente qualcosa è sfuggito, anche perché mi son messa a leggerlo in un periodo movimentato e coi muratori che lavoravano nel palazzo accanto regalandomi mal di testa continui e scarsa concentrazione. Detto questo, però, mi è piaciuto molto (anche se, come avrete capito, avrebbe potuto piacermi ancora di più).
In questo romanzo, pubblicato nel 2016 da Einaudi con una traduzione di Federica Aceto, si affronta il tema della fine non definitiva della vita. Jeff Lockhart, figlio di un milionario, ci racconta che suo padre Ross vuole seguire la seconda moglie Artis, malata terminale, in un processo di ibernazione (a zero gradi Kelvin, da qui il titolo) attuato in una clinica segreta: i corpi verranno congelati in attesa che in futuro ci siano nuove cure, nuove possibilità, ed essi possano finalmente tornare a vivere meglio di prima. Da qui nascono confronti tra padre e figlio sul significato della vita e della morte e sull’effettiva validità della scienza come soluzione ai mali (e quella di Jeff dovrebbe essere quella di Delillo). Ad ogni modo, grazie anche alla descrizione della clinica, si avverte un’atmosfera cupa e fredda che di sicuro lascia il segno.
Qui, come per Pamuk, è la mia unica lettura di questo autore, che mi toccherà approfondire perché è chiaro che una sola esperienza non permette di farsi un’idea chiara.
DETTAGLI: Zero K, Don Delillo, trad. Federica Aceto, Romanzo, Letteratura americana, 244 pp., Einaudi, 2016, 12 €


Gatti molto speciali è il Nobel scelto sempre dal gruppo LeggoNobel dopo Pamuk. A fine febbraio ci siamo dedicati a Doris Lessing, autrice britannica scomparsa qualche anno fa, nel 2013. Abbiamo scelto una lettura abbastanza soft, tralasciando quelle più conosciute che rientrano nella sua produzione. Personalmente non mi aspettavo un libro su gattini pucciosi e teneri, ma non pensavo di trovarmi tra le mani un libro così interessante su queste creature che amo moltissimo e che anche la Lessing amava, anche se in un modo che all’inizio potrebbe sembrare un po’ freddo. La scrittrice Nobel nel 2007 parla del rapporto con questi piccoli felini nelle varie epoche della sua vita, a Teheran da piccola, in Sudafrica poi, e infine a Londra da adulta. Quando era bambina faceva una distinzione tra i gatti che stavano in casa e quelli che selvatici che vivevano fuori e che cercavano di inselvatichire quelli domestici, parla dei genitori che dovevano sopprimere gran parte delle cucciolate perché figuriamoci se in quei territori e a quell’epoca si parlava di sterilizzazione. Nella parte londinese, invece, cambia del tutto tono e si passa a qualcosa che sembra molto introspettivo: ha un rapporto quasi da pari coi suoi gatti, gli uni tentano di leggere nell’animo dell’altra e viceversa. Parla ovviamente di quelli con cui ha instaurato rapporti più profondi e ne analizza il carattere, i diversi tipi di intelligenza e le peculiarità. Davvero una bellissima scoperta.
DETTAGLI: Gatti molto speciali, Doris Lessing, trad. Maria Antonietta Saracino, Autobiografico, Letteratura inglese, 160 pp., Feltrinelli, 2017, 19 €


Fedeltà è l’ultimo romanzo di Marco Missiroli, un libro che faceva già discutere ancor prima che uscisse, non chiedetemi perché. Avendone lette di cotte e di crude (anche abbastanza crude, devo dire, e con toni anche molto accesi), ho deciso di leggermelo e di farmi un’idea. L’autore milanese, pubblicato da Einaudi, come si evince facilmente dal titolo affronta il tema della fedeltà, ma non solo quella coniugale, o almeno della relazione amorosa, ma anche quella verso se stessi, il non rinunciare ai propri sogni, alle proprie aspirazioni o alla propria indole per gli altri. Così ci sono Carlo e Margherita, sposati da un po’ di anni, che vivono quasi costretti in una relazione che non metterebbero mai in discussione, ma che nei fatti sembra star stretta a entrambi: lui, ossessionato per anni da una studentessa di un suo corso, lei invaghita del suo fisioterapista. Cedere a una tentazione permette davvero di eliminarla? E togliersi un pensiero può realmente riportare la serenità nella propria vita? Non lo so, e leggendo questo romanzo non sono nemmeno riuscita a farmene un’idea più chiara, perché anche se l’idea di base mi sembra molto interessante immagino che potesse essere sviluppata in modo diverso, magari più incisivo e doloroso. Mentre mi sembra tutto molto leggero, infatti a me come lettrice lascia pochissimo. Peccato!
DETTAGLI: Fedeltà, Marco Missiroli, Romanzo, Letteratura italiana, 232 pp., Einaudi, 2019, 19 €

Nel cuore della notte (La famiglia Aubrey, vol. 2) | Rebecca West

Eppure che altro c’è di utile al mondo oltre all’amore?

 

Da oggi potete trovare in libreria Nel cuore della notte, il secondo volume della trilogia inglese di Rebecca West iniziata l’anno scorso con La famiglia Aubrey, pubblicata da Fazi con una traduzione di Francesca Frigerio. Per rinfescarci la memoria (ma potete anche leggere il post linkato) diciamo che al centro della vicenda c’è una famiglia di artisti con qualche problema finanziario: Piers è uno scrittore che spende più soldi di quanti ne abbia, Clare è un’ex pianista di fama che ormai non fa più concerti, Cordelia è la figlia maggiore che s’impunta nello studio del violino, le gemelle Mary e Rose studiano pianoforte con la madre e il più piccolo, Richard Quin è sempre coccolato. Alla fine del primo volume, abbiamo lasciato madre e figli che risolvono la mancanza di soldi con la vendita di quadri di valore (il cui valore, però, Clare aveva nascosto a Piers preoccupandosi che lui potesse buttar via anche quelli) e che affrontano l’improvvisa sparizione del padre. Cordelia purtroppo ha ricevuto una brutta delusione col violino, le è stato detto che è priva di talento, ed è questa sua mancanza di talento che la fa apparire così diversa e distante da tutto il resto della famiglia. Le gemelle hanno ricevuto delle borse di studio per intraprendere una carriera da pianiste e Richard Quin sta cercando di capire quale sia il suo strumento o, in una visione più ampia, la sua strada nel mondo.

Nel cuore della notte si svolge pochi anni dopo. Sugli Aubrey veglia adesso il signor Morpurgo, un uomo facoltoso che ha sempre ammirato Piers, lo ha aiutato e gli ha offerto sempre la sua amicizia incondizionatamente e ora, dopo la sua scomparsa, si prende cura della sua famiglia. La storia è narrata ancora una volta in prima persona da Rose, che insieme a Mary studia pianoforte con maestri più importanti e ha iniziato anche a fare qualche concerto, cosa che permette a tutti di avere qualche piccola entrata in più. Cordelia sembra essersi ripresa dalla delusione che ha fatto sì che la sua carriera venisse praticamente stroncata sul nascere, ma è indecisa su cosa fare, se diventare assistente di un commerciante d’arte, o se rassegnarsi ad essere una ragazza carina come tante altre che può aspirare solo a un buon matrimonio, senza realizzarsi in altri modi. Richard Quin è diventato un ragazzino assennato e furbo che conosce il mondo e tanta gente importante e sa farsi amare da tutti, decide di andare a Oxford a studiare e chissà se potrà riuscirci. Infine, la cugina Rosamund, ragazza molto carina e dolce, amata da tutti, ha trovato quella che (a ragione, all’interno di questo romanzo) chiama “la sua musica”, dato che sembra sia priva di talento musicale: è diventata un’infermiera, per il bisogno di aiutare gli altri.

E, da quello che ho appreso, sembra che la trilogia degli Aubrey, nell’idea di base di Rebecca West, dovesse essere dedicata proprio a Rosamund, mentre nei fatti al centro della storia c’è Rose, che narra le vicende della sua famiglia una cinquantina d’anni dopo i fatti, quando è ormai già adulta, attraverso il filtro dei suoi pensieri e dei suoi giudizi, spesso molto feroci e spietati, soprattutto nei confronti di Cordelia. Anche in questo romanzo, pubblicato trent’anni dopo il primo, si avverte il forte contrasto tra la famiglia protagonista e gli altri personaggi, tutti inseriti nell’epoca di fine Ottocento, inizio Novecento. Rose è adolescente, ma si rende conto che gli altri vivono in maniera diversa da loro, che si vestono, parlano in modo diverso, che la loro casa non ha niente a che vedere con quelle degli altri. E che anche le loro visioni del futuro sono differenti: le altre ragazze pensano a trovare un buon partito e sposarsi, loro devono riuscire in qualcosa, devono costruirsi un avvenire, nello specifico lei e Mary vogliono essere ottime pianiste e guadagnare dei soldi con i concerti (anche se ogni tanto lei stessa ha qualche segno di cedimento, come può capitare a tutti). Il punto è, però, che per Rose non sono gli Aubrey ad essere svantaggiati o inferiori al resto – almeno – della popolazione di Londra: sono gli altri, in quanto privi di talento, a doversi affannare in occupazioni o pensieri così banali. Non hanno il dono dell’amore per la musica, l’arte che li eleva culturalmente e spiritualmente al di sopra di tutto e tutti. Ed è questo che rende Nel cuore della notte, tra le altre cose, un romanzo femminista, e che fa pensare che Rose sia il personaggio che si fa portavoce del pensiero della sua autrice, Rebecca West.

Cordelia, invece, tutto questo lo ha sempre sofferto e lo soffre ancora, e per questo motivo si attira tutte le critiche di Rose e del resto della famiglia, a parte Clare che è un po’ più morbida nei suoi confronti, come se sapesse qualcosa che i suoi figli non sanno. La madre è il personaggio che, forse, più di tutti soffre la scomparsa e la mancanza di Piers, che pur non essendoci fisicamente rimane sempre nelle vite di tutti come un fantasma che li osserva senza essere visto. Fino alla fine Clare non smette di amarlo e pensare a lui.

Uno stacco importante, una svolta si avverte con l’arrivo della guerra, nel 1914, quando ancora non si capisce se l’Inghilterra parteciperà al conflitto e poi, invece, inizia a mietere tante vittime. La tranquillità, l’apparente atmosfera di serenità, musica, gioia per le piccole cose (lavarsi i capelli e mangiare tutti insieme le castagne davanti al camino), viene improvvisamente turbata e questo rappresenta un cambiamento irreversibile che forse collega questo romanzo all’ultimo volume della trilogia. Gli Aubrey però sono una famiglia forte, che ha saputo dimostrare in più occasioni di far fronte alle avversità e sono sicura che ne vedremo delle belle.
Rebecca West racconta attraverso il linguaggio di un’adolescente molto matura per la sua età una storia fuori dalle righe, atipica, forse, rispetto all’epoca in cui è ambientata. È la storia di una famiglia unita che, legata dall’amore per l’arte e per la musica passa attraverso diverse difficoltà e non riesce mai ad uscirne indenne, ma non per questo ne viene indebolita. E poi c’è anche quel tocco di magia che pervade ogni pagina del libro, la presenza di Piers che aleggia su tutti, gli spiriti maligni che Clare e le figlie sono riuscite a scacciare da casa di Rosamund e Constance e quello che accade alla stessa Clare (e io assolutamente non ve lo dico!).

Insomma, misteri, affetti, legami, difficoltà, in questo libro, apparentemente più lento ma di sicuro più drammatico del precedente, ci troviamo tantissimo. Buona lettura!

Titolo: Nel cuore della notte
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 gennaio 2019
Pagine: 404
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Come fermare il tempo | Matt Haig

L’unica regola è non innamorarsi.
Ce ne sono altre,  ma questa è la principale.
Non innamorarsi. Non amare. Non sognare l’amore.
Se tieni fede a questa regola, andrà tutto bene.

 

Tom Hazard insegna storia in un liceo, ha l’aspetto di un uomo sulla quarantina e vive nella Londra dei giorni nostri. In realtà, però, Tom ha quattrocentotrentasei anni ed è di origini francesi, e questa è una delle tante vite che ha vissuto finora. Quando era adolescente si è accorto che sì, invecchiava, ma molto lentamente, che un anno di una persona normale corrispondeva a circa quindici anni suoi. Non è come quei vampiri immortali, diciamo che assomiglia di più agli alberi centenari o alle vongole artiche, esseri viventi dotati di una longevità che sembra quasi incredibile. Una volta si è rivolto a un illustre medico che stava portando avanti degli studi sulla progeria, proprio per avere qualche ragguaglio sulla sua disfunzione, che è stata chiamata anageria, ma quel dottore è stato misteriosamente trovato morto qualche giorno dopo. Tom viene a sapere allora che esiste una società, di cui entra a far parte dal momento in cui ne è a conoscenza, di individui vecchissimi che si proteggono fra loro perché sono tutti in pericolo. Anche se non c’è più la caccia alle streghe (la madre di Tom era stata uccisa perché sospettata di aver fatto un incantesimo per mantenere sempre giovane il figlio), bisogna stare attenti agli scienziati che potrebbero voler catturare qualcuno di loro per farne una cavia da laboratorio per eventuali scoperte per contrastare l’invecchiamento cellulare.

Il capo della società degli Albatros (un tempo si pensava che questi fossero animali in grado di vivere per moltissimi anni, ma ora il nome è antiquato), Hendrich, un uomo di circa novecento anni che ha l’aspetto di un settantenne, dice di voler proteggere tutti quelli come lui e di cercare nel mondo, nascosti tra le effimere (chiamano così i “normali”, come quegli insetti il cui ciclo vitale si esaurisce in una giornata), coloro che magari sono alla deriva, si stanno nascondendo e non sanno di non essere soli. Hendrich ha molti contatti, è in grado di creare documenti falsi per le nuove vite di tutti e dà a Tom alcune regole: cambiare vita ogni otto anni, alla fine dei quali gli verrà assegnato un compito, e – la più importante – non innamorarsi. Perché sarebbe difficile innamorarsi di una persona che ci invecchia tra le mani mentre restiamo giovani, e sarebbe un elemento destabilizzante. Infatti lui soffre ancora moltissimo per la perdita di Rose, circa quattrocento anni prima, e sta ancora cercando Marion, la figlia avuta da lei, che a quanto pare ha la sua stessa disfunzione.

Supplicai Dio, lo implorai e cercai di scendere a patti con lui, ma Dio non scese a patti. Dio fu ostinato, sordo e indifferente. E lei morì, e io vissi, e una voragine si spalancò, buia e senza fondo, e io caddi e continuai a cadere per secoli.

Come fermare il tempo è un romanzo di Matt Haig, edito da Edizioni e/o, che ho comprato il mese scorso quando ero in libreria per altri motivi. Sono parecchi anni che non mi capita più di non aver niente da leggere, quindi quando prendo un libro c’è sempre un motivo particolare. Di questo, lo confesso subito, mi aveva attirato la copertina che a quanto pare è stata lasciata uguale all’originale in inglese, è stato solo tradotto il titolo. Io la trovo bellissima, con la clessidra in primo piano. Ovviamente, avevo letto già in rete la sinossi e mi sembrava molto interessante. Devo dire che ho passato qualche giorno in compagnia di una storia appassionante e piacevolissima da leggere, è uno di quei libri che non sono affatto pesanti (che in un momento di festività e di svago ci stanno eccome!) ma che comunque lasciano qualche spunto di riflessione. Non è un libro inconsistente, ecco. Affatto.

Matt Haig e la copertina originale

I capitoli, alcuni dei quali molto brevi, sono un’alternarsi di flashback e ritorni alla Londra di oggi, come pezzetti di un puzzle che si va componendo piano piano perché il lettore possa conoscere la storia di Tom Hazard, professore molto simpatico che insegna la storia quasi come se l’avesse vissuta in prima persona (strano, eh?). Ma la sua vita – che ci racconta in prima persona – è una grande riflessione sul tempo e sul modo in cui lo trascorriamo. Tom si rende conto che è davvero difficile imparare a vivere, che magari ci sono quelli che riescono a farlo e quelli che, invece, dopo quattrocento anni ancora non hanno capito tante cose. Gli viene detto da qualcuno che l’importante è avere uno scopo, un punto fermo che rimanga lì negli anni, qualcosa a cui potersi aggrappare quando tutto intorno a noi sembra cambiare per restare, però, sempre uguale. E lui lo sa, anche da insegnante di storia, che ciclicamente avvengono sempre le stesse cose, le stesse guerre, gli stessi problemi, anche se per motivi in apparenza diversi. Così il cambiamento smette di essere una novità e diminuisce anche la tolleranza nei confronti di chi continua a commettere gli stessi errori.

Ma in questo discorso basato sulla logica non trovano spazio le emozioni che, come dice Tom, non obbediscono alle leggi dell’aritmetica. Proteggere se stessi per paura di essere feriti – per obbedire invece alla regola di Hendrich di non innamorarsi – può provocare un tipo diverso di dolore dovuto a una mancanza importante (tanto che i ricordi di ciò che non ha gli provocano mal di testa che lui chiama “mal di memoria”). È così che con una serie di riflessioni il protagonista capisce di aver passato molto tempo a sopravvivere, più che a vivere, e inizia un percorso di maggiore consapevolezza per ritrovare se stesso.
Ha vissuto tanti anni come quelle “effimere” che non hanno le risorse psicologiche per trascorrere più anni del dovuto, perché si abituano e si annoiano; ha vissuto come bloccato all’interno della stessa canzone per moltissimi tempo. E adesso, in quella Londra di cui conosce ogni angolo, è arrivato il momento di ritrovare il coraggio messo da parte.

L’unico difetto, a mio parere, di questo libro – ma nemmeno di pecca si può parlare – è che in alcuni punti può sembrare un po’ forzato, soprattutto quando Tom racconta che nella sua lunghissima vita ha conosciuto personaggi realmente esistiti: ha suonato il liuto nella compagnia di Shakespeare, ha viaggiato col capitano Cook, ha incontrato in un bar a Parigi i Fitzgerald. Però è una storia e come tale va presa, infatti molti di questi aneddoti sono anche molto divertenti.
Nei ringraziamenti Haig ha incluso anche Benedict Cumberbatch che – scopro – «ha colto il potenziale per un film». Dunque aspettiamo questo film, che secondo me sarà davvero carinissimo.
Nel frattempo, buona lettura e buon inizio d’anno!

Titolo: Come fermare il tempo
Autore: Matt Haig
Traduttore: Silvia Castoldi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 29 agosto 2018
Pagine: 360
Prezzo: 18 €
Editore: e/o

La debuttante | Leonora Carrington

«Ha l’ingenuità di credere che il passato muoia» proseguì.
«Sì,» disse Margaret «se il presente gli taglia la gola».

 

Di recente, ci avrete fatto caso se mi seguite regolarmente, su questi schermi si parla sempre più di racconti, una forma di letteratura che prima snobbavo un po’ ma che da qualche anno ho imparato a conoscere meglio e a seguire. Questa volta la mia curiosità è caduta, però, su un genere particolare, perché infatti mi sono dedicata alla lettura de La debuttante, una raccolta uscita lo scorso 18 settembre per Adelphi dell’autrice britannica Leonora Carrington, la cui opera, non solo letteraria ma anche pittorica, si inserisce nella corrente del surrealismo. Come si può leggere sulla pagina di Wikipedia a lei dedicata, «Il surrealismo dava estrema rilevanza alla dimensione inconscia, al sogno, e allo stato onirico, visto come luogo dell’attività “reale” del pensiero dell’uomo. La lettura psicoanalitica freudiana del sogno offriva ai surrealisti la possibilità di indagare un’altra dimensione, creando immagini libere, svincolate dalla ragione e dalla logica». Immaginate dunque l’avventura con le sue storie di una persona come me, molto concreta, pragmatica e realista. Vi confesso che è stata una bella sfida, all’inizio ho avuto qualche difficoltà, come sempre in questi casi, perché mi viene il dubbio se ci sia o meno un senso dietro determinate storie, e se, nel caso in cui non riesca a trovarcene uno, sia perché realmente non c’è o perché io non sono stata capace di coglierlo. Ma, almeno per quanto riguarda questa raccolta, credo che si debba leggere senza cercare messaggi reconditi, morali o metafore.

Vi faccio subito un esempio. Il primo racconto, La debuttante, che dà il titolo a tutta la raccolta, parla di una ragazza che deve appunto fare il suo debutto in società ma non vuole andare al ballo, così chiede alla sua amica iena di farlo al suo posto; quella, per non far scoprire a nessuno l’inganno, fa chiamare la cameriera della debuttante, le strappa la faccia e la indossa, si traveste e va al ballo. La sera, a cena, la iena seduta a tavola si fa scoprire in malo modo, e tutti si accorgono che non era la ragazza. Potremmo pensare che sia una metafora del fatto che la realtà non può essere nascosta troppo a lungo e che gli inganni prima o poi vengono sempre a galla. O forse è solo una storia da prendere per quella che è. Negli altri racconti troviamo una festa organizzata dalla Paura, esseri piumati imparentati con umani che mangiano persone, animali parlanti e temi ricorrenti come la putrefazione, la morte, l’orrido e unioni tra umani e non umani. In alcuni, addirittura, la protagonista è la stessa Leonora Carrington, personaggio centrale e narratrice delle sue storie, che interviene e a cui accadono cose assurde e, appunto, surreali.

Credo che per gli amanti del genere possa essere una lettura molto affascinante e per alcuni versi semplice; per chi, invece, come me si avventura in qualcosa che normalmente non è nelle sue corde, l’indicazione che posso dare è di liberarsi di ogni preconcetto e prepararsi ad uscire del tutto dai propri schemi mentali. Penso che questa possa essere la strategia migliore per godere appieno di The Complete Stories of Leonora Carrington (il titolo originale, tradotto per gli italiani da Nancy Marotta e Mariagrazia Gini) e immergersi completamente nelle storie di questa autrice così particolare che regala atmosfere fiabesche, oniriche e immagini quasi mitiche. Vi sembrerà di trovarvi dentro un’allucinazione.
Buona lettura!

[Vi segnalo che questo libro, dato che è nella collana Biblioteca Adelphi, si inserisce nella promozione che dura fino al 31 ottobre, e quindi fino a fine mese lo trovate scontato del 25%, cioè a 12,75 €]

Titolo: La debuttante
Autore: Leonora Carrington
Traduttore: Nancy Marotta e Mariagrazia Gini
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: settembre 2018
Pagine: 179
Prezzo: 17 €
Editore: Adelphi


Leonora Carrington (Lancaster, 6 aprile 1917 – Città del Messico, 25 maggio 2011) è stata una scrittrice e pittrice britannica; gran parte della sua produzione si ascrive al periodo trascorso in Messico, dove visse quasi settant’anni.
Donna dall’eccentricità indomabile, fu una delle «muse inquietanti» del surrealismo, dal quale però non smise mai di tenersi a debita distanza, anche negli anni in cui viveva con Max Ernst. I suoi quadri, enigmatici e beffardi, sono oggi celebrati e ricercati, ma non meno rivelatrice è la sua opera in prosa – e in particolare questi racconti, nei quali già Breton riconosceva un vertice dello «humour nero» (definizione che a lui risale).

Elmet | Fiona Mozley | Da oggi in libreria

Elmet è l’esordio letterario di Fiona Mozley, uscito in originale nel 2017 e pubblicato da Fazi il 27 settembre con una traduzione di Silvia Castoldi; e per essere l’opera di un esordiente è davvero incredibile, perché è stato finalista al Man Booker Prize, è stato definito il libro dell’anno dalle testate più autorevoli, ha venduto più di 70.000 copie ed è già in corso di traduzione in 14 paesi. Questo per dirvi che oggi vi sto segnalando un libro che non appena è uscito ha fatto immediatamente il botto. Ho avuto l’opportunità di leggerlo prima dell’uscita e l’ho divorato, ma in generale per la letteratura inglese di tutti i tempi ho un debole.
Il titolo deriva da un componimento di Ted Hughes, I resti di Elmet, che troviamo citato nelle prime pagine. Elmet, anticamente, era l’ultimo regno celtico indipendente d’Inghilterra, una parte dello Yorkshire, terra di nessuno e piena di fuorilegge, in cui è ambientata la storia. Metaforicamente, rappresenta il luogo che i protagonisti non vogliono rassegnarsi a lasciare, nemmeno a costo della propria vita.

Elmet è stato lultimo dei regni celtici indipendenti
dInghilterra e in origine si estendeva lungo
la valle di York Ma ancora durante il XVII
secolo quella stretta gola e i suoi bordi laterali,
sotto le brughiere glaciali, continuavano a essere
una terra di nessuno”, un rifugio per chi voleva
sottrarsi ai rigori dalla legge.

TED HUGHES, I resti di Elmet

Voce narrante di questo libro è Daniel, un ragazzo di quattordici anni che vive in un bosco nel Nord dell’Inghilterra col padre John e la sorella Cathy, di un anno più di grande di lui. Si sono dovuti trasferire lì dopo che la ragazzina ha avuto un problema a scuola e si è capito che non poteva stare insieme agli altri ragazzi, vivere in quel tipo di società. John ha costruito la casa per i suoi figli, più che per lui, in una terra che apparteneva alla moglie – una donna che appariva e scompariva dalle loro vite, per poi andarsene via per sempre – e ora è del signor Price, un uomo ricco e potente che spadroneggia nella zona e dice di possederla legalmente. John una volta lavorava per lui, metteva a disposizione di quell’uomo il suo corpo gigantesco e forte per riscuotere pagamenti, intimidire debitori e vincere incontri su cui c’erano giri di scommesse. Price vuole che torni ad essere al suo servizio, se no dovrà lasciare quella terra e quella casa costruita con tanto sacrificio, ma John, Cathy e Daniel cercheranno di proteggerla e restare insieme fino alla fine.

A dispetto del titolo, la storia è ambientata in tempi più o meno attuali, anche se non ben specificati, lo si capisce da alcuni dettagli come il telefono o il televisore. La famiglia protagonista vive ai margini della società, vivono in modo anacronistico: cacciano il proprio cibo con arco e frecce o con delle trappole, i figli tagliano barba e capelli al papà, sembrano essere rimasti indietro nel tempo. I tre sono letteralmente isolati dal resto del mondo, unico collegamento con la realtà sembra essere Vivien, una vicina (non troppo) di casa da cui il padre ogni tanto manda i figli perché forse si rende conto che una figura femminile può essere utile nella loro crescita, o chissà, forse perché sa che per loro ci vuole qualcosa di meno duro di un padre cupo e orso. Sì, perché John (che però per i ragazzi è sempre e solo Papà) è una persona che intimidisce chiunque si trovi al suo cospetto: è altissimo (stacca di una trentina di centimetri gli uomini più alti), muscoloso, temibile e sembra anche imprevedibile. E si capisce che è uno che riesce a stento a tenere a freno quello che il suo corpo sarebbe in grado di fare, la forza che emana.

Non avrebbe mai potuto attirare nessuno, con il carattere che aveva. Non c’era nulla di benevolo o rassicurante nel suo modo di fare. Di lui sapevano solo che era l’uomo più forte che chiunque avesse mai incontrato, e che in combattimento era spietato. Papà, naturalmente, non era consapevole di tutto ciò.
(…)
Papà era il re. Trenta centimetri più alto del più alto di tutti. Era gigantesco. Un suo braccio era grosso come due dei loro. I suoi pugni erano grandi quasi quanto le loro teste. La cassa toracica era abbastanza larga da contenere uno qualunque di quegli uomini, rannicchiato all’interno come un feto nel grembo materno.

La figlia Cathy ha decisamente preso da lui, anche se ha solo quindici anni è alta, parecchio forte, saggia, decisa e sicura di sé, al contrario di Daniel che, invece, forse è più simile alla madre (che non conosciamo e di cui i personaggi dicono di non parlare mai): è più timido, delicato, riflessivo, e infatti è quello che si lega più a Vivien. È un ragazzo che vive talmente fuori dal mondo che non si è accorto che, ora che è cresciuto, i pantaloni che ha sempre usato gli stanno corti e la maglietta gli lascia scoperto l’ombelico, che i capelli che non lava quasi mai sono diventati troppo lunghi, o che quando trova per caso in bagno le mutandine di Vivien non gli suscitano alcun turbamento (per uno della sua età!) perché non ha esperienza della vita al di fuori del bosco.

Ecco, forse i protagonisti e Price hanno caratteri troppo ben definiti, chi è troppo cattivo, chi troppo deciso, nessuno vuole scendere a compromessi. Ma forse, come avviene in certe storie, è fatto appositamente per rendere meglio l’opposizione fra protagonisti e antagonisti che, infatti, in questo caso sono del tutto opposti. E la diversità maggiore, quella che salta all’occhio immediatamente, è proprio tra John e Daniel, sta nel modo in cui il figlio parla del padre, facendolo apparire una figura quasi mitica.
Il racconto inizialmente sembra lento e più concentrato sulla vita particolare che conducono Daniel, John e Cathy, ma bisogna aspettare che s’intrufoli l’elemento di disturbo della loro quiete perché arrivi la svolta. E poi, visto più da lontano, non sembra più una battaglia personale tra i protagonisti e Price, ma la dura resistenza dell’obsoleto al moderno che cerca in tutti i modi di avere la meglio, soprattutto quando nessuna delle due parti è disponibile al compromesso.

Buona lettura!
E ricordate che fino al 5 ottobre tutto il catalogo Fazi è scontato del 25%.

Titolo: Elmet
Autore: Fiona Mozley
Traduttore: Silvia Castoldi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 280
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi


Fiona Mozley – Trentenne cresciuta a York, ha studiato a Cambridge e poi ha vissuto a Buenos Aires e a Londra. Attualmente sta svolgendo un PhD in Storia Medievale. Questo è il suo primo romanzo.

La morte di Virginia | Leonard Woolf

Ho comprato un po’ di tempo fa questo libriccino per la mia grande curiosità nei confronti di Virginia Woolf, una figura così importante e allo stesso tempo così fragile, e l’ho inserito tra letture più pesanti e voluminose, nonostante non sia per niente una storia piccola e leggera. La morte di Virginia è un estratto da The Journey not the Arrival Matters, autobiografia di Leonard Woolf pubblicata nel 1969, e qui il grande autore britannico parla della moglie, ma fa anche una ricostruzione – basata sulla propria esperienza – del periodo storico che va dal ’39 al marzo del ’41, quando lei si è tolta la vita. E alla morte di Virginia infatti arriva molto lentamente, nella seconda parte del libro, come se fosse qualcosa a cui prepararsi in modo graduale.
Agli albori della Seconda Guerra Mondiale, Londra è bersagliata da raid aerei e i Woolf si sono rifugiati in campagna nel Sussex, a Rodmell, ma anche lì presto cominceranno a udirsi gli scoppi delle bombe. La paura di essere catturati è grande e Leonard e Virginia sentono incombere su di sé il pericolo. Nel frattempo lei si butta a capofitto nei suoi scritti e lui è molto preso dalla situazione e spesso non si accorge di tanti segnali del fatto che Virginia non sta bene. Nella seconda parte, però, Leonard appare visibilmente preoccupato, si rende conto che la ricaduta dell’amatissima moglie non sembra essere come le altre, ma è sempre attento, cerca di mostrarle tutta la delicatezza di cui è capace, anche quando tutto le costa fatica. Virginia sta affrontando una battaglia contro una parte di sé che lui non può comprendere appieno, ed è cosciente che questa battaglia lei potrebbe anche perderla e soccombere.

Il 28 marzo del 1941 Virginia lascia diverse lettere. Al marito scrive:

Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.

Alla sorella Vanessa scrive: «Ho lottato, ma non ce la faccio più». Dopodiché abbandona il bastone sull’argine del fiume Ouse, si riempie le tasche di sassi e si lascia annegare nell’acqua.

Di lei, in questo libretto pubblicato da Lindau, c’è il ricordo di un marito che amava confrontarsi con una donna così intellettualmente forte, geniale, che amava passeggiare con lei o incontrare gli amici, e che in generale amava la vita con lei. È una testimonianza storica e anche privata di uno degli autori più importanti della letteratura inglese che ci permette di guardare il suicidio di Virginia dalla prospettiva – “privilegiata” – di chi le stava più vicino di chiunque altro. Emerge la figura di un uomo sensibile, innamorato e attento, che personalmente non avrei immaginato, nonostante avessi letto più volte la lettera d’addio della moglie e sapessi quanto si erano amati. Leonard sapeva, e tiene a sottolinearlo spesso, che lei voleva vivere, amava vivere, lottava per non cedere, ma la sua disperazione ha avuto la meglio e l’ha abbattuta, come una burrasca di vento nel ’43 abbatté uno dei due grandi olmi – che avevano chiamato Leonard e Virginia, come loro – sotto cui erano state sepolte le sue ceneri.

Un libro piccolissimo che si legge velocemente, ma parecchio denso.
Buona lettura!

Titolo: La morte di Virginia
Autore: Leonard Woolf
Traduttore: Paola Quarantelli
Genere: Autobiografia
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 92
Prezzo: 14 €
Editore: Lindau