Un uomo solo | Christopher Isherwood | #BlogNotesMaggio

Sa di me? si domanda George; qualcuno di loro lo sa?
Probabile. Non gli interessa. Non vogliono sapere niente
dei miei sentimenti, o delle mie ghiandole,
o di qualunque altra cosa al di sotto del collo.
Fosse per loro potrei tranquillamente essere una testa recisa,
portata in aula a fargli lezione su un piatto.

 

Continuiamo questo #maggiodeilibri in collaborazione con #BlogNotesMaggio e passiamo alla quinta settimana, il cui tema è “Vogliamo leggere“, un tema su cui possiamo essere un po’ più liberi. Io ho scelto di parlarvi di un libro che volevo leggere da tanto tempo e che sono finalmente riuscita a prendere in mano qualche giorno fa. Nonostante fosse un libro breve ci ho messo diversi giorni a leggerlo, perché è così intenso e così denso che non sono riuscita a fare altrimenti, l’ho assaporato pagina per pagina, quasi parola per parola. E l’ho amato follemente, come amo tutti quei libri che trasudano malinconia, ma forse questo di più.
Anni fa mi era capitato di vedere il film A single man, più per Colin Firth, attore che ammiro tantissimo, che per la storia in sé, che non conoscevo; comunque mi piacque molto. Siccome sono spesso distratta, ho visto dopo un po’ di tempo nel catalogo Adelphi questo libro dalla copertina di un bel blu elegante e ho voluto comprarlo. Non sapendo assolutamente che fossero collegati – anche se leggendolo ho scoperto che il film ha dei dettagli diversi rispetto al romanzo. Me lo sono letto e quindi oggi ve ne parlo.

Un uomo solo è un romanzo di Christopher Isherwood del 1964, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2009, con una traduzione di Dario Villa. Quella raccontata è una giornata qualsiasi di George, un professore inglese che insegna in un college americano. George ha perso in un incidente il suo compagno, il suo grande amore Jim, con cui se ne sono andate via tutte le emozioni del protagonista. Ormai solo in una casa che era troppo piccola per due ma non riesce ad essere grande per un uno solo, George adempie ai suoi doveri, va a fare lezione, in palestra, a fare una visita in ospedale, a cena da un’amica che sente di dover vedere anche se non ne ha molta voglia. Ma c’è una sorta di apatia di fondo, è come se il professore fosse un guscio vuoto a cui è rimasta solo una patina di razionalità, che se ne va in giro da un posto all’altro.

Per cosa vive ormai George? Cos’è che gli dà gioia? Niente, sembra. Forse solo l’ora di lezione agli studenti gli dà l’impressione di essere ancora vivo, quella specie di timore reverenziale che i ragazzi provano nei suoi confronti, non tanto per l’ammirazione che possono avere per lui quanto per il rispetto della sua autorità. Ma quando il tempo è scaduto e la campanella suona l’incanto svanisce, torna a sentirsi un uomo solo in mezzo a gente che non lo capisce, che non sa che cosa lui abbia dentro.

«Vedi, Kenny, ci sono cose che non sai di sapere, finché qualcuno non te le chiede. (…) Qualcuno che ti faccia una domanda ci vuole,» continua George, intenzionalmente «prima che tu possa rispondergli. Ma è raro trovare qualcuno che faccia la domanda giusta. Sono tutti così poco attenti. (…) Essere abbottonato non è una scelta» dice tenendo gli occhi a terra e nel modo più neutro possibile. «Sai, Kenny, mi capita spesso di voler dire, o discutere qualcosa con assoluta franchezza. Non in classe, naturalmente, non funzionerebbe. C’è sempre qualcuno pronto a fraintendere».

Con uno stile elegante e raffinato, Isherwood lascia che Jim e il pensiero della morte siano presenti in ogni riga di ogni pagina, anche quando non vengono esplicitamente menzionati. Questo poi viene reso nel film – che dovrò rivedere – con l’inserimento nella trama di un elemento importante come la pistola. George, rimasto solo, considerato da tutti solo per la sua testa senza che a nessuno interessi ciò che avviene al di sotto di essa, sembra costantemente sul baratro, non ha un vero interesse per nulla, una ragione di vita. L’unica cosa che gli ricorda per un attimo di non essere già morto è una piccola luce rappresentata dall’incontro con un suo studente che si avvicina a lui. Poi il buio.

Terminata la lettura – a proposito: splendida e magistrale la narrazione quasi di tipo scientifico delle ultime due pagine – sembra che ci manchi qualcosa, ma ci restano tutti gli spunti di riflessione che Isherwood dissemina qua e là fra le pagine. Sono le riflessioni di George, ma in fondo sono quelle di ogni essere umano che per un motivo o per un altro abbia gli strumenti per scavare sotto la superficie e inevitabilmente si sente solo in un mondo che non s’impegna a capire chi lui sia.

Dal film “A single man”, 2009, regia di Tom Ford

Posso classificare Un uomo solo come uno dei libri più belli che abbia mai letto, e posso dire tranquillamente che secondo me è un libro perfetto, a cui, cioè, non manca nulla per essere meglio di com’è. Per questo motivo ne consiglio la lettura a tutti coloro che cercano un romanzo intenso e che lasci qualcosa dentro; poco indicato per chi, invece, cerca in un libro uno svago, una distrazione o qualcosa di allegro (qui ce n’è ben poco!).

Buona lettura!

Titolo: Un uomo solo
Autore: Christopher Isherwood
Traduttore: Dario Villa
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1964 (2009 questa edizione)
Pagine: 148
Prezzo: 16 €
Editore: Adelphi


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All’ombra di Julius | Elizabeth Jane Howard

Julius ha sempre vissuto, o cercato di vivere, secondo principi più alti.
Non secondo i suoi sentimenti verso qualcuno in particolare,
ma semmai secondo i suoi sentimenti nei confronti dell’umanità.

 

Chi mi segue abitualmente sa che negli ultimi anni mi sono appassionata a un’autrice inglese che con la sua saga mi ha fatto macinare in pochissimo tempo centinaia di pagine e mi ha conquistato con il suo stile elegante e delicato, Elizabeth Jane Howard (che ho conosciuto con la sua bellissima storia familiare dei Cazalet). Ora sono molto felice di parlarvi di un altro suo libro che esce proprio oggi grazie a Fazi, All’ombra di Julius, che ho potuto leggere in anteprima già da un po’ e di cui non vedevo l’ora di raccontare.

La storia in poche parole è questa. Siamo intorno al 1960 e Julius Grace è morto ormai da vent’anni dopo aver compiuto un gesto eroico: pur non capendo nulla di imbarcazioni ne ha presa una ed è andato a recuperare alcuni uomini feriti a Dunkerque senza però poter riabbracciare i suoi cari. Oggi, la sua figlia maggiore, Cressida, bellissima vedova di trentasette anni, è una pianista non eccezionale e si trascina da una storia con un uomo sposato all’altra, mentre la minore, Emma, di ventisette, lavora nella casa editrice di famiglia e non ha mai avuto una vera relazione. Esme, la vedova di Julius, quasi sulla sessantina, è ancora una donna elegante e affascinante ma non si è più risposata; anzi, dopo la morte del marito è stata improvvisamente lasciata anche dal suo amante Felix, di ben quattordici anni più giovane. Questi quattro personaggi si troveranno a passare un fine settimana in campagna (insieme a Dan, uno che non c’entra niente con loro se non per il fatto che pubblica poesie per la casa editrice di Emma) e a tirar fuori, dopo anni, tutto ciò che si sono portati dentro.

Ma come si fa a rendersi felici? È questo che vorrei sapere. Non saperlo mi spinge a tentare di arrangiarmi con quello che ho. Una prospettiva davvero meschina.

Anche in questo romanzo, la Howard sceglie di dedicare ogni capitolo a un personaggio diverso, permettendo così al lettore di approfondire la conoscenza di una determinata figura. Ci racconta la storia passata e presente di ognuno di essi così da farci capire i motivi delle loro azioni prima ancora che siano loro a spiegarli agli altri. Riusciamo a comprendere il turbamento di Emma di fronte a molti uomini e il comportamento diametralmente opposto di Cressy che, invece, per paura di essere sola, si concede a chi le dà attenzioni ma non amore. Felix, che ormai non ha più ventitré anni, è cresciuto ed è diventato un uomo responsabile che sa cosa vuole; o ancora Dan che, vecchio stampo com’è, riesce ad uscire da certi schemi mentali. E infine Esme, che deve fare i conti col passato e chiudere il suo capitolo più importante. Su tutti aleggia l’ombra di Julius, non presente fisicamente ma di sicuro con lo spirito.

Aveva scoperto con amarezza che più dai per scontato qualcuno – considerandolo magari incompatibile o noioso – più senti la sua mancanza nel momento in cui ti lascia o muore.

Il personaggio più bello, a mio parere è Cressy, una donna che si mostra a chiunque la circondi in tutta la sua imperfezione e in tutta la sua fragilità. Non nasconde mai di aver paura della solitudine, di non provare vero amore o di averlo provato e, per questo, essere stata spezzata più volte. Però questi pezzettini di sé li rimette sempre insieme, si rialza e va avanti lanciandosi in nuove avventure senza alcun timore di lasciarsi sopraffare e cadere di nuovo. Perché nella vita lei rischia, in fondo è tosta e chi dice che in realtà la sua grande forza non sia proprio questa fragilità? Questo abituarsi a prendere botte dal destino e sentire sempre meno dolore.
Io non ho letto la biografia della Howard a cura di Artemis Cooper pubblicata sempre da Fazi, ma chi lo ha fatto mi dice che forse Cressy è il personaggio in cui è presente di più l’autrice, la ricorda molto. Ed è un ottimo motivo per mettere quest’altro libro nella lista di quelli da leggere.

«Quelli come te parlano sempre come se io avessi deliberatamente scelto la situazione più brutta e squallida. Non è così che funziona. Quando sei…”libera”» – a Felix non sfuggì il suo disagio nel pronunciare quella parola – «è normale volere qualcuno. Qualcuno a cui voler bene. Certo, all’inizio pensi di sapere bene cosa vuoi. Però succede che non lo trovi. Allora cominci a domandarti se la persona che vorresti esiste davvero. Ti chiedi: ma se lo trovassi, lo vorrei ancora? E nel frattempo gli anni passano e tu sei lì, sempre libera, sempre ansiosa d’innamorarti».

Elizabeth Jane Howard riesce a trattare qualsiasi argomento, anche il più basso moralmente, con grande maestria, un po’ come aveva fatto nella saga dei Cazalet. A questo punto non aspettiamo altro che escano tutti i suoi romanzi, ma nel frattempo gustatevi questo capolavoro, perché ne vale proprio la pena.
Buona lettura!

Titolo: All’ombra di Julius
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1965 (9-04-2018 per Fazi)
Pagine: 328
Prezzo:  20 €
Editore: Fazi

 

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Elizabeth Jane Howard (Londra, 1923 – Bungay, 2014) Figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina del balletto russo, ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie subite da parte del padre. Donna bellissima e inquieta, ha vissuto al centro della vita culturale londinese della seconda metà del Novecento e ha avuto una vita privata burrascosa, costellata di una schiera di amanti e mariti, fra i quali lo scrittore Kingsley Amis. Da sempre amata dal pubblico, solo di recente Howard ha ricevuto il plauso della critica. Scrittrice prolifica, è autrice di quindici romanzi. La saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo. Fazi Editore ha pubblicato il romanzo Il lungo sguardo e i cinque volumi della saga: Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesa, ConfusioneAllontanarsi e Tutto cambia.

“Tutto cambia” (La saga dei Cazalet vol. 5) di Elizabeth Jane Howard

Finalmente riesco a parlarvi di una delle mie ultime letture, cioè Tutto cambia, l’ultimo volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, uscito a settembre. L’ho letto in pochissimo tempo, davvero, perché lo aspettavo con ansia. Come sapete, se mi seguite da un po’, ho amato tantissimo questa saga inglese, i personaggi e le storie della Howard mi hanno conquistata da subito e non vedevo l’ora di capire come sarebbe andata a finire questa vicenda. Un altro motivo che mi ha fatto adorare questo libro è che, nel caso specifico proprio di questo volume, si tratta di un regalo di una cara amica che conosce la mia passione per i Cazalet, quindi grazie mille, Giulia!

[Per chi non sapesse di che cosa stiamo parlando, ecco le puntate precedenti: PRIMA PARTESECONDA PARTETERZA PARTEQUARTA PARTE]

La cosa che più mi ha colpito è che la storia si conclude esattamente da dove è cominciata: dalla casa, Home place, quella residenza enorme che ha visto passare generazioni e generazioni di Cazalet, la casa dove il tempo sembra essere passato velocemente e in cui i nostri personaggi hanno condiviso gioie e dolori. Purtroppo mi trovo quasi con le mani legate perché posso dire davvero poco, devo riuscire a non fare spoiler, soprattutto perché si tratta di ben cinque volumi, ed è difficile. Però vi confesso che nell’ultima parte c’è una pagina davvero bella che, com’era ovvio che succedesse, mi ha commosso. È un pezzo in cui i Cazalet, ormai quasi tutti per i fatti loro, con le loro famiglie e le loro vite, si ritrovano tutti insieme per passare il Natale a Home place e, se avete letto tutti e quattro i volumi che precedono quest’ultimo, vi capiterà proprio di vedere nella mente tutto ciò che avete letto prima, come a ripercorrere il passato di una famiglia di cui, sì, vi sentirete di aver fatto un po’ parte.

Dicevo che i Cazalet hanno le loro vite diverse. Quelli che ne Gli anni della leggerezza erano bambini adesso sono adulti; alcuni si sono sposati e hanno avuto figli, altri sono alla ricerca dell’amore, altri ancora invece stanno cercando di capire che cosa vogliono davvero. Quelli che erano adulti, poi, si avviano adesso verso la vecchiaia, cominciano i problemi di salute, ma la caratteristica principale di questa grande famiglia è l’essere uniti, sempre, quindi nessuno è mai davvero solo. In tutto cambia i nostri si ritrovano a dover affrontare problemi finanziari, nuovi amori, qualcuno capisce di aver sbagliato tutto nella propria vita e si sente in trappola, qualcun altro invece prende uno scivolone (e delude un po’ anche noi lettori, ma nessuno è perfetto!).
Tra tutti, però, credo che il personaggio che nello svolgimento della storia si evolve meno sia Hugh, e non lo dico in senso negativo: è una figura molto bella dall’inizio alla fine, si prodiga per gli altri, è sempre a disposizione della sua famiglia e infatti tutti gli vogliono bene e lo trattano con grande rispetto.

Credo che, se non l’avete ancora letta, questo sia il momento migliore per cominciare a conoscere i Cazalet, in fondo tutti i volumi sono stati pubblicati e non dovrete aspettare mesi perché escano. La Howard mi ha conquistata, infatti mi sono riproposta di leggere altri suoi romanzi, dovrei averne già uno da parte.
Chi l’ha già letta che cosa ne pensa?

Titolo: Tutto cambia
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 settembre 2017
Pagine: 610
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Anatomia di un soldato” di Harry Parker

Con l’inizio del nuovo anno la libreria che frequento regolarmente ha deciso di organizzare incontri periodici con gli editori, incontri in cui il pubblico ha la possibilità di fare tutte le domande che vuole a chi, nei fatti, lavora in una casa editrice. I primi due – gli unici fino ad ora – sono stati dedicati a Keller (presente lo stesso Roberto Keller) e a SUR (a cui hanno presenziato Marco Cassini, direzione editoriale, e Alessandro Bandiera, direzione commerciale). Io, com’è ovvio, ho fatto i miei acquisti ed è proprio dal secondo di questi incontri che arriva il libro di cui voglio parlarvi oggi. Si tratta di un testo che ho qualche difficoltà ad inquadrare in un genere preciso. Potrei dirvi che Anatomia di un soldato di Harry Parker è un romanzo, ma dovrei specificare una serie di cose, come ad esempio che potrebbe essere benissimo una raccolta di mini-racconti collegati fra loro. Preferisco, però, dire che è un romanzo composto da frammenti e che è il lettore a dover mettere al suo posto ognuno di questi pezzetti per ricostruire la storia di base.

Tom Barnes è un giovanissimo capitano dell’esercito britannico che si trova in missione in Afghanistan; Latif un ragazzino che milita fra i ribelli; Faridun, amico di Latif e figlio di uno degli anziani, vuole vivere tranquillo nel suo villaggio. Attorno a questi tre personaggi Parker costruisce una storia fatta di dettagli reali, eventi che ha vissuto davvero e che lo hanno portato, come accade al suo alter ego Barnes, a perdere entrambe le gambe. La particolarità del libro è che la voce narrante non è nessuno dei tre personaggi principali, ma il racconto è affidato agli oggetti che entrano in contatto con almeno uno tra Tom, Latif e Faridun. Una volta a parlare è un’arma, un’altra volta un sacco di fertilizzante, un’altra volta ancora può essere una fotografia che passa tra le mani di due amici. E questa tecnica permette all’autore di far sì che alcune storie condividano dei momenti, che riescano a sovrapporsi. Mi spiego meglio. Due tra i capitoli che mi sono piaciuti di più sono quello narrato dal tubo endotracheale di Tom mentre si trova in ospedale e quello raccontato dalla borsetta che la madre del ragazzo stringe tra le mani quando va a trovare il figlio in terapia intensiva. Ci troviamo a “vedere” la stessa scena da due punti di vista diversi e questo, secondo me, è geniale.

Ripensò al sorriso del figlio e all’ultima volta che era uscito dal cancello di casa dicendo che sarebbe andato tutto bene, e ricordò di aver pensato che non doveva sfidare la sorte in quel modo. Ripensò a quando lui aveva otto anni e piangeva mentre lo accompagnava a scuola. Ripensò a quando aveva finito l’addestramento, e a quanto lei ne era stata fiera.
Ricordò di aver provato lo stesso terrore ogni volta che aveva sentito suonare il campanello da quando lui era partito. Ricordò lo sforzo che faceva per scendere ad aprire, e il sollievo nello scoprire che erano solo piazzisti, e quanto era stata più gentile con loro. Adesso rimpiangeva di essere scesa al pianterreno.

Harry Parker, attraverso il filtro Barnes, si mette completamente a nudo e ci racconta una disgrazia senza però risparmiarsi perché forse capisce che per accettare il dolore lo si deve prima attraversare. La prima fase è quella in cui, ancora in ospedale (una sorta di bolla), non si rende conto fino in fondo di quanto è accaduto; poi torna a casa e l’unica cosa a cui riesce a pensare è che avrebbe tanto voluto morire dopo aver messo il piede su quell’ordigno, piuttosto che restare mutilato; poi comincia la fisioterapia e inizia ad usare le protesi, capisce che pensare a ciò che è stato serve a poco e bisogna ripartire da lì per vivere il futuro. Barnes ha una grande forza di volontà e ritrova la sua voglia di vivere, anche se non sembra essere arrivato alla fine del suo percorso, sempre che ci possa essere una fine.

Lo stile è crudo, non ci sono ideologie, riferimenti all’attualità, in ogni capitolo viene raccontata una storia in modo oggettivo e il motivo è semplice: non serve nulla di tutto ciò per parlare dell’orrore della guerra, delle conseguenze fisiche e psicologiche di un conflitto. E proprio per la mancanza di riferimenti Anatomia di un soldato è un romanzo autobiografico per Harry Parker che attraverso quest’inferno ci è passato, ma potrebbe essere benissimo un libro che parla di altre persone e di storie simili. In fin dei conti l’argomento è universale e ha toccato tanti altri.
Per quel che mi riguarda, nonostante sia un esordio posso definirlo tranquillamente un capolavoro, dalle mie parole si sarà già capito, e ne consiglio la lettura nello specifico a chi, come me, ama la letteratura forte, quella che suscita emozioni autentiche senza aver bisogno di paroloni ma affidandosi solo alle storie.
Buona lettura!

Titolo: Anatomia di un soldato
Autore: Harry Parker
Traduttore: Martina Testa
Genere:
 Romanzo autobiografico
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 349
Prezzo: 17,50 €
Editore: SUR

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena


Harry Parker (1983), figlio di un generale inglese che è stato vicecomandante delle forze Nato in Afghanistan, si è arruolato a sua volta nell’esercito britannico a 23 anni e ha prestato servizio col grado di capitano nel 2007 in Iraq e nel 2009 in Afghanistan, dove in seguito all’esplosione di un ordigno ha perso entrambe le gambe. Vive a Londra, dove ora si dedica alla scrittura e al disegno.

“Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo” di Alleyne Ireland

«Non dimenticate mai che sono cieco,
e che per la maggior parte del tempo soffro.»

 

Goodbook.it con l’inizio del 2017 ha dato vita a un progetto parecchio interessante che consiste nel focalizzare l’attenzione ogni mese su un editore diverso. Il mese di marzo è dedicato ad Add Editore e io ho il piacere di parlarvi di una delle loro ultime pubblicazioni, una novità uscita proprio da pochi giorni, una biografia su un personaggio che molti di voi conosceranno anche solo per sentito dire: Joseph Pulitzer. Leggere questo libro mi ha fatto venire in mente che spesso dovremmo – o meglio, dovrei, perché è una riflessione che ho fatto pensando alle mie letture – concentrarci di più sul genere letterario delle biografie, per conoscere meglio determinate personalità che hanno lasciato il segno. Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo, scritto nel 1914 da Alleyne Ireland, uno dei segretari di Pulitzer, arriva in Italia quest’anno, con una traduzione di Alessandra Maestrini, proprio in occasione del centenario della prima assegnazione del premio Pulitzer (1917, appunto), un premio statunitense considerato la più grande onorificenza nazionale per giornalismo, successi letterari e composizioni musicali.

A narrare, ovviamente in prima persona, è Alleyne Ireland, giornalista e scrittore inglese, nonché formidabile viaggiatore, che ebbe l’onore e il privilegio di essere uno dei segretari di J. P., come veniva chiamato dai collaboratori più stretti. L’occasione gli fu data da un articolo sul giornale che diceva più o meno che si stava cercando, come segretario e accompagnatore per un gentiluomo, una persona intelligente, di mezza età, che avesse viaggiato e letto molto e che fosse disposto a vivere all’estero. Ireland rispose e si trovò a dover fare una serie di colloqui, alcuni anche parecchio complicati dato che i suoi esaminatori cercavano di trovare i suoi punti deboli, prima di scoprire chi fosse il gentiluomo da accompagnare e di essere assunto. Pulitzer era ormai cieco – Ireland poi racconta della rottura del vaso sanguigno nell’occhio che lo portò a non vedere più nulla – ma le sue facoltà intellettuali restarono intatte, se addirittura non si potenziarono. Era un uomo dalla cultura vastissima, dalla memoria immensa e dalla grande determinazione. Dopo la Guerra Civile non aveva i soldi nemmeno per pagarsi un letto al French’s Hotel; in breve tempo divenne reporter del Westliche Post, in meno di dieci anni arrivò ad essere direttore e co-proprietario, la sua ascesa fu rapidissima; si comprò il French’s Hotel, lo rase al suolo e vi fece erigere il Pulitzer Building, dove collocò la sede del World.

«Quello che dico è che i giornali che negli Stati Uniti alterano le notizie, che pubblicano ciò che sanno essere falso, non arrivano a una mezza dozzina. Ma se pensassi di non aver fatto di meglio, mi vergognerei di possederne uno. Non è sufficiente astenersi dal pubblicare notizie false, non è abbastanza fare attenzione a evitare gli errori che possano nascere dall’ignoranza, la trascuratezza, la stupidità di uno o più dei molti uomini che maneggiano le notizie prima che vengano pubblicate. Bisogna fare molto di più; bisogna fare in modo che tutti coloro che hanno un qualche rapporto con la testata – redattori, reporter, corrispondenti, revisori, correttori di bozze – credano che l’accuratezza sia per un giornale ciò che la virtù è per una donna.»

Ireland, nel racconto del suo rapporto con J. P., non fa altro che ribadire la sua ammirazione per questa figura così geniale e così dotata che ha cambiato la storia del giornalismo creando uno stile nuovo che tuttora è dominante almeno nella stampa oltreoceano. Se il libro è pieno di descrizioni anche degli ambienti frequentati da Pulitzer, e di conseguenza dal suo biografo, come l’interno della villa o del panfilo su cui J. P. amava passare gran parte della sua vita, molto spazio viene dato al carattere spesso un po’ brusco del protagonista. Essendo una persona molto colta e intelligente, c’era da aspettarsi che non gli piacesse trascorrere il suo tempo con persone che in qualche modo non fossero stimolanti; per questo motivo amava circondarsi di uomini che eccellessero in diversi campi. Quello che, però, faceva sempre era, come dice Ireland stesso, divertirsi a trovare crepe nell’armatura intellettuale degli altri. Pulitzer cercava falle, voleva far cadere i suoi interlocutori che, per quanto fossero speciali, a volte cascavano davvero.

Joseph Pulitzer (Makó, 10 aprile 1847 – Charleston, 29 ottobre 1911) all’età di 34 anni

Pulitzer era inoltre un uomo che spesso diventava nervoso, anche a causa della cecità che era pur sempre una limitazione, specie per uno come lui. Ciò aveva fatto sì che gli altri sensi si acuissero e quello che gli dava più fastidio erano i rumori, che per ovvi motivi avvertiva in maniera più intensa rispetto agli altri. Spesso, quindi, soffriva di forti mal di testa che lo portavano ad essere particolarmente scontroso e irascibile; una volta passati, però, sempre pronto a scusarsi e tornare sui suoi passi. L’unica cosa che inspiegabilmente sembrava non dargli disturbo, quando forse avrebbe dovuto, dice Ireland, era il pianto dei bambini, perché probabilmente era un indizio di vita.

Alleyne Ireland, con uno stile elegante tipico di un uomo della sua epoca, tratteggia la figura di un Joseph Pulitzer già avanti negli anni (lo conobbe, infatti, nell’ultima parte della sua vita). Come ho già detto in parte, ci racconta J. P. nel bene e nel male, cioè nei suoi momenti di nervosismo e in quelli di estrema gentilezza, senza dimenticare mai il grande uomo che è stato. È un memoir lucido e veritiero anche perché fatto in prima persona da chi visse per un periodo di tempo al suo fianco, e possiamo considerarlo un omaggio di Ireland a un uomo che ha cambiato la storia della carta stampata, nonché il racconto di un periodo storico, quello precedente alla Prima guerra mondiale.
Personalmente, sono contentissima di averlo letto. Confesso di non essermi preoccupata, in precedenza, di approfondire la conoscenza di questo personaggio così importante (siamo sempre lì: penso che dovrei dedicare più tempo alle biografie!), ma ora che l’ho fatto penso che mi abbia arricchito molto.

Buona lettura!

Titolo: Joseph Pulitzer. L’uomo che ha cambiato il giornalismo
Autore: Alleyne Ireland
Traduttore: Alessandra Mestrini
Genere:
 Biografia
Anno di pubblicazione:
 1914 (2017 questa edizione)
Pagine: 192
Prezzo: 16 €
Editore: Add editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

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Alleyne Ireland è nato a Manchester nel 1871 ed è morto nel 1951. È stato giornalista per molti anni si è occupato delle colonie dell’impero inglese. Ireland ha vissuto a lungo in Australia, Canada, India, Birmania, Indocina, Filippine e nella Giaia inglese. Ha scritto diversi libri di viaggio e a fatto parte dello staff del “World” il quotidiano diretto da Joseph Pulitzer.

“Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

Kazuo Ishiguro è un autore che ho sempre voluto leggere ma a cui mi sono dedicata lo scorso dicembre, quando mi è stato regalato Quel che resta del giorno, il romanzo che narra le vicende di un maggiordomo inglese che fa un viaggio nella campagna inglese e poi finisce per esplorare più ciò che sta nel fondo del suo cuore che quelle terre magnifiche. Tantissime persone mi hanno consigliato, poi, di leggere Non lasciarmi e io da brava l’ho fatto la settimana scorsa, scoprendo una storia bellissima e particolarmente drammatica. Ho trovato, cioè, un libro di quelli belli tosti che piacciono a me. Parlarne, però, mi riesce abbastanza difficile perché, affinché possiate capirlo appieno dovrei svelarvi dei particolari (delle motivazioni, più che altro) che non dovrei nemmeno citare. Ma ci proviamo.

Kathy, Ruth e Tommy sono tre ragazzi che vivono ad Hailsham, un collegio che si trova nella campagna inglese. Non sono esattamente orfani, ma non hanno neanche dei genitori, semplicemente si trovano lì e vengono accuditi da custodi e insegnanti che li preparano ad un tipo di vita particolare: cercano di far sviluppare loro doti artistiche e di farli studiare, danno indicazioni su cosa fare e non fare, come per esempio non bere, non fumare, preservare il proprio corpo e la propria anima, insomma. Perché un giorno saranno donatori e andranno incontro al loro ciclo. Ai ragazzi non è permesso fare troppe domande sul periodo che si trascorre lì, capiranno tutto crescendo: che significa essere donatore? Che cosa fa un assistente? Che significa completare il proprio ciclo? Perché una certa Madame preleva alcuni dei loro disegni e li mette nella sua “galleria” privata?
Ma soprattutto: perché non possono legarsi a chi è diverso da loro? Perché viene detto loro quasi di non innamorarsi, che è permesso avere piccole storie ma solo fra loro? Queste sono solo alcune delle tante domande a cui si darà risposta più avanti, domande che nascono dalla strategia degli insegnanti del “dire e non dire”. E io non posso dirvi altro!

La storia è narrata in prima persona da Kathy, che è legata a Tommy da una grande amicizia. Nonostante ciò, il ragazzo, almeno durante l’adolescenza, sta insieme a Ruth, anche lei amica di Kathy ma in un modo un po’ particolare. Ruth sembra essere una che vuole stare al centro dell’attenzione, che vuole avere il controllo di tante cose ed essere popolare; in realtà anche lei è una persona molto fragile e lo dimostra nei momenti in cui si trova da sola con Kathy e si lascia andare ad attimi di dolcezza inaspettata. Tommy, invece, fin da piccolo, è un ragazzo problematico, ha delle improvvise esplosioni di rabbia, viene messo da parte dagli altri, a volte persino sbeffeggiato; ma Kathy gli è sempre amica, e lui crescendo impara a controllarsi. Ma il suo carattere, l’irruenza che cerca per tutta la vita di tenere a freno, la rabbia che ha dentro sembrano essere una strana forma di consapevolezza di sé e del proprio destino: è come se Tommy sapesse da sempre ciò a cui tutti stanno andando incontro e tentasse di non arrendersi.

Ed effettivamente vanno tutti incontro ad un destino a cui cercheranno in tutti i modi di sfuggire, dando credito a voci di corridoio ma soprattutto al loro cuore. Perché con piccoli accenni chi li ha allevati ha fatto nascere in loro il sospetto di cosa li aspetta, e perfino Kathy immagina come sarà il suo futuro, già da quando si appassiona alla canzone contenuta nella sua cassetta del cuore, quella che dice Non lasciarmi. Una canzone a cui la ragazzina dà un significato speciale, che alla fine potrebbe rivelarsi molto vicino alla verità.

Ciò che rendeva quella cassetta tanto speciale per me era una canzone in particolare, la numero tre, Never Let Me Go.
È un lento, musica d’atmosfera, tipicamente americano, e c’è quel verso che si ripete quando Judy canta: «Non lasciarmi. .. Oh, tesoro… Non lasciarmi…» Avevo undici anni allora, non avevo molta dimestichezza con la musica, ma quella canzone, be’, ne rimasi affascinata. Continuavo a riavvolgere il nastro esattamente nel punto dell’inizio, in modo da poterla ascoltare ogni volta che me se ne offriva l’occasione.

Ma se Non lasciarmi è una storia drammatica, è anche un libro che parla d’amore, di legami (come quello fra Kathy e Tommy, che diventa sempre più forte), di politica e progresso. Ishiguro crea una sorta di distopia, un mondo in cui avvengono pratiche che nella società reale mai potremmo accettare, nello specifico si parla di un’umanità che utilizza alcune persone solo ed esclusivamente per determinati scopi, e quando le ha spolpate fino all’osso le mette via perché ormai inutili. E anche se l’argomento è parecchio forte, l’autore lo tratta con grande delicatezza, mettendo al centro della sua storia tre ragazzini, vittime e ingranaggi di un sistema scellerato, che nascono, crescono, vivono e s’innamorano con la speranza nel cuore. Senza alcun dubbio, quella raccontata è una vicenda che trasmette malinconia, e forse proprio per questo Non lasciarmi è un libro che non si dimentica, che, come si suol dire, “ti lascia qualcosa dentro”. Voltata l’ultima pagina non puoi dimenticarti di Kathy, Ruth e Tommy. Soprattutto di Tommy, un personaggio che, personalmente, ho amato moltissimo per la sua dolcezza.

Per questo penso che sia un libro che non può mancare nelle nostre librerie.

Continuo a pensare a un fiume da qualche parte là fuori, con l’acqua che scorre velocissima. E quelle due persone nell’acqua, che cercano di tenersi strette, più che possono, ma alla fine devono desistere. La corrente è troppo forte. Devono mollare, separarsi. È la stessa cosa per noi. È un peccato, Kath, perché ci siamo amati per tutta la vita. Ma alla fine non possiamo rimanere insieme per sempre.

Titolo: Non lasciarmi
Autore: Kazuo Ishiguro
Traduttore: Paola Novarese
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2005 (2007 questa edizione)
Pagine: 291
Prezzo: 12 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro

15665678_1825339571012961_331241896921654051_nDopo tanto tempo ho finalmente avuto l’occasione di leggere un libro che era nella mia lista desideri da non so quanti anni. Me lo ha regalato Martina, grazie ad una nuova edizione del giochino organizzato da Maria di Scratchbook che l’anno scorso ha portato tra le mie mani Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis. Quello di cui vi parlo oggi è un libro di cui v’innamorate già dal titolo, com’è successo a me, e con il quale poi, durante la lettura, cadete proprio fulminati: Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, da cui è stato tratto anche un bellissimo (mi dicono, io devo ancora vederlo) film con Anthony Hopkins ed Emma Tompson.
È la mia ultima recensione del 2016 e anche l’ultima lettura, dato che non penso di riuscire ad iniziare qualcosa di nuovo tra oggi pomeriggio e domani, perché ultimamente sono davvero una trottola, vado sempre di corsa e tento di godermi la fine di quest’anno che è stato un po’ disastroso per tutti.

Il signor Stevens è un maggiordomo d’altri tempi, uno di quelli con grande dignità e professionalità che nel 1956 ormai non esistono quasi più in Inghilterra. Ha lavorato per molti anni al servizio di Lord Darlington e adesso si trova nella stessa casa, che però è stata comprata (tutta, parte della servitù compresa) dall’americano Mr. Farraday. Quest’ultimo decide di fargli un regalo: dovendo andare fuori, gli consiglia di farsi un viaggio e di svagarsi. Allora Stevens, un po’ titubante, accetta e parte con la Ford del padrone verso la Cornovaglia, attraverso la campagna inglese. Il viaggio, però, se in un primo momento è fisico, poi si trasforma in un’esplorazione della sua anima, diventa interiore perché il maggiordomo inizia a rielaborare il suo passato, le scelte che ha compiuto, quello che gli è mancato e, complice anche la solitudine durante il cammino, realizza che forse non è stato felice.

Stevens è un uomo tutto d’un pezzo, uno che si è sempre comportato come se fosse totalmente anaffettivo, mettendo da parte le proprie preoccupazioni e i propri desideri perché nulla ha mai dovuto infastidire o intralciare la vita familiare dei suoi padroni. Così facendo, quando suo padre è spirato lui non è potuto salire a dargli l’ultimo saluto perché era richiesto nella camera di lord Darlington, quando Miss Kenton ha fatto di tutto per fargli capire che si stava sposando ma era lui che voleva non ha battuto ciglio e l’ha lasciata andare via facendole le congratulazioni, quando gli ospiti del padrone hanno tentato spudoratamente di sbeffeggiarlo non ha fatto altro che incassare e non replicare. Insomma, ha preso alla lettera l’espressione “hanno il coltello dalla parte del manico e devo obbedire”, anche se nessuno gli ha mai detto di comportarsi così. In realtà è sempre stato lui ad avere una visione estrema della dignità, qualcosa su cui torna spesso a riflettere e di cui dibatte in più punti con altri personaggi. Questa dignità viene perfino definita come “non togliersi i panni di dosso in presenza di altre persone”, nel senso di non dover mai dare a nessuno la possibilità di vedere chi siamo, di vedere il nostro dolore, le nostre emozioni o i nostri crolli.

Capirete bene che Stevens, anche se non lo sa, è pieno fino all’orlo di rimpianti e alla fine del suo viaggio, fatte tutte le considerazioni del caso – si accorge realmente che poteva avere una vita migliore e che ha perso tanto – si pone la domanda fondamentale: è troppo tardi per cambiare vita oppure ormai sono rimasto incastrato in questa esistenza, in questa gabbia di ghiaccio che mi sono costruito da solo?
Chiaramente questa riflessione è portata all’estremo, ma siamo spesso in tanti a trovarci bloccati in una condizione e non riusciamo ad uscirne. Magari quando con qualcuno ci comportiamo in un certo modo e continuiamo a farlo perché ormai quello si è fatto quest’idea di noi e ne restiamo imprigionati. O quando crediamo che quel qualcuno si aspetti determinate cose da noi e le facciamo per compiacerlo.
Questo tormento interiore Ishiguro ce lo racconta con la delicatezza e la dignità (che ritorna sempre) di un maggiordomo inglese vecchio stampo a metà del Novecento. Ma mentre Stevens matura, anche il suo linguaggio cambia, quando racconta – in prima persona – le sue tappe e i suoi ricordi all’inizio è molto più duro e asettico, mentre man mano che si va avanti inizia a diventare più umano, scopre la sua interiorità.

Quel che resta del giorno è la storia di un uomo che per tutta la vita non ha fatto altro che reprimersi. Non sappiamo, effettivamente, se soffra per quello che si è precluso, conosciamo solamente il suo passato e le dinamiche del suo viaggio interiore, ma non possiamo arrivare a capire quanto in realtà gli sia mancato, dato che il suo carattere sembra aver compiuto danni irreparabili.
Buona lettura e soprattutto buon anno nuovo, pieno di buone letture e cose positive, che non guastano mai!

Titolo: Quel che resta del giorno
Autore: Kazuo Ishiguro
Traduttore: Maria Antonietta Saracino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1989 (2016 questa edizione)
Pagine: 280
Prezzo: 12€
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena