Briciole: “Il libro di Natale”, “Oggetti solidi”, “Applausi a scena vuota”

Premetto che so di essere pessima, ma in questo periodo sono più iperattiva del solito, faccio mille cose, la testa va per conto suo e non riesco a parlare bene e per esteso di ogni libro che leggo. Devo quindi ricorrere nuovamente alla rubrica Briciole per parlarvi delle mie ultime tre letture, purtroppo non come vorrei, ma è solo per darvi un’idea di quello che ho affrontato e per confrontarmi con voi qualora doveste conoscere questi libri. Mi dispiace moltissimo non riuscire a dire di più perché sono state tre letture veramente belle, un Nobel, un’autrice meravigliosa e quello che forse è il mio scrittore preferito. Ma c’è il Natale, i regali, l’anno che sta finendo (e voglio parlarvi adesso delle letture del 2016, senza sforare), io che ultimamente mi sono data alla pazza gioia e ho bisogno di divertimenti, quindi capirete che il tempo e la concentrazione scarseggiano. Ma andiamo al dunque.

lagerlofnatale1Il libro di Natale di Selma Lagerlöf è una raccolta di racconti che abbiamo scelto come ultima lettura di gruppo del 2016 su LeggoNobel. L’autrice ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1909 ed è stata la prima donna a ricevere questo riconoscimento. Questi racconti, che abbiamo finito di leggere praticamente in due giorni – perché il libro è davvero breve – sono un bel ritratto della Svezia di fine Ottocento / inizio Novecento e sembrano quasi delle favole. Quello che ha colpito molti di noi lettori è come abbia fatto la Lagerlöf a dare un’immagine così vivida e veritiera dell’infanzia quando lei era già più avanti negli anni. Per il resto l’atmosfera natalizia è al centro dei racconti, le famiglie che si siedono a tavola per la cena di Natale, i bambini che aprono i regali, il loro desiderio di trovare un libro sotto l’albero e soprattutto il budino di riso, di cui tocca trovare la ricetta perché sarà parecchio buono!
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 9 gennaio cominceremo a leggere Furore di Steinbeck)
DETTAGLI: Il libro di Natale, Selma Lagerlöf, trad. M. C. Lombardi, Racconti, Letteratura svedese, 120 pp., Iperborea 2012, 12,50 €, 4/5 stelline


cop_woolf-1Oggetti solidi di Virginia Woolf è un gioiellino pubblicato da pochissimo da Racconti edizioni, una casa editrice che non crede assolutamente che i racconti non vendano, e ha ragione. Questa è una raccolta di racconti e prose brevi della grandissima Virginia Woolf, che io amo molto nonostante abbia letto pochissimo, ma forse è più la sua figura, la sua personalità particolare ad affascinarmi da sempre. In ogni caso, sto cominciando a recuperare molte cose.
Questo è un bel libro corposo e io a parlare di racconti sono una frana perché vorrei raccontarveli tutti ma per ovvi motivi non posso. Emerge la personalità di una donna che spesso non è a suo agio con chi la circonda, che vede al di là delle cose a differenza degli altri e a cui sta stretto il sistema di convenzioni sociali dentro cui tutti, volenti o nolenti, siamo intrappolati. In alcuni punti il linguaggio può sembrare poco scorrevole, ma trovo che le traduttrici siano state molto fedeli allo stile della Woolf, quindi chapeau!
DETTAGLI: Oggetti solidi, Virginia Woolf, trad. A. Bottini e F. Duranti, Racconti, Letteratura inglese, 479 pp., Racconti edizioni 2016, 19 €, 4/5 stelline


15420932_10210331403072856_6089163744151106989_nApplausi a scena vuota di David Grossman, uno degli autori che amo di più e che vorrei vincesse il Nobel, ma dirlo sembra quasi una bestialità, perdonatemi. Volutamente non ho ancora letto tutti i suoi libri, voglio sapere che finito uno me ne resterà sempre almeno un altro da parte.
Questo è uno degli ultimi, è del 2014, e vede come protagonista Dova’le, un uomo che sta facendo un singolare spettacolo di cabaret a cui ha invitato un altro signore, Avishai, sua vecchia conoscenza. Lo spettacolo è particolare perché Dova’le sembra avere questioni irrisolte col passato e con quella persona in particolare, e nel suo monologo – in cui a volte tenta di coinvolgere il pubblico – non fa altro che dire grandi verità e snocciolare aneddoti sulla sua vita, come se dovesse dare spiegazioni o restituire qualcosa a qualcuno. Dova’le, tanti anni prima, ha vissuto una situazione angosciante, e a distanza di molto tempo non è ancora venuto a capo della questione, non riesce a trovare la verità o a ritrovare se stesso.
Come tutti i romanzi di Grossman, anche questo è contorto e intenso, e perciò meraviglioso a suo modo. Credo sia un autore che si ama o si odia, perché non penso ci possano essere vie di mezzo. Ti colpisce al cuore oppure no, ma è giusto che sia così.
DETTAGLI: Applausi a scena vuota, David Grossman, trad. A. Shomroni, Romanzo, Letteratura israeliana, 176 pp., Mondadori, 2014, 18,50 €, 4/5 stelline

“Che tu sia per me il coltello” di David Grossman

Amore è il fatto che tu sei per me il coltello
col quale frugo dentro me stesso.

(Ripreso da “Lettere a Milena” di Kafka)

 

12377764_10207275472236495_7826730866705230007_oDavid Grossman rappresenta per me una sicura oasi di pace, lo tengo lì da parte per i momenti bui. Poco tempo fa mi sono trovata mentalmente stressata, ho affrontato tante letture complicate e non sempre piacevoli, quindi ho dovuto concedermi un attimo di tregua leggendo Che tu sia per me il coltello, pescato a caso tra i libri di questo autore. Il romanzo non è proprio recentissimo, ma è stato scritto nel 1998 ed è arrivato in Italia nel ’99 grazie a Mondadori.
La storia è molto semplice: Yair un giorno, in un gruppo di persone, vede una donna che cerca di isolarsi dagli altri, Myriam, e qualche giorno dopo le scrive una lettera proponendole di instaurare un rapporto epistolare. Sembra un vero colpo di fulmine tra le loro anime: iniziano a conoscersi in maniera particolare, aprendo il loro cuore all’altra persona. Il problema è che a lungo andare questa cosa sembra sfuggire di mano a Yair, il quale sente che le parole di Myriam aprono un solco dentro di lui, costringendolo ad una svolta.

Entrambi sono sposati, entrambi hanno un figlio, ma riescono a tirar fuori la loro vera essenza solo attraverso le lettere che si scambiano. La cosa importante in questo romanzo non è un incontro finale tra i due protagonisti, ma il modo in cui un foglio di carta e una penna riescano ad essere una cura contro il grigiore della vita. Non c’è vergogna, né pudore o falsità tra Yair e Myriam, ma trasparenza e profondità. Chissà, probabilmente in un’altra vita sarebbero potuti essere una coppia. O forse, invece, no.
Il libro è diviso in tre parti: nella prima (che forse all’inizio è un po’ più difficile da superare) ci sono le lettere di Yair, dalle quali però si evincono le risposte di Myriam. E c’è, ovviamente, la prima lettera, quella da cui tutto ha inizio.

Myriam,
tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi. A dire il vero ho cercato di non scrivere, sono già due giorni che ci provo, ma adesso mi sono arreso.
Ti ho vista l’altro ieri al raduno del liceo. Tu non mi hai notato, stavo in disparte, forse non potevi vedermi. Qualcuno ha pronunciato il tuo nome e alcuni ragazzi ti hanno chiamato “professoressa”. Eri con un uomo alto, probabilmente tuo marito. È tutto quello che so di te, ed è forse già troppo. Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me.

Come ho detto prima, è un vero e proprio colpo di fulmine tra anime, Yair non riesce a non scriverle, non può trattenersi perché dall’espressione e dai gesti di quella donna capisce che lei, con la sua penna, può essere il coltello con cui colpire nel vivo delle sue ferite per tirare fuori il vero se stesso.
La seconda parte del romanzo è dedicata a Myriam, che scrive su un quaderno le parole che vorrebbe dire al suo amico, mentre nella terza le parti dei due protagonisti s’incastrano e si sovrappongono fino a quando tutta la tensione che si accumula sembra essere rilasciata in maniera esplosiva.
Yair e Myriam scoprono l’importanza dell’immaginazione, scoprono quanto possano essere importanti le parole. Ma attraverso queste lettere si può anche mentire, si può nascondere la parte peggiore di sé, anche perché non è detto che quel lato della nostra personalità sia necessariamente il più importante.

Come vorrei pensare a noi come due persone che si sono fatte un’iniezione di verità, per dirla, finalmente, la verità.

Che tu sia per me il coltello è un libro che lascia dentro una marea di sensazioni che si confondono tra loro, tra le quali è particolarmente difficile mettere ordine. O, almeno, a me ha fatto quest’effetto. Ho lasciato passare un po’ di tempo prima di parlarne, l’ho addirittura finito prima di capodanno, e nonostante ciò non sono riuscita a dire tutto quello che avrei voluto. Credo sia una lettura un po’ complicata per chi nei libri cerca svago o leggerezza, è un romanzo che cattura, in cui bisogna fare molta attenzione, perché non bisogna seguire la trama ma soppesare le parole, capire l’importanza di ognuna di esse.

Buona lettura!

Titolo: Che tu sia per me il coltello
Autore: David Grossman
Traduzione:
 Alessandra Shomroni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1998
Pagine: 330
Prezzo: 10 €
Editore: Mondadori – Oscar

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“A un cerbiatto somiglia il mio amore” di David Grossman

La giovane commessa del negozio di abbigliamento
lo aveva osservato mentre si provava una camicia ed era arrossita.
Orah aveva pensato, orgogliosa:
A un cerbiatto somiglia il mio amore*
.

IMG_20150706_160305Coi romanzi di Grossman io ci vado molto cauta, ne leggo un ogni tanto perché voglio avere la sicurezza di averne sempre uno che ancora non ho letto. Sapere di averli letti tutti mi farebbe sentire smarrita, perché racconta storie di cui a volte si sente il bisogno. C’è chi dice che i suoi libri non siano semplici e scorrevoli, io posso dire che non ho mai avvertito tutta questa pesantezza e che, anzi, ho vissuto delle emozioni indimenticabili.

Oggi vi voglio parlare di A un cerbiatto assomiglia il mio amore, romanzo del 2008 di David Grossman, che secondo il mio modestissimo parere è uno dei più grandi scrittori di oggi. Siamo in Israele, protagonisti della storia sono Orah, Avram e Ilan che, sedicenni, si conoscono in ospedale, nel reparto di isolamento, durante la guerra dei sei giorni. Tra Orah e Avram si crea immediatamente un rapporto speciale ma, andando avanti col tempo, scopriamo che i tre, anche da adulti, sono rimasti molto legati e che addirittura i due ragazzi hanno fatto il servizio militare insieme e che a sposare Orah è stato Ilan. I due hanno avuto un figlio, Adam, ma Orah ha anche un figlio con Avram, Ofer, ed è proprio intorno a lui che gira tutta la storia. Il ragazzo si arruola per partecipare ad una campagna in Cisgiordania e la madre, terrorizzata dall’eventualità che possa arrivare qualcuno a comunicarle la notizia della morte del figlio in guerra, decide di fuggire in luoghi dove non ci sono telefoni, televisori e giornali portandosi dietro un Avram che non è più lo stesso ragazzo sognatore e pieno di vita di un tempo. Veniamo a sapere, infatti, che ha vissuto esperienze terribili quando è stato fatto prigioniero dai nemici, cose che lo hanno cambiato nel profondo e che lo hanno reso quasi un automa. Orah e Avram faranno una passeggiata lunga circa 800 pagine in cui lei racconterà a lui di quel figlio di cui non ha mai voluto sapere nulla e in cui verranno fuori verità troppo a lungo taciute.

Probabilmente Grossman, in alcuni punti, si dilunga nelle descrizioni dei paesaggi e della vegetazione, ma vi assicuro che questo libro è straziante. Questa è una di quelle storie che entrano dentro e non ti lasciano più. È narrata in terza persona ma si capisce che l’autore segue prevalentemente il punto di vista di Orah, una donna che vuole davvero ricomporre quello che nella sua anima gemella si è rotto. Avram, dopo quello che ha patito, sembra aver deciso consapevolmente di staccarsi dalla vita, di limitarsi a vederla da fuori senza parteciparvi attivamente; per questo motivo non ha mai voluto conoscere suo figlio Ofer, per lui sarebbe stato troppo importante, mentre invece vuole sopravvivere, ma non vivere. Credo che il personaggio di Avram sia meraviglioso, che dentro di lui ci sia quel ragazzino sensibile, vivace e dolce che era tanto tempo prima, ma che queste qualità siano state messe in una scatola di ferro resistente a (quasi) ogni tentativo di scasso. Ma il racconto di Orah lo aiuterà molto a capire che vale la pena vivere, che lì fuori c’è un figlio, che nonostante sia in pericolo, vale la pena di conoscere.

Ho letto altre recensioni di A un cerbiatto somiglia il mio amore e ho visto che molte persone si sono annoiate, ma soprattutto che si sono lamentate del finale enigmatico (“mi devo sorbire quasi 800 pagine per non capire se è vivo o morto?”). Vediamo di fare chiarezza: in questo libro non credo che il finale sia la cosa più importante. Non sto facendo uno spoiler. Non è importante sapere se quando Orah e Avram saranno tornati Ofer sia a casa sano e salvo o sia morto in guerra. La cosa importante è che quel figlio nasca davvero nel cuore di suo padre, e che quel cuore riesca ad aprirsi alla vita e alle persone che lo amano una volta per tutte.

Questo romanzo è un capolavoro ed è scritto con una potenza narrativa che difficilmente ho rintracciato in altre letture, probabilmente perché molti dei sentimenti descritti sono stati realmente provati da David Grossman. Leggiamo nella paginetta finale delle note che l’autore ha iniziato a scriverlo nel 2003, poco prima che il suo figlio maggiore Yonatan tornasse dal servizio di leva e che il minore, Uri, partisse a sua volta. Scrivere questo libro probabilmente gli faceva sentire di proteggere Uri, impegnato in guerra, come Orah, parlando di Ofer sentiva di preservarlo da una brutta fine. Ma nel 2006 Uri resta ucciso nelle ultime ore della seconda guerra del Libano. Dopo il lutto, il libro andava concluso, ma questa volta David Grossman sapeva esattamente di che cosa stava parlando, non stava semplicemente scrivendo una storia inventata.

Consiglio questo romanzo a tutte quelle persone che hanno voglia di provare emozioni forti e che non si spaventano di affrontare così tante pagine. Ve lo consiglio davvero, perché è un libro stupendo e non basterebbero 5 stelline per valutarlo.
Buona lettura!

Titolo: A un cerbiatto somiglia il mio amore
Autore: David Grossman
Traduzione:
 Alessandra Shomroni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2008
Pagine: 781
Prezzo: 12 €
Editore: Mondadori – Oscar

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


*Cantico dei cantici, 2,9. Ofer, in ebraico, significa “cerbiatto”.

“Giuda” di Amos Oz

11127655_1621487824731471_425405066963424666_nOggi vi parlo di un libro che ho acquistato mesi fa e che ho deciso di leggere adesso perché evidentemente era arrivato il suo momento. Ho iniziato un po’ in maniera stentata perché me lo sono portato in vacanza e non sono affatto come quelle persone ossessive che dicono di leggere 24 ore al giorno, no, io mi sono goduta la vacanza prima di tutto. Comunque avevo troppe aspettative e forse proprio per questo sono rimasta delusa. Stiamo parlando di Giuda di Amos Oz.

Shemuel Asch è un ragazzo corpulento sui venticinque anni, timido, dalla lacrima facile, emotivo e asmatico. Un giorno la sua famiglia subisce una crisi finanziaria e non è più in grado di sostenerlo negli studi universitari, quindi, proprio mentre sta scrivendo una tesi sul personaggio di Giuda Iscariota, abbandona lo studio e risponde ad un annuncio che trova in caffetteria. L’impiego consisterebbe in cinque ore al giorno di conversazione con un vecchio invalido in cambio di vitto, alloggio e un discreto stipendio. Si presenta all’indirizzo indicato, conosce Gershom Wald e la quarantacinquenne Atalia Abrabanel e accetta il lavoro. Si trasferisce così nella mansarda della casa ed è sempre più incuriosito da queste due persone, non capisce quale rapporto le leghi, ma capisce che ci sono tanti segreti e dolori mai dimenticati.
Col tempo scopre che quel vecchietto, coltissimo intellettuale, che passa le giornate a chiacchierare al telefono con gli amici, ha perso il figlio Micah il 2 aprile del 1948, gli è stato ucciso barbaramente durante il conflitto arabo-israeliano. Atalia non è altro che la nuora di Gershom Wald, nonché la vedova di Micah, una donna misteriosa e affascinante che ormai ha perso la fiducia nell’universo maschile e non riesce più a legarsi a nessuno perché considera tutti gli uomini inetti. Nonostante questo, anche lei si porta dentro il dolore per la morte di quell’uomo che è stato suo marito solo per un anno. Ma Atalia è anche la figlia di Shaltiel Abrabanel, personaggio notissimo a tutti e definito “traditore” perché era l’unico che credeva che il conflitto si potesse risolvere pacificamente con una mediazione ed era amico di molti leader arabi.

Da questo personaggio “traditore”, Amos Oz si indirizza, per bocca di Shemuel, verso una rivalutazione storico-religiosa di Giuda. Shemuel dichiara subito di essere ateo, ma di aver sempre amato il personaggio così carismatico di Gesù. Scrive la sua tesi soffermandosi su Giuda Iscariota, cercando di riscattarne la memoria. Secondo lui, in realtà, non avrebbe tradito Gesù, ma sarebbe stato addirittura l’unico a credere davvero nella sua divinità. Quella dei trenta denari doveva essere una scusa perché Giuda, di suo, era molto ricco e non poteva fare certe cose per una cifra così modesta. Sempre secondo Shemuel, Giuda voleva creare la situazione perfetta perché Gesù dimostrasse di essere il figlio di Dio, pensava che una volta crocifisso ci sarebbe stato il miracolo e sarebbe sceso illeso dalla croce. Invece Gesù morì, chiedendo a Dio perché lo avesse abbandonato, e Giuda, compreso l’errore di valutazione si sarebbe impiccato.

“Giuda Iscariota è dunque l’ideatore, l’organizzatore, il regista e il produttore del dramma della crocifissione.” (p. 168)

“E Giuda, il cui scopo e senso della vita s’infransero sotto i suoi occhi sgomenti, Giuda che capì di aver causato con le proprie mani la morte dell’uomo che più amava e ammirava, se ne andò a impiccarsi. Così”, scrisse Shemuel sul suo quaderno, “così morì il primo cristiano. L’ultimo cristiano. L’unico cristiano.” (p. 169)

Poi ci sono altre parti in cui Oz riporta uno stralcio di un libro in cui si pensa che fosse stato addirittura Gesù a chiedere a Giuda di fare tutto questo, suscitando il suo sgomento, e un paio di capitoli in cui a parlare è lo stesso Giuda che confessa di aver amato Gesù come un dio ma di averlo forse sopravvalutato.

Inizialmente è difficile cogliere questo nesso tra i due traditori, perché la storia di Abrabanel viene fuori più lentamente rispetto a quella di Giuda, lo si capisce verso la metà del libro. Forse è per questo motivo che Giuda risulta un po’ noioso. C’è questo ragazzo, Shemuel, che innanzitutto fa innervosire il lettore, perché sembra essere privo di volontà, si lascia trasportare dalle situazioni e gli viene da piangere praticamente in ogni momento. E per quanto Oz descriva nei minimi particolari fisici e caratteriali Shemuel, il personaggio risulta sempre poco chiaro, tanto che devo confessare di non aver capito che cosa gli passi per la testa alla fine. Davvero, non ho capito come si conclude la storia, ma non posso parlarvene perché rischierei di fare un megaspoiler, ma se lo avete letto spiegatemi voi perché per me non ha alcun senso.

Ero molto curiosa di leggere questo romanzo perché altri autori israeliani mi erano piaciuti molto, perché nonostante lo sfondo di gran parte dei loro libri sia il conflitto arabo-israeliano ognuno sviluppa il tema in maniera diversa. Però, come ho già detto, è stato una delusione, mi è risultato piatto. So benissimo che la storia è quasi tutta basata sull’introspezione, ma non è così interessante da leggere. Ciò non significa che non leggerò altri romanzi di questo scrittore con cui ho cominciato male. Spero che la prossima vada meglio!

Titolo: Giuda
Autore: Amos Oz
Traduzione:
 Elena Loewenthal
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 327
Prezzo: 18 €
Editore: Feltrinelli – Narratori

Giudizio personale: spienaspienasmezzasvuotasvuota

“Cinque stagioni” di Abraham Yehoshua

Tempo fa mi è stata regalata la Trilogia d’amore e di guerra di Abraham Yehoshua, un librone che racchiude tre romanzi che hanno in comune l’ambientazione e, in parte, la situazione politica d’Israele, ma non sono collegati, quindi si possono leggere in qualsiasi ordine. Come già saprete non amo affrontare più romanzi di uno stesso autore di seguito, perché poi mi viene a noia, quindi me li sono letti piano piano, due l’estate scorsa e uno la settimana scorsa. Dei primi due, L’amante e Un divorzio tardivo, abbiamo già parlato più o meno abbondantemente, adesso è la volta del terzo, Cinque stagioni. Il primo mi aveva appassionata, il secondo un po’ meno, ma era comunque bello, e il terzo, invece, mi ha lasciata indifferente.

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copLa storia, in soldoni, è questa. Molcho ha assistito la moglie per circa sette anni nella sua malattia, un tumore che era iniziato al seno, ma che dopo un’operazione che sembrava averlo sconfitto è ritornato e si è diffuso altrove. La moglie adesso è morta e lui sprofonda nel vuoto, deve iniziare a rifarsi la vita o a cercare di riprendere quella che conduceva precedentemente. È stato un infermiere impeccabile, ma adesso si ritrova solo con tre figli che, sebbene siano grandi, gli danno qualche preoccupazione. Allora, dopo pochissimo tempo dalla morte della moglie, tutti sembrano volergli trovare un’altra donna, anche perché ha solamente 51 anni. Prima gli si avvicina una consulente legale, con cui fa anche un piccolo viaggio, ma non succederà niente, poi un vecchio amico che non vedeva da tanto tempo gli propone di divorziare dalla moglie per darla in sposa a lui (e questo non mi è chiaro, perché nel romanzo sembra una cosa normalissima), e poi si ritrova invischiato nella storia di una russa che vuole essere rimpatriata.

Molcho in realtà non sa che cosa fare, perché sono gli altri a spingerlo verso nuove decisioni, dentro di sé non sente l’impulso di trovarsi una donna. Anche il desiderio, qualcosa che ormai ha dimenticato dovendo assistere una malata grave, ancora non torna. Dalla consulente viene addirittura accusato di aver fatto morire sua moglie con cure troppo amorevoli e assidue, di averla soffocata. In fondo sua moglie era completamente diversa da lui, era un’intellettuale, appassionata di arte, maniaca della pulizia, un po’ snob, mentre Molcho è l’esatto contrario. Leggendo il libro viene il dubbio che la consulente potesse avere ragione, che la moglie avesse annullato la sua personalità per far spazio al marito. Questo oltre al cancro, ovviamente.

E poi Molcho non è una bella persona, anzi è un personaggio che viene preso in antipatia facilmente, già quando, la moglie morta da poco, vuole rivendere le medicine che aveva comprato per lei e che non gli sono servite. È un uomo attaccato al denaro, un uomo che non fa quasi nulla perché lo vuole davvero, ma perché viene spinto dagli altri. Le persone gli fanno capire che può rifarsi una vita? Lui inizia a pensarci in quel momento, e quella sembra diventare la sua missione, anche se non capisce che cosa vuole realmente. Forse solo verso la fine riesce a capire che innanzitutto deve sentirsi pronto a ricominciare, quando si rende conto che qualsiasi cosa lui faccia la fa perché la moglie comanda ancora la sua mente, come se gli avesse dato delle regole da seguire per sempre: salutare tutti quelli che sono in casa la mattina prima di uscire, farsi la doccia sempre prima di andare a letto, non entrare in certi ristorantini perché sono sporchi, ecc..

Ma il punto centrale del libro credo sia questo: in seguito ad una perdita, dopo quanto tempo è lecito rifarsi una vita? Il momento X è troppo presto o troppo tardi? Si è portato il lutto per troppo poco? Molcho, anche se con altre parole, si fa queste domande, non sa se vuole davvero un’altra e soprattutto non sa se attirerà le critiche di qualcuno, specialmente di sua suocera che, sopravvissuta alla figlia, sta in una casa di riposo per anziani.

Cinque stagioni è diviso in cinque grandi capitoli che indicano proprio le stagioni dell’anno: inizia con l’autunno e finisce con l’autunno dell’anno successivo. Ognuna di queste parti racconta gli stati d’animo di quest’uomo che si trova ad affrontare qualcosa che non aveva pianificato e su cui non aveva riflettuto prima, il suo senso di inadeguatezza, ma anche la lotta che fa contro se stesso per ricominciare, per rinascere.
A me Yehoshua piace, come autore, ma se devo essere sincera questo libro non mi ha presa molto, e ciò è dovuto anche al fatto che la lettura non è per niente semplice per via dei troppi strafalcioni che non sono stati corretti. Ve ne riporto qualcuno:

  • Molcho fu stupito vedendola indossare abiti che l’aveva già vista portare in Israele (p. 860)
  • E così ritornarono alla scuola presso alla quale dei ragazzi giocavano al pallone (p. 957)

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Ovviamente le pagine indicate sono quelle della trilogia, non del romanzo in edizione singola. E questa cosa di “in fronte” al posto di “di fronte”, che sa molto di O sole mio sta ‘nfronte a te, si ripete più e più volte (più avanti, ad esempio, la stessa Ya’ara si siede in fronte alla tv). Io non sono la professoressa che deve correggere e quindi non le ho segnate tutte, ma davvero la lettura, con questi refusi/orrori non è affatto semplice e fluida. Einaudi, che mi combini? Io ti voglio bene! Comunque mi dicono dalla regia che chi ha letto il romanzo in edizione singola non ha trovato tutte queste bestialità, quindi si saranno drogati componendo la trilogia, ma solo con Cinque stagioni, perché i due precedenti erano impeccabili.

Detto quest, buona lettura, se avrete voglia di affrontare questo romanzo!

Titolo: Cinque stagioni
Autore: Abraham B. Yehoshua
Traduzione:
 Gaio Sciloni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1987 (2007 questa edizione)
Pagine: 394
Prezzo: 12,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienasvuotasvuotasvuota

“Qualcuno con cui correre” di David Grossman

David Grossman mi affascina moltissimo come autore, quindi per Natale mi sono autoregalata tre suoi romanzi (poi ne ho avuto anche un altro tramite uno scambio). Già avevo letto Col corpo capisco e Ci sono bambini a zig zag e, mentre il primo non l’ho assaporato bene perché era la raccolta di due racconti, il secondo mi ha fatta sognare. Mi sono proposta di leggerli tutti, quindi mi sono dedicata a Qualcuno con cui correre, pescato a caso dai “da leggere”. Ci ho messo un po’ di tempo per entrare nella storia, la prima parte è un pochino lenta, ma basta capire bene chi sono i personaggi e cosa fanno e si va avanti con tranquillità, trascinati dallo stile leggero e allo stesso tempo incisivo di Grossman.

WP_004382Qualcuno con cui correre è un romanzo del 2000, parla di un ragazzino di sedici anni, Assaf, che quando i suoi genitori vanno a fare un viaggio in America si mette a lavorare per il municipio della zona. Sta sempre al computer, ma improvvisamente gli viene detto di andare a ritrovare il padrone di un cane randagio. Il cane è un po’ irrequieto e quando comincia a correre trascina Assaf ovunque per fermarsi, alla fine, in una pizzeria, dove il proprietario gli chiede della ragazza padrona della cagnetta, che – si scopre allora – è femmina e si chiama Dinka. Assaf e Dinka, quindi vanno in giro per la città e il ragazzo conosce una serie di personaggi strani, tra cui la suora Teodora, che gli parlano di Tamar, la padrona della cagna, sedici anni anche lei, che a quanto pare ha bisogno d’aiuto. Perché? Perché – e lo scopriamo grazie ad una storia narrata parallelamente a quella di Assaf – Tamar s’è tagliata i capelli a zero e s’è messa a vivere per strada per farsi trovare dagli adescatori che hanno preso suo fratello. L’associazione illegale che finge di essere un ritrovo di giovani artisti, in realtà, sfrutta i ragazzi facendoli esibire per le strade e prendendosi tutto il ricavato, rovinando le vite di questi giovani e portandoli nel tunnel della droga. Shay, il fratello di Tamar, infatti, è nei guai e le ha chiesto aiuto, e lei, forte e coraggiosa intraprende questa strada per salvarlo. Ma come finirà?

Non mi capita quasi mai di lasciarmi trasportare in questo modo da un romanzo, perché difficilmente cedo al melenso e non mi faccio impressionare da ciò che è scontato. Non sono una persona che vuole trovare in un libro qualcosa che conosce, che ha vissuto, per poter dire ai personaggi “sì, capisco come ti senti, so cosa stai provando”. Io ho bisogno di emozioni forti, di cose che non ho mai provato, ho bisogno di confrontarmi con situazioni lontane dal mio vissuto, e Grossman mi ha fatto un grande regalo. Lo ha fatto a me come a tanti altri, ne sono sicura, perché un libro è di tutti, ma per ognuno di noi rappresenta qualcosa di diverso.
Leggere di una persona che molla tutto per aiutare qualcun altro che nemmeno conosce a togliersi dai guai mi ha fatto sognare, mi ha fatto sperare che la generosità non sia più soltanto un sogno. Assaf non ha mai visto Tamar, non ha mai sentito la sua voce, eppure arriva a conoscerla meglio di chiunque altro, inizialmente raccogliendo le testimonianze di chi la conosce, e poi leggendo qualche pagina del diario che lei, così gelosamente, custodiva e che non faceva leggere a nessuno. Ma quando s’incontrano entrambi capiscono che c’è una certa affinità, infatti lei non riesce ad arrabbiarsi per il fatto che lui abbia violato la sua privacy, ne è quasi contenta. Quando lui le dice “non preoccuparti, ho già dimenticato tutto”, lei gli risponde “no, non dimenticare nulla, non dimenticarlo mai”. Sa che nel mondo, davanti al quale ha creato una barriera protettiva per non farsi scoprire (“lei non parlava mai di sé, ascoltava e basta), c’è una persona con cui poter condividere il silenzio, una persona che può capirla fino in fondo e cui “poter correre” in quell’avventura che è la vita.

Personalmente, però, uno dei personaggi che ho adorato di più in questo romanzo è Dinka, la cagnolina, che col suo istinto animale percepisce le vibrazioni delle persone e capisce chi sono i buoni e chi sono i cattivi. È proprio Dinka che accompagna Tamar nel suo progetto pericoloso, senza abbandonarla mai, se non quando, nella confusione, rimane bloccata nella folla e si perde. Ed è sempre Dinka che trova Assaf e lo guida alla scoperta della sua padroncina, che gliela fa conoscere tramite quello che altri sanno di lei, e che gliela farà trovare quando lei ha più bisogno di lui.

La delicatezza di questo racconto e del modo in cui sono descritti i sentimenti e bisogni dell’animo dei personaggi stride in maniera notevole con le atmosfere cupe che riguardano il periodo in cui Tamar vive nel palazzo abbandonato coi malviventi e i ragazzi, come lei, adescati. Ci sono adolescenti che passano le proprie giornate nella sporcizia, che si drogano, pulci sui materassi, malattie e “carcerieri” unti e sudaticci che comandano su tutti regolando turni e luoghi in cui i ragazzi devono esibirsi. Ma se è vero che non si può apprezzare qualcosa fino a quando non si è sperimentato il suo esatto contrario, la bellezza di ciò che unisce Tamar e Assaf quando non si sono neanche conosciuti necessariamente risalta sulla cattiverie e le bassezze dell’essere umano.

E restando in tema di opposti, Qualcuno con cui correre è un romanzo che parla di ogni cosa e del suo contrario: parla di paura e coraggio, del parlare e del saper ascoltare, di voglia di vivere ma anche dell’abisso in cui cadiamo e della paura di non farcela, di solitudine e di bisogno dell’altro, ma anche di tante altre cose che scoprirete leggendolo. Perché, ve lo assicuro, è una vera perla!

Titolo: Qualcuno con cui correre
Autore: David Grossman
Traduzione:
 Alessandra Shomroni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2000 (2001 questa edizione)
Pagine: 362
Prezzo: 10 €
Editore: Mondadori – Oscar

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“L’amante” di Abraham Yehoshua

4836_Yehoshua_1249834052Da circa un anno sto facendo tantissime esperienze con autori del vicino, del medio e pure del lontano oriente, cosa che non mi era mai passato per la testa di fare prima. Ad aprire le danze è stata l’estate scorsa la Yoshimoto, poi Grossman, Nevo e altri, fino a Yehoshua. Di quest’ultimo mi è stata regalata tempo fa una trilogia, Trilogia d’amore e di guerra, pubblicata da Einaudi, che raccoglie appunto tre romanzi: L’amante, Un divorzio tardivo e Cinque stagioni. Ci ho messo un po’ a prendere in mano questo librone di circa 1200 pagine, ma come sapete l’estate è per me un momento favorevole, e quindi ho fatto fuori il primo dei tre romanzi, di cui vi parlo adesso consigliandovi un’edizione in cui appare singolarmente.

L’amante è una storia a più voci, è tutto un alternarsi dei monologhi dei protagonisti sullo sfondo del conflitto arabo-israeliano nel 1973. E nonostante sia ambientato in un periodo che ci siamo lasciati alle spalle da circa 40 anni, il romanzo risulta attualissimo. Inizia tutto quando nell’autofficina di Adam si presenta Gabriel, un uomo con una macchina vecchissima e malandata che chiede che gli venga fatta una riparazione. Adam acconsente ma sa che quel lavoro costerà al cliente tantissimi soldi che non sembra avere. Infatti Gabriel, a lavoro finito, non può pagare e spiega perché: ha vissuto tantissimi anni a Parigi, ma è tornato ad Haifa perché la sua vecchia nonna sta morendo e vuole prendersi l’eredità. Adam non vuole lasciarlo andare, perché non può certo aver fatto un lavoro gratis, quindi tira Gabriel nella sua vita e lo fa diventare l’amante di sua moglie Asya, da sempre insoddisfatta e infelice. Un giorno, però Gabriel viene mandato in guerra e per diversi mesi non se ne sa più niente. Quando Adam, per capirci qualcosa, conosce la nonna dell’amante, Vaduccia Hermoso, scopre che non è morta, anzi si è ripresa e può tornare a casa sua; insieme alla donna decide di mettersi alla ricerca del nipote scomparso.

La storia è in gran parte incentrata sulla ricerca di Gabriel, che ne è stato? perché non torna? sarà morto o no? Ma l’elemento più bello credo sia l’intrecciarsi delle storie di Dafi, figlia quindicenne di Adam e Asya, e Na’im, coetaneo della ragazzina, operaio arabo nell’officina di Adam. I due sono molto diversi e provengono da realtà diverse. Sono, ovviamente, diversi anche i loro schieramenti nel conflitto arabo israeliano. La cosa sorprendente, però, è che i due sembrano rappresentare una sorta di conciliazione tra i due mondi: lei, convinta che tutti gli arabi odino gli ebrei, capisce con lui che ci sono delle eccezioni, e lui, convinto della stessa cosa, vede in Dafi una persona gentile e amabile che gli fa scoprire un mondo. Il tutto non senza fraintendimenti, che appaiono chiaramente in quei punti della storia che vengono visti un po’ con gli occhi di lei e un po’ con quelli di lui, e che rappresentano l’impossibilità di conoscersi davvero. Dafi e Na’im rappresentano l’unione dei due mondi in conflitto (un po’ alla Romeo e Giulietta) e forse l’autore cerca di proporre timidamente e umilmente una soluzione alla guerra: l’amore e la comprensione.

Abraham Yehoshua si mette nei panni di tante persone diverse per descrivere una situazione tragica e lo fa in maniera onesta, non difende nessuna posizione in particolare, anzi ne propone ben sei: Adam e Asya, una coppia ebrea e ricca caduta nella tristezza e nella monotonia, Dafi, giovane sognatrice e ribelle, Na’im, “l’arabetto” abituato a vivere nella povertà, Gabriel, ebreo ma non molto, interessato ai soldi, e Vaduccia, nostalgica dei tempi andati ma in fondo molto sola e bisognosa d’affetto. Ed è proprio questo il punto in comune tra i vari personaggi, la solitudine, o meglio le solitudini, diverse, che Yehoshua ci fa attraversare ed esplorare.

Se devo essere sincera, Abraham Yehoshua mi ha colpita molto più di Grossman (il paragone lo faccio perché, insieme ad Oz, stiamo parlando degli autori più rappresentativi dell’odierno Israele), perché ho trovato il suo stile molto più forte e “crudo” dell’altro che invece a volte si presenta più romanzato e attenuato. Qui è sempre questione di gusti personali, però. Nel mio caso devo dire che per toccare il mio cuore ci vuole roba forte (veramente forte) e nessun orpello, e questo libro mi ha presa davvero. Consigliatissimo!

Titolo: L’amante
Autore:
 Abraham Yehoshua
Traduzione:
 Arno Baher
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1977 (2005 questa edizione)
Pagine: 436
Prezzo: 13,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

 

❗ Nel 1999 è stato realizzato un film basato su questo romanzo e diretto da Roberto Faenza, L’amante perduto.