Briciole | Dimentica di respirare / Gli inconvenienti della vita / Vite efferate di papi

Era da un po’ che non spargevo briciole, vero? Ecco, sono tornata a lasciarvi brevi spunti letterari riguardanti libri di cui per vari motivi non mi sono sentita di parlare in modo più esteso. Spesso capita che non riesca a trovare il tempo di scrivere subito della mia ultima lettura e quindi, nonostante gli appunti presi, l’entusiasmo diminuisce e tante cose le dimentico; o capita che magari un libro non mi conquisti completamente ma che non riesca a definirlo brutto (cosa che, comunque, controllando i toni, non dovrebbe avvenire mai perché quel “brutto” è offensivo per tutto il lavoro che c’è dietro), e che, però, ne voglia parlare lo stesso. Bene, fatta questa premessa, vi riporto qui di seguito quei libri che ho letto in tempi più o meno recenti ma che non ho voluto far cadere nel dimenticatoio.

Dimentica di respirare è un romanzo della bolzanina Kareen De Martin Pinter uscito per Tunué nel 2018 nella collana Romanzi diretta da Vanni Santoni. Devo dire che per una la cui paura più grande, forse, è quella di annegare e soffocare non si tratta di una lettura ideale, quindi l’ho considerata una sfida. La storia è quella di Giuliano che fin da piccolo impara a smettere di respirare e a trattenere il fiato più che può sott’acqua; cresciuto, incontra un allenatore di fama e come apneista professionista deciderà di stabilire un nuovo record di apnea, ma un giorno si sveglia con una tosse molto brutta e le analisi dimostrano che ha una brutta patologia. Giuliano, però, non vuole spegnersi piano piano in preda a una lunga agonia, ma sceglie di farla finita in un altro modo, un modo che però rappresenterà un viaggio nel suo passato, nei luoghi oscuri del proprio vissuto, per mezzo del quale riuscirà a far luce su ciò che dentro di sé non ha mai dimenticato.
La vicenda è narrata in prima persona dal protagonista che ci permette così di finire nei meandri della sua mente, di esplorare i suoi stati d’animo quasi fino a farli nostri, a sentire ciò che sente lui. Questo accade soprattutto nei momenti in cui i suoi ricordi si mischiano a ciò che il suo cervello elabora quasi in una dimensione onirica. E qui, confesso, spesso mi sono persa perché non sono riuscita a capire sempre dove lui stia ricordando o stia sognando, o se quelle visioni siano solo allucinazioni. In questi punti, grande rilevanza hanno le ama, le pescatrici giapponesi che si tuffavano nude e andavano giù in apnea, che appaiono molto spesso e provengono dai ricordi di un viaggio di Giuliano in Giappone.
Ecco, qui è proprio il caso di dirlo, non è un libro che si legge tutto d’un fiato: il fiato bisogna spezzarlo, bisogna dimenticare di respirare per procedere in modo più corretto. E questo probabilmente è il motivo per cui, purtroppo, non mi ha conquistata del tutto (nonostante il giudizio pur sempre positivo).
DETTAGLI: Dimentica di respirare, Kareen De Martin Pinter, Romanzo, Letteratura italiana, 113 pp., Tunuè, 14 €


Gli inconvenienti della vita è l’ultima fatica di Peter Cameron di cui avevo letto solo Andorra, alcuni anni fa (lui simpaticissimo, lo incontrai anche in libreria). Non avevo assolutamente idea di che tipo di libro fosse perché ho preso l’ebook alla cieca – ogni tanto lo faccio – e ho iniziato a leggerlo in un momento di distrazione. Arrivata circa a metà del libro mi accorgo che girando pagina la storia cambia, quindi mi rendo conto che non è un romanzo, ma si tratta di racconti, due, abbastanza lunghi. Nel primo si parla di una coppia omosessuale, uno è un avvocato, l’altro è uno scrittore in crisi creativa che non riesce a scrivere e prova disagio anche in altri aspetti della vita, perfino nel rapporto col compagno; nel secondo, la vita di un uomo e una donna sposati da molto tempo viene movimentata da un’inondazione che ha distrutto la casa di un’altra famiglia, che quindi sarà ospite da loro per un po’ di tempo, portando più la moglie che il marito a riflettere sull’apatia in cui sono caduti.
In entrambi i racconti viene descritto l’equilibrio precario sia delle coppie che dei singoli che si sentono quasi bloccati all’interno di queste vite ormai atrofizzate. Si avverte il loro disagio – quello dello scrittore che non ha neanche più voglia di farsi aiutare dallo psicanalista e della moglie che vorrebbe introdurre un elemento di cambiamento nella propria routine – e lo si avverte chiaramente. Devo confessare, però, che nonostante l’eleganza dello stile di Cameron, la sua bravura come narratore, neanche queste storie sono arrivate a toccare il mio animo (da lettrice e non). Peccato, perché per me Adelphi è sempre una garanzia!
DETTAGLI: Gli inconvenienti della vita, Peter Cameron, trad. G. Oneto, Racconti, Letteratura americana, 122 pp., Adelphi, 16 €


Qualche tempo fa mi sono accorta che non avevo mai letto niente dell’editore Quodlibet, così ho chiesto qualche consiglio e fra le altre cose ho acquistato Vite efferate di papi, un libro di Dino Baldi che ho centellinato e mi ha sorpreso. Si tratta di una rassegna, molto spesso ironica, delle opere di (quasi) tutti i papi che la storia abbia conosciuto (dal primo vescovo di Roma fino al 1800 inoltrato), ma non quelle buone, bensì le più oscene, efferate, come recita il titolo. Ci sono tanti personaggi che neanche immagineremmo, compresa la papessa Giovanna o Gregorio Magno che prima di diventare papa sposò la madre (curiosamente col mio gruppo LeggoNobel stavo leggendo nello stesso periodo L’eletto di Thomas Mann che parla proprio di questa storia).
È paradossale che certi crimini siano avvenuti proprio alla corte papale, dove si predica (il bene) ed evidentemente negli anni si è razzolato molto male.
Il testo di Baldi, filologo classico e scrittore, è abbastanza corposo, è un volumetto di 516 pagine che però non risulta mai pesante proprio perché l’autore ci rende la storia interessantissima. Non si tratta di un libro di denuncia e non ha alcun fine moralistico, va preso come una semplice narrazione di fatti realmente (?). Ora non mi resta che recuperare un altro libro di Baldi sempre a cura di Quodlibet, Morti favolose degli antichi, che è precedente ma dello stesso tipo.
DETTAGLI: Vite efferate di papi, Dino Baldi, Saggistica, Letteratura italiana, 516 pp., Quodilibet, 19€

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Spyros. Il marinaio italiano | Rita Giammarresi

Mi chiamo Giuseppe e oggi è una gelida giornata d’inverno.
Il mio cuore ha smesso di battere da qualche minuto.
Dunque sono morto, ma stranamente credo
di non essermi mai sentito più vivo di adesso.
Mi sembra di nascere oggi.

 

Quello che vi propongo oggi è un libro di cui mi fa tanto piacere parlare perché sono siciliani sia l’autrice, sia il protagonista, sia l’editore. Spyros. Il marinaio italiano è il romanzo d’esordio di Rita Giammarresi, palermitana come me, pubblicato a novembre da Bonfirraro editore, di Barrafranca, in provincia di Enna. La storia sta a metà tra l’autobiografia (fittizia, però) e il romanzo di formazione, e comincia nel momento in cui Giuseppe anziano, protagonista e voce narrante, è appena morto ed è circondato dai parenti che lo piangono. Confessa, però, di non essersi mai sentito più vivo e, anzi, di cominciare a ricordare anche gli eventi più insignificanti, i particolari più piccoli di tutta la sua esistenza, che decide di raccontarci dal principio. Pinuzzu, come lo chiamavano nel caratteristico rione del Capo di Palermo, in cui è nato nei primi anni Venti, è figlio di donna Maria l’infermiera – che all’epoca era come essere figli di una dottoressa dalla carriera prestigiosa – e dal figlio illegittimo di un barone, il quale però morì presto lasciando Maria ad occuparsi da sola di questo bimbo. Non era facile, dato che in ospedale c’era tanto lavoro, e così spesso Giuseppe passava molto tempo con una zia e i cugini. Maria, un giorno, decide di mandare il figlio in collegio sia per tenerlo lontano dalla strada ed evitare che finisca in brutti giri, sia perché è più economico, con qualche donazione ai monaci il ragazzino riceverà un’istruzione.

È così, infatti, che dopo cinque anni tremendi in collegio, Giuseppe torna a casa “allittrato” (istruito) e per non gravare ulteriormente sulle spalle della madre decide di cercarsi un lavoro. Con uno stratagemma riesce a farsi assumere al cantiere navale, fino a quando, però, a casa non arriva la cartolina della chiamata alle armi, così è costretto a partire per la guerra a soli diciannove anni. Verrà arruolato in Marina e mandato in Grecia, a Zurza, dove passerà circa quattro anni della sua vita, anni importantissimi che lo segneranno nel profondo. È proprio lì che gli verrà dato da alcuni amici greci il soprannome di Spyros, simbolo di fortuna e abbondanza.

Grazie a Nerea e agli altri amici greci, potevo camminare dentro la vita ascoltando le regole del cuore e non più solo quelle imposte dalla razionalità.

Ma Giuseppe altri non è che Giuseppe Giammarresi, alla cui memoria l’autrice Rita dedica questo romanzo cercando di ricostruirne la vita, le peripezie, le gioie e i dolori. Ma, vista in modo più ampio questa potrebbe essere la storia di tanti altri che in quel periodo furono chiamati a combattere una guerra a cui non avevano scelto di partecipare, molti mariti, padri, figli, fratelli di qualcuno, che dovettero lasciare le proprie famiglie per andare chissà dove. Giuseppe ha la fortuna di essere mandato in un posto che lo arricchisce interiormente e forse gli dà anche il coraggio di ricostruire la propria vita una volta tornato a Palermo. E uso proprio il termine ricostruire perché la città che trova al suo ritorno è in parte distrutta dai bombardamenti, è piena di cantieri e di ruderi da demolire. Sarà da lì che deciderà di ripartire: se tutto è distrutto, allora bisogna creare.

Dalle parole di Rita Giammarresi emerge la figura di un uomo che, nato in una situazione economica non facile, intraprende un importante percorso di crescita (possiamo definirlo quindi romanzo di formazione?) e si fa letteralmente da sé: si migliora, crea il proprio futuro dal nulla contando solo sulla propria forza di volontà, non si arrende mai davanti alle difficoltà e riesce ad assicurare un avvenire solido alla sua famiglia. Quella di Giuseppe è una storia di speranza e di riscatto, che l’autrice ci narra con l’amore di una figlia fiera del proprio padre.

Curiosi? Buona lettura!

Titolo: Spyros. Il marinaio italiano
Autore: Rita Giammarresi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 240
Prezzo: 16,90 €
Editore: Bonfirraro editore


Rita Giammarresi – classe ‘73, è nata a Palermo, dove ha conseguito il diploma di maturità classica. Lavora da circa vent’anni nel settore dell’edilizia e da sempre nutre l’amore per i libri, la scrittura e la fotografia. Fin da giovanissima si è accostata alla lettura dei suoi autori preferiti, tra i quali Gabriel García Márquez, Marguerite Duras e Sergio Bambarén.
Grande appassionata di mare e di vulcani, quando può si rifugia sull’isola di Stromboli, luogo di assoluta ricerca di coscienza nel quale ama scrivere e perdersi nella contemplazione degli elementi del cosmo.Gestisce su Facebook il gruppo “I love Stromboli (Iddu)”.
Spyros è il suo romanzo d’esordio.

Amor | Eva Clesis

Lucia da quasi un anno si è separata dal marito, il grande amore della sua vita, ed è sopravvissuta a un incidente: si è schiantata con la macchina contro un muro, è rimasta con una gamba malconcia e un’andatura claudicante. Nella vita è una scrittrice e traduttrice e vive in una casa minuscola che lei stessa chiama monoloculo, perché è la parte di un appartamento più grande che è stato diviso in quattro. Non è semplice sentirsi soli e abbandonati, vivere in un posto piccolissimo e fare un lavoro in cui i pagamenti arrivano spesso in ritardo, ci sono sempre problemi e periodi di magra. Mettiamoci pure che viene bersagliata di continuo da telefonate di gente che sbaglia numero. Un giorno, però, mentre non ha niente di meglio da fare e si sta mettendo a cucinare un piatto di pasta, telefona Francesco che la cerca Marta per farle le condoglianze per la morte della madre. Chissà perché Lucia sta al gioco, si finge Marta e rimane quasi un’ora e mezza a parlare con Francesco che capisce essere l’ex fidanzato della reale destinataria della chiamata, un ragazzo che lei ha allontanato – addirittura chiamando la polizia – perché pericoloso. E in effetti lui le racconta di aver avuto un’altra donna poi, Sonia, che ha fatto a pezzi. Ma in senso letterale o no? L’ha uccisa? Lo stesso Francesco ci gioca su, non dicendo mai se parli sul serio o meno. Si capisce che è ancora innamorato di Marta, Lucia fa anche finta che sia il suo ex marito, Carlo, e si lascia trasportare.
Questa è una piccola parte della vita di Lucia, che se ne andrà in giro per Roma per risolvere tante piccole cose, ma la bugia telefonica avrà conseguenze impreviste, perché non si gioca col fuoco.

Amor è l’ultimo romanzo di Eva Clesis, uscito per Miraggi edizioni ad ottobre di quest’anno. Il titolo, oltre a richiamare uno dei temi principali del romanzo, e ad essere per ammissione stessa dell’autrice il contrario di Roma, viene fuori da un passaggio del libro in cui Carlo sta per chiamare “amore” Lucia ma lei lo interrompe e non gli lascia finire la parola.
L’autrice dice in un’intervista che ha iniziato a scrivere della telefonata e poi il resto della storia è venuto da sé intorno a quel nucleo. E proprio la chiacchierata con Francesco permette alla protagonista di uscire momentaneamente dal torpore, uscire e occuparsi di questioni in sospeso – che significa incontrare gente, affrontare nuovi traumi, cacciarsi anche in situazioni problematiche. Ma Lucia è una donna che forse di quella telefonata in qualche modo aveva bisogno, perché la risveglia e le fa capire che deve muoversi: che sia per fuggire, per avere qualcosa, per parlare con qualcuno, ma deve muoversi.

Confesso che a me piace molto lo stile della Clesis (che è uno pseudonimo), perché è semplice ma allo stesso tempo ha una grande forza. Non si avverte mai la distanza tra l’autrice, la protagonista e le situazioni narrate, è come se le vicende fossero sviluppate da spunti autobiografici, ma apprendo che di autobiografico potrebbe esserci solo l’incidente che ha avuto Lucia, vago ricordo di quello di cui la Clesis non ha voluto parlare. Ciò che comunque trasmette è una forte sensazione di claustrofobia quando siamo all’interno del monoloculo, e poi una sorta di paranoia generata dalle paure di Lucia che a un certo punto non sa come muoversi e teme che ogni sua azione possa provocare effetti via via peggiori. Ma il punto principale della storia, come era stato anche ne Lo Straordinario, il penultimo romanzo di Eva Clesis, è capire se la situazione sia tutta reale o sia solo frutto delle elucubrazioni della protagonista. Esiste davvero il pericolo che Francesco si sia reso conto della bugia? Era serio quando ha detto che ha fatto a pezzi la sua ultima fidanzata? E se avesse capito di essere stato ingannato, sarebbe in grado di rintracciare Lucia, scoprire il suo indirizzo e andare a casa sua? Questo lo scoprirete alla fine, e sarà proprio una rivelazione.

Buona lettura!

Titolo: Amor
Autore: Eva Clesis
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 144
Prezzo: 15 €
Editore: Miraggi

La scelta di Lilian | Marcella Spinozzi Tarducci

Lei sarebbe riuscita a trasformare la sua vita grigia
in una sfera luminosa.

 

Lilian è tornata da Firenze nel piccolo paese umbro in cui è nata in occasione della morte della madre Agnese. Vede una foto di quando era piccola, in braccio a un bell’uomo biondo vestito da soldato, e parlando con la zia, sorella di Agnese, viene fuori che quello era suo padre. A questo punto inizia un lungo flashback in cui una piccola Lilian vive con la madre e con quello che crede suo padre, Tonio, un uomo rozzo che approfitta dell’assenza della moglie per intrufolarsi nel letto della bambina e metterle le mani addosso. Agnese sapeva? Forse sì, dato che un giorno decide di mandare la figlia a Firenze, dal fratello di Tonio e dalla moglie, per imparare un mestiere e – ma non lo dice – allontanarsi da casa. Lì Lilian s’iscrive a un corso per parrucchieri e diventa una delle migliori acconciatrici in città, ma maledizione vuole che anche lo zio si approfitti di lei, anche se questa volta la zia Wanda lo scopre e gli equilibri familiari s’incrinano. La ragazza, nel frattempo, conosce Alberto, che dopo averle fatto il filo per un po’ se la sposa; i due si trasferiscono in un’altra casa in periferia dove lei, nel garage, ricaverà una nuova bottega da parrucchiera, tutta per sé ma lontana dal centro vero della città.

Torniamo, più avanti, al momento in cui Lilian scopre che Tonio non era il suo vero padre e così il dubbio sulle sue origini a inizia a farsi sempre più strada nel suo cuore, fino a quando la donna capisce che deve fare qualcosa per scoprire chi è quell’uomo, perché Agnese non le abbia mai detto nulla, ma soprattutto, se quello è suo padre, perché se ne sia andato.
Leggermente meno gravi – ma mai giustificabili – iniziano a sembrarle gli abusi di Tonio e dello zio, dato che non sono sangue del suo sangue; comincia a prendere le distanze da quella che credeva la sua vera vita, dal momento che tutte le sue certezze crollano. Deve iniziare a ricostruire il proprio passato per capire chi è, da dove viene, qual è la sua storia familiare e, fatto questo, sembrerà quasi naturale trovarsi a fare una scelta importante per dare forma al futuro.

La scelta di Lilian è un romanzo di Marcella Spinozzi Tarducci, edito da Bonfirraro qualche mese fa, che, scopro leggendo la sinossi, è ispirato a una storia realmente accaduta in Toscana nel secolo scorso. È una vicenda delicata, quella di Lilian, abituata alle violenze in casa, agli abusi, a una verità che lei crede reale, ma che è solo un’invenzione creata ad hoc per evitare scandali. Tutto quello che ha vissuto potrebbe annichilire chiunque, ma non la protagonista di questo libro che, a dispetto del fatto che per tutta la vita è stata schiva, riservata e arrendevole, tira fuori coraggio e determinazione e decide di dare una svolta alla propria esistenza. Non ha più paura, è abbastanza forte da far fronte a qualsiasi cosa ormai.
L’autrice narra questa storia con grande delicatezza e sempre dal punto di vista di una donna che è cresciuta in fretta perché la vita l’ha messa di fronte a situazioni per niente normali, ma a cui si è dovuta abituare. Trovo che sia un libro molto interessante e anche attuale, perché no. In fondo quella di Lilian potrebbe essere la storia di tante altre ragazze vittime di abusi fisici e psicologici, se vogliamo vederla in maniera più ampia.
È stata una lettura molto gradevole, ve la consiglio!

Titolo: La scelta di Lilian
Autore: Marcella Spinozzi Tarducci
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 177
Prezzo: 16,90 €
Editore: Bonfirraro


Marcella Spinozzi Tarducci – È nata in Umbria e ha vissuto prevalentemente in Toscana. Laureata in Lingue e Letterature straniere all’Università di Firenze, ha insegnato negli Istituti statali in questa stessa città. Pittrice autodidatta, ha esposto in importanti gallerie fiorentine e ha collaborato con la casa editrice Valmartina di Firenze come compilatrice e illustratrice di testi scolastici. Ha studiato, inoltre, pianoforte al Conservatorio Cherubini di Firenze. Amante della scrittura da sempre, ha ricevuto importanti riconoscimenti per la poesia a Chiavari e a Firenze e, nel 2010, ha vinto il Fiorino d’Oro per la narrativa inedita al Premio Firenze Europa con il racconto Giulia. Nel 2010 ha esordito con il suo primo romanzo autobiografico, Sono ancora io. Il successo arriva col suo secondo libro, edito da Bonfirraro, Racconti da spiaggia, che la farà conoscere al grande pubblico, e col suo secondo romanzo Solitudini Parallele, edito anche da Bonfirraro, che ha ricevuto, nel 2015, il Premio del presidente della giuria al Premio Firenze Europa.
La scelta di Lilian è il suo ultimo romanzo.

Concerto per orchestra stonata | Emiliano Moccia

La polvere non si è accumulata da sola.
Lo ha sommerso lentamente, negli anni, a piccoli passi.
La musica poteva salvarlo.

 

Tra le proposte di lettura che ho ricevuto di recente ce n’è una molto particolare, di cui vi parlo oggi, che mi è giunta da Foggia, per la precisione da Edizioni Fogliodivia, una casa editrice che non conoscevo e di cui, naturalmente, ancor prima di leggere il romanzo inviatomi, mi sono fatta raccontare qualcosa. Allora, dovete sapere che dal 2005 esiste un giornale di strada, che si chiama appunto FogliodiVia, che è dalla parte dei poveri e che viene distribuito dai senza fissa dimora di Foggia. In questo giornale si raccontano storie nate dalla polvere e rappresenta un’occasione di reddito, riscatto e condivisione per migranti o senzatetto che ne parlano davanti a un bicchiere di latte caldo. Da qui l’idea di sperimentare attraverso l’editoria, per arrivare anche a un pubblico più ampio. Dalla lunga esperienza con l’associazione Fratelli della Stazione che si occupa di poveri e senza dimora a Foggia – italiani o meno che siano – nasce dunque il desiderio di raccogliere storie di vita vissuta in cui s’intravede una speranza per il futuro o in cui semplicemente si parla di ciò che sembra invisibile, o che di solito si perde nel silenzio.

Il romanzo che gli amici di Fogliodivia hanno voluto farmi conoscere s’intitola Concerto per orchestra stonata, di Emiliano Moccia,e vede come protagonista, ancor prima delle persone che si muovono all’interno della storia, la musica. Ora, che la musica abbia un potere salvifico è risaputo, ma in questo libro rappresenta sia l’essenza stessa dei personaggi – ci sono dei vagabondi, una prostituta, un rumeno, un matto che sente le voci – ex musicisti raccattati dalla strada, che il mezzo attraverso il quale sperare in un futuro migliore. Il professor Alessandro insegnava al conservatorio, ma dopo aver dato uno schiaffo ad un allievo ha perso il lavoro ed è finito a vivere per strada; tutti i senzatetto lo conosco così, sembra che il suo cognome si sia ormai perso in un passato irrecuperabile. Un giorno viene a sapere di un concorso per orchestre di pochi elementi e decide di partecipare creando un piccolo gruppo (L’orchestra delle beffe) con questi amici che una volta erano professionisti e ora vivono ai margini della società. Si impegneranno tantissimo, provando e riprovando nelle aule del conservatorio quando non c’è nessuno, grazie al custode, e la musica permetterà loro di vedere una luce in fondo al tunnel della miseria in cui vagano da anni.

Per salvarsi hanno solo una possibilità: impugnare gli strumenti musicali ed affidarsi ai loro talenti. Quelli che nessuno vede, che sono ancora nascosti, che ciascuno di noi fatica a riconoscere.

È sicuramente una storia di rivalsa sociale, una dimostrazione che si può provare a uscire da determinate situazioni e migliorarsi. E anche se è specificato da più parti che i personaggi e la vicenda sono inventati, si capisce che non lo sono del tutto, perché ci sono tante persone in questa condizione che per, forse, non hanno uno strumento forte come la musica (e l’educazione musicale, ancora prima) che li faccia sentire più forti. In questo romanzo veniamo a contatto con le vite di persone spesso molto lontane da noi, che dormono nei dormitori o nei treni notturni quando un controllore chiude un occhio e fa finta di non averle viste, che mangiano alle mense dei poveri e che, molte volte, quando se ne vanno, se ne vanno nel silenzio più assoluto. Persone che non fanno rumore perché spesso è come se non esistessero. E io, questo libro, l’ho trovato di grande delicatezza, sia per il tema affrontato che per la narrazione, ho avvertito il sentimento che tiene uniti i protagonisti, lo scopo comune che hanno per non sentirsi più emarginati e dimostrare (non solo alla giuria del concorso, ma ancor prima a se stessi) che ce la possono fare, che valgono.

Voglio sottolineare che con l’acquisto di Concerto per orchestra stonata è possibile sostenere le attività di accoglienza per il dormitorio per senza fissa dimora allestito nella parrocchia di Sant’Alfonso de’ Liguori di Foggia.

Buona lettura!

Titolo: Concerto per orchestra stonata
Autore: Emiliano Moccia
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 27 luglio 2018
Pagine: 112
Prezzo: 12 €
Editore: Fogliodivia


Emiliano Moccia è nato a Foggia il 22 giugno 1975. Giornalista professionista, si occupa di sociale e di immigrazione. È volontario dell’associazione Fratelli della Stazione impegnata nell’attività di accoglienza di poveri e migranti. Ha scritto i libri di racconti Il pagliaccio brontolone Foglio per due, i romanzi Non fuggo da Foggia… almeno per ora! e L’ultimo che c’è, e la raccolta di storie Binario Zero. Storie da foglio di via.

Come belve feroci | Giuse Alemanno

Ognuno paga il proprio tributo,
figlia la vendetta cuccioli di sangue.

(Sergej Alexandrovič Esenin)

 

Oggi esce Come belve feroci, un romanzo di Giuse Alemanno edito da Las Vegas edizioni. Il libro mi è stato segnalato poco tempo fa e l’ho letto alla velocità della luce perché fin dall’inizio l’ho trovato di una potenza incredibile. È una storia di criminalità, di ‘ngrangheta, di conti che vanno chiusi, e comincia proprio col botto. Siamo a Oppido Messapico,  in provincia di Taranto, Paolo Sarmenta e la moglie Enza stanno per mettersi a tavola nella loro masseria, quando l’uomo trova il figlio Massimo che ha torturato una gallina e lo chiude in una gabbia per punizione. È un ragazzo difficile, Massimo, fa paura, il padre non riesce a tenerlo troppo a bada e lo soprannomina Mattanza. Quando stanno cominciando a mangiare, irrompe in cucina Costantino Ròchira che, insieme a due scagnozzi, tortura e uccide i coniugi Sarmenta, mentre Massimo dalla gabbia assiste alla scena. La descrizione di questo massacro è fatta con un linguaggio crudo e particolarmente incisivo, mi sono dovuta fermare un attimo e riprendere fiato, perché è stata bella quanto forte.

Ma andiamo avanti. Arriva Vittorio Sarmenta, il fratello di Paolo, che trova Massimo intrappolato, lo libera e si fa raccontare che cosa sta succedendo. Dato che ha un fucile da caccia (che ha a disposizione solo due colpi prima di essere ricaricato), spara due volte e colpisce gli scagnozzi ma non Ròchira, che riesce a scappare. A quel punto, Vittorio capisce che deve sparire, perché Ròchira vorrà finire il lavoro che aveva iniziato, prende la moglie Mimma, il figlio Santo e Massimo, porta via i soldi suoi e del fratello e fugge in un paesino in Val Camonica, dove c’è un compaesano andato via tanti anni prima che magari li può aiutare, Giovanni Argento. Ma lì succederà qualcosa di brutto anche a Vittorio e Mimma, e Santo e Massimo progettano la loro vendetta con molta calma.

Come belve feroci (secondo me non ci poteva essere miglior titolo perché i personaggi sono ferocissimi) mi è stato presentato come «un romanzo crudo, dalle venature hard-core, che non risparmia niente e nessuno, che somiglia a un film di Tarantino raccontato però dalla penna di Verga». Ambientato in piccoli paesi di provincia prima al Sud e poi al Nord, vede come protagonisti due ragazzi diversissimi ma accomunati da un unico desiderio: vendicare i genitori e farlo nel modo più atroce possibile. Massimo, lo abbiamo già detto, fa paura, c’è in lui qualcosa di terribile, una violenza che deve esprimersi in qualche modo e che è slegata da qualsiasi emozione; Santo, invece, è un bravissimo ragazzo, studioso, fa il miglior test d’ingresso nella storia dell’università, prende i voti più alti a medicina, è gentile, insospettabile. I due diventano il braccio e la mente di un progetto criminale che si va delineando col passare degli anni perché si sa, la vendetta è un piatto che va servito freddo.

Il linguaggio forte di Alemanno viene spesso stemperato da un po’ di ironia, come se l’autore volesse dirci di non prendere tutto troppo sul serio. È il racconto della lotta a chi è più furbo, a chi riesce a trovare tutti i punti deboli degli altri e a servirsene per i propri scopi, perché alla fine tutti hanno qualcosa da nascondere, qualcosa che non vogliono che si sappia, tutti sono in qualche modo ricattabili.

Nei giorni passati sul sito di Las Vegas è stato pubblicato un post che ho letto e da cui ho appreso che all’editore è stato proposto da Alemanno un manoscritto parecchio più lungo che è stato poi diviso in due parti, delle quali questo romanzo rappresenta la prima. Leggo inoltre che anche l’editore Andrea Malabaila è rimasto impressionato come me dalla scena iniziale e che l’autore, nella presentazione, dice che in un primo momento altri editori, con risposte lusinghiere, hanno rifiutato la proposta perché “il romanzo è stato giudicato troppo duro, certe descrizioni han creato disturbo”. In effetti sì, è disturbante, quindi per un lettore debole di stomaco potrebbe essere pesante, però intriga e soprattutto – e qui secondo me sta la bravura di uno scrittore – il sentimento di vendetta avvolge completamente il lettore che lo fa suo. Preoccupazione, questa, di Alemanno che nell’appendice avverte: gli esseri umani sono schiavi della vendetta da sempre, se finito questo libro hai paura di ammettere che hai legittimato con indulgenza i progetti di Massimo e Santo, allora l’inferno che li accompagna ha contaminato anche te.

Adesso non ci resta che aspettare la seconda parte e io – che confesso che ero un po’ scettica con questo genere ma mi sono messa volentieri alla prova – non vedo l’ora di sapere come va a finire la storia di Massimo e Santo Sarmenta!

Titolo: Come belve feroci
Autore: Giuse Alemanno
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 25 ottobre 2018
Pagine: 345
Prezzo: 16 €
Editore: Las Vegas


Giuse Alemanno è nato nel 1962 a Copertino (LE) e vive tra Taranto e Manduria. Ha pubblicato diversi libri, tra cui il romanzo “Terra Nera” (Stampa Alternativa, 2005), i due romanzi su Don Fefé e Ciccillo e due testi sull’Ilva di Taranto.
Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Come belve feroci”.

A Napoli con Totò | Loretta Cavaricci ed Elena Anticoli de Curtis

Insomma,
ero un buffone serissimo che maschera la ragione da follia
e la follia da ragione.

 

Ho sempre avuto una grande passione per la figura di Totò, un uomo che ha fatto ridere intere generazioni di persone ma che le ha anche fatte riflettere con una comicità spesso apparentemente priva di logica ma molto sottile. A me ha sempre dato l’impressione di una persona che interiormente non fosse così allegra – di solito chi fa questo mestiere è molto diverso da come appare sullo schermo o a teatro. “Il principe della risata” nacque e crebbe nel rione Sanità di Napoli come scugnizzo in condizioni disagiate, frutto di una relazione clandestina tra Anna Clemente e Giuseppe De Curtis (che lo riconobbe solo nel 1921), e poi fu adottato nel ’33 dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas di Tertiveri, da cui ereditò il titolo di marchese e vari altri titoli nobiliari. Credo che, date le tante stroncature che gli arrivarono in vita, la sua fama aumentò moltissimo dopo la morte nel 1967 tanto da farlo diventare quella figura immortale che è al giorno d’oggi.

Ma Totò – questo il nomignolo che gli affibbiò la madre da piccolo e che diventò il suo nome d’arte – è sempre stato il simbolo di una città: non esisteva senza Napoli e non si può pensare a Napoli senza di lui. È un personaggio completamente inserito in un contesto cittadino lontano dal quale perderebbe significato. Per questo motivo mi sono incuriosita tantissimo quando sono venuta a sapere che Giulio Perrone avrebbe pubblicato un libricino, A Napoli con Totò, nella collana Passaggi di dogana, dedicata alla scoperta di varie città attraverso la vita di persone celebri. In quest’opera, a cura della nota giornalista Loretta Cavaricci e di Elena Anticoli de Curtis (come si evince dal cognome, è la nipote di Totò, figlia di Liliana). L’ho letto già da un bel po’ ma per vari motivi non sono riuscita a parlarne prima, anche se avrei voluto farlo intorno al giorno in cui è uscito.

Il libro esce nel 2018 esattamente a 120 anni dalla nascita di Antonio de Curtis, e rappresenta un viaggio per il capoluogo campano in compagnia del principe della risata. Si tratta di una passeggiata con Totò nei suoi luoghi privati, ma anche in quelli dove si faceva vedere pubblicamente, un modo di ripercorrere la sua vita attraverso gli scorci di una città che si identifica in lui. Esploriamo i luoghi in cui ha girato alcuni film, o quelli dove giocava da bambino, o ancora quelli in cui, ormai ricco e famoso, passava a lasciare una banconota sotto la porta di chi era meno fortunato (questo, ve lo confesso, quando l’ho saluto anni fa ho sentito il cuore che mi si scioglieva). Visse la sua vita a Roma, ma andava spesso nella città in cui era cresciuto, tanto che alla morte furono celebrati tre funerali, due dei quali a Napoli (uno ufficiale, l’altro nel rione Sanità, mentre il primo fu nella capitale). E Napoli gli ha restituito tutto l’affetto che lui le diede in vita.

Santo Totò lo chiamano. Chi va a trovare i cari defunti, passa pure da lui, è una questione di rispetto, dicono.

Non vi dico altro di questo libro che, se siete amanti di Totò e di Napoli, dovete assolutamente leggere, perché va scoperto pagina per pagina. In copertina c’è il simbolo di questo personaggio, la sua bombetta, che fu anche poggiata sulla bara il giorno del funerale. Mentre una cosa molto carina di quest’opera è che, dietro, una parte della bandella si stacca per ricavarne un segnalibro con le bombette.

Vi ho incuriosito?
Buona lettura!

Titolo: A Napoli con Totò
Autore: Loretta Cavaricci, Elena Anticoli de Curtis
Genere: Letteratura di viaggio, biografico
Anno di pubblicazione: 4 ottobre 2018
Pagine: 143
Prezzo: 12 €
Editore: Giulio Perrone editore

 

«Forza, coraggio,
adesso cominceremo a visitare le bellezze di Napoli,
piano piano…
Ladies and gentlemen,
si prega di agganciarsi le cinture e di non fumare».

(dal film Totò a Napoli)