“Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere” di Marco Truzzi

Cosa succede sulle frontiere? Che significato hanno oggi?
Dove sono? E dove siamo noi?
Quali fossili culturali si incontrano andando per confini?

 

Oggi voglio parlarvi di un libro che non conoscete ancora perché uscirà il 16 marzo, tra due giorni, una novità di Exòrma che si colloca nella collana Scritti traversi, dedicata alla letteratura di viaggio. Si tratta di Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere, del giornalista e scrittore Marco Truzzi, che ha deciso di percorrere i confini dello spazio Schengen e di esplorare le frontiere di un’Europa che sembra vacillare sempre di più. Lungo il suo cammino si trova a contatto con le realtà dei diversi luoghi e con le persone che stanno all’interno e al di fuori dei confini. Se nei luoghi del Nord Europa, come la Scandinavia, l’emergenza non si percepisce ai massimi livelli ma ci sono solo le testimonianze della gente che non vuole estranei nel proprio territorio, in altri posti più a Sud, quelli più soggetti all’approdo di migranti e rifugiati, come Melilla, Calais o Ventimiglia, ci sono tantissime persone che rimangono bloccate e non possono oltrepassare il confine, nemmeno per raggiungere parenti che si trovano dall’altra parte.

“Il filo spinato corre a circa un metro dalla nostra faccia. Là in fondo c’è il bosco delle betulle, esattamente dove svettavano le ciminiere dei forni.” (pag. 157)

In Ungheria, tra l’altro, esiste un muro di fil di ferro eretto per tenere lontani i siriani. L’invenzione è dell’americano Joseph Farwell Glidden, che nel 1874 la brevettò e in seguito divenne ricco. Inizialmente l’idea era di recintare i lotti di terra privati nel west, poi è andata diversamente.

È il narratore onnisciente. La voce in terza persona. L’elemento anonimo cui assegnare le colpe. Il filo spinato delle trincee, dei campi di concentramento, il filo spinato dei confini e quello dei muri. Il filo spinato delle ideologie e delle burocrazie. Il filo spinato degli egoismi.

Tutto questo per arrivare al più vasto campo profughi d’Europa, tra Grecia e Macedonia, a Idomeni, dove addirittura a difendere i confini c’è l’esercito macedone.
Marco Truzzi, insieme al fotoreporter Ivano Di Maria (autore di gran parte delle fotografie che trovate nel libro), ha intrapreso il viaggio sulle frontiere della zona Schengen tra il 2015 e il 2016 per documentare la situazione di questi “confini” e dimostrare che in fondo essi sono labili, cambiano, a volte perfino si annullano. I muri crollano, vengono abbattuti, poi eretti nuovamente. Come dichiara l’autore stesso all’Avvenire: «Mi viene il sospetto che sia più facile innalzare un muro che farlo crollare.» E in effetti è proprio così, soprattutto in quelle zone dove chi difende i confini è più proiettato verso il passato che verso il futuro e si rifiuta di abbattere quei muri più mentali che fisici – che lascerebbero entrare estranei nella propria casa, zone dove s’incontra una quiete che è solo apparente.

Devo dire che ho letto questo libro con molta attenzione e credo sia parecchio utile per farsi un’idea di quello che ci succede intorno, perché è il racconto di chi ha percorso i nostri confini e ha incontrato la gente che cerca di entrare e quella che vive all’interno. È un racconto, pieno di testimonianze orali e visive, della situazione che stiamo vivendo in questo momento e non solo. Dico non solo perché è ovvio che ciò che accade oggi è il risultato del passato.

Davvero molto interessante!

Titolo: Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere
Autore: Marco Truzzi
Genere:
 Letteratura di viaggio
Data di pubblicazione:
 16 marzo 2017
Pagine: 168
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena


Marco Truzzi (Correggio, 1975). Giornalista, laureato in Filosofia, ha conseguito un master all’Università di Urbino in ambito editoriale. Ha pubblicato articoli e racconti in antologie, riviste, giornali, web e radio. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo, Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere (Instar), con cui ha vinto il premio Rhegium Julii, il premio Fortunato Seminara e il premio Bagutta come migliore opera prima e che attualmente è in corso di traduzione per gli Stati Uniti. Nel 2015 è stato uno degli 8 autori selezionati per Syntagma Square, progetto di romanzo corale europeo.

#LeggoNobel | “Razza di zingaro” di Dario Fo

Lunedì 6 marzo con il gruppo di #LeggoNobel ci siamo dedicati alla lettura di un libro veramente breve di un autore italiano, Dario Fo, scomparso lo scorso anno ma ricordato soprattutto per il teatro, tanto che molta gente non sa che ha scritto anche altre cose. Noi siamo andati a trovare un romanzo piccolo piccolo, Razza di zingaro, in cui si racconta in maniera un po’ teatrale la storia di un personaggio realmente esistito, Johann Trollmann, un pugile tedesco nato da una famiglia di origini sinti (un’etnia nomade europea, i cui membri vengono spesso definiti, anche nel libro, zingari). Johann, detto Rukelie (l’albero) per la sua bellezza e il suo fisico, divenne famoso intorno alla fine degli anni Venti per il suo stile nel combattimento: faceva dei movimenti brevi, era molto rapido e durante gli incontri sembrava che danzasse (cosa che si ritroverà molti anni dopo anche in Muhammad Ali). Questo ragazzo – e lo chiamiamo ragazzo perché non raggiunse nemmeno i quarant’anni – ebbe la grande sfortuna di nascere e vivere nel periodo sbagliato, quello della prima guerra mondiale e anche della seconda, divenendo anche oggetto della persecuzione nazista.

Johann innanzitutto, nonostante fosse famoso, non riuscì mai a vincere i campionati importanti, perché era uno zingaro, ma il nazismo incise molto anche sulla sua vita: tra le altre cose fu costretto a divorziare dalla moglie perché questa potesse cambiare cognome, si dovette sottoporre alla sterilizzazione, e infine fu deportato al campo di Neuengamme, nei pressi di Amburgo, dove tutti lo conoscevano e lo facevano combattere contro le guardie nonostante fosse stremato e malato.

Dario Fo (Sangiano, 24 marzo 1926 – Milano, 13 ottobre 2016)

Quella di Rukelie è una storia forte, che è stata raccontata anche da altri autori, ma di cui, personalmente, non sapevo nulla. Lo stile di Fo romanziere è asciutto, senza orpelli, e ha anche un taglio teatrale: è pieno di dialoghi, rapidi e fitti. Se di positivo c’è che si ha l’impressione di trovarsi nella scena coi personaggi e vivere la storia insieme a loro, il lato negativo è che si può un po’ perdere il filo e stancarsi. Ad ogni modo, il libro scorre e si legge facilmente.
Razza di zingaro va a inserirsi nella collana Narrazioni dell’editore Chiarelettere, una collana che raccoglie storie vere narrate da autori di un certo livello. Dario Fo, nello specifico, in questo libro uscito nel 2016, ha scelto di seguire la vita di Johann Trollman dagli 8 ai 36 anni, raccontandoci di come sia nata la passione per li pugilato, di come fosse bello e le ragazze fossero impazzite per lui, di come fossero le famiglie sinti e di come dovette destreggiarsi per sopravvivere durante il regime nazista. Ma l’autore non si limita a narrare. Fo, versatile com’era, ha pensato di inserire nel libro alcune illustrazioni realizzate da lui, disegni molto belli (spesso quasi abbozzati) che rappresentano pugili nell’atto di combattere ma non solo.

Johann Wilhelm Trollmann (Wilsche, 27 dicembre 1907 – Neuengamme, 9 febbraio 1943)

Per quanto mi riguarda, sono partita con poche aspettative su questo libro, ma confesso che mi ha stupito. Non mi aspettavo una storia del genere perché, come ho già detto, non conoscevo il protagonista e le sue vicende. Ve lo consiglio!

(Dal 10 aprile inizieremo la lettura di Sconosciute di Patrick Modiano. Ci trovate qui: https://www.facebook.com/groups/leggonobel/)

Titolo: Razza di zingaro
Autore: Dario Fo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 160
Prezzo: 16,90 €
Editore: Chiarelettere

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena

Briciole: “Panorama”, “La vegetariana”, “Furore”

Ritorno dopo una ventina di giorni di silenzio per parlarvi di alcuni libri che o mi hanno preso poco o di cui non sono riuscita a raccontare sul momento dimenticando molti dettagli. E mi dispiace molto in entrambi i casi, ma tra un impegno e l’altro purtroppo non si riesce a star dietro a tutto.

15977693_10210660749866320_2941111850295580373_nPanorama di Tommaso Pincio. È un libro che parla anche di libri. Ottavio Tondi è uno che ha rinunciato ad altre professioni per fare il lettore, ma non è un lettore normale, lui dedica la sua vita alla lettura ed è responsabile anche del successo di un grande best seller. È quasi venerato, tanto che lo invitano addirittura a leggere in pubblico, e la gente lo ammira, estasiata. Ottavio però ha anche un’ossessione per Ligeia Tissot, una donna conosciuta su un social network, Panorama, appunto. Non l’ha mai vista né incontrata, ma ha solo visto negli anni le foto del suo letto disfatto, cosa che lo ha spinto ad iniziare a scrivere. Appunti di ciò che lei gli faceva vedere nelle foto. Intorno a questo personaggio ruota tutta una storia a cui bisogna prestare parecchia attenzione, senza fermarsi solo a leggere le parole. Ci sono diversi spunti di riflessione che, andando troppo velocemente (e può succedere perché il libro è breve), si rischia di non cogliere, come ad esempio il ruolo dei social network oggi, la situazione dell’editoria e l’idolatria nei confronti di certe figure, oppure ancora le strane pulsioni umane e il voyeurismo, il desiderio di ficcare il naso nelle vite altrui.
DETTAGLI: Panorama, Tommaso Pincio, Romanzo, Letteratura italiana, 200 pp., NN editore 2015, 13 €, 4/5 stelline


16422591_1841309649415953_172744979047600112_oLa vegetariana di Han Kang è un romanzo che ho deciso di leggere come breve intervallo tra robe più corpose, ma che non credo di aver apprezzato molto, come invece hanno fatto altri. La storia è quella di Yeong-hye, una donna che una notte fa un sogno sanguinoso e raccapricciante e improvvisamente decide di diventare vegetariana. Se qui da noi la cosa può sembrare normale, nella società della protagonista è quasi un sacrilegio: la famiglia accoglie la scelta con rabbia e inizia a trattarla come se fosse pazza, l’unico che non la critica e, anzi, tenta di avvicinarsi a lei è il marito della sorella. In realtà Yeong-Ye può davvero essere instabile mentalmente, ma il suo disagio interiore (quello che ha nei confronti della carne) inizia a venire fuori piano piano fino a quando non diventa un disagio totale, nei confronti di quasi ogni essere animale, e sprofonda nell’anoressia nervosa.
Questo libro non mi ha presa, non mi sono sentita trasportare dalla sofferenza della protagonista e addirittura c’è qualcosa che mi ha infastidito, anche se non saprei dirvi cosa perché davvero non sono riuscita a capire. Potrebbe essere il modo di raccontare la storia, il linguaggio che cambia per ciascuna delle tre parti di cui La vegetariana è composto.
DETTAGLI: La vegetariana, Han Kang, trad. Milena Zemira Ciccimarra, 2007, Romanzo, Letteratura sudcoreana, 177 pp., Adelphi 2016, 18 €, 2/5 stelline


15941206_10210560732485948_6420604488741780400_nFurore di John Steinbeck lo abbiamo letto all’interno del gruppo di lettura di LeggoNobel. La storia inizia quando Tom Joad esce di galera, torna a casa e non trova più nessuno, tutto è cambiato. In realtà la sua famiglia si è già messa in marcia per andare a cercare una vita migliore in California, luogo quasi fiabesco in cui troveranno lavoro, la natura è rigogliosa e tutto sarà più facile. Ma non sarà così facile perché verranno trattati da fuggiaschi ovunque arrivino e mentre perdono pezzi vengono anche rifiutati. Cambiando molte parole ci ritroviamo a leggere la storia di molte persone che oggi fuggono dai loro luoghi d’origine per avere più denaro e benefici in posti che credono siano migliori, ma che in realtà non lo sono, anche perché poco aperti a ricevere il prossimo. Il linguaggio di Steinbeck si adatta perfettamente a quello dei personaggi, gente poco istruita che spesso ricorre a frasi fatte e proverbi per mostrare una saggezza popolare che, però, in certe situazioni serve a poco. Ci sono punti molto belli e punti che non mi hanno trasmesso nulla, quindi il mio giudizio globale è esattamente a metà tra un estremo e l’altro della scaletta di stelline. Non l’ho apprezzato come avrei dovuto e mi dispiace molto. Ho confermato però la mia impressione che il 99% dei romanzi americani è contraddistinto dalla presenza della polvere.
DETTAGLI: Furore, John Steinbeck, trad. Sergio Claudio Perroni, 1939, Romanzo, Letteratura americana, 633 pp., Bompiani 2013, 11,90 €, 3/5 stelline

Da “Viaggiatori nel freddo” di Sparajuri

Marina [Cvetaeva] ha attraversato il secolo sempre sull’abisso con il filo a piombo, con la vertigine. E forse è sbagliato rappresentarla con sembianze umane, meglio un quadro astratto di Suetin o di Malevič. O uno spartito musicale, che sbiadisce e scompare appena diventa suono. Un susseguirsi di note e annientamento. Oppure potremmo immaginarla come una macchia luminosa, un asterisco, un punto croce. Se le avessero chiesto consiglio, avrebbe sicuramente accettato la mia interpretazione, invece l’hanno fatta così, preferendo il classico monumento naturalista e psicologico. Il suo corpo adulto, piegato e immobile. Le ginocchia e i gomiti flessi. Le mani che sorreggono la testa grave, lo sguardo in basso. La vita che le rotola addosso come il macigno di Sisifo. Quando vediamo questo monumento dobbiamo fare un lungo respiro e immaginare che tutta la gravità del metallo si possa da un momento all’altro librare in un veloce passaggio d’ombre tra cavalli in fiamme e le piroette di un valzer.

[“Viaggiatori nel freddo”, Sparajurij,
Exòrma, 2015,
237 pp., 15,90 €]

 

15844693_10210554154401500_3499666303565243245_oLeggo Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura e mi accorgo quanto sia profonda la mia ignoranza per quanto riguarda la letteratura russa. Purtroppo, a parte qualche caso isolato, ho sempre avuto difficoltà con questi autori, perché li ho spesso giudicati troppo prolissi, troppo introspettivi e mi sono persa tra le loro parole. Con delle eccezioni, ripeto. Ma credo sia anche una questione di età in cui li si legge; devo riprenderne molti perché forse questo potrebbe essere il momento giusto. Chi può saperlo?
Ma nonostante queste mie difficoltà, lo scorso giugno, a Una marina di libri, ho voluto acquistare questo bel libro di Sparajurij che già dal titolo mi affascinava molto e che rappresenta un viaggio tra le vie di Mosca e sui treni notturni per esplorare i luoghi della grande letteratura russa. Il risultato è che, non solo mi sono innamorata di autori che non ho mai affrontato, ma che adesso mi è anche venuto il forte desiderio di andarci, in quei luoghi. Perché leggendo queste pagine è inevitabile che succeda, sembra quasi di incrociare questi personaggi per strada, di vederli passare mentre vivono le loro vite. Nello stralcio che ho condiviso con voi, nello specifico, si parla del monumento di Marina Cvetaeva, una grande scrittrice e poetessa russa che da tantissimo tempo mi affascina (insieme ad Anna Achmatova, anche lei “presente” nel libro) ma che purtroppo non ho affrontato se non a piccole dosi.
L’idea che Viaggiatori nel freddo è che per quanto siamo andati avanti nel tempo, per quanto gli autori citati non ci siano più, essi sono ancora presenti nella memoria e nelle vene di Mosca, anzi ne rappresentano quasi il cuore pulsante, perché ogni angolo della città sembra ricordarli e celebrarli. Ovviamente, poi, è molto più semplice “percepirli” quando si ha una cultura letteraria in quel campo come nel caso di Sparajurij, che è un nome unico che sta a rappresentare un collettivo di scrittori nato alla fine degli anni Novanta. A scrivere in questo volume sono Elisa Baglioni, che si dedica alla traduzione di narratori e poeti moscoviti contemporanei, e Francesco Ruggiero, fondatore di Sparajurij, che si occupa di letteratura russa contemporanea. Io, anche senza avere la loro esperienza, sono riuscita a seguire con grande trasporto il loro racconto di viaggio e ad appassionarmi alla lettura; questo per dirvi che non è detto che dobbiate essere dei grandi esperti per leggere Viaggiatori nel freddo.
Adesso non mi resta che andare a cercare tutto quello che di russo riesco a trovare e leggerlo!


Elisa Baglioni (1980) ha vissuto a Mosca per diversi anni. Si dedica alla traduzione di narratori e poeti moscoviti contemporanei.
Francesco Ruggiero (1977) è fondatore di sparajurij e redattore del periodico «Atti Impuri». Si occupa di letteratura russa contemporanea.
Sparajurij è un collettivo che nasce alla fine del secolo scorso per sperimentare ogni forma di “scrittura totale” integrando elementi diversi, verbali, visivi e performativi, della parola. Al video Un appunto importante è stato assegnato il primo remio al DoctorClip, Festival italiano di videoclip di poesia nato a Roma nel 2005. Dopo la raccolta di racconti .noibimbiatomici, edito da Celid nel 2001, pubblica prose e poesie su antologie e riviste letterarie.
Dal 2005 cura la collana Maledizioni, dedicata alle voci nuove della poesia italiana di ricerca e dal 2010 il luogo di scritture di Atti Impuri, proponendo testi inediti dei più originali scrittori e poeti italiani ed europei.

“La figlia sbagliata” di Raffaella Romagnolo

Riccarda è un nome orrendo, pensa. Da maschio.
Il nome di una che, come viene al mondo, è già sbagliata.

 

la-figlia-sbagliataQuando sei un lettore vorace non ti basta più un solo libro alla volta, quindi ne inizi sempre di nuovi e ti ritrovi ad averne tanti messi da parte e a dedicare un po’ di tempo ad ognuno di essi. Poi mettiamoci pure che a volte ci si trova immersi in letture di gruppo scandite da tappe; tappe che magari hai raggiunto in anticipo e pensi: ma non posso incastrare un libro piccolino in questi tre giorni che mi rimangono prima di iniziare la tappa successiva? Ebbene, questo è il motivo principale per cui qualche giorno fa ho letto La figlia sbagliata di Raffaella Romagnolo, edito da Frassinelli nel 2015 e candidato al Premio Strega 2016. Devo confessare che anche se non mi ha entusiasmato non è una cattiva lettura e che il vero senso di questo libro si riesce a cogliere più o meno dopo averne superato la prima metà.

La storia inizia quando Ines Banchero sta risistemando la cucina dopo aver cenato e suo marito Pietro Polizzi è seduto a tavola chinato sulla settimana enigmistica. Lei gli parla, ma lui come al solito non sembra essere molto preso dalle parole della moglie, solo che in quel particolare momento Pietro sta avendo un infarto e sta morendo. Ines ci mette un po’ prima di accorgersene, ma poi invece di chiamare aiuto o fare qualcosa decide di andarsene a dormire tranquilla. Non abbiate paura, questo non è il riassunto del libro, ma solo una premessa, gli avvenimenti narrati nel primo capitolo e da cui poi parte una serie di flashback e spiegazioni che ci aiuteranno a capire meglio perché Ines si sia comportata così.

Pietro e Ines sono sposati da quarantatré anni, ma sono insieme da quarantacinque, hanno avuto due figli, Vittorio e Riccarda, che hanno preso strade diverse e hanno fatto scelte non sempre approvate dai genitori. Vittorio è il figlio perfetto, bellissimo, sempre educato, bravo a scuola, primo ai campionati di nuoto, eccellente all’università e nel lavoro; Riccarda, invece, è tutto il contrario: ribelle, non bella come il fratello, in continuo contrasto soprattutto con la madre, desiderosa di fare teatro e di andare a vivere da un’altra parte (praticamente l’ha cresciuta la zia, più che i suoi). Se i due ragazzi hanno un legame fortissimo, speciale e ognuno è cosciente di cosa viva l’altro, il rapporto che hanno coi genitori è diverso per entrambi: Vittorio è letteralmente soffocato di attenzioni dalla madre che si occupa perfino di preparargli il pranzo del giorno dopo prima che lui vada al lavoro, mentre Riccarda viene continuamente criticata e abbandonata a se stessa. Il padre, Pietro, invece, è camionista, sempre in giro, e non c’è mai.

Quella che la Romagnolo ci descrive è l’infelicità di cui è pervasa la famiglia Polizzi: ognuno dei suoi membri vive la sua insoddisfazione in maniera diversa. Uno non si sente libero ma sempre legato alle attenzioni e alle aspettative di una madre troppo affettuosa, un’altra vorrebbe affetto ma affronta la vita da sola, uno non c’è mai, e un’altra si sente bloccata dalle convenzioni sociali e da un’esistenza che forse le sta stretta ma in cui non le è mancato quasi nulla. Fin dall’inizio la figura di Ines appare insopportabile, specie durante la descrizione dell’infanzia di Vittorio e Riccarda, quando adorava un figlio e lasciava da parte l’altra, la figlia sbagliata. Ma, come ho detto in precedenza, tutta la prima parte trova la sua spiegazione nella seconda, dopo un avvenimento tragico che coinvolge tutta la famiglia e che aiuta a capire meglio il comportamento di tutti i suoi membri.

La figlia sbagliata è il racconto di una famiglia e dei suoi legami: quello di un marito e una moglie che quasi non si parlano più ma continuano a vivere insieme perché così hanno sempre fatto; quello di una madre che dà troppo amore ad un figlio senza lasciarlo libero di vivere la propria vita come vorrebbe ma facendogli desiderare una libertà assoluta; quello di una madre che quasi non tollera la figlia e che non le dà lo stesso affetto che riserva al fratello.
Si tratta di un libro drammatico che però non mi ha coinvolta troppo, cioè non sono arrivata a lasciarmi trasportare dalla tristezza della famiglia Polizzi, a non staccarmi dalle pagine. Non si è rivelato abbastanza potente per me, ma sono stati in tanti ad osannarlo, quindi vale comunque la pena leggerlo.

Buona lettura!

Titolo: La figlia sbagliata
Autore: Raffaella Romagnolo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 170
Prezzo: 15 €
Editore: Frassinelli

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota


Raffaella Romagnolo, nata a Casale Monferrato nel 1971, vive a Rocca Grimalda con il marito. Ha scritto L’amante di città(Fratelli Frilli, 2007) e, per Piemme, La masnà (divenuto anche uno spettacolo teatrale) e Tutta questa vita (finalista al Premio Peradotto). http://www.raffaellaromagnolo.it

“Kambo e Iboga. Medicine sciamaniche in sinergia” di Giovanni Lattanzi

9788887660432_0_0_698_80Sempre seguendo il principio che quello che non so m’incuriosisce e posso impararlo, ho accettato una proposta di lettura parecchio interessante su un argomento che normalmente non affronto: la medicina sciamanica. Nello specifico, in Kambo e Iboga l’autore Giovanni Lattanzi ci spiega, anche secondo l’esperienza che ha vissuto in prima persona, la funzione di due sostanze sconosciute a molti di noi, sia quando vengono usate singolarmente che nel loro uso combinato. Il kambo è la secrezione gelatinosa prodotta dalla pelle di un anfibio che vive nella foresta amazzonica al fine di proteggersi dai suoi predatori, ma il termine indica anche la rana stessa. L’animale, nell’ambito della medicina sciamanica viene considerato un animale sacro e la secrezione è utilizzata come mezzo per comunicare con gli sciamani attraverso sogni o visioni. L’iboga, invece, è è una pianta che viene coltivata nell’Africa centrale e la sostanza ricavata da essa agisce sui blocchi emozionali aprendo l’individuo ad un processo di guarigione interiore, a differenza del kambo, che agisce più a livello fisico.

Lattanzi racconta, grazie anche a stralci di interviste e documenti, di essere stato iniziato sia al kambo che all’iboga, ma di essere stato il primo facilitatore di cerimonie che usano una combinazione delle due sostanze. Ha deciso di utilizzare il kambo prima della somministrazione della radice di iboga, così da purificare il corpo (tramite eliminazione delle tossine) e la mente e accogliere meglio l’ulteriore purificazione. A quanto pare, in questo modo, la pulizia dell’organismo avviene più velocemente e il processo di guarigione viene accelerato.
Ma guarigione da cosa? Si parla di una guarigione, forse, più che altro a livello emotivo, oltre che fisico, perché se durante le cerimonie il corpo espelle le impurità (si racconta di attacchi di vomito et similia), molta gente che ha intrapreso questi trattamenti riferisce di vedere “immagini” di esperienze passate o di avere vere e proprie visioni che vengono interpretate e spiegate dal facilitatore.

Il kambo e l’iboga, a quanto pare, non sono classificabili come stupefacenti (anche se in pochissimi luoghi sono vietati) e non creano dipendenza. L’assunzione va intrapresa con cautela, soprattutto per chi è agli inizi.
L’autore, in molti punti, entra nei dettagli e ci spiega questo tipo di trattamenti anche da un punto di vista più tecnico, infatti ho avuto piccole difficoltà a seguire. Ma si tratta solo di qualche dettaglio, che poi viene esposto anche ai profani. In generale, Kambo e Iboga è un libro che ci permette di scoprire dei rimedi sconosciuti alla maggior parte di noi occidentali che siamo più avvezzi alla medicina tradizionale, e può essere interessante documentarsi sul modo in cui altre popolazioni lontane da noi risolvono diversi problemi psicofisici. Però credo che tutto questo vada preso con le pinze, perché queste sono comunque ricerche recenti e mi sembra che ancora non siano particolarmente accreditate. Anche se, bisogna dirlo, ci sono tanti pregiudizi su questi temi.

Il libro di Giovanni Lattanzi è parecchio interessante e permette di calarsi in un mondo praticamente sconosciuto. Prima di cominciare a leggerlo avevo qualche perplessità sul fatto di riuscire a seguirlo perché si tratta pur sempre di saggistica e temevo potesse addentrarsi troppo in contesti più tecnici; anche se a volte lo fa, questo non ne mina la comprensione, perché risulta comunque chiarissimo. L’autore, con l’aiuto di interviste e testimonianze anche di altre persone, ci racconta come ha conosciuto il kambo e l’iboga, di come esse lo hanno aiutato a guarire e di come ha iniziato lui stesso ad essere un facilitatore di cerimonie, uno dei pochissimi in Europa. Spiega anche come avvengono i trattamenti e quali sono i rischi.
Per me è stata un’esperienza parecchio interessante, credo che lo possa essere anche per i più curiosi tra voi a cui piace scoprire cose nuove.

Buona lettura!

Titolo: Kambo e Iboga. Medicine sciamaniche in sinergia
Autore: Giovanni Lattanzi
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 402
Prezzo: 20 €
Editore: Bibliosofica

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“La femmina nuda” di Elena Stancanelli

Adesso so che niente ti tiene davvero al riparo dall’idiozia,
tantomeno quello che credi di essere,
l’armamentario che hai messo insieme.
L’intelligenza, l’esperienza, i libri. Niente.
E saperlo non mi rende più forte

 

15317853_1818010755079176_2188346998745088014_nSabato avevo bisogno di un libro piccino da finire entro domenica, perché già ho in lettura un saggio e una raccolta di racconti e oggi avremmo cominciato Selma Lagerlöf con #LeggoNobel. E perché non sei andata avanti coi racconti della Woolf o con l’altro libro, allora, direte voi? Perché complicarmi la vita è ciò che amo fare di più. Quindi mi sono ricordata di avere da parte un libricino piccolo piccolo ma che ha diviso moltissimo il pubblico: La femmina nuda di Elena Stancanelli, edito da La nave di Teseo a marzo 2016. Tantissimi amici mi hanno detto che non ne valeva la pena, altri, invece, gli hanno dato punteggi alti su Goodreads o comunque lo hanno gradito. Ho deciso di farmi una mia idea, al massimo avrei perso qualche ora.
Ci ho messo due giorni a leggerlo, ma non sono stati due giorni pieni, mi avrà preso in tutto circa tre ore e mezza di lettura, e devo dirvi che ne è valsa la pena.
In generale, credo che al giorno d’oggi siamo sempre meno disposti a metterci nei panni di altre persone e a capire fino in fondo le ragioni del loro agire e quindi probabilmente è per questo che tanti hanno bistrattato il libro della Stancanelli, che è pure arrivato in finale al Premio Strega 2016. In effetti, la storia è particolare e per alcuni potrebbe risultare pesante, specialmente per chi si scandalizza facilmente. Ma noi che ci buttiamo a capofitto in ogni tipo di romanzo ce ne infischiamo e ci godiamo la lettura.

Anna è una donna che ha passato la quarantina e da poco ha chiuso una storia di cinque anni con Davide. La realtà è che Davide l’ha tradita con diverse donne ma con una sembra avere una storia più seria: Cane, una cliente della sua officina (fa il meccanico) che ha un cagnetto che si chiama Cane e viene soprannominata così. La fine di una storia è sempre dolorosa, ma Anna cade proprio dalle nuvole perché mai avrebbe immaginato che l’uomo con cui era stata le potesse fare una cosa del genere alle spalle. Vuole sapere tutto di Davide, ha le sue password e le usa per spiare il suo account su Facebook, per leggere le sue email, riesce a sapere sempre dove lui si trovi usando la funzione dell’iPhone che permette di localizzare il cellulare. Ed è così che scopre i messaggi privati con Cane, quello che i due si dicono, e perfino dove abita la donna. Vuole conoscerla, sapere tutto di lei, perché quasi ogni donna che viene lasciata per un’altra si chiede: che cos’ha lei più di me? è più bella? più intelligente? più cosa?

Chi era migliore, quindi?
E soprattutto: eravamo davvero così diverse?
Sai, Vale, qual era l’unica incontestabile differenza tra me e Cane?
Che lei non era me.
Era un’altra.

Quella di Anna è una vera e propria ossessione che la porta a fare una serie di scelte sbagliate ma necessarie ai fini di una guarigione emotiva. E questa ossessione Anna sembra raccontarla in una sorta di lunga lettera alla sua amica Vale, quella che per tutto il tempo in cui lei si è tormentata le è stata vicina, ha tentato di capirla e di farla stare meglio. Mentre perdeva dieci chili, mentre non mangiava più, mentre beveva fino a crollare per svegliarsi riversa sul pavimento di casa sua diverse ore dopo.
Anna viene risucchiata nel suo stesso vortice di emozioni, anche per colpa di Davide che non sembra lasciarla definitivamente. Per una specie di sadismo, quando cambia le password sceglie sempre quelle che lei può indovinare, si fa vedere, va a letto con lei di tanto in tanto, le fa capire che può stare con lei e con le altre contemporaneamente. Anna rimane impigliata in una relazione che non esiste più e per cui sa benissimo che non c’è più niente da fare, diventa (quasi) una stalker e violare la privacy è un reato penale. Ma per entrare nella storia bisogna calarsi completamente nei panni di una donna che sta vivendo un forte trauma emotivo e non riesce a capire cosa sia giusto e cosa no.

Il corpo scarta. Si ammala, ti molla in mezzo alla strada, ti stordisce. Ma a volte, senza che tu te ne accorga, ti porta in salvo, lontanissimo.

Anna riparte dal suo corpo per guarire, e la sessualità ha un ruolo molto importante all’interno del romanzo. Innanzitutto dimagrisce tantissimo, prima perché si nutre solo di succhi di frutta e crackers, poi perché si sente meglio nel suo nuovo corpo. In secondo luogo si butta tra le braccia di diversi uomini come un automa, solo perché in quel momento quegli uomini hanno bisogno di lei e basta. E anche il linguaggio cambia in diversi punti: per sottolineare lo squallore di certi comportamenti e far notare al massimo quanto Anna abbia toccato il fondo, la Stancanelli adotta uno stile più sciatto, usa termini volgari e per nulla eleganti.
Il libro scorre davvero molto velocemente, come ho già detto si legge in poche ore e per me non è stato per nulla noioso. Quello della protagonista è un percorso che molte donne si trovano a intraprendere per guarire da una forte delusione, lei ci mette circa un anno, altre possono metterci meno. Ma sta di fatto che ognuno di noi segue la sua strada e ogni scelta che facciamo può essere sbagliata ma è anche necessaria per uscire dal tunnel delle ossessioni.
E poi, è solo una storia, no?

Titolo: La femmina nuda
Autore: Elena Stancanelli
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 marzo 2016
Pagine: 156
Prezzo: 17 €
Editore: La nave di Teseo

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota