Briciole | Seni e uova | Senti chi parla | La combattente

Cari lettori, per molti sono finite le vacanze. Spero che le vostre siano andate bene, o almeno che le abbiate passate serenamente, anche se con questo clima generale è difficile, e spero anche che il rientro al lavoro non sia stato troppo duro. Vi sarete accorti che quest’estate, escluso l’ultimo post della settimana scorsa, qui ho scritto poco, ma ho preferito alleggerire un po’ la mente e parlare in modo più rapido delle letture estive su Instagram, dove qualcuno di voi mi segue (se non lo fate ancora e vi fa piacere, mi trovate come @valeh89). Per questo motivo, torno qui con la rubrichetta Briciole, cercando di raccogliere alcuni di questi miei ultimi commenti per parlare a chi mi segue solo qui di qualcuno dei libri che ho letto negli ultimi mesi.
Spero che i consigli possano risultarvi graditi e, se vi va, raccontatemi come sono andate le vostre vacanze, se le dovete ancora fare, e cosa avete letto di bello.
Buona lettura!

«Ora, estate 2008, ho trent’anni e non sono quasi per niente la donna che sognavo di essere quando ne avevo venti e mi sforzavo di immaginare il mio futuro.»

Seni e uova è un romanzo di Mieko Kawakami pubblicato da Edizioni e/o ad agosto dello scorso anno nella traduzione di Gianluca Coci. Non è esattamente una delle ultime novità, quindi, ma credo sia un libro a cui dedicarsi con calma. È la storia di tre donne: Natsuko, scrittrice alle prese con le difficoltà del mestiere, la sorella Makiko e la figlia di quest’ultima, Midoriko. La vicenda si svolge in due periodi diversi: nella prima parte Makiko va a Tokyo perché vuole mettersi delle protesi al seno, con Midoriko ancora piccola che non capisce l’esigenza della madre, né il fatto che il suo stesso corpo cresca, e decide di non parlare più.
Dieci anni dopo, invece, è Natsuko che torna nella sua Osaka, e ormai quasi allo scadere dell’età giusta vuole intraprendere un percorso per diventare madre da sola.
Si tratta del viaggio intimo di tre donne, prese nei loro turbamenti e in tre dei periodi “critici” della vita femminile: l’adolescenza, quando il tuo corpo cambia e non riesci a reggere il peso di un tale sconvolgimento; quando passi l’età in cui quasi tutte diventano madri e ti rendi conto che per te è quasi troppo tardi, quindi ti chiedi se sia davvero ciò che vuoi e scegli di imbarcarti nell’impresa o di non farlo; e quando, dopo la maternità, devi convivere con un corpo diverso, che non è più quello di una volta, un corpo che pensi di voler “aggiustare”.
Una storia in cui emerge forte e chiaro il sentire femminile, praticamente in tutte le sue sfaccettature. Qualcosa che colpisce dritto al cuore, che il lettore sia una donna o meno.
DETTAGLI: Seni e uova, Mieko Kawakami, trad. Gianluca Coci, Romanzo, Letteratura giapponese, 624 pp., edizioni e/o, 26 agosto 2020, 19,50 €


«Perché gli svassi si scambiano alghe e piante acquatiche danzando? Perché gli Anatidi hanno tutti danze simili? Perché gli uccelli cantano? È puro istinto o devono imparare a cantare? Cosa si dicono? È cercando di rispondere a questi dubbi, una decina d’anni fa, che ho iniziato a studiare e a scoprire di più sulla comunicazione animale tutta.»

Data la mia grande passione per la saggistica sulla natura e sugli animali, ho voluto leggere Senti chi parla di Francesca Buoninconti, uscito lo scorso 28 aprile per Codice Edizioni. Si tratta di un libro molto interessante che, come suggerisce il titolo stesso, tratta il tema della comunicazione nel regno animale. Cosa si dicono gli animali? La loro comunicazione è solo intraspecifica (cioè, avviene all’interno della singola specie) o può essere anche interspecifica (fra specie biologiche diverse)? Ma, soprattutto, come avviene? A questo proposito l’autrice divide il volume in tre parti, ognuna delle quali descrive i comportamenti di determinati animali in base all’uso di tre dei cinque sensi: la vista (quindi tutte quelle azioni compiute per segnalare visivamente qualcosa a simili e non), l’udito (suoni, versi, ruggiti, canti) e l’olfatto (“odori bestiali”, “fragranze letali”).
Buoninconti è una naturalista e giornalista scientifica, per Codice ha già pubblicato “Senza confini” che tratta di storie degli animali migratori. Scrive di scienza, natura e clima per varie testate ed è al microfono di Radio3 Scienza.
Se anche voi siete curiosi di scoprire in maniera divertente, fresca e per nulla noiosa che cosa succede fra gli animali quando si trovano a dover comunicare qualcosa (anche in maniera ingannevole, perché sì, molti animali sanno mentire!), allora questo è il testo giusto.
DETTAGLI: Senti chi parla, Francesca Buoninconti, Saggistica, Letteratura italiana, 372 pp., Codice, 28 aprile 2021, 24 €


«Perché una morte arriva a innescare un vortice inarrestabile di sofferenze?»

Angelita è una scrittrice ed ex giornalista. Ha da poco perso per una grave malattia Fabrizio, compagno di vita da trent’anni e sta iniziando a fare i conti con la solitudine, con la “vedovanza”. Abita da sola nella vecchia casa di famiglia, ed è proprio lì che un giorno, per caso, dietro un mattone leggermente spostato di un muro, trova qualcosa che apparteneva a Fabrizio e che racconta di un passato dell’uomo di cui Angelita non ha mai saputo nulla. Fra mille dubbi e paure, le incertezze sull’uomo che ha avuto accanto e ha amato per moltissimi anni la spingono a indagare, a fare un viaggio a ritroso negli anni Settanta (il periodo relativo agli oggetti ritrovati) per scoprire chi fosse veramente Fabrizio e cosa gli fosse capitato.
Questa è a grandi linee la storia che Stefania Nardini racconta nel suo romanzo La combattente, uscito il 9 giugno per Edizioni e/o. Ma non è solo la vicenda di una donna sola, di una che ha perso il suo sostegno e deve ricostruire la sua esistenza ormai solitaria; è anche la ricostruzione dei fatti che interessano la storia di un periodo storico come quello degli anni Settanta, fatto di fughe, ideali, nascondigli, compromessi e decisioni dolorose per cui sacrificare anche gli affetti più grandi.
Angelita, narrando in prima persona le sue vicende, ci fa entrare nel suo cuore, ci descrive ciò che prova e condivide con noi tutto il suo smarrimento, la paura, i problemi di denaro.
Quello di Nardini è un romanzo molto interessante e gradevole, ma soprattutto è un approfondimento interessante su un momento storico davvero complicato.
DETTAGLI: La combattente, Stefania Nardini, Romanzo, Letteratura italiana, 156 pp., edizioni e/o, 29 giugno 2021, 15 €

La violenza del mio amore | Dario Levantino

È questa la violenza dell’amore:
esaurisce chi lo dona, saziandolo;
sfama chi ne necessita, affamandolo.

~

Da oggi torna in libreria Dario Levantino con la terza parte della storia di Rosario Altieri, ragazzo nato e cresciuto in uno dei quartieri più difficili di Palermo, Brancaccio. Dopo Di niente e di nessuno e Cuorebomba, arriva La violenza del mio amore, pubblicato sempre da Fazi, in cui troviamo Rosario che si appresta praticamente a diventare adulto, con tutte le responsabilità che questo comporta. Con il padre finito in galera – un padre che intanto si era fatto un’altra famiglia e aveva un altro figlio – e la madre morta da poco, il ragazzo non ha altri che il cane Jonathan, fedele compagno di miseria, e Anna, la ragazza che ama e che, incinta del suo bambino, ha tagliato i ponti con la famiglia che si considera coperta di disonore. Ma Brancaccio non è un luogo facile in cui vivere, Levantino da buon palermitano lo sa, e Rosario deve avere a che fare con il boss del territorio, Totò Mandalà, che controlla tutto e tutti: chi può entrare nel quartiere, chi può ricevere la casa popolare, chi deve lavorare per lui. Ed è proprio questo che arriva a fare il ragazzo in preda alla disperazione, cercare di ricevere l’aiuto di Mandalà, consapevole del fatto che ogni errore può essergli fatale.

Ma Rosario vive anche nel mondo fuori da Brancaccio, è un ragazzo di periferia che frequenta il liceo classico, cosa che evidentemente a compagni e professori sembra un salto di qualità che uno come lui non può e non deve cercare di fare. Si trova intrappolato in un sistema in cui deve ripetere nozioni e date piuttosto che entrare negli argomenti, carpirne l’essenza, conoscere la vera personalità di autori e pensatori, in cui una griglia di valutazione asettica è più importante del progresso di un ragazzo che ce la sta mettendo tutta. Un sistema, insomma, che sembra voler dire: tu sei nato in basso, e in basso devi rimanere. Perché se tu, nato in basso, prendi lo stesso voto di uno socialmente molto più in alto, significa che c’è un problema, o che è colpa del professore.

Quello di Rosario è un mondo da cui è difficile tirarsi fuori, in cui è tremendamente complicato cercare di migliorarsi. Bisogna sempre stare all’erta perché un attimo di distrazione o un ripensamento possono costarti carissimi, e lui è solo un ragazzo che è cresciuto troppo presto. Man mano che si va avanti con la lettura si sviluppa un forte sentimento di rabbia, quasi di claustrofobia dovuta al fatto che non sembra mai esserci una via d’uscita: non c’è nessuno a cui affidarsi, nessuno pronto a offrire aiuto. Però c’è una luce, una sola. Padre Giovanni, un parroco sui generis che nella sua chiesa accoglie chi è nei guai, anche le pulle (le prostitute) se è il caso, donne che sono state spinte a vendersi per la disperazione e per sfamare i figli. Padre Giovanni è una piccola luce di speranza in questo mondo marcio, è quello che ci mette la faccia, che organizza iniziative per togliere i ragazzini dalla strada, che accoglie in casa sua chi una casa non ce l’ha e nasconde chi è in pericolo, anche a costo di perdere fedeli bigotti e amanti della forma piuttosto che della sostanza.

Occhio non vede, coscienza non morde.
Ma chi è munito di coscienza, prima o poi il conto lo paga, e se questo arriva più poi che prima, allora è molto più salato.

È questo il mondo tratteggiato da Levantino, una realtà cupa e triste in cui però non si perde la speranza nel lieto fine.
Ma questo romanzo mi è sembrato anche una riflessione molto forte sulla scuola, un universo che l’autore conosce bene dato che lui stesso è insegnante. Una riflessione in particolare sui fallimenti del sistema scolastico, fallimenti che ovviamente non riguardano la scuola nella sua totalità, ma che purtroppo accadono molto spesso soprattutto quando i protagonisti sono dei ragazzi che non ricevono aiuto o incoraggiamento nemmeno dalla famiglia (se c’è) o in generale dall’ambiente in cui vivono. Ma è possibile salvare tutti? Si può davvero cercare di dare un aiuto a tutti, sempre che si sia disposti a riconoscere una richiesta d’aiuto? O c’è chi è destinato a cadere per forza nel tritacarne dell’ingiustizia sociale?
Sono solo alcune delle tante domande che ci poniamo leggendo La violenza del mio amore, domande che alla fine troveranno una risposta. Quale? Sta a voi scoprirlo.
Buona lettura!

Titolo: La violenza del mio amore
Autore: Dario Levantino
Genere: Romanzo
Data di pubblicazione: 2 settembre 2021
Pagine: 260
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Dario Levantino – È nato a Palermo nel 1986. Laureato in Lettere e Filosofia, insegna italiano in un liceo di Monza. La sua opera d’esordio, Di niente e di nessuno (Fazi Editore, 2018), ha vinto il Premio Biblioteche di Roma 2018, il Premio Subiaco Città del Libro 2018, il Premio Leggo Quindi Sono 2019 ed è stato tradotto in Francia con il plauso della critica. Il suo secondo romanzo, Cuorebomba, è uscito nel 2019 e presto verrà tradotto in Francia.

Cieli neri | Irene Borgna

Un’altra notte è finita,
riprendiamoci la notte per restituirla a chi verrà dopo,
a chi ne ha bisogno oggi.

 

Avete mai visto dal vivo uno di quei cieli stellati meravigliosi che di solito ammiriamo nelle fotografie scattate qua e là per il mondo? No? C’è un motivo, e ce lo spiega bene Irene Borgna nel suo Cieli neri, uscito lo scorso febbraio per Ponte alle Grazie. Si tratta di una sorta di diario del viaggio che l’autrice fa con il compagno Emanuele e la cagnolina Kira dalle alpi Marittime al Mare del Nord a bordo di un camper, un viaggio che servirà ai tre per poter vivere l’esperienza della notte, quella vera che ormai non esiste più quasi da nessuna parte. Se l’avete vista davvero significa che abitate in luoghi lontani dalle grandi città e poco illuminati. È infatti la luce artificiale che ci priva della bellezza del manto nero del cielo notturno punteggiato di stelle e che crea un vero e proprio inquinamento luminoso che influenza le nostre vite.

Sapevate che l’Italia in illuminazione – spesso inutile – spende più del doppio della Germania e il doppio della Francia? Sapevate che la luce a LED è così forte, dentro le nostre case, da stravolgere i nostri ritmi sonno/veglia perché il nostro corpo, abbagliato da essa, pensa che la notte (quando accendiamo queste luci perché al buio non vedremmo nulla) in realtà sia il giorno? Sapevate che c’è una convinzione diffusa che la luce equivalga alla sicurezza personale? Che se decido di andare a correre in una strada ben illuminata ci sono meno probabilità che io venga aggredita? Cose, queste, non vere, come dimostra un esperimento condotto a Chicago nel 1998, quando fu potenziata l’illuminazione pubblica per combattere la criminalità; i funzionari della giustizia penale conclusero che gli attacchi nelle zone meglio illuminate erano identici per numero a quelli nelle zone più buie.

Questo e tanto altro troverete dentro Cieli neri, questo libro che mi è sembrato molto interessante dato soprattutto l’interesse che ho sviluppato negli ultimi anni per questo genere di temi. Chissà in quanti sono rimasti oggi a poter godere della notte vera come si faceva una volta!
Io comunque vi lascio qui uno stralcio dell’introduzione di Irene Borgna e, come sempre, buona lettura.

Impianti nati per vederci meglio e farci sentire più sicuri nel buio hanno cancellato l’esperienza della notte così come l’ha vissuta buona parte della specie umana fino a un secolo fa. Se la notte è antica quanto il nostro pianeta, la notte luminosa invece è giovane: è nata poco più di cent’anni fa con l’illuminazione pubblica e da circa trent’anni sta diventando la norma per buona parte dell’umanità – di fatto siamo i primi terrestri a testarne gli effetti in un gigantesco esperimento sulla nostra pelle e su quella di tutte le altre specie viventi. Dallo stupore per la luce elettrica rischiamo di passare in meno di un secolo alla meraviglia per un cielo stellato sempre più raro.

Titolo: Cieli neri
Autore: Irene Borgna
Genere: Saggistica
Data di pubblicazione: 4 febbraio 2021
Pagine: 194
Prezzo: 15 €
Editore: Ponte alle Grazie


Irene Borgna – un dottorato di ricerca in antropologia alpina con Marco Aime, ha fatto della montagna la sua passione e il suo mestiere. Nata a Savona nel 1984, si è trasferita in Val Gesso, dove si occupa di divulgazione ambientale e fa la guida naturalistica, portando a spasso gli escursionisti fra cime e rifugi. Nel Pastore di stambecchi ha raccolto la testimonianza di Louis Oreiller, rispettandole sue straordinarie doti di narratore e il suo parlato antico (Ponte alle Grazie, 2018, menzione speciale al Premio Rigoni Stern).

Briciole | Autobiografia della neve | La mala eternità | Ho provato a morire e non ci sono riuscito | La nazione delle piante

Cari amici che mi leggete anche se i blog ormai sembrano obsoleti (ma non demordiamo!), torno ancora con la rubrichetta Briciole per parlarvi di qualche titolo di cui negli ultimi tempi non ho scritto in maniera più approfondita per vari motivi. Non voglio che questi bei libri si perdano, soprattutto per chi non mi segue sulla pagina Facebook o su Instagram dove ho già scritto qualcosa. Si tratta di due romanzi molto interessanti e di due volumi di saggistica che piaceranno molto a chi ama la natura. Come sempre vi dico che se vi incuriosisce qualcosa in particolare, potete farmi tutte le domande che volete.
Vediamo meglio nel dettaglio.

«Per me la neve è una vecchia storia, una storia d’amore collettiva.
Sempre, in montagna, abbiamo contato sulla neve. Riconoscevamo il suo prossimo arrivo dal colore dell’aria, dal comportamento degli animali e da una specie di sospensione che si diffondeva intorno; e c’era un periodo dell’anno in cui eravamo certi che sarebbe caduta, trasformando il mondo in quel modo che conoscevamo bene, portando il silenzio e la gioia».

Daniele Zovi ha sempre avuto un rapporto molto particolare con la neve: ci è nato (precisamente a Roana), l’ha conosciuta, l’ha vista in tutte le sue forme, l’ha amata e studiata. Ha una laurea in scienze forestali, ha prestato servizio nel Corpo Forestale dello Stato ed è uno dei maggiori esperti di animali selvatici (ha scritto tanto sul tema). In Autobiografia della neve, uscito lo scorso 27 ottobre per UTET ci racconta proprio di questo tipo di evento atmosferico e delle sue manifestazioni da un punto di vista a tratti scientifico e a tratti sentimentale. Lui che è cresciuto nei pressi dell’altopiano di Asiago da piccolo ha osservato così tanto quei fiocchi cadere soffici che poi è diventato un esperto. Nei suoi racconti e nelle sue descrizioni ci sono le nevicate potenti e disastrose che fecero tante vittime anche in tempi non recenti, ci sono quegli anni in cui erano solo gli uomini a sciare, c’è Mario Rigoni Stern, ci sono rievocazioni dei cimbri e della loro lingua, e tantissimo altro.
È un libro molto bello, soprattutto per chi come me non conosce troppo bene la neve perché è nata e cresciuta in climi totalmente diversi. Si percepisce tantissimo l’amore di Zovi per i suoi luoghi e non solo, e la preoccupazione per questo mondo che a causa del cambiamento climatico sta perdendo molte delle sue meravigliose caratteristiche. Ghiacciai che non ci sono più, temperature in rialzo ovunque ed interi ecosistemi rovinati dall’intervento dell’uomo.
Nella neve c’è la nostra storia, e conoscerla un po’ meglio può fare solo bene a tutti. 
DETTAGLI: Autobiografia della neve, Daniele Zovi, Saggistica, Letteratura italiana, 255 pp., UTET, 27 ottobre 2020, 18 €


La mala eternità è un romanzo di Daniela Frascati uscito a settembre di quest’anno e pubblicato da Edizioni Ensemble, che ho conosciuto proprio nei giorni di Una Marina di Libri.
Si tratta di una storia particolare che va dal giallo, all’esoterico al fantastico, riservando non poche sorprese, ma questo accade piano piano, man mano che procediamo nella lettura e accompagniamo il protagonista, Angelo Moral.

Pochi giorni prima della morte della madre, Angelo viene a sapere che suo padre, che ha sempre creduto a lungo morto, forse è ancora vivo e quindi decide di andarlo a cercare a Velabra, nella campagna toscana. Arrivato lì, gliene succedono di tutti i colori: viene aggredito, derubato, soccorso da un anziano gentile che gli farà conoscere altri personaggi, uno più bislacco dell’altro, che sembrano capire che ha lo stesso cognome di uno che tutti conoscono bene, Livio Moral. Angelo, cercando Livio, scopre che in quei territori quasi dimenticati dalla civiltà c’è una setta che promette la vita eterna ma lo fa approfittandosi dell’ingenuità e della debolezza dei creduloni. Il protagonista entra così in una spirale di antiche leggende, paure e caos che gli faranno trovare molto più di quello che cercava.
Quello di Daniela Frascati è un romanzo molto scorrevole e godibile in cui, però, bisogna fare attenzione a non lasciarsi confondere dai tantissimi flashback che l’autrice sparge qua e là per approfondire la storia dei vari personaggi. Flashback che, ovviamente, arricchiscono molto la narrazione. Il linguaggio poi è particolarmente ricercato e adattato all’epoca in cui è ambientato (1967) e a un’atmosfera ricca di mistero.
DETTAGLI: La mala eternità, Daniela Frascati, Romanzo, Letteratura italiana, 352 pp., Edizioni Ensemble, 15 settembre 2020, 16 €


«Dare alle parole il senso che avevano voleva dire per lei essere pesanti. La coerenza. Il rispetto. Tutte cose pesanti. La logica. Pesante. La gentilezza. Pesante. L’affetto. L’amore. Pesanti».

Ho provato a morire e non ci sono riuscito è un romanzo di Alessandro Valenti pubblicato da Edizioni di Atlantide lo scorso luglio. È la storia vera di Alessandro – l’autore – che ora ha quasi diciotto anni ma ci parla dei suoi amori quando ne aveva quattordici. È un esordio bello e potente il suo, è il racconto delle preoccupazioni e della ricerca della felicità di un ragazzo di oggi che va a sbattere di continuo contro il muro della leggerezza (e in alcuni casi superficialità) tipica dei suoi coetanei. Di Emma, soprattutto, la ragazza che lo fa innamorare, lo illude per poi sostituirlo facilmente con chissà chi altro.
Alessandro vive in un mondo tecnologico, quello dei giorni nostri, in cui è facile mentire, nascondersi e spacciarsi per qualcos’altro, ma nel quale è ugualmente facile essere smascherati e sbugiardati. E ci narra tutto questo con trasporto, tanto più che lo ha vissuto davvero.
Questa, che inaugura la collana Blu Atlantide, in parte non è solo la storia di Alessandro, ma di tanti altri quattordicenni che oggi più che mai vivono in balia di un’età difficile che deve tenere il passo con i social e con un mondo che va sempre più veloce. E in cui, spesso, per gli altri non siamo così speciali e insostituibili come crediamo.
In questi giorni ha vinto il Premio Bagutta Opera Prima ed è il più giovane vincitore nella storia del premio letterario più antico d’Italia.
DETTAGLI: Ho provato a morire e non ci sono riuscito, Alessandro Valenti, Romanzo, Letteratura italiana, 208 pp., Edizioni di Atlantide, 15 luglio 2020, 15 €


«Ho immaginato che le piante, come genitori premurosi, dopo averci reso possibile vivere e resesi conto della nostra incapacità di svilupparci autonomamente, corrano di nuovo in nostro soccorso, regalandoci delle regole – in verità la loro stessa costituzione – da seguire come vademecum per la sopravvivenza della nostra specie».

È così che Stefano Mancuso, scienziato di fama internazionale e direttore del Laboratorio di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze, spiega nel prologo cosa troveremo dentro La nazione delle piante, pubblicato nel 2019 da Editori Laterza.
Mancuso immagina che tutto lo spazio terrestre ricoperto da vegetali sia, appunto, una nazione delle piante, con proprie leggi e una propria costituzione composta da otto articoli, che altro non sono che otto pilastri fondamentali su cui si regge la loro vita e quindi anche la nostra. In questi articoli le piante, attraverso la voce di Stefano Mancuso, dichiarano – senza porsi su un gradino superiore alla nostra specie, ma di fatto essendolo – che la Terra è la casa comune di tutte le specie, che non dovrebbe esserci alcuna gerarchia fra gli esseri viventi e che dovremmo tutti cooperare per gestire in modo appropriato le risorse che abbiamo, soprattutto quelle non ricostituibili. Ma non solo questo. La nazione delle piante non ha confini, è uno spazio che riguarda tutti e appartiene a tutti, e che, anzi, possiamo contribuire ad ampliare sempre più. Magari arricchendolo con una pianta in qualsiasi posto essa manchi.
Una lettura breve e davvero piacevole per chi ama le piante, la natura e sia interessato alle tematiche ambientali.
DETTAGLI: La nazione delle piante, Stefano Mancuso, Saggistica, Letteratura italiana, 139 pp., Editori Laterza, 7 marzo 2019, 12 €