Planimetria di una famiglia felice | Lia Piano

Tanto ormai lo sapevo:
da fuori, casa nostra non si capiva.

 

Una delle ultime novità che ci ha presentato Bompiani (parliamo di fine agosto) è l’esordio nella narrativa di Lia Piano, figlia dell’architetto Renzo, con Planimetria di una famiglia felice, un romanzo fresco e pieno di tenerezza che, confesso, mi ha conquistato subito. Non amo riferirmi a qualcuno come “parente di”, ma in questo caso, oltre al fatto che Lia nella vita gestisce la Fondazione Renzo Piano, bisogna dire che il libro parla proprio della sua famiglia. Non del tutto perché autobiografia e invenzione si fondono, ma c’è comunque una buona dose di realtà: «le immagini sono tutte vere, ma fatti e personaggi sono frutto della fantasia».
Nana, come la chiamano tutti, è la protagonista di questa storia – o ricordo d’infanzia, chissà – forse una piccola Lia che a sei anni, dopo aver vissuto con tutta la famiglia in tre nazioni diverse, si trasferisce a Genova in una grande casa che, in fondo, è uno dei personaggi del libro. C’è un papà che disegna il mondo, progetta e costruisce una barca nel seminterrato (forse sarà difficile poi tirarla fuori); una mamma che fa risuonare i tacchi per casa; due fratelli maggiori, Marco e Gioele (lui balbetta ma nessuno lo aiuta in modo serio) che crescono prima di lei e sembrano un po’ strani; Concepita Maria, una donna del Sud che parla più in dialetto calabrese che in italiano e non sa leggere, anzi impara a scrivere il suo nome insieme alla bambina. C’è Pippo, il loro primo cane, mascotte della famiglia che va a prendere ogni giorno Nana a scuola, e poi altri tre cuccioli di pastore tedesco, uno per ogni figlio, e rane, e galline, e pulcini.

Quella di Nana è una famiglia che ha poche regole e per questo vive e cresce libera. Ognuno segue le sue inclinazioni e i propri desideri, appendono cartelli che recitano “vietato vietare“. Un giorno il papà indice addirittura un concorso a squadre per la progettazione e costruzione di un pollaio accanto alla casa, a cui Nana parteciperà insieme a Pippo. La casa deve essere un nido felice e rispecchiare l’animo di chi ci abita, e chi dice che non possa essere ricoperta di libri per tutta la sua lunghezza? Ecco che allora costruiscono uno scaffale lungo 307 metri perché i libri possano essere in tutte le stanze. All’improvviso però piomba in casa un’assistente sociale che cerca di domare quel caos e di dare delle regole a tutti, soprattutto ai ragazzi – una stava iniziando a frequentare la Chiesa, uno era alle prese con la prima delusione d’amore e l’altro ne aveva appena superata una che non gli aveva fatto troppo male.

Se non aveva un senso per lei, allora non aveva senso. Noi eravamo abituati al contrario, sguazzavamo nell’insensatezza.

In Planimetria di una famiglia felice non c’è una vera e propria trama, è un insieme di ricordi e avventure familiari di Nana, che ci racconta la sua infanzia con gli occhi di una bambina che spesso non si rende conto di come vanno le cose. Non riesce a capire quando i fratelli stanno crescendo e sperimentano i primi amori, non capisce gran parte degli sproloqui di Concepita Maria (personaggio spassosissimo e forse un po’ troppo caratteristico di donna del Sud negli anni ’70), non capisce nemmeno perché l’assistente sociale s’impunti così tanto a distruggere quella che per loro è la felicità domestica misurando tutte le loro azioni con un determinato numero di punti esclamativi su un quadernetto.
È il racconto ironico e piacevole di una famiglia molto unita ma del tutto fuori dagli schemi, una famiglia che non si annoia mai e per cui la normalità è solo noiosa.

Buona lettura!

Titolo: Planimetria di una famiglia felice
Autore: Lia Piano
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 agosto 2019
Pagine: 160
Prezzo: 15 €
Editore: Bompiani


LIA PIANO è nata a Genova nel 1972, terza di tre fratelli che poi diventeranno quattro. Laureata in lettere, dal 2004 si occupa della Fondazione Renzo Piano. Oggi vive e lavora in moto perpetuo fra Parigi, Genova e qualsiasi altro luogo del mondo. In attesa di radicare, ha scritto il suo primo libro.

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Santi, poeti e commissari tecnici | Angelo Orlando Meloni

Si sa che per noi Italiani il calcio non è semplicemente uno sport, ma quasi una ragione di vita, una religione; e mi ci metto dentro anch’io che fino a qualche anno fa lo seguivo in maniera quasi ossessiva, prima di darmi un po’ una calmata. Ci perdiamo allegramente in questo bailamme di acquisti, retrocessioni, campionati, scandali e pasticci di vario genere e sì, forse ci piace anche così. In Santi, poeti e commissari tecnici, uscito ad aprile per Miraggi edizioni, troviamo sei racconti in cui l’autore, Angelo Orlando Meloni, narra in maniera semiseria quello che spesso accade di nascosto (e non) in quel mondo sportivo che amiamo così tanto.
Il primo racconto è quello che dà il nome all’intera raccolta e al centro della storia troviamo la Vigor, squadra di Vezze Sul Mare, che fin dalla fondazione non ha mai vinto una partita e neanche è mai stata retrocessa, pur arrivando sempre ultima, perché dopo di essa c’è il nulla, non ci sono serie minori. L’allenatore, ormai abituato a quella solfa, inizia ad essere contattato dal parroco del paese che gli dà dei consigli sulla formazione che gli arrivano “dall’alto”, consigli che poi messi in pratica sembrano anche funzionare. E quando arriva il momento di giocare contro l’A. S. Marina, la squadra del comune gemello, Marina di Vezze, l’ansia sarà alle stelle, anche perché ci si aspetta quell’intervento dal cielo. Ma come finirà? E che c’entra la statua della beata Serafina?

Meloni in questi racconti prende ciò che di più strano e anche torbido c’è nell’ambiente calcistico e lo esaspera, trasformando la scaramanzia e la religione in una vera e propria fiducia nei confronti di una statua che tutto può risolvere e che realizza anche l’impossibile. Ma in altri casi porta alle estreme conseguenze uno scambio di favori, che diventa una serie di pasticci a catena in grado di far collassare tutte le squadre coinvolte e fallire il campionato intero (Il campionato più brutto del mondo).
Ma c’è anche un ex divo del pallone che medita vendetta con chi, anni prima, l’ha fatto scendere dal piedistallo e cadere nel dimenticatoio, o ancora un ragazzino che, pur essendo bravissimo a giocare, non viene mai messo in campo perché figlio di un tizio stravagante, e anzi a lui viene preferito un altro che ha il papà avvocato che pressa il presidente (Ode al perfetto imbecille).

I racconti di Angelo Orlando Meloni hanno un sapore tragicomico, sono quelle storie in cui l’umorismo non è fine a se stesso, ma lascia un retrogusto amaro sulla base del quale iniziamo a riflettere su questo pazzo mondo sportivo. L’autore parla di piccole cose, squadre di piccoli comuni, ragazzini che non vengono premiati ma anzi messi da parte, e lo fa per raccontare, quasi guardandole al microscopio, le ingiustizie, la tristezza e i problemi di un sistema che molte volte è malato in ogni sua parte. In effetti è proprio questo che l’umorismo, se usato in maniera intelligente fa: denunciare.
L’autore dichiara altrove che «In Italia la vera religione è il calcio. I miei personaggi sono perdenti con un cuore grande», e forse il problema è proprio che si prende tutto troppo sul serio. Lui porta alle estreme conseguenze questi comportamenti e ci regala una carrellata di storie che non sono solo per chi ama il calcio, ma possono essere benissimo lette da tutti, anche se probabilmente chi ha una maggiore preparazione in materia vi rintraccerà qualche collegamento interessante o troverà tra le righe qualcosa che ricorda vicende più note.

Buona lettura!

Titolo: Santi, poeti e commissari tecnici
Autore: Angelo Orlando Meloni
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 29 aprile 2019
Pagine: 188
Prezzo: 16 €
Editore: Miraggi edizioni


Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa, dove lavora nella libreria storica della città. Ha scritto i romanzi Io non ci volevo venire qui e Cosa vuoi da grande, pubblicati da Del Vecchio Editore, e La fiera verrà distrutta all’alba, Intermezzi editore.

Non sarò mai la brava moglie di nessuno | Nadia Busato

Le persone sono piene di difetti;
lei aveva esattamente quello:
mandava all’aria tutto.

 

Ci sono momenti che sono rimasti nella storia grazie all’arte della fotografia, qualcuno li ha immortalati – per bravura o perché si è trovato nel posto giusto al momento giusto – e sono arrivati fino a noi. È il caso di Evelyn McHale, una ragazza americana che il primo maggio del 1947 ha deciso di togliersi la vita gettandosi dalla terrazza panoramica all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building. Robert Wiles era un giovane fotografo che si trovava da quelle parti e scattò la foto che fu pubblicata su LIFE e poi passò alla storia col titolo The most beautiful suicide, perché Evelyn cadde sul tetto di una limousine parcheggiata in strada ma niente si perse della sua bellezza: sembra, infatti, addormentata, con i piedi incrociati mentre stringe tra le dita la sua collana di perle. L’unica cosa che fa immaginare l’impatto avvenuto è lo stato della macchina con le lamiere accartocciate. Questa foto fu così importante da colpire persino Andy Warhol che poi realizzò l’opera Suicide: Fallen body.
La ragazza quel giorno era appena tornata da un viaggio a Easton dove era andata a trovare il fidanzato Barry, forse per festeggiare il suo compleanno. Chi l’aveva vista nei suoi ultimi momenti ha detto che non sembrava ci fosse nulla che la turbasse, e chi la conosceva ha affermato che non aveva evidenti motivi per compiere quel gesto. Fatto sta che quella mattina Evelyn si diresse verso l’Empire State Building per suicidarsi, lasciando prima un breve messaggio d’addio:

Non voglio che nessuno mi veda, nemmeno la mia famiglia. Fatemi cremare, distruggete il mio corpo. Vi supplico: niente funerale, niente cerimonie. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Ma io non sarei mai la brava moglie di nessuno. Sarà molto più felice senza di me. Dite a mio padre che, evidentemente,ho fin troppe cose in comune con mia madre.

Nei fatti Barry non fu più felice senza di lei, perché morì a 86 anni senza sposarsi mai. Mentre Wiles, dopo quel giorno non pubblicò mai più alcuna foto.
Il riferimento che Evelyn fa alla madre nel suo biglietto indica che probabilmente sentiva anche lei di avere episodi di depressione come la donna che da un momento all’altro se ne era andata di casa abbandonando la famiglia.

Da una frase nel messaggio di Evelyn prende spunto il libro di Nadia Busato, Non sarò mai la brava moglie di nessuno, che è uscito per SEM il 22 marzo. Ho voluto leggerlo perché le vicende come questa mi colpiscono sempre e poi mi aveva incuriosito tantissimo il parere di persone che seguo con molto interesse. La Busato, in ogni capitolo di questa ricostruzione, ci racconta la storia di un personaggio che è entrato in contatto con la ragazza o che è legato in qualche modo a lei, per finire proprio con Evelyn e il modo in cui ha posto fine ai suoi giorni. Scopriamo, tra le altre cose, come deve essere stata la vita di Helen (la madre) e dei motivi che possono averla spinta a lasciare la famiglia; come John Morissey, un poliziotto che si trovava lì, raccontò i momenti dello schianto; il tentativo di suicidio di Elvita Adams, che però si salvò cadendo sul cornicione del piano inferiore e riportò solo la frattura di un’anca; l’amore per la fotografia del giovane Wiles che poi mise fine lì alla sua carriera o ancora la storia di come delle giovani ambiziose fondarono la rivista LIFE e s’imbatterono in questo scatto fuori dal comune che poi pubblicarono.

«Darà scandalo».
«Farà scalpore. È diverso. Lei si è suicidata. Noi possiamo riabilitarla. Possiamo renderla rispettabile. Solo ci resta da capire se la rispettabilità a cui miriamo sia l’ideale morale emergente di questa nostra epoca o piuttosto un ideale morale con legittime pretese di una ampia lealtà. O entrambe. A ogni modo, l’unica vera sconfitta per noi sarebbe l’assenza di reazioni. Se i lettori restassero indifferente, allora avremmo sbagliato il nostro lavoro».

La foto fissa l’evento in un momento che resterà sempre come un presente bloccato nel tempo, ma quello che nel libro fa percepire più di tutto ciò che è accaduto sono le parole del poliziotto che si è trovato a gestire la situazione, che racconta com’è ritrovare un morto, cosa accade al suo corpo, come arriva a disfarsi, e tutte quelle cose che chi lo sta piangendo non vede, ma delle quali si accorge chi sta facendo il suo lavoro. Un’altra parte importante sono i racconti della sorella a cui è toccato il compito gravoso del riconoscimento della salma all’obitorio. Tutte cose, queste, che stanno a metà tra la realtà e l’immaginazione di Nadia Busato che, all’inizio del romanzo, avverte il lettore che gran parte della sua ricostruzione è avvenuta tramite lo studio di documenti relativi a quel caso (anni di ricerche), mentre il resto è finzione.

Non si tratta di una biografia, almeno non nel suo senso classico. Non sarò mai la brava moglie di nessuno ha il suo punto forte nel modo in cui il lettore riesce a ricostruire quella sorta di puzzle che rappresenta il mistero attorno a una foto. Non scopriamo i reali motivi per cui Evelyn si sia suicidata, né veniamo a sapere tutto della sua vita e di quali turbamenti portasse ogni giorno dentro di sé; ce ne facciamo un’idea, però, e ci sentiamo inevitabilmente più vicini a questa ragazza che rimarrà giovane e bellissima per sempre.

Titolo: Non sarò mai la brava moglie di nessuno
Autore: Nadia Busato
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 22 marzo 2019
Pagine: 255
Prezzo: 16 €
Editore: SEM – Società Editrice Milanese


Nadia Busato lavora nella comunicazione. Collabora con Grazia e il Corriere della Sera. Scrive per il teatro, la radio, il cinema e la televisione. Come autrice ha esordito col romanzo Se non ti piace dillo. Il sesso ai tempi dell’happy hour (Mondadori 2008).

In breve | Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile | Valerio Massimo Manfredi

Chi mi segue da più tempo – qui o sui social – sa che Valerio Massimo Manfredi è un autore che ho sempre apprezzato tantissimo. Quest’anno è venuto a Una Marina di libri a presentare il suo ultimo lavoro, Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile, edito da SEM il 7 aprile; io ovviamente ho partecipato con grande felicità all’incontro e sono riuscita a farmi autografare il libro. Manfredi è uno che quando parla affascina, ti trascina nel suo mondo e ti ritrovi ad ascoltarlo a bocca aperta. A me era già successo quando una decina d’anni fa venne a presentare il suo lavoro sulla tomba di Alessandro Magno, tanto che quando mi chiese a chi doveva dedicare il libro non riuscii neanche a ricordarmi il mio nome. Devo a questo autore il grande merito di aver fatto appassionare alla storia una persona come me che ne è sempre stata abbastanza spaventata (anche se credo che quando abbiamo paura di qualcosa non è mai della materia in sé quanto delle verifiche a cui si va incontro a scuola). Al ginnasio la professoressa ci fece leggere qualcosa di suo ed ecco la folgorazione, col tempo ho recuperato quasi tutti i suoi lavori ed eccoci qui con l’ultimo.

Sentimento italiano altro non è che una dichiarazione d’amore di Manfredi al nostro Paese. Non indugia in alcun ambito specifico, anche se il suo territorio sono la storia e l’archeologia, ma spazia parlando di natura, di arte, di storia, perfino di cibo, letteratura e politica per farci capire quanto siamo fortunati ad essere nati e vivere in Italia. Spesso ce ne dimentichiamo, ma le nostre radici sono qui, in un territorio che nessun altro Stato al mondo potrebbe eguagliare per bellezza, passato, monumenti e bellezza. E ciò che definiamo passato non è perso nel tempo, ma vive in noi continuamente, nei nostri dialetti, in ciò che di fisico (l’arte) ci è rimasto, ma in una sorta di eredità immateriale che tutti noi, consapevoli o meno, abbiamo dentro.
Manfredi snocciola aneddoti presi qua e là dal suo vissuto e ce li racconta come un uomo innamorato della sua terra, con lo stupore e la meraviglia di una persona che sa bene da dove viene e quanto sia costato all’Italia diventare quella che è oggi.

Oltre al fatto che è una lettura godibile per chiunque, potrebbe essere particolarmente importante per coloro che s’impegnano ogni giorno a distruggere il nostro Paese e per quelli che sono abituati a sputare nel piatto in cui mangiano. Se tutti amassimo la nostra terra come dimostra di fare Manfredi qui, forse molte cose andrebbero meglio.

Buona lettura!

Titolo: Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile
Autore: Valerio Massimo Manfredi
Genere: Saggistica
Anno di pubblicazione: 7 aprile 2019
Pagine: 158
Prezzo: 15 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Valerio Massimo Manfredi è un archeologo specialista in Topografia Antica. Ha insegnato in prestigiosi atenei e condotto scavi e spedizioni in Italia e all’estero. Come autore di narrativa ha avuto un grande successo internazionale, vendendo oltre dodici milioni di copie.

L’ultimo rais di Favignana. Aiace alla spiaggia | Massimiliano Scudeletti

Dopo le polemiche sulla chiusura della storica tonnara di Favignana, a causa della scarsità di pescato (sole 14 tonnellate di tonni, con una richiesta di 100), il 5 luglio è uscito in libreria un volume che vede come protagonista una delle figure più importanti di Favignana stessa, ma di tutta la Sicilia e sì, anche dell’Italia: Gioacchino Cataldo. L’editore Bonfirraro ha pubblicato L’ultimo rais di Favignana. Aiace alla spiaggia di Massimiliano Scudeletti quasi come a voler glorificare una personalità che ha dato così tanto alla sua isola che è quasi diventato una figura mitica. Gioacchino Cataldo è scomparso il 21 luglio del 2018, quando qualche tempo prima era addirittura stato inserito nel Registro Eredità Immateriali (Intangible Cultural Heritage secondo il protocollo Unesco) come “Tesoro umano vivente” per la sua conoscenza della tonnara. Nel romanzo è presente anche un mémoir del giornalista Carlo Ottaviani che sul lavoro di Scudeletti dice: «Queste pagine sono sì un romanzo della vita di un uomo non comune, ma anche la storia di una intera comunità nell’evolversi di più stagioni. Irripetibili e quindi prezioso documento».

Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando iniziamo col dire che rais in arabo e turco significa “capo” e, mentre in epoca ottomana stava ad indicare il capitano di bastimento, nelle tonnare siciliane definisce chi dirige l’organizzazione tecnica e comanda gli uomini addetti alle operazioni di pesca. Normalmente quest’ultimo è un incarico che si è trasmesso di padre in figlio, ma non è sempre stato così. Il rais – Gioacchino Cataldo ne è stato l’ultimo esempio – è una persona che deve essere dotata di grande personalità e autorità, di sensibilità alle condizioni del mare e intraprendenza; è una persona che deve sapere quando è il momento di agire e deve capire rapidamente come farlo. Il raissato è mito, dice qualcuno, e sembra essere proprio così, dato che, senza andare troppo indietro, Cataldo era una persona ammirata da tutti, di grande impatto.

[Fonte: SicilyMag]

Scudeletti però indietro ci va e ci racconta anche chi sono stati gli altri rais fin dal 1941, facendoci vedere anche come, insieme a loro, è cambiata e si è evoluta la storia di un popolo intero per cui la mattanza era fonte di guadagno e che anzi considerava questa pratica un vero e proprio rito. Sono cambiate tante cose negli anni, alla fine sono perfino arrivati i giapponesi a prendersi questi tonni con l’incalzare della moda del sushi e delle nuove tendenze. Ma quella di cui parliamo non è una biografia, Scudeletti fa parlare lo stesso Cataldo e permette a noi lettori di entrare nella sua anima, di vedere cosa deve aver provato vedendo la modernità che travolge il sogno e la tradizione, cosa deve aver significato per una persona come lui essere l’ultimo – senza speranza alcuna che poi un altro gli succedesse – detentore di una saggezza legata al mare. Quando è scomparso la sua Favignana lo ha pianto a lungo, e non solo lei.

Apprezzo moltissimo il lavoro che con questo libro Bonfirraro ha fatto soprattutto per mantenere vivo il legame con la sua terra, la Sicilia, e anzi cercare di portar fuori dai nostri confini d’isola una cultura e una tradizione che forse in altri luoghi sono sconosciute. Confesso che anch’io – anche se non ne ero completamente all’oscuro – non sapevo troppo del raissato, della mattanza o delle cialome, ma mi è servito tanto e credo servirà a molti altri affinché queste leggende, queste figure quasi mitologiche rimangano nella memoria di tutti.

Titolo: L’ultimo rais di Favignana. Aiace alla spiaggia
Autore: Massimiliano Scudeletti
Genere: Romanzo/Biografia
Anno di pubblicazione: 5 luglio 2019
Pagine: 176
Prezzo: 16,90 €
Editore: Bonfirraro


Massimiliano Scudeletti – Dopo gli studi si dedica alla realizzazione di documentari e spot televisivi prima come sceneggiatore, poi come regista. Nel passaggio tra analogico e digitale abbandona l’attività e si ritira a gestire un’agenzia assicurativa che opera prevalentemente nella comunità cinese. Continua a viaggiare nel Sud-Est asiatico. Compiuti i cinquant’anni, decide di lasciare il mondo assicurativo per dedicarsi completamente alla cultura tradizionale cinese e alla scolarizzazione di adulti immigrati. A febbraio 2018 pubblica il suo primo romanzo Little China Girl con protagonista Alessandro Onofri. Little China Girl ha vinto il premio Emotion al Premio letterario città di Cattolica 2019. È stato finalista al premio Tramate con noi di Rai Radio1. Nel giugno 2019 è uscito Dove erano le isole in collaborazione con Paolo Ciampi e Arnaldo Melloni. L’ultimo rais di Favignana, Aiace alla spiaggia è il suo ultimo romanzo.

Di terra, di mare, di cielo | Barbara Cobianchi

Qualche tempo fa tra le proposte di lettura ne ho ricevuta una molto particolare che era il primo romanzo di una casa editrice nata da poco, Biplane Edizioni. Patrizia, Clara e Lara hanno cominciato la loro avventura con Di terra, di mare, di cielo di Barbara Cobianchi, di cui parleremo fra poco, e pubblicheranno scrittori emergenti/esordienti italiani, solo uno straniero (già conosciuto in Italia) nel 2019. Il nome della loro casa editrice, che ricorda il biplano, sta ad indicare che loro la letteratura la intendono come un volo. Ci tengono a sottolineare che non si tratta assolutamente di una EAP e che le loro storie sono “impastate di vita”, sono cibo per la mente,  vogliono far riflettere su argomenti che toccano tutti noi ma senza pesantezza, in modo leggero e godibile.

Ecco che, allora, il 29 aprile è uscito Di terra, di mare, di cielo nella collana Voli a planare. Protagonisti della storia sono innanzitutto Leo e Bart, una coppia omosessuale che ha sempre vissuto e vive a Torino, in un bilocale, da quando Sarg, la loro figlia ormai grande, ha deciso di trasferirsi a Venezia. In una domenica di primavera piomba a casa loro, appeso a un lenzuolo, Saro, a cui offrono ristoro. Nel frattempo arriva a casa anche Sarg e Saro racconta a tutti la propria storia, parla dell’isoletta nel Mediterraneo da cui proviene. Quando Sarg porta il ragazzo in giro per la città Leo e Bart si concedono una cena al ristorante gestito dal libanese Moah, ma ci sarà un imprevisto: Gian, una persona con molti più problemi di quanti lui stesso creda, irrompe nelle loro vite e porta tutti, anche se inconsapevolmente, a fare i conti con se stessi.

Quella di Barbara Cobianchi è una storia in cui in ognuno dei personaggi ci sono sentimenti contrastanti, come l’amore e la paura, che alla fine generano sempre coraggio: quello di Sarg che decide di allontanarsi dalla sua vita di sempre, ma anche di ritornarci; quello di Leo e Bart che si sono innamorati in tempi in cui una coppia omosessuale non era accettata come oggi; quello di Moah che lascia il Libano e intraprende la sua attività a Torino, con le sue spezie e i profumi che gli ricordano casa; quello di Saro che lascia la sua isola, che dai suoi racconti sembra ferma nel tempo, per andare a Torino. E la penna dell’autrice racconta tutto questo con grande leggerezza, a tratti forse un po’ troppa, almeno per chi come me ha una sensibilità più rude (se me la lasciate passare). Comunque, il suo messaggio è chiaro: andare oltre le etichette, liberarsi dagli stereotipi e ampliare i propri orizzonti, cercare la propria dimensione anche quando il resto del mondo sembra remarti contro.

Faccio tantissimi auguri a Biplane per le prossime pubblicazioni e a voi buona lettura!

Titolo: Di terra, di mare, di cielo
Autore: Barbara Cobianchi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 29 aprile 2019
Pagine: 157
Prezzo: 14 €
Editore: Biplane Edizioni


Barbara Cobianchi – Insegnante di liceo e mamma, vive e lavora a Verona dove è nata nel 1977. Dopo la laurea in lettere classiche, ha frequentato la Scuola Holden. Ha mosso i primi passi con la pubblicazione di alcuni racconti nel 2007 nell’antologia Via Stella 42 (Bonaccorso editore), nel 2011 ha pubblicato il romanzo Il Codice Rolloni (L’Autore Libri Firenze) e, negli anni successivi, ha dato il suo contribuito alle antologie “100 storie per quando è troppo tardi” e “100 storie per quando è davvero troppo tardi” (Feltrinelli) e “Piccola antologia di figuracce in 100 parole” (Giulio Perrone Editore).

Basilio. Racconti di gioventù assoluta | Alessandro Mauro

Basilio è una raccolta di racconti di Alessandro Mauro pubblicata lo scorso 14 giugno da Augh! Edizioni. Si tratta di dieci storie che hanno come protagonista Basilio, prima bambino e poi adolescente e ragazzo, che vediamo crescere e affrontare la vita piano piano. Ognuno di questi racconti è un episodio della sua esistenza, una prima volta, di quelle che quando poi diventi adulto non senti più il sapore perché hai già visto quasi tutto. Il primo amore, il primo brutto voto, le feste,  le ragazze da rimorchiare, il sapore del primo bacio; tutto questo Basilio lo affronta insieme a un personaggio di volta in volta diverso e lo fa rivivere anche a noi.
Anche a lui, come a tutti in quella fase, capita di sentirsi fuori posto, di essere esitante nei confronti di qualcosa che ancora non si conosce, e forse a causa del suo carattere un po’ più timido degli altri amici capire certe dinamiche gli riesce ancora più difficile.

Questi racconti, tenuti insieme dallo stesso protagonista e da un filo logico rappresentato dall’ordine cronologico, sono narrati con ironia da un autore che cerca di mettersi nei panni di un se stesso molto più giovane, prova a ricordarsi com’è stato scoprire la vita per la prima volta, con gli occhi di una persona che sa bene di non avere ancora gli strumenti per non soccombere e che non è ancora stata plasmata dalle circostanze e dagli insuccessi. E ci riesce molto bene dato che il libro scorre via velocemente, come se stessimo guardando un insieme di diapositive della vita di qualcuno.
Sembra dunque che si parli di materia molto semplice, in fondo quella di Basilio è, potenzialmente, la vita di ognuno. Invece quello che Alessandro Mauro analizza è l’inizio, il momento in cui forse accadono quelle cose che ci fanno prendere una strada piuttosto che un’altra. Capita spesso di pensare “e se questa cosa non fosse successa? e se questo fosse andato diversamente?”, e di tornare spesso coi pensieri a momenti che a prima vista potrebbero non avere significato e che invece risultano essere cruciali. E di questo ci accorgiamo quando siamo già grandi e abbiamo passato quella fase, infatti anche Basilio, quando va alla prima festa, quando si dimentica per la prima volta di pagare un gelato o si comporta per la prima volta da bulletto, non sa che quelle determinate esperienze stanno contribuendo a formare il ragazzo e l’uomo che sarà in seguito.

A suffragio delle sue argomentazioni, l’insegnante aveva riportato una frase di qualcuno famoso, incentrata sul fatto che leggere vuol dire vivere tantissime altre vite oltre alla propria.
Basilio, che qualche volta guardava con perplessità perfino alla sua, non era convinto di volerne proprio sperimentare chissà quante.

Noi ovviamente non sappiamo che persona sarà Basilio dopo, quello che l’autore racconta in questi dieci racconti è il suo presente (anche se sono dieci momenti diversi della sua vita, lui sta comunque vivendo un presente). E magari ci si possono vedere dei collegamenti: un episodio della sua infanzia può aver influenzato una sua scelta nell’adolescenza, chi può dirlo? Queste sono interpretazioni che può dare il lettore.
E voi vi ricordate com’è stato il vostro ingresso nel mondo?

Titolo: Basilio. Racconti di gioventù assoluta
Autore: Alessandro Mauro
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 14 giugno 2019
Pagine: 140
Prezzo: 13 €
Editore: Augh! Edizioni


Alessandro Mauro – (Roma, 1965) scrive per mestiere da più di venticinque anni. Ha pubblicato centinaia di articoli su testate a diffusione nazionale di qualunque periodicità, dal quotidiano al quadrimestrale. Ha curato rassegne cinematografiche e un festival di cortometraggi. Quando non scrive, rivede testi altrui, dedicandosi in ogni caso alla cura di prodotti editoriali. Nel 2016 ha pubblicato per Exòrma Se Roma è fatta a scale.