Eredità | Vigdis Hjorth

Perché lo facevo?
Cercavo l’abisso come se si trattasse di una pulsione,
che cosa c’era in me che non funzionava?

 

Un paio di giorni fa è uscito per Fazi Eredità, un romanzo dell’autrice norvegese Vigdis Hjorth, che è stato premiato come miglior libro dell’anno dai librai norvegesi ed è stato per mesi in cima alle classifiche di vendita. Con questo romanzo, osannato a livello internazionale, la Hjorth ha raggiunto la fama mondiale. Oggi possiamo leggerlo anche qui in Italia nella bella traduzione di Margherita Podestà Heir. 

La storia inizia con un testamento in cui si dice che alla morte dei genitori le due figlie minori erediteranno le due case sul Mare del Nord e gli altri due figli saranno esclusi. Bergljot, protagonista e voce narrante della storia, non ne fa un dramma, lei aveva già tagliato i ponti con la famiglia da tempo, da circa ventitré anni. Bård, invece, il fratello, la prende molto male e chiede alla sorella di unirsi a lui per rivendicare la propria parte di eredità, almeno per i loro figli. Nasce quindi un confronto infuocato tra loro due e le altre due sorelle (Astrid e Åsa) e la madre. 
Qual è il motivo di questo astio che vivono in famiglia da anni? Bergljot, quando aveva cinque anni, ha vissuto qualcosa di orribile che l’ha segnata per sempre, e anche a Bård in quel periodo è accaduto qualcosa, anche se una cosa diversa. Solo che Bergljot non ne ha parlato subito, lo ha detto dopo un po’ di tempo e la famiglia si è spaccata in due, perché solo il fratello l’ha creduta. Se Astrid, non prendendo esattamente parte ha cercato di mantenere i contatti con lei, Åsa non ha voluto saperne più niente. Ora che c’è quest’eredità da dividere torneranno a galla tutti i problemi che per anni erano stati messi da parte, e torneranno facendo ancora più male.

La narratrice ci spiega a poco a poco che cosa ha vissuto da piccola, non entra subito nel merito della questione. Attraverso il suo punto di vista noi che leggiamo riusciamo a sentire le sue emozioni, a sapere cosa prova, e soprattutto capiamo sempre di più le ragioni per cui si è allontanata dalla propria famiglia. All’inizio si sofferma molto su ciò che nella vita non è andato, il matrimonio col marito, l’interesse per un altro uomo, il rapporto con le sorelle, tutte cose che sono conseguenze di un trauma non compreso immediatamente ed elaborato più avanti negli anni. Poi, quasi parlando con se stessa, affronta il problema, torna all’evento che le ha rovinato l’esistenza, quella cosa che i suoi familiari non riescono neanche a pronunciare in maniera corretta, quasi come se non riuscissero proprio a concepire una tale mostruosità. Ogni loro azione, anzi, sembra che voglia negare ciò che Bergljot ha da dire, sembra che sia fatta per zittirla o ignorarla.
Ma perché un individuo arriva ad allontanarsi dalla propria famiglia? Da quello che in teoria dovrebbe sempre essere un nido, un rifugio, un’oasi di pace per tutti. Cosa può essere successo a Bergljot per decidere in maniera così drastica di non avere più contatti con chi l’ha messa al mondo? Lo si scopre piano piano e alla fine.

Non era possibile rimettere tutto a posto, era impossibile. Il vaso cade per terra una volta e incolli i cocci per rimetterlo insieme, il vaso cade per terra una seconda volta e incolli i cocci per rimetterlo insieme. Non è più così bello, ma in un certo modo funziona, ma quando cade per la terza volta e rimane polverizzato davanti ai tuoi piedi, vedi subito che ormai è da buttare, non lo si può più riparare. Era così. La famiglia era distrutta. La famiglia era persa

Devo dire che, se ho iniziato a leggerlo più lentamente, dalla metà in poi ho accelerato il mio ritmo senza neanche farci caso. Forse perché accelera anche quello della narrazione, si viene avvolti (e travolti) sempre di più dalla sofferenza della protagonista e la necessità di scoprire le cause della sua infelicità diventa pressante. 
Eredità è sicuramente un libro cupo, fa male, e l’autrice scava nel dolore di una donna che ha visto la propria vita sgretolarsi davanti ai suoi stessi occhi con la consapevolezza non solo di poterci fare niente, ma di non avere nemmeno il supporto e il conforto di chi ha il suo stesso sangue. Perché in tutte le famiglie esistono dei segreti, ma in alcune sono terribili.

Buona lettura!

Titolo: Eredità
Autore: Vigdis Hjorth
Traduttore: Margherita Podestà Heir
Genere: Romanzo
Data di pubblicazione: 21 maggio 2020
Pagine: 374
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi 


Vigdis Hjort – Nata a Oslo nel 1959, è una delle scrittrici norvegesi più conosciute e stimate. Ha esordito nel 1983 con Pelle-Ragnar i den gule gården, grazie al quale il Ministero della Cultura norvegese le ha attribuito il premio per il miglior romanzo d’esordio. Ha pubblicato più di trenta libri, fra cui una ventina di romanzi, conquistando i premi letterari più svariati. Eredità, vincitore del Norwegian Booksellers’ Prize e del Norwegian Critics Prize for Literature – i due principali riconoscimenti norvegesi –, è il romanzo con cui ha ottenuto la fama internazionale, rientrando nella rosa dei finalisti del National Book Award for Translated Literature nel 2019.

L’ultimo viaggio di Amundsen | Monica Kristensen

Lì su quella lastra di ghiaccio,
si stava vivendo uno degli episodi 
più drammatici della storia polare.

 

Ho ancora da parte molti dei libri che avevo comprato lo scorso anno a Una Marina di libri e se penso che quest’anno la manifestazione non avrà luogo mi viene il magone. Magari, però, nel frattempo riesco un po’ a leggere gli arretrati e a far scendere anche se di poco la pila di quelli ancora chiusi. Uno di questi, acquistato lo scorso giugno, è L’ultimo viaggio di Amundsen di Monica Kristensen, pubblicato da Iperborea nella traduzione di Sara Culeddu. È un libro molto bello per tutti ma soprattutto per gli appassionati di viaggi, esplorazioni e, nello specifico, spedizioni nell’Artico. La storia, infatti, altro non è che una ricostruzione dei fatti tra la primavera e l’estate del 1928, quando il dirigibile Italia, al ritorno da un’esplorazione al Polo Nord, il 25 maggio si schiantò a nord delle Svalbard. Il generale Umberto Nobile, a capo della spedizione, rimase per una cinquantina di giorni bloccato fra i ghiacci con gli altri otto uomini che erano nella gondola insieme a lui, mentre quelli che si trovavano nel pallone continuarono a volare ancora per un po’ per finire chissà dove. Per andarli a salvare si mobilitarono vari paesi: Italia, Francia, Svezia, Norvegia, Finlandia e Unione Sovietica. Furono messi in campo navi rompighiaccio, idrovolanti, velivoli di vario tipo, insieme a piloti di fama mondiale e attrezzature all’avanguardia per l’epoca, e il tutto fu seguito da giornalisti e reporter che informarono il globo di quanto stava succedendo.

Il 18 giugno, per una missione di soccorso, partì anche Roald Amundsen su un idrovolante francese, il Latham 47, un modello di cui in realtà poco si sapeva, perché ne esistevano solo pochi esemplari e quello era un prototipo mai collaudato. Poco dopo la partenza si sa solo che Amundsen chiede via radio notizie sulle condizioni del ghiaccio, poi più niente. Scompare nel nulla. E dire che la sua partecipazione alla missione di salvataggio aveva fatto molto scalpore perché lui era l’eroe dei ghiacci, aveva già sorvolato il Polo Nord nel ’26 a bordo del dirigibile Norge, e poi Nobile era un suo rivale, quindi il fatto che lui corresse questo rischio per andarlo a recuperare rendeva ancora più significativo il suo gesto.

Roald Engelbregt Gravning Amundsen (16 July 1872 – c. 18 June 1928)

Monica Kristensen, documenti e testimonianze alla mano, racconta – aggiungendo la sua personale interpretazione – una storia che all’epoca tenne tutti coi fiato sospeso per mesi. In quelle spedizioni ci furono vari incidenti e problemi: chi si staccò dal gruppo per provare a raggiungere a piedi la stazione più vicina invece di aspettare i soccorsi; velivoli che, trovati i dispersi, si schiantarono e dovettero essere soccorsi (anche loro); ordini dai governi che dicevano di lasciar perdere e chi più ne ha più ne metta. Queste, insieme a quella degli esploratori volati via dentro il pallone dell’Italia, sono tante microstorie che si legano a quella di Amundsen, l’uomo a cui la Kristensen dedica questa bellissima e accurata ricostruzione.
Il modo in cui l’autrice racconta tutto questo fa rimanere il lettore incollato alle pagine, desideroso di conoscere la verità, qualunque essa sia. Il colpo di grazia lo danno, a mio parere, le testimonianze postume di tutti gli esperti che furono consultati anche diversi anni dopo per capire le dinamiche di quei disastri e della scomparsa dell’eroe dell’Artico.

Chissà cosa accadde davvero ad Amundsen, noi sappiamo solo che un giorno, in un’intervista, aveva dichiarato:

Ah, sapesse com’è bello il paesaggio lassù! È lì che vorrei morire, vorrei una morte cavalleresca, che mi cogliesse nel corso di una grande impresa, una morte rapida e indolore.

Volete lanciarvi in un viaggio sui ghiacci? Ecco il libro perfetto.
Buona lettura!

Titolo: L’ultimo viaggio di Amundsen
Autore: Monica Kristensen 
Traduttore: Sara Culeddu
Genere: Saggistica, Documentario
Data di pubblicazione: 28 maggio 2019
Pagine: 454
Prezzo: 19,50 €
Editore: Iperborea


Monica Kristensen – nata nel 1950 in Svezia ma cresciuta in Norvegia, matematica, fisica e glaciologa, è una delle più note esploratrici polari nordeuropee. Ha guidato numerose spedizioni in Artide e Antartide, sulle tracce di Amundsen, ed è stata la prima donna a ricevere la medaglia d’oro della Royal Geographical Society. Dal debutto letterario nel 2007, la sua serie di romanzi ambientati alle Svalbard, dove ha passato due anni a osservare le aurore boreali, è diventata un cult in diversi paesi europei.

Timidezza e dignità | Dag Solstad

Per venticinque anni aveva assiduamente cercato
di adempiere alla missione della sua vita,
quale modesto e riservato professore,
pure con un magro stipendio.

 

Timidezza e dignità è un romanzo del norvegese Dag Solstad che mi ha colpito subito dalla copertina e dal titolo, ancor prima che dalla sinossi. Probabilmente mi sono resa conto che non si trattava di una storia troppo allegra e quindi dovevo leggerlo. Pubblicato in originale nel ’94 e poi per Iperborea nel 2010 con una traduzione di Massimo Ciaravolo, è la storia di Elias Rukla, un professore di liceo a Oslo che un giorno è intento a spiegare a una classe di studenti annoiati L’anitra selvatica di Ibsen. La scarsa attenzione che riceve, unita all’insofferenza nei confronti della sua routine, fa sì che Elias esploda in un moto di rabbia nel cortile della scuola – arriva a rompere il proprio ombrello e a insultare i ragazzi che passano. Da quel momento capisce che forse la sua carriera di insegnante finirà lì, perderà il lavoro. E come lo dirà alla moglie?
Inizia allora un viaggio a ritroso nella memoria, torna coi ricordi a quando lui stesso era uno studente universitario e conobbe Johan Corneliussen, un ragazzo dalla personalità magnetica che studiava filosofia e col quale intreccia un bellissimo rapporto di amicizia. Ricorda quando Eva Linde, che ora è sua moglie, era una ragazza affascinante, prima che si appesantisse con gli anni e la sua bellezza – ma non la sua eleganza – sfiorisse.

La notte dormiva con lei, in una camera appositamente arredata dell’appartamento di Jacob Aalls gate – già, così voleva esprimere la cosa, perché dire che dormiva con lei in camera da letto o nella loro comune camera da letto esprimeva così poco di ciò che sentiva nel dormire insieme a Eva Linde, tanto che, tra sé, chiamava sempre la camera da letto «la camera appositamente arredata dove dormo con lei».

In questo libro, che almeno per la prima metà è spaventosamente lento, il protagonista esprime tutto il disagio di una persona che non è felice nel contesto in cui si trova a vivere. Elias Rukla sembra annoiato nel rapporto con la moglie, non riesce a instaurare conversazioni di un certo livello con nessuno dei propri colleghi, e quando ce n’è uno che sembra valido non sa che approccio tentare con lui per avvicinarlo. Non trova confronto né dialogo, che è paradossale per un professore di lettere che per mestiere fa uso della parola forse nella sua accezione più raffinata. È come ingabbiato nella paralisi dell’esistenza sociale, come scrive Ciaravolo nella postfazione, non riesce ad uscire dal proprio ruolo.
Non esiste una divisione in capitoli, c’è solo un unico e lungo racconto in terza persona del crollo dell’individuo, che sembra ricordare lo stesso sentimento di disillusione di Solstad nella sua narrativa dagli anni Ottanta in poi. Se negli anni Settanta l’adesione al Comunismo poteva rappresentare per lui una speranza, nella produzione successiva, in concomitanza con la sconfitta storica (subita per gli ideali dell’autore), emerge una vera e propria sofferenza sociale.

Confesso che non si è trattato di una lettura molto semplice e scorrevole, nonostante il libro sia breve ci ho messo un po’ a finirlo a causa soprattutto della lentezza della prima parte. Ma letto con molta attenzione Timidezza e dignità è un romanzo in cui Solstad dipinge con grande potenza l’insofferenza che tutti proviamo quando accumuliamo tanti sentimenti contrastanti e quasi esplodiamo per non poterli esprimere. È inoltre una lunga riflessione sul ruolo della cultura al giorno d’oggi e soprattutto su chi ha il compito di trasmetterla agli altri.
Buona lettura!

Titolo: Timidezza e dignità
Autore: Dag Solstad
Traduttore: Massimo Ciaravolo
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1994 (2010 questa edizione)
Pagine: 176
Prezzo: 16,50 €
Editore: Iperborea