“I gatti non hanno nome” di Rita Indiana

12771532_10207742661355931_8428371878982322797_oLo scorso fine settimana mi sono dedicata alla lettura di un libro che già mesi prima della sua uscita mi aveva incuriosita tantissimo, e non solo perché ci sono di mezzo i gatti, il mio punto debole. Si tratta de I gatti non hanno nome di Rita Indiana, uscito il 18 febbraio per NN editore, che abbiamo conosciuto qualche mese fa a proposito di un altro bel romanzo, Sembrava una felicità di Jenny Offill. In realtà ho altri due romanzi pubblicati da loro che aspettano nell’armadio tra i libri da leggere, me li sono fatti regalare a Natale e ancora non ho potuto metterci mano.

Di solito, quando scrivo una recensione, cerco di riassumere il più brevemente possibile la trama, giusto per non darvi troppe anticipazioni su quello che andrete a scoprire leggendo il libro che vi segnalo, ma questa volta vi confesso che non saprei da dove partire. Andiamo per gradi. C’è una protagonista: un’adolescente sui quattordici anni che lavora come segretaria nella clinica veterinaria di suo zio Fin mentre i suoi genitori hanno deciso di andare allegramente in giro per l’Europa. Questa ragazzina non ha un nome, o meglio, ce l’ha ma l’autrice non lo ritiene un dettaglio da tenere in conto, quindi non ce lo dice. Di lei sappiamo che passa le sue giornate ad annotare su un quaderno – ispirata da gente che incontra, situazioni assurde in cui si trova o letture stravaganti – possibili nomi per un gatto che gironzola per la clinica, ma senza concentrarsi troppo, perché

I gatti non hanno nome, questo lo sanno tutti. Ai cani, invece, qualunque cosa va bene, si buttano lì una o due sillabe a caso e gli rimangono appiccicate con il velcro: Wally, Furia, Pelusa, ecc. Il problema è che senza un nome i gatti non rispondono, e perché mai dovremmo volere un animale che non viene quando lo si chiama? Ci si adatta: diciamo Aníbal, Aprile, Pelusa e i nomi rimbalzano come acqua sul pelo del gatto. Diciamo Merlín, Alba, Jesús e i gatti, come se non li riguardasse, vanno a leccarsi il culo in direzione opposta. Da buttarsi dalla finestra.

La protagonista è un’adolescente che forse è in cerca di se stessa, che prova a capire chi è veramente. Insomma, a quell’età un po’ tutti provano a formarsi una propria identità, no? E i personaggi da cui si trova circondata contribuiscono moltissimo alla sua crescita, personaggi che ad un lettore non avvezzo alla letteratura del Sud America potrebbero sembrare strampalati, ma che uno più cosciente invece trova perfettamente inseriti nel loro contesto. Lo zio Fin Brea, veterinario più interessato al buddhismo che agli animali, che a volte se ne va all’improvviso dalla sua clinica e altre volte sta tutto concentrato a meditare; la zia Celia, una donna di polso, a volte maniaca del controllo, che ha delle scritte al neon che le appaiono sulla fronte quando è parecchio arrabbiata; Radamés, un ragazzo di Haiti che prima lavora come operaio per Celia e poi come assistente di Fin e che ha la voce (dolce?) come uno sciroppo per la tosse; Vita, una compagna di scuola e amica della protagonista (che però nutre per lei un interesse particolare) che viene dall’Italia e ha uno stile di vita un po’ strampalato. Ma quelli che credo siano i più rappresentativi del genere sono sicuramente Armenia e Derecho.

Armenia, la donna delle pulizie, che da bambina aveva un metodo unico – e realisticamente magico – di curare la tubercolosi: metteva un cucchiaio bagnato di alcool nel corpo di un malato disteso ed estirpava il male in forma di vermi, pietre e ricci; poi s’infilava in bocca questo cucchiaio e ingoiava molluschi neri fumanti appena estratti dal seno di una signora, come se fossero biscotti al cioccolato.
Derecho, che aveva abbandonato la scuola e si era interessato così tanto al mestiere di tappezziere che aveva imparato ad usare la macchina da cucire, a regolarne il ritmo e a carpirne i segreti. E ormai non aveva più bisogno di stare lì seduto a filare, per individuare le forbici con cui erano state tagliate le persone e il punto in cui, inevitabilmente, si sarebbero scucite quando fosse arrivata la loro ora.

Lo stile di Rita Indiana è fluido, giovanile e ricchissimo di metafore, con note pop e (citando El País) un fraseggio da poesia di strada. Se all’inizio ci troviamo proiettati in un’atmosfera un po’ polverosa ma familiare, piano piano iniziano a farsi strada le differenze tra il nostro mondo quello sudamericano, di cui non cito autori di rilievo perché non voglio lasciarmi andare a paragoni che potrebbero risultare, a seconda dei gusti, opinabili. Sembra un linguaggio molto semplice, quello usato in questo libro, ma nei fatti non lo è, e ce lo spiega in maniera esaustiva la traduttrice Vittoria Martinetto (che insegna Lingua e Letterature Ispanoamericane all’università di Torino) in una nota del traduttore alla fine del libro. È un linguaggio colloquiale, quello di Rita Indiana, ma l’errore più grande che possiamo fare è pensare che il colloquiale sia la perfetta trascrizione del parlato, invece è qualcosa che viene costruito appositamente per apparire il più naturale possibile; per un traduttore questa è una grande sfida, perché – ve lo assicuro, dato che anch’io ho studiato traduzione – sul colloquiale ci cascano in tanti. La Martinetto, infine, ha seguito le direttive dell’editore, avvicinando il lettore al testo e rendendogli accessibili termini propri della cultura sudamericana.
Detto questo, apprezzo davvero il fatto che NN lasci spazio, alla fine, ad una nota del traduttore (o storie di straordinaria visibilità) perché questi possa uscire allo scoperto e metterci la faccia, quando spesso nemmeno viene citato e, invece, è grazie a lui che il lettore italiano ha la possibilità di leggere un testo straniero.

Vi lascio, infine, le indicazioni che lo stesso editore riporta sulla quarta di copertina, dei consigli per il lettore ideale de I gatti non hanno nome.

Questo libro è per chi adora raccontare le storie cambiando di volta in volta il finale, per Zazie, che non ha mai preso il metrò, per chi vorrebbe avere i capelli profumati al gelsomino, e per chi ha capito che niente dura per sempre ma si ostina a chiudere gli occhi per veder apparire le stelle sotto le palpebre.

Buona lettura!

Titolo: I gatti non hanno nome
Autore: Rita Indiana
Traduzione:
 Vittoria Martinetto
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 18 febbraio 2016
Pagine: 176
Prezzo: 16 €
Editore: NN

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Rita Indiana è nata nel 1977 a Santo Domingo. Figura chiave della letteratura caraibica contemporanea e leader della band di merengue alternativo Rita Indiana y los Misterios, ha scritto romanzi e racconti, tradotti negli Usa, tra cui Ruminantes, Ciencia succión e Papi (di prossima pubblicazione per NNE). Blogger, conduttrice radiofonica, Rita è attivista del movimento per i diritti lbgt.

“Cronaca di una morte annunciata” di Gabriel García Márquez

9592_Cronacadiunamorteannunciata_1315355111Per ora ho così tanti libri in corso di lettura che mettercene uno in più proprio non guasta. Per questo motivo ho letto Cronaca di una morte annunciata, romanzo del 1981 di Gabriel García Márquez, un autore che non riesco a farmi piacere nonostante ne riconosca la grandezza. Lo so, mi stare considerando un’eretica, ma non ci posso fare niente, c’è qualcosa nella sua scrittura che non riesce a colpirmi fino in fondo. Ma parliamo della storia.

Ángela Vicario, una bellissima ragazza del paese, si deve sposare con Bayardo San Román, un uomo molto ricco venuto da fuori. Il ricevimento di nozze coinvolge la comunità ed è quanto di più magnifico e sfarzoso di possa immaginare, e la festa per alcuni continua anche fino alla mattina seguente. Nel frattempo Ángela va a casa col marito, il quale però scopre che la ragazza non è più vergine, quindi la ripudia e la riporta alla sua famiglia. Quando le viene chiesto chi le abbia tolto l’onore, lei risponde che è stato Santiago Nasar, un giovane ricco, affascinante e donnaiolo di origini arabe. A questo punto due dei fratelli della ragazza, Pablo e Pedro Vicario, decidono di vendicare l’onore della sorella e cominciano a cercare Santiago per ucciderlo. E non vi faccio nessuno spoiler se vi dicono che alla fine lo trovano, perché Márquez inizia a dircelo già dal titolo.

La particolarità di questo romanzo è la grande quantità di temi che vi vengono affrontati. Innanzitutto la questione dell’onore da difendere che stride fortemente con l’orrore nei confronti di certe pratiche: i fratelli Vicario girano tutto il paese, recandosi anche in luoghi dove la vittima non può trovarsi, e dicono a tutti quelli che incontrano che vogliono uccidere Santiago Nasar, quasi come se stessero cercando qualcuno che li fermi o un pretesto per non attuare la vendetta. E all’omicidio di Santiago è legata anche la questione del maschilismo, che Márquez critica aspramente. La colpa dell’onore violato non ricade mai sulla bella Ángela, anzi, lei sembra essere una bambolina manovrata dagli altri (almeno all’inizio). La questione deve essere risolta tra uomini, i suoi fratelli devono vendicarla e devono uccidere l’uomo che l’ha provocata. E nessuno del villaggio intende impicciarsi, o meglio, nessuno fa nulla, perché il destino di Santiago è segnato fin dall’inizio.

Sembra quasi che la sua sorte sia inesorabile, tutti pensano che qualcuno prima o poi lo avviserà o che le minacce di Pablo e Pedro siano vane perché alla fine sono dei bravi ragazzi che non farebbero mai certe cose. Quindi nessuno li ferma, nessuno avvisa Santiago di quello che sta per succedergli e che tutti sanno tra lui, sua madre per l’unica volta nella sua vita sbaglia ad interpretare i segni del destino, e Santiago muore accoltellato.
Ma la cosa più incredibile è che non sapremo mai se sia stato davvero Santiago Nasar a disonorare Ángela Vicario. Il narratore, un amico della vittima che – a metà tra un detective e un giornalista (in fondo cronaca nel titolo ci fa pensare proprio a questo) – cerca di ricostruire gli eventi precedenti e successivi al delitto, non riuscirà a risolvere i tanti dubbi che lo assalgono, a farsi strada tra storie annebbiate e a volte poco verosimili.

Cronaca di una morte annunciata è un romanzo molto interessante che, come ogni opera di Márquez che si rispetti, ha al suo interno diversi elementi magici. Ma, nonostante questo, non mi ha toccata fino in fondo. Ho provato tanti libri di Gabriel García Márquez e non riesco proprio a amarlo come vorrei.

Buona lettura!

Titolo: Cronaca di una morte annunciata
Autore: Gabriel García Márquez
Traduzione:
 Dario Puccini
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1981
Pagine: 89
Prezzo: 9,50 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota

“Memoria delle mie puttane tristi” di Gabriel García Márquez

Quella notte scoprii il piacere inverosimile
di contemplare il corpo di una donna addormentata
senza le urgenze del desiderio o gli intralci del pudore.

 

12109940_10206906524693037_7533081566726241760_oHo concluso due giorni fa un librone di circa 1200 pagine, ma non ne parlerò adesso perché ho bisogno di pensarci ancora su, è troppo complicato da gestire, anche perché credo di non essermene ancora fatta un’idea precisa. Nel frattempo, per disintossicarmi, ho letto un libro molto più piccolo ma non per questo stupido: Memoria delle mie puttane tristi di Gabriel García Márquez, che avevo in lista da molto tempo.

Confesso di non essere una grande amante di questo autore, anzi, non amo molto tutto ciò non è perfettamente reale (se avete letto Cent’anni di solitudine, saprete di cosa parlo: gente che invecchia fino a cento e passa anni o che sale al cielo e non torna più). Ma questo libro, molto breve, mi ha conquistata. È la storia di un giornalista e critico musicale che alla soglia dei novant’anni decide di regalarsi “una notte d’amore folle con un’adolescente vergine”, quindi si rivolge ad una tenutaria di una casa d’incontri che conosceva da tempo perché gliene trovi una. E la donna, Rosa, in effetti, trova una ragazzina che è così spaventata all’idea di perdere la verginità che deve essere sedata. L’uomo la trova lì nuda e addormentata sul letto, ma non ha il coraggio di svegliarla e, anzi, scopre che forse è più bello ammirare la sua bellezza che sfruttarla per il proprio piacere. Da quel momento il giornalista scopre l’amore, capisce che c’è qualcosa al di là del rapporto fisico, lui che ha sempre pagato le donne con cui è stato.
La ragazzina, soprannominata da lui Delgadina, gli fa un effetto positivo: gli permette di capire che nella sua vita ha perso tempo e sprecato la sua gioventù, che invece di cercare l’amore si è dato a donne che gli offrivano il loro corpo solamente per soldi. Da quel momento decide di ritrovare se stesso e vivere gli anni che gli restano come non ha fatto quando poteva, ovvero nella serenità.

Questo breve romanzo, narrato in prima persona dal protagonista, quasi come se fosse un diario, è ispirato – come è possibile evincere dalla frase che Márquez inserisce in epigrafe – ad un libro molto famoso di Yasunari Kawabata (premio Nobel per la letteratura 1968), La casa delle belle addormentate, incentrato sulla repressione del desiderio, in quanto racconta di uomini che frequentano una casa d’appuntamenti e giacciono con delle vergini addormentate senza poter copulare con loro, solo per il piacere di contemplarle.

Scherzi di cattivo gusto non bisogna farne; non sta bene neppure infilare le dita nella bocca delle ragazze che dormono.

(Incipit del romanzo di Kawabata, inserito in epigrafe in Memoria delle mie puttane tristi)

Non è solo la storia di un uomo che scopre l’esistenza dell’amore e che capisce che il non averlo mai provato lo ha segnato, ma è anche la rappresentazione dello scontro tra due forze opposte: quella del sentimento, mai conosciuto e per questo ora così potente, e quella del tempo che scorre, della decadenza e dell’avvizzimento dell’essere umano che ha ormai pochi anni a disposizione e vuole viverli andando nella direzione giusta. Il protagonista capisce da solo ciò che realmente vuole, ma la conferma gli arriva dalle parole di una donna che non vedeva da tempo, una ex prostituta che poi si è sposata con un cinese cambiando completamente genere di vita:

Non morire senza aver mai provato la meraviglia di scopare con amore.

Il giornalista, arrivato a novant’anni, vuole rassegnare le dimissioni, si prepara quasi alla fine della sua vita, ma la scoperta dell’amore fa nascere in lui il desiderio di continuare a vivere e, anzi, di iniziare a vivere per davvero. Potremmo quasi dire che l’amore è vita, una vita che inizia nel momento in cui ci si lascia andare.
Memoria delle mie puttane tristi è un libro particolare, già a partire dal titolo irriverente. Affronta un tema intimo e lo fa con leggerezza e con uno stile delicato, ma stiamo parlando di un grande autore. E solo uno scrittore di questo calibro può riuscire a non farci percepire che si sta quasi cadendo nella pedofilia, perché Delgadina ha quattordici, quindici anni. Per questo motivo bisogna mettere da parte il moralismo e abbandonarsi alle parole dell’ultimo romanzo di Gabriel García Márquez.

Buona lettura!

Titolo: Memoria delle mie puttane tristi
Autore: Gabriel García Márquez
Traduzione:
 Angelo Morino
Genere:
 Romanzo breve
Anno di pubblicazione:
 2004 (questa edizione 2014)
Pagine: 118
Prezzo: 5 €
Editore: Mondadori

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“La cameriera di Artaud” di Verónica Nieto

COVER Prov LA CAMERIERASiamo negli anni Quaranta, in un ospedale psichiatrico francese durante l’occupazione nazista. Amélie Lévy è una ragazzina che a causa di certi disturbi della personalità viene ricoverata nell’istituto di Rodez. La madre non se ne occupa poi tanto, all’inizio le ha detto che sarebbe stata lì per poco, ma il tempo è passato e le sue lettere arrivano sempre più di rado. La giovane passa le sue giornate leggendo libri o aiutando in cucina, ma un giorno arriva un nuovo ospite del manicomio: l’artista Antonin Artaud. Il direttore dell’ospedale decide che sarà proprio Amélie a occuparsi di lui e a diventare la sua cameriera personale. La ragazza inizia a leggere i libri che le vengono prestati da Artaud e a cambiare la sua visione del mondo: se prima, anche solo leggendo la Bibbia, vedeva le lettere che diventavano formichine e se ne andavano via, adesso la sua realtà si ferma e assume contorni sempre più definiti. Amélie riuscirà ad andare dritta verso la guarigione e verso la configurazione di un’identità propria.

Antonin ArtaudAntonin Artaud fu un commediografo, scrittore, attore teatrale e regista francese, vissuto dal 1896 al 1948 e famoso soprattutto per il Teatro della crudeltà, una forma di teatro da lui ideata che presupponeva l’abbandono di qualsiasi elemento non concordante alla fine della rappresentazione in favore di uno spettacolo in cui movimento, gesto, luce e parola si fondessero completamente. Leggendo la sua biografia, veniamo a sapere che da piccolo soffrì di una grave forma di meningite che fu considerata la causa di molti altri disturbi, tra cui diversi episodi di depressione e la dipendenza da oppiacei. Nel romanzo di Verònica Nieto viene raccontata quella parte della sua vita in cui è stato ricoverato nel sanatorio di Rodez del dr. Ferdière (che appare tra i personaggi), alla quale giunge precisamente nel 1943 (e da cui andrà via nel 1946, due anni prima di morire). In questa clinica, il direttore, sperimentò la tecnica dell’elettroconvulsione e dell’arte terapia; la prima, nello specifico, al tempo era vista come l’unico modo possibile per curare determinati disturbi psichici.

La storia, ne La cameriera di Artaud, è vista dalla prospettiva di Amélie (e narrata da lei in prima persona), che, data la sua origine ebraica, deve mutare il suo cognome in Levier per essere un po’ meno riconoscibile. Questa è una cosa interessante, perché sarà parte dei disturbi di personalità della ragazza: c’è quasi uno sdoppiamento tra Amélie Levier, quella che entra a Rodez, e Amélie Lévy, quella che era prima di arrivare al sanatorio e quella che probabilmente tornerà ad essere quando ne uscirà, dopo l’incontro con Artaud.
Il lettore si ritrova nei meandri della mente umana, e soprattutto i personaggi si muovono in uno spazio chiuso dove forse non tutti sono così pazzi come vogliono lasciar credere. La protagonista vive un percorso di crescita individuale che la Nieto, col suo stile delicato, ci fa vivere insieme a lei soffermandosi spesso su ciò che non è ovvio, ciò che potrebbe apparire secondario e meno importante. L’autrice vuole affrontare il tema della vita negli istituti psichiatrici, ma lo fa con garbo e soprattutto con leggerezza e a volte una velata ironia.

La cameriera di Artaud è un romanzo non lunghissimo ma molto interessante, pubblicato da Valigie Rosse nella collana Gli Asteroidi (diretta da Tiziano Camacci), e uscirà tra qualche giorno, a luglio 2015. La collana è contraddistinta da una nota musicale in apertura, una sorta di di introduzione firmata da un cantautore italiano. Questa volta, ad occuparsene, è stato Tommaso Novi, voce, piano e fischio del gruppo Gatti Mezzi, che scrive:

Passiamo molto tempo a interrogarci sulla propria follia, nel tentativo di distinguere i sogni dalla realtà e nella ricerca di qualcuno da amare.

Quando avremo mollato ogni ormeggio che ci tiene composti e immobili in questa melma di normalità, nessuno ci priverà della dignità, niente ci impedirà di consumare la vita con gioia e coraggio, se porteremo dentro di noi la storia di Amélie Levier.

La terremo dentro al nostro orecchio, Amélie, comoda, serena. Lei potrà sussurrarci che i veri folli sono là fuori, lontani dai nostri sensi. I veri folli si ammazzano a vicenda al gioco stolto della guerra ignorando la poesia e le nuvole di zucchero.

Buona lettura!

Titolo: La cameriera di Artaud
Autore: Verónica Nieto
Traduzione:
 Alessio Casalini
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 160
Prezzo: 12 €
Editore: Valigie Rosse

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

 


camarera-artaud-premio-novela-villa-libro-ese-limite-difuso-cordura-locura_1_699847Verónica Nieto è nata nella provincia di Cordoba in Argentina, ma si è presto trasferita in Spagna dove attualmente vive. Nel 2000 si è laureata presso l’Università di Malaga e successivamente, nel 2003, si è laureata in Teoria della letteratura e Letterature Comparate presso l’Università di Barcellona. Ha poi intrapreso la strada dell’editoria. Al momento lavora per le redazioni di Círculo de Lectores, Libros del Asteroide o Galaxia Gutenberg. Ha scritto racconti e romanzi che hanno avuto un ottimo successo di pubblico e ricevuto numerosi premi, tra questi La camarera de Artaud che vede ora la prima traduzione italiana.

“L’infinito nel palmo della mano” di Gioconda Belli

“Per vedere il mondo in un granello di sabbia
E il paradiso in un fiore selvatico
Tieni l’infinito nel palmo della mano
E l’Eternità in un’ora.”

(William Blake)

WP_004639L’infinito nel palmo della mano è un libro a cui mai mi sarei accostata di mia iniziativa, e non chiedetemi perché, non saprei rispondere. Forse sono poco propensa a leggere autrici donne oppure il titolo non mi diceva molto. Invece è successo questo: Paola di Un baule pieno di gente, tempo fa, ha organizzato un evento sul suo blog in cui chi dava l’adesione entro un certo termine veniva accoppiato ad un altro utente e doveva spedirgli un libro, a seconda degli interessi o della wishlist del ricevente. Il libro sospeso, s’intitolava l’iniziativa. E così Francesca mi ha mandato questo libretto, che ho veramente gradito, quindi brava Francesca, ci hai preso!

Gioconda Belli, giornalista, poetessa e scrittrice nata in Nicaragua nel 1948, ci racconta una storia che tutti conosciamo, ma lo fa in un modo particolare: affronta il tema della creazione soffermandosi su Adamo ed Eva. Chi erano? Che cosa facevano? Come mai sono stati condannati a soffrire, e con loro tutte le generazioni future?
Innanzitutto fu creato Adamo, da un mucchietto di terra che fu mossa da un soffio divino. Adamo si addormentò e da una sua costola nacque la donna, Eva. I due vissero felici e beati nel grande giardino, dove gli animali abitavano in armonia e li riconoscevano, dove c’era ogni genere di pianta e di fiore e dove niente li turbava. Elohim li aveva avvertiti solamente di non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. Ma sappiamo come andò a finire: Eva, incuriosita dal serpente, mangiò il fico (sì, per la Belli si tratta di un fico) e spinse Adamo a fare lo stesso. Improvvisamente la terra cominciò a tremare sotto i loro piedi e si trovarono espulsi da quella stupenda realtà che tanto bene conoscevano.

A questo punto comincia la parte più bella del romanzo, quella in cui vengono fuori le vere personalità di questi personaggi mitici che ci affascinano così tanto. L’uomo e la donna si trovano a fare i conti con la parte tragica della vita, imparano che alcuni animali vogliono attaccarli, che per tenersi in forze bisogna uccidere le bestie e mangiarle, conoscono il caldo e il freddo, la notte e il giorno. Ma, cosa bellissima e drammatica allo stesso tempo, scoprono l’amore e le pulsioni sessuali, segno che nel castigo c’è anche qualcosa di positivo.

Se non avessimo mangiato quel frutto, non avrei mai assaggiato un fico o un’ostrica, non avrei visto l’Araba Fenice risorgere dalle sue ceneri, non avrei conosciuto la notte, né avrei saputo cosa significa sentirmi sola quando tu non ci sei.

Eva sanguina; poi si unisce ad Adamo pensando che sia bello perché, dato che prima era stata posta dentro di lui, si possa tornare a stare così bene adesso che lui è dentro di lei; poi vede la sua pancia crescere e conosce il dolore e la gioia del parto. Nascono due gemelli, Caino e Luluwa, poi altri due, Abele ed Aklia, tutti diversi dai genitori perché hanno l’ombelico. Ed è proprio quando gli esseri umani iniziano a crescere e moltiplicarsi che si scopre il vero dolore, la gelosia, la morte.

Gioconda Belli (Managua, 9 dicembre 1948), poetessa, giornalista e scrittrice nicaraguense.

Non vi dico come finisce, posso solo dirvi che è qualcosa di geniale, qualcosa che richiama la letteratura sudamericana che unisce il magico al reale. Gioconda Belli sembra dirci che per cancellare i mali del mondo, invece di andare avanti, bisogna tornare indietro fino a quando non c’erano e riprendere da lì.
L’infinito nel palmo della mano è un romanzo delicato e forte allo stesso tempo. Quello che ho amato di più è stato il modo dell’autrice di rendere reali il primo uomo e la prima donna, di caratterizzarli e immaginare il loro smarrimento, le loro paure e la loro felicità, il loro non sapere assolutamente nulla di ciò che accade. Perché quando noi nasciamo e cresciamo sappiamo già a cosa andiamo incontro, un ragazzo sa che gli crescerà la barba, una donna sa come funzionano i cicli e che cosa è il parto. Immaginate l’Adamo e la Eva di cui parla la Belli, sono due persone che non hanno alcuna idea di ciò che stanno vivendo: una peluria che comincia a crescere, il dolore più o meno atroce in seguito ad una ferita, la pancia che comincia a crescere chissà per quale motivo, gli animali che li attaccano inferociti quando poco prima vivevano tutti insieme felicemente.

Il lettore s’immedesima nei protagonisti di questo racconto, ne percepisce le preoccupazioni, segue le loro vicende con grandissima curiosità e si lascia trasportare volentieri in questa storia che l’autrice ha avuto modo di conoscere leggendo antichi testi biblici nella biblioteca di un parente. A Gioconda Belli è venuto in mente di esplorare una storia nota da una prospettiva nuova, scoprendone risvolti ignoti, e sembra essere giunta alla conclusione che in realtà il peccato originale non è stato conseguente ad una disobbedienza. Guardiamolo da un altro punto di vista: Elohim stesso ha dato ad Adamo ed Eva la libertà di scegliere tra Bene e Male ed eventualmente di sbagliare, è stato lui a non impedire che succedesse, perché se avesse voluto che noi umani conoscessimo solo il Bene non avrebbe piazzato lì quell’albero e non avrebbe detto di non mangiarne i frutti. Forse ha voluto che iniziassimo a dare un nome alle cose, che scoprissimo l’amore e la sofferenza.

Chissà!

Titolo: L’infinito nel palmo della mano
Autore: Gioconda Belli
Traduzione:
 Tiziana Gibilisco
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2008 (2009 questa edizione)
Pagine: 197
Prezzo: 14 €
Editore: Feltrinelli

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Oggi esce il secondo numero di Traviesa: “Trucho”

ImmagineLa letteratura sudamericana spesso viene messa da parte, ma credo che sia molto interessante, una volta che ne vengano compresi i meccanismi. Caravan Edizioni da qualche tempo ha intrapreso una collaborazione con Traviesa, un collettivo di autori, da cui è venuta fuori una rivista/antologia di racconti che esce periodicamente e che raccoglie testi di giovani autori latinoamericani che ruotano intorno ad un tema di volta in volta diverso. Questa volta si parla di trucho (come dice il titolo stesso dell’antologia), tematica sviluppata da quattro voci differenti in modo personale. Il falso a volte rappresenta il centro della vicenda, ma può essere anche un episodio isolato.

Trucho, come leggiamo nel prologo di Federico Falco, potrebbe derivare etimologicamente dall’italiano trucco, che richiama la falsificazione, l’illusione. Ma nel lunfardo (un gergo tipico della malavita di Buenos Aires, ma anche delle canzoni del tango) troviamo trucha che significa faccia; pensiamo quindi alla faccia di bronzo, all’imbroglione che cerca di fregare il prossimo. Falco ricorda anche la parola araba targiuman (in italiano turcimanno), che anticamente indicava un interprete che mediava tra mercanti di diversa provenienza e che spesso non traduceva in maniera corretta per imbrogliare.

Questo per dare un’idea di qualcosa di taroccato. Pensiamo ad esempio al primo racconto, Omega di Diego Zuñiga (Cile), in cui un bambino trova un orologio nel comodino del nonno. La sorella gli dice che quell’oggetto è stato sulla Luna e la sua compagna di banco conferma quella versione e, anzi, aggiunge che è stato creato dalla NASA per gli astronauti dell’Apollo 11. Il ragazzino racconta tutte queste cose ai compagni che accolgono l’esposizione con un’ovazione, ma quando la mamma perde il lavoro e decide di vendere l’orologio per guadagnare qualcosa l’orologiaio gli dice che è un falso. In realtà l’orologio era fermo, non seguiva un ritmo diverso da quello terrestre, come gli avevano detto, e quasi si pente delle falsità raccontate agli amici. Una bugia porta altre bugie.

Ma trucho non è per forza un oggetto, può essere anche un’identità falsificata, come in Las mañanitas di Federico Guzmán Rubio (Messico), in cui due immigrati messicani, trasferitisi negli USA, cercano di capire come li vede il nordamericano medio e si comportano di conseguenza, secondo l’idea falsa di “messicanità” che il loro capo si è fatto nel tempo. Oppure in La marca di Javier González (Colombia), un racconto pieno di frasi brevi e lapidarie, dove ad essere falsificato è quasi uno stile di vita, un’intera azienda attorno alla quale ruotano tantissimi personaggi che nascono, muoiono, litigano, si sposano, si separano e vivono le loro vite. Ma il marchio, falso perché la stilista non fa altro che copiare in giro per il mondo altre marche più prestigiose, resiste, indipendentemente da coloro che vi lavorano.
L’unico racconto in cui il falso non viene stigmatizzato è Due spade laser di Hernán Vanoli (Argentina), che addirittura immagina una dimensione in cui reale e virtuale si sdoppiano, si scambiano, e in cui le copie non s’impossessano di un marchio, ma di un’identità.

Ho trovato molto interessanti questi racconti e soprattutto l’accostamento di stili così diversi focalizzati, però, tutti su uno stesso tema. Ve ne consiglio la lettura, soprattutto se conoscete poco la narrativa sudamericana.
La rivista è presente solo in ebook e sarà acquistabile su Bookrepublic.

Titolo: Trucho (Traviesa)
Autori: Diego Zúñiga, Federico Guzmán Rubio, Javier González, Hernán Vanoli
Traduzione:
 Vincenzo Barca (a cura di Federico Falco)
Genere:
 Antologia di racconti
Anno di pubblicazione:
 aprile 2015
Pagine: 80 (ebook)
Prezzo: 3,50 €
Editore: Caravan

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza