Una bambina da non frequentare | Irmgard Keun

Devo imparare a prendere la vita sul serio.
Ma com’è che si fa?

 

Quando all’ultima edizione di Una Marina di libri sono passata dallo stand de L’Orma editore sono rimasta folgorata da una copertina rosa molto elegante e curata, come tutte quelle nel loro catalogo. Si tratta di Una bambina da non frequentare, romanzo di Irmgard Keun scritto nel 1936 quando era in esilio ad Amsterdam e pubblicato per la prima volta in italiano nel 2018 con la traduzione di Eleonora Tomassini ed Eusebio Trabucchi. Per L’Orma erano già usciti in precedenza due libri di questa autrice tedesca, Gilgi, una di noi e Doris, la ragazza misto seta, storie con protagoniste donne che furono pubblicate in origine nei primi anni Trenta e costarono alla Keun la censura da parte del regime nazista; questo però non fece altro che accrescere la sua fama, rendendola una celebrità, un caso letterario. Compagna di Joseph Roth e legata ad Alfred Döblin (che la spinse a dedicarsi alla scrittura), ma non celebre grazie ad essi, Irmgard Keun (1905-1982) indagò molto l’animo della donna, soprattutto nel periodo a cavallo della Seconda guerra mondiale, denunciando tutte le contraddizioni dell’epoca. Non fu solo scrittrice ma anche dattilografa, attrice e autrice di reportage e sceneggiature, e da qualche anno è stata riscoperta e riportata all’attenzione del pubblico.

Della bambina da non frequentare non sappiamo il nome, perché è lei a raccontarci le sue disavventure e marachelle, ma sappiamo che ha dieci anni nella Colonia del 1918, una città devastata dalla Prima Guerra mondiale in cui tutto viene ancora razionato, anche se lei fa parte di una famiglia molto per bene. Non è una ragazzina come le altre, non una di quelle bamboline sempre a posto, compite, che fanno fare bella figura ai genitori. Lei fa parte di una piccola banda di monelli chiamata “La masnada dei banditi furiosi” e gioca sempre coi maschi, è una piccola rivoluzione ambulante, in carne ed ossa. Forse non è ancora abbastanza grande da comprendere appieno le motivazioni di certe regole sociali, e quindi queste regole sceglie più o meno consapevolmente di infrangerle tutte o criticare chi invece le segue. Quando in classe la maestra comunica a tutte che la loro amata preside è passata a miglior vita le compagne scoppiano a piangere, mentre lei non solo si rende conto di non aver mai visto la defunta, ma pensa anche che tutti stiano solo facendo ciò che i genitori e gli adulti si aspettano da loro. Solo finzione, insomma, convenzioni sociali che per lei non hanno motivo di esistere. L’unico che la capisce e la supporta è un vicino di casa, che sembra anche capire bene quanto sia dura la vita di un bambino.

È così stupido da parte degli adulti credere che i bambini non abbiano preoccupazioni. Dicono sempre: Ah, l’infanzia spensierata, non tornerà più. Ma un bambino ha di certo molte più preoccupazioni di un adulto.

Irmgard Keun

Fa uno scherzo alla zia Millie (una parente che vive a casa con loro) che mette annunci sul giornale per trovare marito, lancia un teschio in casa della madre di una sua compagna antipatica, fa finta di essere ubriaca per dire la verità perché si rende conto che ai bambini non crede nessuno ma agli ubriachi sì. E tutta questa lucidità che sembra avere una ragazzina di dieci anni cozza con la sua ingenuità: crede che i bambini vengano comprati o regalati, non sa come nascono, anche nel caso della nascita del suo fratellino; pensa che l’amore sia quando ci si tiene stretti tra le braccia; cerca di fare ammalare di scarlattina dei soldati che sperano di essere rimandati a casa, perché la guerra non ha senso e magari invece di combattere basta scrivere una lettera a chi di dovere. E viene persino messa a paragone con una cuginetta che è il suo opposto, Linda, una signorina per bene che non avrà vita facile.

Ogni capitolo racconta una delle varie avventure della protagonista e ci permette di calarci nei panni di una bambina, di adottare il suo punto di vista sulla realtà. Capiremo che in fondo tutto potrebbe essere più semplice di com’è, più sincero, meno artefatto, e anche se la lettura sembra leggera e spesso ironica noteremo che invece ci sono molti spunti di riflessione sulle restrizioni dell’epoca e non solo. Non è il classico libro per bambini con storie divertenti o istruttive, anche se la bambina da non frequentare ha solo dieci anni; anzi, non credo che nei fatti sia per bambini.
Una grandissima scoperta, per quanto mi riguarda!

Titolo: Una bambina da non frequentare
Autore: Irmgard Keun
Traduttore: Eleonora Tomassini, Eusebio Trabucchi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 15 novembre 2018
Pagine: 180
Prezzo: 16 €
Editore: L’Orma

L’anno nuovo | Juli Zeh

Parlano a lungo della memoria umana,
della coscienza e si domandano se la realtà
non sia altro che la somma di tutte le storie
che le persone raccontano costantemente a se stesse.

 

Dicono che la mente umana funzioni in maniera misteriosa, che sia un meccanismo incredibilmente perfetto ma che, allo stesso tempo, sia facilmente manipolabile. Alcuni studiosi pensano che i primi ricordi che abbiamo si basino su fotografie e racconti e che, addirittura, sia possibile produrre immagini mentali dal nulla mostrando a persone adulte istantanee di ciò che in realtà non hanno mai vissuto. Creare ricordi falsi, cioè. Però in qualche modo la verità rimane, o dovrebbe rimanere, nascosta in qualche cassettino della nostra mente, non viene eliminata del tutto, e spesso è alla base di comportamenti strani o disturbi mentali di qualche tipo che affliggono l’individuo che ha rimosso o volutamente accantonato gli eventi.

Henning, con la moglie Theresa e i figli Jonas e Bibbi, decide di partire da Gottinga per passare le vacanze di capodanno a Lanzarote, nelle Canarie. Affitta una casetta, si prepara a un cenone di capodanno un po’ fuori dagli schemi (riesce a prenotare solo per il primo turno in un grande albergo, alle 18, e la moglie sembra flirtare tutta la sera con un francese), e programma di fare tanto ciclismo, la sua passione. Del resto su Internet c’è scritto che Lanzarote è l’isola del ciclismo. Così un giorno prende la bicicletta e si avvia verso Femés, un villaggio lì vicino. Solo che a un certo punto, preso dai pensieri e dalla paura che ha degli attacchi di panico – che lui chiama LA COSA – che lo turbano, non si sente bene e si ritrova vicino a una casa che sembra disabitata. Lì per fortuna ci abita Lisa, una donna tedesca che lo soccorre offrendogli da bere, da mangiare e un po’ di riposo. Lisa ama dipingere le pietre, esattamente come faceva la madre di Henning, e in quel momento è sola perché il marito è andato a passare le vacanze in Germania. Mentre chiacchierano, lei decide di fargli vedere quella casa che tanto ama, il posto più bello del mondo, ma all’improvviso Henning ha come un’illuminazione: non è la prima volta che si trova lì, quando ci è già stato? E perché non se lo ricordava?

Questa è la storia che ci racconta Juli Zeh – che ha avuto molto successo di recente con Turbine – nel suo nuovo romanzo, L’anno nuovo, che trovate in libreria da oggi per Fazi editore. È un libro che, confesso, mi ha incuriosito moltissimo perché m’interessano in particolar modo le storie in cui è coinvolta la mente umana. Quello che accade nella nostra testa mi affascina molto perché nonostante pensiamo che il cervello sia una macchina perfetta molto spesso succede qualcosa che sembra inspiegabile.

Henning non vuole logorare la propria famiglia con le sue nevrosi. Vuole essere un uomo che valga la pena amare. Vuole ridere di più, fare battute, relegare a uno spazio minuscolo le piccole catastrofi quotidiane. Vuole abbracciare Theresa più spesso, perdere meno le staffe con i bambini, uscire di più e vedere gli amici. Non può essere così difficile.

Henning è una di quelle persone che apparentemente non hanno alcun problema: ha un’ottima moglie, due figli bellissimi, un lavoro in casa editrice che, seppure per mezza giornata, non gli fa mancare nulla. Però sembra che questi ruoli gli stiano stretti, certe volte vorrebbe non provare tutta quella fatica, litiga con Theresa e sente dei moti di rabbia perfino verso la figlia piccola, Bibbi. È come se tutto il suo mondo si restringesse sempre di più fino a stritolarlo, trema, vorrebbe sparire. E di questi attacchi di panico in un primo momento non parla alla moglie, non ci riesce. È proprio il breve soggiorno nell’isoletta che gli permette – senza che lui se ne renda conto – di scavare dentro se stesso per capire la causa del suo problema. Per ricordare quell’episodio che gli era quasi costato la vita e che per vari motivi il suo cervello aveva accantonato.

Femés [Fonte: Lanzarote retreats]

Da lì parte un lunghissimo flashback in cui veniamo a sapere cosa è successo in quella stessa casa molti anni prima, un ricordo, venuto fuori grazie a un déjà-vu, che fa precipitare il lettore all’interno di un vortice di sensazioni terribili. La penna di Juli Zeh riesce a rendere perfettamente la paura e l’ansia che può provare un bambino che si rende conto di avere addosso il peso di una situazione difficile e la responsabilità di una sorellina di due anni. Ansia e paura aumentano sempre di più, man mano che Henning ricorda, fino a diventare terrore e disperazione che devono per forza sfociare in qualcosa di più grande. Ed è proprio questo che, quando la narrazione torna al momento presente, fa sì che quell’isola così bella e serena da paradiso si trasformi in un attimo in una specie di inferno.

Curiosi?
Buona lettura!

Titolo: L’anno nuovo
Autore: Juli Zeh
Traduttore: Madeira Giacci
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 27 giugno 2019
Pagine: 178
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi

È tempo di ricominciare (Figlie di una nuova era vol. 2) | Carmen Korn

Rudi aveva trascritto su un foglio
una poesia di Mascha Kaléko per Ruth (…)

La notte
Che genera la paura
Contiene anche
Le stelle
E la
Luna.

Se vi ricordate, qualche mese fa vi avevo parlato di una saga tedesca che mi aveva letteralmente fatta innamorare, iniziata con Figlie di una nuova era, un romanzo ambientato ad Amburgo tra gli anni successivi alla prima guerra mondiale e la fine della seconda. Le quattro protagoniste, Henny, Käthe, Ida e Lina, così diverse tra loro, si trovano tutte a vivere un periodo storico particolarmente difficile che va dalla ripresa dopo il primo conflitto mondiale fino al crollo di quella tranquillità temporaneamente recuperata che sfocia nello scoppio della seconda guerra. Il primo volume si concludeva proprio nel dicembre del 1948, in una Amburgo devastata in cui i nostri protagonisti stavano metaforicamente rovistando tra le macerie per recuperare ciò che la guerra aveva tolto loro. Qualcuno, come Käthe e sua madre Anna, era stato deportato, qualcun altro si trova lontano in Russia, altri cercano di dar vita a nuove attività per risollevare le proprie sorti e quelle del Paese. Ma il colpo di scena più grande era stato proprio quando Henny ha visto Käthe di sfuggita sul tram e ha capito che forse era riuscita a tornare a casa.

E in effetti, in È tempo di ricominciare, secondo volume della trilogia di Carmen Korn che trovate in libreria da oggi, Henny passerà molto tempo a cercare la sua amica che, però, è sicura che a denunciare lei e sua madre alla Gestapo per aver ospitato in casa un fuggiasco sia stato Ernst Lühr, il secondo marito di Henny, con cui crede che lei sia ancora sposata. Henny in realtà lo ha lasciato ed è finalmente riuscita ad avvicinarsi all’uomo di cui è stata innamorata fin dall’inizio, il dottor Theo Unger. Lina e Louise sono impegnate con la libreria Landmann (chiamata così in onore di Kurt, il loro amico tanto amato da tutti) che sembra andare molto bene perché in un momento di rinascita la gente è propensa a comprare libri e a rifugiarsi nel mondo della cultura; su questa libreria investono tanto, perché rappresenta un simbolo materiale di rinascita. Ida aveva avuto una figlia con il cinese Tian, l’uomo che amava e per cui aveva lasciato suo marito, ma forse il loro amore si nutriva della disperazione e delle avversità, o forse le mancano gli agi a cui Campmann (che nel frattempo si compiace di essere caduto in piedi) l’aveva abituata; si annoia in questa nuova dimensione coniugale, ma vede crescere Florentine, che diventa una bellissima ragazza dai tratti esotici.

Quanto sarebbero piaciute a Kurt Landmann tutte quelle novità.

In questo romanzo, sorprendente continuazione del primo della saga, la Korn ci racconta la vita dei suoi personaggi dal marzo del 1949 al novembre del ’69 (all’inizio, per fortuna, c’è una sorta di riassunto delle vicende di ogni personaggio, per rinfrescarci la memoria). Vent’anni, dunque, in cui accade di tutto, vent’anni di eventi storici e cambiamenti importanti a cui tutti devono abituarsi: i progressi tecnologici, come l’arrivo della televisione nelle case di tante persone, o l’uso dei frigoriferi; i miglioramenti in campo medico, come la diffusione della pillola anticoncezionale o diversi tipi di interventi (tra i protagonisti ci sono ostetriche e ginecologi); l’uomo che sbarca sulla Luna e l’evento trasmesso in TV; l’omosessualità che è un reato ma diventa qualcosa a tutti si abituano sempre di più; ci sono perfino i Beatles alle prime armi che fanno concerti nei piccoli locali, o il Festival di Sanremo. Insomma, i tempi cambiano e con essi cambiano anche le persone.
Le protagoniste, che erano figlie e madri, le ritroviamo madri e perfino nonne. Assistiamo dunque a un cambio generazionale che porta con sé tante novità e un nuovo modo di condurre le proprie vite.

L’autrice tocca vari argomenti anche importanti, e come aveva fatto anche in precedenza, continua a raccontarci un’unica storia cambiando sempre il punto di vista, facendocela vedere attraverso gli occhi di un personaggio di volta in volta diverso. Ognuno di questi cerca in qualche modo di tornare alla vita, ma non per tutti il percorso è lo stesso. Per qualcuno è più semplice, anche grazie agli affetti di cui si circonda; per qualcun altro ci vuole più tempo, dati i traumi troppo grandi; per altri, invece, non sembra esserci redenzione, via d’uscita, come Ernst Lühr, che non smetterà mai di abbracciare gli ideali nazisti e rimarrà solo, abbandonato da tutti, perfino dal figlio Klaus che ha praticamente ripudiato a causa della sua omosessualità (a riprova del fatto che si raccoglie ciò che si è seminato). Il desiderio di tutti è quello di ritrovare la serenità che da lungo tempo manca, però, purtroppo, nessuno di loro si sentirà mai al sicuro: anche quando le cose sembrano andare per il verso giusto si avverte comunque quella preoccupazione, quel timore che la prossima sciagura sia dietro l’angolo. E storicamente, lo sappiamo, ci saranno ancora diversi problemi, ma la Korn ci racconterà nel prossimo volume di questa bellissima saga come Henny, Käthe, Ida, Lina e tutti gli altri affronteranno ciò che li aspetta.

Ma certo che era felice, lo era ogni volta che faceva un bilancio della sua vita. Forse aveva solo paura che tutto questo le venisse strappato di nuovo.

Buona lettura!

Titolo: È tempo di ricominciare
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 8 aprile 2019
Pagine: 564
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Figlie di una nuova era | Carmen Korn

Appartenevano a una generazione dannata,
che aveva sopportato ben due guerre mondiali.
Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi,
ma non erano riusciti a evitarne una seconda.

 

Se negli ultimi anni ho sviluppato una grande passione per le saghe, è tutta colpa di Fazi, che tempo fa mi ha fatto scoprire i Cazalet, con quei cinque bellissimi romanzi che nonostante siano in media sulle cinquecento pagine ciascuno, finisci in tre giorni. Qualche settimana fa mi è stato segnalato il primo volume di una trilogia tedesca che esce in libreria proprio oggi, Figlie di una nuova era di Carmen Korn, che, ve lo dico in tutta onestà, secondo me avrà un grande successo, e non perché è piaciuto – moltissimo – a me, ma perché è oggettivamente un libro bello e coinvolgente. Al centro della storia ci sono quattro donne che vengono seguite dal marzo del 1919 al dicembre del 1948 in una Amburgo che, dagli albori del nazismo, vede esplodere, svolgersi e concludersi la seconda guerra mondiale. Come chi mi segue da più tempo sa, chissà per quale motivo io sono molto sensibile alle storie di questo tipo, che trattano del secondo conflitto mondiale, dell’olocausto e di tutto ciò che ad esso è collegato, quindi il libro della Korn me lo sono divorato in pochissimo tempo e ve ne parlo con grande entusiasmo perché spero che possa conquistare gli altri com’è successo a me.

Dicevamo, le protagoniste sono quattro ragazze, poi donne (come si vede in copertina), e sono molto diverse fra loro. Henny e Käthe sono due ostetriche, la prima, molto pacata ma a volte un po’ frettolosa, vive all’ombra di una madre troppo presente e un po’ possessiva, l’altra è ribelle, simpatizza per i comunisti insieme al suo grande amore Rudi ed è molto coraggiosa; Ida è di famiglia agiata (nella sua grande casa lavora come domestica Anna, la madre di Käthe), viene quasi costretta a sposare Campmann, un uomo ricco, ma è davvero innamorata del cinese Tian; infine Lina, che ha studiato per diventare insegnante, è sorella di Lud, che sarà il primo marito di Henny. Se inizialmente solo Henny e Käthe si conoscono tra loro, le vite di tutte e quattro inizieranno a incrociarsi e incastrarsi in un momento storico particolare in cui si assiste ad un vero e proprio precipitare degli eventi, e succederà in vari modi: Henny e Lina diventano cognate, Henny e Ida diventeranno molto amiche, ecc..
Le quattro protagoniste sono donne forti, ma non tutte lo sono dalla nascita, alcune lo sono diventate a causa di ciò che sono costrette a passare. Sono ragazze che crescono, diventano madri, sviluppano ideali.

Intorno a loro, vari personaggi importanti, nessuno dei quali verrà risparmiato dalla guerra, perché si sa, il conflitto colpisce tutti per motivi diversi. Käthe e il marito Rudi praticamente sono oppositori politici e vengono tenuti d’occhio e perseguitati, Ida ha una relazione con un cinese che non sarebbe vista di buon occhio da chi vuole preservare la purezza della razza ariana, Lina scopre di essere innamorata di Louise, quindi non solo si tratta di un rapporto omosessuale, ma Louise per di più è ebrea, uno dei medici dell’ospedale, Theo Unger, è sposato con Elisabeth, ebrea, e anche l’altro medico, Kurt Landmann, è ebreo e se in un primo momento ai dottori ebrei viene vietato di curare pazienti tedeschi, verrà allontanato dall’ospedale e poi anche dall’ambulatorio di campagna dove tenterà di lavorare.

La storia comincia quando la Germania si sta ancora riprendendo dalla prima guerra mondiale, in cui tutti hanno perso qualcosa e non sanno a cosa stanno andando piano piano incontro. La vita sembra svolgersi più o meno normalmente, gli unici pensieri delle ragazze sono come sfuggire a genitori opprimenti, come concedersi un dolcetto mentre il tuo fidanzato ti legge le poesie, o come prenderti cura di te e tuo fratello quando i tuoi sono letteralmente morti di fame per crescerti. Ma lo stato d’animo generale peggiora di capitolo in capitolo, è un processo graduale, ma si capisce sempre di più che si sta andando incontro a qualcosa di terribile di cui faranno le spese tutti. Se c’è chi perde il lavoro, chi deve fuggire per non essere catturato, e chi deve stare attento a non far notare le proprie inclinazioni, anche chi simpatizza per Hitler perde figli, nipoti, parenti. E la Korn racconta tutto questo, affronta vari argomenti, con uno stile elegante, descrive amicizie e legami con grande delicatezza, quasi a volerli celebrare avvertendo il rischio che la guerra possa spezzarli da un momento all’altro. Caratterizza i personaggi in modo, secondo me, impeccabile e fa capire al lettore che i grandi sconvolgimenti ci cambiano, anche contro la nostra volontà – come accade più di tutti a Ida, che da ragazza ricca e arrogante diventa donna concreta e coi piedi per terra.
Gli eventi narrati sono tanti e credo sia questo il motivo principale per cui è difficile mettere da parte libro e non leggerlo tutto d’un fiato. E la particolarità della storia sta proprio nel fatto che la guerra sia osservata e in un certo senso vissuta da punti di vista diversi, non solo quello degli ebrei, come capita spesso, ma anche dagli stessi tedeschi che non l’hanno voluta e che però ci devono passare attraverso, da chi fa propaganda comunista contro i nazisti, o da chi semplicemente è cinese, non perseguitato, ma deve stare al proprio posto.

Non nascondo che in più punti mi sono ritrovata coi lucciconi perché la storia mi ha coinvolto tantissimo, non sono una che si commuove troppo spesso. Nelle ultime righe c’è un cliffhanger messo lì apposta che fa venir voglia di sapere come continua questa storia bellissima nata dalla penna di Carmen Korn, ma dovremo aspettare un po’ (che poi suona strano detto da chi l’ha letta quando ancora non è nemmeno è uscita ufficialmente, ma avrete capito quanto mi sia piaciuta). Nel frattempo, buona lettura!

Titolo: Figlie di una nuova era
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon, Stefano Jorio
Genere: Romanzo, saga
Anno di pubblicazione: 18 ottobre 2018
Pagine: 524
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


Carmen Korn – Nata a Düsseldorf nel 1952, è una scrittrice e giornalista che vive ad Amburgo con la sua famiglia. In questa trilogia dall’enorme successo racconta della sua città.

#LeggoNobel | “Auto da fé” di Elias Canetti

13002542_10208232191873888_5425568501244467327_oIl 22 maggio in teoria sarebbe dovuta terminare la lettura di gruppo di #LeggoNobel, ma questa volta il romanzo scelto ha causato un po’ di problemi a tutti, quindi alcuni lo stanno ancora leggendo. Io, nonostante tutto ho finito il libro, anche se con qualche difficoltà, perché Elias Canetti col suo Auto da fé mi ha dato del filo da torcere sia per il linguaggio usato sia per il suo modo di narrare. Il romanzo è bello corposo, quasi 550 pagine, almeno nella mia edizione Adelphi, ma non è stato questo a renderlo difficile. Mi è sembrato pieno di elementi da decifrare, molti dei quali forse non ho nemmeno colto, ma mi consola il fatto di non essere stata l’unica a trovarlo pesante. Nonostante questo, però, sono contenta di averlo letto.

La storia vede come protagonista Kien, uno studioso quarantenne che disprezza i professori ma viene chiamato professore da tutti. Kien ha un appartamento completamente adibito a biblioteca, figuratevi che non ha nemmeno un letto su cui dormire, ma riposa sul divano; non ama avere contatti col mondo, gli interessano solo i suoi libri, di cui peraltro va fiero perché è convinto di avere volumi rari e importantissimi che rendono la sua biblioteca unica al mondo. Ma per difendere e curare questi libri bisogna preoccuparsi pure di trovare una signora che gli faccia le pulizie nel modo giusto, che sappia rispettare il suo tesoro. Assume, così, Therese, una donna sulla cinquantina che sembra essere molto delicata coi libri, così premurosa che alla fine Kien se la sposa. Ma l’uomo non sa a cosa va incontro, perché in realtà Therese è il suo opposto, la donna rappresenta ciò che di peggio si può incontrare nel genere umano, un contenitore di tutte le qualità negative che ci possano essere. Kien in un primo tempo accontenterà ogni sua richiesta, poi comincerà a capire che deve reagire e così i due non faranno altro che scontrarsi violentemente. Sembra che ci sia solo bisogno di qualcuno che arrivi a mettere ordine, prima dell’epilogo che forse è l’unica conclusione possibile.

Era già capitato con gli amici di #LeggoNobel di leggere libri belli ma con personaggi odiosi, come ad esempio Lo straniero di Camus, ma qui la lettura si è rivelata pesante (già dalla seconda delle tre parti) sotto diversi aspetti, primo tra tutti il clima che si respira nella storia, questa follia che aleggia su tutto il romanzo e che ha confuso un po’ tutti. In realtà alla fine di Auto da fé (titolo originale Die Bledung, L’accecamento) c’è un piccolo saggio di Canetti che spiega la nascita del romanzo: l’autore lo ha scritto a circa vent’anni grazie anche ad un soggiorno berlinese che gli permise di conoscere personaggi importanti come Brecht e Kraus, di vedere da vicino la follia umana (alloggiava di fronte lo Steinhof, la città dei pazzi, un ospedale psichiatrico), e di conoscere una padrona di casa molto singolare che gli ha ispirato il personaggio di Therese.

Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994), scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico di lingua tedesca, insignito del Nobel per la letteratura nel 1981.

Ma il tema che lo ha ossessionato più è sicuramente quello della massa, della moltitudine, fin dal momento in cui assiste ad una sparatoria in cui alcuni operai vengono uccisi e in seguito gli assassini vengono assolti. Da tutte le zone della città partono cortei di lavoratori che vanno a incendiare il Palazzo di Giustizia, poi la polizia spara e rimangono uccise novanta persone. Là comincia a capire meglio il significato di massa, sente di far parte di qualcosa che è più grande di lui: questo argomento cercherà di svilupparlo in tutto il resto della sua produzione, ma probabilmente il risultato più importante sarà Massa e potere, un’opera di saggistica che oscilla tra filosofia, scienze ed etnologia.
Nel suo saggio alla fine di Auto da fé, Canetti racconta inoltre che un giorno ha visto sulla strada un uomo con degli opuscoletti che urlava disperato che stavano bruciando tutti i fascicoli; l’autore allora ha ribattuto che era meglio che bruciassero i fascicoli piuttosto che le persone, ma quell’uomo i suoi fogli dovevano essere parecchio importanti.

Da qui nacque Kien, l’uomo dei libri, che in una prima versione si chiamava Brand (“incendio”, nome molto evocativo, prefigurava l’epilogo) e poi aveva cambiato nome in Kant; Kien è una delle diverse figure “esagerate, portate all’estremo” che Canetti aveva abbozzato e sulle quali doveva sviluppare dei romanzi: l’Uomo della Verità, il Visionario, il Fanatico Religioso, l’Uomo dei Libri, il Collezionista, lo Scialacquatore, l’Attore e il Nemico della Morte. L’autore aveva il progetto di realizzare una Comédie humaine dei folli, ma non portò a termine l’intero progetto perché l’Uomo dei libri spiccava troppo sugli altri, catturò completamente il suo interesse e nel 1935 si trasformò in Peter Kien, il protagonista di Auto da fé (titolo che l’autore scelse personalmente per varie edizioni tra cui quella italiana).

Parlare di questo libro è abbastanza difficile, non è un libro di facile lettura, quindi se volete leggerlo dovete essere consapevoli di ciò a cui andate incontro. Non preoccupatevi se non vi dovesse piacere, Thomas Mann, quando Canetti gli inviò la prima copia, si rifiutò perfino di leggerlo, forse non gli piaceva nemmeno il titolo. Non piacque nemmeno al regime nazista che lo bandì (non ricevette troppa attenzione fino a quando non fu ripubblicato negli anni Sessanta). Ciononostante, credo sia una lettura che almeno chi si considera un lettore forte debba fare, quindi anche se è stata una faticata ne è proprio valsa la pena!

Buona lettura!

Titolo: Auto da fé
Autore: Elias Canetti
Traduzione:
 Luciano e Bianca Zagari
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1935 (2012 questa edizione)
Pagine: 548
Prezzo: 15 €
Editore: Adelphi – Gli Adelphi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Tristano” di Thomas Mann

11108381_1620294628184124_6861347326102478187_nHo letto, a distanza di pochissimo tempo, il secondo racconto della mia raccolta di Mann, Tristano e l’ho apprezzato più del primo, sicuramente.
Questo post sarà un po’ più breve del solito perché non vi parlo di tutte e tre le opere contenute nel libro, ma solo della seconda.

La storia è ambientata al sanatorio La Quiete, dove sia lo scrittore Spinell che la signora Gabriella Kloterjahn vanno a passare un po’ di tempo per questioni di salute: il primo vuole respirare un po’ d’aria pulita di montagna, la seconda invece, dopo la nascita del su primogenito, si è indebolita e ha problemi ai polmoni. La donna viene accompagnata dal marito, che dopo un po’, però, deve tornare ai suoi affari e va via. Gabriella e Spinell passano intere giornate a chiacchierare insieme, lei gli racconta anche di aver amato molto la musica, da ragazza, ma che vi ha dovuto rinunciare con il matrimonio e che adesso le è stato perfino vietato di suonare dai medici. Lo scrittore, troppo preso dalla sua arte, inizia a vedere le cose in modo troppo angelico, trova degli spartiti (tra cui il Tristano e Isotta di Wagner, da cui prende il nome il racconto) e decide di farli suonare alla sua amica. Entrambi sembrano trovarsi in un’altra dimensione, rapiti dalla musica.
Nel frattempo li signor Kloterjahn torna a far visita alla moglie col figlioletto, ma, non appena li vede, Spinell, convintissimo che la donna con quel matrimonio si sia sprecata e abbia spento forzatamente la sua luce vitale, scrive una lettera al marito, una lettera particolarmente ampollosa in cui elenca le affinità tra la sua anima e quella di Gabriella, e in cui quasi lo accusa di averla strappata ad un destino celestiale svilendola col suo brutto cognome. Ci sarà un confronto verbale tra i due uomini in cui si scontreranno le due concezioni della vita: quella dell’artista “eccessivamente” idealista, e quella dell’uomo d’affari a cui interessa il lato concreto delle cose.

È inutile dire che Spinell non riesce quasi a controbattere alle accuse lanciategli da Kloterjahn, perché spesso gli ideali servono a poco nella vita, non si vive di solo estetismo. L’artista, che mette “la bellezza ogni tre parole” (come gli rinfaccia l’altro), viene infatti deriso un po’ da tutti, quando gli altri pazienti del sanatorio sanno che è arrivato dubitano della sua fama. Dall’altra parte, all’inizio si ha un po’ l’impressione che Kloterjahn, quando lascia la moglie a La Quiete per tornare ai suoi affari, sia un po’ freddo, nonostante le attenzioni che riserva alla sua fragile donna. È una sensazione, una pulce nell’orecchio che Thomas Mann ci mette forse per farci capire che la vita non va affrontata con posizioni troppo ferme, e che ci torna in mente quando Gabriella racconta che Kloterjahn è arrivato nel suo giardino (aveva dei rapporti d’affari col padre di lei) mentre lei ciarlava con le amiche e l’ha chiesta in sposa solo tre giorni dopo. Troppo in fretta, secondo Spinell, che vede anche questa cosa come un affare, lui che è abituato a vedere amore e bellezza ovunque. E qui non gli si può dare torto.
Ma la conclusione è che l’ago della bilancia pende dalla parte di Kloterjahn, almeno in Tristano, e la critica è al novantanove per cento nei confronti dell’artista pervaso dal suo estetismo eccessivo e malato.

Questo libro mi è arrivato tramite uno scambio, ed è un’edizione un po’ datata, non particolarmente attuale, infatti l’italiano usato per la traduzione appare antiquato, ma forse non è un male, anzi credo si avvicini di più alla lingua parlata nel periodo in cui il racconto è ambientato. Ci dovrebbero essere delle traduzioni più moderne, se non ve la doveste sentire di leggere questa più vecchiotta.

Buona lettura!

Libri interrotti: “La settima onda” di Daniel Glattauer

Nella vita mi è capitato raramente di abbandonare un libro, di solito cerco di dare una chance a ogni autore, perché, chissà, anche se iniziano male più avanti le storie si riprendono. Però negli ultimi tempi mi sono resa conto che non posso sprecare il mio tempo con letture che, si capisce fin da subito, non fanno per me, quindi ho iniziato a mettere via libri che non mi piacciono. Perché farmi violenza fino alla fine? No, basta, ho chiuso con l’autolesionismo. Ho letto troppe cose scritte male, smielate, pseudoprofonde (e invece eccessivamente banali), troppo politicizzate, assurde. Ci do un taglio con questa roba. Dato che la vita è una e che il nostro tempo sulla Terra non è infinito, voglio passarlo leggendo bei libri o, al massimo, cose che non mi piacciono ma che non siano assurde. Perché ogni tanto ti capitano quei testi che non risultano di tuo gradimento ma che comunque si fanno leggere. Io dico basta a quelli per cui ad ogni pagina ti chiedi: “ma perché lo sto facendo?”. Ecco, questo è il motivo per cui voglio parlarvi anche dei libri che interrompo, quando succede, e a tal proposito inauguro oggi la categoria dei Libri interrotti. Non darò troppe spiegazioni, mi limiterò a riportare gli stralci che mi hanno portato ad abbandonare certe letture, perché è ovvio che non si possa parlare bene dei libri quando si è arrivati, ad esempio, a pagina 16. Non occorre specificare che non inserirò la mia tipica valutazione in stelline, perché questi, dato che li ho mollati, andrebbero dallo zero in giù.

Cominciamo oggi con La settima onda di Daniel Glattauer.

Qualche tempo fa ho recensito la prima parte, Le ho mai raccontato del vento del Nord, libro dal titolo suggestivo che però non ha alcuna sostanza. Tornano i due protagonisti, che nella parte precedente si erano “conosciuti” via mail ma non erano riusciti a combinare nulla. Leo si trasferisce, Emmi continua a mandargli messaggi come una stalker ma lui non risponde, poi invece le scrive, lei sembra una pazza bipolare, ecc.. Riusciranno finalmente ad incontrarsi e a fare quello che devono fare? Io non sono arrivata alla fine, mi sono fermata a pagina 17 perché era un tale strazio che mi stavano venendo attacchi d’ansia. Però mi sono fatta dire come finisce da chi lo ha letto. E non ve lo dico, non posso fare spoiler, ma non c’è nessun colpo di scena.
Avevo già detto, per quanto riguarda l’altro libro, che nessuno sano di mente si rivolgerebbe virtualmente ad un’altra persona in questo modo. O forse sì, magari qualcuno psicologicamente instabile, come sembra essere la protagonista Emmi. Se al primo avevo dato una sola stellina, qui siamo abbondantemente sotto lo zero. Ecco a voi un paio di stralci che vi daranno un’idea del male che mi sono fatta.

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Buonanotte anche a me, che però preferisco scriverlo tutto attaccato. Ditemi voi se questa è letteratura.

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A voi importa dell’importanza che l’importanza ha per quanto importa a lei, paragonata a quanto a lui importa di lei? È importante! Buonanotte, again. Sfido io, a non definirla una supercazzola!

È chiaro perché ci ho rinunciato?