Figlie di una nuova era | Carmen Korn

Appartenevano a una generazione dannata,
che aveva sopportato ben due guerre mondiali.
Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi,
ma non erano riusciti a evitarne una seconda.

 

Se negli ultimi anni ho sviluppato una grande passione per le saghe, è tutta colpa di Fazi, che tempo fa mi ha fatto scoprire i Cazalet, con quei cinque bellissimi romanzi che nonostante siano in media sulle cinquecento pagine ciascuno, finisci in tre giorni. Qualche settimana fa mi è stato segnalato il primo volume di una trilogia tedesca che esce in libreria proprio oggi, Figlie di una nuova era di Carmen Korn, che, ve lo dico in tutta onestà, secondo me avrà un grande successo, e non perché è piaciuto – moltissimo – a me, ma perché è oggettivamente un libro bello e coinvolgente. Al centro della storia ci sono quattro donne che vengono seguite dal marzo del 1919 al dicembre del 1948 in una Amburgo che, dagli albori del nazismo, vede esplodere, svolgersi e concludersi la seconda guerra mondiale. Come chi mi segue da più tempo sa, chissà per quale motivo io sono molto sensibile alle storie di questo tipo, che trattano del secondo conflitto mondiale, dell’olocausto e di tutto ciò che ad esso è collegato, quindi il libro della Korn me lo sono divorato in pochissimo tempo e ve ne parlo con grande entusiasmo perché spero che possa conquistare gli altri com’è successo a me.

Dicevamo, le protagoniste sono quattro ragazze, poi donne (come si vede in copertina), e sono molto diverse fra loro. Henny e Käthe sono due ostetriche, la prima, molto pacata ma a volte un po’ frettolosa, vive all’ombra di una madre troppo presente e un po’ possessiva, l’altra è ribelle, simpatizza per i comunisti insieme al suo grande amore Rudi ed è molto coraggiosa; Ida è di famiglia agiata (nella sua grande casa lavora come domestica Anna, la madre di Käthe), viene quasi costretta a sposare Campmann, un uomo ricco, ma è davvero innamorata del cinese Tian; infine Lina, che ha studiato per diventare insegnante, è sorella di Lud, che sarà il primo marito di Henny. Se inizialmente solo Henny e Käthe si conoscono tra loro, le vite di tutte e quattro inizieranno a incrociarsi e incastrarsi in un momento storico particolare in cui si assiste ad un vero e proprio precipitare degli eventi, e succederà in vari modi: Henny e Lina diventano cognate, Henny e Ida diventeranno molto amiche, ecc..
Le quattro protagoniste sono donne forti, ma non tutte lo sono dalla nascita, alcune lo sono diventate a causa di ciò che sono costrette a passare. Sono ragazze che crescono, diventano madri, sviluppano ideali.

Intorno a loro, vari personaggi importanti, nessuno dei quali verrà risparmiato dalla guerra, perché si sa, il conflitto colpisce tutti per motivi diversi. Käthe e il marito Rudi praticamente sono oppositori politici e vengono tenuti d’occhio e perseguitati, Ida ha una relazione con un cinese che non sarebbe vista di buon occhio da chi vuole preservare la purezza della razza ariana, Lina scopre di essere innamorata di Louise, quindi non solo si tratta di un rapporto omosessuale, ma Louise per di più è ebrea, uno dei medici dell’ospedale, Theo Unger, è sposato con Elisabeth, ebrea, e anche l’altro medico, Kurt Landmann, è ebreo e se in un primo momento ai dottori ebrei viene vietato di curare pazienti tedeschi, verrà allontanato dall’ospedale e poi anche dall’ambulatorio di campagna dove tenterà di lavorare.

La storia comincia quando la Germania si sta ancora riprendendo dalla prima guerra mondiale, in cui tutti hanno perso qualcosa e non sanno a cosa stanno andando piano piano incontro. La vita sembra svolgersi più o meno normalmente, gli unici pensieri delle ragazze sono come sfuggire a genitori opprimenti, come concedersi un dolcetto mentre il tuo fidanzato ti legge le poesie, o come prenderti cura di te e tuo fratello quando i tuoi sono letteralmente morti di fame per crescerti. Ma lo stato d’animo generale peggiora di capitolo in capitolo, è un processo graduale, ma si capisce sempre di più che si sta andando incontro a qualcosa di terribile di cui faranno le spese tutti. Se c’è chi perde il lavoro, chi deve fuggire per non essere catturato, e chi deve stare attento a non far notare le proprie inclinazioni, anche chi simpatizza per Hitler perde figli, nipoti, parenti. E la Korn racconta tutto questo, affronta vari argomenti, con uno stile elegante, descrive amicizie e legami con grande delicatezza, quasi a volerli celebrare avvertendo il rischio che la guerra possa spezzarli da un momento all’altro. Caratterizza i personaggi in modo, secondo me, impeccabile e fa capire al lettore che i grandi sconvolgimenti ci cambiano, anche contro la nostra volontà – come accade più di tutti a Ida, che da ragazza ricca e arrogante diventa donna concreta e coi piedi per terra.
Gli eventi narrati sono tanti e credo sia questo il motivo principale per cui è difficile mettere da parte libro e non leggerlo tutto d’un fiato. E la particolarità della storia sta proprio nel fatto che la guerra sia osservata e in un certo senso vissuta da punti di vista diversi, non solo quello degli ebrei, come capita spesso, ma anche dagli stessi tedeschi che non l’hanno voluta e che però ci devono passare attraverso, da chi fa propaganda comunista contro i nazisti, o da chi semplicemente è cinese, non perseguitato, ma deve stare al proprio posto.

Non nascondo che in più punti mi sono ritrovata coi lucciconi perché la storia mi ha coinvolto tantissimo, non sono una che si commuove troppo spesso. Nelle ultime righe c’è un cliffhanger messo lì apposta che fa venir voglia di sapere come continua questa storia bellissima nata dalla penna di Carmen Korn, ma dovremo aspettare un po’ (che poi suona strano detto da chi l’ha letta quando ancora non è nemmeno è uscita ufficialmente, ma avrete capito quanto mi sia piaciuta). Nel frattempo, buona lettura!

Titolo: Figlie di una nuova era
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon, Stefano Jorio
Genere: Romanzo, saga
Anno di pubblicazione: 18 ottobre 2018
Pagine: 524
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


Carmen Korn – Nata a Düsseldorf nel 1952, è una scrittrice e giornalista che vive ad Amburgo con la sua famiglia. In questa trilogia dall’enorme successo racconta della sua città.

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#LeggoNobel | “Auto da fé” di Elias Canetti

13002542_10208232191873888_5425568501244467327_oIl 22 maggio in teoria sarebbe dovuta terminare la lettura di gruppo di #LeggoNobel, ma questa volta il romanzo scelto ha causato un po’ di problemi a tutti, quindi alcuni lo stanno ancora leggendo. Io, nonostante tutto ho finito il libro, anche se con qualche difficoltà, perché Elias Canetti col suo Auto da fé mi ha dato del filo da torcere sia per il linguaggio usato sia per il suo modo di narrare. Il romanzo è bello corposo, quasi 550 pagine, almeno nella mia edizione Adelphi, ma non è stato questo a renderlo difficile. Mi è sembrato pieno di elementi da decifrare, molti dei quali forse non ho nemmeno colto, ma mi consola il fatto di non essere stata l’unica a trovarlo pesante. Nonostante questo, però, sono contenta di averlo letto.

La storia vede come protagonista Kien, uno studioso quarantenne che disprezza i professori ma viene chiamato professore da tutti. Kien ha un appartamento completamente adibito a biblioteca, figuratevi che non ha nemmeno un letto su cui dormire, ma riposa sul divano; non ama avere contatti col mondo, gli interessano solo i suoi libri, di cui peraltro va fiero perché è convinto di avere volumi rari e importantissimi che rendono la sua biblioteca unica al mondo. Ma per difendere e curare questi libri bisogna preoccuparsi pure di trovare una signora che gli faccia le pulizie nel modo giusto, che sappia rispettare il suo tesoro. Assume, così, Therese, una donna sulla cinquantina che sembra essere molto delicata coi libri, così premurosa che alla fine Kien se la sposa. Ma l’uomo non sa a cosa va incontro, perché in realtà Therese è il suo opposto, la donna rappresenta ciò che di peggio si può incontrare nel genere umano, un contenitore di tutte le qualità negative che ci possano essere. Kien in un primo tempo accontenterà ogni sua richiesta, poi comincerà a capire che deve reagire e così i due non faranno altro che scontrarsi violentemente. Sembra che ci sia solo bisogno di qualcuno che arrivi a mettere ordine, prima dell’epilogo che forse è l’unica conclusione possibile.

Era già capitato con gli amici di #LeggoNobel di leggere libri belli ma con personaggi odiosi, come ad esempio Lo straniero di Camus, ma qui la lettura si è rivelata pesante (già dalla seconda delle tre parti) sotto diversi aspetti, primo tra tutti il clima che si respira nella storia, questa follia che aleggia su tutto il romanzo e che ha confuso un po’ tutti. In realtà alla fine di Auto da fé (titolo originale Die Bledung, L’accecamento) c’è un piccolo saggio di Canetti che spiega la nascita del romanzo: l’autore lo ha scritto a circa vent’anni grazie anche ad un soggiorno berlinese che gli permise di conoscere personaggi importanti come Brecht e Kraus, di vedere da vicino la follia umana (alloggiava di fronte lo Steinhof, la città dei pazzi, un ospedale psichiatrico), e di conoscere una padrona di casa molto singolare che gli ha ispirato il personaggio di Therese.

Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994), scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico di lingua tedesca, insignito del Nobel per la letteratura nel 1981.

Ma il tema che lo ha ossessionato più è sicuramente quello della massa, della moltitudine, fin dal momento in cui assiste ad una sparatoria in cui alcuni operai vengono uccisi e in seguito gli assassini vengono assolti. Da tutte le zone della città partono cortei di lavoratori che vanno a incendiare il Palazzo di Giustizia, poi la polizia spara e rimangono uccise novanta persone. Là comincia a capire meglio il significato di massa, sente di far parte di qualcosa che è più grande di lui: questo argomento cercherà di svilupparlo in tutto il resto della sua produzione, ma probabilmente il risultato più importante sarà Massa e potere, un’opera di saggistica che oscilla tra filosofia, scienze ed etnologia.
Nel suo saggio alla fine di Auto da fé, Canetti racconta inoltre che un giorno ha visto sulla strada un uomo con degli opuscoletti che urlava disperato che stavano bruciando tutti i fascicoli; l’autore allora ha ribattuto che era meglio che bruciassero i fascicoli piuttosto che le persone, ma quell’uomo i suoi fogli dovevano essere parecchio importanti.

Da qui nacque Kien, l’uomo dei libri, che in una prima versione si chiamava Brand (“incendio”, nome molto evocativo, prefigurava l’epilogo) e poi aveva cambiato nome in Kant; Kien è una delle diverse figure “esagerate, portate all’estremo” che Canetti aveva abbozzato e sulle quali doveva sviluppare dei romanzi: l’Uomo della Verità, il Visionario, il Fanatico Religioso, l’Uomo dei Libri, il Collezionista, lo Scialacquatore, l’Attore e il Nemico della Morte. L’autore aveva il progetto di realizzare una Comédie humaine dei folli, ma non portò a termine l’intero progetto perché l’Uomo dei libri spiccava troppo sugli altri, catturò completamente il suo interesse e nel 1935 si trasformò in Peter Kien, il protagonista di Auto da fé (titolo che l’autore scelse personalmente per varie edizioni tra cui quella italiana).

Parlare di questo libro è abbastanza difficile, non è un libro di facile lettura, quindi se volete leggerlo dovete essere consapevoli di ciò a cui andate incontro. Non preoccupatevi se non vi dovesse piacere, Thomas Mann, quando Canetti gli inviò la prima copia, si rifiutò perfino di leggerlo, forse non gli piaceva nemmeno il titolo. Non piacque nemmeno al regime nazista che lo bandì (non ricevette troppa attenzione fino a quando non fu ripubblicato negli anni Sessanta). Ciononostante, credo sia una lettura che almeno chi si considera un lettore forte debba fare, quindi anche se è stata una faticata ne è proprio valsa la pena!

Buona lettura!

Titolo: Auto da fé
Autore: Elias Canetti
Traduzione:
 Luciano e Bianca Zagari
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1935 (2012 questa edizione)
Pagine: 548
Prezzo: 15 €
Editore: Adelphi – Gli Adelphi
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Tristano” di Thomas Mann

11108381_1620294628184124_6861347326102478187_nHo letto, a distanza di pochissimo tempo, il secondo racconto della mia raccolta di Mann, Tristano e l’ho apprezzato più del primo, sicuramente.
Questo post sarà un po’ più breve del solito perché non vi parlo di tutte e tre le opere contenute nel libro, ma solo della seconda.

La storia è ambientata al sanatorio La Quiete, dove sia lo scrittore Spinell che la signora Gabriella Kloterjahn vanno a passare un po’ di tempo per questioni di salute: il primo vuole respirare un po’ d’aria pulita di montagna, la seconda invece, dopo la nascita del su primogenito, si è indebolita e ha problemi ai polmoni. La donna viene accompagnata dal marito, che dopo un po’, però, deve tornare ai suoi affari e va via. Gabriella e Spinell passano intere giornate a chiacchierare insieme, lei gli racconta anche di aver amato molto la musica, da ragazza, ma che vi ha dovuto rinunciare con il matrimonio e che adesso le è stato perfino vietato di suonare dai medici. Lo scrittore, troppo preso dalla sua arte, inizia a vedere le cose in modo troppo angelico, trova degli spartiti (tra cui il Tristano e Isotta di Wagner, da cui prende il nome il racconto) e decide di farli suonare alla sua amica. Entrambi sembrano trovarsi in un’altra dimensione, rapiti dalla musica.
Nel frattempo li signor Kloterjahn torna a far visita alla moglie col figlioletto, ma, non appena li vede, Spinell, convintissimo che la donna con quel matrimonio si sia sprecata e abbia spento forzatamente la sua luce vitale, scrive una lettera al marito, una lettera particolarmente ampollosa in cui elenca le affinità tra la sua anima e quella di Gabriella, e in cui quasi lo accusa di averla strappata ad un destino celestiale svilendola col suo brutto cognome. Ci sarà un confronto verbale tra i due uomini in cui si scontreranno le due concezioni della vita: quella dell’artista “eccessivamente” idealista, e quella dell’uomo d’affari a cui interessa il lato concreto delle cose.

È inutile dire che Spinell non riesce quasi a controbattere alle accuse lanciategli da Kloterjahn, perché spesso gli ideali servono a poco nella vita, non si vive di solo estetismo. L’artista, che mette “la bellezza ogni tre parole” (come gli rinfaccia l’altro), viene infatti deriso un po’ da tutti, quando gli altri pazienti del sanatorio sanno che è arrivato dubitano della sua fama. Dall’altra parte, all’inizio si ha un po’ l’impressione che Kloterjahn, quando lascia la moglie a La Quiete per tornare ai suoi affari, sia un po’ freddo, nonostante le attenzioni che riserva alla sua fragile donna. È una sensazione, una pulce nell’orecchio che Thomas Mann ci mette forse per farci capire che la vita non va affrontata con posizioni troppo ferme, e che ci torna in mente quando Gabriella racconta che Kloterjahn è arrivato nel suo giardino (aveva dei rapporti d’affari col padre di lei) mentre lei ciarlava con le amiche e l’ha chiesta in sposa solo tre giorni dopo. Troppo in fretta, secondo Spinell, che vede anche questa cosa come un affare, lui che è abituato a vedere amore e bellezza ovunque. E qui non gli si può dare torto.
Ma la conclusione è che l’ago della bilancia pende dalla parte di Kloterjahn, almeno in Tristano, e la critica è al novantanove per cento nei confronti dell’artista pervaso dal suo estetismo eccessivo e malato.

Questo libro mi è arrivato tramite uno scambio, ed è un’edizione un po’ datata, non particolarmente attuale, infatti l’italiano usato per la traduzione appare antiquato, ma forse non è un male, anzi credo si avvicini di più alla lingua parlata nel periodo in cui il racconto è ambientato. Ci dovrebbero essere delle traduzioni più moderne, se non ve la doveste sentire di leggere questa più vecchiotta.

Buona lettura!

Libri interrotti: “La settima onda” di Daniel Glattauer

Nella vita mi è capitato raramente di abbandonare un libro, di solito cerco di dare una chance a ogni autore, perché, chissà, anche se iniziano male più avanti le storie si riprendono. Però negli ultimi tempi mi sono resa conto che non posso sprecare il mio tempo con letture che, si capisce fin da subito, non fanno per me, quindi ho iniziato a mettere via libri che non mi piacciono. Perché farmi violenza fino alla fine? No, basta, ho chiuso con l’autolesionismo. Ho letto troppe cose scritte male, smielate, pseudoprofonde (e invece eccessivamente banali), troppo politicizzate, assurde. Ci do un taglio con questa roba. Dato che la vita è una e che il nostro tempo sulla Terra non è infinito, voglio passarlo leggendo bei libri o, al massimo, cose che non mi piacciono ma che non siano assurde. Perché ogni tanto ti capitano quei testi che non risultano di tuo gradimento ma che comunque si fanno leggere. Io dico basta a quelli per cui ad ogni pagina ti chiedi: “ma perché lo sto facendo?”. Ecco, questo è il motivo per cui voglio parlarvi anche dei libri che interrompo, quando succede, e a tal proposito inauguro oggi la categoria dei Libri interrotti. Non darò troppe spiegazioni, mi limiterò a riportare gli stralci che mi hanno portato ad abbandonare certe letture, perché è ovvio che non si possa parlare bene dei libri quando si è arrivati, ad esempio, a pagina 16. Non occorre specificare che non inserirò la mia tipica valutazione in stelline, perché questi, dato che li ho mollati, andrebbero dallo zero in giù.

Cominciamo oggi con La settima onda di Daniel Glattauer.

Qualche tempo fa ho recensito la prima parte, Le ho mai raccontato del vento del Nord, libro dal titolo suggestivo che però non ha alcuna sostanza. Tornano i due protagonisti, che nella parte precedente si erano “conosciuti” via mail ma non erano riusciti a combinare nulla. Leo si trasferisce, Emmi continua a mandargli messaggi come una stalker ma lui non risponde, poi invece le scrive, lei sembra una pazza bipolare, ecc.. Riusciranno finalmente ad incontrarsi e a fare quello che devono fare? Io non sono arrivata alla fine, mi sono fermata a pagina 17 perché era un tale strazio che mi stavano venendo attacchi d’ansia. Però mi sono fatta dire come finisce da chi lo ha letto. E non ve lo dico, non posso fare spoiler, ma non c’è nessun colpo di scena.
Avevo già detto, per quanto riguarda l’altro libro, che nessuno sano di mente si rivolgerebbe virtualmente ad un’altra persona in questo modo. O forse sì, magari qualcuno psicologicamente instabile, come sembra essere la protagonista Emmi. Se al primo avevo dato una sola stellina, qui siamo abbondantemente sotto lo zero. Ecco a voi un paio di stralci che vi daranno un’idea del male che mi sono fatta.

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Buonanotte anche a me, che però preferisco scriverlo tutto attaccato. Ditemi voi se questa è letteratura.

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A voi importa dell’importanza che l’importanza ha per quanto importa a lei, paragonata a quanto a lui importa di lei? È importante! Buonanotte, again. Sfido io, a non definirla una supercazzola!

È chiaro perché ci ho rinunciato?

“Tango a Istanbul” di Esmahan Aykol

Esmahan Aykol fino a poco più di un mese fa mi era totalmente sconosciuta, l’ho scoperta perché mi è stato regalato il suo ultimo libro pochi giorni dopo l’uscita. Devo dire che è stata una scoperta gradevole che mi ha permesso di passare due, tre giorni con una lettura divertente.

WP_003845Tango a Istanbul ha come protagonista Kati Hirschel, personaggio ricorrente della Aykol, che è mezza stambuliota e mezza tedesca ed è proprietaria di una libreria specializzata in gialli. Data la sua passione per questo genere letterario, come pensate che sia il carattere di questa donna? Appena si presenta l’occasione, cioè il delitto o la disgrazia che sia, inizia subito a comportarsi da brava detective e a voler risolvere il mistero. In questo caso, è successo che Nil, un’amica della sua dipendente Pelin, stava prendendo un caffè al bar con una sua compagna del corso di tango (si era iscritta perché stava scrivendo un libro sugli argentini e voleva conoscere meglio la loro cultura), e ha avuto all’improvviso un attacco di cuore con bava alla bocca. Una cosa difficile a 25 anni, a meno che tu non abbia assunto droghe. Appena saputa la notizia, Hakan, il fratello di Nil, si precipita in città e mentre cerca di scoprire una cosa sembra anche nasconderne tante altre. Kati, ficcanasando deliberatamente, riesce a farsi assumere come detective da Hakan e i due, aiutati da un bel gruppetto di gente (Pelin, Fofo, l’altro dipendente gay, e Lale, un’amica di vecchia data di Kati) iniziano a fare indagini e a chiedere in giro perché sono convinti che il malore di Nil non sia stato un caso o un incidente, loro ci vedono dietro altro, sospettano si tratti un omicidio. Poi è molto, molto strano che la mattina stessa della tragedia, Kati fosse andata da una veggente e questa le avesse predetto, con i fondi di caffè, la morte di una donna giovane e bella.
Alla fine risolveranno il caso, ma scopriranno anche tantissimo sulla vita di questa ragazza, o meglio, sulla sua vita nascosta, quella che c’era dietro al lusso di cui si circondava e non si sarebbe potuta permettere solo scrivendo articoli di moda. E Kati, forse, trova anche l’amore!

Dicevo che questo libro mi è piaciuto tanto. Ha uno stile frizzante e simpatico, con una chiarissima impronta femminile. Ci sono quegli autori che rimangono sempre un po’ lontani dal loro personaggio, che lo caratterizzano poco, invece la Aykol fa apparire Kati come una donna davvero carina e soprattutto arguta. Mi piace molto l’idea della libraia con la passione per il giallo, che con tutte le sue letture si fa una cultura quasi per affrontare il mestiere di investigatore, cosa che fa nel migliore dei modi contagiando tutti gli altri personaggi. Basti pensare che la sua amica Lale è convinta che le intercettino le telefonate!

Il romanzo è leggero, una lettura, come ho già detto, divertente e con cui ci si può distrarre da altre più pesanti. Sono questi i nuovi gialli, quelli per niente seriosi e, anzi, pieni di humour. Tra battute e commenti ironici, ci troviamo tra le strade di una città come Istanbul, a girare tra quartieri alti e bassi, ad assaporare pietanze orientali o semplici sandwich occidentali, è quasi un misto tra i due mondi. L’unico appunto che si può fare è il finale, secondo me casca un po’, nel senso che il lettore magari si aspetta chissà quale mistero e invece poi si risolve in maniera molto più soft di quanto si creda. Ma non è un grave danno, perché nonostante questo il mio parere resta più che positivo. Lo consiglio!

Titolo: Tango a Istanbul
Autore: Esmahan Aykol
Traduzione:
 Emanuela Cervini
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
2014
Pagine: 312
Prezzo: 14 €
Editore: Sellerio

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

Esmahan Aykol, nata nel 1970 a Edirne, Turchia, vive tra Berlino e Istanbul. Durante gli studi universitari in giurisprudenza ha lavorato come giornalista per radio e giornali turchi. Oggi, dopo una parentesi come barista, si dedica completamente alla scrittura. Della serie con protagonista Kati Hirschel Sellerio ha pubblicato Hotel Bosforo (2010), Appartamento a Istanbul (2011) e Divorzio alla turca (2012).

“Il profumo” di Patrick Süskind

Non riuscivano a sentire il suo odore.
Avevano paura di lui.

 

Devo fare una premessa. Il mio giudizio è personale, lo ribadisco perché non voglio turbare quanti sono convinti che il loro parere sia il più giusto e non ammettono che qualcuno possa pensarla diversamente. Capita, a volte, che dici che una cosa non ti piace e vieni aggredito perché sbagli, perché quella cosa è bellissima e sei tu a non averla capita. Possibile che io non abbia capito, ma esprimo comunque la mia opinione. E come sapete non sono una stroncatrice di professione, anzi qui ci sono più libri a 5 stelline di quelli con una stellina sola.

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Mi sono addentrata nella lettura di un altro libro considerato (quasi) unanimemente un capolavoro, tanto che ci hanno fatto anche un film con nientepopodimentoché Dustin Hoffman e Alan Rickman, che nei prossimi giorni vedrò per capirci un po’ di più: Il profumo, scritto dal tedesco Patrick Süskind nel 1985. Il romanzo, che è stato per me una grandissima delusione forse per le aspettative troppo alte, è tutto incentrato su odori, profumi ed essenze, quindi se come me non avete buon naso non ci capirete nulla. No, non è vero, scherzo. Però qualcuno che lo ha letto dice che addirittura riusciva a percepire quegli odori durante la lettura. Io ho sentito solo l’odore del mio Kindle.

Siamo nella Francia del XVIII secolo, Jean-Baptiste Grenouille appena nato (a Parigi, città mefitica) viene subito abbandonato dalla madre tra i rifiuti. È un bambino molto strano che incute timore e suscita ribrezzo perché non ha alcun odore: nessun profumo di bimbo, fetore di pupù, niente. È tuttavia dotato di un grandissimo olfatto ed è incapace di provare sentimenti nei confronti degli altri o di se stesso. Per farla breve viene allevato in un orfanotrofio, nella bottega di un conciatore e poi riesce a farsi assumere dal grande profumiere italiano Baldini, che lo istruisce sul mestiere e gli dà il diploma di garzone, ma in cambio sfrutta il finissimo naso del ragazzo per creare ottime essenze a suo nome. Grenouille, acquisite le conoscenze che gli servono (egli, infatti, prima conosceva praticamente tutti gli odori in natura, ma non sapeva come estrarli dalle materie prime e riprodurli o conservarli), parte alla volta di Grasse, dove, è risaputo, si usano tecniche più complicate, per migliorare la sua preparazione, ma lungo la strada fa una lunghissima sosta in un posto privo di odori, poi passa da Montpellier dove un marchese gli fa creare un profumo che riproduca l’odore dell’essere umano e finalmente raggiunge la sua meta. A Grasse si fa assumere nella bottega di Madame Arnulfi, diventando secondo garzone (il primo era Druot). Dopo un po’ iniziano a susseguirsi strani omicidi: tutte ragazze bellissime, adolescenti e vergini che vengono ritrovate nude e coi capelli tagliati. Richis, secondo console e padre di una giovinetta con quelle caratteristiche, decide di portare via la figlia per farla sposare, consumare il matrimonio e quindi toglierla dalle grinfie del misterioso omicida. Ma la storia non andrà affatto come ce la aspettiamo.

L’idea di fondo di questo libro secondo me è geniale, e non faccio alcuno spoiler, avrete capito tutti (anche se molti di voi lo hanno già letto sicuramente, o hanno visto il film) chi è l’assassino e perché uccide le ragazze. Il problema è che la storia non si sviluppa bene, l’ho trovato proprio scritto male. Innanzitutto l’autore indugia troppo nelle parti meno importanti, ad esempio quella in cui Grenouille vive nella caverna senza odori per sette anni e racconta pagine e pagine di visioni, sogni e allucinazioni. Secondo me, metà di queste divagazioni oniriche poteva benissimo risparmiarsele. Al contrario, liquida con troppa velocità i punti cruciali, l’omicidio di alcune ragazze, le scoperte sconvolgenti sulla creazione di certi odori. A me viene in mente che Süskind non volesse rischiare di cadere nel ridicolo o che proprio non sapesse andare più in profondità. Poi di scritto male ci sono anche le frasi, spesso lunghissime e piene di congiunzioni e, così piene che poi deve riprendere il filo e ripetere da quale parte dovevamo andare avanti perché noi lettori ci siamo già confusi.
Lo stile probabilmente vuole richiamare quello pomposo dell’epoca in cui Il profumo è ambientato, ma a mio parere non ci riesce affatto, anzi risulta forzato e anacronistico. Ma, superata la fatica della lettura, la parte che secondo me è la peggiore è il finale. Io ovviamente non ve lo svelo, e qualsiasi cosa io possa lasciarmi scappare, vi assicuro che non ci arrivereste mai, per il semplice motivo che è letteralmente ridicolo. Immaginatemi mentre il Kindle mi dice che sono arrivata all’80% del romanzo, tutta confusa, che penso “Ommamma, che libro lento, ma dove vuole andare a parare?”, e poi improvvisamente scoppio a ridere quando arrivo alla fine. Appena ho finito di sbellicarmi, mi sono detta “Mah!?”. Quel finale è assolutamente disgustoso e con il resto del libro non c’entra niente. Ci sono altri libri disgustosi, e il fatto di suscitare nausea può essere lo scopo dell’autore e può fare di un romanzo un capolavoro, ad esempio La metamorfosi di Kafka, o La peste di Camus. Qui no, mi pare un disastro.

Pareri positivi o negativi, il libro è comunque famoso e fa parlare di sé, si fa ricordare. In questo Patrick Süskind ha colto nel segno. Il profumo per me è stato una perdita di tempo, anche se mi piace fare anche brutte esperienze. Non vi dico di non leggerlo, a voi potrebbe piacere. Spesso capita che siamo così presi dalla foga del libro che non ci accorgiamo di quante falle ci siano “nel sistema” (Faletti docet). Purtroppo io questa foga non l’ho avuta e quindi ho avuto tutto il tempo per capire cosa c’era che non andava. Il mio non è un semplice “non mi piace”, ho cercato di spiegare i motivi per cui a mio parere non è un bel libro. Sempre motivare le proprie opinioni, no? 😉 Anzi, se lo avete letto, sono ben felice di confrontarmi con voi!

Titolo: Il profumo
Autore: Patrick Süskind
Traduzione:
 Giovanna Agabio
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1985 (questa edizione 2012)
Pagine: 272
Prezzo: 9,90 €
Editore: Longanesi – Collana: La Gaja scienza

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota