La caduta delle consonanti intervocaliche | Cristovão Tezza | #BlogNotesMaggio

Le sottili stratificazioni della realtà che,
come delicate lastre di ghiaccio finissimo, celluloide striata,
riposano sotto l’apparenza sporca e trascurata delle cose
in attesa di un’intelligenza che le interpreti.

 

Arriviamo all’ultima settimana di questo #maggiodeilibri, il cui tema stavolta è “Lingua e identità”. Devo dire che nel mio percorso di studi mi sono dedicata molto alla lingua e al linguaggio, e mi sono appassionata a diverse discipline. A parte le lingue straniere ho studiato materie come linguistica e filologia, materie che non mi hanno solo permesso di sapere molte più cose sui linguaggi, ma che mi hanno proprio cambiato il modo di vedere le parole, gli enunciati e il nostro modo di esprimerci in generale. È come se di punto in bianco vi dessero degli occhiali speciali che vi facciano vedere la realtà con uno zoom molto più potente.
Il libro che ho pensato di leggere e di raccontarvi in questa settimana a qualcosa a che vedere proprio con la filologia, a partire dal titolo, che rappresenta un fenomeno linguistico importante, per arrivare al protagonista, che è un famoso filologo. Parliamo de La caduta delle consonanti intervocaliche (O professor, titolo originale) di Cristovão Tezza, pubblicato da Fazi nel 2016.

Tutto è cominciato quando il “dolor” ha preso a trasformarsi subdolamente in “door” e infine in “dor”: ecco fatto! Un’altra lingua.

La caduta delle consonanti intervocaliche è un fenomeno che accadde tra il X e l’X nel territorio dove sarebbe poi nato il Portogallo e rappresenta il punto in cui la lingua spagnola e quella portoghese si separano definitivamente. È una cosa che interessa moltissimo a Heliseu da Motta e Silva, grande professore di filologia brasiliano, che proprio da lì ha cominciato il suo lavoro. Casualmente è anche il motivo per cui ha conosciuto sua moglie.
La vicenda parte da quando, ormai, in pensione, Heliseu si appresta a ricevere un omaggio dall’Università e a preparare un discorso di ringraziamento, così inizia a fare un percorso a ritroso nella sua mente e a ripercorrere tutta la sua vita: gli anni Sessanta, l’incontro e il matrimonio con Mônica, il figlio Eduardo, un buon lavoro, un ottimo stipendio, la casa, la relazione con la dottoranda francese Therèse, le pubblicazioni, il ritiro a una vita più tranquilla. Sembra che abbia avuto tutto, una vita a cui non è mancato nulla.

Però tra un ricordo e l’altro si fanno strada dubbi, incertezze, piccoli dettagli che fanno capire a Heliseu e a noi che leggiamo i suoi pensieri che forse non è andato tutto liscio come l’olio. Il rapporto con i colleghi non è stato dei migliori, si accorge di aver spesso sentito su di sé il disprezzo, le dicerie sulla sua relazione con la dottoranda; la moglie è sempre stata distante, forse perché anche lui lo era nei suoi confronti, e poi è morta in modo tragico; il figlio se n’è andato lontano, negli Stati Uniti, si è sposato con Andrew e ha adottato una bambina afroamericana. L’unica figura che sembra essergli rimasta vicina è dona Diva, la donna che sbriga le faccende domestiche in casa sua.

Heliseu racconta la propria storia con battute ironiche e sorrisi, con un linguaggio apparentemente allegro e divertente, ma dietro cui si cela un’amarezza profonda, una specie di delusione per tutto ciò che ha e non ha avuto. La vita non consiste nel raggiungere traguardi (avere un lavoro, sposarsi, avere figli, riconoscimenti), bensì nel passare nel miglior modo possibile il tempo che abbiamo a disposizione, e il protagonista si accorge man mano che va avanti col suo racconto che molto gli è mancato e gli manca ancora, alla fine del suo percorso.
Quella di Heliseu da Motta e Silva diventa, quindi, una sorta di confessione, un modo di riconoscere i propri errori, di volersi quasi redimere – a un certo punto pensa di trasferirsi in California e avvicinarsi a quel figlio che ormai gli è estraneo e ha una sua vita. Ma se è vero che è una confessione, la sua vanità è troppo grande, quindi i suoi sbagli li giustifica, tenta sempre di fornire motivazioni valide per ciò che ha fatto. Si accorge di essere rimasto solo, è abbastanza intelligente da capirlo, ma la sua autostima e il suo amor proprio sono così forti da farlo apparire spocchioso e non fargli realizzare che in fondo la sua vita è tutta una sconfitta. «Sto bene», si fa forza alla fine.

Lo stile è particolare, in questo romanzo, considerando che il protagonista è un professore di filologia e studioso di letteratura. La narrazione è spesso inframmezzata da riflessioni linguistiche e citazioni letterarie inserite al punto giusto, e tutto questo, sommato all’intelligenza, alla cultura, all’arguzia e anche al narcisismo della voce narrante, fa sì che ne venga fuori un romanzo colto e ben fatto. Purtroppo devo dire che non mi ha conquistato, nel senso che non me ne sono innamorata, ma è un libro che sono contenta di aver letto e che ho comunque apprezzato.

La caduta delle consonanti intervocaliche è la storia di un uomo che racconta la propria vita illudendosi di aver avuto tutto, ma che sa che così non è. È un romanzo che forse in qualche punto può apparire ostico nella lettura, specialmente per chi non è un appassionato di certe discipline legate allo studio della lingua, ma è comunque godibile.
Buona lettura!

Titolo: La caduta delle consonanti intervocaliche
Autore: Cristovão Tezza
Traduttore: D. Petruccioli
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 237
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


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Un uomo solo | Christopher Isherwood | #BlogNotesMaggio

Sa di me? si domanda George; qualcuno di loro lo sa?
Probabile. Non gli interessa. Non vogliono sapere niente
dei miei sentimenti, o delle mie ghiandole,
o di qualunque altra cosa al di sotto del collo.
Fosse per loro potrei tranquillamente essere una testa recisa,
portata in aula a fargli lezione su un piatto.

 

Continuiamo questo #maggiodeilibri in collaborazione con #BlogNotesMaggio e passiamo alla quinta settimana, il cui tema è “Vogliamo leggere“, un tema su cui possiamo essere un po’ più liberi. Io ho scelto di parlarvi di un libro che volevo leggere da tanto tempo e che sono finalmente riuscita a prendere in mano qualche giorno fa. Nonostante fosse un libro breve ci ho messo diversi giorni a leggerlo, perché è così intenso e così denso che non sono riuscita a fare altrimenti, l’ho assaporato pagina per pagina, quasi parola per parola. E l’ho amato follemente, come amo tutti quei libri che trasudano malinconia, ma forse questo di più.
Anni fa mi era capitato di vedere il film A single man, più per Colin Firth, attore che ammiro tantissimo, che per la storia in sé, che non conoscevo; comunque mi piacque molto. Siccome sono spesso distratta, ho visto dopo un po’ di tempo nel catalogo Adelphi questo libro dalla copertina di un bel blu elegante e ho voluto comprarlo. Non sapendo assolutamente che fossero collegati – anche se leggendolo ho scoperto che il film ha dei dettagli diversi rispetto al romanzo. Me lo sono letto e quindi oggi ve ne parlo.

Un uomo solo è un romanzo di Christopher Isherwood del 1964, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2009, con una traduzione di Dario Villa. Quella raccontata è una giornata qualsiasi di George, un professore inglese che insegna in un college americano. George ha perso in un incidente il suo compagno, il suo grande amore Jim, con cui se ne sono andate via tutte le emozioni del protagonista. Ormai solo in una casa che era troppo piccola per due ma non riesce ad essere grande per un uno solo, George adempie ai suoi doveri, va a fare lezione, in palestra, a fare una visita in ospedale, a cena da un’amica che sente di dover vedere anche se non ne ha molta voglia. Ma c’è una sorta di apatia di fondo, è come se il professore fosse un guscio vuoto a cui è rimasta solo una patina di razionalità, che se ne va in giro da un posto all’altro.

Per cosa vive ormai George? Cos’è che gli dà gioia? Niente, sembra. Forse solo l’ora di lezione agli studenti gli dà l’impressione di essere ancora vivo, quella specie di timore reverenziale che i ragazzi provano nei suoi confronti, non tanto per l’ammirazione che possono avere per lui quanto per il rispetto della sua autorità. Ma quando il tempo è scaduto e la campanella suona l’incanto svanisce, torna a sentirsi un uomo solo in mezzo a gente che non lo capisce, che non sa che cosa lui abbia dentro.

«Vedi, Kenny, ci sono cose che non sai di sapere, finché qualcuno non te le chiede. (…) Qualcuno che ti faccia una domanda ci vuole,» continua George, intenzionalmente «prima che tu possa rispondergli. Ma è raro trovare qualcuno che faccia la domanda giusta. Sono tutti così poco attenti. (…) Essere abbottonato non è una scelta» dice tenendo gli occhi a terra e nel modo più neutro possibile. «Sai, Kenny, mi capita spesso di voler dire, o discutere qualcosa con assoluta franchezza. Non in classe, naturalmente, non funzionerebbe. C’è sempre qualcuno pronto a fraintendere».

Con uno stile elegante e raffinato, Isherwood lascia che Jim e il pensiero della morte siano presenti in ogni riga di ogni pagina, anche quando non vengono esplicitamente menzionati. Questo poi viene reso nel film – che dovrò rivedere – con l’inserimento nella trama di un elemento importante come la pistola. George, rimasto solo, considerato da tutti solo per la sua testa senza che a nessuno interessi ciò che avviene al di sotto di essa, sembra costantemente sul baratro, non ha un vero interesse per nulla, una ragione di vita. L’unica cosa che gli ricorda per un attimo di non essere già morto è una piccola luce rappresentata dall’incontro con un suo studente che si avvicina a lui. Poi il buio.

Terminata la lettura – a proposito: splendida e magistrale la narrazione quasi di tipo scientifico delle ultime due pagine – sembra che ci manchi qualcosa, ma ci restano tutti gli spunti di riflessione che Isherwood dissemina qua e là fra le pagine. Sono le riflessioni di George, ma in fondo sono quelle di ogni essere umano che per un motivo o per un altro abbia gli strumenti per scavare sotto la superficie e inevitabilmente si sente solo in un mondo che non s’impegna a capire chi lui sia.

Dal film “A single man”, 2009, regia di Tom Ford

Posso classificare Un uomo solo come uno dei libri più belli che abbia mai letto, e posso dire tranquillamente che secondo me è un libro perfetto, a cui, cioè, non manca nulla per essere meglio di com’è. Per questo motivo ne consiglio la lettura a tutti coloro che cercano un romanzo intenso e che lasci qualcosa dentro; poco indicato per chi, invece, cerca in un libro uno svago, una distrazione o qualcosa di allegro (qui ce n’è ben poco!).

Buona lettura!

Titolo: Un uomo solo
Autore: Christopher Isherwood
Traduttore: Dario Villa
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1964 (2009 questa edizione)
Pagine: 148
Prezzo: 16 €
Editore: Adelphi


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Carne mia | Roberto Alajmo | #BlogNotesMaggio

– Il problema è che è tuo fratello. Sangue tuo. Carne tua.
– Carne mia un cazzo, con rispetto parlando.

 

Sempre nell’ambito del #maggiodeilibri si sta per concludere la quarta settimana, quella dedicata a questo 2018, anno del patrimonio culturale europeo. Il caso vuole che sempre quest’anno la mia città, Palermo, sia capitale della cultura italiana, per cui l’idea era quella di parlare di un autore palermitano o di un libro ambientato qui (poi spesso le due cose coincidono, perché uno scrittore tante volte sceglie come luogo delle proprie storie quello che conosce meglio, in cui è nato). La mia scelta, quindi, è caduta su Roberto Alajmo, un autore che tutti lodano ma a cui non mi ero mai dedicata; questo era il momento perfetto. Non ho scelto la sua ultima pubblicazione, bensì una del 2016, una storia che si svolge per metà a Palermo e per metà a Murcia, in Spagna. Parliamo di Carne mia, edito da Sellerio.

Siamo negli anni Novanta, Calogero Montana ha una bancarella di frutta e verdura a Borgo Vecchio, un quartiere di Palermo molto particolare, perché pur essendo quasi incastonato nel centro della città, vicino alle vie dove trovi Gucci, Prada, e una borsa ti può costare anche seimila euro, è pieno di problemi e grosse difficoltà. Un giorno però Calogero sparisce all’improvviso, nessuno sa che fine abbia fatto, la moglie Mela e i figli Enzo (un grande piccolo) e Franco (il piccolo grande) non hanno nemmeno una tomba su andare a piangerlo. È una cosa che in questi luoghi accade spesso, quindi nessuno se ne stupisce, nonostante Montana non sembrava fosse coinvolto in chissà quali giri. Mela e Franco portano avanti l’attività, mentre Enzo è un perdigiorno, non si occupa di nulla e, anzi, un giorno si porta a casa Ivana, che presenta come la sua ragazza. Ivana dorme lì il primo giorno, il secondo, il terzo e dopo un mese è ancora là. Nascono malumori in famiglia, allora Enzo sbotta e comunica che lei è incinta e devono andare a vivere altrove, pretende soldi, alcuni li ruba alla madre insieme alla ragazza, e se ne vanno. Fanno un pesante uso di droghe, diventano maneschi e nel frattempo nasce il bambino, chiamato Calò in onore del nonno, ma non è facile farlo vivere in un tale clima.

Enzo e Ivana non si occupano del piccolo, lui arriva a far male a Mela. Franco scopre sulle braccia di Calò dei lividi e non è una cosa che riesce più a tollerare, così, su consiglio del signor Pino, che ha una macelleria nel quartiere (ma è il piccolo boss della zona), “rompe le corna” al fratello e alla cognata. A quel punto bisogna fare qualcosa, e decide di partire con Mela per la Spagna, dove c’è un conoscente che tanti anni prima ha trovato fortuna e adesso ha un’attività di frutta e verdura ben avviata. Lì inizieranno una nuova vita, ma lo spettro del passato è sempre in agguato.

Devo dire che Alajmo, che non conoscevo, mi ha colpito positivamente. La storia risulta immediatamente molto molto forte. Si parla di una famiglia che viene spezzata praticamente subito e nella quale continua a crescere per anni qualcosa di negativo. È una vicenda tipicamente del Sud, come meridionali nessuno dei personaggi si stupisce alla scomparsa di Calogero, tutti sanno che cosa è successo, tutti sanno sempre tutto. I Montana sembrano brave persone, gente semplice che vive con poco inserita in un contesto di regole fatte da altri, in cui un macellaio si mette fuori dalla sua attività a “dare consigli” a chi va a chiedergli o gli sottopone i suoi “problemi”. Franco, soprattutto, è un bravo ragazzo che a un certo punto si rende conto che bisogna estirpare l’erba cattiva perché il resto cresca sano, e compie un gesto ingiustificabile ma lucido secondo una certa mentalità. La molla scatta quando viene fatto del male al bambino, perché non ha alcuna colpa e i bambini non si toccano.

Anni Novanta, Sicilia, Palermo, Borgo Vecchio. Una enclave all’interno della zona più prestigiosa della città. Duecento metri separano Napoleon, negozio di scarpe extralusso, da una sacca di sottosviluppo che si muove su ritmi e regole diversi, tutti propri. Un paesello ritagliato in pieno centro urbano, che resiste alle infiltrazioni della modernità, rinunciando ai benefici dell’integrazione in cambio dell’indipendenza morale e amministrativa.

Da quello che ho letto in giro, Alajmo si è ispirato a un fatto di cronaca letto sul giornale qualche tempo prima. Racconta le vicende di Franco, Enzo, Mela e gli altri in maniera molto semplice, senza perdere mai il filo, senza infarcirla di digressioni, ma restando sempre concentrato sui personaggi e seguendoli di continuo. Il ritmo della narrazione, infatti, è molto rapido, si resta incollati al libro e lo si legge in pochissimo tempo.
Quella che l’autore tratteggia nella prima parte è una parte della città che sembra essere rimasta indietro rispetto al resto. Siamo negli anni Novanta ma è quasi come se il tempo si fosse fermato molto prima in questo quartiere, e la stessa cosa accade quando i personaggi si trasferiscono a Murcia: non trovano la grande Spagna caotica, frenetica, rumorosa, ma sembra quasi che vadano a finire in un paesino tranquillo dove i loro luoghi di riferimento sono il bar vicino casa o la parruccheria dietro l’angolo. Però è un posto normale, Franco ha un lavoro stabile, incontra una brava ragazza, Calò cresce senza conoscere la delinquenza, Mela ritrova la serenità. Anche se portano sempre nel cuore la loro identità.

Certi clienti acquisiti più di recente nemmeno saprebbero delle sue origini, se non ci fosse un leggero accento straniero e quel soprannome che gli hanno appioppato, di cui farebbe volentieri a meno: Sicilia. Nemmeno Siciliano: Sicilia. Non quindi l’abitante di un’isola, ma l’isola stessa, nella sua interezza. Lui è la terra da cui proviene, e deve rassegnarsi perché i soprannomi sono come la carta moschicida: più cerchi di staccarteli di dosso, più ti restano appiccicati.

Lo stile che usa Alajmo è molto particolare e risulta gradevole. Innanzitutto la storia comincia dalla fine, quando Calò ormai quindicenne cammina per una strada di campagna con un ragazzino più piccolo, Kevin, che è il figlio di Franco e della moglie Helena, ungherese. E poi mi è piaciuto molto l’inserimento di alcuni brevissimi capitoli che ricordano le scene veloci di un film, costituiti da brevi frasi i cui soggetti sono i nostri personaggi e che sono dei chiari sunti veloci di quello che succede negli anni e su cui l’autore non vuole soffermarsi più di tanto: Calò che impara a gattonare. Franco che s’iscrive a un corso serale di spagnolo. Mela che si rifiuta di iscriversi al corso serale di spagnolo.

Insomma, io ve lo consiglio. Buona lettura!

Titolo: Carne mia
Autore: Roberto Alajmo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 296
Prezzo:  16 €
Editore: Sellerio


Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, dal 2013 dirige il Teatro Biondo di Palermo. Tra i suoi libri: Notizia del disastro (2001), Cuore di madre (2003), Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo (2004), È stato il figlio (2005), da cui è stato tratto nel 2012 l’omonimo film diretto da Daniele Ciprì, Palermo è una cipolla (2005), L’arte di annacarsi (2010), Carne mia (2016), L’estate del ’78 (2018).


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Troppo amore | Almudena Grandes | #BlogNotesMaggio

Era troppo amore e non sapevamo gestirlo,
potevamo solo sorbirne il veleno fino all’ultima goccia.

 

Anni fa nel mio percorso di studi, oltre ai normali corsi di letteratura spagnola, mi sono trovata a seguire un seminario sul romanzo spagnolo contemporaneo. Come esame finale era prevista la scelta di un autore e la discussione critica di un suo romanzo inserito all’interno del suo genere particolare. Io scelsi un giallo di Manuel Vásquez Montalbán con protagonista Pepe Carvalho, ma misi da parte vari nomi di autori che avevo deciso di affrontare più avanti. Una di questi è Almudena Grandes, il cui momento è arrivato proprio adesso all’interno di #BlogNotesMaggio e del #maggiodeilibri. Il tema di questa settimana è quello degli anniversari e qualche tempo fa, cercando qualcosa di carino da proporre ai lettori, mi sono fatta una bella ricerca su quali autori fossero nati nello specifico nella settimana tra il 7 e il 13 maggio. E chi ti viene fuori proprio oggi 7 maggio? Almudena Grandes (Madrid, 1960). Il romanzo che ho letto è Troppo amore e risale al 2004; io ho letto la traduzione di I. Carmignani pubblicata nel 2011 da Guanda.

Si tratta di una storia molto particolare che s’inserisce nella letteratura erotica dato che non parla solo d’amore ma anche di sessualità. Inizia tutto quando a Maria José arriva una telefonata; non sentiva Jaime da moltissimo tempo, e ora lui è lì, dall’altra parte della cornetta, che le chiede se ha letto che Marcos è morto. Da qui parte il racconto di quando José (si fa chiamare così) aveva conosciuto i due ragazzi, nel lontano 1984, e aveva trascorso con loro un periodo bellissimo della propria vita. Erano così diversi, Marcos bellissimo e timido (il più talentuoso dei tre, che infatti raggiungerà il successo), Jaime meno bello ma più spigliato e travolgente. Avevano frequentato insieme l’accademia d’arte e poi si erano scoperti innamorati, tutti e tre, creando un triangolo amoroso che non sarebbe potuto esistere se fosse venuto a mancare uno di loro. Avevano sfidato la morale comune, le convenzioni sociali e vissuto quell’amore che era troppo per due persone e quindi si era esteso a tre. Ma il tre è un numero dispari e quindi qualcosa è destinato a perdersi.

Era troppo amore. Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso, e azzardato e fecondo e doloroso. Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convenisse. Per questo s’infranse. Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente s’infranse, crollò come una torre troppo alta, come una scommessa troppo alta, come un’aspettativa troppo ambiziosa.

Troppo amore è un romanzo che parla di tre ragazzi all’inizio del loro percorso di crescita. José, Marcos e Jaime scoprono insieme l’arte, l’amore, la sperimentazione, ma soprattutto la libertà di essere ciò che vogliono. S’influenzano l’uno con l’altro, si sostengono, si aiutano. Anche se il triangolo non è mai una figura perfetta, prima o poi tende a sbilanciarsi. Quindi, se il tre è un numero perfetto, nel libro della Grandes, finisce per diventare imperfetto e far crollare tutto.
L’autrice racconta questa storia senza mai diventare volgare, perché si concentra molto sullo stupore delle scoperte che i protagonisti fanno, sulla loro giovinezza. Almudena Grandes segue le varie tappe dell’amore dei tre ragazzi senza mai prendere altre strade o infarcire la narrazione di racconti paralleli o digressioni che potrebbero distogliere l’attenzione.

Ho trovato questo libro parecchio intenso e interessante. Mi sono lasciata trasportare anch’io dalle parole di José (è lei che narra in prima persona) e ho seguito prima con entusiasmo e poi con delusione la nascita, la crescita e infine la morte di un sentimento che in altri contesti potremmo considerare in modo negativo. E invece, qui, la Grandes ce lo propone come qualcosa di pulito e lontano da giudizi. Sta in questo la bravura di un autore, no?

Titolo: Troppo amore
Autore: Almudena Grandes
Traduttore: I. Carmignani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 166
Prezzo: 10 €
Editore: Guanda


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Le assaggiatrici | Rosella Postorino | #BlogNotesMaggio

Fra le pareti bianche della mensa,
quel giorno diventai un’assaggiatrice di Hitler.
Era l’autunno del ’43, avevo ventisei anni,
cinquanta ore di viaggio, settecento chilometri addosso.

 

Il tema di questa seconda settimana del #maggiodeilibri in collaborazione con #BlogNotesMaggio è #LettureLibertà. Ho riflettuto molto sul libro di cui parlare, perché comunque preferisco sempre parlarvi di un libro nello specifico piuttosto che trattare un argomento in maniera troppo libera e dispersiva. Alla fine ho fatto cadere la mia scelta su un romanzo uscito qualche mese fa e che ha riscosso un buon successo. Si tratta di una storia ambientata in un periodo in cui di libertà ce n’era ben poca; siamo nella Germania della Seconda Guerra Mondiale e la nostra protagonista è una donna molto vicina a Hitler, una che pur essendo berlinese e non ebrea si è trovata in trappola, a rischiare quotidianamente la vita: un’assaggiatrice.

Ne Le assaggiatrici di Rosella Postorino, uscito a gennaio per Feltrinelli, viene raccontata la storia di alcune donne che sono costrette tutti i giorni ad assaggiare i pasti destinati al Führer per evitare che venga avvelenato. Rosa Sauer è una ragazza che nell’autunno del ’43 è fuggita da Berlino e dai bombardamenti, e si è rifugiata a Gross-Partsch a casa dei suoceri, i genitori del marito Gregor che nel frattempo è dovuto andare a combattere. Rosa si trova a compiere la sua missione insieme ad altre donne, tutte molto diverse tra loro ma con lo stesso timore che ogni pasto per loro sarà l’ultimo. Ci sono le Invasate, che amano follemente Hitler e sono quasi orgogliose del ruolo che ricoprono, e quelle che invece capiscono la situazione e pensano chi ai figli, chi alla famiglia lasciata alle spalle, chi a salvarsi la pelle perché è un’ebrea che si spaccia per ariana, e chi al marito che è stato dato per disperso e chissà se tornerà (è proprio il caso di Gregor). Controllate continuamente dalle guardie – soprattutto il tenente Ziegler che intreccerà una relazione con Rosa – queste ragazze condivideranno molto più che un compito pericolosissimo.

Questo era l’amore, una bocca che non morde. O la possibilità di azzannare a tradimento, come un cane che si ribella al padrone.

Sono sempre molto attratta dai libri che trattano temi relativi alla Seconda Guerra Mondiale, quindi era inevitabile che prima o poi finissi a leggere questo. La particolarità di questo romanzo è che la figura di Hitler, pur essendo importante e storicamente centrale, viene un po’ messa da parte facendo sì che i riflettori restino puntati su chi rischia la vita per lui. In primo piano c’è Rosa, con la sua paura di non rivedere mai più Gregor e la scoperta del sentimento per Albert Ziegler; c’è Elfriede, che combatte una battaglia segreta e solitaria quasi nella tana del lupo; c’è Leni, giovane e ingenua, che crede di innamorarsi di un soldato e invece ne esce a pezzi. Ma soprattutto c’è la consapevolezza di non poter sfuggire a questa realtà: nessuna di loro può ritrovare la libertà, a meno che la guerra non finisca. Tutti sembrano coscienti che Hitler perderà, ma non possono sottrarsi ai loro compiti. Quando Rosa un giorno non si presenta, arrivano le guardie a casa per prelevarla e portarla ad assaggiare.

Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.

L’atmosfera che si respira nel romanzo è di oppressione, c’è una sensazione di claustrofobia che è difficile da superare per il lettore. Nonostante la paura, il dolore, l’assenza di libertà, però, emergono sentimenti, si creano legami di amicizia, di amore, di solidarietà che danno luce alla situazione in cui si muovono i personaggi. Situazione che rappresenta solo un piccolo tassello di qualcosa di enormemente più grande e spaventoso. Ma certe grandi storie, per essere comprese appieno, devono essere quasi vivisezionate e raccontate approfondendo ogni loro aspetto. Credo sia il modo migliore per vederne il marcio.

La Postorino, nelle note finali, dichiara di essersi imbattuta nel 2014 nella storia di Margot Wölk, l’ultima assaggiatrice di Hitler ancora in vita. L’autrice si appassiona alla figura di questa donna che non aveva mai parlato della sua esperienza, ma che a novantasei anni aveva deciso di tirar fuori tutto e raccontare al mondo qual era stato il suo ruolo in quella vicenda. La Postorino si documenta, indaga, qualche mese dopo riesce ad avere il suo indirizzo di Berlino, ma arriva troppo tardi perché è morta da poco. A quel punto si chiede perché Margot l’abbia colpita così tanto, immagina cosa avrebbe fatto lei (Rosella) al suo posto e lo fa raccontare a Rosa. E direi che ci riesce proprio bene perché Le assaggiatrici si fa leggere con grande trasporto.

Buona lettura!

Titolo: Le assaggiatrici
Autore: Rosella Postorino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 gennaio 2018
Pagine: 285
Prezzo:  17 €
Editore: Feltrinelli


Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978) è cresciuta in provincia di Imperia, vive e lavora a Roma. Ha esordito con il racconto In una capsula, incluso nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere(Einaudi Stile Libero, 2004). Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007; Feltrinelli, 2018; Premio Rapallo Carige Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero, 2009; Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis) e Il corpo docile (Einaudi Stile Libero, 2013; Premio Penne), la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (in Working for Paradise, Bompiani, 2009), Il mare in salita (Laterza, 2011) e Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018). È fra gli autori di Undici per la Liguria (Einaudi, 2015).


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Spifferi | Letizia Muratori | #BlogNotesMaggio

Anche quest’anno torna il Maggio dei Libri, un mese (dal 23 aprile al 31 maggio) interamente dedicato alla promozione della lettura in cui si vanno a inserire tantissime iniziative da parte di biblioteche, librerie, blog, scuole e chi più ne ha più ne metta. Io partecipo per la prima volta con questo blog e il motto dell’edizione 2018 è “Vogliamo leggere“. Vi proporrò un post diverso a settimana, sempre dedicato al Maggio dei Libri. Tutti i post relativi al gruppo di blogger di cui faccio parte in questa avventura li trovate con gli hashtag #maggiodeilibri e #BlogNotesMaggio, dato che siamo nella squadra di Laura de Il tè tostato che qualcuno di voi conoscerà anche per quanto riguarda #BlogNotes (infatti troverete tutto su questo blog).
Oggi, nella settimana in cui ricorre la giornata mondiale UNESCO del libro e del diritto d’autore (ieri, 23 aprile) vi voglio presentare un libro molto bello che mi è capitato di leggere negli ultimi giorni.

Fino a qualche anno fa non leggevo racconti, poi ho deciso che era ora di cominciare e ho iniziato ad auto-educarmi a questa forma di letteratura più breve e a volte complessa, provando a conoscere prima gli autori maggiori e poi sperimentando anche quelli contemporanei. Ho scoperto moltissime cose belle e adesso non provo più quella difficoltà che avevo prima a staccarmi da una storia appena finita e cominciarne subito un’altra. Qualche giorno fa, quindi, ho letto in anteprima una raccolta che uscirà per La Nave di Teseo il 26 aprile, Spifferi di Letizia Muratori, e ho scoperto sei storie che mi hanno folgorata.

Ci sono vari tipi di racconti: quelli in cui l’autore ti dà poche informazioni e tu devi capire dai non detti tutto il resto, quelli in cui si narrano episodi più o meno verosimili, e tanti altri. Ma quelli che preferisco sono i racconti con il colpo di scena finale, quelli in cui ti viene raccontata una storia e alla fine tutte le tue certezze si ribaltano. Sono così quelli della Muratori, ed è per questo che mi hanno colpito così tanto: per il loro twist ending.
Sono storie che si svolgono in vari luoghi, a Roma, in America, in Toscana, e che hanno i protagonisti più disparati. C’è un molestatore telefonico che s’insinua nella quotidianità della famiglia di un dottore che lo aveva aiutato molti anni prima, c’è una coppia gay che ha a che fare con una madre surrogata che porta in grembo il bambino che i due adotteranno, ci sono stranieri che si trovano a vivere in Italia col rischio di essere dimenticati, o ancora un’antica villa in Toscana in cui, si dice, si aggiri lo spettro di un cane.

Nei racconti di Letizia Muratori c’è del mistero, ma non è sempre il punto di partenza. A volte l’autrice comincia a descrivere situazioni normali, verosimili, in cui poi s’insinua l’elemento disturbante che fa vacillare la sicurezza che il lettore ha acquisito fino a quel punto; altre volte è proprio l’opposto, si parte da qualcosa di apparentemente assurdo per arrivare a una spiegazione in fin dei conti normale. Dunque, mistero e realtà si confondono nel momento in cui da una finestra rimasta socchiusa entra uno spiffero d’irrealtà rappresentato da una medium, dal fantasma di una donna, o magari da quello di un bracco.

La Muratori, con uno stile fluido e a tratti ironico, ci racconta storie che ci lasciano col fiato sospeso fino all’ultima parola e che è davvero un piacere leggere. I suoi racconti sono abbastanza brevi e l’unico rischio che si corre è quello di divorarli troppo rapidamente.

Buona lettura!

Titolo: Spifferi
Autore: Letizia Muratori
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 26 aprile 2018
Pagine: 112
Prezzo:  17 €
Editore: La Nave di Teseo


Letizia Muratori è nata a Roma, dove vive e lavora. Nel 1995 si è laureata in Storia del teatro. Nel giugno del 2004 esordisce con il racconto Saro e Sara. Nel 2005 pubblica il suo primo romanzo, Tu non c’entri. Collabora con vari giornali e riviste. Ha pubblicato: La vita in comune (2007), La casa madre (2008), Il giorno dell’indipendenza (2009), Sole senza nessuno (2010), Come se niente fosse (2012) e Animali domestici (2016).


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