In breve: “Perdersi” di Charles D’Ambrosio

In un certo senso abbiamo davvero una storia
solo nel momento in cui è condivisa,

e di fatto troppa unicità conduce dall’individualità all’anonimato,
all’enorme mare dei dimenticati.

 

Perdersi è un libro che volevo acquistare fin da quando è uscito e non vi nascondo che la sua grande parte l’aveva fatta la copertina, che secondo me è bellissima. Poi ho saputo che Charles D’Ambrosio, nel suo tour italiano, sarebbe venuto proprio qui a Palermo alla libreria Modusvivendi a presentarlo e quindi ho colto la palla al balzo: l’ho comprato e divorato perché volevo farcela in tempo per l’incontro.
Si tratta di una raccolta di saggi che però hanno qualcosa anche del racconto, sono testi che secondo me stanno a metà tra questi due generi. D’Ambrosio scrive di vari argomenti e lo fa senza la rigidità tipica del saggio: ha uno stile fluido, leggero, molto personale, che ti fa venire in mente che quel testo sia un dialogo tra l’autore e te che stai leggendo. Non si preoccupa di essere accademico o di mantenere un certo tipo di linguaggio, vuole raccontarti la realtà per come la vede lui, vuole farti sapere quello che lui stesso ha visto, sentito e provato. E a questo proposito – è emerso anche durante l’incontro in libreria – ciò che emerge è anche l’importanza dei suoni: descrive ciò che sente per darci la possibilità di entrare completamente nella storia, per permetterci di ricreare nella nostra mente quella determinata situazione in cui lui si è trovato precedentemente. Ma non solo suoni; anche odori, cose viste, toccate. L’importanza dei dettagli in generale. Details matter, ha detto. L’importante è parlare di cose verosimili e dare al lettore l’idea giusta, mettersi nei panni di chi sta leggendo per capire se quel pezzo suona bene, perché in caso contrario bisogna tagliare e rielaborare.

Scoprii in fretta che la miglior fonte di consigli senza la morale era la buona letteratura. Capii subito che certe storie osservavano le vite umane in maniera diretta e coraggiosa, senza criticarle o condannarle.

D’Ambrosio, durante l’incontro, ha parlato in generale della sua produzione e degli altri racconti pubblicati da minimum fax, nello specifico Il museo dei pesci morti, che mi procurerò quanto prima. Ma per quanto riguarda i saggi, raccolti in Perdersi, ha detto che è un genere perfetto per esprimere più idee, anche se in contraddizione fra loro, dal momento che non dovendo seguire una trama, una storia, puoi esporre più punti di vista su una stessa questione.
Fra questi saggi, quello che mi ha emozionato di più è stato Salinger e Singhiozzi, il primo della terza parte, in cui tra le altre cose parla de Il giovane Holden, dell’accostamento fra questo romanzo e il tema del suicidio (che poi lo collega a questioni familiari) e della perdita di identità più in generale. Forse devo questa preferenza al mio amore spassionato per questo libro, che ho già letto tre volte a tre età diverse provando sempre sensazioni nuove, motivo per cui tre non mi basteranno, ci saranno nuove riletture.

In generale, Charles D’Ambrosio ha uno stile che coinvolge chiunque stia leggendo perché è come se portasse sul piano personale ogni argomento di cui parla. Dentro ogni saggio, prima di tutto il resto, c’è lui, c’è la sua esperienza, ci sono i suoi ricordi.
Da centellinare. Buona lettura!

Io mentre D’Ambrosio mi firma la dedica (foto di Fabrizio Piazza della Modusvivendi)

Titolo: Perdersi
Autore: Charles D’Ambrosio
Traduttore: Martina Testa
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2014 (2016 con questo editore)
Pagine: 312
Prezzo: 18 €
Editore: minimum fax

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena

“Senza pelle” di Nell Zink

Gli uccelli sono più coraggiosi degli altri animali,
perché hanno un asso nella manica: il volo.

 

IMG_20160706_174040Tiffany e Stephen sono due americani che poco dopo essersi incontrati decidono di sposarsi, perché credono di aver trovato la persona giusta con cui passare la vita, quella da non lasciarsi scappare. In realtà si conoscono davvero poco, a parte qualcosa di generico. Dopo il matrimonio si trasferiscono a Berna e poi a Berlino; in Europa la vita di Tiffany cambia radicalmente soprattutto dopo un incidente d’auto: era incinta e adesso ha perso il bambino. A Berlino Stephen e Tiffany si trovano catapultati in un mondo nuovo, è una città cosmopolita che permette specialmente alla donna di cambiare pelle ed esprimersi in tutta libertà. Così, tra relazioni extraconiugali e nuove conoscenze, Tiffany cerca di uscire dalla sua pigrizia, dalla svogliatezza innata che l’ha sempre contraddistinta (trova un lavoro, ma non dura molto perché in realtà non le va a genio) per trovare il suo scopo nella vita, qualcosa che le dia soddisfazione, mentre il marito si dedica completamente ai suoi interessi: il birdwatching, la musica e l’attivismo politico per le cause ambientali.

Sicuramente i protagonisti si sono sposati troppo presto e per supplire alla mancanza di confidenza entrambi si tuffano in relazioni con altre persone, ma in tutta tranquillità, alla luce del sole. Tiffany scopre che Stephen è un egoista, un maniaco del controllo, un uomo che in molte cose vuole avere potere decisionale e che la disgusta, e lei è convinta che essere una buona moglie significhi compiacerlo. Sembra che il bambino che portava in grembo facesse da collante tra questo marito e questa moglie, ma adesso che lo hanno perso i due seguono percorsi separati. Tiffany trova la sua dimensione quando conosce Elvis, un ragazzo che la fa sentire donna e che (almeno così dice) è davvero innamorato di lei; ma anche lui è abbastanza stravagante e pieno di problemi.

Stephen è appassionato di birdwatching, questo Tiff lo sa da sempre, e in tutto il libro di uccelli si parla moltissimo. Nello specifico c’è un continuo paragone tra questi animali e gli esseri umani, un paragone che a volte è sottinteso ma che più spesso viene esplicitato:

Gli uccelli erano la sfera intima di Stephen. Con loro non doveva essere fico o spassoso e nemmeno allettante. «Riprodursi e nutrirsi», così Stephen definiva la loro vita, facendoli somigliare più a dei mangioni erotomani (cioè a degli esseri umani) che alle orgiastiche e leggiadre creature stagionali che erano in realtà.

E sono proprio gli uccelli che insegnano a Tiff il giusto modo di vivere, da loro apprende il concetto di libertà, si crea un suo personale concetto di amore:

Io li vedevo in un altro modo, gli uccelli. Pensavo piuttosto a due anatre, tra le quali vige la fedeltà di coppia. Cosa avrebbero fatto se i cacciatori le avessero intrappolate? Li avrebbero affrontati tenendosi per mano? Ma nemmeno per sogno. Si sarebbero separate, ognuna in una direzione diversa. L’anatra colpita avrebbe usato le ultime forze per guardare il compagno di una vita e quello avrebbe scosso il capo come per dire: «Stai zitta, per favore. Non fare la spia solo perché stai morendo». E l’amore avrebbe trionfato.

In Senza pelle, romanzo di Nell Zink del 2014 pubblicato da minimum fax in Italia ad aprile 2016, non c’è, però, solo la storia di una coppia e del paragone tra umani e uccelli. C’è molto di più. Ci si accorge, leggendolo, che non è un romanzo convenzionale e soprattutto che non è semplice. Si possono rintracciare aspre critiche al mondo umano e al nostro rapporto con l’ambiente, si parla tanto di attivismo politico e di problemi ambientali, cose, insomma, molto attuali e che ci riguardano. Ma la cosa positiva del libro, il suo punto di forza, è che questi argomenti che hanno maggior spessore non hanno il sopravvento su quelli più leggeri (amore, uccelli, considerazioni sulla vita), e quindi la storia non risulta pesante, si evita di cadere nel romanzo prettamente politico ma evitando la banalità. Un mix perfetto, quindi.
Nonostante questi temi importanti, la scrittura di Nell Zink, grazie anche alla traduttrice Anna Mioni, è fluida, il libro si legge molto rapidamente e poi la storia coinvolge tanto, ci vuole un attimo ad immedesimarsi completamente nel personaggio di Tiffany. Devo dire che Senza pelle non l’ho comprato tanto per la trama, ma perché trovo che abbia una copertina bellissima (ultimamente non so che cosa mi stia succedendo, compro libri perché mi piace la copertina, mai successo!). E voi?

Titolo: Senza pelle
Autore: Nell Zink
Traduzione:
 Anna Mioni
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014 (2016 questa edizione)
Prezzo: 16 €
Editore: minimum fax
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“La sorella cattiva” di Véronique Ovaldé

11062714_10207815306212007_7374617527551854362_oLa sorella cattiva di Véronique Ovaldé è un altro libro che l’hanno scorso ha riscosso un grandissimo successo e a cui, quindi, io sono arrivata quando è scemata l’euforia collettiva. In realtà, di norma, non sono una persona che va troppo dietro alle ultime uscite o che si lascia trascinare troppo dall’entusiasmo altrui, quindi quando un libro m’intriga mi appunto il titolo sul mio taccuino/wishlist consapevole che sarà questione di tempo prima che quel libro mi trovi. E infatti si è presentata l’occasione: la Ovaldé mi ha trovata e io me la sono letta.

Maria Cristina Väätonen quando aveva diciassette anni approfittò di una borsa di studio per lasciare il suo paesino sperduto tra i boschi del Canada e trasferirsi negli Stati Uniti, scappando da una casa rosa culo dove abitava con una madre bigotta, un padre cronicamente infelice (leggi depresso) e una sorella rimasta all’età mentale di quattordici anni. Oggi Maria Cristina vive a Santa Monica ed è diventata una scrittrice, dopo aver lavorato come assistente del famoso scrittore Rafael Claramunt (con cui ha avuto una storia) e aver lanciato il suo primo romanzo che parla di ciò che ha vissuto in Canada. È lei la sorella cattiva, in quanto è responsabile dello stato mentale della sorella Meena: quando erano adolescenti, M. C. (come la chiama oggi la sua amica Joanne) si è fatta accompagnare da Meena a guardare dei serpenti, ma quella si è spaventata così tanto che è corsa via e ha avuto un incidente che l’ha costretta a rimanere per sempre, dentro di sé, una ragazzina. Un giorno, dopo anni, la madre le chiede di tornare per occuparsi del figlio di Meena e, nonostante in un primo momento lei voglia rifiutare, alla fine accetta e si reca al suo paese natale. Maria Cristina tornerà a fare i conti con una realtà che aveva abbandonato e una vita che le stava troppo stretta, e dovrà tenere a bada i sensi di colpa che hanno fatto di lei una sorella cattiva.

Il libro è una sorta di biografia di Maria Cristina, l’autrice parla di lei come se stesse scrivendo una sorta di documentario. Ci narra di come è arrivata negli Stati Uniti, di ciò che ha dovuto patire a casa sua per colpa di una madre per la quale anche depilarsi le gambe significava inneggiare al diavolo, e di come ha iniziato a conoscere il mondo grazie ad un mentore/seduttore di diversi anni più grande di lei. Ma nessuno può entrare nell’intimo di un personaggio più del personaggio stesso, quindi, essendo una biografia e non un’autobiografia, non riusciamo a svelare i misteri del suo animo, ci fermiamo fino ad un certo punto. Che non è la superficie, perché comunque la Ovaldé scava abbastanza in profondità, ma non fino in fondo.

La storia non viene raccontata in maniera continua dall’inizio alla fine, ma ci troviamo di fronte a spezzoni che non sempre sono messi in ordine cronologico. Ma ciò che forse conta davvero non sono le vicende raccontate nei capitoli, ma quanto non viene detto, quanto sta negli spazi vuoti tra un evento e l’altro. Il fatto che Maria Cristina abbia dentro di sé questo terribile senso di colpa per ciò che ha provocato alla sorella non viene ribadito continuamente, ma l’autrice ce lo fa percepire in ogni momento, ci fa capire che ovunque la protagonista si trovi e qualsiasi cosa stia facendo si comporta come una persona segnata da qualcosa di terribile che le è accaduto molto tempo prima. Quando conosce Claramunt e lui la seduce, quando va a vivere con la stravagante Joanne, quando scrive il suo primo romanzo (soprattutto!), Maria Cristina appare come una persona che avanza con il freno inserito, un piccolo freno che probabilmente lei mette per evitare di creare altri problemi.

Se in un primo momento La sorella cattiva non mi ha entusiasmato, devo dire che piano piano sono riuscita ad entrare nel meccanismo della narrazione di Véronique Ovaldé. Mi sono resa conto che dietro tutti gli eventi, dietro tutti i personaggi che incrociano il suo cammino, c’è sempre la piccola Maria Cristina. Nonostante sia cresciuta e abbia conosciuto il mondo – come mai avrebbe potuto dal suo paesino canadese – forse anche lei è rimasta all’età che aveva quando Meena ebbe l’incidente: adesso è una donna, ma anche quando si mostra forte e dura, si percepisce sempre quella fragilità e quello spaesamento di una ragazzina che lascia la sua casa rosa culo per affrontare il resto del mondo.

Buona lettura!

Titolo: La sorella cattiva
Autore: Véronique Ovaldé
Traduzione:
 Lorenza Pieri
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 265
Prezzo: 15 €
Editore: minimum fax – Leggi un assaggio del libro

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


Véronique Ovaldé (1972) è autrice di romanzi tradotti in tutto il mondo, tra cui Stanare l’animale, E il mio cuore trasparente e Gli uomini in generale mi piacciono molto, pubblicati in Italia da minimum fax, e Quello che so di Vera Candida e Vivere come gli uccelli, usciti per Ponte alle Grazie.

 

In breve: “Holden, Lolita, Živago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999)” di Fabio Stassi

IMG_20151102_185726Mi sono ritrovata a leggere questo libro perché m’incuriosiva e poi perché avevo bisogno di qualche piccolo stacco da un romanzo molto bello ma impegnativo. Mi aspettavo di trovarci dentro chissà cosa e invece, purtroppo, me lo sono portato dietro per giorni perché volevo finirlo a tutti i costi, anche se vi confesso che qualche pezzo l’ho saltato. E si poteva benissimo saltare perché, come riporta il sottotitolo, Holden, Lolita, Živago e gli altri, scritto da Fabio Stassi ed edito da minimum fax nel 2010, è una piccola enciclopedia dei personaggi letterari (di libri pubblicati tra il ’46 e il ’99) che più hanno colpito l’autore.

Ogni personaggio occupa una o due paginette e parla di sé in prima persona, racconta la propria storia direttamente al lettore. Stassi si immedesima in quel particolare personaggio – che non sempre è il protagonista del romanzo a cui appartiene – e ci fa un piccolo riassunto del suo vissuto, di quello che gli è successo, di chi ha amato, di chi ha perso o di ciò che nella sua esistenza ha cercato e magari non è riuscito a trovare. Holden, Lolita e Živago sono solo tre dei tantissimi “narratori” di questo libro, ma troviamo anche Giuseppe Vella (Il consiglio d’Egitto di Sciascia), Clara (La casa degli spiriti della Allende), Don Fabrizio principe di Salina (Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) o Santiago (Il vecchio e il mare di Hemingway). Tutte queste mini-autobiografie possono essere un grande aiuto per chi ha bisogno di qualche suggerimento di lettura: ci si può appassionare alla microstoria di un personaggio e decidere in seguito di leggerne la versione estesa, ovvero il libro di cui esso fa parte. Questo, secondo me, è il senso del libro, perché altrimenti non capisco dove voglia andare a parare. Interessante, per carità, ma sicuramente non appassionante, anche perché non c’è una trama e dopo le prime autobiografie ci si stanca molto facilmente. Io, infatti, come ho già detto, qualche pezzo l’ho saltato, ma voglio comunque lasciarvi un assaggino proprio dal punto in cui parla un personaggio del mio amato Hemingway.

SANTIAGO

Di me hanno sempre detto ch’ero un vecchio strano. Avevo la pelle del viso screziata dal sole, le mani segnate di cicatrici e la camicia che pareva una vela bucata o una carta geografica. Dormivo poco e sognavo leoni.

Da ottantaquattro giorni non tiravo su nemmeno un granchio. Ma già una volta mi era accaduto, e per più tempo. Forse per questo le spalle mi sostenevano ancora salde e gli occhi mi brillavano d’un colore indomito.

Alla Terrazza, mi scansavano come si evita un appestato. Non me ne davo cura. Se mi offrivi una birra, ti chiedevo il giornale e mi mettevo a leggere degli Yankees e del grande DiMaggio. Che importanza poteva avere se ormai nessuno si ricordava di quando avevo vinto a braccio di ferro il gigante negro di Cienfuegos, in una taverna di Casablanca?

Nessuno, tranne quel ragazzo che mi voleva bene. Importante era la mia ostinazione, continuare a pensare al mare come a una donna e sapere che si conoscono tanti trucchi per fregare la sfortuna. Per me, sarà sempre una lotta memorabile, e una passione di crampi e solitudine. Al largo, mi aspettava un gigantesco Marlin, un fratello nell’agonia e nella disperazione, nella capacità di sopportare il dolore. Ma fratelli non erano i pescecani che sarebbero venuti. Perché questa è la regola: che ogni vittoria si riduca in poco tempo a un mucchio di ossa predate dalla corrente; e che la sconfitta sia, invece, sempre «definitiva e senza rimedio».

(Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare, 1952)

Buona lettura!

Titolo: Holden, Lolita, Živago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999)
Autore: Fabio Stassi
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 aprile 2010
Pagine: 332
Prezzo: 12,50 €
Editore: minimum fax

Giudizio personale: spienasmezzasvuotasvuotasvuota

In breve: “A pesca nelle pozze più profonde” di Paolo Cognetti

IMG_20150924_095335Io non ho mai amato molto i racconti, nonostante diverse volte mi sia capitato di leggerne. Preferisco i romanzi, specialmente quelli lunghi, perché sono convinta che abbiano più cose da dire o che queste cose le dicano in maniera più approfondita. E allora perché mi sono andata a leggere A pesca nelle pozze più profonde, scritto da Paolo Cognetti, notoriamente uno dei maggiori autori di racconti in Italia? Perché, dato il mio amore per Hemingway, qualcuno me lo ha consigliato.

Cognetti, che molti di voi conosceranno principalmente per Sofia veste sempre di nero, ci trascina nelle vite dei grandi autori di racconti (da Heminugway alla Munro, da Flannery O’Connor a Raymond Carver e tanti altri) per capire e farci capire di che cosa è fatto il lungo tirocinio che porta alla scrittura di grandi capolavori. L’autore, che sa bene che l’essere uno scrittore non deve prescindere dall’essere un lettore, ha studiato e analizzato le opere dei grandi maestri e ci racconta in maniera personale come si è rapportato a loro, che cosa ha provato leggendoli.
Questo di Cognetti non lo definirei esattamente un saggio, ma quasi una sorta di diario in cui raccontare il proprio legame con la grande letteratura.

Ho detto che i racconti non fanno per me, ma non penso assolutamente che valgano meno dei romanzi, credo che semplicemente non siano per tutti. Non sono una forma minore di letteratura, anzi, come dice Cognetti:

Il racconto non è solo una narrazione breve, è una narrazione “incompleta”. Comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos’altro deve ancora accadere: lascia fuori un bel pezzo della storia, e certe volte quello che resta fuori è perfino più importante di quello che c’è dentro. Il racconto, diceva Grace Paley, è un punto di domanda.

che detto, in altre parole, da Hemingway sarebbe un po’ così:

Hemingway la chiamava teoria dell’iceberg. La formula è nota: sette ottavi dell’iceberg sono immersi nell’acqua e non si vedono (quello che lo scrittore sa), e solo un ottavo di quell’enorme massa galleggia sopra la superficie (quello che lo scrittore mostra). Dentro l’acqua c’è la storia, fuori dall’acqua c’è il racconto.

Quello che è certo è che mi ha fatto venire una gran voglia di leggere racconti, soprattutto degli autori che amo di più, come Hemingway e Fitzgerald, voglia che non so quanto mi resterà addosso perché ho messo da parte tanti di quei romanzi che probabilmente me la dimenticherò.
Devo dire, però, che questo libro, anche se è risultato interessante, non mi ha colpita troppo per due motivi principali: il primo è che l’ho trovato troppo personale, ma questa è una questione di gusti, di solito preferisco le robe da manuale di letteratura; secondo, Cognetti inserisce alla fine quattro raccontini con la sua protagonista, Sofia, che a mio parere c’entravano pochino. Ma per il resto, ripeto, è un libro godibile e interessante, soprattutto per chi ama i racconti.

Buona lettura!

Titolo: A pesca nelle pozze più profonde
Autore: Paolo Cognetti
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 130
Prezzo: 13 €
Editore: minimum fax

Giudizio personale: spienaspienasmezzasvuotasvuota

“L’importanza di chiamarsi Hemingway” di Anthony Burgess

Si deve sempre mantenere uno stato di grazia sotto la tensione,
non importa quanto sia pesante la tensione.

 

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Chi mi segue da più tempo sa bene della mia passione per Ernest Hemingway, autore americano che mi è entrato nel cuore nonostante non abbia ancora letto tutto ciò che ha scritto. Poco tempo fa mi è capitato di leggere sulla pagina Facebook di minimum fax la pubblicità del libro L’importanza di chiamarsi Hemingway di Anthony Burgess, nella collana Filigrana, e siccome ho parlato “troppo” è stato aggiunto a mia insaputa tra i miei regali di compleanno. E devo ringraziare davvero la persona che me lo ha regalato, perché ho letto un libro davvero stupendo!

Anthony Burgess, pseudonimo di John Burgess Wilson (Manchester, 25 febbraio 1917 – Londra, 22 novembre 1993)

Burgess, autore che tutti voi conoscerete per Arancia meccanica, ci racconta la vita di uno dei più grandi narratori del Novecento in modo spesso ironico, ma veritiero: ne riconosce i meriti ma ne descrive le follie e le stravaganze senza mai deriderlo. È per questo che leggendo ho scoperto tantissime cose che non sapevo sul suo conto e mi sono anche fatta un po’ di risate. Hemingway voleva essere uno spirito libero, ha avuto quattro mogli ma costringeva molte donne a chiamarlo “papà”, voleva apparire un uomo forte e rude ma probabilmente era per mascherare le sue debolezze. Ed era anche un po’ infantile a volte, specialmente quando riceveva delle critiche e rispondeva in maniera violenta o quando qualcuno gli faceva un torto e lui l’accusava di impotenza (mentre forse era lui ad avere qualche problema in tal senso).

Lo stile di Hemingway è crudo, oggettivo, non letterario. Raccontava le sue storie senza aver bisogno di infiocchettarle, di aggiungere orpelli e parole carine che colpissero i lettori, perché, appunto, la cosa più importante era la verità della trama. E questo suo stile Burgess lo ricollega alla passione per la boxe, che era il suo modo personale di sfogare esternamente il suo conflitto interiore:

(…) un grande sforzo per scrivere una «semplice, vera frase dichiarativa». Il fine artistico di Hemingway era originale come quello di qualunque altro intellettuale di avanguardia che dissertava nei caffè sui boulevard. Scrivere senza fronzoli, senza imporre il proprio modo di pensare, far sì che parola e struttura esprimano pensiero, sentimento e anche fisicità, sembra facile oggi, soprattutto perché Hemingway ci ha mostrato come farlo, ma non era facile quando «letteratura» significava ancora stile calligrafico in senso vittoriano, con abbellimenti neogotici, allusioni pedanti, una struttura intricata di frasi subordinate, la personalità dell’autore frapposta, timidamente o brutalmente, fra il lettore e l’opera scritta.

Questo suo stile gli permise di non essere mai uno scrittore politico, di non lasciarsi mai fuorviare dalle ideologie, di raccontare la pura verità. Lavorò come giornalista, inviato all’estero, cronista e fece diverse analisi politiche quasi profetiche, perché ebbe sempre la capacità di vedere in anticipo le forme emergenti di politiche e regimi. Cercò sempre di essere in prima linea nei conflitti che si svolgevano nel mondo, spesso anche in maniera forzata (quando non era esattamente autorizzato e s’industriava con una barchetta ed un pugno di uomini per “esserci e dimostrare di esserci stato”), e quello che scrisse nei suoi romanzi e racconti fu sempre dettato dall’esperienza personale: s’innamorò davvero di un’infermiera, come narra in Addio alle armi, assistette davvero alle corride e a strane storie d’amore e alcool come è raccontato di Fiesta. Del resto, «per impegnarsi nella letteratura, bisogna prima impegnarsi nella vita».

Tuttavia, ebbe anche lui degli alti e bassi, precisamente tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, momento buio da cui venne fuori nel 1952 con Il vecchio e il mare, quando stava scrivendo un lungo romanzo di mare (come lo chiamava lui), Isole nella corrente, che poi decise di non pubblicare, ma dal quale staccò una piccola parte che gli fece vincere prima il premio Pulitzer (1953) e poi il Nobel (1954), con una motivazione che “ovviamente” lo fece arrabbiare. Il romanzo narra la storia di un pescatore cubano che s’intestardisce a pescare un grosso marlin quasi come se fosse una sfida tra l’uomo e l’animale, riesce a domarlo ma torna a riva con la carcassa del pesce che nel frattempo è stato sbranato dagli squali. È la metafora dell’uomo che ha avuto il coraggio di sfiorare la grandezza ma che poi viene punito per la sua hybris.

L’uomo non è fatto per la sconfitta. L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto.

Qui è tornato il grande Hemingway: non una parola di troppo, esercizio di pura “prosa dichiarativa”.
Ed è proprio per colpa di questo stile che i numerosi film tratti dalle sue opere non furono mai all’altezza dei libro. Le trasposizioni, nonostante la presenza di grandissimi attori come Rock Hudson o Jennifer Jones nel caso di Addio alle armi del 1958, non riuscirono mai a trasferire sullo schermo la particolarità della sua prosa. Prova ne fu la lunga serie di film mediocri ispirati alle sue storie. La natura del suo lavoro era essenzialmente letteraria.

Ma, mettendo da parte la sua opera, che è comunque inscindibile dalla sua vita, Ernest Hemingway fu un uomo sempre più depresso e frustrato, volle sempre essere all’altezza della sua fama e non sopportava i momenti di calo. Soffrì di un’impotenza sessuale che cercò di compensare con la caccia, la boxe e altre attività che potessero farlo apparire più virile agli occhi degli altri. «Si vantava sempre di avere i cojones: ma i cojones non hanno nulla a che fare con la capacità di sparare». Ad un certo punto questa malinconia che lo ha sempre attanagliato si trasformò in desiderio di morte: ebbe molte malattie, incidenti, la sua salute non era più quella di una volta e probabilmente non riusciva a rassegnarsi a questo declino, così la mattina del 2 luglio 1961, mentre l’ultima moglie Mary dormiva, si alzò di buon’ora si appoggiò la doppia canna alla fronte e sparò, svegliando tutta la casa.

L’importanza di chiamarsi Hemingway è un libro che, come avrete capito, mi ha appassionata molto perché non racconta solo le grandi gesta di uno dei miei autori preferiti, ma anche i suoi problemi, i suoi disturbi e soprattutto le sue amicizie con autori a lui contemporanei. Anthony Burgess, parlandoci dell’autore de Il vecchio e il mare, tratteggia anche un bel panorama della letteratura del primo Novecento, tra cui spiccano Gertrude Stein, James Joyce, Sherwood Anderson e Francis Scott Fitzgerald.
Davvero consigliato, da leggere! E, personalmente, cercherò altre pubblicazioni di questa collana di saggistica.

Titolo: L’importanza di chiamarsi Hemingway (leggi un estratto)
Autore: Anthony Burgess
Traduzione:
 Patrizia Aluffi
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2008
Pagine: 188
Prezzo: 13 €
Editore: minimum fax

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“L’uccello dipinto” di Jerzy Kosinski

IMG_20150619_150119L’uccello dipinto è un libro che ho scoperto spulciando il catalogo della minimum fax in un momento di noia e che sono riuscita a comprare ad Una marina di libri. Confesso di essere un’appassionata di romanzi ambientati durante la seconda guerra mondiale, quindi la trama, leggendola così, ci ha messo davvero poco a conquistarmi, solo che poi la lettura si è rivelata alquanto strana e complicata.

Siamo in un paese dell’Europa dell’Est. Un bambino di sette anni viene nascosto dalla sua famiglia in un villaggio di campagna perché gli vengano risparmiate le atrocità della guerra e, in maniera più specifica, le violenze degli invasori tedeschi, ma la donna che se ne occupa, dopo un po’ di tempo, muore e il protagonista passa da un villaggio all’altro (e da un “padrone” all’altro) vivendo e vedendo cose che alla sua tenera età non dovrebbe neanche immaginare. Nel frattempo cresce, e tra una cosa e l’altra, mentre viene scambiato alcune volte per un ebreo e altre per uno zingaro, cerca di rintracciare i suoi genitori, che però non riesce più a ricordare troppo bene.

Jerzy Kosinski, nato Józef Lewinkopf (Łódź, 14 giugno 1933 – New York, 3 maggio 1991), scrittore polacco naturalizzato statunitense.

A quanto pare la storia del bambino assomiglia molto alla reale vita dell’autore. Ad esempio, anche Kosinski è caduto nel mutismo più totale per un periodo della sua giovinezza, anche lui è stato affidato dalla famiglia alle cure di qualcun altro, e anche lui è stato perseguitato, sebbene neghi che questa sia una sorta di biografia. All’inizio del libro c’è una parte intitolata Successivamente (che potete leggere qui) e scritta da Jerzy Kosinski, in cui l’autore spiega che cosa è successo dopo la pubblicazione di questo romanzo. L’uccello dipinto è stato considerato uno dei libri più controversi e scandalosi del secolo scorso in quanto denuncia le condizioni della Polonia occupata dai tedeschi. Lo stato gli si è rivoltato contro, ha mandato delle persone a fargli del male, a ricattarlo o a intimargli di togliere di mezzo il romanzo e ritrattare quanto detto. Hanno coinvolto perfino sua madre, malata, per colpire lui, che aveva anche cambiato il suo nome (Józef Lewinkopf) per farlo risultare meno ebreo e la sua nazionalità. Di contro, gente che realmente aveva vissuto le situazioni descritte nel libro, lo incontrava per strada o gli scriveva e gli raccontava che, in confronto alla realtà, quelle del romanzo erano “scene bucoliche”.
Il 3 maggio del 1991, però, Kosinski non ce la fa più, ha vissuto una vita troppo difficile e amara, e si suicida legandosi intorno alla testa un sacchetto di carta. Viene trovato morto nella vasca da bagno di casa sua. Lascia un biglietto: «Vado a dormire un po’ più a lungo del solito. Chiamatela pure Eternità.»

Kosinski racconta, dalla prospettiva di un bambino all’inizio innocente, i momenti in cui i soldati nazisti arrivavano nei villaggi e per puro diletto violentavano donne, ragazzine e perfino bambine davanti agli occhi dei padri, dei mariti o dei fratelli; racconta delle superstizioni dei villaggi di campagna, in cui un bambino coi capelli scuri e gli occhi neri veniva considerato quasi il figlio del demonio ed era trattato duramente dalle persone che, però, avendone paura, evitavano di guardarlo negli occhi; racconta di abusi subiti da giovani donne che vivevano in posti isolati e di accoppiamenti quasi demoniaci tra queste e gli animali. Quindi, se siete deboli di stomaco, non leggete questo romanzo che fa davvero male. Al cuore, però.

Il protagonista, di cui non si sa il nome, non fa altro che provare ad adattarsi alle situazioni in cui si trova. A me ha ricordato il picaro1, tipico della letteratura spagnola. È un bambino che impara da ciò che vive a non cadere nelle trappole e a non causare guai che potrebbero rivelarsi la sua rovina. Perde gradualmente la sua innocenza, anche se ad un certo punto fa una riflessione prettamente infantile:

Non sarebbe stato più facile cambiare gli occhi e i capelli della gente, invece di costruire grandi forni e poi catturare ebrei e zingari per bruciarveli dentro?

Provate a dargli torto. Provate ad immaginare quanto insensata possa essere stata soprattutto per un bambino la situazione di quell’epoca.
Ma qualcuno di voi forse si starà chiedendo il perché del titolo. Lo spieghiamo subito. Quando Kosinski inizia a scrivere gli vengono in mente Gli uccelli di Aristofane, una commedia satirica in cui l’autore poteva parlare di fatti e personaggi di attualità senza le restrizioni imposte a chi scrive di storia. Poi ha pensato ad un’usanza contadina di cui era stato testimone da piccolo: gli abitanti dei villaggi, per svago, catturavano degli uccelli, dipingevano le loro penne e li lasciavano liberi di tornare nel branco, ma i loro simili non li riconoscevano più e, anzi, li consideravano minacciosi, quindi li attaccavano fino ad ucciderli.

Secondo me L’uccello dipinto è un libro molto bello e penso che vada letto, ma capisco che tante persone leggano per svago e cerchino cose leggere, e questo, ripeto, è un romanzo che fa male.
Nel 2015 il libro compie 50 anni e la minimum fax lo ha pubblicato con una copertina che a me, personalmente, piace molto. Quindi, a chi se la sente, buona lettura!

Titolo: L’uccello dipinto
Autore: Jerzy Kosinski
Traduzione:
 Vincenzo Mantovani
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1965 (marzo 2015 questa edizione)
Pagine: 325
Prezzo: 13,50 €
Editore: minimum fax

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

 


  1. Con romanzo picaresco (dallo spagnolo pícaro, briccone, furfante, che compare per la prima volta nella Farsa salamantina di Bartolomé Palau come picaro matriculado), si identifica generalmente una narrazione apparentemente autobiografica, fatta in prima persona e in cui il fittizio protagonista descrive le proprie avventure dalla nascita alla maturità. L’eroe è una persona di bassa estrazione sociale, generalmente un orfano nato da genitori ignoti e abbandonato a se stesso in un mondo ostile.
    Per sopravvivere è costretto a compiere azioni riprovevoli, come rubare, prostituirsi, uccidere. Ma venire a compromessi con un mondo che è esso stesso spietato e crudele non pregiudica l’intrinseca bontà del personaggio, che alla fine è spesso premiata col successo. L’iniziazione alla società è caratterizzata da un fatto sfortunato, che dà l’avvio a una serie di peripezie e di viaggi durante i quali il protagonista si imbatte in persone di varia estrazione sociale. (wikipedia