In breve: “Festa mobile” di Ernest Hemingway

La Parigi dei bei tempi andati,
quando eravamo molto poveri e molto felici.

 

15844518_1829648237248761_1310775110420641189_oSono già diversi giorni che ho finito di leggere Festa mobile di Ernest Hemingway, ma non sono riuscita a parlarvene perché onestamente non so da dove cominciare. Questo è uno dei motivi per cui, alla fine, ho scelto di farlo “in breve”: ci sarebbero milioni di cose da dire ma, di contro, si tratta del mio autore del cuore e quindi l’emozione, ogni volta che lo leggo, mi travolge e il cervello va in pappa. Balbuzie mentale, vorrei chiamarla. Ad ogni modo, proviamoci.
Hemingway cominciò a scrivere questo libro nell’autunno del 1957, quando si trovava a Cuba, se lo portò in giro nei suoi vari spostamenti e lo concluse nella primavera del ’60, di nuovo a Cuba. In esso troviamo brevi stralci della sua vita a Parigi tra il 1921 e il ’26, da quando, cioè, si era da poco sposato con la sua prima moglie Hadley fino a quando arrivarono i ricchi (leggi Pauline Pfeiffer, quella che divenne la seconda moglie).

Ogni capitolo è dedicato a una situazione o a una persona importante che ha conosciuto durante il suo soggiorno francese o che comunque ha avuto una certa influenza sulla sua vita. Parliamo di Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda (sembra che Ernest fu il primo ad accorgersi dei suoi problemi mentali), Ford Madox Ford e, soprattutto, Gertrude Stein. La signorina Stein, che all’epoca trascorreva la sua vita in libertà con “l’amica che all’epoca viveva con lei”, è stata una figura di riferimento per moltissimi artisti che hanno chiesto spesso i suoi consigli per capire che strada seguire con la loro opera, ed è quella che rivolse ad Ernest in particolare la frase: «Siete tutti una generazione perduta» (anche se poi è stato affermato che la frase fu presa in prestito dal proprietario del garage che si occupava dell’auto della Stein). E quella fu davvero una generazione perduta, una generazione di scrittori che bevevano grandi quantità di alcool, che spendevano i propri soldi per viaggiare e vivere emozioni forti e facevano tutto ciò per combattere il vuoto che minacciava le proprie vite. Una generazione tragica di cui troviamo i maggiori rappresentanti in Festa mobile.

Sapevo ormai che ogni cosa buona o cattiva quando veniva a mancare lasciava un senso di vuoto. Ma se era cattiva il senso di vuoto spariva da sé. Se era buona l’unica cosa da fare per riempire quel vuoto era trovarsi qualcosa di meglio.

Quello che emerge da questi racconti personali è Ernest nella sua spontaneità, nella sua vita vera, non filtrata dai personaggi dai nomi inventati dei romanzi. Il suo amore per Hadley, per il piccolo Bumby, la preoccupazione di avere pochi soldi e di non avere qualcuno che gli pubblicasse i racconti, i momenti di sconforto, i consigli degli amici e della sua mecenate, la confusione scatenata dall’arrivo dei ricchi che ti conquistano con i loro soldi e le loro promesse. Sembra quasi che fino a quel punto Hemingway cercasse una vita fatta di gioie autentiche e pure, che se la sia fatta sfuggire e che poi si sia consumato per il resto della sua esistenza nella più totale infelicità (fino al momento in cui non è stato più capace di “combattere”).
Festa mobile è stato pubblicato circa tre anni dopo la morte di Ernest Hemingway, nel 1964, e non è etichettabile semplicemente come un libro di ricordi. È molto di più: è la testimonianza di un’epoca, di uno stato d’animo, del cuore vero di un uomo che poi non è più tornato.

Buona lettura!

Titolo: Festa mobile
Autore: Ernest Hemingway
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere:
 Autobiografico
Anno di pubblicazione:
 1964 (2013 questa edizione)
Prezzo: 9 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Briciole: “Il libro di Natale”, “Oggetti solidi”, “Applausi a scena vuota”

Premetto che so di essere pessima, ma in questo periodo sono più iperattiva del solito, faccio mille cose, la testa va per conto suo e non riesco a parlare bene e per esteso di ogni libro che leggo. Devo quindi ricorrere nuovamente alla rubrica Briciole per parlarvi delle mie ultime tre letture, purtroppo non come vorrei, ma è solo per darvi un’idea di quello che ho affrontato e per confrontarmi con voi qualora doveste conoscere questi libri. Mi dispiace moltissimo non riuscire a dire di più perché sono state tre letture veramente belle, un Nobel, un’autrice meravigliosa e quello che forse è il mio scrittore preferito. Ma c’è il Natale, i regali, l’anno che sta finendo (e voglio parlarvi adesso delle letture del 2016, senza sforare), io che ultimamente mi sono data alla pazza gioia e ho bisogno di divertimenti, quindi capirete che il tempo e la concentrazione scarseggiano. Ma andiamo al dunque.

lagerlofnatale1Il libro di Natale di Selma Lagerlöf è una raccolta di racconti che abbiamo scelto come ultima lettura di gruppo del 2016 su LeggoNobel. L’autrice ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1909 ed è stata la prima donna a ricevere questo riconoscimento. Questi racconti, che abbiamo finito di leggere praticamente in due giorni – perché il libro è davvero breve – sono un bel ritratto della Svezia di fine Ottocento / inizio Novecento e sembrano quasi delle favole. Quello che ha colpito molti di noi lettori è come abbia fatto la Lagerlöf a dare un’immagine così vivida e veritiera dell’infanzia quando lei era già più avanti negli anni. Per il resto l’atmosfera natalizia è al centro dei racconti, le famiglie che si siedono a tavola per la cena di Natale, i bambini che aprono i regali, il loro desiderio di trovare un libro sotto l’albero e soprattutto il budino di riso, di cui tocca trovare la ricetta perché sarà parecchio buono!
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 9 gennaio cominceremo a leggere Furore di Steinbeck)
DETTAGLI: Il libro di Natale, Selma Lagerlöf, trad. M. C. Lombardi, Racconti, Letteratura svedese, 120 pp., Iperborea 2012, 12,50 €, 4/5 stelline


cop_woolf-1Oggetti solidi di Virginia Woolf è un gioiellino pubblicato da pochissimo da Racconti edizioni, una casa editrice che non crede assolutamente che i racconti non vendano, e ha ragione. Questa è una raccolta di racconti e prose brevi della grandissima Virginia Woolf, che io amo molto nonostante abbia letto pochissimo, ma forse è più la sua figura, la sua personalità particolare ad affascinarmi da sempre. In ogni caso, sto cominciando a recuperare molte cose.
Questo è un bel libro corposo e io a parlare di racconti sono una frana perché vorrei raccontarveli tutti ma per ovvi motivi non posso. Emerge la personalità di una donna che spesso non è a suo agio con chi la circonda, che vede al di là delle cose a differenza degli altri e a cui sta stretto il sistema di convenzioni sociali dentro cui tutti, volenti o nolenti, siamo intrappolati. In alcuni punti il linguaggio può sembrare poco scorrevole, ma trovo che le traduttrici siano state molto fedeli allo stile della Woolf, quindi chapeau!
DETTAGLI: Oggetti solidi, Virginia Woolf, trad. A. Bottini e F. Duranti, Racconti, Letteratura inglese, 479 pp., Racconti edizioni 2016, 19 €, 4/5 stelline


15420932_10210331403072856_6089163744151106989_nApplausi a scena vuota di David Grossman, uno degli autori che amo di più e che vorrei vincesse il Nobel, ma dirlo sembra quasi una bestialità, perdonatemi. Volutamente non ho ancora letto tutti i suoi libri, voglio sapere che finito uno me ne resterà sempre almeno un altro da parte.
Questo è uno degli ultimi, è del 2014, e vede come protagonista Dova’le, un uomo che sta facendo un singolare spettacolo di cabaret a cui ha invitato un altro signore, Avishai, sua vecchia conoscenza. Lo spettacolo è particolare perché Dova’le sembra avere questioni irrisolte col passato e con quella persona in particolare, e nel suo monologo – in cui a volte tenta di coinvolgere il pubblico – non fa altro che dire grandi verità e snocciolare aneddoti sulla sua vita, come se dovesse dare spiegazioni o restituire qualcosa a qualcuno. Dova’le, tanti anni prima, ha vissuto una situazione angosciante, e a distanza di molto tempo non è ancora venuto a capo della questione, non riesce a trovare la verità o a ritrovare se stesso.
Come tutti i romanzi di Grossman, anche questo è contorto e intenso, e perciò meraviglioso a suo modo. Credo sia un autore che si ama o si odia, perché non penso ci possano essere vie di mezzo. Ti colpisce al cuore oppure no, ma è giusto che sia così.
DETTAGLI: Applausi a scena vuota, David Grossman, trad. A. Shomroni, Romanzo, Letteratura israeliana, 176 pp., Mondadori, 2014, 18,50 €, 4/5 stelline

In breve: “La casa delle belle addormentate” di Yasunari Kawabata

Per i vecchi che pagavano quel denaro, giacere
accanto a una ragazza così rappresentava una gioia senza pari.
Poiché lei non apriva mai gli occhi, i vecchi non avvertivano
nessun complesso d’inferiorità, veniva loro concessa
illimitata libertà nelle fantasie e nei ricordi sessuali.

 

downloadA noi di #LeggoNobel Bellezza e tristezza era piaciuto così tanto che abbiamo pensato di approfondire la conoscenza di Yasunari Kawabata leggendo un altro suo romanzo, La casa delle belle addormentate, famoso tra le altre cose per essere stato d’ispirazione per Memoria delle mie puttane tristi di Gabriel García Márquez. Abbiamo sfruttato un po’ di giorni di questo luglio, dato che adesso siamo ufficialmente fermi per una pausa estiva, in vista della lettura di Faulkner a settembre.
Come dice il titolo stesso, la vicenda si svolge principalmente in una sorta di casa d’appuntamenti in cui sono soliti andare uomini abbastanza avanti negli anni per giacere con ragazze bellissime ma addormentate. La donna prende un sonnifero molto forte e il vecchio che la raggiunge nella stanza la trova già addormentata: deve prendere anche lui un sonnifero (meno potente) e appisolarsi accanto a lei. Ma le regole sono chiare, non bisogna approfittare delle ragazze, neppure infilare loro le dita in bocca. Semplicemente si va lì per dormire insieme. Ovviamente non si può andar lì molto spesso perché nessuno vuole prendersi la responsabilità di dare troppe volte di fila a degli anziani un sonnifero che potrebbe destabilizzarli e far loro del male.

In questo libro sembra mancare una storia, una trama solida, però l’attenzione è tutta concentrata sulle reazioni e sui pensieri del protagonista Eguchi, 67 anni, quando si trova in questa casa. Inizialmente vi si reca perché, ormai vedovo ma ancora sessualmente attivo, vuole misurarsi con la sua vecchiaia, ma capisce che quegli incontri gli servono a rivivere il suo passato, a fargli rivivere la vita sentimentale che ormai si è lasciato alle spalle.
I giapponesi hanno una sensibilità diversa dalla nostra, non minore o maggiore, semplicemente diversa, e probabilmente danno molta attenzione a quelle che per noi sono sottigliezze. Ad esempio, in questo romanzo brevissimo, Kawabata, quasi con una delicatissima pennellata, cerca di raffigurare quello che in un certo contesto e ad una certa età è la sensualità: qualcosa che non sta necessariamente nell’incontro carnale (anche perché tra un uomo così vecchio e una ragazza così giovane potrebbe risultare ridicolo), ma anche nella contemplazione di una bellezza dormiente. Come dice nella postfazione Yukio Mishima, «è una cosa assai rara in letteratura rendere con tale vivezza il senso di una vita individuale mediante la descrizione di figure dormienti».

La casa delle belle addormentate è davvero breve, si legge in un paio d’ore ma, purtroppo, a parte un sapore orientale, i colori del mondo dagli occhi a mandorla, ci lascia davvero poco. Ma, come ho già detto, forse è perché siamo troppo occidentali per cogliere certi particolari che per loro hanno maggiore rilevanza.
Buona lettura!

Titolo: La casa delle belle addormentate
Autore: Yasunari Kawabata
Traduttore: Mario Teti
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1961 (2001 questa edizione)
Prezzo: 9,50 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienasmezzasvuotasvuotasvuota

“Un amore” di Dino Buzzati

Egli correva in direzione di lei benché sapesse che laggiù
lo aspettavano soltanto nuovi affanni, umiliazioni e lacrime.
Ma lui correva a perdifiato ugualmente,
il piede premuto con tutta la forza sul pedale,
per la paura di perdere un minuto.

 

13235375_10208427672880791_5556498542866986146_oIl gruppo SCRATCH READERS su Facebook (nato dal blog di Maria Scratchbook) mi ha recentemente dato la possibilità di colmare una mia grande e grave lacuna, ovvero non aver mai letto nulla di Dino Buzzati. È stato deciso quindi, dopo un sondaggio, di leggere tutti insieme Un amore, pubblicato per la prima volta nel 1963 da Mondadori, un romanzo che affronta il tema dell’uomo maturo attratto da una giovinezza che gli sfugge e a cui non riesce a stare dietro.

Siamo a Milano, Antonio Dorigo è un architetto affermato di quarantanove anni che spesso lavora anche in teatro per la riproduzione delle ambientazioni nei balletti e nelle opere. Non ha mai avuto un bel rapporto con le donne più che altro per motivi di timidezza, perché non riesce bene a capirle, e quindi non è mai stato innamorato né sposato, per questo motivo gli unici incontri che ha sono a pagamento con ragazze di una casa di piacere. Un giorno, tra queste, conosce Laide, una maschietta – come la definisce lui – che lo attrae moltissimo e di cui s’innamora. È la prima volta che prova un sentimento così e, grazie anche al fatto che la ragazza non è una qualunque ma è pure minorenne, non riesce bene a gestirlo. Per assicurarsi di vederla sempre le propone di ricevere una sorta di stipendio mensile a patto che lei incontri soltanto lui e passi un tot di tempo con lui. Inizialmente va tutto liscio, ma poi deve arrendersi all’idea che la ragazza non è innamorata di lui, che le interessano i soldi e che le sue sono soltanto bugie.

Il romanzo è incentrato sulle sofferenze interiori, le paranoie, le ansie di Dorigo che si sente sì inadeguato a questa ragazza così giovane, ma che non vuole accettare il fatto che Laide non sia destinata a lui. È molto più vecchio di lei, ma soprattutto appartengono a due classi sociali molto differenti: lui è un borghese benestante, lei è una sciacquetta che offre amore in cambio di denaro. Una “collega” di lei, alla fine gli fa notare che non possono andare a parare da nessuna parte, una come lei ha esperienza in questo genere di cose: un borghese può innamorarsi di te, ma poi? non ti sposa mica, non può rovinarsi fino a questo punto. Ed è anche per questo motivo che Laide non si fa mai coinvolgere sentimentalmente, ma solo dal punto di vista sessuale (e neanche troppo perché per lei resta comunque un lavoro). Ma forse anche per questa diversità la ama così tanto.

Lui la amava per se stessa, per quello che rappresentava di femmina, di capriccio, di giovinezza, di genuinità popolana, di malizia, di inverecondia, di sfrontatezza, di libertà di mistero. Era il simbolo di un mondo plebeo, notturno, gaio, vizioso, scelleratamente intrepido e sicuro di sé che fermentava di insaziabile vita intorno alla noia e alla rispettabilità dei borghesi.

Dorigo è combattuto, qualcosa dentro di lui gli dice che deve liberarsi di questa ossessione, ma di contro non ce la fa, è più forte di lui, impazzisce quando crede che lei gli dica bugie: quel Marcello non può essere solamente un cugino affettuoso, ma sicuramente ci va a letto; non è possibile che vada sempre ad assistere la zia malata, sicuramente va con un altro uomo; e così via. La narrazione è angosciante, ci si ritrova precipitati in una sorta di gorgo emozionale da cui, si capisce, si riuscirà a riemergere solamente quando Dorigo sarà guarito.

Cara Laide, lo capisco benissimo, tu sei una ragazza graziosissima e io ti voglio molto bene ma la nostra è una storia disgraziata, più vado avanti più lo capisco, a parte l’aiuto che ti do che cosa posso essere per te? A un certo punto bisogna avere il coraggio di guardare in faccia le cose. Ci pensi soltanto alla differenza di età?

Il linguaggio usato da Buzzati è un pochino dato, ha colpito tutti quelli che lo hanno letto specialmente quando dice che Dorigo e Laide vanno “in letto” insieme, oppure quando alla maniera dell’epoca traduce i nomi stranieri in italiano e parla di Marilina Monroe. Ma la cosa più importante nello stile dell’autore è che quasi sempre utilizza pochissima punteggiatura e frasi lunghe, rendendo più difficoltosa la lettura e adeguandosi allo stato d’animo del protagonista in quel suo affannoso rincorrere la sua ninfetta «conteggiando l’amore a ventimila lire il colpo». Si avvelena la vita per colpa della sua immaginazione e continua ad umiliarsi davanti a se stesso e agli altri perché l’idea di perdere Laide gli è più insopportabile di qualsiasi altra cosa. Però, in ogni situazione della vita, arriva il momento in cui bisogna decidere che strada prendere, se rovinarsi del tutto o guarire, e la scelta (ma anche la sorte) di Dorigo la conoscerete solo andando in fondo a questo romanzo che io ho apprezzato molto.

Buona lettura!

Titolo: Un amore
Autore: Dino Buzzati
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1963 (questa edizione 2013)
Pagine: 320
Prezzo: 13 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“La scomparsa di Patò” di Andrea Camilleri

Murì Patò o s’ammucciò?
(Patò è morto o si è nascosto?)

 

12901354_10208070717997142_1601274786948890758_oAndrea Camilleri è un autore che mi piace molto, ma non tanto per i suoi romanzi con protagonista Montalbano, romanzi, probabilmente, per cui è più famoso in tutto il mondo. Anni fa non riuscivo proprio a leggerlo perché queste incursioni di termini siciliani mi infastidivano un po’, ma si sa, col tempo si cambia, e adesso mi diverto un sacco a scoprire i suoi romanzi “storici”. Oggi vi parlo in breve de La scomparsa di Patò, un libro uscito nel 2000 per Mondadori.

Come al solito, siamo a Vigàta, nell’anno 1890: dopo la messa in scena del Mortorio il ragionier Patò, che faceva la parte di Giuda, si è calato nella botola e non è più ricomparso. I primi ad accorgersene sono stati alcuni attori, i quali hanno notato che non è uscito a ricevere gli applausi alla fine della rappresentazione. La moglie non lo ha visto tornare a casa e non è nemmeno andato a lavorare in banca. Che fine ha fatto? È morto? Si è nascosto? C’è chi dice che cadendo abbia battuto la testa, abbia perso la memoria e si sia messo a girovagare per le campagne. La teoria più bislacca è quella di un inglese che dice che può essere stato inghiottito da una frattura nel continuum spaziotemporale ed essere stato catapultato in un’altra epoca (come Antoine Pateau e Anthony Patow, strani personaggi che appaiono e scompaiono in diverse parti del mondo e casualmente hanno nomi e cognomi simili). La Pubblica Sicurezza e i Reali Carabinieri di Vigàta indagano prima separatamente e poi mandando due rappresentanti a collaborare, due persone che combineranno un pasticcio dietro l’altro e inventeranno strane teorie di corna. Il problema è riuscire a far luce su questo mistero prima che la voce si diffonda per tutto il Regno.

La scomparsa di Patò prende spunto da un brano di A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia, come Camilleri specifica all’inizio:

Cinquant’anni prima, durante le recite del “Mortorio”, cioè della Passione di Cristo secondo il cavalier D’Orioles, Antonio Patò, che faceva Giuda, era scomparso, per come la parte voleva, nella botola che puntualmente, come già un centinaio di volte tra prove e rappresentazioni, si aprì: solo che (e questo non era nella parte) da quel momento nessuno ne aveva saputo più niente; e il fatto era passato in proverbio, a indicare misteriose scomparizioni di persone o di oggetti.

Il romanzo è strutturato come una sorta di dossier, una raccolta di lettere, dispacci, disposizioni, articoli di giornale, pizzini e proclami relativi al caso della scomparsa di Antonio Patò ma non solo. Questa forma di scrittura Camilleri l’aveva già sperimentata nel 1998 ne La concessione del telefono, che probabilmente è il libro che più mi ha divertito di questo autore. L’argomento aveva colpito Camilleri già qualche anno prima, infatti aveva già pubblicato un racconto sull’Almanacco dell’Altana 2000 e sul quotidiano La stampa, ma poi ha deciso di svilupparlo meglio e di scriverne un romanzo, inventando di sana pianta tutti questi documenti e queste testimonianze fittizie che nel libro appaiono anche caratterizzati da caratteri tipografici diversi: alcuni sembrano scritti a mano, altri dattilografati, ecc.. Addirittura sono presenti delle figure che rappresentano le scritte sui muri.

È superfluo ribadire quanto io mi diverta con questi romanzi di Camilleri. L’autore presenta una cornice storica reale e poi vi inserisce una storia inventata ma verosimile arricchita da qualche personaggio strambo e da rappresentanti delle forse dell’ordine che durante le indagini ne combinano sempre di tutti i colori. Qualcuno, ogni tanto, mi dice che ha difficoltà a leggere questo autore perché fa fatica a capire quei termini siciliani disseminati qua e là; io, essendo siciliana, trovo la lettura molto semplice, quindi non saprei dire se questo sia più complicato degli altri. In ogni caso, Camilleri non utilizza un dialetto stretto e fitto, perché sa benissimo, essendo un grande autore e un uomo molto intelligente, che altrimenti non uscirebbe mai dalla Sicilia; usa, quindi, una lingua facilmente comprensibile e, se decide di lanciare lì un termine dialettale, si assicura che il resto della frase e il contesto rendano agevole al lettore la comprensione di quella parola. Non abbiate paura, quindi!

Buona lettura!

Titolo: La scomparsa di Patò
Autore: 
Andrea Camilleri
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2000
Pagine: 250
Prezzo: 5 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Fahrenheit 451” di Ray Bradbury

Forse i libri possono aiutarci a uscire un po’ da queste tenebre.
Potrebbero impedirci di ripetere sempre gli stessi errori pazzeschi! (…)
Dio, Millie, non vedi? Un’ora al giorno, due ore, con questi libri, e forse…

 

Immaginate di vivere in un mondo in cui v’insegnano a pensare e ad agire in un certo modo. Voi non vi ponete nemmeno il problema se fare determinate cose sia giusto o meno, deve essere giusto per forza, perché lo dice la legge. Un giorno, però, incontrate una persona che provoca uno squarcio nelle vostre certezze, i dubbi iniziano ad affollare la vostra mente e s’insinua in voi il germe della ribellione.

12525597_10207547063586109_2008238742075024548_oÈ un po’ quello che succede a Guy Montag, un uomo di circa trent’anni che fa il milite del fuoco in un mondo in cui i pompieri appiccano gli incendi, invece di spegnerli. Ormai le case sono tutte antincendio, ad essere bruciati sono i libri e la carta stampata in generale. Nessuno si ribella, la cultura non esiste. L’addestramento per i pompieri viene fatto tramite film e i cittadini, nelle loro case, hanno sulle pareti enormi schermi televisivi che riempiono le loro giornate. Non c’è più il gusto di fare una passeggiata, di sentire il profumo dei fiori o di guardare il cielo azzurro, in strada si va solo in macchina, sfrecciando perché tanto non c’è nessuno che attraversa. La gente corre, fa lavori di routine, è passiva e indifferente, un po’ come Mildred, la moglie di Guy, che non è altro che una presenza che si aggira per casa. Ma un giorno l’uomo passa qualche momento con Clarisse, un’adolescente sua vicina di casa che sembra molto stravagante perché passeggia, parla di uno zio che ricorda i tempi in cui c’era la carta, annusa i fiori ha il piacere di chiacchierare con gli altri.
Dopo un po’ la ragazza misteriosamente scompare, dicono che sia morta, ma quel poco di tempo passato con lei è servito a far nascere in Montag un sentimento nuovo, tanto che un bel giorno, chiamato ad appiccare il fuoco in casa di una vecchia donna che preferisce morire bruciata insieme ai suoi libri piuttosto che abbandonarli, ruba uno di quei volumi e se lo porta a casa. L’uomo, da lì, non riuscirà più a vivere secondo le regole che gli hanno sempre imposto e cercherà di combattere secondo le sue possibilità.

«Cercavo d’immaginarmi» riprese Montag «che cosa si deve provare, a vedere i vigili del fuoco, intendo, bruciare la nostra casa, i nostri libri.»
«Noi non abbiamo libri di sorta.»
«Ma, e se li avessimo?»

Avevo da tanto tempo Fahrenheit 451 nella mia lista personale, ma me lo hanno regalato quest’estate e sono riuscita a leggerlo solo adesso. Ray Bradbury ambienta la sua storia fantascientifica in un futuro imprecisato sicuramente posteriore al 1960. Descrive una realtà distopica, cioè una realtà in cui mai vorremmo trovarci a vivere perché ci spaventa. Ed è proprio questo che Fahrenheit 451 provoca nel lettore: un senso di paura e angoscia, perché è impossibile non mettersi nei panni del protagonista.
Furono tante le cose che ispirarono Bradbury nella scrittura di questo romanzo così particolare. Innanzitutto, l’annientamento della cultura messo in atto con la distruzione della Biblioteca di Alessandria, con il rogo dei libri durante il regime nazista o durante le Grandi Purghe con la repressione guidata da Stalin, in cui anche molti scrittori e poeti furono arrestati e giustiziati. Per quanto riguarda i media, invece, l’autore li vide sempre (soprattutto la televisione) come una minaccia verso la cultura, li considerava una sorta di distrazione dalle cose più importanti. Sviluppò una certa avversione che viene rappresentata in Fahrenheit 451 nelle figure di Mildred e delle sue amiche, che sono quasi completamente succubi degli enormi schermi che hanno nelle loro case. Addirittura uno dei sogni più grandi di Millie è quello di avere tutte e quattro le pareti del suo salotto completamente ricoperte da questi schermi, quasi a creare l’effetto di sentirsi dentro casa i personaggi che appaiono in televisione.

Il titolo di questo libro si riferisce alla temperatura che secondo Bradbury doveva raggiungere la carta per bruciare. In realtà ci sono tantissimi tipi diversi di carta a seconda dello spessore. Questo non viene mai spiegato nel testo, il numero appare solamente sull’elmetto del protagonista Montag.
Quando consideriamo che a Montag basta qualche breve colloquio con una ragazzina per sentir nascere dentro di sé il dubbio se il suo sia un modo di vivere giusto o sbagliato, capiamo che non doveva essere poi così convinto di ciò che gli è sempre stato insegnato. Le sue convinzioni non dovevano essere così forti da farlo sentire al sicuro e felice. Bradbury descrive una realtà sicuramente portata all’estremo (purtroppo nel mondo reale niente è impossibile), ma il protagonista della sua storia a mio avviso vuole rappresentare la speranza che in certe situazioni non tutto è perduto, che spesso ci comportiamo in un certo modo solo per abitudine e perché non ci fermiamo a riflettere. Ma abbiamo sempre e comunque la capacità di pensare, probabilmente ci serve un piccolo input. In questo momento non possono non tornarmi alla mente gli eventi recenti della distruzione di opere d’arte in siti archeologici molto importanti tra Iraq e Siria, ad opera di gente che ha determinate convinzioni. Magari anche tra loro, un giorno, verrà fuori un Guy Montag a cui verrà qualche dubbio su quale sia il giusto modo di agire.

Per quante volte un uomo può andare a fondo e rimanere vivo? Io non posso più respirare.

 Buona lettura!

Titolo: Fahrenheit 451
Autore: Ray Bradbury
Traduzione:
 Giorgio Monicelli
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1953
Pagine: 180
Prezzo: 9 €
Editore: Mondadori
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“L’accademia dei sogni” di William Gibson

12509338_10207407173048933_6793553700823900588_nDi solito mi definisco una lettrice coraggiosa, perché non ho paura di addentrarmi in generi che non conosco, anzi mi piace il gusto della scoperta di autori e libri che mi risultano nuovi. Questa volta l’occasione me l’ha data un’amica che mi ha regalato L’accademia dei sogni di William Gibson, che pare sia considerato uno dei maestri del cyberpunk e del techno-thriller. Conoscevo l’autore solo per sentito dire, ma non avevo mai letto nulla. Ebbene, adesso l’ho fatto.

La protagonista della nostra storia è Cayce (leggi Casey) Pollard, una giovane americana ipersensibile ai marchi che sfrutta questo suo “problemino” per fare da consulente alle aziende che vogliono creare o cambiare i loro loghi. Si trova a Londra per lavoro, quando le viene offerto un nuovo incarico che nulla ha a che fare con la sua occupazione. Cayce è un’appassionata di sequenze, spezzoni di video che vengono periodicamente rilasciati in rete chissà da chi e chissà perché, e che probabilmente, collegati a dovere, potrebbero anche formare un film. Qualcuno pensa che possa essere una geniale operazione di marketing virtuale, altri che sia opera della mafia russa. La ragazza, comunque, è tra gli estimatori di queste sequenze insieme a tante altre persone da tutto il mondo che si scambiano informazioni su un forum. Quello che viene chiesto di fare a Cayce dal capo dell’azienda per cui ha svolto un precedente lavoro è di risalire al creatore di questi frammenti video. A questo punto comincia la missione di Cayce che si muoverà tra continenti diversi, farà i conti col suo passato (padre scomparso nell’attacco dell’11 settembre), verrà pedinata da qualcuno che vuole ostacolarla, ma verrà anche aiutata da amici fidati, come il suo amico virtuale Parkaboy (alias Peter) a cui finalmente potrà dare un volto.

Devo confessare che all’inizio ho fatto un po’ di fatica ad immergermi in un universo dominato dalla tecnologia, io che con questa tecnologia non ci vado poi molto d’accordo (a parte l’essenziale), e in un linguaggio così particolare. Vi capita mai che, mentre leggete, le atmosfere e le vicende descritte vi facciano associare un colore al libro che avete in mano? Ecco, L’accademia dei sogni mi ha fatto venire in mente il grigio-blu scuro; insomma, leggendo questo libro non penserete al sole che splende ma alla rete dei circuiti virtuali, allo spionaggio aziendale fatto in rete e in maniera silenziosa.

L’aspetto che forse mi ha colpito di più in questo libro è il ruolo della rete nella società di oggi, che Gibson sottolinea continuamente. Al giorno d’oggi, grazie ai computer e alla connessione, è semplicissimo trovare persone che hanno interessi comuni ai nostri ed entrare in contatto con loro, formare dei veri e propri gruppi da cui poi nascono delle sub-culture. Se pensiamo che il libro è stato scritto nel 2003, ben tredici anni fa, dobbiamo riconoscere che l’autore sapeva guardare lontano.
Ma Gibson non si perde nella rete per tutta la durata della storia, presta anche moltissima attenzione ai dettagli: i colori, le forme, la marca o il paese di provenienza di un dato oggetto, cose che aiutano il lettore a immaginare meglio l’ambiente in cui si muovono i personaggi ma che danno anche un’idea dello stato d’animo della protagonista che, come sappiamo, prova delle sensazioni diverse a seconda del marchio a cui si trova davanti. Un esempio è quello dell’omino Michelin che le provoca quasi panico. Anche se alla fine del libro molte cose cambiano, forse l’avventura che Cayce vive l’aiuterà un po’ a conquistare la tranquillità e a guarire (magari non del tutto, ma comunque in maniera significativa) dalla sua ipersensibilità ai loghi.

Come ho detto precedentemente, all’inizio non ero molto spedita con la lettura, ma poi ho iniziato ad andare come un treno. Non so se sia così per tutti o abbia fatto quest’effetto solo a me, ma credo che, in generale, L’accademia dei sogni non parta col botto ma poi si dimostri davvero un bel libro.
Buona lettura!

Titolo: L’accademia dei sogni
Autore: William Gibson
Traduzione:
 Daniele Brolli
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2003
Pagine: 357
Prezzo: 10 €
Editore: Mondadori
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


William Gibson, americano di nascita, vive a Vancouver. Ha debuttato assai presto nel mondo della fantascienza con La notte che bruciammo Chrome. Il suo romanzo Neuromante è considerato il manifesto del movimento cyberpunk. A lui si deve la coniazione del termine “cyberspazio” e il grande merito di aver saputo immaginare Internet e la realtà virtuale prima che esistessero. Ha pubblicato tra l’altro Giù nel Cyberspazio, Monna Lisa cyberpunk, Luce virtuale, Aidoru,American Acropolis e L’accademia dei sogni.