Pagina 69: “Grandi speranze”

Ho letto Grandi Speranze di Charles Dickens qualche settimana fa e – magari può sembrare una bestemmia – non l’ho apprezzato. C’è da mettere in conto che sicuramente ho scelto un’edizione sbagliata, la Newton&Compton, ma mi è stato regalato e per non fare la schizzinosa ho letto quello che avevo. I caratteri sono troppo piccoli, trattandosi di un Minimammut, hanno cercato di fare un volume piccolo e compatto che sicuramente non è adatto a chi non ci vede bene o a chi è astigmatico (e si rifiuta di mettere gli occhiali) e fa fatica dopo un po’. Confesso di non amare troppo questo editore, sono convinta che dove i prezzi siano più bassi anche il livello qualitativo scenda parecchio. Ma la storia è quella e, messe da parte cura, traduzione, impaginazione e chi più ne ha più ne metta, la vicenda non mi ha conquistata.

Il protagonista è Pip, un ragazzino orfano che viene allevato dalla sua isterica sorella e dal marito. Quando è ancora piccolo gli capita di conoscere due persone che segneranno la sua vita: Abel Magwitch, un criminale fuggito dalla galera, e Miss Havisham, una strana vecchia signora molto ricca. Qualcuno ha “grandi speranze” per lui, vuole educarlo ad essere un giovanotto istruito e ricco, ma chi sarà? E a cosa dovrà rinunciare per questo? Dickens ci accompagna per le strade di Londra e dintorni, tenendoci quasi per mano in questo viaggio tra la sporcizia e le bassezze delle classi inferiori e le stranezze dei ricchi, senza mai dimenticare che in tutti c’è del buono. Pip si ritroverà cieco davanti ai casi della vita, ma imparerà tantissime cose importanti.

Dato che non l’ho apprezzato molto, ho scelto comunque di parlarvene riportando qui la pagina numero 69. Buona lettura!

Grandi speranze di Charles Dickens

11896192_1652735578273362_2195379939018969796_nLa stessa occasione mi servì per notare che Mr. Pumblechook sembrava sbrigare i suoi affari guardando, dall’altra parte della strada, il sellaio, il quale sembrava trattare i suoi affari tenendo d’occhio il costruttore di carrozze, che sembrava tirare avanti nella vita mettendosi le mani in tasca e osservando il fornaio, che a sua volta incrociava le braccia e fissava il droghiere, che se ne stava sulla porta e sbadigliava al farmacista. L’orologiaio, sempre diligentemente curvo su un tavolinetto con una lente d’ingrandimento all’occhio, e sempre sorvegliato da un gruppo di contadini che lo osservava diligentemente attraverso la vetrina del suo negozio, sembrava essere l’unica persona, sulla via principale, la cui attenzione fosse impegnata nella propria attività.
Io e Mr. Pumblechook facemmo colazione, alle otto, nel salottino situato nel retrobottega, mentre il commesso beveva la sua tazza di tè e mangiava il suo pezzo di pane e burro su un sacco di piselli nella parte anteriore del locale. Giudicai Mr. Pumblechook una compagnia deprimente. Oltre a essere posseduto dalla stessa idea di mia sorella, secondo la quale si doveva imporre un carattere mortificatorio e penitenziale alla mia dieta – oltre a darmi il più possibile di crosta insieme al meno possibile di burro, e a mettere talmente tanta acqua calda nel mio latte che sarebbe stato più onesto fare del tutto a meno del latte – la sua conversazione non consisteva di altro che di aritmetica. Quando io gli augurai educatamente il buon giorno, egli disse pomposamente: «Sette per nove, ragazzo!». E come avrei potuto essere in grado di rispondere, preso a tradimento in quel modo, in un luogo estraneo, a stomaco vuoto! Avevo fame, ma prima che avessi ingoiato un solo boccone, egli cominciò una serie di somme che si protrassero per tutta la durata della colazione. «Sette?» «E quattro?» «E otto?» «E sei?» «E due?» «E dieci?». E così via. E dopo che ogni numero era stato sistemato, avevo a malapena il tempo di dare un morso o di bere un sorso prima che arrivasse il seguente; mentre lui se ne stava seduto comodamente, senza dover indovinare niente, e mangiando avidamente la pancetta col suo panino caldo e (se mi si permette l’espressione) rimpinzandosi e ingozzandosi a più non posso.
Per tutti questi motivi fui molto felice quando arrivarono le dieci e ci avviammo verso la casa di Miss Havisham, anche se non mi sentivo affatto tranquillo sul modo in cui avrei dovuto comportarmi sotto il tetto di quella signora. In un quarto d’ora arrivammo alla casa di Miss Havisham, che era tutta costruita in vecchi mattoni, e lugubre, e circondata da molte sbarre di ferro. Alcune finestre erano state murate; delle rimanenti, tutte quelle più basse erano chiuse da sbarre arrugginite.

“Grandi speranze” di Charles Dickens
trad. Maria Felicita Melchiorri
Newton&Compton, ed. 2014

“Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf

La Woolf l’avevo conosciuta solo tramite l’università e mi è capitato di leggere un estratto da Mrs Dalloway. Non mi era piaciuta, per il modo di scrivere, per la sua tecnica, però mi sono detta “mai dire mai”. E così mi sono lanciata nella lettura del breve saggio Una stanza tutta per sé e vi confesso che sono rimasta veramente colpita dall’intelligenza di questa donna. È illuminante.

Vi lascio la mia recensione e vi consiglio vivamente di leggere questo libriccino. Non solo alle donne!

Una stanza tutta per sè, l’illuminante visione della Woolf del rapporto tra le donne e la letteratura.

Una stanza tutta per sé è un saggio della scrittrice inglese Virginia Woolf pubblicato nel 1929 e basato su due conferenze tenute a Newnham e Girton (due college femminili dell’Università di Cambridge) l’anno precedente.
Innanzitutto il titolo si riferisce all’impossibilità delle donne di avere “una stanza tutta per sé”, una sorta di salottino in cui poter godere della propria privacy e con tranquillità potersi dedicare alla scrittura. Quello che succedeva era spesso che queste donne fossero costrette a scrivere nei soggiorni delle loro case…

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“Storia di una capinera” di Giovanni Verga

storiadiunacapineraQuesta volta vi voglio parlare di un brevissimo romanzo che ho comprato l’anno scorso con le uscite Newton&Compton a 0,99 € ma che sono riuscita a leggere solo un paio di settimane fa. Me lo sono portato nel mio viaggio in Toscana per tre motivi principali: è piccolo e leggero, mi serviva qualcosa di breve dato che comunque sapevo che non avrei letto molto, e mi faceva sentire più vicina a casa. Casa? direte voi. Sì, perché questa volta restiamo nella mia terra e parliamo di Storia di una capinera, del catanese Giovanni Verga.

Io credo che prima di leggere tutti gli autori possibili e immaginabili si debba avere un’idea precisa della letteratura della propria nazione e soprattutto della propria regione, motivo per cui ho il proposito di conoscere bene tutti (o quasi) gli autori siciliani. Verga è uno che a scuola vi fanno odiare perché ve lo fanno sembrare pesante, ma poi vi mettete lì a leggerlo da soli e scoprite tante cose. In questo caso mi sono trovata davanti ad una storia struggente, quella di Maria che, costretta dalla famiglia, entra in convento contro la sua volontà. Inizialmente non capisce che quella non è la sua vocazione, ma quando l’epidemia di colera la porta a rifugiarsi a casa sua per un periodo e le permette di conoscere persone a cui si affeziona, i suoi propositi iniziano a vacillare, fino a quando non crolla definitivamente.

Giovanni Carmelo Verga (1840-1922)

Siamo tra Monte Ilice e Catania, Maria è orfana di madre e suo padre si è risposato. La matrigna non è esattamente amorevole con lei, ma la ragazzina, sui vent’anni, è ingenua, non si rende conto dell’amore che la donna non le dà, crede che la si rimproveri solo per il suo bene, che certe attenzioni le vengano negate per abituarla alla vita monacale. Quando arriva la famiglia Valentini, a rifugiarsi là vicino per sfuggire al colera come loro, per Maria si apre un mondo. Conosce delle persone che la trattano da pari, soprattutto Nino sembra provare un affetto speciale per lei, un affetto che la ragazza non può ricambiare perché sarebbe un tradimento nei confronti del suo sposo celeste. Ma man mano che passa il tempo per Maria è sempre più difficile capire quale sia la sua strada, ciò che per lei rappresenta il volere non coincide affatto col dovere e l’epilogo sarà tragico.

Storia di una capinera è un romanzo epistolare, fatto per il 95% di lettere inviate da Maria alla sua amica Marianna, un tempo compagna di convento, che però poi è uscita e si è sposata. Marianna rappresenta quello che Maria non può essere, un’ideale di libertà e incontro con l’amore a cui “la capinera” non ha la possibilità di aspirare. Le restanti lettere, invece, sono scritte da un’altra suora che, indirizzandosi a Marianna, le racconta che cosa ne è stato dell’amica.

Pare che la storia (pubblicata per la prima volta nel 1871, ma scritta nel 1869) sia in parte autobiografica, prende spunto da una vicenda vissuta dallo stesso Verga da ragazzo. Quando l’epidemia di colera arrivò a Catania tra il 1854 e il 1855, la famiglia Verga si rifugiò in un paesino dalle parti di Vizzini, a Tebidi, dove Giovanni che aveva solo quindici anni s’innamorò di Rosalia, una giovane educanda. 1

Il romanzo, che racconta la triste storia di Maria, costretta da altri ad un futuro che non ha scelto, ha avuto un tale successo da vendere circa ventimila copie in poco più di vent’anni. Verga ricalca perfettamente il linguaggio di una giovinetta che non ha mai potuto assaporare i piaceri della vita e non ha mai potuto essere uguale ai suoi coetanei. Maria si diverte tantissimo a correre nei prati, a raccogliere i fiori, cose che oggi ci potrebbero sembrare ridicole, ma che per lei rappresentano una libertà che non le è concessa. La ragazza è ingenua, ma dato che tutto il male non viene per nuocere, il colera le fa aprire gli occhi, le insegna che cosa è la vita vera, quella senza privazioni e accanto agli affetti. Ma a questo punto è un bene o un male? Magari per lei sarebbe stato meglio se non avesse mai scoperto nulla e avesse continuato a vivere nella bolla del suo convento. Probabilmente in quel caso avrebbe salvato la sua anima. E la sua storia suscita ancora più tristezza, se pensiamo che di ragazze come Maria, un tempo, ce n’erano davvero tante.

Adesso, se vi chiedete da dove venga il titolo, vi lascio l’introduzione in cui Giovanni Verga ci spiega tutto:

Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia; ci guardava con occhio spaventato; si rifugiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione.

Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.

Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta.

Ecco perché l’ho intitolata: “Storia di una capinera”.

Buona lettura!

Titolo: Storia di una capinera
Autore: Giovanni Verga
Genere:
 Romanzo epistolare
Anno di pubblicazione:
 1871
Pagine: 128
Prezzo: 0,99 €
Editore: Newton&Compton

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


  1. Federico de Roberto, Casa Verga e altri saggi verghiani, a cura di Carmelo Musumarra, Firenze, 1964. 

“I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij

WP_003678L’estate rappresenta per me un momento di maggiore rilassatezza, quindi da qualche anno mi dedico a leggere quelli che si potrebbero considerare mattoni, ma solo per la mole, non per le storie. Giorni fa mi sono data a I fratelli Karamazov, di Dostoevskij, e nonostante qualche inciampo iniziale sono arrivata alla fine in sole due settimane. Devo dire che non ho mai amato gli autori russi perché hanno quasi tutti quel modo di scrivere troppo prolisso, i nomi sono troppo complicati e troppo simili fra loro e per esporre un concetto facile facile ci mettono 50 pagine. Ma ne è valsa la pena. Certo, ci sono stati dei momenti in cui ho pensato che fosse un po’ noioso, ma la storia è bellissima e lo stile dell’autore – anche se filtrato da una traduzione – è immortale. Della serie che autori così non ne fanno più!

I fratelli Karamazov sono, in ordine decrescente di età, Dmitrij (Mitja), Ivàn e Alekséj (Alëša), diversi praticamente in tutto, soprattutto nei caratteri: il primo è nato dalla prima moglie del padre, Fëdor Pavlovič, ed è irruento, incline alle passioni, superficiale ma non esattamente cattivo, anche perché dopo la fuga della madre e il disinteresse del padre nessuno si è disturbato ad educarlo; il secondo, figlio della seconda moglie del padre (come l’ultimo), è un ragazzo orgoglioso, intelligente e con la pretesa di essere superiore agli altri, ma la sua condizione va a peggiorare fino al delirio; il terzo è l’unico personaggio interamente positivo della storia, buono, caritatevole e con un grande senso di spiritualità.
E poi c’è Smerdjakov, figlio illegittimo di Fëdor Pavlovič e una sorta di pazza asceta, Lizaveta Smerdjaskaja (il soprannome significa “la puzzolente”, so che state sorridendo!), che viene tenuto in casa come sguattero e cuoco. È un ragazzo che non mostra quasi a nessuno la sua intelligenza, facendo credere a tutti di essere un povero stupido ignorante, e cerca di legare con Ivàn, che gli sembra il più simile a lui.

Cosa scatena il pasticcio che vi tiene incollati al 700 e passa pagine? Una donna, Agraféna Aleksandrovna, detta Grušenka, nell’attesa del suo primo amore con cui dopo tanti anni deve ricongiungersi, si diverte a fare impazzire d’amore e desiderio Fëdor Pavlovič e il figlio maggiore Mitja. I rapporti tra i due non sono mai stati buoni, ma s’inaspriscono al massimo, portando padre e figlio perfino alle mani e al desiderio di morte dell’avversario. I fratelli e chi sta intorno a loro assistono quasi inermi a questi conflitti, perfino Katerina Ivanovna, Katja, fidanzata di Mitja e lasciata da lui, con miliardi di scuse, per l’altra. Una notte, quando Mitja va a casa del padre di nascosto per intercettare un suo incontro con Grušenka, in presenza di Smerdjakov che gli dice di aiutarlo, colpisce nella confusione un servo e scappa quando capisce che lei non c’è. Mitja s’informa in giro e la raggiunge in un posto dove lei è andata col suo amore che si è ricongiunto a lei e ad altri. Lì la ragazza si libera di tutta la sua cattiveria e capisce di essere realmente innamorata di Mitja, quindi si fidanza con lui e i due progettano di sposarsi più avanti. Ma quando sembra che i due abbiano trovato la felicità arriva la polizia e arresta Mitja per l’omicidio del padre Fëdor Pavlovič.

A questo punto i fratelli cercano di salvare Dmitrij, di capire la verità su come si sono svolte le cose quella notte e c’è tutta una parte su interrogatori, confessioni e processo vero e proprio. Com’è andata veramente? È stato Mitja ad uccidere il padre? In fondo lui, che lo ha minacciato di morte e ha detto spesso che lo avrebbe ucciso con le sue mani, ed è pure stato visto in casa sua, sembra il vero colpevole. E va considerato pure che ci sono questioni di soldi in mezzo, soldi che Katja aveva prestato al suo ex fidanzato e soldi, eredità della madre, che Fëdor Pavlovič aveva negato al figlio. Il libro si conclude con la parte – che secondo me è la più bella – del processo a Mitja: le arringhe degli avvocati, le testimonianze di quasi tutti i personaggi della storia, misteriose assenze e il verdetto finale. Davvero, fino alle ultime pagine non si capisce dove penda l’ago della bilancia della giustizia: tantissimi colpi di scena fanno guadagnare o perdere punti un po’ all’accusa e un po’ alla difesa.

All’inizio farete un po’ fatica ad andare avanti, ma quelle che leggete sono delle premesse che devono essere fatte per capire meglio tutto il resto della storia. Onestamente non pensavo che mi sarebbe piaciuto così tanto, anche se il fatto stesso che sia considerato universalmente un classico è un po’ una garanzia, no? Io credo che su certi libri non si debba dire troppo, perché si può cadere nel banale e io non sto qui a fare lezione di letteratura. Vi dico semplicemente che l’ho divorato, a parte qualche momento in cui ho dovuto fare una pausa perché l’edizione che ho scelto era la peggiore che potessi prendere. E di questo voglio parlare. Il Mammut della Newton&Compton sembra essere stato pubblicato senza che qualcuno si sia curato di correggere ciò che andava corretto: castronerie assurde come “gli disse” riferito ad una donna (in moltissimi punti, non uno solo), Anne Radcliffe (si chiamava Ann, senza la e) e, quella forse peggiore, la divisione per andare a capo tra l’ e ho. Capisco che il libro sia composto da 800 pagine e uno alla fine può arrivarci un po’ stanco e confuso (anche se non deve capitare), ma un minimo di cura editoriale soprattutto per la lingua italiana… Speriamo lo sistemino, perché se devo essere sincera è da un po’ che questo editore mi lascia perplessa.

Comunque, la storia è davvero bella e narrata in un modo che ormai non esiste più, oltre al fatto che rispecchia anche i costumi della Russia di un’altra epoca. Non lasciatevi spaventare dal numero delle pagine, correte a leggerlo 😉

Titolo: I fratelli Karamazov
Autore:
 Fëdor Dostoevskij
Traduzione:
 Alfredo Polledro
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1879
Pagine: 768
Prezzo: 14,90 €
Editore: Newton&Compton

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

Il 22 maggio 1859 nasceva Arthur Conan Doyle

L’amore è una cosa davvero straordinaria e sottile: eravamo lì, due persone che non si erano mai incontrate prima di quel giorno, non si erano mai scambiate una parola né uno sguardo affettuoso; eppure, in quel momento di pericolo, le nostre mani si erano istintivamente cercate. Non ho mai smesso di stupirmene ma, in quel momento, sembrò la cosa più naturale del mondo che io mi volgessi a lei e, come spesso mi ha ripetuto, lei si volgesse istintivamente a me per conforto e protezione. Rimanemmo così, tenendoci per mano come due bambini, e malgrado l’oscurità materiale e morale che ci circondava, c’era la pace nei nostri cuori.

[Arthur Conan Doyle, Il segno dei quattro, 1890,
traduzione di Nicoletta Rosati Bizzotto,
Newton Compton, 2006]

Sir Arthur Conan Doyle (Edimburgo, 22 maggio 1859 – Crowborough, 7 luglio 1930), scrittore, medico e poeta scozzese.

“L’ultimo giorno di un condannato a morte” di Victor Hugo

«Ma si sono mai messi, soltanto con il pensiero, nei panni di chi è là, nell’attimo in cui la pesante lama che cade morde la carne, rompe i nervi, spezza le vertebre… Ma che! un mezzo secondo! il dolore è evitato… Orrore!»

(pag. 118)

mzi.gaivcyou.340x340-75L’ultimo giorno di un condannato a morte è un romanzo che Victor Hugo ha scritto nel 1829. Indovinate un po’ di che cosa parla. Difficile, vero?

L’autore francese ha racchiuso in poche pagine tutto il suo sdegno nei confronti di una pratica che sarebbe un eufemismo definire barbara. Immaginate di sapere che domani vi verrà mozzata la testa, a cosa penserete oggi? Ebbene, il protagonista di questo romanzo (un uomo di cui non viene specificato il nome, perché potrebbe essere chiunque) pensa a tutto ciò che lascia e a tutti coloro che verranno puniti insieme a lui. In realtà spesso non ci si pensa, come non ci si pensava all’epoca di Hugo, ma la persona che paga per il suo delitto (qualunque esso sia) con la vita, è pur sempre il figlio, il marito o il padre di qualcuno. L’uomo è riuscito a farsi dare della carta e del materiale per scrivere con lo scopo di lasciare ai posteri una testimonianza di quanto sta vivendo. In questo modo entriamo nella testa del condannato ed è quasi un pugno nello stomaco, riusciamo a percepire tutto il suo dolore.

Leggendo queste pagine ci si ritrova pieni di rabbia, soprattutto nei momenti in cui i carcerieri o il giudice si mostrano curiosi nei confronti del turbamento di quest’uomo che sta per veder terminare i suoi giorni. Perché sarà così in pena? Chissà! E gli rivolgono perfino le migliori cure prima di portarlo sul patibolo, anche se non si sa a cosa possa servire tutto ciò. Di fronte a lui ci sono persone che ridono, che incitano il boia e che non hanno rispetto per la vita di quella persona che ormai ha perso ogni speranza.
Particolarmente toccante è la parte in cui gli portano la figlia, la piccola Marie, a fargli visita. La bambina purtroppo non lo riconosce perché tutto il tempo che il papà ha passato in carcere ha fatto sì che ogni ricordo svanisse dalla sua giovanissima mente. Il condannato le chiede se lei abbia un papà e lei risponde che è morto, ma che prega per lui tutte le sere prima di dormire. Lui non riesce a sopportare questo dolore e fa portare via la bambina, quasi come se volesse risparmiarle la verità.

Questo libro, anche se è stato scritto quasi duecento anni fa, si rivela particolarmente attuale, dimostra come a quell’epoca ci fosse qualcuno che s’interrogava su questi temi e che, soprattutto, riusciva così bene a mettersi nei panni di una persona alla fine dei suoi giorni.

Titolo: L’ultimo giorno di un condannato a morte
Autore: 
Victor Hugo
Traduzione: 
Maurizio Grasso
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1829 (2005 questa edizione)
Pagine: 131
Prezzo: 6 €
Editore: Newton&Compton

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Dracula” di Bram Stoker

Il famosissimo Dracula di Bram Stoker! Inizialmente può sembrare un po’ un mattone, specialmente con l’edizione che ho scelto io, quella della Newton & Compton che fa dei libroni con pagine grandi e scritte piccine piccine ma piene piene, quel genere di pagine che ti fanno venir voglia di chiudere il libro. Ma ce la si fa tranquillamente.

Dracula, dello scrittore irlandese Bram Stoker (al secolo Abraham Stoker) è considerato l’ultimo dei romanzi gotici, uno di quei romanzi, per intenderci, con ambientazioni tetre, spettrali e pieni di mostri, brutti ceffi e cattivoni che mettono i bastoni tra le ruote ai personaggi buoni, che alla fine devono vincere. Il libro è ispirato alla leggendaria figura del Voivoda (principe) di Valacchia (una zona tra il Danubio e le Alpi transilvaniche) Vlad III, un tipo molto poco raccomandabile vissuto tra il 1431 e il 1476 e soprannominato Vlad l’impalatore (e v’ho detto tutto). Il nome Dracula viene dal fatto che il tipo in questione fu investito dell’ordine del Dragone, che in rumeno è drac, mentre ul è l’articolo determinativo che al contrario dell’italiano, la lingua rumena pospone ai nomi (es.: lupul = il lupo). Da qui gli derivò l’appellativo di Draculea. Solo che, disgraziatamente, drac può significare anche “demonio” oltre che “dragone”, quindi fate 2 + 2.

Detto questo, il libro è molto bello, anche se inizialmente non ho provato nessun trasporto. L’opera narra di alcune persone che per motivi diversi vengono a contatto col conte Dracula e, dopo aver scoperto chi è realmente, decidono di unire le forze per farlo fuori e liberare l’umanità da un simile mostro. Importante è la figura del professor Van Helsing, che qui è un luminare che per gran parte della sua vita ha studiato le abitudini di questo demonio e si mette a capo del coraggioso gruppetto perché è colui che tra tutti sa di più. Non è come quel tizio dell’omonimo film, bello e giovane che saltella da un posto all’altro… Stendiamo un velo pietoso.
La vicenda è narrata sulla base di alcuni scritti, messi in ordine cronologico, dei membri del gruppo. Quindi vediamo pezzi di diario, qualche memorandum, appunti, lettere, articoli di giornale e telegrammi.

Dracula non è il primo libro che parla di vampiri, però, questo è un errore che fanno in tanti. Dei vampiri si è sempre saputo/avuto paura, fin dalla notte dei tempi, tanto che troviamo fogli e fogli su di loro in ogni parte del mondo. Quello che invece possiamo considerare l’iniziatore della narrativa sui vampiri, poiché determinò il successo di questa figura, è John Polidori, con il suo Il vampiro (1819). Chi era John Polidori? Allora, vi ricordate (cosa che qualcuno saprà) della storiella che nel 1816, chiamato “l’anno senza estate”, alcuni grandi artisti – Percy Bysshe Shelley, Mary Wollstonecraft (poi Shelley, dato che si sono sposati più tardi) e Lord Byron (in realtà c’era pure la sorellastra di Mary che era amante di Byron) – andarono a passare un po’ di tempo in una villa italiana, Villa Diodati? Orbene, c’era pure il nostro amico John Polidori. Questi per divertirsi un po’ decisero di scrivere delle storie spaventose e da questo “passatempo” ne uscì Frankenstein (1818). Ma non solo. Anche  Il vampiro di Polidori ebbe tantissimo successo, solo che ormai la fama di Dracula lo ha oscurato e nessuno se ne ricorda più.

Titolo: Bram Stoker
Autore:
Dracula
Traduzione:
P. Faini
Genere:
Romanzo
Anno di pubblicazione:
1897
Pagine: 352
Prezzo: 6 €
Editore: Newton&Compton

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza