“Mia figlia, don Chisciotte” di Alessandro Garigliano e due chiacchiere con l’autore

Come molti di voi sapranno, ho alle spalle tanti anni di studio della letteratura da cui deriva un grande amore per il Don Chisciotte (letto sia in lingua originale che in italiano, e ne prevedo una rilettura a breve), che considero il romanzo per eccellenza, il libro più geniale che sia mai stato scritto. Evidentemente deve pensarla così anche Alessandro Garigliano, che da pochissimo ha pubblicato con NN editore Mia figlia, don Chisciotte, un libro che, come c’era da aspettarsi, mi ha conquistato e che sono contenta di aver letto per diversi motivi.
La storia è quella di un padre quarantenne che non ha il coraggio di dire alla propria bambina di tre anni di essere disoccupato e che quindi ogni mattina indossa il vestito elegante, quello del matrimonio, e finge di uscire per svolgere il lavoro di professore universitario. Ha una grande passione per Cervantes e finisce per interpretare la sua vita alla luce del Don Chisciotte: la figlia è una sorta di Alonso Quijano in miniatura e lui un povero Sancho Panza che la accompagna nelle sue strampalate avventure quotidiane (di cui si racconta nei vari capitoli). È uno strano Sancho il protagonista, però: spesso è combattuto, non sa se assecondare la fantasia della bimba o se riportarla coi piedi per terra, ricordarle i suoi obblighi e farle accettare la razionalità del presente. E vorrebbe proteggerla sempre, magari creando un bunkerino in cui possa non correre rischi.
Ma Mia figlia, don Chisciotte non è solo una raccolta di episodi familiari da cui emerge la tenerezza di un padre (e di una madre, personaggio secondario che poi, in realtà, tanto secondario non è) nei confronti della figlia; è anche un libro pieno di interessanti riflessioni letterarie su Cervantes e non solo, che sono davvero piacevoli da leggere perché la passione con cui Garigliano le ha scritte si percepisce in ogni pagina.

Dopo la lettura ho pensato di porre qualche domanda all’autore, siciliano come me (ma di Misterbianco, dalla parte opposta), che avevo già incontrato durante la presentazione del libro fatta qui a Palermo a fine aprile. Garigliano collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana e il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino. Ecco qui di seguito una breve intervista.

Da cosa (e quando) nasce la tua passione per il Don Chisciotte?
Da sempre, devo dire. Fino a una certa età ho vissuto con il mito del donchisciottismo, poi, non essendomi mai occupato di altro che di libri, il “Don Chisciotte” di Cervantes è subito diventato un testo totemico: l’origine del romanzo moderno. Paradossalmente ne ho rimandato per anni la lettura, quasi in soggezione, per potermelo godere al meglio accumulando quanta più esperienza possibile, sia letteraria che di vita. Ma non appena è arrivato il momento, non ho più smesso di leggerlo: mia moglie era incinta!

La gestazione di Mia figlia, don Chisciotte è stata lunga e travagliata?
Ho lavorato molto sul testo. Sono una personalità ossessiva, quindi cerco di curare ogni dettaglio. In questo libro, non avendo nessun punto di riferimento per quanto riguarda il genere, ho impiegato parecchio tempo per dare forma alla struttura e per rendere fluido il passaggio tra la parte saggistica e quella narrativa.

Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro?
Niente e tutto, direi. Se l’autobiografia è il genere più falso che esista, allora ho scritto un testo autobiografico.

Ah, Sancio, vorrei gridare, per quali ragioni ricerchi cause, indizi, motivi? Dobbiamo ravvederci, osare, annichilire la ragione inalberando anche noi tracotanza! Subito però mi sento di nuovo braccato dalla prudenza, dando ancora ragione a Sancio. Credo sia giusto accettare il presente per non covare un futuro di frustrazioni a mia figlia. È sempre meglio reprimere la parte utopica, nonostante continui malgrado tutto ad affiorare.

Gran parte dei genitori cerca di limitare la fantasia dei figli per tenerli legati alla realtà e farli restare coi piedi per terra. Il tuo protagonista/narratore, invece, spesso fa proprio il contrario: alimenta e incoraggia l’immaginazione della sua bambina. Quale credi che sia l’atteggiamento più corretto e perché?
Non so quale sia l’atteggiamento più corretto. Credo non esistano confini rigidi tra fantasia e realtà. Bruno Bettelheim diceva che le fiabe sono scritte in quel modo – con cattivi e buoni, tinte fosche, violenza e immaginazione – perché il mondo interiore dei bimbi è esattamente fatto in quel modo. E la stessa cosa possiamo dire dei miti: non sono che proiezioni di mondi interiori appartenenti da sempre all’essere umano. E ancora: quando di notte rielaboriamo ciò che abbiamo vissuto di giorno, con una grammatica totalmente diversa, non stiamo “fantasticando”, stiamo semplicemente continuando a interpretare la realtà.

La moglie del protagonista è una figura che parte un po’ in sordina ma acquista sempre più rilievo. Credi che anche lei possa corrispondere a qualche personaggio del capolavoro di Cervantes?
Per me la moglie è un personaggio centrale perché incarna sia don Chisciotte che Sancio Panza.

Mia figlia, don Chisciotte, oltre ai racconti familiari di unapadre, una madre e una figlia, raccoglie tante interessanti pagine di critica letteraria, non solo su Cervantes. Pensi che questo possa stimolare ulteriormente chi ti legge alla critica e che possa far scoprire Don Chisciotte a chi ancora non lo ha affrontato?
Ho iniziato a scrivere il mio testo perché esasperato da chi crede sia importante solo cosa c’è scritto in un libro, il contenuto della storia, senza porre la dovuta attenzione a come il libro è scritto. Per me, invece, non si dovrebbe trascurare niente: il contenuto, certo, ma anche la lingua, le coordinate temporali e spaziali, la trama (che non deve limitarsi a riprodurre lo svolgersi di percorsi di genere triti e ritriti, ma reinventarsi incessantemente), il montaggio eccetera. E allora, nel mio “Don Chisciotte”, ho provato a raccontare anche come è stato scritto il capolavoro di Cervantes: con quali intuizioni, improvvisazioni e rigore; e anche il modo in cui dialoga con i testi del passato e con quelli del futuro. Approfittando soprattutto del fatto che il “Don Chisciotte” di Cervantes è considerato da molti l’origine del romanzo moderno.

Leggendo il tuo romanzo viene da pensare che molte volte la vita e la letteratura si fondano fin quasi a coincidere. Sei d’accordo con chi dice, in fin dei conti, letteratura e vita sono un po’ la stessa cosa?
Su Letteratura e vita, in Mia figlia, don Chisciotte, ho scritto un intero capitolo (il quinto, intitolato: “Che tratta di mia figlia, Proust e Cervantes”). Non ho molto da aggiungere. Credo che dipenda da cosa si intenda per vita e cosa per Letteratura. Esistono libri mediocri, che somigliano alla più sconfortante quotidianità e vite talmente scontate da poterci scrivere romanzi di genere.

Grazie mille ad Alessandro Garigliano per la disponibilità e la gentilezza.
Buona lettura!

Titolo: Mia figlia, don Chisciotte
Autore: Alessandro Garigliano
Genere:
 Romanzo 
Anno di pubblicazione:
 2017
Pagine: 234
Prezzo: 16 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspiena

“Le nostre anime di notte” di Kent Haruf

Sto parlando di attraversare la notte insieme.
E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici.
Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire.
Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?

 

16722684_10210990881759411_5642372498764312145_oLo aspettavo con ansia e finalmente a metà febbraio è uscito: Le nostre anime di notte, edito da NN e tradotto ancora una volta dal buon Fabio Cremonesi, è esattamente il libro che mi aspettavo di avere tra le mani. Chi mi segue da più tempo – anche se ultimamente vado a rilento – sa che l’anno scorso mi sono innamorata in modo rapido e folle di Kent Haruf, e non occorre che vi metta i link delle recensioni della Trilogia della Pianura perché potete andare nella pagina dell’elenco degli autori trattati in ordine alfabeti e lo trovate alla H. Questo scrittore, che purtroppo ci ha lasciati nel 2014 (e dico purtroppo perché probabilmente ci avrebbe regalato tanta altra roba di grande livello), mi ha conquistata col suo stile che in alcuni momenti mi ha ricordato quello asciutto ma incisivo di Hemingway e che in generale è sempre stato all’altezza delle situazioni narrate. Devo dire che l’unica pecca del romanzo che ho finito di leggere qualche giorno fa è che finisce subito, è breve, ma in compenso ci lascia tanto.

Addie Moore, vedova ormai da un po’, un giorno decide di andare a far visita al suo vicino, Louis Waters, solo anche lui, per chiedergli se vuole passare le notti da lei a parlare e a farsi compagnia. L’uomo inizialmente rimane turbato, più che altro perché Holt è una piccola cittadina e la gente parla, ma poi accetta e va a trascorrere la notte da Addie. L’esperienza è estremamente positiva, i due iniziano a conoscersi meglio, a mettere a nudo le proprie anime e raccontarsi tutto ciò che non sanno l’una dell’altro: scoprono, infatti, di non essere stati sempre felici e di essersi tenuti dentro dolori che sarebbe stato meglio tirar fuori. Se in un primo momento tutto va come deve, dato che Louis alle prime luci del mattino fa ritorno a casa sua per non dare nell’occhio, la piccola comunità in cui vivono inizia a spettegolare su queste due persone che chissà che cosa fanno, come mai non si vergognano, alla loro età, ma dove si è mai vista una cosa del genere… E ci si mette anche Gene, il figlio di Addie, a tentare di dividere la madre da Louis, Gene che dovrebbe badare alla sua famiglia, in particolare al figlio Jamie che ha lasciato tutta l’estate a casa della nonna per risolvere i problemi con sua moglie. È a questo punto che Addie e Louis saranno costretti a prendere una decisione: continuare a vivere in questa bolla felice o cedere alla cattiveria di chi li circonda e smettere di vedersi?

Amo questo mondo fisico.
Amo questa vita insieme a te.
E il vento e la campagna, il cortile, la ghiaia sul vialetto.
L’erba, Le notti fresche.
Stare a letto nel buio a parlare con te.

Addie e Louis sono due persone che hanno ormai superato la settantina e sono rimaste sole. Entrambi vedovi, hanno deciso di farsi compagnia e, se in altri contesti potrebbe essere una cosa normale, a Holt – piccola città nei dintorni di Denver, Colorado, in cui sono ambientati tutti i romanzi di Kent Haruf – sembra una cosa fuori da ogni logica. Le persone ne parlano, si chiedono come mai questi due anzianotti non abbiano alcuna vergogna a sbandierare una relazione che (chissà per quale motivo) appare sconveniente, soprattutto per Louis che, lo sanno tutti, una volta ha lasciato la moglie per vivere con un’altra e poi è tornato a casa più per dovere che per amore. Ma ciò che traspare dalle parole dei protagonisti è che non c’è più tempo, la vecchiaia avanza e chissà quanta vita resta ancora da vivere, bisogna godersi l’ultima parte del cammino. È quello che il traduttore Fabio Cremonesi nella nota finale definisce come un senso di urgenza, spinge Addie e Louis a fare cose che non avrebbero mai pensato prima.

Quello che colpisce è la tenerezza che avvolge la relazione tra i due anziani (e che speriamo di vedere presto nel film che stanno girando con Jane Fonda e Robert Redford che dovrebbe uscire quest’anno), una relazione fatta di attenzioni e di condivisione, qualcosa che forse dovrebbe essere la regola per ogni tipo di rapporto, ma a cui spesso si arriva in età già adulta o addirittura avanzata. Addie e Louis non si nascondono nulla, lui le racconta senza peli sulla lingua come sia stato tradire la moglie e andare a vivere con un’altra, lei invece gli parla della morte della figlia, sviscerando quel dolore e quelle sensazioni che si è tenuta dentro molto a lungo perché per “delicatezza” nessuno ha mai fatto cenno a quegli eventi.
Ma la tenerezza sta anche nelle parole con cui Haruf descrive Jamie, il nipotino di Addie. È quello stesso mix di dolcezza e delicatezza che l’autore dedica ad altri bambini o a vecchi fratelli burberi in altri suoi romanzi. In effetti, rispetto agli altri libri, questo mi è sembrato leggermente diverso, più che altro per lo stile che appare più positivo e addolcito (forse c’entra il fatto che lo stesso autore era già avanti negli anni e malato quando lo ha scritto?). Per quanto riguarda elementi che ricorrono, invece, mi viene in mente l’inesorabilità di certi destini, che però lascia intatta la speranza dei personaggi: è come se Haruf lasciasse sempre una porticina aperta, come se volesse dire “deve andare così, ma c’è qualcosa che possiamo sempre fare, possiamo fare una piccola lotta contro tutto e tutti”.

Una chicca: ad un certo punto Addie e Louis parlano di andare a teatro perché metteranno in scena delle vicende ambientate a Holt, uno spettacolo su due fratelli che accolgono in casa una ragazza incinta, storie sicuramente inventate dato che in quel paesino non ci sono mai stati individui del genere. Poi si chiedono come sarebbe se scrivessero un libro su di loro. Uno scherzetto metaletterario niente male!
Se Haruf vi aveva già conquistato, con Le nostre anime di notte potete andare sul sicuro.
Buona lettura!

Questo libro è per chi è stato a Holt e non vede l’ora di tornarci, ma è soprattutto per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato.

Titolo: Le nostre anime di notte
Autore: Kent Haruf
Traduttore: Fabio Cremonesi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015 (2017 questa edizione)
Prezzo: 17 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Briciole: “Panorama”, “La vegetariana”, “Furore”

Ritorno dopo una ventina di giorni di silenzio per parlarvi di alcuni libri che o mi hanno preso poco o di cui non sono riuscita a raccontare sul momento dimenticando molti dettagli. E mi dispiace molto in entrambi i casi, ma tra un impegno e l’altro purtroppo non si riesce a star dietro a tutto.

15977693_10210660749866320_2941111850295580373_nPanorama di Tommaso Pincio. È un libro che parla anche di libri. Ottavio Tondi è uno che ha rinunciato ad altre professioni per fare il lettore, ma non è un lettore normale, lui dedica la sua vita alla lettura ed è responsabile anche del successo di un grande best seller. È quasi venerato, tanto che lo invitano addirittura a leggere in pubblico, e la gente lo ammira, estasiata. Ottavio però ha anche un’ossessione per Ligeia Tissot, una donna conosciuta su un social network, Panorama, appunto. Non l’ha mai vista né incontrata, ma ha solo visto negli anni le foto del suo letto disfatto, cosa che lo ha spinto ad iniziare a scrivere. Appunti di ciò che lei gli faceva vedere nelle foto. Intorno a questo personaggio ruota tutta una storia a cui bisogna prestare parecchia attenzione, senza fermarsi solo a leggere le parole. Ci sono diversi spunti di riflessione che, andando troppo velocemente (e può succedere perché il libro è breve), si rischia di non cogliere, come ad esempio il ruolo dei social network oggi, la situazione dell’editoria e l’idolatria nei confronti di certe figure, oppure ancora le strane pulsioni umane e il voyeurismo, il desiderio di ficcare il naso nelle vite altrui.
DETTAGLI: Panorama, Tommaso Pincio, Romanzo, Letteratura italiana, 200 pp., NN editore 2015, 13 €, 4/5 stelline


16422591_1841309649415953_172744979047600112_oLa vegetariana di Han Kang è un romanzo che ho deciso di leggere come breve intervallo tra robe più corpose, ma che non credo di aver apprezzato molto, come invece hanno fatto altri. La storia è quella di Yeong-hye, una donna che una notte fa un sogno sanguinoso e raccapricciante e improvvisamente decide di diventare vegetariana. Se qui da noi la cosa può sembrare normale, nella società della protagonista è quasi un sacrilegio: la famiglia accoglie la scelta con rabbia e inizia a trattarla come se fosse pazza, l’unico che non la critica e, anzi, tenta di avvicinarsi a lei è il marito della sorella. In realtà Yeong-Ye può davvero essere instabile mentalmente, ma il suo disagio interiore (quello che ha nei confronti della carne) inizia a venire fuori piano piano fino a quando non diventa un disagio totale, nei confronti di quasi ogni essere animale, e sprofonda nell’anoressia nervosa.
Questo libro non mi ha presa, non mi sono sentita trasportare dalla sofferenza della protagonista e addirittura c’è qualcosa che mi ha infastidito, anche se non saprei dirvi cosa perché davvero non sono riuscita a capire. Potrebbe essere il modo di raccontare la storia, il linguaggio che cambia per ciascuna delle tre parti di cui La vegetariana è composto.
DETTAGLI: La vegetariana, Han Kang, trad. Milena Zemira Ciccimarra, 2007, Romanzo, Letteratura sudcoreana, 177 pp., Adelphi 2016, 18 €, 2/5 stelline


15941206_10210560732485948_6420604488741780400_nFurore di John Steinbeck lo abbiamo letto all’interno del gruppo di lettura di LeggoNobel. La storia inizia quando Tom Joad esce di galera, torna a casa e non trova più nessuno, tutto è cambiato. In realtà la sua famiglia si è già messa in marcia per andare a cercare una vita migliore in California, luogo quasi fiabesco in cui troveranno lavoro, la natura è rigogliosa e tutto sarà più facile. Ma non sarà così facile perché verranno trattati da fuggiaschi ovunque arrivino e mentre perdono pezzi vengono anche rifiutati. Cambiando molte parole ci ritroviamo a leggere la storia di molte persone che oggi fuggono dai loro luoghi d’origine per avere più denaro e benefici in posti che credono siano migliori, ma che in realtà non lo sono, anche perché poco aperti a ricevere il prossimo. Il linguaggio di Steinbeck si adatta perfettamente a quello dei personaggi, gente poco istruita che spesso ricorre a frasi fatte e proverbi per mostrare una saggezza popolare che, però, in certe situazioni serve a poco. Ci sono punti molto belli e punti che non mi hanno trasmesso nulla, quindi il mio giudizio globale è esattamente a metà tra un estremo e l’altro della scaletta di stelline. Non l’ho apprezzato come avrei dovuto e mi dispiace molto. Ho confermato però la mia impressione che il 99% dei romanzi americani è contraddistinto dalla presenza della polvere.
DETTAGLI: Furore, John Steinbeck, trad. Sergio Claudio Perroni, 1939, Romanzo, Letteratura americana, 633 pp., Bompiani 2013, 11,90 €, 3/5 stelline

“Faber” di Tristan Garcia

Era fatto così: ricostruiva tutto ciò che amava
con mattoni di odio e di rabbia,
per ritrovarcisi prigioniero, alla fine, da solo.

 

cover_faber_webCome saprete, sono una lettrice onnivora e instancabile, tanto che da qualche anno non riesco più a leggere un solo libro alla volta. Questa pila di libri cominciati sul mio comodino è il motivo principale per cui spesso vado molto lenta nella pubblicazione delle varie recensioni, se leggessi come le persone normali sarei molto più rapida, ma dobbiamo accontentarci. Metteteci anche che ogni tanto mi vengono botte di sonno allucinanti, attacchi di stanchezza micidiale e momenti di scarsa concentrazione, e allora non ne usciamo più. Ma ecco, oggi vi parlo di un libro che ho finito ieri e che, pur essendo molto particolare (o forse proprio per questo), mi è piaciuto molto.
Si tratta di Faber, del francese Tristan Garcia, pubblicato da NN Editore lo scorso 22 settembre con una bella traduzione di Sarah De Sanctis. L’autore del romanzo oltre che scrittore è anche filosofo, quindi immaginate un romanzo pieno di spunti di riflessione, di passaggi importanti e di riferimenti che, però, come dice la traduttrice nella nota finale, il lettore non francese potrebbe non cogliere. Ma la storia creata da Garcia, con il suo ritmo non lineare e quel sapore di “mito”, ci coinvolge e ci tiene attaccati alle pagine.

Faber – Mehdi Faber, in realtà, ma si fa chiamare solo col cognome – è sempre stato bellissimo, occhi scuri, riccioli neri, un’aria da essere superiore, sempre popolare e al di là di ogni cosa terrena. Fin da bambino è stato più maturo degli altri, ha affascinato e intimorito i suoi compagni e i suoi amici. Faber è un ragazzo di origini magrebine che arriva nel paese fittizio di Mornay a 8 anni, non ha più i genitori e viene adottato da una coppia non troppo giovane che lo ama molto. A scuola crea un legame molto forte con Madeleine e Basile, due ragazzini che sembrano un po’ timidi e in balia dei vari bulletti, e quest’amicizia andrà avanti anche man mano che i tre cresceranno. Ma Maddie e Baz non esistono senza Faber, è lui il centro del gruppetto, quello intorno al quale ruotano le loro vite: lui li ammalia, loro lo seguono in tutto senza porsi domande.
Ma se Faber, dal latino, può voler dire “fabbro, creatore”, nella realtà il nostro protagonista è un distruttore: ha la capacità di rovinare tutti coloro che entrano in contatto con lui, di annientare legami, quasi come se fosse un dio cattivo (lui in realtà pensa di essere il diavolo) ha delle manifestazioni di malvagità che impressionano chi gli sta accanto. Ma amici e familiari gli vogliono molto bene e lo proteggono, sempre e comunque. Almeno fino a quando non riemergono dal sogno e decidono che basta così.

C’era qualcosa di naturale nel suo modo di essere una cosa a parte.

Tutta questa storia, adesso, immaginatela intrecciata alla filosofia, alla politica degli anni Novanta (perché è il periodo in cui il protagonista è un adolescente e inizia ad essere cosciente di quello che accade), alle sette che credono in entità oscure, a una sorta di magia “nera” in tutti i sensi – Estelle, una ragazza bellissima dalla pelle scura, si ritiene un po’ strega e con una specie di rituale permette a Faber di ricordare cose che la sua testa vuole rimuovere. Pensate alle ribellioni giovanili, alle occupazioni dei licei, a ragazzi che iniziano a occuparsi di politica con un fervore che si può avere solo a quell’età, quando ti lasci trasportare dall’entusiasmo e dai tuoi ideali senza essere troppo diplomatico. Ecco, lì c’è Faber, è quello che tutti seguono.
Come ho detto prima, Garcia racconta questa storia come se si trattasse di un mito. Nelle scuole, dopo che Faber è andato via, si parla ancora di lui, di quell’ex studente magnifico sotto tutti i punti di vista, un essere leggendario che chiunque vorrebbe emulare. Basile ha scritto parti di un romanzo su di lui e sull’amicizia che lo legava a lui e a Maddie e a cosa è successo dopo che si sono divisi. La vicenda è narrata seguendo i periodi principali della vita del protagonista (l’infanzia, l’adolescenza) ma con il presente che continuamente cerca di intrufolarsi per collegarsi al passato. Ne viene fuori una sorta di puzzle che si va ricomponendo da solo man mano che si va avanti nella lettura: ogni pezzo va al suo posto e ogni rapporto di causa ed effetto viene spiegato.

Nei primi giorni in cui l’ho letto sono andata ad un ritmo abbastanza lento, ma questo libro, in parte autobiografico, va lento con poche pause, perché secondo me c’è la possibilità di perdere qualcosa. Ma come ho già detto, sono una lettrice iperattiva che ama saltellare da un libro all’altro e ormai credo di non essere più in grado di tornare indietro. Comunque, credo di non aver perso il filo del libro, anzi!
E non l’ho ancora detto perché ho voluto dare più importanza al romanzo, ma anche questo mi ha conquistato per l’immagine di copertina che, lo si capisce dopo averlo finito, fa pensare a Faber, Baz e Maddie e all’intreccio delle loro vite.

Buona lettura!

Questo libro è per chi ama osservare le sfumature bianco argento del fuoco, per chi ascoltava gli Smashing Pumpkins negli anni Novanta, per chi da bambino ha inventato un codice segreto per sfuggire ai nemici, e per chi crede che il futuro sia più antico del passato e che l’adolescenza sia l’ultima libertà che ancora abbiamo.

Titolo: Faber
Autore: Tristan Garcia
Traduttore: Sarah De Sanctis
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 22 settembre 2016
Pagine: 400
Prezzo: 19 €
Editore: NN Editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota


Tristan Garcia è nato a Tolosa nel 1981. Ha studiato Filosofia alla École Normale Supérieure di Parigi. È autore di diversi romanzi, tra cui La parte migliore degli uomini pubblicato in Italia nel 2011 da Guanda, Le Saut de Malmö et autres nouvelles, Les Cordelettes de BrowserMémoires de la jungle, Faber e 7, vincitore del Prix du Livre Inter 2016, pubblicati in Francia da Gallimard.

Breve intervista a David James Poissant, autore de “Il paradiso degli animali” (NN Editore)

Lo scorso 10 settembre ho partecipato all’incontro alla libreria Modusvivendi di Palermo con David James Poissant, autore de Il paradiso degli animali, pubblicato lo scorso anno da NN Editore e recensito da me QUI. A dialogare con lui c’erano alcuni membri del circolo di lettura relativo alla libreria (Il ModusClub), i quali hanno fatto emergere gli aspetti più interessanti del libro in relazione anche al lavoro dello scrittore. Ma dopo averlo conosciuto mi sono venute in mente tante altre domande che avrei voluto fargli – molte delle quali forse gli avrebbero posto gli stessi intervistatori se il tempo a disposizione fosse stato illimitato, non so – e per fortuna la squadra di NN me ne ha dato la possibilità facendo da tramite fra me e lui.
David James Poissant – Jamie, come si presenta lui – è una persona estremamente carina che stringeva la mano a chiunque entrasse in libreria (pure a me che sono rimasta imbambolata) dicendo «Hi, I am Jamie!» e che ha parlato dei suoi racconti con serietà ma anche con grande ironia. Se quando mi trovo a fare domande ad un autore mi soffermo, com’è ovvio che sia, su qualche aspetto della sua opera, quello che più m’interessa è, di solito, la sua personalità, i motivi per cui ha compiuto determinate scelte o il modo in cui lavora. A chi non viene voglia, terminato un libro, di fare quattro chiacchiere con chi lo ha scritto per conoscerlo meglio? A me succede quasi sempre.

Ma bando alle ciance! Se non lo avete fatto vi consiglio ancora (e ancora) di leggere Il paradiso degli animali, soprattutto in attesa del romanzo che nel frattempo Poissant sta scrivendo perché… be’, leggete questa piccola intervista fino alla fine!

Il tuo percorso da scrittore è cominciato coi racconti, che a mio parere sono molto difficili da scrivere: dovendo concentrare la storia in poche pagine, il rischio di non dire nulla e di combinare disastri è altissimo. Come mai hai deciso di lanciarti proprio sui racconti, ottenendo tra l’altro un gran risultato? Sono più nelle tue corde?
I racconti in un certo senso sono il mio forte! Se hai ragione quando dici che la posta in gioco è alta e le storie sono difficili da azzeccare, i rischi sono minori in termini di tempo trascorso per ogni pezzo finito. Se lavoro su una storia per un mese e poi non funziona, ho solo buttato via un mese. Se lavoro su un romanzo per due anni e non funziona, be’, è un sacco di tempo perso. (Non sto dicendo che il tempo passato a scrivere sia sprecato, non lo è mai. La scrittura t’insegna la resistenza, il problem-solving, ecc.. Ma di sicuro può essere doloroso passare moltissimo tempo su una cosa che poi non funziona.) Quindi, all’inizio, penso di essermi dato ai racconti perché i romanzi sembravano troppo grandi, troppo lunghi. Poi mi sono innamorato della tortuosità della storia, del modo in cui ogni parola ha una sua importanza. Adesso sto lavorando a un romanzo ed è un tipo diverso di sfida. Amo entrambe le forme narrative, ma il racconto sarà sempre il mio primo amore.

Molti autori hanno idee contrastanti sul rapporto tra verità e finzione: alcuni raccontano cose che conoscono davvero o di cui hanno sentito parlare; altri, invece, inventano di sana pianta. Per quanto riguarda le tue storie ti sei ispirato ad eventi reali?
Il mio motto è: scrivi ciò che ti spaventa. Le mie storie non sono autobiografiche. Alcune attingono leggermente a cose che ho visto succedere ad amici. Ma per per la maggior parte sono inventate. Penso alle cose di cui ho più paura (la morte di una persona amata, la morte di un bambino, la fine di un matrimonio, la fine dell’amore), e scrivo in quella direzione. A volte penso che quest’abitudine sia un po’ superstiziosa, come se, scrivendo di tutte le cose brutte, poi queste non potessero accadere a me nella vita reale. Ma quando devo creare le ambientazioni nelle mie storie o nel mio romanzo, esse sono basate su luoghi reali e vite reali. Non posso inventare scenari di sana pianta. Studio meticolosamente i luoghi, li visito, o cerco di ricordare posti in cui sono stato, e metto personaggi fittizi dentro questi posti reali, se ha senso.

I tuoi personaggi non sono persone particolarmente importanti, ci parli di gente normale che affronta cose più o meno normali ma terribili, eventi possibili e verosimili che possono toccare tutti, ma che nessuno di noi vorrebbe mai affrontare. Perché hai scelto di raccontare proprio il lato tragico della vita? È un modo per esorcizzare il male?
Sì, è quello che penso. Scrivo del male per tenerlo a bada. Scrivo di persone comuni in circostanze comuni perché credo che ognuno meriti che la sua storia venga raccontata.

Nei racconti de Il paradiso degli animali gli animali sono sia un pretesto per scatenare emozioni che la rappresentazione simbolica delle emozioni stesse. Durante un incontro coi lettori hai detto che prima pensi alla storia e in un secondo momento decidi quale animale attribuire a quella determinata situazione. In base a cosa crei questi abbinamenti?
Non sono sicuro di avere sempre il pieno controllo quando scrivo una storia! Quando scrivo bene, i personaggi sembrano muoversi e parlare per loro libera scelta. È come se sognassi ad occhi aperti. Per questo motivo, con questo libro, ho trovato spesso gli animali che passeggiavano dentro e fuori dalle storie. Ad eccezione de L’uomo lucertola e L’ultimo dei grandi mammiferi terrestri, non credo di aver scelto coscientemente di abbinare un particolare animale ad una storia. Loro semplicemente ci passeggiano dentro, facendo le fusa o ringhiando, spesso quando meno me li aspetto.

Con altri lettori mi trovo spesso a riflettere sull’atteggiamento degli autori durante le presentazioni. Chi viene da fuori è sempre gente alla mano, amichevole, disponibile e soprattutto molto umile; sto pensando, ad esempio, a Peter Cameron, a Jenny Offill e anche a te che hai accolto allegramente chiunque entrasse in libreria. Molti degli scrittori italiani (e per fortuna non tutti!), invece, si comportano spesso da intellettuali e appaiono un po’ snob. In America si dà un significato diverso all’essere scrittore? Come ci si pone nei confronti del pubblico?
Ci sono alcuni scrittori americani lì fuori che sono un po’ meno amichevoli, ma la maggior parte di noi è gradevole, almeno per quanto riguarda la mia esperienza. In un mondo che passa più tempo a guardare la TV che a leggere libri, penso che la maggior parte di noi sia grata di avere dei lettori. Io so di esserlo!

Come lavora David James Poissant? Dove e come scrive? Ma soprattutto, scrive quando c’è l’ispirazione o si mette d’impegno ad elaborare idee?
Se scrivessi solo quando mi sento ispirato, di rado scriverei qualcosa! Penso alla scrittura, invece, come ad un lavoro, e provo a presentarmi al lavoro quasi tutti i giorni. Mi siedo a scrivere e spero che la Musa si faccia viva. Scrivo meglio la mattina prima che le email e altre voci si inseriscano e confondano il mio cervello impegnato con la scrittura, se rendo l’idea. Scrivo quasi tutti i giorni per quattro ore al giorno, e compongo sul portatile.

Ultima domanda. Sappiamo che stai scrivendo un romanzo e, dato che già ci hai conquistati con Il paradiso degli animali, siamo ansiosi di leggerlo. Ci puoi dare qualche anticipazione? Che cosa dobbiamo aspettarci?
Il paradiso degli animali contiene due racconti collegati, Diagramma di Venn e Sveglia il bambino. Raccontano la storia di Richard e Lisa Starling, una coppia che perde un figlio piccolo. Il romanzo ha inizio trent’anni dopo. Richard e Lisa adesso hanno due figli. La famiglia si riunisce per un’ultima settimana alla casa al lago prima che la casa venga venduta e che Richard e Lisa se ne vadano in Florida. I figli hanno idee diverse sulla vendita della casa. È un romanzo che parla di famiglia, amore, sesso, segreti, e di tre matrimoni molto diversi.

Adesso non ci resta che aspettare questo nuovo romanzo. Io gongolo perché, in effetti, i racconti da cui prende spunto sono quelli che ho preferito nella raccolta.
Grazie a Jamie Poissant per avermi concesso un po’ del suo tempo e a NN Editore!

“Il paradiso degli animali” di David James Poissant

coverIl mio rapporto coi racconti è sempre stato controverso, spesso addirittura qualcuno ha capito che non mi piacciono. Se di un romanzo riesco a dire che è carino, che è abbastanza godibile o accettabile, coi racconti sono molto più cattiva, perché essendo più brevi non possono essere carini, non ci sono vie di mezzo: o bianco o nero, o sono bellissimi oppure brutti. Credo che una short story sia molto più difficile da scrivere rispetto a un romanzo, perché devi concentrare in poche pagine – non sempre pochissime, perché ci sono anche racconti più lunghi – un istante oppure una parte di una storia più grande. È come se da un film lungo dovessimo togliere una scena. Non so, mi viene in mente adesso Titanic (forse perché la radio nella stanza accanto mi sta facendo sentire la colonna sonora); immaginate di prendere la famosa scena “Sto volando, Jack”, accendere i riflettori su quella e farne un cortometraggio. Deve essere fatto bene. Esempio stupido, comunque, ma è solo per dare una piccola idea, perché con la scrittura è più difficile.

Ieri ho finito di leggere una raccolta di racconti di David James Poissant uscita in originale nel 2014 e in italia per NN Editore lo scorso anno con una traduzione di Gioia Guerzoni, Il paradiso degli animali. A me è sembrato davvero un bel libro e volutamente me lo sono letto in più giorni, l’ho centellinato ma non troppo. Quando devo leggere racconti non mi piace affrontarne molti di seguito, voglio un po’ di stacco tra una storia e l’altra, perché ho paura di confonderle. Ma qui non è stato difficile perché c’è un filo rosso che le lega tutte, ed è una sorta di malinconia che si avverte dietro ogni parola. Poissant racconta storie di persone che hanno vissuto situazioni traumatiche e si trovano a convivere con quel ricordo, di persone che non sono riuscite a cogliere l’attimo o che hanno perso la loro occasione, che sono arrivate troppo tardi. Non sono vicende felici, anche se qua e là, ogni tanto, si coglie qualche barlume di luce o di speranza, perché la vita va sempre avanti ed è con questo che dobbiamo fare i conti.

Se alcuni racconti mi hanno colpita meno, il più bello è sicuramente La geometria della disperazione, diviso in due parti, I. Diagramma di Venn e II. Sveglia il bambino. È la storia di un uomo e una donna che si recano a un incontro con un gruppo di ascolto per persone che hanno perso i figli. Si dice che non ci sia dolore più grande per un genitore che veder morire il proprio figlio. L’uomo e la donna sanno, perché osservano gli altri, che entro un anno le coppie che hanno sperimentato questo trauma sulla propria pelle si separano, perché non riescono a reggere questo dolore insieme e preferiscono prendere strade diverse. E tra i due è lui che vuole mollare, a cominciare da questi incontri a cui non vuole più andare. Poissant ci fa entrare nella mente di quest’uomo e ci mostra come ha elaborato e continua tuttora ad elaborare il lutto, lo vediamo rendersi conto di quale sia il modo giusto per accettare la perdita e capire che scappare non serve. E soprattutto lo vediamo continuare a vivere.

Se in Nudisti il fulcro della storia non è la morte della moglie di Mark, ma il problema di risolvere il conflitto tra Mark e suo fratello Joshua che non gli è stato accanto quando è rimasto solo, nell’ultimo racconto, Il paradiso degli animali, che dà il titolo alla raccolta, vediamo un padre che vorrebbe cancellare il passato, vorrebbe dimenticare di aver rifiutato l’omossessualità del figlio che adesso ha contratto l’AIDS e sta per morire. Dan deve fare un lungo viaggio per raggiungere Jack, ad ogni tappa gli telefona per dirgli che sta arrivando e che è successo qualcosa che gli fa perdere tempo. Ma, viene da chiedersi, avrebbe potuto scegliere un modo più veloce per viaggiare? perché non lo ha fatto? E in effetti non arriva in tempo, perché il figlio se n’è già andato, e a lui non resta altro che tanto dolore.

Nei racconti di Poissant ci sono figli, fratelli, mariti, mogli, amanti, genitori che troviamo in momenti decisivi della loro vita, persone che si trovano spesso ad un bivio e devono scegliere la strada migliore da intraprendere. Gli animali sono molte volte la rappresentazione simbolica delle emozioni di questi personaggi, ma anche pretesti per scatenarle, queste emozioni, come nel caso del cane che viene investito nel racconto Io e James Dean.
Come sapete, io amo le storie tristi e forse questo è uno dei motivi per cui Il paradiso degli animali mi è piaciuto così tanto. Ho deciso di leggerlo adesso perché la settimana prossima avremo in Italia l’autore, David James Poissant, che il 12 settembre sarà a Venezia, il 13 a Milano e il 14 a Palermo per un mini tour. Ve lo consiglio vivamente, sia che vi piacciano i racconti, sia che non vi piacciano.

Buona lettura!

Questo libro è per chi sogna di viaggiare su un furgoncino Volkswagen in compagnia di un labrador nero, per chi ama i film di Wes Anderson e il deserto di Bagdad Café. e per chi a volte teme di essere un pazzo ma in realtà è caduto in un cerchio magico da cui riuscirà prima o poi a uscire.

Titolo: Il paradiso degli animali
Autore: David James Poissant
Traduttore: Gioia Guerzoni
Genere:
 Raccolta di racconti
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 302
Prezzo: 17 €
Editore: NN Editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


David James Poissant – I suoi racconti sono apparsi in diverse riviste e nella antologia Best New American Voices, e hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters. Con Il paradiso degli animali ha vinto il Florida Book Award 2014, ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize e al PEN/Robert W. Bingham Prize.
Docente del master in Fine Arts all’University of South Florida, nel 2015 viene nominato vincitore al New Writers Award for fiction, come in passato autori del calibro di Alice Munro e Richard Ford.

“Sono Dio” di Giacomo Sartori

Sono Dio.
Lo sono sempre stato, lo sarò sempre.
Un sempre però con riflessi affilati di diamante,
e senza corrispettivi nelle lingue degli uomini.

 

13517522_10208751244969891_3711843570913883631_oDio ha il suo bel da fare a controllare tutto ciò che succede nell’universo da lui creato, ma mentre se ne va a zonzo qua e là per il cosmo gli viene il ghiribizzo di guardare che cosa sta succedendo sulla Terra: nello specifico gli cade l’occhio in Italia, su una ragazza coi capelli viola che fa l’addetta alla fecondazione bovina (praticamente infila tutto il braccio nei pertugi più intimi delle mucche), è di facili costumi e, soprattutto, atea. Si mette, quindi a scrivere una sorta di diario pieno di sfoghi e considerazioni sul creato e sull’atteggiamento degli uomini, per lui così insignificanti o, almeno, importanti tanto quanto ogni altro essere vivente come, ad esempio, una formica o un uccellino; gli uomini che stanno facendo un bel casotto sulla Terra e che, se potesse, non creerebbe di nuovo; gli stessi uomini che in teoria dicono di rappresentarlo e di parlare per lui e poi in pratica combinano le peggiori schifezze.

Se tornassi indietro, altra formula priva di senso, ricreerei le giraffe, le pulci, i trichechi, i dinosauri (che poverini hanno fatto una brutta fine), le salamandre e magari aggiungerei anche qualche novità, come succede sempre quando si rifà da capo qualcosa e vengono nuove idee, ma mi guarderei bene dal rimettere in circolazione l’uomo. Insomma, lascerei Noè sul molo. Uomo? No grazie! per dirla con la formula degli antinuclearisti.

Dafne, la fricchettona che in segreto sta archittettando un piano per hackerare il sito del Vaticano, fa innamorare Dio che inizialmente non sa cosa gli stia succedendo, ma poi capisce di essere finito anche lui, come gli uomini, nel vortice dei sentimenti e non riesce ad uscirne. Diventa perfino geloso, ma siccome è perfetto e può fare tutto ciò che gli piace, decide di eliminare il suo rivale (un corteggiatore di Dafne) non facendolo mettere sotto da un’auto, perché è pur sempre Dio, ma facendogli ottenere un lavoro con un’ottima paga in Australia, a chilometri e chilometri di distanza dal suo oggetto di desiderio. Da quel momento, la strada è libera, anche se la ragazza può cascarci in qualsiasi momento con chiunque. Dio metterà in atto il suo piano, che gli sfuggirà leggermente di mano perché non considera certi aspetti umani a cui non è abituato, ma resterà spiazzato dalla inaspettata conclusione dei giochi.

Sono Dio è un romanzo di Giacomo Sartori pubblicato da NN editore il 26 maggio 2016, una sorta di ironico e frizzante diario di un Dio diverso da come ce lo aspetteremmo se fossimo i classici bigottoni. È un Dio alla mano, meno perfetto di quanto lui stesso creda, criticone (come dargli torto con tutto il male che ci stiamo facendo da soli qui sulla Terra?) e soprattutto vittima dei sentimenti per una creatura sgangherata e fuori dagli schemi. Sta sempre lì ad osservarla curioso, perfino mentre si accoppia con altri uomini, perennemente insoddisfatta; la osserva al lavoro, a casa, mentre cammina per strada. Insomma, Dafne per lui è una vera e propria ossessione, ma un’ossessione perfetta, come lui. Che poi lo riconosce, che, dopotutto, non è che questa stangona sia una gran bellezza, perché si sa, nessuno è perfetto tranne lui, ma lei ha qualcosa che lo ha fatto cascare come una pera cotta nell’innamoramento.

Però dietro l’ironia credo ci sia sempre qualcosa di serio, e infatti in questo libro io ci ho visto tante riflessioni sulla natura umana. Immaginiamo – chiaramente per chi ci crede – per un momento che Dio ci stia guardando dall’alto e che commenti quello che facciamo tutti i giorni. Che cosa penserebbe? Che cosa direbbe? Probabilmente quello che dice il Dio di Sartori o magari che stiamo tentando di autodistruggerci, e si schiferebbe di certe pratiche “nascoste” di cui veniamo a sapere ogni tanto dalla cronaca.

Se dovessi fare la lista di tutte le amenità che ho visto svolgersi nei conventi e nelle sacrestie nel corso dell’ultimo millennio, mi ci vorrebbero dieci anni: come è risaputo sono proprio quelli che predicano e pontificano, che nei meandri ombreggiati della pratica le combinano più grosse.

Ho comprato Sono Dio ad Una marina di libri perché mi attirava molto e perché mi sono innamorata fin da quando è uscito della copertina con la testa sbrilluccicante (di Dio?). Mi sono trovata tra le mani una lettura spassosa, perfetta per l’estate, leggera ma per niente banale. Ho trovato molto interessante l’idea di Sartori di mettersi nei panni di Dio e dall’alto della sua perfezione farlo scendere al livello dei comuni mortali.
Non mi resta che lasciarvi le indicazioni di lettura di NN che trovate sempre sulla quarta di copertina di ogni loro libro e naturalmente augurarvi buona lettura!

Questo libro è per chi ama correre in moto nelle notti viola, per chi emoziona quando Truman si incaglia con la barca ai confini del suo cielo e della sua terra, per chi cerca il profumo delle stelle e per chi è innamorato ma si sente un ranocchio che ha paura di cadere nel buco nero di Sagittarius A*.

Titolo: Sono Dio
Autore: Giacomo Sartori
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 224
Prezzo: 17 €
Editore: NN editore
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza