“Le cose dell’orologio” di Mario Borghi

Nessuno si è accorto che il mondo,
per l’ennesima 
volta, si è capovolto,
e tutti gli orologi stanno 
marciando al contrario.

7843380Un giorno, all’improvviso, la routine di una piccola stazione ferroviaria viene interrotta da un fatto pressoché assurdo: è stato rubato l’orologio, quello stesso orologio che aveva segnato momenti importanti delle vite dei cittadini, arrivi, partenze, saluti, ultimi baci. È proprio sparito, ma chi sarà il ladro? Il capostazione e il sindaco si mettono alla ricerca del possibile colpevole insieme alle forze dell’ordine, con l’intervento non richiesto della signorina Piccionetti, una donna che più sta in mezzo e più felice sembra essere. Una bambina di terza elementare addirittura scrive un tema commovente sulla scomparsa di quest’orologio così caro a tutti e lo invia al Presidente del Consiglio. Insomma, è una faccenda seria, roba che dovrebbe perfino arrivare in televisione.

Ma parallelamente a questa storia, Mario Borghi ce ne racconta un’altra, quella del ladro, un ragazzo che a volte ruba le cose semplicemente perché ne ha voglia (e probabilmente perché vuol vedere l’effetto che provoca nelle persone) e che tiene l’orologio sul soppalco del proprio loft. L’unica a saperlo, oltre il giovane, è Anna, la tipa delle pulizie, una ragazza un po’ fuori di testa che organizza nel loft feste immaginarie, con amici immaginari e stuzzichini immaginari. Ma si fa i fatti suoi.

Vide l’orologio, ma non si scompose. Tra noi vigeva un tacito accordo: lei vedeva e taceva, io sapevo e tacevo.

Le cose dell’orologio è una storia grottesca in cui si muovono personaggi comuni ma sopra le righe, con caratteristiche volutamente esagerate, come ad esempio la signorina Piccionetti, estremamente battagliera, che crea comitati, sottocomitati e ficca il naso in qualsiasi faccenda che riguardi il paese.
Il fatto che fin dall’inizio il lettore sappia chi è il ladro non rappresenta una grande rivelazione, perché il romanzo prenderà tutt’altra piega. Come le lancette dell’orologio, ad un certo punto, cominceranno a fermarsi e a girare al contrario, anche il senso della giustizia andrà dalla parte sbagliata. Borghi usa come pretesto il furto dell’orologio di una stazioncina di paese per fare le sue considerazioni sul mondo attuale e lasciare qua e là qualche pillola di filosofia spicciola.

Il finale mi ha ricordato un po’ qualche romanzo di Camilleri in cui, dopo il misfatto, l’importante sembra essere trovare un colpevole e non “il” colpevole, non per forza perché la verità sia scomoda per qualcuno ma, più che altro, per inettitudine di chi porta avanti le indagini. La ricerca del ladro diventa ancora più difficoltosa perché il ragazzo, oltre che stare attento a non farsi scoprire, deve fare i conti anche con altri pasticci combinati nel suo passato, con le questioni che ha da regolare con altra gente. Il mistero, quindi, nonostante la confessione del ladro rivolta solo a noi lettori, si risolve per tutti gli altri personaggi praticamente da solo, nel modo più comodo per tutti, ché poi è quello l’importante: serve una soluzione che faccia contenti tutti, come riconosce anche  Gaia Conventi, blogger e autrice, nella sua prefazione.

Le cose dell’orologio è un noir ironico e fresco ma per niente banale, che dietro un fatto grottesco nasconde tantissimi spunti di riflessione. Buona lettura!

Valutate bene se e come fidarvi delle apparenze, anche se tutto questo potrebbe essere, più o meno, successo. Più più che meno.

Titolo: Le cose dell’orologio
Autore: Mario Borghi (prefazione di Gaia Conventi)
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 febbraio 2016
Pagine: 112
Prezzo: 11 €

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Mario Borghi (1964) è nato a Sanremo ma vive a Sassari. Dopo alcuni testi teatrali, nel febbraio del 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo, Le cose dell’orologio. Nella vita, oltre a scrivere e a gestire il blog Diario di un cialtrone, si occupa di servizi editoriali con PB Servizi Editoriali.

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“Riti di morte” di Alicia Giménez-Bartlett

Brindiamo ai fiori – proposi -. 
Anche se hanno le spine – aggiunsi.

(traduzione mia)

11813436_10206470565474329_5607646572252799785_nHo comprato questo libro circa un anno e mezzo fa su Amazon perché le librerie di solito non hanno un buon reparto dedicato ai testi in lingua originale, così mi sono dovuta adattare e me lo son fatto spedire a casa. L’ho preso proprio in previsione dell’intervento di Alicia Giménez Bartlett a Una marina di libri 2014, infatti quando ha parlato del suo ultimo lavoro (che però non ho acquistato) sono andata lì ad assistere e a farmi autografare questo, che è il primo romanzo della serie con Petra Delicado. Inutile dire che è stato un incontro appassionante, l’autrice è una donna molto simpatica che s’è stupita vedendomi lì con un libro in spagnolo. Mi ha chiesto come mai e le ho risposto che, quando si può, credo sia meglio leggere in lingua originale per vedere il vero stile di uno scrittore senza la mediazione del traduttore. Lei mi ha sorriso e mi ha detto di continuare così, perché appena uno si ferma, appena smette di esercitare una lingua, se la dimentica. Mi ha stretto la mano e sono andata via.
E per un anno e mezzo il libro è stato lì nell’armadio in attesa di essere letto, ma la settimana scorsa è finalmente arrivato il suo momento.

In Riti di morte conosciamo Petra Delicado, un’ex avvocatessa che, al suo secondo divorzio, cambia casa e inizia un nuovo lavoro: è ispettore di polizia. Appena arrivata nel nuovo posto di lavoro viene chiamata a sostituire dei colleghi in un caso particolare: una ragazzina è stata stuprata e riporta sul polso un segno a forma di fiore. In questo incarico viene affiancata da Fermín Garzón, un uomo più avanti negli anni, grassottello, che a volte sembra eccessivamente moralista e misogino. Più avanti aumentano gli stupri e viene commesso qualche omicidio. I due poliziotti si vedono togliere il caso, poi se lo vedono restituire, ma continuano ad indagare sempre con tenacia, anche quando le vittime, i loro parenti e la stampa sembrano remare contro e mettere loro i bastoni tra le ruote. Scopriranno, alla fine, chi è lo stupratore e che legame c’è tra le violenze e gli omicidi.

Mi sono letteralmente innamorata di questi personaggi e sono sicura che andrò avanti con la serie, perché probabilmente è questo il tipo di poliziesco che mi piace di più. Il nome di Petra Delicado è quasi un ossimoro, Petra indica una persona forte, testarda, tosta, mentre il cognome Delicado ci fa capire che, in certe cose, è anche una donna fragile, che come tutti ha dei punti deboli. Il suo carattere all’inizio stride con quello di Garzón, ma è solo questione di tempo, devono conoscersi meglio e crescere insieme. Petra permette a Fermín di realizzare che nella sua vita ha solo seguito delle regole che una famiglia troppo rigida gli ha imposto: fare il bravo, sposare una donna molto religiosa, fare un figlio, comportarsi sempre bene. Probabilmente si pente di non essere mai uscito dai binari e lo capisce quando vede che la sua collega (e adesso amica) ha preso dalla vita ciò che voleva, fregandosene se fosse giusto o meno.

Ma Ritos de muerte è un libro che fa anche arrabbiare molto. Petra e Fermín indagano nei bassifondi di Barcellona, perché le prime vittime di stupro sono ragazzine di una classe sociale bassa, figlie di lavoratori, il cui unico interesse, però, sembra essere mantenere l’onore, per loro ogni macchia deve essere lavata via. Solo una è figlia di un uomo molto ricco, il quale infatti spedisce subito la ragazzina negli Stati Uniti per toglierla dal mezzo, perché nessuno pensi a cosa le è successo. Nessuno sembra aver fiducia nella polizia, tanto che questo signore, l’unico dei “colpiti” che possa permetterselo, ricorre ad un investigatore privato per trovare lo stupratore, mentre gli altri si lasciano pagare dai giornalisti per comparire in televisione, per far notizia e diffamare le forze dell’ordine. Qualche motivo per parlar male dei poliziotti, però, ce l’hanno, perché Petra qui è alle prime armi e ogni tanto perde il filo e fa qualche piccolo errore. Ma sono errori da cui impara molto e che sicuramente l’aiuteranno in futuro.

Non è un libro pesante e se vi piacciono i polizieschi potete leggerlo tranquillamente sotto l’ombrellone. Se volete provare in spagnolo potete star sicuri che non è poi così complicato, sepoffà. In ogni caso, per me, cinque stelline se le merita tutte perché mi ha fatto passare delle belle ore e l’ho trovato ben scritto. Nella scheda, comunque, vi indicherò la versione italiana pubblicata da Sellerio.

Buona lettura!

Titolo: Riti di morte
Autore: Alicia Giménez Bartlett
Traduzione:
 Maria Nicola
Genere:
 Giallo, Poliziesco, Noir
Anno di pubblicazione:
1996 (2002 questa edizione)
Pagine: 404
Prezzo: 13 €
Editore: Sellerio – La memoria

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) è la creatrice dei polizieschi con Petra Delicado. I romanzi della serie sono stati tutti pubblicati nella collana «La memoria» e poi riuniti nella collana «Galleria». Ha anche scritto numerose opere di narrativa non di genere, tra cui: Una stanza tutta per gli altri (2003, 2009, Premio Ostia Mare Roma 2004), Vita sentimentale di un camionista (2004, 2010), Segreta Penelope (2006), Giorni d’amore e inganno (2008, 2011), Dove nessuno di troverà (2011, 2014) e Exit (2012). Nel 2006 ha vinto il Premio Piemonte Grinzane Noir e il Premio La Baccante nato nell’ambito del Women’s Fiction Festival di Matera. Nel 2008 il Raymond Chandler Award del Courmayeur Noir in Festival.

“L’esatto contrario” di Giulio Perrone

E anche la verità, dopo tutto, cosa aggiungerebbe?
Potrebbe mai essere di conforto?
Forse no, ma ormai mi sembra impossibile
non andare avanti a cercarla.

 

IMG_20150717_154742Se è vero che il giallo moderno ha quasi sempre come protagonista un detective improvvisato, L’esatto contrario, romanzo di Giulio Perrone, edito da Rizzoli nel 2015, non fa eccezione.
Riccardo Magris è un giovane romano che si guadagna da vivere grazie all’affitto che gli pagano due ragazzi che vivono con lui, ad un programma su calciatori/bidoni che conduce in una radio e a delle recensioni che scrive periodicamente sulla rivista TuttoGiallo. Dieci anni prima la sua amica Giulia è stata uccisa presumibilmente dal suo professore universitario, un uomo con cui lei aveva rapporti e che è stato trovato proprio sul luogo del delitto: nei bagni della Sapienza. Il professor Morelli si è sempre dichiarato innocente ma, dieci anni dopo il delitto, appena uscito di galera, improvvisamente muore. Suicidio. Subito dopo muore anche il suo avvocato. Chissà se i due casi sono collegati. È quello che tenterà di scoprire Riccardo, inviato come un giornalista d’assalto da Dora, direttrice di TuttoGiallo con cui lui ha avuto una piccola storia, in virtù della sua vecchia conoscenza con Giulia e la sua famiglia. Il ragazzo combinerà qualche pasticcio, ma si avvicinerà molto alla soluzione.

Ho comprato questo romanzo i primi di giugno quando l’autore è venuto a presentarlo nella libreria vicino casa mia, quella che frequento soprattutto quando ci sono incontri interessanti. Quindi, ça va sans dire, me lo son fatto pure autografare e ho avuto la possibilità di conoscere questo editore/scrittore che per me era semplicemente uno dei miei contatti di Facebook. A parlarci di questo romanzo è venuto anche un relatore d’eccezione, Gian Mauro Costa, che qualcuno di voi conoscerà soprattutto per le avventure del suo Enzo Baiamonte targate Sellerio. Ma non divaghiamo, era solo per dirvi che con un personaggio così che faceva da apripista si è passato un bel pomeriggio.

Vi confesso che il protagonista mi è piaciuto molto, l’ho trovato simpatico e ben caratterizzato. Lui pensa alla Roma, alle recensioni di libri gialli e non disdegna un’occhiata alle gambe di una bella ragazza. Vive nella casa che gli ha lasciato suo padre insieme a Sandro, appassionato di Proust, e Rachele, una dominatrice per passione che spesso e volentieri se ne va in camera sua a sottomettere qualcuno che per questa cosa la paga anche. Ha uno zio che gli copre le spalle e ogni tanto gli dà soldi per aiutarlo dopo che ha perso il padre: è il simpaticissimo Italone, che chiude tutte le sue telefonate e i suoi messaggi con “nun fa’ cazzate” e che non vuole essere disturbato nemmeno quando sta guardando la partita più inutile del campionato del mondo.
Ma la storia è molto particolare, perché a tenere le redini di tutto è una persona che ha sempre e comunque il coltello dalla parte del manico. Non posso dirvi troppo, se no praticamente vi rovino la lettura di questo thriller molto carino, ma sappiate che solo all’ultimo capirete le ragioni di un titolo come L’esatto contrario. Io ho una fissa per i titoli, sin dall’inizio non faccio altro che chiedermi perché un autore abbia scelto proprio quelle parole per dare un nome alla sua creatura, e qui ho dovuto aspettare le ultime pagine per rendermi conto che spesso niente è come sembra e che le apparenze ingannano. Riccardo scoprirà solo in parte il lato oscuro di Giulia, di quella che tutti pensavano fosse una ragazza acqua e sapone ma che, invece, frequentava gente strana. Chissà se verrà tutto a galla! Fatto sta che io un seguito ce lo vedrei proprio bene.

Mi dispiace dire che ho dovuto togliere quasi una stellina al mio giudizio perché c’erano alcuni refusi nel libro che mi hanno disturbato la lettura. Rizzoli, icché ttu fai? Comunque mi sono divertita con questo libro leggero per un paio di giorni, perché l’ho proprio divorato. Se siete amanti del genere sono sicura che vi piacerà!
A questo punto, dato che l’esordio di Perrone autore non è stato affatto male, vediamo se questo “nuovo” autore sfornerà qualcos’altro.

Titolo: L’esatto contrario
Autore: Giulio Perrone
Genere: Romanzo giallo
Anno di pubblicazione: marzo 2015
Pagine: 227
Prezzo: 18,50 €
Editore: Rizzoli
Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota


Giulio Perrone

vive a Roma, dove nel 2005 ha fondato la casa editrice che porta il suo nome. Insegna Organizzazione e gestione delle imprese culturali presso la facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma.

“Un’opera di bene” di Gianfranco Martana

Copertina-ebook-Opera-di-bene-Gianfranco-Martana600x800-225x300Vi ricordate di Ellera edizioni? Ne abbiamo parlato ben due volte, in occasione della prima e della seconda uscita della collana Letteratura Italiana Sommersa che raccoglie testi di autori emergenti: La scomparsa di Massimiliano Arlt e La mia musica nel silenzio. Il terzo romanzo di questa collana è Un’opera di bene di Gianfranco Martana, uscito alla fine di giugno, e come per le altre due uscite mi fa davvero tantissimo piacere farvelo conoscere.

Diego Venturini è un famoso scrittore salernitano che però non ama avere contatti col mondo, l’unica eccezione è il nipote venticinquenne Alfredo (figlio di suo figlio Ignazio, morto suicida qualche anno prima) che va a trovarlo la domenica per aiutarlo in certe faccende. Un giorno si presenta a casa sua Teresa Esposito, una donna disperata che gli racconta di aver perso da poco tempo suo figlio Lorenzo di dieci anni in un incidente stradale e gli chiede di scrivere un racconto in suo onore. Diego la manda via in malo modo, ma poi, convinto da Alfredo, la cerca e stringe un patto con lei, perché non lavora mica gratis: ogni ora di lavoro di Diego corrisponderà a due ore di lavori domestici svolti da Teresa. Ma le cose non vanno come dovrebbero, perché le informazioni che la donna raccoglie dagli amichetti del bambino sono molto strane e lei stessa è sfuggente. Verranno a galla moltissimi segreti e verità taciute anche nella famiglia Venturini, e i risvolti della vicenda saranno inevitabilmente drammatici.

Avevo letto la scheda che lo definiva un noir e ci ho messo un po’ a capire perché, dato che per buona parte del libro non succede quasi nulla che faccia pensare ad omicidi o reati, ma alla fine ecco la rivelazione. Il problema, come spesso accade nella vita, è sempre lo stesso: essere troppo impulsivi, fidarsi della prima cosa che ci viene detta, anche se da un estraneo, e fare un due più due che non sta in piedi e che ci porta a conclusioni che solo apparentemente sono corrette. Senza considerare l’ansia e la rabbia che ci fanno perdere il lume della ragione. È proprio questo che succede ad Alfredo in Un’opera di bene. Al ragazzo hanno sempre detto che il padre si è impiccato perché Diego era stato un genitore opprimente e non lo aveva lasciato libero di coltivare e concretizzare le sue passioni facendolo iscrivere ad economia e tarpandogli le ali. Per questo motivo Alfredo ha sempre provato nei confronti del nonno un affetto freddo, quasi aspettasse un buon motivo per fargli pagare il fatto di avergli tolto un padre. Ma la verità non è mai in superficie, bisogna scavare più a fondo per scoprirla, non fermarsi alle apparenze.

Ho trovato il modo di scrivere di Gianfranco Martana estremamente piacevole, leggero ma non banale. Non si perde mai in discussioni inutili, ma si limita a fornirci elementi importanti ai fini della storia. Anche i personaggi risultano ben caratterizzati, soprattutto quello di Diego (che mi è piaciuto tanto), un vecchietto un po’ orso, che sotto sotto ha un grande cuore ma non lo dimostra perché è passato attraverso tantissime brutte situazioni, molte delle quali non sono mai state raccontate al nipote. Come si spiegherebbe, infatti, il grande affetto di Matilde (la madre di Alfredo, nuora di Diego) nei suo confronti che stride così tanto con il comportamento di suo figlio verso il nonno? Ma questo lo scoprirete leggendo.
Anche il finale è interessante, c’è una rivelazione particolarmente importante che ha fatto sì che questo libro mi lasciasse tanta tristezza dentro. Non posso dire troppo perché rischierei di rovinarvi la lettura, ma dirò solamente che alla fine arriva il colpo di grazia: quando la situazione è già terribile e drammatica, sembra quasi che tutte le cose brutte siano accadute per una menzogna, una delle due importanti bugie su cui è basata tutta la storia, il che rende ancora più tragica la vicenda. Ma a me i drammi piacciono, quindi ho trovato pane per i miei denti.

Che dire? Ellera non pubblica di continuo, ma quando lo fa, lo fa col botto. Questo romanzo mi è piaciuto tantissimo, anche perché la scrittura è al centro della trama. Complimenti a Martana e ad Ellera che ce lo ha fatto conoscere!

Titolo: Un’opera di bene
Autore: Gianfranco Martana
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: giugno 2015
Pagine: 221 (formato mobi e epub)
Prezzo: 4,99 €
Editore: Ellera Edizioni – Collana “Letteratura italiana Sommersa”
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


Gianfranco Martana è nato a Napoli e ha vissuto a Salerno prima di trasferirsi a Brighton, dove insegna italiano. Ha conseguito un dottorato in Italianistica con una tesi su Letteratura e Cinema, una sua sceneggiatura ha ricevuto una menzione al Premio Solinas e ha scritto, prodotto e girato un cortometraggio con Alessandro Haber selezionato in numerosi festival italiani ed europei. Alcuni suoi racconti sono presenti in raccolte, riviste e ebook di diversi editori. Il suo racconto Come Quando Fuori Piove ha vinto la prima edizione del premio “Il Giardino di Babuk”.

“La strage dei congiuntivi” di Massimo Roscia

WP_004413La strage dei congiuntivi è un altro libro che ho letto insieme a Simona, Elena e Nereia per #letturecondivise. In pratica, quando qualcuno fa una proposta di lettura decidiamo di affrontarla insieme e commentarla passo passo su Twitter (o sui nostri profili Facebook), riportando anche foto, stralci e citazioni che ci piacciono (se v’interessa vedere cosa abbiamo scritto e scriviamo cercate su Twitter #StrageCongiuntivi, è l’hashtag di riferimento che abbiamo scelto). Stavolta, dopo aver letto il titolo del libro proposto non mi sono fatta nessuna idea perché non conoscevo né il testo né l’autore, mai sentiti, quindi ho accettato volentieri e mi sono procurata il volumetto.
Forse l’ho finito prima degli altri, ma di certo non è stata una lettura facile e adesso vi spiego perché.

Innanzitutto l’autore: Massimo Roscia. Dal sito di Exòrma leggiamo:

È nato a Roma nel 1970 (qualcuno sostiene nel 1870). Scrittore, critico enogastronomico, docente, condirettore editoriale del periodico «Il Turismo Culturale». Autore di romanzi, saggi, ricerche, guide e vincitore di diversi premi letterari, ha esordito nel 2006 con “Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo”. L’originale noir sul rapporto cibo-nevrosi ha ottenuto in pochi mesi un grande successo di pubblico e di critica. Da qualche anno insegna comunicazione, tecniche di scrittura emozionale, editing, letteratura gastronomica e marketing territoriale. Nei minuti liberi continua a scarabocchiare e a chiedersi cosa fare da grande.

La storia, in poche parole, è questa. L’assessore alla cultura, Bill Gross Donkey, un uomo che data la sua ignoranza con la cultura non c’entra proprio niente, viene ucciso con un colpo di bastone di legno d’ulivo dopo il suo lunghissimo discorso filosofico. Ma chi lo ha ucciso? Sicuramente uno dei cinque personaggi, abbastanza stravaganti, che si ergono a difensori della cultura e della lingua e che per salvare il mondo dallo sfacelo linguistico/culturale, appunto, ucciderebbero. C’è chi è un ex bibliotecario licenziato dall’assessore e trasferito all’ufficio del cimitero, chi è nelle forze dell’ordine, chi è professore, ma tutti condividono la medesima idea: non bisogna arrendersi, non ci si può limitare ad indignarsi e a storcere il naso davanti a tali nefandezze, bisogna reagire e se è il caso, perché no?, togliere di mezzo qualcuno. E in questo caso è stato l’assessore, che viene stroncato da un bastone d’ulivo che ricorda un po’ quello di Atena.

Tutto qui, l’idea è sicuramente originale, come lo è anche la dedica all’inizio, su cui mi sono soffermata molto quando ho aperto il libro.

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Apprezzabile! In fondo bisogna dedicare qualcosa a tutti, anche a quelli a cui nessuno pensa mai.

Ma, per continuare il discorso, originali sono anche la struttura del libro e il modo di scrivere dell’autore. All’inizio di ogni capitolo c’è una piccola “dissertazione” sul numero corrispondente, ma durante la lettura, poi, spesso ci si perde un po’ perché non si capisce bene chi sia a parlare. Ogni capitolo è narrato da una persona diversa, la voce narrante non è sempre uguale. I personaggi risultano un po’ antipatici, ma recitano la parte che è stata assegnata loro da Roscia in quanto difensori all’estremo di una cultura e di una lingua (italiana, nonostante quasi nessun personaggio abbia un nome italiano) che vanno verso la rovina. Quindi, ad esempio, li troviamo impegnati a darsi dei soprannomi che non sono altro che i nomi di grammatici e filosofi dell’età classica, Partenio, Dionisio, Cratete e compagnia bella. E poi si mettono anche a parlare in una lingua che neanche il Petrarca…

Ma quello che ha fatto sì che il libro non mi riuscisse facile da leggere (e che quindi non mi conquistasse) è l’eccessiva quantità di note riscontrabile all’interno. Queste note non sono tutte autentiche, molte sono inventate e divertenti (più in basso ve ne riporto una), ma credo siano troppe, e rimandano a libri che l’autore ha letto (?) e cita. Ma sono davvero troppi, a volte sembra un po’ spocchioso, sembra che voglia fare uno sfoggio di erudizione per mostrarsi superiore. Ad ogni modo secondo me fanno perdere il filo, perché tu che leggi ti trovi continuamente a fare su e giù con gli occhi perché hai paura di perderti qualche chiarimento importante, e poi invece finisce che non le leggi più. E allora a che serve?

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La parte più divertente è sicuramente il lungo discorso dell’assessore Gross Donkey, infarcito di congiuntivi sbagliati, inventati o scambiati col condizionale, di accordi bislacchi tra aggettivi, pronomi e sostantivi corrispondenti, di occlusive sorde che diventano sonore e altre stramberie che voi comuni mortali non potreste nemmeno immaginare. E ci credo che lo fanno fuori, ad un certo punto! Porta davvero all’esasperazione un personaggio che parla così.

Insomma, onestamente a me non è piaciuto, non è stata una lettura adatta a me, ma se anche voi siete stanchi della violenza che si fa giornalmente ai danni della cultura e della nostra lingua magari vi può piacere.

Titolo: La strage dei congiuntivi
Autore: Massimo Roscia
Genere:
 Romanzo, Giallo, Noir
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 324
Prezzo: 15,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota

“Il mistero delle tre orchidee” di Augusto De Angelis

WP_002777Io non sono una grande amante dei gialli o dei polizieschi, ma non perchè non mi piacciano, bensì perchè solitamente do la priorità ad altri generi. Un po’ di tempo fa mi è stato consigliato di leggere qualcosa di Augusto De Angelis che, anche se un po’ datato – questa la parola usata dalla mia “consigliera” – aveva un suo valore. Qualche giorno dopo mi è stato regalato proprio Il mistero delle tre orchidee (insieme ad un libro di Scerbanenco che devo ancora leggere) e l’ho affrontato solo la settimana scorsa perchè c’erano delle novità che volevo far fuori per mettermi l’anima in pace. Ho letto questo libriccino (sapete, no?, il classico formato Sellerio) e l’ho apprezzato tantissimo: per trovare un noir che fosse davvero di mio gradimento sono dovuta tornare indietro addirittura al 1942! La lettura sa di altri tempi, il linguaggio in alcuni punti è vecchiotto ma pensiamo che è stato scritto tanti anni fa. Tra l’altro mi ha fatto piacere scoprire un autore italiano che non conoscevo: viva gli italiani! E lo dico anche perchè mi sono resa conto che nell’ultimo periodo ho letto in maggioranza scrittori del nostro paese. Un po’ di sentimento patriottico ci sta.

Vi va di tornare indietro fino al ’42 per leggere un buon poliziesco? Eccovi un buon motivo per farlo: Augusto De Angelis.

Il mistero delle tre orchidee, un giallo d’altri tempi di Augusto De Angelis firmato Sellerio editore.

Il mistero delle tre orchidee è un romanzo giallo dell’autore romanoAugusto De Angelis, scritto nel 1942 ma riproposto da Sellerio nel 2001. Il protagonista è, come in altri libri di questo scrittore, il commissario De Vincenzi, figura eclettica che indaga con grande astuzia per risolvere il caso che gli si presenta: la morte, nella casa di mode O’Brian, di un ragazzo, Valerio. La vittima era, potremmo dire, l’assistente personale della proprietaria, Cristiana O’Brian che lo trova morto sul suo letto e sviene. De Vincenzi accorre sul luogo e si trova invischiato in una storia molto…

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Inoltre vi segnalo uno sceneggiato tratto da questo libro che risale al 1974, con Paolo Stoppa nei panni del protagonista, il commissario De Vincenzi. Il film è in bianco e nero e potete trovare le due puntate tranquillamente su Youtube, comunque basta scriverlo su Google e ci arrivate, se v’interessa. Ma come sempre, consiglio di leggere prima il libro. Nello sceneggiato ci sono alcune piccole differenze, come ad esempio i nomi dei personaggi, ma la storia non cambia.

Buona lettura, quindi, ed eventualmente buona visione!