L’animale morente | Philip Roth

L’unica ossessione che vogliono tutti: l'”amore”.
Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi?
La platonica unione delle anime?
Io la penso diversamente.
Io credo che tu sia completo prima di cominciare.
E l’amore ti spezza.
Tu sei intero, e poi ti apri in due.

 

Tra una nuova uscita e l’altra cerco sempre di trovare il tempo per recuperare qualcosa che non è proprio recente ma che ha una sua importanza. È il caso di Philip Roth, autore che amo moltissimo e di cui voglio leggere piano piano ogni cosa. Questa volta mi sono concessa un libro piccolino, L’animale morente, pubblicato in originale nel 2001 e per il pubblico italiano nel 2002 da Einaudi, con una traduzione di Vincenzo Mantovani.
Protagonista e voce narrante della storia è David Kepesh, un professore di critica letteraria di sessantadue anni che appare anche in altri romanzi di Roth, come Il seno e Il professore di desiderio (che viene citato più o meno velatamente in questo libro). All’uomo è capitato spesso di intrattenere relazioni con alcune delle sue studentesse ma è quando incontra la ventiquattrenne cubana Consuela Castillo che la sua vita cambia. Lei non è come le altre, la loro non è una semplice relazione erotica; si convince che i seni di Consuela siano i più belli che abbia mai visto e ne è letteralmente ossessionato. Nonostante questo, David porta avanti da molti anni una relazione con una vecchia amante. Il suo atteggiamento nei confronti della vita e delle donne, comunque, influenza anche il figlio quarantaduenne, Kenny, che ha una moglie e una relazione adultera con un’altra ragazza perché – sembrerebbe – l’esempio che ha avuto in famiglia è stato quello di un padre che non sapeva prendersi delle responsabilità ed è finito anche lui sulla stessa strada.

David è combattuto, nonostante il suo interesse per Consuela, non lascia che la relazione vada oltre una forma esclusivamente fisica, si rende conto che è molto più vecchio di lei e che situazioni “più intime” come la conoscenza di familiari (lei poi fa parte di una famiglia benestante) o amici di lei sarebbe imbarazzante per lui. Non saprebbe come gestirla. L’indecisione lo logora. Sa che non troverà mai più un’altra come lei, ma anche Consuela negli anni non conosce più nessuno che ami e rispetti il suo corpo come il suo professore/amante, motivo per cui anni dopo tornerà a chiedergli qualcosa di molto importante.

Il titolo, com’è spiegato a pagina 75, viene da un verso di Yeats: «Consumami il cuore; malato di desiderio | E avvinto a un animale morente | Che non sa cos’è». Ma chi è l’animale morente? David che si strugge di desiderio e ossessione d’amore per una ragazza che non è destinata a lui, o Consuela? Quello che sembra palese è che Roth voglia metterci di fronte al classico legame tra amore e morte, eros e thanatos, un amore fisico e travolgente che però necessariamente deve portare a qualcosa di nefasto, quasi a compensare ciò che di bello e potente ha offerto in precedenza. David è prigioniero di Consuela, ribadisce di continuo la sua libertà lanciandosi anche in una lunghissima dissertazione sulla libertà sessuale degli anni Sessanta, quando le donne hanno cominciato a non sentirsi più legate a quegli stereotipi che le volevano virtuose e gli uomini si sono distaccati un po’ dai legami rigidi. È lui l’incarnazione di quel periodo, ma rimane invischiato nella relazione con questa giovane cubana che gli fa sentire quanto ormai i tempi siano cambiati e quanto lui sia diventato vecchio. Ne è così succube che si sente quasi in competizione con i giovani con cui lei ha avuto delle relazioni prima di lui: uno in particolare le aveva chiesto di osservarla mentre sanguinava nei giorni delle mestruazioni, e allora anche David le chiede la stessa cosa, addirittura va oltre. La potenza dell’attrazione sessuale.

Nonostante le descrizioni accurate o in un certo senso spinte, Roth, da grande scrittore qual è, non cade mai nel volgare, anzi fa emergere il dolore del suo protagonista che si dibatte tra ossessione e razionalità. Non dico di più perché l’autore lo conosciamo tutti, tanto è già stato detto e sicuramente il mio non è un parere nuovo, ma volevo comunque parlare a chi mi legge di questo bellissimo e breve romanzo che ho affrontato nei giorni passati, di quello che trovate nel libro e farvi capire che cosa mi ha lasciato.
A presto col prossimo Roth, allora! Buona lettura.

Titolo: L’animale morente
Autore: Philip Roth
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2002
Pagine: 113
Prezzo: 10 €
Editore: Einaudi

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Philip Roth è immortale

Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo.

(Philip Roth, Pastorale americana, trad. Vincenzo Mantovani, Einaudi, 1998)

Philip Milton Roth (Newark, 19 marzo 1933 – New York, 22 maggio 2018)

 

Questo è un giorno triste, ci ha lasciato uno dei più grandi autori del Novecento e che personalmente amo moltissimo, uno che però si è guadagnato l’immortalità. Normalmente non dedico post agli scrittori che se ne vanno, ma per Philip Roth è tutta un’altra storia.
Voi lo avete letto? Quali romanzi avete amato di più?

La valigia del blogger: quali libri porto in vacanza

Ogni anno per tantissimi lettori si pone il problema di scegliere quali libri portare in vacanza, ma per me la situazione è un po’ diversa. Se è vero che ho tantissimi volumi che si accumulano durante l’inverno (compresi quelli in digitale), bisogna considerare che l’estate non la passo molto lontano, ma mi limito a spostarmi di qualche chilometro, verso la zona “balneare” di Palermo. Per questo motivo i libri che devo ancora leggere posso benissimo portarli tutti con me, ma dato che Goodbook mi ha chiesto di parlarvi della lista dei 5 libri che porto in valigia, ne ho scelto solo qualcuno, nello specifico quelli che leggerò sicuramente (perché poi si sa, mai fare programmi, potrebbe anche cambiare tutto).

Moby Dick – Herman Melville (Feltrinelli)

Moby Dick è un libro che volevo leggere da tantissimo tempo e nell’ultimo periodo mi ricicciava fuori in continuazione da altri testi, come se volesse dirmi che era arrivato il suo momento. C’erano varie edizioni (tra cui una meravigliosa con le illustrazioni) ma alla fine ho scelto l’economica Feltrinelli, più che altro perché di libri ne compro a vagonate, quindi se posso risparmiare qualche euro, senza però rinunciare alla qualità, lo faccio volentieri. Ma parliamo di qualche euro che userò per acquistare altri libri ancora, quindi non è poi una gran soluzione.
Comunque, dato che sarò al mare in questi mesi caldi, la scelta di tuffarmi nella storia di una (anzi della) balena mi sembra più che azzeccata.

Overlove – Alessandra Minervini (LiberAria)

Overlove è un libro che ho comprato a Una marina di libri perché volevo conoscere meglio la casa editrice LiberAria. È il romanzo d’esordio di Alessandra Minervini e affronta il tema dell’amore extraconiugale; ci si chiede cosa si sia disposti a fare per amore, e la risposta è che ci si può anche lasciare. Immagino che sicuramente sarà una lettura più leggera rispetto alla balena, ma sono certa che troverò parecchi spunti di riflessione dato che non cadremo nel banale.

Atonement (Espiazione) – Ian McEwan (Vintage Books in lingua originale, Einaudi in italiano)

Atonement è un libro che ho comprato qualche anno fa e che ogni estate mi porto dietro. Non l’ho ancora letto, ma adesso sembra che sia arrivato il suo momento. L’ho acquistato in inglese perché McEwan in italiano l’ho già conosciuto, ma voglio scoprire il suo stile in lingue originale (e poi essendo una traduttrice è sempre un ottimo esercizio, no?). Il film sono anni che tento di evitarlo con ottimi risultati, quindi quando avrò finito il libro finalmente lo vedrò. Ma non raccontatemi nulla!

Lasciar andare – Philip Roth (Einaudi)

Di Philip Roth avevo letto solo Lamento di Portnoy e non mi era piaciuto poi tanto, ma lo scorso ottobre ho comprato all’aeroporto di Pisa Pastorale Americana, che ho amato alla follia. Per questo (e per l’entusiasmo travolgente di altri amici lettori) ho deciso di continuare a conoscere meglio questo autore che tutti pensano debba vincere il Nobel prima o poi, e ho preso Lasciar andare. Ora sembra che io sia attratta dai libroni, ma in estate va così, non m’interessano le robe leggere, sono più rilassata e quindi anche più concentrata e reattiva, avendo più tempo a disposizione.

M*A*S*H – Richard Hooker (SUR)

Anche questo è stato comprato a Una marina di libri, il festival letterario che si è svolto a Palermo nella prima parte di giugno. Ne avevo sentito parlare qualche mese prima, quando erano venuti gli editori stessi a parlare della casa editrice SUR, e lo avevo segnato sulla mia wishlist. E anche da questo – leggo – è stato tratto un film di successo (e anche un telefilm). È un romanzo “scatenato e irriverente” sulle avventure di tre giovani medici militari che lavorano in un ospedale da campo. Mi aveva incuriosito molto, ma ne saprò parlare meglio quando lo avrò terminato.

Ma come ho già detto, ci saranno molti altri libri che leggerò, tra cui un Hemingway, che è sempre nel mio cuore e mi guarda da un po’ languido dallo scaffale. Voi che cosa avete portato in valigia?
Buone letture!

Briciole: “La più amata”, “Sconosciute”, “Pastorale americana”

Come altre volte, mi ritrovo a parlarvi brevemente di alcuni libri che per vari motivi non posso o non voglio recensire per bene. Sempre (almeno fino ad ora) a gruppi di tre, così non ci annoiamo e non lasciamo passare letture importanti senza dire almeno due parole. Vi spiego, comunque, di volta in volta, perché scelgo di dire così poco.

La più amata di Teresa Ciabatti è un libro uscito da poco per Mondadori e candidato al Premio Strega 2017. L’autrice, che è anche protagonista e io narrante, all’età di 44 anni (lo ripete fino allo sfinimento) decide di raccontare la storia di suo padre per capire chi fosse in realtà. Era un uomo ricchissimo, rispettato da tutti, un uomo che aveva contatti con gente influente e, chissà, forse anche rapporti con la criminalità, con la massoneria. Teresa ha una personalità molto fragile che sfocia in atteggiamenti aggressivi e presuntuosi e onestamente non riesco a capire (ma nemmeno m’interessa troppo) se questa sia la sua vera indole oppure se si sia creata un personaggio. Sembra voler dire di continuo: “sono una brutta persona, non posso farci niente e nemmeno m’importa”. Ad ogni modo, il libro è coinvolgente e alla fine il ritmo aumenta così tanto che ci sembra di precipitare nel vortice delle emozioni della protagonista. La Ciabatti non si sofferma mai sui grandi eventi, a lei interessa rovistare fra i ricordi privati, tra le piccole cose che possono aiutarla a trovare la verità.
Lo stile è moderno, sembra un lunghissimo sfogo scritto di getto e, sono sincera, non mi ha conquistato perché tendo a preferire una maggiore cura del linguaggio e del periodare.
Perché non voglio dire di più? Perché attorno a questo libro si è creata una polemica a cui non voglio prendere parte neanche indirettamente. Quando abbiamo smesso di parlare di libri e abbiamo iniziato ad attaccare e giudicare gli autori? Io, anzi, non volevo nemmeno parlarne ma ho pensato che due righe le meritasse comunque, giusto per dire che l’ho letto.
DETTAGLI: La più amata, Teresa Ciabatti, Romanzo, Letteratura italiana, 218 pp., Mondadori, 2017, 18 €, 2/5 stelline


Sconosciute di Patrick Modiano (Nobel 2014 per la letteratura) è il libro che abbiamo scelto come lettura del mese di aprile su #LeggoNobel. Si tratta di una raccolta di tre racconti uscita per la prima volta nel 1999 e tradotta da Paola Gallo per Einaudi. Questi testi hanno come protagoniste donne, appunto, sconosciute, che passano come meteore nelle vite altrui o di cui non importa troppo a nessuno. Avete presente quelle persone che non lasciano segni particolari durante il loro cammino? Ecco, queste donne non è che proprio si nascondano, è meglio dire che si mimetizzano. Sconosciute, perché Modiano non ce ne dice neanche il nome, queste ragazze si lasciano una parte della propria vita alle spalle e vanno alla ricerca di qualcos’altro in altri luoghi (una si trasferisce a Parigi, un’altra nel capoluogo francese nemmeno ci arriva, e la terza va a Londra). Sono racconti di solitudine, di paura di affrontare il mondo da sole, di preoccupazione, ma in me non hanno suscitato alcuna emozione. Mi sono distratta molto spesso mentre leggevo, li ho trovati abbastanza piatti.
Anche qui, come nel libro di cui ho parlato più su, linguaggio semplice e non arzigogolato, ma meno moderno e un po’ più curato, frasi semplici e molta leggerezza (in positivo) nel modo di esprimersi. Diciamo che lo stile mi è anche piaciuto, ma le storie e i loro sviluppi mi hanno un po’ annoiata.
DETTAGLI: Sconosciute, Patrick Modiano, trad. Paola Gallo, Racconti, Letteratura francese, 130 pp., Einaudi, 2000, 12 €, 3/5 stelline


Pastorale americana di Philip Roth è un libro che finalmente mi sono decisa a leggere dopo che era stato nella mia wishlist per secoli. Ve ne parlo proprio in breve perché ormai quelli che non lo hanno letto sono rimasti davvero in pochi e quello che dico potrebbero essere cose trite e ritrite. Lo scrittore Nathan Zuckerman (personaggio che ricorre in altri romanzi di Roth) si reca ad una riunione di ex alunni della sua scuola e incontra Jerry Levov che gli racconta ciò che è successo a suo fratello Seymour, detto lo Svedese, uno che da ragazzo era ammirato da tutti per la sua bellezza, per le doti sportive e per fatto che incarnasse l’ideale del giovane americano perfetto. Nel resto del romanzo, Zuckerman ricostruisce una sorta di biografia dello svedese basandosi sui racconti di Jerry e sui fatti di cronaca narrati sui giornali, specialmente quelli relativi alla figlia dell’uomo, che è ricercata per aver messo una bomba all’ufficio postale del suo paese e aver provocato la morte di un uomo.
Quello che viene fuori è il ritratto di un uomo che si è sempre comportato in modo perfetto, ha sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano da lui e, però, non si è mai accorto della sua e dell’altrui infelicità. Lo Svedese ha vissuto nell’illusione, cade dalle nuvole appena capisce che tutto intorno a sé sembra essere falso e che ormai lui non può farci niente. In senso più ampio, quella dello Svedese potrebbe anche essere la storia dell’America, qualcosa che ci è sempre sembrato perfetto ma che al suo interno è piena di contraddizioni, di segreti, di nevrosi.
È il secondo romanzo che leggo di Philip Roth e, mentre il primo non mi era piaciuto, questo me lo sono goduto davvero. Non si riesce a mettere da parte, ci ho messo davvero pochissimo tempo a leggerlo e sono contenta di averlo fatto. Col suo stile semplice ma incisivo Roth mi ha conquistata. Devo andare a recuperare altri suoi libri!
DETTAGLI: Pastorale americana, Philip Roth, 1997, trad. Vincenzo Mantovani, Romanzo, Letteratura americana, 458 pp., Einaudi, 2016, 14 €, 5/5 stelline

Da “Pastorale americana” di Philip Roth

Oggi voglio regalarvi un brano dal libro che ho terminato proprio ieri e che mi ha fatto passare giorni bellissimi. È stata una gran lettura, questa, e beccatevi quest’assaggino, ché poi ne parleremo in maniera più approfondita.
Buon primo maggio!

Ewan McGregor (Seymour Levov, “Lo Svedese”) e Jennifer Connelly (Dawn) in una scena del film “American Pastoral” (2016, regia di Ewan McGregor)

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.

[Philip Roth, Pastorale americana, 1997,
trad. Vincenzo Mantovani, Einaudi 2016,
458 pp., 14 €]

“Lamento di Portnoy” di Philip Roth

Voi non potete nemmeno immaginare come reagiscono certi individui
dopo aver scontato una pena di quindici, vent’anni in obbedienza al
concetto che qualche idiota sciagurato si è fatto dell’idea del “bene”.

 

arton38901Finalmente riesco a scrivere la recensione di questo libro che ho letto insieme alle mie amiche e colleghe blogger Simona Scravaglieri ed Elena Tamborrino, ovvero @LeggendoLibri e @ExLibris2012, per #letturecondivise (lo abbiamo letto e commentato insieme su Twitter, se volete potete trovare tutto con l’hashtag #Portnoy). Si era deciso di leggerlo perché qualcuno lo aveva proposto, poi questo qualcuno non si è più unito a noi e siamo andate avanti insieme a qualcun altro che si è aggiunto strada facendo. Comunque ci facciamo sempre letture interessanti, insieme. E ci ho messo un po’ prima di scrivere qualcosa perché ho avuto di mezzo una vacanza e tanti pensieri, anche su questo libro che non sono riuscita a capire subito se mi è piaciuto o no.

Lamento di Portnoy è un monologo ininterrotto di Alexander Portnoy diretto al suo psicanalista, il dottor Spielvogel. Alex è un ragazzo ebreo sulla trentina che è stato cresciuto dalla sua famiglia in un regime di inibizione e repressione di qualsiasi istinto: chiedi scusa, ringrazia, questo si fa, quello non si fa, perché non sei come gli altri ragazzi ebrei? perché non ti sposi con una bella ragazza e fai tanti figli?, ecc.. Il padre è un agente assicurativo, il cui interesse primario è fare soldi, e che odia il suo capo ma pubblicamente lo venera. La madre, invece, è apprensiva, perfezionista e maniaca dell’ordine e della pulizia. Alex ogni tanto cerca di ribellarsi a tutta questa perfezione, ma poi viene sopraffatto e si trova sempre a chiedere scusa senza capire bene il perché. Ogni famiglia ha i suoi difetti, ma quando cresci in questo modo inevitabilmente da grande arrivi ad avere dei problemi.

Nello specifico Alex già da ragazzino inizia a non credere in Dio, non riesce a legarsi a nessuna ragazza nonostante sia stato con tantissime, e nell’adolescenza (ma anche dopo) è ossessionato dalle pugnette, è il suo modo di fuggire dalla perfezione che gli viene imposta, quasi una scappatoia. Va a rifugiarsi continuamente in bagno giustificando il tutto con dei problemi di stomaco destando la preoccupazione e i sospetti della famiglia, ma deve sfogarsi in qualche modo, a causa di una famiglia che ci ha messo così tanta costanza e dedizione nell’opprimerlo.

Ma che cos’altro erano, Le chiedo, tutte quelle norme e regole dietarie, proibito qui, proibito là, a cos’altro servivano se non a dare a noi piccoli bambini ebrei la possibilità di abituarci a essere repressi? Esèrcitati, tesoro, esèrcitati, esèrcitati, esèrcitati. Ma l’inibizione mica cresce sugli alberi, sa, – richiede pazienza, richiede concentrazione, richiede un genitore devoto, dédito, pronto a sacrificarsi, e un bambino attento, volonteroso, diligente, per creare nel giro di soli pochi anni un essere umano realmente a culo stretto, rattenuto.

Questa è stata la mia prima esperienza con Philip Roth, un autore che viene sempre messo in mezzo quando si fanno i pronostici per il Nobel, ma che ancora non lo ha vinto. Onestamente non ho mai parlato, perché non conoscendolo ho preferito non dire nulla, però questo libro non mi ha dato un’idea precisa dello scrittore. Ho gradito molto lo stile ironico e sottile, la simpatia del personaggio di Alex Portnoy, e ho un po’ cercato di mettermi nei suoi panni rifacendomi anche a persone che conosco oppure ho conosciuto. Credo che un individuo dovrebbe avere la libertà di svilupparsi e formarsi da solo, ecco, la famiglia dovrebbe limitarsi a dare delle basi, a spiegare come si progredisce, ma non dovrebbe metterti su dei binari da cui t’impone di non uscire. Il concetto di giusto e sbagliato è spesso soggettivo, ognuno di noi è un mondo a sé, e la logica conseguenza di un tale tipo di castrazione dell’identità di una persona è la devianza. In questo caso Alex si rifugia nell’ossessione per il sesso (mi si perdonino le tante s), ma si porta dietro la difficoltà ad avere rapporti stabili e normali con le persone in generale e con le donne in particolare.

Probabilmente la storia in sé, limitandosi a leggere il libro per quello che è, può risultare scialba e ordinaria, ma il punto di forza del Lamento di Portnoy è, secondo me, la sua inclusione in un contesto di epoche e tradizioni di un certo tipo. Qui il protagonista è ebreo, ma potrebbe benissimo avere un altro credo, perché le religioni, si sa, sono tutte un insieme di regole che ci si impone di seguire per guadagnarsi, poi, una ricompensa di qualche tipo. E il periodo è quello degli anni ’60, che anche se parliamo dell’America, non è caratterizzato comunque da una mentalità aperta come potrebbe essere quella di oggi.
Ma quasi dimenticavo di spiegarvi – come spesso faccio – il perché del titolo. La spiegazione la trovate all’inizio di qualsiasi edizione del libro, ma io ve la riporto qui di seguito (è come se fosse stata scritta proprio dal dottor Spielvogel dopo aver conosciuto Alex, primo a soffrirne):

Lamento di Portnoy [da Alexander Portnoy (1933 – )] Disturbo in cui forti impulsi etici e altruistici sono perennemente in conflitto con violenti desideri sessuali, spesso di natura perversa. Dice Spielvogel: “Gli atti di esibizionismo, voyeurismo, feticismo, autoerotismo e coito orale sono assai frequenti; tuttavia, in conseguenza della ‘moralità’ del paziente, né le azioni né le fantasie producono un’autentica gratificazione sessuale, ma contribuiscono piuttosto ad alimentare il senso di colpa e il timore di espiazione, particolarmente sotto forma di castrazione.” (Spielvogel, O. “The Puzzled Penis”, Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse, vol. XXIV, p. 909). Spielvogel ritiene che molti dei sintomi si debbano far risalire ai legami che si formano nel rapporto madre-figlio.

Lamento di Portnoy è una storia coinvolgente, un esempio di letteratura erotica leggera e divertente che vale proprio la pena di affrontare!

Titolo: Lamento di Portnoy
Autore: Philip Roth
Traduzione:
 Roberto C. Sonaglia
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1969 (2005 questa edizione)
Pagine: 240
Prezzo: 10,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota