Dal tuo terrazzo si vede casa mia | Elvis Malaj

Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te.
Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa
che alla fine rende ogni posto uguale a un altro.
Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente.
Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia.

 

In questi giorni ho approfittato di un po’ di tempo libero tra una cosa e l’altra per leggere un libro che è nella dozzina del Premio Strega 2018, una presenza che mi fa molto piacere dato che si tratta di una piccola casa editrice che pubblica solo racconti e che mi ha conquistata fin dalla sua nascita. Vi ricordate di quando dicevo di non leggere short stories? Ecco, tempi andati, mi sono messa d’impegno, ho imparato da qualche anno a leggerli e ad apprezzarli e ora ve li sponsorizzo pure, pensate che metamorfosi! Comunque, ho letto Dal tuo terrazzo si vede casa mia, una raccolta di racconti di Elvis Malaj, albanese di nascita ma che scrive in italiano, pubblicata da Racconti edizioni nel 2017.

Non è un libro particolarmente lungo, sono 164 pagine di racconti brevi (l’ultimo è un po’ più lungo) in cui le origini dell’autore sono il punto di partenza per parlare del confronto tra gli albanesi e il paese che li accoglie. A volte c’è una perfetta integrazione, ci sono belle amicizie o legami sentimentali; ci può essere un attrito iniziale ma quando ci si dà un po’ di tempo per conoscersi si supera il problema; l’impatto a volte è forte e distruttivo; o, infine, questo confronto è problematico, non porta a nulla e si approfitta di un incidente stradale accaduto qualche metro più in là per fuggire via. In tutti in racconti, di fondo, c’è il luogo comune che vuole l’uomo (quasi mai la donna) albanese violento, ladro, perdigiorno e, in generale, delinquente; luogo comune su cui i personaggi stessi spesso fanno dell’ironia o su cui, di contro, i non albanesi si ricredono.

Dal tuo terrazzo si vede casa mia, che dà il titolo alla raccolta, è una frase che un ragazzo albanese dice nell’ultimo racconto alla ragazza italiana proprietaria della casa in cui lui si intrufola per innaffiare le piante che stanno morendo sul balcone – chiaramente sul momento viene scambiato per un ladro, poi i due si conoscono e si crea un bel rapporto. La frase, comunque, è evocativa, ricorda un po’ il mare che sta fra l’Italia e l’Albania, che rappresenta il tratto di separazione dal punto in cui l’una guarda l’altra. Un mare che bisogna attraversare per capirsi, per conoscersi e accettarsi.

Elvis Malaj, classe ’90, con uno stile fresco ma incisivo dovuto alla sua giovane età, mette in scena situazioni (spesso al limite) in cui gli approcci non sono mai facili, in cui non sempre ci si intende al primo colpo. Ma in fondo il suo potrebbe essere un invito alla riflessione, un modo per far sì che possiamo vederci da fuori, fare attenzione a come ci dipinge chi viene da un’altra parte.
Il richiamo delle sue origini è continuo, e più importante ancora mi sembra il fatto che molti personaggi dicano frasi in albanese che non vengono tradotte per il pubblico italiano, specialmente nei momenti di rabbia o quando hanno bisogno d’aiuto e c’è una chiara richiesta di ospitalità ai connazionali – una sorta di linguaggio codificato. È come calarsi nella realtà, non capiremmo comunque che cosa sta dicendo quella persona, ma il punto non è riuscire a tradurre sul momento, bensì avere la curiosità di volerlo fare.

Buona lettura!

Titolo: Dal tuo terrazzo si vede casa mia
Autore: Elvis Malaj
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 2017
Pagine: 164
Prezzo:  14 €
Editore: Racconti edizioni


Elvis Malaj (Malësi e Madhe, Albania) classe 1990, è il primo autore italiano pubblicato da Racconti. Albanese per nascita, a quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia. Oggi vive e lavora a Padova. È stato finalista al concorso 8×8, e ha pubblicato racconti su effe e nella rassegna stampa di Oblique. Dal tuo terrazzo si vede casa mia è il suo esordio.

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Spifferi | Letizia Muratori | #BlogNotesMaggio

Anche quest’anno torna il Maggio dei Libri, un mese (dal 23 aprile al 31 maggio) interamente dedicato alla promozione della lettura in cui si vanno a inserire tantissime iniziative da parte di biblioteche, librerie, blog, scuole e chi più ne ha più ne metta. Io partecipo per la prima volta con questo blog e il motto dell’edizione 2018 è “Vogliamo leggere“. Vi proporrò un post diverso a settimana, sempre dedicato al Maggio dei Libri. Tutti i post relativi al gruppo di blogger di cui faccio parte in questa avventura li trovate con gli hashtag #maggiodeilibri e #BlogNotesMaggio, dato che siamo nella squadra di Laura de Il tè tostato che qualcuno di voi conoscerà anche per quanto riguarda #BlogNotes (infatti troverete tutto su questo blog).
Oggi, nella settimana in cui ricorre la giornata mondiale UNESCO del libro e del diritto d’autore (ieri, 23 aprile) vi voglio presentare un libro molto bello che mi è capitato di leggere negli ultimi giorni.

Fino a qualche anno fa non leggevo racconti, poi ho deciso che era ora di cominciare e ho iniziato ad auto-educarmi a questa forma di letteratura più breve e a volte complessa, provando a conoscere prima gli autori maggiori e poi sperimentando anche quelli contemporanei. Ho scoperto moltissime cose belle e adesso non provo più quella difficoltà che avevo prima a staccarmi da una storia appena finita e cominciarne subito un’altra. Qualche giorno fa, quindi, ho letto in anteprima una raccolta che uscirà per La Nave di Teseo il 26 aprile, Spifferi di Letizia Muratori, e ho scoperto sei storie che mi hanno folgorata.

Ci sono vari tipi di racconti: quelli in cui l’autore ti dà poche informazioni e tu devi capire dai non detti tutto il resto, quelli in cui si narrano episodi più o meno verosimili, e tanti altri. Ma quelli che preferisco sono i racconti con il colpo di scena finale, quelli in cui ti viene raccontata una storia e alla fine tutte le tue certezze si ribaltano. Sono così quelli della Muratori, ed è per questo che mi hanno colpito così tanto: per il loro twist ending.
Sono storie che si svolgono in vari luoghi, a Roma, in America, in Toscana, e che hanno i protagonisti più disparati. C’è un molestatore telefonico che s’insinua nella quotidianità della famiglia di un dottore che lo aveva aiutato molti anni prima, c’è una coppia gay che ha a che fare con una madre surrogata che porta in grembo il bambino che i due adotteranno, ci sono stranieri che si trovano a vivere in Italia col rischio di essere dimenticati, o ancora un’antica villa in Toscana in cui, si dice, si aggiri lo spettro di un cane.

Nei racconti di Letizia Muratori c’è del mistero, ma non è sempre il punto di partenza. A volte l’autrice comincia a descrivere situazioni normali, verosimili, in cui poi s’insinua l’elemento disturbante che fa vacillare la sicurezza che il lettore ha acquisito fino a quel punto; altre volte è proprio l’opposto, si parte da qualcosa di apparentemente assurdo per arrivare a una spiegazione in fin dei conti normale. Dunque, mistero e realtà si confondono nel momento in cui da una finestra rimasta socchiusa entra uno spiffero d’irrealtà rappresentato da una medium, dal fantasma di una donna, o magari da quello di un bracco.

La Muratori, con uno stile fluido e a tratti ironico, ci racconta storie che ci lasciano col fiato sospeso fino all’ultima parola e che è davvero un piacere leggere. I suoi racconti sono abbastanza brevi e l’unico rischio che si corre è quello di divorarli troppo rapidamente.

Buona lettura!

Titolo: Spifferi
Autore: Letizia Muratori
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 26 aprile 2018
Pagine: 112
Prezzo:  17 €
Editore: La Nave di Teseo


Letizia Muratori è nata a Roma, dove vive e lavora. Nel 1995 si è laureata in Storia del teatro. Nel giugno del 2004 esordisce con il racconto Saro e Sara. Nel 2005 pubblica il suo primo romanzo, Tu non c’entri. Collabora con vari giornali e riviste. Ha pubblicato: La vita in comune (2007), La casa madre (2008), Il giorno dell’indipendenza (2009), Sole senza nessuno (2010), Come se niente fosse (2012) e Animali domestici (2016).


Vi segnalo i blog e i canali che si alterneranno per questa settimana, in collaborazione con #blognotesmaggio e #maggiodeilibri (hashtag checonviene seguire per rimanere informati e aggiornati):
Librangoloacuto che ha cominciato lunedì,
Selvaggia con il suo video martedì mattina,
martedì pomeriggio qui,
Angela Cannucciari sul blog di Simona di Letture Sconclusionate mercoledì mattina,
giovedì mattina siamo a casa de La leggivendola,
giovedì pomeriggio da Daniela da Appunti di una lettrice,
venerdì mattina tutti da Angela Cannucciari .
venerdì pomeriggio su LettureSconclusionate.
domenica sera chiudiamo la prima settimana con Paola Sabatini special guest su LettureSconclusionate.
Vi invito a seguire sui social tutti i blog e i canali che ho citato per rimanere aggiornati e in aggiunta vi segnalo anche il blog di #blognotes libri, il Tè tostato di Laura Ganzetti, Maria Di Cuonzo, Andrea di Un antidoto contro la solitudine, Diana di Non riesco a saziarmi di libri, Dada who?, Francesca de Gli amabili libri e Barbara Porretta di Librinvaligia.

Non chiamarmi col mio nome | James Purdy

Era una di quelle interminabili feste mortifere
in cui tutti fingono, dove nessuno conosce nessuno
e dove si può spingere la gente giù dalle finestre
senza che nessuno se ne accorga fino al mattino dopo.

 

Non chiamarmi col mio nome è una raccolta di racconti di James Purdy pubblicata quest’anno dalla casa editrice Racconti. L’ho acquistata innanzitutto attratta dalla copertina, ma sono stata anche molto incuriosita da quanto è scritto sulla seconda e sulla terza. Nella bio di Purdy infatti è scritto che è molto conosciuto come autore poco conosciuto; in effetti io non lo conosco affatto, quindi mi documento un po’ e scopro vari articoli in cui gente ben più ferrata in materia di me ne tesse le lodi più sperticate. Da quello che scopro, infatti, Purdy è un autore dalla grande cultura classica che non ha mai incontrato il favore del grande pubblico e non ha mai partecipato ai salotti letterari e intellettuali, ma è (stato) amato e osannato da personaggi celebri (come Franzen, Vidal e David Means, che ha scritto un’introduzione a questo libro, tradotta da Stefano Friani), e anche imitato da vari scrittori che però hanno avuto più successo di lui.

Perché non ha riscosso grandi consensi? Perché fondamentalmente – l’ho capito anche io leggendo i racconti da cui è composta la raccolta – Purdy parla in modo elegantissimo e formale di cose che la società americana del suo tempo ha voluto tenere nascoste, disagi di singoli personaggi (che spesso si estendono anche a chi li circonda) che pulsano sotto un mantello di moralismo quasi intransigente. Un critico disse che i suoi racconti e romanzi sono stati «il fiume sotterraneo che ha attraversato il paesaggio americano senza mai venire alla luce».
Un uomo sposato con una donna da tanti anni che non ha mai confessato la sua omosessualità; una moglie che non riesce ad accettare di dover prendere il cognome del marito e che fuori da un locale viene percossa da lui in malo modo; un’insegnante quasi sessantenne che cammina nuda per strada, si rifugia a casa di un suo ex studente e non riesce ad ammettere di essere stata violentata («Non posso dirglielo, Winston… Ho sessant’anni.»). Sono tutti personaggi che, attraverso il filtro Purdy, vorrebbero uscire dagli schemi, palesare ciò che hanno dentro e che li affligge, ma per i quali forse non esiste una via di scampo. Sono condannati a rimanere dentro il sistema di cui fanno parte.

Avrebbe voluto urlare o dargli una spinta, avrebbe voluto dirgli di volere “almeno” qualcosa, qualsiasi cosa per un momento soltanto, così che anche lei potesse volere qualcosa. Voleva che volesse qualcosa per poter volere qualcosa anche lei, ma sapeva che non avrebbe voluto più niente di niente.

A dare il titolo alla raccolta è uno dei racconti contenuti in essa, precisamente quello in cui la moglie non vuole prendere il cognome del marito. Quello a cui ho pensato dopo aver letto le prime short stories, e che mi si è confermato nella mente quando le ho finite tutte, è che più che Non chiamarmi col mio nome Purdy ci dice: non chiamiamo le cose col loro nome, perché non possiamo farlo. Mi sembra tutta una critica al popolo americano. Tutte le storie lasciano l’amaro in bocca, una volta terminate, perché i protagonisti non sembrano trovare una via d’uscita dalla loro condizione, nonostante siano lì a soffrire e scalpitare per qualcosa che non si può dire fuori dalle mura domestiche o addirittura che non si può tradurre in parole.

James Purdy affronta temi scomodi, quei temi che hanno fatto sì che cadesse nel dimenticatoio perché – come dice David Means nell’introduzione, che bisognerebbe rileggere dopo aver finito la raccolta – era un rinnegato che non si è mai adeguato alle regole del suo tempo e aveva lettori devoti alla sua opera. Accende i riflettori sul sordido, sul disagio personale dei singoli individui e lo fa principalmente affidandosi a ciò che tralascia di dire, non ai dati che rivela.

Come si legge un racconto di Purdy? A cosa bisogna fare attenzione? Tutte le short stories, per loro natura, sono frammenti allusivi di una narrazione più grande. Sono strumenti di estrema precisione, e richiedono al lettore di completare il testo, sentendo su di sé le implicazioni di ogni gesto.

Ho apprezzato molto questi racconti e devo dire che sono rimasta affascinata dallo stile di James Purdy, mi è venuta voglia di approfondire la conoscenza di quest’autore in cui non mi ero mai imbattuta. Se davvero è grande come dicono, allora grazie a Racconti Edizioni per averlo ripreso e riproposto al pubblico italiano che, ne sono sicura, lo apprezzerà molto.
Buona lettura!

Titolo: Non chiamarmi col mio nome
Autore: James Purdy
Traduttore: Floriana Bossi
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 228
Prezzo: 17 €
Editore: Racconti edizioni


James Purdy (Hicksville, 17 luglio 1914 – New York, 13 marzo 2009)

Famiglie ombra | Mia Alvar

Famiglie ombra è una raccolta di racconti dell’autrice filippina Mia Alvar, pubblicata nel 2017 da Racconti Edizioni, casa editrice romana nata due anni fa che si occupa esclusivamente di short stories (scelta, a seconda dei punti di vista, folle o geniale, in questo panorama letterario). L’ho comprato l’anno scorso a Una Marina di libri consigliata da altre persone che mi hanno detto quanto fosse bella, poi le letture – sapete come funziona – si accumulano, si sovrappongono, ed è stato superato da altri libri nella mia scaletta. Il suo momento è arrivato quando, qualche settimana fa, ho saputo che sarebbero venuti a Palermo i ragazzi di Racconti a parlare del loro lavoro e sono stata invitata a moderare l’incontro (molto bello, avvenuto un paio di giorni fa). Devo dirvi che, tra le raccolte che ho letto finora del loro catalogo, questa è quella che mi ha coinvolta di più e che i ragazzi che me l’avevano consigliata lo scorso giugno avevano proprio ragione. Adesso vi spiego perché.

Considerate innanzitutto che parliamo di un volumetto di poco più di 453 pagine e che i racconti contenuti in esso sono solo nove. Non si avverte quasi che quelli che leggiamo sono racconti, sembrano – com’è scritto nella bandella – veri e propri romanzi in miniatura, che ci danno la possibilità di entrare in un mondo molto lontano dal nostro Occidente. Di filippino, in queste storie, c’è tutto: protagonisti, ambientazioni, usanze, tradizioni. Leggendo la Alvar, che adotta tecniche e stili diversi in ognuno dei racconti evitando di apparire sempre uguale e ridondante, sembra quasi di sentire gli odori delle pietanze tipiche di quei luoghi, la puzza del fango di certe catapecchie in cui vive la gente più povera, di vedere i colori della civiltà del sud-est asiatico.

Ma soprattutto, si percepisce un forte attaccamento dell’autrice nei confronti del suo mondo d’origine, una rivendicazione della propria identità. La Alvar è nata a Manila, ma ha vissuto nel Bahrein e poi ha studiato a Harvard e alla Columbia, e oggi vive a New York, quindi si è allontanata presto e definitivamente dalle Filippine. Nei suoi racconti, infatti, ci sono uomini che vanno a studiare e lavorare in America e tornano a casa per assistere il padre in fin di vita avvertendo l’abisso tra il posto in cui sono nati e quello in cui si sono spostati; donne che vanno via dalle Filippine e finiscono a fare le pulizie a New York, portando con sé un bagaglio culturale che stride con la cultura che le accoglie; ragazzi che si trasferiscono in Bahrein per guadagnare, grazie al petrolio, qualcosa da mandare a casa per mantenere la famiglia; o ancora persone che, invece, restano in patria e sono costrette a fare i conti con gli stravolgimenti politici di quel Paese, e di conseguenza con corruzione, leggi marziali e censure.

La raccolta prende il nome dal titolo di uno dei racconti, Famiglie ombra, che descrive un fenomeno molto diffuso tra chi doveva andare via di casa per assicurare un futuro migliore alla propria famiglia. Spesso queste persone lasciavano moglie, marito e figli a casa, ma nel Paese in cui andavano, per troppa solitudine, si creavano una famiglia nuova, una famiglia ombra.

Le origini di Baby davano untocco americano a una storia che conoscevamo bene. Nelle Filippine, quando eravamo piccole, non esisteva famiglia che non avesse una seconda famiglia «ombra», segreta. Mariti che lasciavano le province per Manila, mogli che lasciavano le Filippine per il Medio Oriente: tutti si separavano dalle persone care per riuscire a mantenerle e poi si sentivano soli. Anni prima, Paz Evora aveva ricevuto una telefonata dall’amante di suo padre, che era incinta. Vilma Bustamante aveva incontrato un nipote ombra, ormai cresciuto, al funerale di suo fratello. Lourdes Ocampo aveva perfino cominciato come figlia ombra, anche se ovviamente non è che le facesse piacere pubblicizzarlo.

Tutte le storie contenute in questa raccolta fanno, comunque, riferimento al significato più profondo di famiglia: famiglie che si ritrovano, che si disgregano, che si formano all’ombra di altre.
Sono molto contenta per il fatto che ultimamente, con le letture, sto un po’ girando il mondo e “visitando” luoghi molto particolari. Questa tappa alle Filippine è stata molto, molto interessante e ho conosciuto qualcosa in più di un Paese che – per nessun motivo specifico – avevo finora ignorato. Sono storie davvero belle, ascoltatemi.
Buona lettura!

Titolo: Famiglie ombra
Autore: Mia Alvar
Traduttore: Gioia Guerzoni
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 2015 (2017 per Racconti)
Pagine: 453
Prezzo:  18 €
Editore: Racconti Edizioni


Mia Alvar – nata a Manila, Filippine, è cresciuta in Bahrein e oggi vive a New York. Ha studiato a Harvard e alla Columbia University.
Con l’esordio Famiglie ombra ha vinto nel 2016 il PEN/ Robert W. Bingham Prize per la migliore opera prima e una sfilza di altri importanti premi letterari.

Da “Stamattina stasera troppo presto” di James Baldwin

Dire tutto è uno dei metodi più efficaci per serbare dei segreti. I segreti nascosti nel cuore della mezzanotte stanno semplicemente aspettando di essere trascinati alla luce, la luce di uno sfortunato mezzogiorno, come sempre accade. Ma i segreti avvolti nello splendore della sincerità non si faranno scoprire nemmeno dai più abili e testardi investigatori, perché la luce cambia di continuo, e dimostra che non ci si può assolutamente fidare della vista.

[James Baldwin, Stamattina stasera troppo presto,
trad. Luigi Ballerini, Racconti Edizioni, 2016,
281 pp, 16 €]

Tempo fa dissi che di racconti ne leggevo pochi, e in effetti è vero perché io sono più una da romanzi, anzi da polpettoni (intesi come libroni, non come robe noiose). Ultimamente, però, ho scoperto tanti bei racconti, anche grazie a case editrici che puntano su quelli e che, per farlo, selezionano roba di alto livello. Questa volta mi sono imbattuta in James Baldwin, col suo Stamattina stasera troppo presto, tradotto da Luigi Ballerini per Racconti edizioni, e devo dirvi che ho trovato un libro di grande spessore e un autore che ha una grande potenza narrativa. In soldoni, questi racconti sono parti di un percorso biografico dello stesso Baldwin che si fa portatore della civiltà nera americana, con i suoi problemi, le sue tradizioni e le sue contraddizioni interne. C’è chi si dà alla musica, chi partecipa ai sermoni, chi ascolta i cori gospel, c’è il bambino che viene per la prima volta a contatto con la parola “negro” pronunciata in modo dispregiativo da un bianco e non la capisce. I protagonisti di questi racconti, però, non sono sempre neri. Ce n’è uno in particolare, narrato dal punto di vista di un uomo bianco che descrive le violenze nei confronti dei neri, e questo, confesso, è quello che mi ha colpito di più non solo per le immagini che evoca ma per la durezza della narrazione.
Baldwin ha uno stile aggressivo, forte, che non si risparmia proprio perché questa lotta lui l’ha vissuta ed è stato dalla parte dei vessati, dei “deboli”, e sa di cosa parla.
Buona lettura!

Briciole: “La più amata”, “Sconosciute”, “Pastorale americana”

Come altre volte, mi ritrovo a parlarvi brevemente di alcuni libri che per vari motivi non posso o non voglio recensire per bene. Sempre (almeno fino ad ora) a gruppi di tre, così non ci annoiamo e non lasciamo passare letture importanti senza dire almeno due parole. Vi spiego, comunque, di volta in volta, perché scelgo di dire così poco.

La più amata di Teresa Ciabatti è un libro uscito da poco per Mondadori e candidato al Premio Strega 2017. L’autrice, che è anche protagonista e io narrante, all’età di 44 anni (lo ripete fino allo sfinimento) decide di raccontare la storia di suo padre per capire chi fosse in realtà. Era un uomo ricchissimo, rispettato da tutti, un uomo che aveva contatti con gente influente e, chissà, forse anche rapporti con la criminalità, con la massoneria. Teresa ha una personalità molto fragile che sfocia in atteggiamenti aggressivi e presuntuosi e onestamente non riesco a capire (ma nemmeno m’interessa troppo) se questa sia la sua vera indole oppure se si sia creata un personaggio. Sembra voler dire di continuo: “sono una brutta persona, non posso farci niente e nemmeno m’importa”. Ad ogni modo, il libro è coinvolgente e alla fine il ritmo aumenta così tanto che ci sembra di precipitare nel vortice delle emozioni della protagonista. La Ciabatti non si sofferma mai sui grandi eventi, a lei interessa rovistare fra i ricordi privati, tra le piccole cose che possono aiutarla a trovare la verità.
Lo stile è moderno, sembra un lunghissimo sfogo scritto di getto e, sono sincera, non mi ha conquistato perché tendo a preferire una maggiore cura del linguaggio e del periodare.
Perché non voglio dire di più? Perché attorno a questo libro si è creata una polemica a cui non voglio prendere parte neanche indirettamente. Quando abbiamo smesso di parlare di libri e abbiamo iniziato ad attaccare e giudicare gli autori? Io, anzi, non volevo nemmeno parlarne ma ho pensato che due righe le meritasse comunque, giusto per dire che l’ho letto.
DETTAGLI: La più amata, Teresa Ciabatti, Romanzo, Letteratura italiana, 218 pp., Mondadori, 2017, 18 €, 2/5 stelline


Sconosciute di Patrick Modiano (Nobel 2014 per la letteratura) è il libro che abbiamo scelto come lettura del mese di aprile su #LeggoNobel. Si tratta di una raccolta di tre racconti uscita per la prima volta nel 1999 e tradotta da Paola Gallo per Einaudi. Questi testi hanno come protagoniste donne, appunto, sconosciute, che passano come meteore nelle vite altrui o di cui non importa troppo a nessuno. Avete presente quelle persone che non lasciano segni particolari durante il loro cammino? Ecco, queste donne non è che proprio si nascondano, è meglio dire che si mimetizzano. Sconosciute, perché Modiano non ce ne dice neanche il nome, queste ragazze si lasciano una parte della propria vita alle spalle e vanno alla ricerca di qualcos’altro in altri luoghi (una si trasferisce a Parigi, un’altra nel capoluogo francese nemmeno ci arriva, e la terza va a Londra). Sono racconti di solitudine, di paura di affrontare il mondo da sole, di preoccupazione, ma in me non hanno suscitato alcuna emozione. Mi sono distratta molto spesso mentre leggevo, li ho trovati abbastanza piatti.
Anche qui, come nel libro di cui ho parlato più su, linguaggio semplice e non arzigogolato, ma meno moderno e un po’ più curato, frasi semplici e molta leggerezza (in positivo) nel modo di esprimersi. Diciamo che lo stile mi è anche piaciuto, ma le storie e i loro sviluppi mi hanno un po’ annoiata.
DETTAGLI: Sconosciute, Patrick Modiano, trad. Paola Gallo, Racconti, Letteratura francese, 130 pp., Einaudi, 2000, 12 €, 3/5 stelline


Pastorale americana di Philip Roth è un libro che finalmente mi sono decisa a leggere dopo che era stato nella mia wishlist per secoli. Ve ne parlo proprio in breve perché ormai quelli che non lo hanno letto sono rimasti davvero in pochi e quello che dico potrebbero essere cose trite e ritrite. Lo scrittore Nathan Zuckerman (personaggio che ricorre in altri romanzi di Roth) si reca ad una riunione di ex alunni della sua scuola e incontra Jerry Levov che gli racconta ciò che è successo a suo fratello Seymour, detto lo Svedese, uno che da ragazzo era ammirato da tutti per la sua bellezza, per le doti sportive e per fatto che incarnasse l’ideale del giovane americano perfetto. Nel resto del romanzo, Zuckerman ricostruisce una sorta di biografia dello svedese basandosi sui racconti di Jerry e sui fatti di cronaca narrati sui giornali, specialmente quelli relativi alla figlia dell’uomo, che è ricercata per aver messo una bomba all’ufficio postale del suo paese e aver provocato la morte di un uomo.
Quello che viene fuori è il ritratto di un uomo che si è sempre comportato in modo perfetto, ha sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano da lui e, però, non si è mai accorto della sua e dell’altrui infelicità. Lo Svedese ha vissuto nell’illusione, cade dalle nuvole appena capisce che tutto intorno a sé sembra essere falso e che ormai lui non può farci niente. In senso più ampio, quella dello Svedese potrebbe anche essere la storia dell’America, qualcosa che ci è sempre sembrato perfetto ma che al suo interno è piena di contraddizioni, di segreti, di nevrosi.
È il secondo romanzo che leggo di Philip Roth e, mentre il primo non mi era piaciuto, questo me lo sono goduto davvero. Non si riesce a mettere da parte, ci ho messo davvero pochissimo tempo a leggerlo e sono contenta di averlo fatto. Col suo stile semplice ma incisivo Roth mi ha conquistata. Devo andare a recuperare altri suoi libri!
DETTAGLI: Pastorale americana, Philip Roth, 1997, trad. Vincenzo Mantovani, Romanzo, Letteratura americana, 458 pp., Einaudi, 2016, 14 €, 5/5 stelline

Briciole: “Il libro di Natale”, “Oggetti solidi”, “Applausi a scena vuota”

Premetto che so di essere pessima, ma in questo periodo sono più iperattiva del solito, faccio mille cose, la testa va per conto suo e non riesco a parlare bene e per esteso di ogni libro che leggo. Devo quindi ricorrere nuovamente alla rubrica Briciole per parlarvi delle mie ultime tre letture, purtroppo non come vorrei, ma è solo per darvi un’idea di quello che ho affrontato e per confrontarmi con voi qualora doveste conoscere questi libri. Mi dispiace moltissimo non riuscire a dire di più perché sono state tre letture veramente belle, un Nobel, un’autrice meravigliosa e quello che forse è il mio scrittore preferito. Ma c’è il Natale, i regali, l’anno che sta finendo (e voglio parlarvi adesso delle letture del 2016, senza sforare), io che ultimamente mi sono data alla pazza gioia e ho bisogno di divertimenti, quindi capirete che il tempo e la concentrazione scarseggiano. Ma andiamo al dunque.

lagerlofnatale1Il libro di Natale di Selma Lagerlöf è una raccolta di racconti che abbiamo scelto come ultima lettura di gruppo del 2016 su LeggoNobel. L’autrice ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1909 ed è stata la prima donna a ricevere questo riconoscimento. Questi racconti, che abbiamo finito di leggere praticamente in due giorni – perché il libro è davvero breve – sono un bel ritratto della Svezia di fine Ottocento / inizio Novecento e sembrano quasi delle favole. Quello che ha colpito molti di noi lettori è come abbia fatto la Lagerlöf a dare un’immagine così vivida e veritiera dell’infanzia quando lei era già più avanti negli anni. Per il resto l’atmosfera natalizia è al centro dei racconti, le famiglie che si siedono a tavola per la cena di Natale, i bambini che aprono i regali, il loro desiderio di trovare un libro sotto l’albero e soprattutto il budino di riso, di cui tocca trovare la ricetta perché sarà parecchio buono!
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 9 gennaio cominceremo a leggere Furore di Steinbeck)
DETTAGLI: Il libro di Natale, Selma Lagerlöf, trad. M. C. Lombardi, Racconti, Letteratura svedese, 120 pp., Iperborea 2012, 12,50 €, 4/5 stelline


cop_woolf-1Oggetti solidi di Virginia Woolf è un gioiellino pubblicato da pochissimo da Racconti edizioni, una casa editrice che non crede assolutamente che i racconti non vendano, e ha ragione. Questa è una raccolta di racconti e prose brevi della grandissima Virginia Woolf, che io amo molto nonostante abbia letto pochissimo, ma forse è più la sua figura, la sua personalità particolare ad affascinarmi da sempre. In ogni caso, sto cominciando a recuperare molte cose.
Questo è un bel libro corposo e io a parlare di racconti sono una frana perché vorrei raccontarveli tutti ma per ovvi motivi non posso. Emerge la personalità di una donna che spesso non è a suo agio con chi la circonda, che vede al di là delle cose a differenza degli altri e a cui sta stretto il sistema di convenzioni sociali dentro cui tutti, volenti o nolenti, siamo intrappolati. In alcuni punti il linguaggio può sembrare poco scorrevole, ma trovo che le traduttrici siano state molto fedeli allo stile della Woolf, quindi chapeau!
DETTAGLI: Oggetti solidi, Virginia Woolf, trad. A. Bottini e F. Duranti, Racconti, Letteratura inglese, 479 pp., Racconti edizioni 2016, 19 €, 4/5 stelline


15420932_10210331403072856_6089163744151106989_nApplausi a scena vuota di David Grossman, uno degli autori che amo di più e che vorrei vincesse il Nobel, ma dirlo sembra quasi una bestialità, perdonatemi. Volutamente non ho ancora letto tutti i suoi libri, voglio sapere che finito uno me ne resterà sempre almeno un altro da parte.
Questo è uno degli ultimi, è del 2014, e vede come protagonista Dova’le, un uomo che sta facendo un singolare spettacolo di cabaret a cui ha invitato un altro signore, Avishai, sua vecchia conoscenza. Lo spettacolo è particolare perché Dova’le sembra avere questioni irrisolte col passato e con quella persona in particolare, e nel suo monologo – in cui a volte tenta di coinvolgere il pubblico – non fa altro che dire grandi verità e snocciolare aneddoti sulla sua vita, come se dovesse dare spiegazioni o restituire qualcosa a qualcuno. Dova’le, tanti anni prima, ha vissuto una situazione angosciante, e a distanza di molto tempo non è ancora venuto a capo della questione, non riesce a trovare la verità o a ritrovare se stesso.
Come tutti i romanzi di Grossman, anche questo è contorto e intenso, e perciò meraviglioso a suo modo. Credo sia un autore che si ama o si odia, perché non penso ci possano essere vie di mezzo. Ti colpisce al cuore oppure no, ma è giusto che sia così.
DETTAGLI: Applausi a scena vuota, David Grossman, trad. A. Shomroni, Romanzo, Letteratura israeliana, 176 pp., Mondadori, 2014, 18,50 €, 4/5 stelline