Briciole: “La più amata”, “Sconosciute”, “Pastorale americana”

Come altre volte, mi ritrovo a parlarvi brevemente di alcuni libri che per vari motivi non posso o non voglio recensire per bene. Sempre (almeno fino ad ora) a gruppi di tre, così non ci annoiamo e non lasciamo passare letture importanti senza dire almeno due parole. Vi spiego, comunque, di volta in volta, perché scelgo di dire così poco.

La più amata di Teresa Ciabatti è un libro uscito da poco per Mondadori e candidato al Premio Strega 2017. L’autrice, che è anche protagonista e io narrante, all’età di 44 anni (lo ripete fino allo sfinimento) decide di raccontare la storia di suo padre per capire chi fosse in realtà. Era un uomo ricchissimo, rispettato da tutti, un uomo che aveva contatti con gente influente e, chissà, forse anche rapporti con la criminalità, con la massoneria. Teresa ha una personalità molto fragile che sfocia in atteggiamenti aggressivi e presuntuosi e onestamente non riesco a capire (ma nemmeno m’interessa troppo) se questa sia la sua vera indole oppure se si sia creata un personaggio. Sembra voler dire di continuo: “sono una brutta persona, non posso farci niente e nemmeno m’importa”. Ad ogni modo, il libro è coinvolgente e alla fine il ritmo aumenta così tanto che ci sembra di precipitare nel vortice delle emozioni della protagonista. La Ciabatti non si sofferma mai sui grandi eventi, a lei interessa rovistare fra i ricordi privati, tra le piccole cose che possono aiutarla a trovare la verità.
Lo stile è moderno, sembra un lunghissimo sfogo scritto di getto e, sono sincera, non mi ha conquistato perché tendo a preferire una maggiore cura del linguaggio e del periodare.
Perché non voglio dire di più? Perché attorno a questo libro si è creata una polemica a cui non voglio prendere parte neanche indirettamente. Quando abbiamo smesso di parlare di libri e abbiamo iniziato ad attaccare e giudicare gli autori? Io, anzi, non volevo nemmeno parlarne ma ho pensato che due righe le meritasse comunque, giusto per dire che l’ho letto.
DETTAGLI: La più amata, Teresa Ciabatti, Romanzo, Letteratura italiana, 218 pp., Mondadori, 2017, 18 €, 2/5 stelline


Sconosciute di Patrick Modiano (Nobel 2014 per la letteratura) è il libro che abbiamo scelto come lettura del mese di aprile su #LeggoNobel. Si tratta di una raccolta di tre racconti uscita per la prima volta nel 1999 e tradotta da Paola Gallo per Einaudi. Questi testi hanno come protagoniste donne, appunto, sconosciute, che passano come meteore nelle vite altrui o di cui non importa troppo a nessuno. Avete presente quelle persone che non lasciano segni particolari durante il loro cammino? Ecco, queste donne non è che proprio si nascondano, è meglio dire che si mimetizzano. Sconosciute, perché Modiano non ce ne dice neanche il nome, queste ragazze si lasciano una parte della propria vita alle spalle e vanno alla ricerca di qualcos’altro in altri luoghi (una si trasferisce a Parigi, un’altra nel capoluogo francese nemmeno ci arriva, e la terza va a Londra). Sono racconti di solitudine, di paura di affrontare il mondo da sole, di preoccupazione, ma in me non hanno suscitato alcuna emozione. Mi sono distratta molto spesso mentre leggevo, li ho trovati abbastanza piatti.
Anche qui, come nel libro di cui ho parlato più su, linguaggio semplice e non arzigogolato, ma meno moderno e un po’ più curato, frasi semplici e molta leggerezza (in positivo) nel modo di esprimersi. Diciamo che lo stile mi è anche piaciuto, ma le storie e i loro sviluppi mi hanno un po’ annoiata.
DETTAGLI: Sconosciute, Patrick Modiano, trad. Paola Gallo, Racconti, Letteratura francese, 130 pp., Einaudi, 2000, 12 €, 3/5 stelline


Pastorale americana di Philip Roth è un libro che finalmente mi sono decisa a leggere dopo che era stato nella mia wishlist per secoli. Ve ne parlo proprio in breve perché ormai quelli che non lo hanno letto sono rimasti davvero in pochi e quello che dico potrebbero essere cose trite e ritrite. Lo scrittore Nathan Zuckerman (personaggio che ricorre in altri romanzi di Roth) si reca ad una riunione di ex alunni della sua scuola e incontra Jerry Levov che gli racconta ciò che è successo a suo fratello Seymour, detto lo Svedese, uno che da ragazzo era ammirato da tutti per la sua bellezza, per le doti sportive e per fatto che incarnasse l’ideale del giovane americano perfetto. Nel resto del romanzo, Zuckerman ricostruisce una sorta di biografia dello svedese basandosi sui racconti di Jerry e sui fatti di cronaca narrati sui giornali, specialmente quelli relativi alla figlia dell’uomo, che è ricercata per aver messo una bomba all’ufficio postale del suo paese e aver provocato la morte di un uomo.
Quello che viene fuori è il ritratto di un uomo che si è sempre comportato in modo perfetto, ha sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano da lui e, però, non si è mai accorto della sua e dell’altrui infelicità. Lo Svedese ha vissuto nell’illusione, cade dalle nuvole appena capisce che tutto intorno a sé sembra essere falso e che ormai lui non può farci niente. In senso più ampio, quella dello Svedese potrebbe anche essere la storia dell’America, qualcosa che ci è sempre sembrato perfetto ma che al suo interno è piena di contraddizioni, di segreti, di nevrosi.
È il secondo romanzo che leggo di Philip Roth e, mentre il primo non mi era piaciuto, questo me lo sono goduto davvero. Non si riesce a mettere da parte, ci ho messo davvero pochissimo tempo a leggerlo e sono contenta di averlo fatto. Col suo stile semplice ma incisivo Roth mi ha conquistata. Devo andare a recuperare altri suoi libri!
DETTAGLI: Pastorale americana, Philip Roth, 1997, trad. Vincenzo Mantovani, Romanzo, Letteratura americana, 458 pp., Einaudi, 2016, 14 €, 5/5 stelline

Briciole: “Il libro di Natale”, “Oggetti solidi”, “Applausi a scena vuota”

Premetto che so di essere pessima, ma in questo periodo sono più iperattiva del solito, faccio mille cose, la testa va per conto suo e non riesco a parlare bene e per esteso di ogni libro che leggo. Devo quindi ricorrere nuovamente alla rubrica Briciole per parlarvi delle mie ultime tre letture, purtroppo non come vorrei, ma è solo per darvi un’idea di quello che ho affrontato e per confrontarmi con voi qualora doveste conoscere questi libri. Mi dispiace moltissimo non riuscire a dire di più perché sono state tre letture veramente belle, un Nobel, un’autrice meravigliosa e quello che forse è il mio scrittore preferito. Ma c’è il Natale, i regali, l’anno che sta finendo (e voglio parlarvi adesso delle letture del 2016, senza sforare), io che ultimamente mi sono data alla pazza gioia e ho bisogno di divertimenti, quindi capirete che il tempo e la concentrazione scarseggiano. Ma andiamo al dunque.

lagerlofnatale1Il libro di Natale di Selma Lagerlöf è una raccolta di racconti che abbiamo scelto come ultima lettura di gruppo del 2016 su LeggoNobel. L’autrice ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1909 ed è stata la prima donna a ricevere questo riconoscimento. Questi racconti, che abbiamo finito di leggere praticamente in due giorni – perché il libro è davvero breve – sono un bel ritratto della Svezia di fine Ottocento / inizio Novecento e sembrano quasi delle favole. Quello che ha colpito molti di noi lettori è come abbia fatto la Lagerlöf a dare un’immagine così vivida e veritiera dell’infanzia quando lei era già più avanti negli anni. Per il resto l’atmosfera natalizia è al centro dei racconti, le famiglie che si siedono a tavola per la cena di Natale, i bambini che aprono i regali, il loro desiderio di trovare un libro sotto l’albero e soprattutto il budino di riso, di cui tocca trovare la ricetta perché sarà parecchio buono!
(Per chi volesse unirsi al gruppo, dal 9 gennaio cominceremo a leggere Furore di Steinbeck)
DETTAGLI: Il libro di Natale, Selma Lagerlöf, trad. M. C. Lombardi, Racconti, Letteratura svedese, 120 pp., Iperborea 2012, 12,50 €, 4/5 stelline


cop_woolf-1Oggetti solidi di Virginia Woolf è un gioiellino pubblicato da pochissimo da Racconti edizioni, una casa editrice che non crede assolutamente che i racconti non vendano, e ha ragione. Questa è una raccolta di racconti e prose brevi della grandissima Virginia Woolf, che io amo molto nonostante abbia letto pochissimo, ma forse è più la sua figura, la sua personalità particolare ad affascinarmi da sempre. In ogni caso, sto cominciando a recuperare molte cose.
Questo è un bel libro corposo e io a parlare di racconti sono una frana perché vorrei raccontarveli tutti ma per ovvi motivi non posso. Emerge la personalità di una donna che spesso non è a suo agio con chi la circonda, che vede al di là delle cose a differenza degli altri e a cui sta stretto il sistema di convenzioni sociali dentro cui tutti, volenti o nolenti, siamo intrappolati. In alcuni punti il linguaggio può sembrare poco scorrevole, ma trovo che le traduttrici siano state molto fedeli allo stile della Woolf, quindi chapeau!
DETTAGLI: Oggetti solidi, Virginia Woolf, trad. A. Bottini e F. Duranti, Racconti, Letteratura inglese, 479 pp., Racconti edizioni 2016, 19 €, 4/5 stelline


15420932_10210331403072856_6089163744151106989_nApplausi a scena vuota di David Grossman, uno degli autori che amo di più e che vorrei vincesse il Nobel, ma dirlo sembra quasi una bestialità, perdonatemi. Volutamente non ho ancora letto tutti i suoi libri, voglio sapere che finito uno me ne resterà sempre almeno un altro da parte.
Questo è uno degli ultimi, è del 2014, e vede come protagonista Dova’le, un uomo che sta facendo un singolare spettacolo di cabaret a cui ha invitato un altro signore, Avishai, sua vecchia conoscenza. Lo spettacolo è particolare perché Dova’le sembra avere questioni irrisolte col passato e con quella persona in particolare, e nel suo monologo – in cui a volte tenta di coinvolgere il pubblico – non fa altro che dire grandi verità e snocciolare aneddoti sulla sua vita, come se dovesse dare spiegazioni o restituire qualcosa a qualcuno. Dova’le, tanti anni prima, ha vissuto una situazione angosciante, e a distanza di molto tempo non è ancora venuto a capo della questione, non riesce a trovare la verità o a ritrovare se stesso.
Come tutti i romanzi di Grossman, anche questo è contorto e intenso, e perciò meraviglioso a suo modo. Credo sia un autore che si ama o si odia, perché non penso ci possano essere vie di mezzo. Ti colpisce al cuore oppure no, ma è giusto che sia così.
DETTAGLI: Applausi a scena vuota, David Grossman, trad. A. Shomroni, Romanzo, Letteratura israeliana, 176 pp., Mondadori, 2014, 18,50 €, 4/5 stelline

Breve intervista a David James Poissant, autore de “Il paradiso degli animali” (NN Editore)

Lo scorso 10 settembre ho partecipato all’incontro alla libreria Modusvivendi di Palermo con David James Poissant, autore de Il paradiso degli animali, pubblicato lo scorso anno da NN Editore e recensito da me QUI. A dialogare con lui c’erano alcuni membri del circolo di lettura relativo alla libreria (Il ModusClub), i quali hanno fatto emergere gli aspetti più interessanti del libro in relazione anche al lavoro dello scrittore. Ma dopo averlo conosciuto mi sono venute in mente tante altre domande che avrei voluto fargli – molte delle quali forse gli avrebbero posto gli stessi intervistatori se il tempo a disposizione fosse stato illimitato, non so – e per fortuna la squadra di NN me ne ha dato la possibilità facendo da tramite fra me e lui.
David James Poissant – Jamie, come si presenta lui – è una persona estremamente carina che stringeva la mano a chiunque entrasse in libreria (pure a me che sono rimasta imbambolata) dicendo «Hi, I am Jamie!» e che ha parlato dei suoi racconti con serietà ma anche con grande ironia. Se quando mi trovo a fare domande ad un autore mi soffermo, com’è ovvio che sia, su qualche aspetto della sua opera, quello che più m’interessa è, di solito, la sua personalità, i motivi per cui ha compiuto determinate scelte o il modo in cui lavora. A chi non viene voglia, terminato un libro, di fare quattro chiacchiere con chi lo ha scritto per conoscerlo meglio? A me succede quasi sempre.

Ma bando alle ciance! Se non lo avete fatto vi consiglio ancora (e ancora) di leggere Il paradiso degli animali, soprattutto in attesa del romanzo che nel frattempo Poissant sta scrivendo perché… be’, leggete questa piccola intervista fino alla fine!

Il tuo percorso da scrittore è cominciato coi racconti, che a mio parere sono molto difficili da scrivere: dovendo concentrare la storia in poche pagine, il rischio di non dire nulla e di combinare disastri è altissimo. Come mai hai deciso di lanciarti proprio sui racconti, ottenendo tra l’altro un gran risultato? Sono più nelle tue corde?
I racconti in un certo senso sono il mio forte! Se hai ragione quando dici che la posta in gioco è alta e le storie sono difficili da azzeccare, i rischi sono minori in termini di tempo trascorso per ogni pezzo finito. Se lavoro su una storia per un mese e poi non funziona, ho solo buttato via un mese. Se lavoro su un romanzo per due anni e non funziona, be’, è un sacco di tempo perso. (Non sto dicendo che il tempo passato a scrivere sia sprecato, non lo è mai. La scrittura t’insegna la resistenza, il problem-solving, ecc.. Ma di sicuro può essere doloroso passare moltissimo tempo su una cosa che poi non funziona.) Quindi, all’inizio, penso di essermi dato ai racconti perché i romanzi sembravano troppo grandi, troppo lunghi. Poi mi sono innamorato della tortuosità della storia, del modo in cui ogni parola ha una sua importanza. Adesso sto lavorando a un romanzo ed è un tipo diverso di sfida. Amo entrambe le forme narrative, ma il racconto sarà sempre il mio primo amore.

Molti autori hanno idee contrastanti sul rapporto tra verità e finzione: alcuni raccontano cose che conoscono davvero o di cui hanno sentito parlare; altri, invece, inventano di sana pianta. Per quanto riguarda le tue storie ti sei ispirato ad eventi reali?
Il mio motto è: scrivi ciò che ti spaventa. Le mie storie non sono autobiografiche. Alcune attingono leggermente a cose che ho visto succedere ad amici. Ma per per la maggior parte sono inventate. Penso alle cose di cui ho più paura (la morte di una persona amata, la morte di un bambino, la fine di un matrimonio, la fine dell’amore), e scrivo in quella direzione. A volte penso che quest’abitudine sia un po’ superstiziosa, come se, scrivendo di tutte le cose brutte, poi queste non potessero accadere a me nella vita reale. Ma quando devo creare le ambientazioni nelle mie storie o nel mio romanzo, esse sono basate su luoghi reali e vite reali. Non posso inventare scenari di sana pianta. Studio meticolosamente i luoghi, li visito, o cerco di ricordare posti in cui sono stato, e metto personaggi fittizi dentro questi posti reali, se ha senso.

I tuoi personaggi non sono persone particolarmente importanti, ci parli di gente normale che affronta cose più o meno normali ma terribili, eventi possibili e verosimili che possono toccare tutti, ma che nessuno di noi vorrebbe mai affrontare. Perché hai scelto di raccontare proprio il lato tragico della vita? È un modo per esorcizzare il male?
Sì, è quello che penso. Scrivo del male per tenerlo a bada. Scrivo di persone comuni in circostanze comuni perché credo che ognuno meriti che la sua storia venga raccontata.

Nei racconti de Il paradiso degli animali gli animali sono sia un pretesto per scatenare emozioni che la rappresentazione simbolica delle emozioni stesse. Durante un incontro coi lettori hai detto che prima pensi alla storia e in un secondo momento decidi quale animale attribuire a quella determinata situazione. In base a cosa crei questi abbinamenti?
Non sono sicuro di avere sempre il pieno controllo quando scrivo una storia! Quando scrivo bene, i personaggi sembrano muoversi e parlare per loro libera scelta. È come se sognassi ad occhi aperti. Per questo motivo, con questo libro, ho trovato spesso gli animali che passeggiavano dentro e fuori dalle storie. Ad eccezione de L’uomo lucertola e L’ultimo dei grandi mammiferi terrestri, non credo di aver scelto coscientemente di abbinare un particolare animale ad una storia. Loro semplicemente ci passeggiano dentro, facendo le fusa o ringhiando, spesso quando meno me li aspetto.

Con altri lettori mi trovo spesso a riflettere sull’atteggiamento degli autori durante le presentazioni. Chi viene da fuori è sempre gente alla mano, amichevole, disponibile e soprattutto molto umile; sto pensando, ad esempio, a Peter Cameron, a Jenny Offill e anche a te che hai accolto allegramente chiunque entrasse in libreria. Molti degli scrittori italiani (e per fortuna non tutti!), invece, si comportano spesso da intellettuali e appaiono un po’ snob. In America si dà un significato diverso all’essere scrittore? Come ci si pone nei confronti del pubblico?
Ci sono alcuni scrittori americani lì fuori che sono un po’ meno amichevoli, ma la maggior parte di noi è gradevole, almeno per quanto riguarda la mia esperienza. In un mondo che passa più tempo a guardare la TV che a leggere libri, penso che la maggior parte di noi sia grata di avere dei lettori. Io so di esserlo!

Come lavora David James Poissant? Dove e come scrive? Ma soprattutto, scrive quando c’è l’ispirazione o si mette d’impegno ad elaborare idee?
Se scrivessi solo quando mi sento ispirato, di rado scriverei qualcosa! Penso alla scrittura, invece, come ad un lavoro, e provo a presentarmi al lavoro quasi tutti i giorni. Mi siedo a scrivere e spero che la Musa si faccia viva. Scrivo meglio la mattina prima che le email e altre voci si inseriscano e confondano il mio cervello impegnato con la scrittura, se rendo l’idea. Scrivo quasi tutti i giorni per quattro ore al giorno, e compongo sul portatile.

Ultima domanda. Sappiamo che stai scrivendo un romanzo e, dato che già ci hai conquistati con Il paradiso degli animali, siamo ansiosi di leggerlo. Ci puoi dare qualche anticipazione? Che cosa dobbiamo aspettarci?
Il paradiso degli animali contiene due racconti collegati, Diagramma di Venn e Sveglia il bambino. Raccontano la storia di Richard e Lisa Starling, una coppia che perde un figlio piccolo. Il romanzo ha inizio trent’anni dopo. Richard e Lisa adesso hanno due figli. La famiglia si riunisce per un’ultima settimana alla casa al lago prima che la casa venga venduta e che Richard e Lisa se ne vadano in Florida. I figli hanno idee diverse sulla vendita della casa. È un romanzo che parla di famiglia, amore, sesso, segreti, e di tre matrimoni molto diversi.

Adesso non ci resta che aspettare questo nuovo romanzo. Io gongolo perché, in effetti, i racconti da cui prende spunto sono quelli che ho preferito nella raccolta.
Grazie a Jamie Poissant per avermi concesso un po’ del suo tempo e a NN Editore!

Che ti racconto? | “I fatti di Owl Creek Bridge” di Ambrose Bierce

Ambrose Gwinnett Bierce (Horse Cave Creek, 24 giugno 1842 – …scomparso a Chihuahua l’11 gennaio 1914).

Dopo averci pensato tanto, mi sono decisa a creare una nuova categoria in cui parlare di racconti singoli, senza recensire intere raccolte: Che ti racconto?. Probabilmente non vi inserirò moltissimi post perché, come sapete, leggo più romanzi, ma è giusto segnalare racconti belli quando dovessi trovarne.
Oggi vi voglio parlare di Ambrose Bierce, un autore che ho scoperto qualche giorno fa, quando ho tradotto un suo lavoro per “Altri Animali“, il blog di Racconti edizioni (una casa editrice nata quest’anno che pubblica solo racconti e su cui potete leggere una bella intervista sul blog Scratchbook di Maria Di Biase). Bierce è stato uno scrittore e giornalista statunitense che scrisse tantissimi racconti, molti dei quali sono considerati i migliori del XIX secolo. Scrisse storie di guerra, di fantasmi e perfino poesie, ma il suo interesse più grande probabilmente fu il soprannaturale, il fantastico che irrompe nel quotidiano, da cui nacquero racconti macabri e dell’orrore.
E il mistero aleggia anche sulla sua morte, di cui davvero poco si sa: scomparve improvvisamente a 71 anni nel 1914 in Messico, dove si era recato come reporter un anno prima. Secondo una tradizione locale venne fucilato dagli uomini di Pancho Villa che lo consideravano una spia, secondo altri sarebbe morto in seguito alle ferite riportate in battaglia. Altri ancora ipotizzano che si sia suicidato.

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Immagine dal film del 1962 “La Rivière du hibou”

I fatti di Owl Creek Bridge (An occurrence at Owl Creek Bridge o A dead man’s dream) è un racconto del 1891 che parla di un uomo che sta per essere impiccato su un ponte e che mi è piaciuto molto soprattutto per il finale inaspettato. Da quello che ho letto in giro, pare sia il più bello di Ambrose Bierce, e oltre al fatto che sono state realizzate varie trasposizioni cinematografiche, è stato d’ispirazione per altri lavori molto famosi come Il miracolo segreto, racconto di Borges contenuto in Finzioni, e perfino il film Donnie Darko, che abbiamo visto in tanti. E credetemi che dopo aver letto questa short story capirete tutti i collegamenti con altre opere.
Adesso vi lascio al racconto, che su “Altri animali” è inserito nella rubrica “Il racconto del martedì”, una storia che potete leggere molto rapidamente. Io comunque approfondirò la conoscenza con Bierce perché è stato proprio una bella scoperta.

Come al solito, buona lettura!

Un uomo stava in piedi su un ponte ferroviario nell’Alabama del Nord, guardando l’acqua che scorreva veloce dieci metri sotto di lui. Le mani dell’uomo erano dietro la sua schiena, i polsi legati con una corda. Una fune gli stringeva forte il collo. Era agganciata a una solida trave sulla sua testa e il resto gli ricadeva indietro all’altezza delle ginocchia. Alcune tavole sconnesse poggiate sulle traversine che sorreggono le rotaie sostenevano lui e i suoi carnefici, due soldati semplici dell’esercito federale, comandati da un sergente che nella vita civile avrebbe potuto essere un vice sceriffo. A poca distanza, sulla stessa piattaforma provvisoria, c’era un ufficiale nell’uniforme del suo grado, armato. Era un capitano. Una sentinella a ogni estremità del ponte stava impalata…

… continua a leggere su “Altri Animali”.

“Il paradiso degli animali” di David James Poissant

coverIl mio rapporto coi racconti è sempre stato controverso, spesso addirittura qualcuno ha capito che non mi piacciono. Se di un romanzo riesco a dire che è carino, che è abbastanza godibile o accettabile, coi racconti sono molto più cattiva, perché essendo più brevi non possono essere carini, non ci sono vie di mezzo: o bianco o nero, o sono bellissimi oppure brutti. Credo che una short story sia molto più difficile da scrivere rispetto a un romanzo, perché devi concentrare in poche pagine – non sempre pochissime, perché ci sono anche racconti più lunghi – un istante oppure una parte di una storia più grande. È come se da un film lungo dovessimo togliere una scena. Non so, mi viene in mente adesso Titanic (forse perché la radio nella stanza accanto mi sta facendo sentire la colonna sonora); immaginate di prendere la famosa scena “Sto volando, Jack”, accendere i riflettori su quella e farne un cortometraggio. Deve essere fatto bene. Esempio stupido, comunque, ma è solo per dare una piccola idea, perché con la scrittura è più difficile.

Ieri ho finito di leggere una raccolta di racconti di David James Poissant uscita in originale nel 2014 e in italia per NN Editore lo scorso anno con una traduzione di Gioia Guerzoni, Il paradiso degli animali. A me è sembrato davvero un bel libro e volutamente me lo sono letto in più giorni, l’ho centellinato ma non troppo. Quando devo leggere racconti non mi piace affrontarne molti di seguito, voglio un po’ di stacco tra una storia e l’altra, perché ho paura di confonderle. Ma qui non è stato difficile perché c’è un filo rosso che le lega tutte, ed è una sorta di malinconia che si avverte dietro ogni parola. Poissant racconta storie di persone che hanno vissuto situazioni traumatiche e si trovano a convivere con quel ricordo, di persone che non sono riuscite a cogliere l’attimo o che hanno perso la loro occasione, che sono arrivate troppo tardi. Non sono vicende felici, anche se qua e là, ogni tanto, si coglie qualche barlume di luce o di speranza, perché la vita va sempre avanti ed è con questo che dobbiamo fare i conti.

Se alcuni racconti mi hanno colpita meno, il più bello è sicuramente La geometria della disperazione, diviso in due parti, I. Diagramma di Venn e II. Sveglia il bambino. È la storia di un uomo e una donna che si recano a un incontro con un gruppo di ascolto per persone che hanno perso i figli. Si dice che non ci sia dolore più grande per un genitore che veder morire il proprio figlio. L’uomo e la donna sanno, perché osservano gli altri, che entro un anno le coppie che hanno sperimentato questo trauma sulla propria pelle si separano, perché non riescono a reggere questo dolore insieme e preferiscono prendere strade diverse. E tra i due è lui che vuole mollare, a cominciare da questi incontri a cui non vuole più andare. Poissant ci fa entrare nella mente di quest’uomo e ci mostra come ha elaborato e continua tuttora ad elaborare il lutto, lo vediamo rendersi conto di quale sia il modo giusto per accettare la perdita e capire che scappare non serve. E soprattutto lo vediamo continuare a vivere.

Se in Nudisti il fulcro della storia non è la morte della moglie di Mark, ma il problema di risolvere il conflitto tra Mark e suo fratello Joshua che non gli è stato accanto quando è rimasto solo, nell’ultimo racconto, Il paradiso degli animali, che dà il titolo alla raccolta, vediamo un padre che vorrebbe cancellare il passato, vorrebbe dimenticare di aver rifiutato l’omossessualità del figlio che adesso ha contratto l’AIDS e sta per morire. Dan deve fare un lungo viaggio per raggiungere Jack, ad ogni tappa gli telefona per dirgli che sta arrivando e che è successo qualcosa che gli fa perdere tempo. Ma, viene da chiedersi, avrebbe potuto scegliere un modo più veloce per viaggiare? perché non lo ha fatto? E in effetti non arriva in tempo, perché il figlio se n’è già andato, e a lui non resta altro che tanto dolore.

Nei racconti di Poissant ci sono figli, fratelli, mariti, mogli, amanti, genitori che troviamo in momenti decisivi della loro vita, persone che si trovano spesso ad un bivio e devono scegliere la strada migliore da intraprendere. Gli animali sono molte volte la rappresentazione simbolica delle emozioni di questi personaggi, ma anche pretesti per scatenarle, queste emozioni, come nel caso del cane che viene investito nel racconto Io e James Dean.
Come sapete, io amo le storie tristi e forse questo è uno dei motivi per cui Il paradiso degli animali mi è piaciuto così tanto. Ho deciso di leggerlo adesso perché la settimana prossima avremo in Italia l’autore, David James Poissant, che il 12 settembre sarà a Venezia, il 13 a Milano e il 14 a Palermo per un mini tour. Ve lo consiglio vivamente, sia che vi piacciano i racconti, sia che non vi piacciano.

Buona lettura!

Questo libro è per chi sogna di viaggiare su un furgoncino Volkswagen in compagnia di un labrador nero, per chi ama i film di Wes Anderson e il deserto di Bagdad Café. e per chi a volte teme di essere un pazzo ma in realtà è caduto in un cerchio magico da cui riuscirà prima o poi a uscire.

Titolo: Il paradiso degli animali
Autore: David James Poissant
Traduttore: Gioia Guerzoni
Genere:
 Raccolta di racconti
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 302
Prezzo: 17 €
Editore: NN Editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


David James Poissant – I suoi racconti sono apparsi in diverse riviste e nella antologia Best New American Voices, e hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters. Con Il paradiso degli animali ha vinto il Florida Book Award 2014, ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize e al PEN/Robert W. Bingham Prize.
Docente del master in Fine Arts all’University of South Florida, nel 2015 viene nominato vincitore al New Writers Award for fiction, come in passato autori del calibro di Alice Munro e Richard Ford.

In breve: “Riassunto di fine giornata” di Luciano Del Sette

Il dolore e la felicità dettano gesti
che nelle loro opposte ragioni si somigliano.

 

13406762_1743638502516402_8753135748411350305_nOggi vi parlo in breve di un libro uscito con Exòrma nel 2012, Riassunto di fine giornata di Luciano Del Sette, e non posso dirvi troppo perché la struttura stessa del libro non me lo permette, non perché non mi sia piaciuto, anzi! Si tratta di una raccolta di racconti atipica, perché i ventotto brani che leggerete sono narrati da altrettante voci, tutte differenti per sesso, età, lavoro e chi più ne ha più ne metta. L’io parlante può essere un uomo o una donna, un bambino, un adulto o un anziano, una persona felice o una che è stata illusa dalla vita. E a rendere affascinante questa raccolta è il fatto che nonostante i narratori (tutti in prima persona) siano diversi, tutti questi quadri si vanno incastrando quasi a formare la vita di un singolo individuo che racconta delle sue gioie, dei suoi dolori e dei momenti più o meno significativi della sua vita.

Quasi tutti i brani terminano con una parte in corsivo e Del Sette, alla fine del libro, nel capitoletto Corsivi, ci spiega perché. Nella sua vita gli è capitato di scrivere pagine che non è riuscito ad usare ma che non ha nemmeno avuto il coraggio di buttare via, così le ha conservate; da queste pagine ha preso alcuni frammenti e da ognuno di essi si sono sviluppati i racconti che fanno parte di Riassunto di fine giornata. L’autore, con un linguaggio asciutto, ci presenta delle schegge di tempo, come se fossero istantanee di una vita che potrebbe essere quella di chiunque, fornendo al lettore moltissimi spunti di riflessione.

A un certo punto, si smette di sprecare. Si smette di investire a vanvera sulle persone. Si smette di sprecare la disponibilità del tempo nel conoscere qualcuno senza averne qualcosa, anche un minimo, in cambio. Si smette per una sensazione di inutilità e di età che si affaccia senza preavviso. Si smette per via di una saggezza cinica che ha dalla sua un migliaio di ragioni. Capisci, ti fermi, non sprechi più.

È uno di quei libri che devono essere letti per essere compresi, parlarne così è riduttivo. Assaporatelo, centellinatelo, perché è davvero affascinante.
Buona lettura!

Titolo: Riassunto di fine giornata
Autore: Luciano Del Sette
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 2012
Pagine: 180
Prezzo: 12,90 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


Luciano Del Sette – Giornalista. Scrive da Torino per il quotidiano «il manifesto» e il suo supplemento settimanale «Alias». Per l’etichetta musicale del manifesto ha ideato, coordinato e realizzato I viaggi perduti: cd, libro e dvd cui hanno partecipato attori, musicisti e la redazione della trasmissione televisiva Fuori Orario. Per Radio2 Rai è stato autore e conduttore del contenitore pomeridiano Atlantis. Per Radio3 Rai ha scritto e condotto In viaggio con Kerouac e Figli di un dio minore, e sempre su Radio3 è una delle voci di File Urbani. Per il mensile «E» di Emergency realizza reportage dall’Italia e dall’estero. Sempre per «E», sul sito del mensile, ha un blog, Nota Bene, dedicato alla musica indipendente in Italia e nel mondo.

#LeggoNobel | “Troppa felicità” di Alice Munro

12698643_10207658627855146_2402765333191822675_oAlice Munro è una di quegli autori che (credo) mai avrei preso in considerazione se non fosse stato per #LeggoNobel. Sì, questo progetto, insieme ad Elena Tamborrino, è gestito anche da me, quindi potreste obiettare: “Ma perché te lo autoimponi se in altre circostanze non lo avresti mai letto?”. Perché, nonostante io non ami per niente i racconti, lei ha vinto il Nobel per la letteratura nel 2013 perché ritenuta maestra del racconto contemporaneo, quindi un tentativo va fatto. E poi chi lo sa? Magari questi tentativi possono riservare belle sorprese.

E in un certo senso con Troppa felicità è stato così, perché, se in un primo momento sono partita prevenuta aspettandomi racconti smielati di una tipica donna che parla d’amore, mi sono trovata davanti a dieci storie che parlano di donne – ma non solo – le cui vite scorrono tranquille fino a un certo punto ma vengono improvvisamente destabilizzate da qualcosa di più o meno terribile. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di realtà complicate, situazioni estremizzate al fine di impressionare il lettore e colpirlo nel profondo. Un esempio è la prima storia, Dimensioni, che ha come protagonista Doree, una giovane donna sposata con un uomo pazzo e violento che le dà la colpa di tutto, anche dell’atto orribile che lui stesso commetterà per farle del male.

– Sai quando ho chiamato, ieri sera? – disse Lloyd. – Quando ho chiamato, era già successo.
– È stata tutta colpa tua, – disse.

E questo è uno dei racconti che mi hanno impressionata di più perché mi ha ricordato chiaramente molte storie attuali di donne che non riescono a ribellarsi a uomini terribili, che non riescono a venir fuori da certe situazioni o che ci riescono quando forse è troppo tardi. Ma la Munro, nelle sue storie, tocca diversi temi: dall’adulterio in Racconti alla cattiveria insita nell’essere umano in Bambinate, dal rapporto madre-figlio di Buche profonde al modo di seguire le proprie passioni e realizzarsi nella vita di Troppa felicità. E proprio quest’ultimo, che dà il nome all’intera raccolta, è il racconto romanzato della vita di Sof’ja Kovalevskaja, prima donna russa a diventare matematico e fisico e ad ottenere una cattedra universitaria (in Svezia, nel 1889). In un’epoca in cui per le donne era difficile essere indipendenti, Sof’ja per continuare gli studi fuori sposò Vladimir Kovalevskij per convenienza e potè frequentare l’università di Heidelberg (senza il consenso del padre o di un marito una donna non poteva frequentare università europee o laurearsi). Quest’uomo le permise di realizzare il suo sogno, con l’appoggio anche di grandi matematici che per le sue doti la presero sotto la loro ala protettrice.
Credo che questa sia la storia che tra tutte mi sia piaciuta di più, forse perché è dedicata ad un personaggio realmente esistito e che io non conoscevo affatto, una donna che aveva tanto da dare e che è riuscita a farlo quando per tutta la categoria la vita era abbastanza dura.

Bambinate, invece, mi ha fatto molta impressione, perché siamo sempre tutti bravissimi a dire che l’essere umano nasce, per natura, con un cuore puro, ma spesso la vita ci dimostra che non è così. In questo caso si parla di due ragazzine che si accaniscono contro una coetanea con una sorta di ritardo mentale perché provano ribrezzo, quasi schifo nei suoi confronti. È l’atteggiamento di chi non si sa relazionare col diverso e non si sa mettere nei suoi panni. Quindi il comportamento eccessivamente appiccicoso e l’euforia “sgangherata” di una ragazza che vuole solo fare amicizia e dimostrare affetto ad una sua conoscente vengono scambiati per sintomi pietosi e ripugnanti di una malattia che andrebbe debellata.

I bambini, si sa, sono mostruosamente convenzionali, subito pronti a respingere ciò che è sbilenco, mal funzionante, ingestibile.

Non so se leggerò altro di Alice Munro, perchè, come ho già detto, non riesco ad apprezzare al meglio i racconti, ma sicuramente è un’autrice che merita attenzione, lo dimostra il fatto che le sue storie mi abbiano molto colpita (a parte un paio a cui sono rimasta indifferente). Nel frattempo vi comunico che lunedì 21 partiremo con la terza lettura prevista per #LeggoNobel: inizieremo a leggere Lo straniero di Albert Camus. Sarete dei nostri?

Titolo: Troppa felicità
Autore: Alice Munro
Traduzione:
 Susanna Basso
Genere:
 Raccolta di racconti
Anno di pubblicazione:
 2009 (questa edizione 2011)
Pagine: 332
Prezzo: 20 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota