“Terre selvagge” di Sebastiano Vassalli

IMG_20151030_104907Prima di iniziare a parlare di questo libro devo premettere che l’ho terminato diversi giorni fa, ma non ho potuto scriverne subito perché nel frattempo sono partita. Nel mio viaggio sono successe così tante cose che i miei ricordi, prima così chiari, si sono un po’ annebbiati e quindi purtroppo non riuscirò a raccontarvi questo romanzo come avrei voluto. Spero, comunque, di trasmettervi una buona parte delle emozioni che ho provato io nel leggerlo.

Terre Selvagge è un romanzo del 2014 di Sebastiano Vassalli, grandissimo autore italiano che ci ha lasciato lo scorso luglio. Mi ero già innamorata di questo autore leggendo La chimera, e il libro di cui vi parlo oggi non fa altro che confermare la sua bravura. Siamo nel 101 a.C., a seicentocinquantadue anni dalla fondazione di Roma, e vediamo fronteggiarsi i due eserciti più potenti dell’epoca: i Romani e i Cimbri, un popolo di “diavoli” che proviene dal nord Europa (precisamente dall’attuale Danimarca) e che da vent’anni nessuno riesce a sconfiggere, a differenza di quello che era accaduto ai Teutoni e agli Ambroni. La battaglia ha luogo nei Campi Raudii, in Piemonte. I Cimbri, biondissimi con gli occhi chiari si scontrarono con con l’esercito capeggiato dal console Gaio Mario vicino all’odierna Vercelli, nel territorio che una volta faceva parte della Gallia Cisalpina.
In questa cornice storica si vanno incrociando le storie di alcuni personaggi di fantasia e non: conosceremo il fabbro Tasgezio e sua madre Lunilla, che si rifiutano di lasciare il villaggio di Proh (ai piedi del monte Ros che col tempo è diventato Rosa) come hanno fatto tutti per non essere coinvolti nello scontro che sta per avere luogo; il vecchio capo dei Cimbri Agilo “l’Orso” con le sue figlie, la bella e strana Sigrun e Rhamis, compagna del forte guerriero Boiorige; gli amici Valerio e Stazio; approfondiremo la rivalità tra Mario e Silla; cercheremo di dare un senso alla presenza di un bellissimo cavallino bianco.

Vassalli racconta in maniera magistrale questo evento che cambiò la storia: l’arco che celebra la vittoria di Mario non esiste più, la zona è stata bonificata e a parte qualche elemento come il vecchio cartello che ricorda il villaggio di Proh, niente sembra ricordare più quella battaglia. Invece ricordare è importante perché, come dice Sebastiano Vassalli, quei fatti lontani hanno ancora molto da insegnarci. Tutto il nostro passato, in realtà, andrebbe ricordato, perché in teoria (e purtroppo solo in teoria) dovrebbe servire a non commettere più certi errori.
Io con la storia ho un rapporto di amore e odio: amo apprendere ma a scuola non andavo molto bene in questa materia, il fatto di doverla imparare per affrontare una verifica me la faceva odiare. Però mi piace molto leggere romanzi storici e per questo motivo ho letto Terre selvagge piano piano, dato che in alcuni punti mi è risultato un po’ ostico. Ma ne è valsa la pena, perché è un romanzo bellissimo.

La cosa più particolare di questo libro è che Sebastiano Vassalli non ci trascina indietro nel tempo, ci fa capire ad ogni passo che lui è un uomo del presente e da una prospettiva attuale ci sta raccontando una storia passata. L’effetto principale di questo espediente da lui adottato è la grande quantità di confronti tra passato e presente (su luoghi, nomi di cose, toponimi, ecc.), la consapevolezza che può avere della propria storia una persona che ha studiato bene i fatti. L’autore, in questo modo, rende più interessante ed accessibile una vicenda che ormai sembra così lontana da noi ma che, invece, non lo è poi così tanto.
Consiglio a tutti voi di leggerlo, anche se con calma, perché Vassalli è stato un grande autore italiano e accantonarlo sarebbe davvero un grave errore.

Titolo: Terre selvagge
Autore: Sebastiano Vassalli
Genere:
 Romanzo storico
Anno di pubblicazione:
 aprile 2014
Pagine: 297
Prezzo: 18 €
Editore: Rizzoli

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“L’esatto contrario” di Giulio Perrone

E anche la verità, dopo tutto, cosa aggiungerebbe?
Potrebbe mai essere di conforto?
Forse no, ma ormai mi sembra impossibile
non andare avanti a cercarla.

 

IMG_20150717_154742Se è vero che il giallo moderno ha quasi sempre come protagonista un detective improvvisato, L’esatto contrario, romanzo di Giulio Perrone, edito da Rizzoli nel 2015, non fa eccezione.
Riccardo Magris è un giovane romano che si guadagna da vivere grazie all’affitto che gli pagano due ragazzi che vivono con lui, ad un programma su calciatori/bidoni che conduce in una radio e a delle recensioni che scrive periodicamente sulla rivista TuttoGiallo. Dieci anni prima la sua amica Giulia è stata uccisa presumibilmente dal suo professore universitario, un uomo con cui lei aveva rapporti e che è stato trovato proprio sul luogo del delitto: nei bagni della Sapienza. Il professor Morelli si è sempre dichiarato innocente ma, dieci anni dopo il delitto, appena uscito di galera, improvvisamente muore. Suicidio. Subito dopo muore anche il suo avvocato. Chissà se i due casi sono collegati. È quello che tenterà di scoprire Riccardo, inviato come un giornalista d’assalto da Dora, direttrice di TuttoGiallo con cui lui ha avuto una piccola storia, in virtù della sua vecchia conoscenza con Giulia e la sua famiglia. Il ragazzo combinerà qualche pasticcio, ma si avvicinerà molto alla soluzione.

Ho comprato questo romanzo i primi di giugno quando l’autore è venuto a presentarlo nella libreria vicino casa mia, quella che frequento soprattutto quando ci sono incontri interessanti. Quindi, ça va sans dire, me lo son fatto pure autografare e ho avuto la possibilità di conoscere questo editore/scrittore che per me era semplicemente uno dei miei contatti di Facebook. A parlarci di questo romanzo è venuto anche un relatore d’eccezione, Gian Mauro Costa, che qualcuno di voi conoscerà soprattutto per le avventure del suo Enzo Baiamonte targate Sellerio. Ma non divaghiamo, era solo per dirvi che con un personaggio così che faceva da apripista si è passato un bel pomeriggio.

Vi confesso che il protagonista mi è piaciuto molto, l’ho trovato simpatico e ben caratterizzato. Lui pensa alla Roma, alle recensioni di libri gialli e non disdegna un’occhiata alle gambe di una bella ragazza. Vive nella casa che gli ha lasciato suo padre insieme a Sandro, appassionato di Proust, e Rachele, una dominatrice per passione che spesso e volentieri se ne va in camera sua a sottomettere qualcuno che per questa cosa la paga anche. Ha uno zio che gli copre le spalle e ogni tanto gli dà soldi per aiutarlo dopo che ha perso il padre: è il simpaticissimo Italone, che chiude tutte le sue telefonate e i suoi messaggi con “nun fa’ cazzate” e che non vuole essere disturbato nemmeno quando sta guardando la partita più inutile del campionato del mondo.
Ma la storia è molto particolare, perché a tenere le redini di tutto è una persona che ha sempre e comunque il coltello dalla parte del manico. Non posso dirvi troppo, se no praticamente vi rovino la lettura di questo thriller molto carino, ma sappiate che solo all’ultimo capirete le ragioni di un titolo come L’esatto contrario. Io ho una fissa per i titoli, sin dall’inizio non faccio altro che chiedermi perché un autore abbia scelto proprio quelle parole per dare un nome alla sua creatura, e qui ho dovuto aspettare le ultime pagine per rendermi conto che spesso niente è come sembra e che le apparenze ingannano. Riccardo scoprirà solo in parte il lato oscuro di Giulia, di quella che tutti pensavano fosse una ragazza acqua e sapone ma che, invece, frequentava gente strana. Chissà se verrà tutto a galla! Fatto sta che io un seguito ce lo vedrei proprio bene.

Mi dispiace dire che ho dovuto togliere quasi una stellina al mio giudizio perché c’erano alcuni refusi nel libro che mi hanno disturbato la lettura. Rizzoli, icché ttu fai? Comunque mi sono divertita con questo libro leggero per un paio di giorni, perché l’ho proprio divorato. Se siete amanti del genere sono sicura che vi piacerà!
A questo punto, dato che l’esordio di Perrone autore non è stato affatto male, vediamo se questo “nuovo” autore sfornerà qualcos’altro.

Titolo: L’esatto contrario
Autore: Giulio Perrone
Genere: Romanzo giallo
Anno di pubblicazione: marzo 2015
Pagine: 227
Prezzo: 18,50 €
Editore: Rizzoli
Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota


Giulio Perrone

vive a Roma, dove nel 2005 ha fondato la casa editrice che porta il suo nome. Insegna Organizzazione e gestione delle imprese culturali presso la facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma.

Cosa abbiamo da dire oggi?

Ci sono dei periodi, nella nostra storia, in cui per guardare avanti bisogna voltarsi. Come ai tempi di Omero e come oggi. Achille, Ettore e Ulisse avevano qualcosa da dire a chi viveva mille anni dopo di loro e hanno qualcosa da dire ancora a noi, dopo che sono passati altri tremila anni. Qualcosa che né la televisione né il web né i vicini di casa saprebbero dirci.

[Sebastiano Vassalli, da “Terre Selvagge”,
Rizzoli, 2014]

Sebastiano Vassalli (Genova, 24 ottobre 1941), scrittore italiano.

“La selva oscura” di Francesco Fioretti

Tutti (o quasi) abbiamo studiato a scuola la Divina Commedia, ma non tutti i ragazzi hanno la fortuna di avere un professore che stimoli la loro curiosità e li faccia appassionare. Io, ad esempio, avevo una professoressa davvero bravissima e preparatissima, ma era di una noia che non potete neanche immaginare, pensate che c’era gente che si nascondeva dietro lo zaino, messo strategicamente sopra il banco, e quasi si addormentava. Io, per quanto mi riguarda, prendevo appunti e scrivevo delle note sul libro per non cadere tra le braccia di Morfeo e perché a casa studiavo poco, quindi stare attenta e annotare le cose più importanti equivaleva, per me, ad aver studiato la lezione già due volte. Mi portavo avanti, insomma. Ma nonostante tutto ciò, l’Inferno mi piaceva e me lo ricordo bene, perché è indubbiamente una delle parti più belle dell’opera di Dante, vuoi per i particolari più cruenti e raccapriccianti, vuoi perché è l’inizio di un percorso che porterà il protagonista fino al Paradiso.

image003Quando mi è arrivata la comunicazione che stava per uscire una riscrittura in chiave moderna della Divina Commedia, mi sono subito incuriosita e ho voluto leggerlo, anche perché nel comunicato veniva citato Valerio Massimo Manfredi, uno degli autori italiani che più mi piacciono. Concluse le letture che avevo in cantiere, mi sono quindi dedicata a La selva oscura, romanzo di Francesco Fioretti uscito in libreria proprio a febbraio 2015.

L’autore ci presenta uno dei più grandi capolavori della letteratura italiana come un romanzo contemporaneo, rinunciando alla struttura poetica in terzine e proponendoci una prosa che, però, assorbe elementi attuali. Quando, per esempio, Dante, Virgilio e Chirone passano accanto ai tiranni e li vedono immersi fino alle ciglia nel sangue (l’eterna pena che devono scontare per aver affondato le mani negli averi e nel sangue dei loro popoli), la voce narrante si lancia in una riflessione e ci dà un’opinione che è difficile non condividere:

Fossero passati adesso, avrebbero visto anche tutti i dittatori del Novecento, crudeli come i loro predecessori, ma dotati di strumenti di morte infinitamente più terrificanti.

(…)

I tiranni a quei tempi si limitavano di norma a eliminare i propri nemici diretti. I predoni invece non avevano ritegno a prendersela anche con la gente comune e i soldati di basso rango. Per questo sono puniti insieme, dove non si tocca. I dittatori del Novecento, infatti, che non stanno più a sottilizzare, sono tutti da quella parte, anche se per alcuni di loro non basterebbe un mare. Il sangue versato ritorna…

Personalmente credo che l’esperimento di Fioretti, oltre ad essere molto interessante, sia anche riuscito. È un lavoro letterario godibile, ma penso che potrebbe essere utile anche a scuola, associato allo studio dell’originale, per favorire la comprensione ai ragazzi e far capire che, anche se quelli citati sono personaggi fantastici o del passato, la storia è destinata a ripetersi e non è detto che l’uomo abbia imparato dai propri errori e non commetterà più certe nefandezze. Le pulsioni dell’animo umano, come la brama di ricchezze, il desiderio di potere o l’invidia non appartengono solo all’epoca di Dante o a quelle precedenti, quindi non dobbiamo stupirci se l’autore sa benissimo all’interno di quale girone o di quale cerchio collocare personaggi negativi della nostra storia moderna e contemporanea.

Messa da parte questa parentesi sulla violenza e sulla tirannia, una parte che mi ha affascinato molto è quella di Paolo e Francesca, perfetta parafrasi dell’originale nel poema, che vi lascio qui a conclusione del post.

fvd

Chissà se Fioretti ha in mente di proseguire con il Purgatorio! Lo scopriremo più avanti.

Titolo: La selva oscura
Autore: Francesco Fioretti
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 320
Prezzo: 17 €
Editore: Rizzoli

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

 

 


Francesco Fioretti
 è nato a Lanciano, in Abruzzo, nel 1960, da madre siciliana e padre pugliese d’origine toscana. Fiorentina la sua formazione universitaria, ma ha conseguito il dottorato di ricerca ad Eichstätt, in Germania. Ha insegnato in Lombardia e nelle Marche. Dantista e scrittore, ha esordito nella narrativa con Il libro segreto di Dante, che ha conosciuto un rilevante successo, seguito poi da Il quadro segreto di CaravaggioLa profezia perduta di DanteLa selva oscura. Il grande romanzo dell’Inferno è una “riscrittura” in prosa moderna dell’Inferno di Dante (Rizzoli 2015).

“Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas

Ho l’abitudine di leggere i libri molto grandi in estate, perché in vacanza, senza studiare, hai sempre la mente più fresca e più pronta ad immergersi in storie più lunghe e complicate. L’anno scorso ho letto I miserabili e la fine è stata un colpo al cuore, non riuscivo più a riprendermi perché pensavo di aver letto il libro più bello di sempre, date le emozioni che mi ha dato, e che dopo avrei trovato solo robetta. Fino ad ora, perché quest’estate mi sono divorata Il conte di Montecristo e sono ripiombata nello stesso stato d’animo, subito aver voltato l’ultima pagina. Se non è il libro più bello che sia mai stato scritto, gli manca veramente poco per esserlo, quindi preparatevi, perché magari i miei toni saranno troppo entusiastici.

2855942-9788817063364La storia un po’ la conosciamo tutti, grazie a tutte le miniserie e i film che sono stati tratti da questo capolavoro, trasposizioni che io adesso sto cercando e rivedendo con molto piacere. Per i grandi classici è così, magari non li abbiamo letti ma sappiamo di cosa parlano. Per chi, invece, non lo sapesse, la diciamo in due parole. Edmond Dantès ha 19 anni ed è comandante in seconda sulla sua nave quando torna a Marsiglia per un periodo di congedo. Lì lo aspettano suo padre e la sua bella fidanzata catalana, Mercedes, e lui stesso attende con gioia la promozione a capitano del Pharaon (la nave), ma il ragazzo è troppo felice e sereno perché tutto vada bene. Infatti Danglars, che invidia la sua promozione, e Fernand Mondego, innamorato di Mercedes, gli combinano un bel danno: scrivono una lettera anonima in cui si dice che Edmond è un agente bonapartista e la consegnano alle autorità. Il giovane viene arrestato nel bel mezzo della sua festa di fidanzamento e portato dal magistrato Villefort che, figlio del bonapartista a cui Edmond doveva recapitare un messaggio, per paura che la sua carriera venga compromessa, lo spedisce direttamente al castello d’If, senza processo, dove il ragazzo verrà “sepolto vivo” per molti anni. Lì, dopo un po’ di tempo, conosce il vecchio abate Faria, col quale stringerà amicizia e architetterà un piano di fuga. Ma l’anziano ecclesiastico muore, confessando ad Edmond di possedere notevoli ricchezze nascoste nell’isola di Montecristo. A questo punto, il giovane riesce a fuggire, a trovare le pietre preziose e i tesori descritti da Faria, a farsi una posizione e pianificare una vendetta che si abbatterà crudele su tutti coloro che gli hanno distrutto la vita, senza sconti.

Anche se questo racconto vi è sembrato lungo, sappiate che è solo la premessa e ogni pagina di questo libro vale la pena di essere letta. Riflettevo giorni fa sul fatto che ormai gli autori sono abituati ad inserire nei loro romanzi pagine e pagine inutili, solo per fare brodo; pagine che possono benissimo essere tolte senza rovinare la storia di base. Nel conte di Montecristo, come in libri di questo genere e periodo (credo sia il mio periodo prediletto, anche come corrente letteraria e parte del mondo), se togli anche solo una riga la storia cambia: mettendo da parte l’indubbia eleganza nell’esprimersi e l’astuzia nell’elaborare trame così complesse, non possiamo perderci nulla, non un personaggio, non un minuto della vicenda, perché eventi e persone sono così magistralmente intrecciati che facendo altrimenti leggeremmo un’altra cosa.

Chi non ha visto la miniserie con Depardieu alzi la mano!

Questa è la storia di gente che non si fa scrupoli a sacrificare la libertà di un altro pur di raggiungere i propri scopi, di arricchirsi, e, dall’altro lato, di un uomo che ha patito troppo ma che ha tantissima voglia di riprendersi la sua vita e farla pagare agli altri per quello che gli è stato rubato. La lucida rabbia di Dantès non lo fa essere impulsivo, non scappa dalla galera e va ad uccidere tutti, no. Lui va a far fruttare le sue ricchezze, va in oriente, studia, vuole conoscere il mondo e la gente, e poi riesce ad incastrare le vite di tutti e di muovere le persone quasi come dei burattini, ai suoi comandi, senza che questi se ne rendano conto, fino a farli impazzire e fino a farli rovinare con le proprie mani.

Ma c’è l’altra faccia della medaglia. Edmond è un uomo immensamente buono che vuole anche ripagare chi gli ha fatto del bene. È il caso di Morrel (padre), il suo vecchio armatore che ormai naviga in cattive acque, per usare un linguaggio marinaresco; l’uomo ha subito gravi perdite, molte delle sue navi sono affondate e le merci non sono state consegnate, gli resta solamente il Pharaon, ma fa naufragio pure quello, e lui si trova a dover pagare molti debiti. Edmond, fingendosi un’altra persona (il conte avrà più identità durante la storia), lo aiuta economicamente e fa anche costruire una nave identica a quella perduta facendola arrivare in porto, senza che nessuno si accorga della differenza. Questa benevolenza, Dantès, la conserverà anche nei confronti dei figli di Morrel, Julie e soprattutto Maximilien. È il contrasto tra buoni e cattivi, in cui o si è molto buoni o molto cattivi: i Morrel sono infinitamente buoni e degni di ogni aiuto possibile, uno come Danglars invece suscita quasi repulsione, e questo grazie ad un magistrale Dumas.

Io, come al solito, non ho scelto l’edizione migliore, sapete un po’ come la penso sulla Newton&Compton (motivo per cui ve ne consiglierò un’altra), ma la storia è quella ed è meravigliosa. Adesso mi trovo nuovamente a pensare che non c’è libro più bello di questo, e stavolta ho seri dubbi di riuscire a trovare qualcosa che superi Il conte di Montecristo. Comunque voi non spaventatevi delle pagine, leggetelo, vedrete che scorrono via come niente. Ecco, magari non fate come me che ho letto il Mammut e sceglietevi un’edizione in più volumi o in ebook, ma leggetelo, ne vale la pena.

Titolo: Il conte di Montecristo
Autore: Alexandre Dumas (padre)
Traduzione:
 Guido Paduano
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1846 (questa edizione 2013)
Pagine: 1249
Prezzo: 14 €
Editore: BUR (Rizzoli)

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Il treno dell’ultima notte – Dacia Maraini

Ultimamente non ho avuto moltissimo per leggere e per scrivere perché mi sto preparando alla laurea e ho la testa completamente da un’altra parte. Per questo motivo vi propongo un articolo che ho scritto un po’ di tempo fa per Leggeremania, per l’esattezza è la prima recensione che ho fatto per questo sito.

Mi è stato prestato tempo fa dai miei parenti, perché, devo essere sincera, già avevo letto qualcosa della Maraini e non ne ero proprio entusiasta. Questa volta mi sono dovuta ricredere e vi consiglio questa lettura 😉

Sperando che mi possiate perdonare, vi lascio quindi al mio post su un libro di Dacia Maraini che è davvero bellissimo!

Il treno dell’ultima notte, romanzo storico di Dacia Maraini pubblicato da Rizzoli nel 2008 e ambientato durante la Rivoluzione Ungherese del 1956.

Mi trovo alla mia seconda esperienza con Dacia Maraini. La prima è stata La lunga vita di Marianna Ucrìa, romanzo che diversi anni fa mi ha lasciato l’amaro in bocca ma che mi ha davvero colpita. Solitamente non leggo…

continua a leggere…

“Il bordo vertiginoso delle cose” di Gianrico Carofiglio

WP_002787Questo libro l’ho comprato praticamente il giorno dopo che è uscito e l’ho finito qualche giorno fa. Ero curiosissima di leggerlo perchè di Carofiglio ne avevo affrontati già tre risalenti all’epoca in cui pubblicava con Sellerio e c’era come protagonista l’avvocato Guerrieri. Ecco, se siete rimasti anche voi a quella tipologia di romanzo lì, allora resterete totalmente spiazzati da Il bordo vertiginoso delle cose.

Assolutamente non posso dire che sia un libro brutto, perchè non lo è affatto. Gianrico Carofiglio ha un modo di scrivere che mi piace molto, scorrevole, comprensibile, non si lancia in sperimentazioni linguistiche che portano solo confusione, però… c’è un però. Per come sono fatta io preferisco quel tipo di trame in cui alla fine della lettura i personaggi raggiungono il loro scopo. Qui non ho ben capito quale fosse questo scopo. Ma andiamo per gradi, dall’inizio. Il titolo, Il bordo vertiginoso delle cose, è una citazione da un verso di Robert Browning e questo lo scopriamo solo alla fine, mentre il protagonista è Enrico Vallesi, un uomo di quarantotto anni che ha scritto un libro una decina d’anni prima e adesso, non riuscendo a scrivere altro, fa l’editor per la casa editrice con la quale aveva pubblicato. Quando ho iniziato a leggere mi sono trovata un po’ spiazzata perchè non mi era mai capitato di trovare qualcosa scritto alla seconda persona singolare. Vi starete chiedendo come, quindi vi do un pezzettino del Preludio:

Come ogni mattina entri nel solito bar per fare colazione, Da quando vivi solo – da parecchio ormai – non ti riesce di fare colazione a casa. La cena, a volte il pranzo, sì. Chissà perchè, invece, la colazione no. Così ogni mattina vai al bar. A volte resti in piedi al bancone, altre volte ti siedi a un tavolino e te la prendi più comoda. Non c’è una regola, dipende da come ti senti – come non ti senti -, dal tempo, dagli impegni o dalla loro assenza, dal caso. Non lo sai perchè a volte ti siedi e a volte no.

Non vi fa un po’ strano leggere una cosa scritta così? A me sì, infatti ci ho messo qualche capitolo prima di abituarmi e alla fine ce l’ho fatta. Comunque i capitoli non sono tutti così; si alternano infatti capitoli numerati, scritti rivolgendosi al lettore, e capitoli chiamati “Enrico” scritti in prima persona. Nei primi è il protagonista che parla nel momento attuale, e parla a noi quasi come se volesse farci immedesimare in lui; negli altri, invece, sempre il protagonista racconta di se stesso all’età di circa sedici anni, quando frequentava la prima liceo (classico, quindi terzo anno). Tutto nasce dal fatto che Enrico, seduto al bar come avete letto in quello stralcio, apre il giornale e sfogliando le pagine della cronaca nera gli salta all’occhio il nome di una persona che conosceva, rimasta uccisa in un conflitto a fuoco dopo una rapina a Bari, sua città d’origine. Lui dopo il liceo è andato via dal capoluogo pugliese e si è trasferito a Firenze, dove ha fatto l’università e vive tuttora. Allora cosa gli viene in mente di fare? Va a Bari per qualche giorno, ritrova suo fratello, cammina per le strade che non percorreva da tanti anni e inizia a fare una specie di percorso introspettivo, tornando indietro nel tempo (nei capitoli Enrico) e ricordando il rapporto che aveva con la famiglia, alcuni amici e soprattutto Salvatore, quel nome nell’articolo di cronaca sul giornale.

Mi colpisce molto il personaggio di Celeste, una ragazza che fa supplenza di filosofia perchè il professore di Enrico sta male. Celeste è giovanissima, appena laureata, ed Enrico sedicenne se ne innamora. E grazie alla presenza di questa donna nel libro troviamo una serie di dissertazioni filosofiche sparse qua e là tra le pagine. Onestamente, alcune le ho trovate belle, altre superflue; mi è sembrato un po’ che l’autore volesse scrivere qualcosa di profondo a tutti i costi e mi sorge un dubbio: come si può cambiare così tanto il proprio stile passando da un editore ad un altro? Sono cambiati gli standard? Chissà, chissà.

Non vi dico come finisce perchè se devo essere sincera qualcosa mi sfugge. Sono arrivata all’ultima pagina e mi sono detta: mbè? Ma forse sono io, che ho sempre bisogno di un finale concreto e non di uno aperto in questo modo. In generale non mi ha lasciato molto, però, come ho detto all’inizio, non posso dire che sia un libro brutto. Magari chi non ha letto ancora nulla di Carofiglio lo apprezzerà di più.

Titolo: Il bordo vertiginoso delle cose
Autore: Gianrico Carofiglio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2013
Pagine: 315
Prezzo: 18,50 €
Editore: Rizzoli (Collana Scala italiani)

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota