“Storia di una capinera” di Giovanni Verga

storiadiunacapineraQuesta volta vi voglio parlare di un brevissimo romanzo che ho comprato l’anno scorso con le uscite Newton&Compton a 0,99 € ma che sono riuscita a leggere solo un paio di settimane fa. Me lo sono portato nel mio viaggio in Toscana per tre motivi principali: è piccolo e leggero, mi serviva qualcosa di breve dato che comunque sapevo che non avrei letto molto, e mi faceva sentire più vicina a casa. Casa? direte voi. Sì, perché questa volta restiamo nella mia terra e parliamo di Storia di una capinera, del catanese Giovanni Verga.

Io credo che prima di leggere tutti gli autori possibili e immaginabili si debba avere un’idea precisa della letteratura della propria nazione e soprattutto della propria regione, motivo per cui ho il proposito di conoscere bene tutti (o quasi) gli autori siciliani. Verga è uno che a scuola vi fanno odiare perché ve lo fanno sembrare pesante, ma poi vi mettete lì a leggerlo da soli e scoprite tante cose. In questo caso mi sono trovata davanti ad una storia struggente, quella di Maria che, costretta dalla famiglia, entra in convento contro la sua volontà. Inizialmente non capisce che quella non è la sua vocazione, ma quando l’epidemia di colera la porta a rifugiarsi a casa sua per un periodo e le permette di conoscere persone a cui si affeziona, i suoi propositi iniziano a vacillare, fino a quando non crolla definitivamente.

Giovanni Carmelo Verga (1840-1922)

Siamo tra Monte Ilice e Catania, Maria è orfana di madre e suo padre si è risposato. La matrigna non è esattamente amorevole con lei, ma la ragazzina, sui vent’anni, è ingenua, non si rende conto dell’amore che la donna non le dà, crede che la si rimproveri solo per il suo bene, che certe attenzioni le vengano negate per abituarla alla vita monacale. Quando arriva la famiglia Valentini, a rifugiarsi là vicino per sfuggire al colera come loro, per Maria si apre un mondo. Conosce delle persone che la trattano da pari, soprattutto Nino sembra provare un affetto speciale per lei, un affetto che la ragazza non può ricambiare perché sarebbe un tradimento nei confronti del suo sposo celeste. Ma man mano che passa il tempo per Maria è sempre più difficile capire quale sia la sua strada, ciò che per lei rappresenta il volere non coincide affatto col dovere e l’epilogo sarà tragico.

Storia di una capinera è un romanzo epistolare, fatto per il 95% di lettere inviate da Maria alla sua amica Marianna, un tempo compagna di convento, che però poi è uscita e si è sposata. Marianna rappresenta quello che Maria non può essere, un’ideale di libertà e incontro con l’amore a cui “la capinera” non ha la possibilità di aspirare. Le restanti lettere, invece, sono scritte da un’altra suora che, indirizzandosi a Marianna, le racconta che cosa ne è stato dell’amica.

Pare che la storia (pubblicata per la prima volta nel 1871, ma scritta nel 1869) sia in parte autobiografica, prende spunto da una vicenda vissuta dallo stesso Verga da ragazzo. Quando l’epidemia di colera arrivò a Catania tra il 1854 e il 1855, la famiglia Verga si rifugiò in un paesino dalle parti di Vizzini, a Tebidi, dove Giovanni che aveva solo quindici anni s’innamorò di Rosalia, una giovane educanda. 1

Il romanzo, che racconta la triste storia di Maria, costretta da altri ad un futuro che non ha scelto, ha avuto un tale successo da vendere circa ventimila copie in poco più di vent’anni. Verga ricalca perfettamente il linguaggio di una giovinetta che non ha mai potuto assaporare i piaceri della vita e non ha mai potuto essere uguale ai suoi coetanei. Maria si diverte tantissimo a correre nei prati, a raccogliere i fiori, cose che oggi ci potrebbero sembrare ridicole, ma che per lei rappresentano una libertà che non le è concessa. La ragazza è ingenua, ma dato che tutto il male non viene per nuocere, il colera le fa aprire gli occhi, le insegna che cosa è la vita vera, quella senza privazioni e accanto agli affetti. Ma a questo punto è un bene o un male? Magari per lei sarebbe stato meglio se non avesse mai scoperto nulla e avesse continuato a vivere nella bolla del suo convento. Probabilmente in quel caso avrebbe salvato la sua anima. E la sua storia suscita ancora più tristezza, se pensiamo che di ragazze come Maria, un tempo, ce n’erano davvero tante.

Adesso, se vi chiedete da dove venga il titolo, vi lascio l’introduzione in cui Giovanni Verga ci spiega tutto:

Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia; ci guardava con occhio spaventato; si rifugiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione.

Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.

Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta.

Ecco perché l’ho intitolata: “Storia di una capinera”.

Buona lettura!

Titolo: Storia di una capinera
Autore: Giovanni Verga
Genere:
 Romanzo epistolare
Anno di pubblicazione:
 1871
Pagine: 128
Prezzo: 0,99 €
Editore: Newton&Compton

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


  1. Federico de Roberto, Casa Verga e altri saggi verghiani, a cura di Carmelo Musumarra, Firenze, 1964. 
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“Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer

9788807702174_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleUn bel titolo, vero? Poetico, evocativo, un titolo che ti fa immaginare un libro profondo e magari che non tratti di baggianate. Questo è il motivo per cui l’ho preso. Peccato che poi, dentro, ci abbia trovato tutt’altro. Peccato davvero, perché pure la copertina mi piaceva moltissimo. Eppure un sacco di gente me ne aveva tessuto le lodi, “bellissimo”, “carinissimo”, “fa sognare”… Ma facciamo le cose per bene, raccontiamo prima di cosa parla, per chi ancora non lo avesse letto.

Un bel giorno Emmi Rothner deve inviare un’email all’indirizzo della rivista Like per disdire un abbonamento, ma invece di digitare “like” digita “leike” e la comunicazione arriva ad un certo Leo Leike, che alla terza lettera che gli arriva decide di dire finalmente alla signora che ha sbagliato indirizzo. Piano piano Emmi e Leo iniziano a chattare e a restare incuriositi l’uno dall’altra, perché dietro uno schermo non si vede con chi si ha a che fare e spesso si gioca ad immaginare le persone. Lei ha 34 anni ed è sposata con un uomo molto più grande di lei che ha due figli da un matrimonio precedente, lui ha 36 anni e si occupa di psicolinguistica e al momento del casuale “incontro” telematico sta svolgendo una ricerca sulla comunicazione dei sentimenti attraverso il linguaggio nelle email. Ma tutto questo non se lo dicono subito, anzi giocano a restare riservati, facendo un tentativo di incontrarsi “al buio”, senza descriversi, per vedere se in un bar affollato si riconoscono. E in effetti, anche non parlandosi, sembrano aver capito chi è l’altro. Ma andando avanti, oltre all’amicizia, sembra nascere qualcosa di nuovo che non si sa dove porterà Emmi e Leo.

Già come trama non mi sembra molto interessante, anche se da quello che avevo letto era più carina. Però si sa, sulla quarta di copertina cercano sempre di metterci cose belle per invogliarci, mica ci dicono “questo libro non ha niente di speciale, la storia è piatta”, no? È un semplice incontro casuale e telematico tra due persone, come potrebbero essercene tanti al giorno d’oggi. A chi non è mai capitato di mettersi a chattare con qualcuno che non si conosce di presenza? Forse non a Glattauer, che rende in maniera secondo me troppo forzata questa volontà di conoscersi. È poco spontaneo, sembra quasi che non venga da sé, che loro “debbano” e non “vogliano” sapere con chi stanno parlando.
A parte il fatto che non ci sono parti romanzate, il libro è tutto scritto sotto forma di raccolta di email, e dato che ogni tanto la stessa persona ne scrive due, o anche tre, di seguito si può far fatica a capire chi sia a parlare.

Per quanto riguarda i personaggi, devo dire proprio che Emmi è pessima. È una giovane donna che probabilmente si è volontariamente ingabbiata in un matrimonio che non le dà molto, anche se ha un marito devoto e due figli acquisiti che le vogliono bene. Forse non conosce altro nella vita, e riesce particolarmente antipatica, appiccicosa, gelosa e civettuola, ma di quella civetteria del tipo “lodami, lodami, che poi ti faccio sentire in colpa perché ti sei avvicinato troppo a me”. Rimprovera continuamente Leo se parte e non le dice nulla e lo accusa di vedersi con qualcuna, per poi pentirsene quando lui torna e le dice che è stato ad un congresso; spesso lo tratta male sfoderando un’ironia che ironia non è, dicendogli che probabilmente lui non capisce il suo senso dell’umorismo; indugia su dettagli del suo fisico accusando lui di pensare continuamente al sesso, quando è lei che tira fuori l’argomento per attirare l’attenzione dell’uomo. Ecco, Emmi è questo genere di donna, io non capisco chi possa trovarla simpatica e tifare per lei.
Leo invece lo trovo intelligente. Si informa continuamente del rapporto di Emmi con suo marito, perché se dovesse nascere qualcosa tra di loro non vuole rovinare una famiglia. Lei non fa altro che dirgli che è libera, esce con chi le pare, dorme fuori, fa quello che vuole e al marito va bene. Ma Leo fa uscire fuori la vera Emmi, forse perché essendo un esperto di linguaggio saprà pure usarlo bene in certe situazioni. Lui crolla solamente nei momenti in cui ha bevuto un po’, ma per il resto sa mantenere un certo distacco ed è l’unico dei due a sembrare una persona responsabile.

Se volete saperlo, il titolo deriva da un’email di Emmi, che chiede a Leo se gli ha mai raccontato del vento del nord, che le entra dalla finestra di notte e le fa sentire freddo. Ecco come sfornare un bel titolo togliendo dal suo vero contesto una frase bellina che, da sola, è scollegata da tutto quanto.

È già tornato dal teatro? Non riesco a dormire, stasera. Le ho mai raccontato del vento del Nord? Quando tengo la finestra aperta è insopportabile. Sarebbe bello se mi scrivesse qualche altra parola. Anche solo “Allora chiuda la finestra”. Al che ribatterei: Con la finestra chiusa non riesco a dormire.

Le ho mai raccontato del vento del nord è un libro che si legge velocemente, ma che a mio parere non ha niente di particolare. Un po’ noioso.

N.b. So che esiste un sequel, La settima onda. Se deciderò di farmi ancora del male lo leggerò.

Titolo: Le ho mai raccontato del vento del nord
Autore: Daniel Glattauer
Traduzione:
 Leonella Basiglini
Genere:
 Romanzo (epistolare?)
Anno di pubblicazione:
 2010
Pagine: 256
Prezzo: 15 €
Editore: Feltrinelli

Giudizio personale: spienasvuotasvuotasvuotasvuota